LIBERA INTERPRETAZIONE DELLA CANZONE “TEARS IN HEAVEN” (GOCCE DI PIANTO NEL CIELO), di Eric Clapton, a cura del dott. prof. Alessandro Togoli

Questo testo è una libera interpretazione della canzone di Eric Clapton “Tears In Heaven”, dedicata al figlio morto. La dedico non solo a Sara, mia figlia, ma a tutti i ragazzi che hanno abbandonato troppo presto questa vita, in particolare ad Alan, Michele, Francesco, Cheti, Mirko, Saida, che ho conosciuto, ma anche a tutti gli altri che non conosco.

Gocce di pianto nel cielo

Ricorderesti il nostro nome

Nel trovarci su nel cielo

Sentiresti il nostro calore

Nello scorgerci su nel cielo

Dobbiamo essere uniti

E continuare ad immaginarti

Perché non possiamo avvicinarti nel cielo

Carezzeresti la nostra mano

Nel trovarci su nel cielo

Sederesti in mezzo a noi

Con un sorriso su nel cielo

Cercheremo la nostra via nel buio e nella luce

Perché non possiamo che pensarti nel cielo

Il tempo ci può far cadere in basso,

il tempo ci può far piegare in ginocchio,

il tempo ci può far incrinare il cuore,

il tempo ci può fare implorare di smettere

Ma dietro il buio di una porta socchiusa si rischiara la pace

E noi sappiamo che la triste pioggia gelida non scenderà più dal cielo

Ricorderai il nostro nome

Nel sentirci su dal cielo

Sentirai il nostro calore

Nel vederci su dal cielo

Ancora una volta saremo uniti

nel continuare a recitare per te

Perché tu ci applaudi dal cielo

A cura di Alessandro Togoli

Chi volesse ascoltare questa canzone battere da Google “Facebook, Eric Clapton “Tears, In Heaven”

L’ANZIANO NELLA SOCIETA’ PRIMITIVA E NELLA GRECIA ANTICA del dott. Renato Bacci

NB – A Roberto Niccolini  ed a opinioniweb è piaciuto questo post, come da mail invita all’Amministrore il 14-Nov-2018.

L’ANZIANO NELLA SOCIETA’ PRIMITIVA E NELLA GRECIA ANTICA

dott. Renato Bacci

Quale il ruolo e la considerazione dell’anziano nella storia? Ricchezza o peso? Soggetto da venerare, rispettare o da disprezzare ed emarginare? Le risposte nel corso dei secoli si sono sprecate nell’uno e nell’altro senso, spesso caratterizzate dal peso che hanno avuto modelli economico- culturali nei vari momenti storici e nelle diverse società.

Voglio dire che nelle società primitive, là dove ovviamente non era né semplice né in uso datare l’età di una persona ma la si valutava sulla base delle funzioni che poteva svolgere all’interno di una comunità, importanti erano le conoscenze degli “ anziani” circa i metodi di caccia o di coltivazione che potevano trasmettere ai più giovani. E non solo, la loro capacità di ricordare e raccontare era il tramite attraverso il quale si collegavano le generazioni riconoscendosi in un’origine e in una storia comune a supporto dell’identità del gruppo. Insomma in una società di cacciatori – raccoglitori prima e di agricoltori poi il ruolo dell’anziano che poteva vantare un patrimonio di conoscenza e di esperienza non era affatto secondario.

Intendiamoci però anche sul concetto di “ anziano” : nell’antichità storica a 30 anni si veniva considerati maturi avanzati se non propriamente vecchi, questo perché difficilmente si campava oltre i cinquant’anni, né debbono trarre in inganno certe longevità di cui la storia ci racconta, proprio perché eccezioni e non certo regola.

La considerazione dell’anziano variava poi da una cultura all’altra. Nelle antiche civiltà orientali, a partire da quelle indo-mesopotamiche, c’era un’attenzione particolare verso chi era andato in là con gli anni, evidentemente protetto e benedetto dagli dei, e si cercava di mantenerlo il più possibile in vita anche con pratiche magiche e interventi medicamentosi. Del resto sciamani, sacerdoti, scribi e stregoni, tutti in età avanzata, erano considerati i depositari del sapere di una pur rudimentale medicina e soprattutto erano ritenuti in grado di stabilire spesso un contatto con il mondo dell’al di là e di interpretare e prevedere il futuro. Questo perché ad oriente, diversamente da quanto accadrà in Grecia, il concetto e l’importanza della bellezza fisica erano decisamente marginali nel sentire comune e religioso. Tanto per fare un esempio le statue femminili delle zone orientali ci rappresentano donne matriarche, decisamente fin troppo in carne, con i seni pieni di latte, niente a che vedere insomma con le Veneri elleniche proporzionate, armoniche, espressione di rigidi canoni di bellezza estetica. Questo ci fa capire perché in una società, quale fu ad esempio quella ateniese, commerciale, dinamica, con il gusto canonico del bello, la condizione dell’anziano, con la conseguente decadenza psico fisica dovuta all’età fosse ritenuta quasi intollerabile e comunque sgradita. Atteggiamento del resto riscontrabile in buona parte della civiltà greca anche in epoche diverse.

Mimnermo, un poeta del VII secolo a.C., definisce la vecchiaia odiosa, che annebbia la mente e lo spirito, brutta e da disprezzare, inutile e pesante. Meglio morire che affrontare il processo dell’invecchiamento!:

Quale vita, quale gioia senza l’aurea Afrodite?

Possa io essere morto, quando non mi stiano più a cuore queste cose,

l’amore segreto, i dolci doni e il letto,

che sono fiori fugaci della giovinezza

per uomini e donne; ma quando sopraggiunge l’odiosa

vecchiaia, che rende l’uomo turpe e brutto allo stesso tempo,

sempre nell’animo lo tormentano tristi pensieri, né gode al vedere i raggi del sole,

ma è odioso ai ragazzi, disprezzato dalle donne:

così dolorosa un dio rese la vecchiaia.

 

Τίς δὲ βίος, τί δὲ τερπνὸν ἄτερ χρυσῆς Ἀφροδίτης;

Τεθναίην, ὅτε μοι μηκέτι ταῦτα μέλοι,

κρυπταδίη φιλότης καὶ μείλιχα δῶρα καὶ εὐνή,

οἷ’ ἥβης ἄνθεα γίγνεται ἁρπαλέα

ἀνδράσιν ἠδὲ γυναιξίν· ἐπεὶ δ’ ὀδυνηρὸν ἐπέλθῃ

γῆρας, ὅ τ’ αἰσχρὸν ὁμῶς καὶ κακὸν ἄνδρα τιθεῖ,

αἰεί μιν φρένας ἀμφὶ κακαὶ τείρουσι μέριμναι,

οὐδ’ αὐγὰς προσορῶν τέρπεται ἠελίου,

ἀλλ’ ἐχθρὸς μὲν παισίν, ἀτίμαστος δὲ γυναιξίν·

οὕτως ἀργαλέον γῆρας ἔθηκε θεός.

