ISTINTO ARCHETIPO RITO ESPERIENZA di piero pistoia

Questo intervento è stato ripreso in questo blog dal post ” MENTE E CERVELLO” (contenente ben otto articoli) per  renderlo più visibile.

ISTINTO, ARCHETIPO, RITO, ESPERIENZA: SPUNTI PER UNA DISCUSSIONE CRITICA

del dott. Piero Pistoia

In queste brevi considerazioni, forse anche banali, per lo più scritte di getto e volutamente iperboliche, ogni proposizione affermativa si deve pensare terminata non da un punto fisso (dato duro), ma da un punto di domanda, cioè aperta alla argomentazione critica più severa (per dirla alla Popper).

Come intermezzo un dipinto a cera di Batini.

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Per chiarirsi i concetti vedere anche gli altri interventi contenuti nel Post ” MENTE E CERVELLO” in questo blog, e ancora di Piero Pistoia, “Istinto e Ragione” e  “Evoluzione, Istinto, Caccia”

“LE ROCCE BRECCIATE TRIASSICHE DELLE COLLINE METALLIFERE: calcare cavernoso e anidriti di Burano”, dott. E. Pandeli e dott.ssa E. Padoa, Dipartimento di Scienze della terra, Università di Firenze.

Segue un pensiero poetico dell’ accademico prof. Forese Carlo Wezel

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Rivisitato da Il Sillabario n.4-1998

COMMENTO ALLA POESIA DEL CARDUCCI “COLLOQUIO CON GLI ALBERI” del Dott. Prof Francesco Gherardini

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COLLOQUIO CON GLI ALBERI

Rime nuove, libro II,n° VIII, “Colloqui con gli alberi”

Te che solinghe balze e mesti piani

Ombri, o quercia pensosa, io più non amo,

Poi ché cedesti al capo de gl’insani

Eversor di cittadi il mite ramo.

Né te, lauro infecondo, ammiro o bramo,

Ché menti e insulti, o che i tuoi verdi e strani

Orgogli accampi in mezzo al verde gramo

O in fronte a calvi imperador romani.

Amo te, vite, che tra bruni sassi

Pampinea ridi,ed a me pia maturi

Il sapiente de la vite oblio.

Ma più onoro l’abete; ei fra quattr’assi,

nitida bara, chiude al fin li oscuri

Del mio pensier tumulti e il van desio.

Il sonetto “Colloquio con gli Alberi” (ABAB,BABA, CDE,CDE ) fa parte della “Rime Nuove”: una raccolta di 105 liriche numerate , divise in nove libri , composte dal 1861 al 1887 e stampate nel 1906, l’anno del Nobel ; organizzate secondo un disegno formale, non contenutistico e neppure cronologico; in queste liriche – secondo una critica concorde – il sogno di risanamento morale dell’Italia appare irrealizzabile , dominano la spossatezza e il dissolvimento degli ideali risorgimentali , paiono estinte le stesse ragioni della lotta; c’è una sorta di regressione verso un mondo bucolico di fronte allo spettacolo miserevole di avvenimenti politici deludenti.

Nella raccolta (II libro) il sonetto è preceduto da DI NOTTE e seguito da IL BOVE .Nel primo , la notte non fa paura, anzi dissolve le sue tristezze , nel suo seno il poeta trova quiete come un bambino che si abbandona tra le braccia della nonna (pia ava) “ ove l’ire e i dolor l’anima oblia”. Vi si avverte l’eco del celeberrrimo sonetto di Ugo Foscolo “Alla Sera”.Il secondo è un sonetto dedicato ad una figura simbolo di forza pacifica e industriosa, vi si esaltano la serenità e la sanità della vita nei campi, una natura forte amica dell’uomo; sono versi costruiti con espressioni virgiliane, di un naturalismo che richiama la pittura dei macchiaioli .Tra i tre sonetti non ci sono grandissime affinità.

Il nostro sonetto è stato composto il 13 febbraio 1873, ma pensato a Marzo o Aprile 1868 col titolo semplificatorio di “Quattro alberi”. Le prime due quartine costituiscono una sorta di pars destruens. L’ interpretazione letterale è piuttosto semplice. Per il poeta la quercia e l’alloro non meritano l’attenzione e il valore che è stato loro attribuito dall’uomo nel corso dei secoli ; in fondo hanno tradito la loro missione . La quercia , che il poeta percepisce come una presenza imponente e solitaria, simbolo del pensiero profondo della filosofia e della politica, si è prestata a che facessero dei suoi (miti) rami corone per spietati conquistatori e folli distruttori di città; quanto all’alloro in fondo ha mostrato tutta la sua frivolezza, pavoneggiandosi con le sue verdi fronde in un ambiente dominato solo dallo squallore dell’inverno; nella sostanza si tratta di un albero infecondo, improduttivo , utilizzato solo per sfoggiare la sua bellezza sulle teste calve degli imperatori romani.

