COMMENTO A ‘L’INFINITO’ di G. LEOPARDI; dott.ssa prof.ssa Nara Pistolesi

NB -A Riccardo Fracassi  è piaciuto questo post (e-mail inviata all’Amministratore del 25 ottobre 2018)

A Roberto Niccolini è piaciuto questo post, come da mail ricevuta dall’Amministratore il 25-ott-2018.

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L’infinito

 

Altrimenti leggere di seguito:

L’INFINITO: oltre il limite

      Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma, sedendo e mirando, interminati
spazi di lá da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima
quïete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Cosí tra questa
immensitá s’annega il pensier mio;
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

“Un classico – afferma Italo Calvino – è un libro che non ha mai finito di dire ciò che ha da dire”1: una definizione che coglie in profondità il valore di un’opera intramontabile. Così è la bellissima poesia di Giacomo Leopardi scritta nel 1819, quasi duecento anni fa: nel tempo non ha perso la sua freschezza, la sua capacità di parlare al cuore dei lettori, la potenza del suo messaggio. Come mette bene in evidenza Luigi Blasucci nel suo ultimo libro su Leopardi La svolta dell’idillio2, L’infinito e Ricordanza (poi Alla luna) testimoniano il passaggio “da un idillio di tipo teocriteo, fantastico-popolare e oggettivistico, a un idillio ‘sentimentale’ e soggettivistico” il vero idillio leopardiano, definito da Leopardi stesso nel 1829 “Idilli esprimenti situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo”3. Sta qui la potenza del messaggio leopardiano che trasforma in poesia un’esperienza profonda dell’io: “il passaggio dallo stato antico al moderno” come l’autore chiarisce nello Zibaldone, in una pagina del 1° luglio 1820. Proprio nel 1819 il giovane Leopardi colloca una “mutazione totale” avvenuta in lui che lo trasforma da “poeta” in “filosofo”: “Da principio il mio forte era la fantasia, e i miei versi erano pieni d’immagini (…)” nel corso di quell’anno, complice anche la privazione dell’uso della vista e della distrazione della lettura “cominciai a sentire la mia infelicità in un modo assai più tenebroso, ad abbandonar la speranza, a rifletter profondamente sopra le cose (…) a sentir l’infelicità certa del mondo in luogo di conoscerla”. Come fa notare il prof. Blasucci nell’opera sopra citata, il 1819 fu anche l’anno di una lettura molto importante per Leopardi: il Werther di Goethe, opera alla quale rimandano molti riferimenti presenti nello Zibaldone. Questa lettura, secondo Blasucci – unita ad altre tra cui Corinne ou l’Italie di Madame de Stael – avrebbe avuto l’effetto di “suggerire, o meglio, promuovere” “un tipo di ‘esplorazione del proprio animo” che trovava terreno favorevole nel giovane poeta. Questa interpretazione è avvalorata da un altro passo dello Zibaldone (64) in cui Leopardi riflette sugli effetti che la lettura dei libri produce in lui, citando in particolare l’opera goethiana.

L’io è, quindi, l’indiscusso protagonista degli idilli leopardiani e la sua voce si esprime attraverso “parecchie modalità”: nell’Infinito è “pura dizione mentale”4.

La voce dell’io emerge a partire dall’incipit della poesia: attraverso l’uso della prima persona esprime un’esperienza di vita quotidiana di cui il Sempre iniziale sottolinea il carattere consuetudinario e il passato remoto fu discioglie “nella prospettiva di una durata indefinita”5.

Al modo degli idilli classici che di per sé sono “piccole immagini”, come suggerisce l’etimologia della parola (dal greco εἰδύλλιον), ci aspetteremmo forse che l’incipit proseguisse con la descrizione del paesaggio. Ma lo sguardo si ferma sulla siepe che interrompe il suo viaggio nel reale: “dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. Il forte “Ma” avversativo all’inizio del verso successivo introduce un’esperienza nuova: un viaggio interiore nello spazio e nel tempo di cui sono protagonista l’immaginazione e complice la natura. “Io nel pensier mi fingo” in forte posizione anastrofica sottolinea la potenza dell’immaginazione: il verbo “fingo”, dalla radice fig-, significa “plasmo, do forma, modello”, indica quindi una creazione plastica, in questo caso attraverso il pensiero. La grandezza e la forza dell’immagine creata si esprime con il lessico, con il ritmo, con il suono: i sostantivi “spazi” e “silenzi” in evidenza attraverso gli enjambement, si richiamano con l’anafora della /s/ e sono ambedue accompagnati da particolari e potenti forme di superlativo , quali “interminati”, “sovrumani”, anch’esse in stretto rapporto tra loro grazie alla posizione a fine verso e all’assonanza, resa più potente dall’ictus sulla /a/, il più aperto tra i suoni . Il culmine si raggiunge con “profondissima quïete”: come nota ancora Blasucci, questo superlativo è la parola più lunga nella serie e “quïete” è ampliata attraverso la dieresi.