 

Ed ancora Saffo, manifesta ciò che prova la donna con l’avanzare dell’età, una terribile ferita narcisistica, conseguente allo svanire della freschezza e della bellezza del corpo:

Voi amate, ragazze, i bei doni delle Muse cinte di viola,

è la vostra ora, prenderete la lira melodiosa per il canto,

a me la pelle che era così tenera la vecchiaia ha devastato e da neri i capelli sono diventati bianchi,

e più non mi sostengono i ginocchi che volavano danzanti come cerbiatti;

ora gemo sovente, ma cosa potrei fare?.

 

ὔμμιν φίλα Μοίσαν ἰ]οκ[ό]λπων κάλα δῶρα παῖδες

πρέπει δὲ λάβην τὰ]ν̣ φιλάοιδον λιγύραν χελύνναν 2

ἐμοὶ δ᾿ ἄπαλόν πρὶν] π̣οτ᾿ [ἔ]οντα χρόα γῆρας ἤδη

αἰκίσσατο λεῦκαι δ᾿ἐγ]ένοντο τρίχες ἐκ μελαίναν 4

βάρυς δέ μ᾿ ὀ [θ]ῦμο̣ς̣ πεπόηται, γόνα δ᾿ οὐ φέροισι

τὰ δή ποτα λαίψηρ᾿ ἔον ὄρχησθ᾿ἴσανεβρίοισιν 6

τὰ <μὲν> στεναχίσδω θαμέως. Ἀλλὰ τί κεν ποείην;

 

Diversamente a Sparta, là dove persisteva un’ economia del latifondo legata fortemente alla terra e al suo sfruttamento, invece il vecchio godeva di grande considerazione, come il “ capoccia” , figura principe nelle famiglie delle nostre campagne

Era il saggio, memore di tante battaglie. Andava protetto e difeso, come dice il poeta Tirteo:

Combattete schierati dinanzi ai più anziani

dalle ginocchia non più agili,

non li abbandonate fuggendo.

E’ cosa turpe che invece dei giovani

combattendo in prima fila

i vecchi caduti giacciono al suolo

con la testa già da tempo canuta

e candido il mento,

nella polvere

l’ultimo glorioso respiro esalando

e con le care mani

coprendo le pudenda insanguinate,

cosa turpe a vedere e di biasimo degna.

 

ὦ νέοι, ἀλλὰ μάχεσθε παρ’ ἀλλήλοισι μένοντες,

μὴ δὲ φυγῆς αἰσχρῆς ἄρχετε μηδὲ φόβου,

ἀλλὰ μέγαν ποιεῖσθε καὶ ἄλκιμον ἐν φρεσὶ θυμόν

μὴ δὲ φιλοψυχεῖτ’ ἀνδράσι μαρνάμενοι˙

τοὺς δὲ παλαιοτέρους, ὧν οὐκέτι γούνατ’ ἐλαφρά,

μὴ καταλείποντες φεύγετε, τοὺς γεραιούς.

αἰσχρὸν γὰρ δὴ τοῦτο, μετὰ προμάχοισι πεσόντα

κεῖσθαι πρόσθε νέων ἄνδρα παλαιότερον,

ἤδη λευκὸν ἔχοντα κάρη πολιόν τε γένειον,

θυμὸν ἀποπνείοντ’ ἄλκιμον ἐν κονίηι,

αἱματόεντ’ αἰδοῖα φίλαισ’ ἐν χερσὶν ἔχοντα –

 

Ed era la “gerusia” , l’assemblea degli anziani, che provvedeva alle redazione delle leggi e all’applicazione della giustizia .

Una contrapposizione sul ruolo dell’anziano nella società è di tutta evidenza poi nel pensiero dei due massimi filosofi greci ovvero Aristotele e Platone. Il primo rifiutava la presenza degli anziani nel governo della città perché nell’uomo anima e corpo sono uniti e indivisibili, quindi quando il corpo decade entra in crisi anche la psiche e l’uomo diventa inutile e fastidioso per sé e per gli altri.

Platone, al contrario, sosteneva che solo gli anziani sono in grado di poter governare. La saggezza e la virtù appartengono all’anima e non possono essere scalfite dalla decadenza del corpo.

E così ancora se da una parte Omero pone più volte l’accento sulla saggezza del vecchio, nella tragedia greca spesso questa saggezza viene presentata come inutile se non dannosa e nella commedia addirittura la vecchiaia é ridicolizzata nelle sue manifestazioni con i difetti fisici e le turbe mentali: il vecchio è visto come misogino, avaro, uggioso , brontolone. Ma tragedia e commedia sono l’espressione di quella società ateniese imprenditoriale e commerciale di cui parlavo prima.

Dott. Renato Bacci

 

BREVI RIFLESSIONI SUL SENSO DEI DATI DA ELABORARE IN STATISTICA E SUL PARADOSSO DELLA DEMOCRAZIA; dott. Piero Pistoia

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA :

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NB – A Roberto Niccolini ed a opinioniweb è piaciuto questo post come da mail inviata all’Amministatore l’ 8-Nov-2018.

BREVE RIFLESSIONE SUL SENSO DEI DATI DA ELABORARE IN STATISTICA

a cura del dott. Piero Pistoia

Come premessa generale a tutti gli scritti di statistica vorrei precisare almeno la risposta alla domanda, che si percepisce nell’aria, diciamo ingenua, ma forse anche pretestuosa per secondi obiettivi (nel prossimo non indifferente c’è sempre un po’ di malevolenza), e, se in buona fede, come minimo da inesperti, che suona grosso modo così: <<A chi serve studiare dati certamente già analizzati da altri, anche in ambiti accademici e magari anche in tempi ormai lontani, ovvero studiare dati simulati?>>.

Se i dati fossero simulati si tratterebbe di fare mera esercitazione sulle leggi della statistica e sui linguaggi informatici relativi, che data la potenza di questi strumenti, mi sembra, se condotto con criterio (si insegna cercando di costruire insieme nell’andare, nel senso che nel correggere si impara), si tratti di un ammaestramento comunicativo rilevante e non da poco!

Se poi i dati sono reali, raccolti sul campo, per le teorie sul forecast, l’analisi dei dati lontani spesso ha più significato di quelli vicini. In una iperbole, si rifletta sul battere di ali di una farfalla lontana nel tempo, in situazioni complesse!