Con la prima terzina si apre invece uno scenario diverso : come non apprezzare la vite , che strappa la vita facendosi strada e lottando tra i bruni sassi ; essa almeno offre all’uomo un frutto salutare per lui, che almeno per qualche momento gli fa superare la malinconia e il dolore, avvolgendolo nell’oblio.Certo la vita è carica di amarezza e di delusioni, di dolori cocenti, di inganni tanto che si aspetta la fine con sollievo ; allora ci viene in soccorso l’abete, quattro semplici tavole bianche ben levigate sigillano corpo e anima, segnano la fine dei nostri pensieri e dei nostri mai appagati desideri.

Procediamo con un’analisi un po’ più approfondita.

  1. Non si tratta di un sonetto originalissimo per la tematica che affronta ; alcuni critici lo hanno accomunato all’ode “Egoismo e carità” di Giacomo Zanella (1865).

Carducci era un conoscitore e un ammiratore del poeta napoletano, ne parla in due lettere a Chiarini e Barbera del 22 e del 30 Agosto 1868; anche Zanella nella sua ode mostra avversione nei confronti dell’alloro perché è vanaglorioso (“ verdeggia eterno/quando alla foresta le novissime fonde invola il verno”) e infecondo ( “non reca gioia all’augellin digiuno”) ed apprezza la vite “poverella” che almeno col suo “licor” consola “ il vecchierel che tiene colmo il nappo” e lo fa sognare “contento floridi pascoli ed auree biade”. L’ode di Zanella precede almeno di cinque anni il sonetto di Carducci e contiene solamente qualche coincidenza tematica , non ha certo la sinteticità, la perentorietà e la forza di Carducci né una chiusa paragonabile : le auree biade e i floridi pascoli non sono minimamente accostabili a quanto può essere adombrato dal concetto di “nitida bara”

  1. La Rime Nuove sono conosciute per l’attenzione alla Natura della Maremma, irta e selvaggia, dolce e malinconica, sempre luminosa; anche in questo sonetto – astraendo dalla citazione dei quattro alberi che vivono dappertutto e non solo in Maremma- ci sono alcune immagini che ricordano le caratteristiche del paesaggio maremmano dell’epoca : le solinghe balze e i mesti piani, l’ombra della quercia e il verde gramo, i bruni sassi .

Le balze (un termine usato qui in maniera abbastanza generica) non possono non farci correre col pensiero alla città di Volterra, allora nella Maremma pisana, “un bastion suspendu sur la Maremme” (Paul Bourget) ,città natale della madre Ildegonda Celli; Carducci certamente aveva avuto modo di sentire parlare chissà quante volte delle balze: uno spettacolo impressionante , la rottura improvvisa del dolce paesaggio toscano , per chi le vede per la prima volta e che induce a pensarle come una delle cause di ”quell’affetto particolare dal quale mi derivò quello che nei miei begli anni mi turbinò di selvaggio e giocondo nel cuore e mi gemé profondamente nell’animo”[Pescetti,Volterra]. Ma Carducci nel 1873 non era stato ancora a Volterra; vi giunse il 9 agosto 1882 per la prima volta proveniente da Livorno (dove viveva la figlia Beatrice)con Giuseppe Chiarini e Guido Mazzoni, commissari d’esame al Liceo, allora retto dagli Scolopi.1

E poi insieme con il poeta possiamo immaginare i vasti e mesti piani dove ogni tanto incrociare secolari querce solitarie e godere della loro ombra nella grande pianura maremmana, che oggi è tutto meno che mesta, ma che due secoli fa era ancora terra di bonifica e di malaria come ricorda bene il testo di una dolente canzona popolare toscana “Maremma amara” , dove non mancano i riferimenti alla tristezza e alla morte.La quercia che popola effettivamente i piani della Maremma- il verde gramo dei prati pascolo – è sempre stata simbolo di forza e longevità, di fermezza e durezza e la ghirlanda di foglie di quercia è stata da secoli utilizzata nelle insegne militari. Nella prima quartina risalta forte il contrasto : il mite ramo della quercia sul capo degli insani eversor di cittadi.

A prima vista non sembra che ci sia un riferimento preciso ad un personaggio storico del presente o del passato; possiamo però soffermare la nostra attenzione sul termine classico “eversor” 2 e condividere l‘invettiva contro gli insani, i folli, i pazzi che distruggono la vita e le proprietà altrui per desiderio di potenza e di ricchezza. Forse potremmo individuare qualche collegamento con le vicende tormentate di quel lustro 1868-1873. Si tratta di anni assai importanti sia per l’Europa che per l’Italia , caratterizzati dalla seconda rivoluzione industriale, dall’esplosione di tutta la potenza e di tutte le contraddizioni del capitalismo; sono gli anni del petrolio e dell’elettricità, della crescita dei commerci mondiali, dell’esaltante sviluppo scientifico e tecnologico, con l’Italia che stenta ad unificarsi ed arranca mentre emerge prepotente la potenza prussiana ; sono gli anni dell’affermazione e del declino repentino della grandeur francese .