La potenza dell’immagine è talmente grande che provoca smarrimento:” ove per poco / il cor non si spaura.”

Il punto fermo divide il verso e divide la poesia in due parti uguali. La “voce” del vento unita dal poeta all’”infinito silenzio” dell’immagine del pensiero, stimola il viaggio attraverso il tempo dall’eternità alla ‘stagione’ presente con la sua vita e i suoi suoni. Nell’”immensità”, o meglio, come sottolinea Blasucci richiamando vari interpreti e commentatori6, “tra” l’immensità, prodotto dell’immaginazione con il suo percorso nello spazio e nel tempo, “s’annega” il pensiero del poeta: ed ecco l’esperienza del naufragio. La potente metafora finale esprime il carattere straordinario dell’esperienza: la ‘dolcezza’ del naufragio nel “mare” dell’immensità.

Leopardi, nello Zibaldone (13 settembre 1821), richiamando il Pindemonte, afferma che lo stile è “non la veste, ma il corpo dei pensieri”: questa poesia ne offre esperienza piena. L’infinito emerge da una miriade di “segnali” presenti nel testo, individuati e ben spiegati ancora una volta da Luigi Blasucci nella sua analisi del 1985, Leopardi e i segnali dell’infinito, a cui abbiamo già fatto riferimento ed a cui rimandiamo. Questi segnali scaturiscono a livello lessicale, ritmico, fonico, morfosintattico e così via: la lettura non può che dar voce a questa esperienza di infinito e far provare la medesima esperienza a chi ascolta.

Mai come oggi, forse, in un mondo dove tutto sembra scoperto, dove le distanze sembrano annullate, c’è bisogno della consapevolezza del limite e della sua importanza: oltre il limite c’è lo spazio dell’io, della fantasia, dell’immaginazione, della creatività. La grandezza della poesia e della personalità di Leopardi scaturisce proprio da qui: la consapevolezza, l’accettazione, il superamento del limite. Egli dopo aver vissuto con estrema sofferenza la “mutazione” avvenuta in lui, va oltre gli impedimenti che avrebbero potuto bloccarlo: la salute fisica, il rigore della famiglia, un ambiente culturale con cui non si sente in armonia, il “secolo superbo e sciocco” in cui egli sente di vivere. Gli strumenti che gli permettono di andare oltre sono l’immaginazione, la fantasia, l’ironia che scaturiscono, però, da una profonda consapevolezza e da un’altrettanto profonda riflessione. Non a caso fra gli antichi il suo ideale è Platone, il poeta-filosofo: “il più profondo, più vasto, più sublime filosofo di essi antichi, che ardì concepire un sistema il quale abbracciasse tutta l’esistenza, e rendesse ragione di tutta la natura fu nel suo stile, nelle sue invenzioni ec. così poeta come tutti sanno” (Zibaldone 3245).

1 Perché leggere i classici, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995, pg. 7.

2 Il Mulino, Bologna, 2017

3 Disegni letterari, 1828, in Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di L. Felici e E. Trevi, Roma, Newton Compton, 2010.

4 L. Blasucci, op. cit., pg. 51.

5 L. Blasucci, Leopardi e i segnali dell’infinito, Il Mulino, Bologna, 1985.

6 Ibid. pg. 107: “la funzione originaria di “tra” è quella di connettere le due dimensioni evocate in precedenza, ossia l’infinito dello spazio e quello del tempo”.