E se poi sono già stati analizzati più volte anche in sedi accademiche, pur permanendo la causa primaria di un ammaestramento significativo, si ha anche maggiore opportunità di imparare a controllare il conto, perché nel passato e nel futuro siamo sempre noi a pagarlo! Se su quel conto sono state prese decisioni che ci riguardavano e se era sbagliato al tempo, tale sbaglio continuava a ripercuotersi su tutte le previsioni future (il forecast appunto)!

Ma perché i conti eseguiti in ambiti accademici possono essere ‘sbagliati’? Perché i conti sono tendenzialmente, direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente, controllati da chi vengono pagati (chi ordina la relazione tecnica in qualche modo riesce a comunicare la propria idea che ‘pesa’ sul progetto), cioè dal potere, con maggior frequenza quanto più gli eventi in studio cadono in ambito complesso dove vari percorsi razionali sono sempre possibili. E questo è un rischio sempre in agguato.

BREVE RIFLESSIONE SUL PARADOSSO DELLA DEMOCRAZIA (paradosso di Garaudi)

Per leggere la nota, dopo avere cliccato sul link, tornare indietro cliccando sulla freccia in alto a sinistra!

DEMOCRAZIA0001 in pdf

Nota –  Le Tre P di Bruner  rappresentano il Passato, il Presente  e specialmente il Possibile che reinterpreta continuamente gli altri due. Controllare, anche sul blob, il loro significato ampliato, in particolare, nel post ANCORA SULL’ANALISI DELLA POESIAIl Circolo Ermeneutico, di piero pistoia e gabriella scarciglia.      

UNA LEZIONE SUL CONCETTO DI MOLE IN CHIMICA dell’Accademico e Pedagogo dott. Prof. Pierluigi Riani

NB – A Ricardo Fracassi è piaciuto questo post, come da mail ricevuta dall’Amministratore il 6- Nov-2018

Post in via di sviluppo…

Ci siamo permessi di trasferire su questo Blog, che non ha alcun fine di lucro e auto-finanziato (non riceve infatti alcun contributo esterno, per nostra scelta), il cui unico scopo è la comunicazione culturale gratis, (ilsillabario2013.wordpress.com), ‘mantenuto’ da un gruppo di docenti di tutti gli ordini, Università compresa, la seguente lezione sul rilevante concetto di mole in chimica,  (pubblicata già sulla rivista “Didattica delle Scienze” n.212, ed. La Scuola di Brescia), per la sua chiarezza comunicativa, la valorizzazione di esso nei vari contesti, e la precisione scientifica. Ringraziamo l’autore se vorrà mantenerlo su questo Blog, altrimenti, avvertìti alla mail  ao123456789vz@libero.it, in breve la sopprimeremo.

Saremo grati all’autore se vorrà aprire con noi anche una futura collaborazione, sempre su lezioni e/o su comunicazioni culturali significative a Sua scelta. Può inviare i testi alla mail nominata.

Per leggere la lezione in pdf, cliccare su:

MOLI0001

 

Altrimenti continuare:

 

 

COMMENTO A ‘L’INFINITO’ di G. LEOPARDI; dott.ssa prof.ssa Nara Pistolesi

NB -A Riccardo Fracassi  è piaciuto questo post (e-mail inviata all’Amministratore del 25 ottobre 2018)

A Roberto Niccolini è piaciuto questo post, come da mail ricevuta dall’Amministratore il 25-ott-2018.

Per leggere l’articolo in .pdf, cliccare su:

L’infinito

 

Altrimenti leggere di seguito:

L’INFINITO: oltre il limite

      Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma, sedendo e mirando, interminati
spazi di lá da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima
quïete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Cosí tra questa
immensitá s’annega il pensier mio;
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

“Un classico – afferma Italo Calvino – è un libro che non ha mai finito di dire ciò che ha da dire”1: una definizione che coglie in profondità il valore di un’opera intramontabile. Così è la bellissima poesia di Giacomo Leopardi scritta nel 1819, quasi duecento anni fa: nel tempo non ha perso la sua freschezza, la sua capacità di parlare al cuore dei lettori, la potenza del suo messaggio. Come mette bene in evidenza Luigi Blasucci nel suo ultimo libro su Leopardi La svolta dell’idillio2, L’infinito e Ricordanza (poi Alla luna) testimoniano il passaggio “da un idillio di tipo teocriteo, fantastico-popolare e oggettivistico, a un idillio ‘sentimentale’ e soggettivistico” il vero idillio leopardiano, definito da Leopardi stesso nel 1829 “Idilli esprimenti situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo”3. Sta qui la potenza del messaggio leopardiano che trasforma in poesia un’esperienza profonda dell’io: “il passaggio dallo stato antico al moderno” come l’autore chiarisce nello Zibaldone, in una pagina del 1° luglio 1820. Proprio nel 1819 il giovane Leopardi colloca una “mutazione totale” avvenuta in lui che lo trasforma da “poeta” in “filosofo”: “Da principio il mio forte era la fantasia, e i miei versi erano pieni d’immagini (…)” nel corso di quell’anno, complice anche la privazione dell’uso della vista e della distrazione della lettura “cominciai a sentire la mia infelicità in un modo assai più tenebroso, ad abbandonar la speranza, a rifletter profondamente sopra le cose (…) a sentir l’infelicità certa del mondo in luogo di conoscerla”. Come fa notare il prof. Blasucci nell’opera sopra citata, il 1819 fu anche l’anno di una lettura molto importante per Leopardi: il Werther di Goethe, opera alla quale rimandano molti riferimenti presenti nello Zibaldone. Questa lettura, secondo Blasucci – unita ad altre tra cui Corinne ou l’Italie di Madame de Stael – avrebbe avuto l’effetto di “suggerire, o meglio, promuovere” “un tipo di ‘esplorazione del proprio animo” che trovava terreno favorevole nel giovane poeta. Questa interpretazione è avvalorata da un altro passo dello Zibaldone (64) in cui Leopardi riflette sugli effetti che la lettura dei libri produce in lui, citando in particolare l’opera goethiana.

L’io è, quindi, l’indiscusso protagonista degli idilli leopardiani e la sua voce si esprime attraverso “parecchie modalità”: nell’Infinito è “pura dizione mentale”4.

La voce dell’io emerge a partire dall’incipit della poesia: attraverso l’uso della prima persona esprime un’esperienza di vita quotidiana di cui il Sempre iniziale sottolinea il carattere consuetudinario e il passato remoto fu discioglie “nella prospettiva di una durata indefinita”5.

