Armandino lo vedevo tutte le mattine nella stanza numero quatto a Clinica Medica. Bianca risplendeva la sua testa, nell’aria gialla. Se lo guardavo negli occhi sorrideva: come i gatti faceva le fusa. Non rispondeva a nessuno, e a torto lo credevano sordo. Era quella soltanto una difesa, in sè la protesta contro medici e figlie, che lo obbligavano a respirare a bocca aperta, a mangiare il caffè nero coi biscotti. Spesso, ad alta voce, ripeteva: – Nun intendooo ! Siamo vecchii ! E ancora: – Vanno via tuttii !- Quando gli pizzicavo un alluce, o facevo campana col suo naso, non si arrabbiava. Non era dispiaciuto che lo facessi apposta. E sorridendo sembrava voler dire: – O birbaccione !-
Ieri mattina mi sembrò più felice del solito. Lo sguardo vivo, a mulinare sulle cose. Una strana agitazione si era impossessata di lui e lo rendeva più giovane, quasi bambino. Con voce bassa e segreta mi chiese: -E’ tempo bello ?- Risposi che fuori c’era il sole, il cielo azzurro, e pensai:- E’ migliorato!-
Trascorsero l’intera giornata e una notte di luna.
Stamani, nella stanza numero quattro l’aria è sempre gialla, quasi tutto al suo posto,
ma il letto di Armandino è vuoto. Già rifatto.
Paolo Fidanzi