LA CULTURA CLASSICA, VALORE, SIGNIFICATO, ATTUALITA’, di Roberto Righetto; a cura del dott. Piero Pistoia

NB – A Roberto Niccolini ed a Opinioniweb è piaciuto questo post, inviato all’Amministratore il 20-ott-2018

Pubblichiamo uno scritto recente  di Roberto Righetto, trascritto dal Blog “RIFLESSIONI” Di Francesco Macri – FIDAE (pubblicato su Avvenire, domenica 22 Aprile2018), perchè in qualche modo ci sembra che si inserisca nel nostro attuale dibattito sulla BUONA SCUOLA, condotto sul nostro Blog (ilsillabario.wordpress.com), uno zibaldone culturale che si dovrebbe collocare, almeno come aspetttativa di noi docenti, nell’interfaccia Scolastico-Extrascolastico. Ci sembra che il nostro Blog abbia intersezioni culturali con il loro (Tematiche educative, dibattito culturale, riforma scolastica).

Abbiamo cercato di comunicare al loro blog RIFLESSIONI il trasferimento dell’art. di Righetto; abbiamo fatto un tentativo, con una nostra mail, inviata a scuolavalore@indire.it, da ‘girare’ a loro.

 

La cultura classica. Valore, significato, attualità

Roberto Righetto 

Un noto saggio edito dal Mulino nel 2014, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, la filosofa americana Martha Nussbaum evidenzia che «non c’è nulla da obiettare su una buona istruzione tecnicoscientifica », ma si dice preoccupata perché «altre capacità altrettanto importanti stanno correndo il rischio di scomparire nel vortice della concorrenza ». Si tratta di capacità «associate agli studi umanistici e artistici: la capacità di pensare criticamente, la capacità di trascendere i localismi e di affrontare i problemi mondiali come “cittadini del mondo”; e, infine, la capacità di raffigurarsi simpateticamente la categoria dell’altro ». Per questo – sostiene – nell’educazione dei giovani è fondamentale insegnare filosofia, storia e letteratura, mentre accade che, specie nelle società occidentali, «gli studi umanistici, l’arte e persino la storia vengano eliminati per lasciar spazio a competenze che producono profitti che mirano a vantaggi a breve termine». Scienza, tecnica ed economia hanno bisogno invece di un solido impianto umanistico per poter raggiungere i loro scopi in nome del vero progresso umano.

Esattamente all’opposto la pensa Andrea Ichino, docente laureato alla Bocconi di Milano e addottorato al Mit, per il quale «siamo rimasti l’unico Paese al mondo in cui, nelle scuole tradizionalmente di élite, gli studenti dedicano il massimo delle loro energie a studiare latino, greco e materie umanistiche». Allo stesso modo Michele Boldrin si scaglia contro la «maledetta cultura del liceo classico». Economisti di formazione statunitense vedono insomma nella cultura classica un ostacolo sulla via della globalizzazione. Sono lontani i tempi in cui per essere ammessi ad Harvard bisognava rispondere a domande sulla grammatica e la storia greca e romana oltre a quesiti di matematica; non solo, erano previste anche prove di traduzione al latino e al greco.

Il recente dibattito che ha diviso gli intellettuali italiani a proposito del liceo classico ha dimostrato come si sia indebolita nel nostro Paese, ma anche in Europa e in Occidente, l’idea della cultura classica come patrimonio condiviso. Molti pensano che sia un fardello del passato da cui bisogna liberarsi a tutto vantaggio degli studi scientifici, tecnologici ed economici. Perché continuare a fare versioni dal greco e prevedere ancora lo studio del latino nei licei scientifici?

Una difesa niente affatto scontata arriva ora proprio da uno scienziato, Lucio Russo, in un libro davvero fondamentale per capire le tendenze della cultura occidentale, Perché la cultura classica (Mondadori, pagine 228, euro 19,00). L’autore infatti non segue la linea scontata delle radici culturali che bisogna difendere a ogni costo e soprattutto rammenta che l’immenso patrimonio giunto fino a noi dal mondo antico non riguarda solo campi come filosofia e letteratura, ma anche proprio la scienza.

È il caso della cosmologia e dell’astronomia. Soprattutto in epoca ellenistica, vi fu un eccezionale sviluppo scientifico che portò ad esempio Aristarco di Samo a formulare la teoria eliocentrica, tanto che persino Copernico era cosciente di riprendere un’idea antica. E così la scoperta che le stelle fisse in realtà si muovono e l’idea newtoniana dell’attrazione degli astri fra loro e del Sole sui pianeti si può far risalire a Ipparco. Ciò nonostante, «il debito della scienza moderna verso l’antica cultura greca – constata Russo con una certa amarezza – è oggi in genere gravemente sottovalutato».