Al modo degli idilli classici che di per sé sono “piccole immagini”, come suggerisce l’etimologia della parola (dal greco εἰδύλλιον), ci aspetteremmo forse che l’incipit proseguisse con la descrizione del paesaggio. Ma lo sguardo si ferma sulla siepe che interrompe il suo viaggio nel reale: “dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. Il forte “Ma” avversativo all’inizio del verso successivo introduce un’esperienza nuova: un viaggio interiore nello spazio e nel tempo di cui sono protagonista l’immaginazione e complice la natura. “Io nel pensier mi fingo” in forte posizione anastrofica sottolinea la potenza dell’immaginazione: il verbo “fingo”, dalla radice fig-, significa “plasmo, do forma, modello”, indica quindi una creazione plastica, in questo caso attraverso il pensiero. La grandezza e la forza dell’immagine creata si esprime con il lessico, con il ritmo, con il suono: i sostantivi “spazi” e “silenzi” in evidenza attraverso gli enjambement, si richiamano con l’anafora della /s/ e sono ambedue accompagnati da particolari e potenti forme di superlativo , quali “interminati”, “sovrumani”, anch’esse in stretto rapporto tra loro grazie alla posizione a fine verso e all’assonanza, resa più potente dall’ictus sulla /a/, il più aperto tra i suoni . Il culmine si raggiunge con “profondissima quïete”: come nota ancora Blasucci, questo superlativo è la parola più lunga nella serie e “quïete” è ampliata attraverso la dieresi.

La potenza dell’immagine è talmente grande che provoca smarrimento:” ove per poco / il cor non si spaura.”

Il punto fermo divide il verso e divide la poesia in due parti uguali. La “voce” del vento unita dal poeta all’”infinito silenzio” dell’immagine del pensiero, stimola il viaggio attraverso il tempo dall’eternità alla ‘stagione’ presente con la sua vita e i suoi suoni. Nell’”immensità”, o meglio, come sottolinea Blasucci richiamando vari interpreti e commentatori6, “tra” l’immensità, prodotto dell’immaginazione con il suo percorso nello spazio e nel tempo, “s’annega” il pensiero del poeta: ed ecco l’esperienza del naufragio. La potente metafora finale esprime il carattere straordinario dell’esperienza: la ‘dolcezza’ del naufragio nel “mare” dell’immensità.

Leopardi, nello Zibaldone (13 settembre 1821), richiamando il Pindemonte, afferma che lo stile è “non la veste, ma il corpo dei pensieri”: questa poesia ne offre esperienza piena. L’infinito emerge da una miriade di “segnali” presenti nel testo, individuati e ben spiegati ancora una volta da Luigi Blasucci nella sua analisi del 1985, Leopardi e i segnali dell’infinito, a cui abbiamo già fatto riferimento ed a cui rimandiamo. Questi segnali scaturiscono a livello lessicale, ritmico, fonico, morfosintattico e così via: la lettura non può che dar voce a questa esperienza di infinito e far provare la medesima esperienza a chi ascolta.

Mai come oggi, forse, in un mondo dove tutto sembra scoperto, dove le distanze sembrano annullate, c’è bisogno della consapevolezza del limite e della sua importanza: oltre il limite c’è lo spazio dell’io, della fantasia, dell’immaginazione, della creatività. La grandezza della poesia e della personalità di Leopardi scaturisce proprio da qui: la consapevolezza, l’accettazione, il superamento del limite. Egli dopo aver vissuto con estrema sofferenza la “mutazione” avvenuta in lui, va oltre gli impedimenti che avrebbero potuto bloccarlo: la salute fisica, il rigore della famiglia, un ambiente culturale con cui non si sente in armonia, il “secolo superbo e sciocco” in cui egli sente di vivere. Gli strumenti che gli permettono di andare oltre sono l’immaginazione, la fantasia, l’ironia che scaturiscono, però, da una profonda consapevolezza e da un’altrettanto profonda riflessione. Non a caso fra gli antichi il suo ideale è Platone, il poeta-filosofo: “il più profondo, più vasto, più sublime filosofo di essi antichi, che ardì concepire un sistema il quale abbracciasse tutta l’esistenza, e rendesse ragione di tutta la natura fu nel suo stile, nelle sue invenzioni ec. così poeta come tutti sanno” (Zibaldone 3245).

1 Perché leggere i classici, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995, pg. 7.

2 Il Mulino, Bologna, 2017

3 Disegni letterari, 1828, in Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di L. Felici e E. Trevi, Roma, Newton Compton, 2010.

4 L. Blasucci, op. cit., pg. 51.

5 L. Blasucci, Leopardi e i segnali dell’infinito, Il Mulino, Bologna, 1985.

6 Ibid. pg. 107: “la funzione originaria di “tra” è quella di connettere le due dimensioni evocate in precedenza, ossia l’infinito dello spazio e quello del tempo”.

LA CULTURA CLASSICA, VALORE, SIGNIFICATO, ATTUALITA’, di Roberto Righetto; a cura del dott. Piero Pistoia

NB – A Roberto Niccolini ed a Opinioniweb è piaciuto questo post, inviato all’Amministratore il 20-ott-2018

Pubblichiamo uno scritto recente  di Roberto Righetto, trascritto dal Blog “RIFLESSIONI” Di Francesco Macri – FIDAE (pubblicato su Avvenire, domenica 22 Aprile2018), perchè in qualche modo ci sembra che si inserisca nel nostro attuale dibattito sulla BUONA SCUOLA, condotto sul nostro Blog (ilsillabario.wordpress.com), uno zibaldone culturale che si dovrebbe collocare, almeno come aspetttativa di noi docenti, nell’interfaccia Scolastico-Extrascolastico. Ci sembra che il nostro Blog abbia intersezioni culturali con il loro (Tematiche educative, dibattito culturale, riforma scolastica).

Abbiamo cercato di comunicare al loro blog RIFLESSIONI il trasferimento dell’art. di Righetto; abbiamo fatto un tentativo, con una nostra mail, inviata a scuolavalore@indire.it, da ‘girare’ a loro.

 

La cultura classica. Valore, significato, attualità

Roberto Righetto 

Un noto saggio edito dal Mulino nel 2014, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, la filosofa americana Martha Nussbaum evidenzia che «non c’è nulla da obiettare su una buona istruzione tecnicoscientifica », ma si dice preoccupata perché «altre capacità altrettanto importanti stanno correndo il rischio di scomparire nel vortice della concorrenza ». Si tratta di capacità «associate agli studi umanistici e artistici: la capacità di pensare criticamente, la capacità di trascendere i localismi e di affrontare i problemi mondiali come “cittadini del mondo”; e, infine, la capacità di raffigurarsi simpateticamente la categoria dell’altro ». Per questo – sostiene – nell’educazione dei giovani è fondamentale insegnare filosofia, storia e letteratura, mentre accade che, specie nelle società occidentali, «gli studi umanistici, l’arte e persino la storia vengano eliminati per lasciar spazio a competenze che producono profitti che mirano a vantaggi a breve termine». Scienza, tecnica ed economia hanno bisogno invece di un solido impianto umanistico per poter raggiungere i loro scopi in nome del vero progresso umano.

Esattamente all’opposto la pensa Andrea Ichino, docente laureato alla Bocconi di Milano e addottorato al Mit, per il quale «siamo rimasti l’unico Paese al mondo in cui, nelle scuole tradizionalmente di élite, gli studenti dedicano il massimo delle loro energie a studiare latino, greco e materie umanistiche». Allo stesso modo Michele Boldrin si scaglia contro la «maledetta cultura del liceo classico». Economisti di formazione statunitense vedono insomma nella cultura classica un ostacolo sulla via della globalizzazione. Sono lontani i tempi in cui per essere ammessi ad Harvard bisognava rispondere a domande sulla grammatica e la storia greca e romana oltre a quesiti di matematica; non solo, erano previste anche prove di traduzione al latino e al greco.

Il recente dibattito che ha diviso gli intellettuali italiani a proposito del liceo classico ha dimostrato come si sia indebolita nel nostro Paese, ma anche in Europa e in Occidente, l’idea della cultura classica come patrimonio condiviso. Molti pensano che sia un fardello del passato da cui bisogna liberarsi a tutto vantaggio degli studi scientifici, tecnologici ed economici. Perché continuare a fare versioni dal greco e prevedere ancora lo studio del latino nei licei scientifici?

Una difesa niente affatto scontata arriva ora proprio da uno scienziato, Lucio Russo, in un libro davvero fondamentale per capire le tendenze della cultura occidentale, Perché la cultura classica (Mondadori, pagine 228, euro 19,00). L’autore infatti non segue la linea scontata delle radici culturali che bisogna difendere a ogni costo e soprattutto rammenta che l’immenso patrimonio giunto fino a noi dal mondo antico non riguarda solo campi come filosofia e letteratura, ma anche proprio la scienza.

È il caso della cosmologia e dell’astronomia. Soprattutto in epoca ellenistica, vi fu un eccezionale sviluppo scientifico che portò ad esempio Aristarco di Samo a formulare la teoria eliocentrica, tanto che persino Copernico era cosciente di riprendere un’idea antica. E così la scoperta che le stelle fisse in realtà si muovono e l’idea newtoniana dell’attrazione degli astri fra loro e del Sole sui pianeti si può far risalire a Ipparco. Ciò nonostante, «il debito della scienza moderna verso l’antica cultura greca – constata Russo con una certa amarezza – è oggi in genere gravemente sottovalutato».

Oltre che ricordare il contributo della cultura classica in tutti i campi, compresi il diritto e la politica, l’autore dimostra come esso sia sempre più misconosciuto, tanto che oggi prevalgono le opinioni di Voltaire, che polemizzò contro chi sosteneva la superiorità della cultura antica, e di Spengler, per il quale «la storia del sapere occidentale è quella di una progressiva emancipazione dal pensiero antico». Russo delinea le tendenze fondamentali della nostra cultura che vanno in questa direzione. A partire dalla scuola, che nella seconda metà del Novecento ha finito per marginalizzare un po’ in tutta Europa gli indirizzi finalizzati a una preparazione generale polivalente.

A ciò si è abbinata la crescita impetuosa dell’industria culturale e dello spettacolo. Se il superamento della separazione storica fra cultura alta e cultura bassa è stato un bene per tutti, l’aver sostituito la scuola con l’intrattenimento ha portato sempre più a disprezzare l’eredità antica. Tanto più che – nota Russo contrapponendosi alla visione esageratamente ottimistica di Claudio Giunta nel suo pamphlet L’irragionevole processo alla cultura di massa siamo ben lontani dall’aver realizzato quella crescita culturale tanto auspicata, visto che «il 70 per cento degli italiani sono analfabeti funzionali, vale a dire incapaci di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società», come ha commentato Tullio De Mauro. Altro che “Rinascimento di massa”!

A tutto ciò si aggiunge il preoccupante analfabetismo scientifico, fenomeno non certamente aiutato dal diffondersi di una contaminazione con l’irrazionalismo, come si può constatare leggendo le opere del medico e guru indiano Deepak Chopra o del fisico americano Frank Tipler. Ma anche ricostruzioni oggi così amate come quella dell’antropologo Jared Diamond, che privilegia le ragioni geografiche e naturalistiche a quelle culturali nel considerare l’avanzamento e lo sviluppo delle civiltà nel corso dei secoli, si dimostrano assai parziali.

Al termine del suo excursus quanto mai efficace, Lucio Russo così conclude: «Fra gli aspetti non secondari dell’indebolimento dei nostri legami con la civiltà classica, accanto al progressivo abbandono del metodo dimostrativo, dobbiamo includere l’ampliarsi della frattura tra matematica e fisica, l’incrinarsi del rapporto classico tra teorie e fenomeni e il diffondersi dell’irrazionalismo in importanti settori della comunità dei fisici».

In breve, non è solo la cultura umanistica a dover preoccuparsi per la perdita d’aureola della cultura classica, ma anche quella scientifica. Per evitare il rischio dilagante di un’eccessiva specializzazione, occorre tornare alla visione di un grande studioso come Wilamowitz, il quale giudicava indispensabile «la conoscenza del mondo greco in tutti i suoi aspetti, letterari, filosofici, politici e scientifici, non tanto come disciplina in sé ma piuttosto come punto di partenza verso le diverse discipline».

Avvenire domenica 22 aprile 2018

 

ANCORA SULLA SCUOLA DI IERI E SCUOLA DI OGGI: commento al margine della dott.ssa prof.ssa Lucia Ghilli

Concordo pienamente con voi. Voglio avere il coraggio di aggiungere al vostro ricco e magnifico intervento poche (e già conosciute) riflessioni tra le miriadi che sottolineano l’importanza della scuola e della conoscenza quando aiutano a crescere davvero.

Conoscenza e vita: “Omnia mea mecum sunt”

E’ in primo luogo di fondamentale importanza che nessun tipo di interesse pratico si ponga come causa/effetto del sapere.