Oltre che ricordare il contributo della cultura classica in tutti i campi, compresi il diritto e la politica, l’autore dimostra come esso sia sempre più misconosciuto, tanto che oggi prevalgono le opinioni di Voltaire, che polemizzò contro chi sosteneva la superiorità della cultura antica, e di Spengler, per il quale «la storia del sapere occidentale è quella di una progressiva emancipazione dal pensiero antico». Russo delinea le tendenze fondamentali della nostra cultura che vanno in questa direzione. A partire dalla scuola, che nella seconda metà del Novecento ha finito per marginalizzare un po’ in tutta Europa gli indirizzi finalizzati a una preparazione generale polivalente.

A ciò si è abbinata la crescita impetuosa dell’industria culturale e dello spettacolo. Se il superamento della separazione storica fra cultura alta e cultura bassa è stato un bene per tutti, l’aver sostituito la scuola con l’intrattenimento ha portato sempre più a disprezzare l’eredità antica. Tanto più che – nota Russo contrapponendosi alla visione esageratamente ottimistica di Claudio Giunta nel suo pamphlet L’irragionevole processo alla cultura di massa siamo ben lontani dall’aver realizzato quella crescita culturale tanto auspicata, visto che «il 70 per cento degli italiani sono analfabeti funzionali, vale a dire incapaci di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società», come ha commentato Tullio De Mauro. Altro che “Rinascimento di massa”!

A tutto ciò si aggiunge il preoccupante analfabetismo scientifico, fenomeno non certamente aiutato dal diffondersi di una contaminazione con l’irrazionalismo, come si può constatare leggendo le opere del medico e guru indiano Deepak Chopra o del fisico americano Frank Tipler. Ma anche ricostruzioni oggi così amate come quella dell’antropologo Jared Diamond, che privilegia le ragioni geografiche e naturalistiche a quelle culturali nel considerare l’avanzamento e lo sviluppo delle civiltà nel corso dei secoli, si dimostrano assai parziali.

Al termine del suo excursus quanto mai efficace, Lucio Russo così conclude: «Fra gli aspetti non secondari dell’indebolimento dei nostri legami con la civiltà classica, accanto al progressivo abbandono del metodo dimostrativo, dobbiamo includere l’ampliarsi della frattura tra matematica e fisica, l’incrinarsi del rapporto classico tra teorie e fenomeni e il diffondersi dell’irrazionalismo in importanti settori della comunità dei fisici».

In breve, non è solo la cultura umanistica a dover preoccuparsi per la perdita d’aureola della cultura classica, ma anche quella scientifica. Per evitare il rischio dilagante di un’eccessiva specializzazione, occorre tornare alla visione di un grande studioso come Wilamowitz, il quale giudicava indispensabile «la conoscenza del mondo greco in tutti i suoi aspetti, letterari, filosofici, politici e scientifici, non tanto come disciplina in sé ma piuttosto come punto di partenza verso le diverse discipline».

Avvenire domenica 22 aprile 2018

 

ANCORA SULLA SCUOLA DI IERI E SCUOLA DI OGGI: commento al margine della dott.ssa prof.ssa Lucia Ghilli

Concordo pienamente con voi. Voglio avere il coraggio di aggiungere al vostro ricco e magnifico intervento poche (e già conosciute) riflessioni tra le miriadi che sottolineano l’importanza della scuola e della conoscenza quando aiutano a crescere davvero.

Conoscenza e vita: “Omnia mea mecum sunt”

E’ in primo luogo di fondamentale importanza che nessun tipo di interesse pratico si ponga come causa/effetto del sapere.

Seneca insegna:
“Il saggio non può perdere niente; ha tutto dentro di sé, non lascia niente alla sorte, tiene i suoi beni al sicuro, è tutto teso alla virtù, che non è legata a ciò che viene dalla sorte e per questo non può crescere né diminuire, perché […] la sorte può togliere solo ciò che ha dato, ma la sorte non dà la virtù, quindi non la può togliere: la virtù è libera, inviolabile, salda […] Il saggio […] mantiene il possesso della sola virtù […] e si serve di tutto il resto come di qualcosa di passeggero. […]. Demetrio Poliorcete, che aveva conquistato Megara, chiese al filosofo Stilpone se avesse subìto qualche perdita e Stilpone rispose: «Niente. Tutte le mie cose sono con me». Eppure il suo patrimonio era stato preso come bottino di guerra, il nemico aveva rapito le sue figlie, la sua patria era caduta in mani straniere e un re, circondato dalle armi di un esercito vincitore, gli faceva domande dall’alto della sua superiorità. Ma il filosofo scalfì la sua vittoria assicurandogli che, pur nella perdita della patria, non soltanto restava non vinto, ma addirittura non aveva subito danni. E aveva davvero con sé i veri beni, quelli che nessuno può toccare. Quei beni che aveva perso, quelli che erano stati sottratti, non li considerava suoi, ma cose precarie che seguivano un solo cenno della sorte. Per questo non li aveva mai amati come propri, perché il possesso di tutte le cose che provengono da fuori di noi è instabile e incerto.”
L’exemplum estremo di Stilpone non suggerisce l’inutilità del pane quotidiano, ma afferma l’assoluta superiorità dell’immateriale.