Seneca insegna:
“Il saggio non può perdere niente; ha tutto dentro di sé, non lascia niente alla sorte, tiene i suoi beni al sicuro, è tutto teso alla virtù, che non è legata a ciò che viene dalla sorte e per questo non può crescere né diminuire, perché […] la sorte può togliere solo ciò che ha dato, ma la sorte non dà la virtù, quindi non la può togliere: la virtù è libera, inviolabile, salda […] Il saggio […] mantiene il possesso della sola virtù […] e si serve di tutto il resto come di qualcosa di passeggero. […]. Demetrio Poliorcete, che aveva conquistato Megara, chiese al filosofo Stilpone se avesse subìto qualche perdita e Stilpone rispose: «Niente. Tutte le mie cose sono con me». Eppure il suo patrimonio era stato preso come bottino di guerra, il nemico aveva rapito le sue figlie, la sua patria era caduta in mani straniere e un re, circondato dalle armi di un esercito vincitore, gli faceva domande dall’alto della sua superiorità. Ma il filosofo scalfì la sua vittoria assicurandogli che, pur nella perdita della patria, non soltanto restava non vinto, ma addirittura non aveva subito danni. E aveva davvero con sé i veri beni, quelli che nessuno può toccare. Quei beni che aveva perso, quelli che erano stati sottratti, non li considerava suoi, ma cose precarie che seguivano un solo cenno della sorte. Per questo non li aveva mai amati come propri, perché il possesso di tutte le cose che provengono da fuori di noi è instabile e incerto.”
L’exemplum estremo di Stilpone non suggerisce l’inutilità del pane quotidiano, ma afferma l’assoluta superiorità dell’immateriale.

L’anomalia in nature ben dotate”

Arato, grande nemico dei tiranni, animato da un grande senso di giustizia, cadeva poi nelle imprese campali. Ecco la riflessione di Plutarco:
“A quanto pare, non solo esistono alcuni animali che hanno una vista acuta nell’oscurità e debole di giorno, perché la secchezza dovuta al sottile strato di umore oculare rende loro insopportabile il contatto con la luce, ma ci sono anche degli uomini che possiedono una forza e una perspicacia per natura soggette al turbamento allo scoperto e nelle guerre dichiarate e che riprendono vigore nelle imprese segrete e furtive. Una simile anomalia in nature ben dotate è provocata dalla mancanza di un’educazione filosofica, e ciò porta la virtù a restare priva di scienza, come un frutto nato spontaneamente e non coltivato.”

L’ingegno multiforme

Perché, tra tutti gli eroi dell’Iliade, solo di Ulisse ci resta un ampio e magnifico poema? L’uomo dall’ingegno multiforme compie un lungo e tortuoso viaggio, durante il quale più volte si ferma per una curiositas che lo spinge a osservare. Che cosa osserva Ulisse? L’uomo. La mente che indaga non si ferma se non per capire, a costo di correre grandi rischi, e solo così può tornare a casa, ovvero riscoprire il suo autentico sé, il vero “regno di Itaca”.

Programmi e ferraglia

Umberto Eco scriveva:
Tutti sappiamo che, per dirla in parole povere e con inevitabili anglicismi, il futuro sarà sempre più dominato dal “software” a scapito dello “hardware”, ovvero dalla elaborazione di programmi più che dalla produzione di oggetti che ne consentono l’applicazione. Steve Jobs è diventato quel che è diventato non perché ha progettato degli oggetti che si chiamano computer o tavolette (che ormai li costruiscono i paesi del Terzo mondo) ma perché ha ideato programmi innovatori che hanno reso i suoi computer più efficienti e creativi di quelli di Bill Gates, che fa peggio a ogni nuova versione di Windows. Quindi, anche nel mondo della tecnologia, l’avvenire è di chi sappia ragionare in modo da inventare programmi. E si dà il caso che chi abbia fatto una tesi di logica formale, di filologia classica, di filosofia, abbia allenato una mente più adatta a inventare programmi (che sono materia del tutto mentale) di chi abbia studiato come fabbricante di “ferraglia”.

La domanda, l’ipotesi, la libera analisi critica minacciano il mondo dell’interesse. Chiamare la scuola di oggi e, come alcuni sperano (e purtroppo saranno facilmente accontentati), anche quella di domani “buona scuola” significa usare un sotterraneo e pericoloso ossimoro.
La scuola “buona” è quella che cresce individui autonomi che sappiano ben porsi in relazione con altri individui e siano in grado di agire all’interno di una società che migliora se stessa grazie a “foreste” di sollecitazioni.
La scuola “buona” non insegna solo a reperire panem et circensem. La stessa espressione “alternanza scuola lavoro” suggerisce l’idea che finora scuola e lavoro siano stati “altera” (sappiamo che non è così) e che finalmente la buona scuola abbia fornito una soluzione efficace, permettendo di spendere immediatamente le conoscenze che si acquisiscono. Un’idea non solo utopistica, ma anche pericolosa, perché ormai sappiamo che una valida formazione si spende per lo più a distanza.

Grazie per i vostri preziosi contributi

Lucia Ghilli

LEGGERE SU QUESTO BLOG anche i due posts sulla ‘Buona Scuola’ a nome dei docenti Piero Pistoia, Donatella Scarciglia, Gabriella Scarciglia  ed il commento del dott. Prof Giacomo Brunetti, ai quali all^inizio fa riferimento l^autrice di questo post.

PROPRIETA’ DELL’ACQUA PER LA VITA E TEORIA QUANTISTICA: alcune conferenze del fisico teorico E. Del Giudice e trasferimento da internet della premessa tradotta in italiano (1 pag. su 12) dell’art. “ILLUMINATING WATER AND LIFE: E. DEL GIUDICE”; della ricercatrice Mae-Wan Ho, Institute Science in Society, London, UK (che pubblica on line nel 2015); a cura di Piero Pistoia

Post in via di costruzione…
 
QUALCHE RIFLESSIONE INCERTA E PROVVISORIA A BRACCIO di Piero Pistoia
 
Suggerito dalla Meccanica Quantistica che, a differenza della Meccanica Classica, vede la materia non inerte, ma attiva, sembra che l’acqua abbia infinite possibilità di coerenza, anche grazie ai suoi clusters in se stessi coerenti, con frequenze diverse da un aggregato all’altro, da una macromolecola all’altra, per cui l’acqua potrebbe risuonare con infiniti eventi. In quest’ottica, Emilio, in momenti di più alta tensione del suo uditorio durante le conferenze, riesce a distendere gli animi degli ascoltatori talora con batture e storielle piacevoli, davvero indovinate: ebbe a dire, in uno di questi frangenti, che per sua natura l’acqua per vita è di certo definibile “di facili costumi” permettendo di risuonare con tutti! Poi tali frequenze stabilizzate in acqua, raggruppate opportunamente e attivate tramite un campo elettromagnetico di background che fa da gabina di regia, mantenuto all’interno della massa vivente da particolari proprietà dell’acqua, potrebbero essere in grado, in qualche modo nel corso del tempo (tutto da proprietà precisare), di “costruire e far funzionare”, fra l’altro, i famosi cicli della microbiologia attivi nei corpuscoli cellulari dei viventi (es. per tutti gli altri, i mitocondri),  come il ciclo di Calvin, Lynen, il ciclo di Krebs…la fotosintesi clorofilliana…. Sembra di capire che molecole risonanti in ogni ambiente biologico si attirano ed ogni processo biochimico della microbiologia all’interno della masse viventi sarebbe provocato dai “facili costumi” dell’acqua per la  vita, che ‘giocherebbe’ ruoli incredibili in seno ai viventi. Sembra infine che in ambiente dominato dalla frequenza (mondo della fase), ogni cambiamento si trasmetterebbe fuori dal tempo pr cui questi eventi verrebbero ricreati in un processo istantaneo.
Nel fervido lavoro della ricercatrice Mae-wand Ho, condotto nel suo articolo nominato (vedere di seguito la pagina della sua premessa),  cerca, determinata, di agganciare, con più forza,  i concetti divulgativi di medio-alto livello di Emilio Del Giudice espressi nelle sue conferenze sull’acqua per la vita, ad  una trama di dati duri misurati con strumenti e processi strumentali sofisticati da una miriadi di esperimenti condotti in svariate parti del mondo descritti e sostenuti da centinaia di pubblicazione scientifiche. In particolare vengono riportati dati da misure di energia (meV) su salti da livelli energetici, misure di distanze e lunghezze (nm)… su superfici di macromolecole vibranti,  di aggregati di molecole di diversa taratura, su bulk water ecc. 
L’idea mi pare alla fine che si debbano aprire incastri su una tela, tessuta prima da Del Giudice e ora da Mae-Wan Ho (due grandi menti del cambiamento purtroppo recentemente scomparsi), inizio-principio per l’espansione di questa ricerca nuova, mai vista, alla frontiera delle accademie dello statu quo. Mae Ho infatti afferma: “Emilio has given a uniphying basis for a new science of water for life. In the rest of this paper I shall give an overview of how I see the subject in the light of his controbution, and how it  could be  taken forward.”
 
 
IL CONCETTO DI RISONANZA SECONDO EMILIO DEL GIUDICE
Altrogiornale.org.html
 
Per leggere lo scritto in pdf cliccare su sul link; per vedere il resto del posto, si deve tornare indietro, cliccando sulla freccia in alto a sinistra.
 
 
N.B.
Si ringraziano i responsabili di ALTROGIORNALE ed i responsabili del sito “INFORMAhealthcare.com/ebm, se ci permetteranno di mantenere su questo blog l’art. di Emilio Del Giudice e la premessa all’articolo della Mae-Wan Ho;  in caso contrario, avvertìti alla E-mail “ao123456789vz@libero.it”, provvederemo immediatamente alla loro cancellazione.
 

ILLUMINANDO L’ACQUA E LA VITA: EMILIO DEL GIUDICE

di Mae-Wan Ho

Institute of Science in Society, London, UK


Abstract
La teoria dell’elettrodinamica quantistica dell’acqua, premessa da Del Giudice e colleghi, fornisce un utile fondamento per una nuova scienza dell’acqua per la vita. L’interazione di luce con l’acqua genera domini quantici coerenti in cui le molecole dell’acqua oscillano tra uno stato di base e uno stato eccitato vicino al potenziale di ionizzazione dell’acqua. Questo produce un plasma di elettroni liberi tali da favorire almeno le reazioni di ossido riduzione, base dell’energia metabolica negli organismi viventi. I domini coerenti stabilizzati dalle superfici, come membrane e molecole, forniscono una interfaccia d’acqua eccitata che attiva la fotosintesi, da cui dipende la maggior parte della vita sulla terra. L’acqua eccitata è la sorgente di protoni superconduttori per una intercomunicazione rapida all’interno del corpo. I domini coerenti possono anche catturare frequenze elettromagnetiche dall’ambiente per orchestrare e attivare reazioni biochimiche specifiche attraverso la risonanza, un meccanismo per la più precisa regolazione della funzione genetica.

Il Prometeo della nuova scienza

Emilio mi ha ispirato fra molti altri. Egli era gentile, molto generoso, divertente, saggio e brillante. L’ho atteso a lungo per discutere le mie ultime idee con lui su matematica, arte, bellezza, sulla coscienza e sull’universo (Ho,2014). Ma non doveva succedere. Egli era all’improvviso occupato lontano e senza preavviso.
Qui riporto quello che egli disse in un breve video per i nostri Colori dell’Acqua, arte/scienza/festival della musica in marzo 2013 (Del Giudice,2013):


“Sono totalmente discorde con il paradigma della scienza convenzionale che vede la materia come una entità inerte sollecitata da forze esterne. Il paradigma del campo fisico quantistico non separa la materi dal movimento, poiché la materia è intrinsecamente fluttuante. Vi è una possibilità di accordare le fluttuazioni quantistiche di un gran numero di corpi e creare coerenza della materia attraverso la musica. Gli organismi umani possono essere un frammento di tale coerenza. Le esperienze artistiche sono risonanze nella struttura del nostro paradigma del campo quantistico. La loro rilevanza, riguardo alla auto-organizzazione della materia è stata riconosciuta dagli artisti e umanisti molto prima degli scienziati. La scienza convenzionale è molto lontana dai drammi, bisogni e desideri del popolo. Non c’è posto per lo spontaneo movimento di organismi né dell’amore fra organismi. Il nostro compito oggi è mostrare che il paradigma del moderno campo quantistico è capace di innalzare la verità fisica allo stesso livello della verità della poesia”