L’anomalia in nature ben dotate”

Arato, grande nemico dei tiranni, animato da un grande senso di giustizia, cadeva poi nelle imprese campali. Ecco la riflessione di Plutarco:
“A quanto pare, non solo esistono alcuni animali che hanno una vista acuta nell’oscurità e debole di giorno, perché la secchezza dovuta al sottile strato di umore oculare rende loro insopportabile il contatto con la luce, ma ci sono anche degli uomini che possiedono una forza e una perspicacia per natura soggette al turbamento allo scoperto e nelle guerre dichiarate e che riprendono vigore nelle imprese segrete e furtive. Una simile anomalia in nature ben dotate è provocata dalla mancanza di un’educazione filosofica, e ciò porta la virtù a restare priva di scienza, come un frutto nato spontaneamente e non coltivato.”

L’ingegno multiforme

Perché, tra tutti gli eroi dell’Iliade, solo di Ulisse ci resta un ampio e magnifico poema? L’uomo dall’ingegno multiforme compie un lungo e tortuoso viaggio, durante il quale più volte si ferma per una curiositas che lo spinge a osservare. Che cosa osserva Ulisse? L’uomo. La mente che indaga non si ferma se non per capire, a costo di correre grandi rischi, e solo così può tornare a casa, ovvero riscoprire il suo autentico sé, il vero “regno di Itaca”.

Programmi e ferraglia

Umberto Eco scriveva:
Tutti sappiamo che, per dirla in parole povere e con inevitabili anglicismi, il futuro sarà sempre più dominato dal “software” a scapito dello “hardware”, ovvero dalla elaborazione di programmi più che dalla produzione di oggetti che ne consentono l’applicazione. Steve Jobs è diventato quel che è diventato non perché ha progettato degli oggetti che si chiamano computer o tavolette (che ormai li costruiscono i paesi del Terzo mondo) ma perché ha ideato programmi innovatori che hanno reso i suoi computer più efficienti e creativi di quelli di Bill Gates, che fa peggio a ogni nuova versione di Windows. Quindi, anche nel mondo della tecnologia, l’avvenire è di chi sappia ragionare in modo da inventare programmi. E si dà il caso che chi abbia fatto una tesi di logica formale, di filologia classica, di filosofia, abbia allenato una mente più adatta a inventare programmi (che sono materia del tutto mentale) di chi abbia studiato come fabbricante di “ferraglia”.

La domanda, l’ipotesi, la libera analisi critica minacciano il mondo dell’interesse. Chiamare la scuola di oggi e, come alcuni sperano (e purtroppo saranno facilmente accontentati), anche quella di domani “buona scuola” significa usare un sotterraneo e pericoloso ossimoro.
La scuola “buona” è quella che cresce individui autonomi che sappiano ben porsi in relazione con altri individui e siano in grado di agire all’interno di una società che migliora se stessa grazie a “foreste” di sollecitazioni.
La scuola “buona” non insegna solo a reperire panem et circensem. La stessa espressione “alternanza scuola lavoro” suggerisce l’idea che finora scuola e lavoro siano stati “altera” (sappiamo che non è così) e che finalmente la buona scuola abbia fornito una soluzione efficace, permettendo di spendere immediatamente le conoscenze che si acquisiscono. Un’idea non solo utopistica, ma anche pericolosa, perché ormai sappiamo che una valida formazione si spende per lo più a distanza.

Grazie per i vostri preziosi contributi

Lucia Ghilli

LEGGERE SU QUESTO BLOG anche i due posts sulla ‘Buona Scuola’ a nome dei docenti Piero Pistoia, Donatella Scarciglia, Gabriella Scarciglia  ed il commento del dott. Prof Giacomo Brunetti, ai quali all^inizio fa riferimento l^autrice di questo post.