Emilio ha acceso il fuoco per una scienza dell’organismo, come Prometeo l’ha fatto per la scienza classica del meccanicismo. Egli realmente vide se stesso in quel ruolo in un bel saggio (Del Giudice, 2014) dove onorava Herbert Frohlich (1905-1991), la cui idea di conservazione di energia ed eccitazioni coerenti per sistemi viventi fornì un’idea di partenza per mio interessamento alla fisica degli organismi nel tardo 1980. Mi conto fra i molti portatori di fiaccole di Emilio che vagheranno per il mondo a spargere il fuoco per disperdere le tenebre con la loro abbagliante luce.
Emilio fu uno scienziato prolifico ed originale, un gigante la cui eredità intellettuale dovrà essere valutata nel suo insieme nelle decadi a venire, essendo stato così avanti per il suo tempo. Egli è per lo più conosciuto per essere il pioniere per la teoria del campo quantistico riguardo alla materia soft condensata (Ho,2011). Confesso di avere iniziato ad apprezzare interamente il suo lavoro dopo aver esaminato la letteratura più convenzionale che mostrava l’acqua essere quantisticamente coerente anche sotto condizioni ambientali (Ho,2011). L’acqua coerente quantistica soggiace alla coerenza quantistica degli organismi (Ho, 2008a). Essa è il mezzo con cui la vita costringe il meccanismo macromolecolare quantistico (proteine e acidi nucleici) a lavorare con quasi il 100% di efficienza e con precisa coordinazione anche sotto ai livelli molecolari e sub-molecolari. Io chiamo questo “jazz quantistico”. Ispirato da Emilio ho iniziato a vedere chiaramente come l’acqua coerente quantistica alimenta di carburante la biosfera e fornisce l’elettricità che  anima la vita e rende possibile il jazz quantistico (Ho, 2012a). L’acqua coerente quantistica rappresenta veramente gli strumenti, medium e message, della vita (Ho,2014b). Emilio ci ha dato, una base unificante di una nuova scienza dell’acqua per la vita. Nel resto di questo articolo fornirò una supervisione di come vedo il soggetto alla luce del suo contributo e come esso potrebbe essere ampliato.

 
Post in via di costruzione…

PER WISLAWA SZYMBORSKA del dott. prof. Roberto Veracini

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Per Wislawa Szymborska

Altrimenti:

Per Wislawa Szymborska

Un appunto

La vita – è il solo modo

per coprirsi di foglie,

prendere fiato sulla sabbia,

sollevarsi sulle ali;

essere un cane,

o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore

da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,

dileguarsi nelle vedute,

cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale

per ricordare per un attimo

di che si è parlato

a luce spenta;

e almeno per una volta

inciampare in una pietra,

bagnarsi in qualche pioggia,

perdere le chiavi tra l’erba;

e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

e persistere nel non sapere

qualcosa d’importante.

(da “Un attimo”, 2002)

La profondità della poesia di Wislawa Szymborska è tutta nella sua leggerezza, cercata, voluta, esibita…una leggerezza che non ha tempo, si nutre di attimi, corre veloce, annusa l’aria, scopre la vita nelle sue forme minime, elementari e ne fa poesia colta, ironica, sorridente. Grande poesia, insieme raffinata e popolare, che non ha paura dei sentimenti e delle ragioni, e sa cogliere – con semplicità e stupore – la realtà nel suo divenire, il particolare che illumina, l’orizzonte nascosto e inaccessibile.

Wislawa Szymborska ha scritto sulle cose minime e sui grandi fatti, sulla felicità e sulla disperazione, ma sempre con la sua impronta leggera di interprete profonda della vita, sapendo comunque che – nella vita – bisogna “almeno per una volta/inciampare in una pietra,/bagnarsi in qualche pioggia, perdere le chiavi tra l’erba;/e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;//e persistere nel non sapere/qualcosa d’importante”.

dott. Prof. Roberto Veracini

SONO TARGATO LIVORNO 1912 (CAPRONI, LA CITTA’, LA MADRE); del dott. prof. Roberto Veracini

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Sono targato Livorno 1912

Per leggerlo in .pdf:

Sono targato Livorno 1912#

 

Altrimenti leggere di seguito:

 

Sono targato Livorno 1912

(Caproni, la città, la madre)

Dott. Prof. Roberto Veracini

Tutta la sezione dei “Versi livornesi” di Giorgio Caproni (nel “Seme del piangere”, 1959) è una descrizione di Livorno attraverso la presenza essenziale, fortissima di Anna Picchi, la madre del poeta.

A Livorno Caproni vive fino all’età di dieci anni: è quindi il luogo dell’infanzia – la targa della sua vita, come dice in uno scritto autobiografico, “Luoghi della mia vita e notizie della mia poesia” – e come tale acquista una dimensione unica; nei “Versi livornesi” scorrono come in un film le immagini di una città viva e popolare, le barche, il mare (“Livorno, quando lei passava,/ d’aria e di barche odorava.”), i Fossi (“La notte, lungo i Fossi,/ quanti cocomeri rossi”; “Ragazzi in pantaloni corti,/ e magri, lungo i Fossi,/ aizzandosi per nome/ giocavano, a pallone”), il porto (“La stanza dove lavorava/ tutta di porto odorava”, Corso Amedeo (“Tutto Cors’Amedeo,/ sentendola, si destava.”), Via Palestro (“Prendeva a passo svelto,/ dritta, per la Via Palestro,/ e chi di lei più viva,/ allora, in tant’aria nativa?”), il Voltone (“Sperduto sul Voltone,/ o nel buio d’un portone,/ che lacrime nel bambino/ che, debole come un cerino,/ tutto l’intero giorno/ aveva girato Livorno!”)… Ma è Annina che, pedalando incontro al vento, con la sua bicicletta azzurra, illumina ogni cosa (“Ma come s’illuminava/ la strada dove lei passava!”), crea una città, un paesaggio (“Livorno le si apriva/ tutta, vezzeggiativa:/ Livorno tutta invenzione/ nel sussurrare il suo nome”), rivela presenze nascoste, apparentemente insignificanti, quotidiane, anima la vita tutt’intorno, come un’autentica musa dell’esistenza.

Il mito popolare di Annina si fonde con il mito di Livorno, città dell’infanzia e del primo stupore, luogo ricorrente nella memoria poetica di Caproni. Ma la città vive e si nutre del personaggio-Annina, è una sua proiezione, come se fosse ad esso funzionale.

Come sempre, in Caproni, la condizione umana prevale sugli elementi pittorici, la personalità della ragazza di Livorno che “volava in bicicletta” conquista ogni spazio, ogni luogo fisico e poetico: dai Fossi al Cisternone, tutto passa attraverso la sua bicicletta in corsa, il paesaggio, le persone, le cose vivono di luce riflessa, filtrate dalla semplice, straordinaria magia della sua presenza viva e folgorante. Anna Picchi è Livorno, e la città si muove con lei, respira con lei, si rivela attraverso lei.

I “Versi livornesi” sono, per Caproni, un monumento alla madre e alla città. Livorno emana interamente dalla figura prorompente di Anna Picchi, dal suo sgonnellare fiero, dalla sua camicetta al vento: diviene quindi la città-madre, il sogno impossibile perché perduto per sempre, l’eterna nostalgia trasformata in canto.

Roberto Veracini