In questo periodo (68-73) in Italia arriva a soluzione , sotto tanti aspetti poco dignitosa, la questione romana: un esito davvero poco apprezzato da Carducci che resta colpito dalla pusillanimità di parte italiana, dalla sudditanza nei confronti della Francia che cessa opportunisticamente nel luglio 1870 dopo la batosta di Verdun, con Roma conquistata grazie al benestare della nuova potenza teutonica e non per un gesto di autonomia e di coraggio da parte dei governanti italiani. Solo Garibaldi salva la dignità degli Italiani. Carducci non ammira la gestione governativa della Destra storica e in particolare di Bettino Ricasoli. Se volessimo interpretare questi versi in chiave simbolica, potremmo vedere raffigurata nella quercia la classe dirigente del tempo e in questi endecasillabi una critica forte alla pavidità di quei governanti, che hanno finito per mettersi opportunisticamente sempre dalla parte del vincitore .3

Quanto all’alloro si tratta di una pianta infeconda (cfr.Zanella) che in fondo non si dovrebbe più ammirare e che il Poeta tuttavia ha desiderato come tutti i poeti hanno fatto da tempo immemorabile. 4L’alloro è una pianta ingannevole (non sempre va sulla testa di chi lo merita veramente) e insolente perché offende col suo verde rigoglioso fuori stagione tutte le piante che sono ormai spoglie, in questo senso è un albero strano , ossia estraneo; il verde brillante dell’alloro si contrappone al verde gramo, ai campi desolati dove ormai il verde stenta a permanere, vinto dalla stagione autunnale. Sempre alzando il possibile velo simbolico, questi versi circa l’alloro potrebbero indurci a riflettere sul comportamento degli intellettuali del tempo, proni di fronte ai potenti e buoni a mettersi in mostra soltanto quando è facile e indolore. Carducci vuol forse dirci che l’arte in generale ha perso la sua funzione civile? Che non torneranno più Parini Alfieri Foscolo Leopardi ?

La vite invece presenta da sempre un aspetto positivo : assai diverso da quello lacrimoso tratteggiato da Zanella [“ Te, poverella vite, amo, che quando/Fiedon le nevi i prossimi arboscelli,/Tenera, all’altrui duol commiserando,/Sciogli i capelli./ Tu piangi, derelitta, a capo chino,/Sulla ventosa balza.”], qui la vite ride pampinea 5,brilla nei colori vivaci dei pampini , ma soprattutto quasi con gesto religioso e benigno (pia) matura per il poeta il vino che dà l’oblio , che saggiamente ci fa dimenticare gli affanni. Questo riferimento merita qualche parola in più.

Vino e oblio: si tratta di un motivo classico già presente nei lirici greci. “Beviamo! Perché attendere i lumi? Il giorno vola.Prendi le coppe grandi variopinte, amico. Il vino! Ecco il dono d’oblio del figliolo di Semele e di Zeus. E tu versa mescendo con un terzo due terzi, e le coppe trabocchino, e l’una l’altra spinga.” (Alceo, 11) Il vino è stato un simbolo del soprannaturale pagano : Dioniso nasce da Semele mentre è colpita dal fulmine , il fulmine produce fremito e furore come lo stato di ebbrezza nasce dal vino, uno stato che permette di sciogliere l’individuo dai suoi vincoli e dai suoi freni inibitori e che consente di ricongiungerlo alla divinità: nell’ estasi, nell’ entusiasmo , nella liberazione dei sensi. Questo cenno al sapiente oblio potrebbe sembrare un cedimento del poeta alla tematica decadente,6 quella gioia di breve durata , inafferrabile e sfuggente, che potrebbe mutarsi in nuovo dolore; ma arriva un definitivo soccorso: quattro tavole ben piallate di abete per sigillare le passioni, i desideri di altezza e di gloria mai davvero appagati e in fondo vani di fronte alla drammaticità della vita reale .

Qualche cenno biohgrafico non guasta.Per Carducci sono anni questi di dolore e di rabbia, segnati dal suicidio del fratello Dante, poi dalla morte del padre e del primo figlio Francesco, nonché da un insuccesso editoriale e letterario (Levia Gravia) che lo portò ad insultare amici e colleghi, i critici democratici e i massoni bolognesi (tanto da essere espulso dalla loggia cui aveva aderito); diceva di sé in alcune lettere di essere preoccupato perché non riusciva a stimare né ad amare più nessuno; oltre alle vicende personali e familiari ,pesavano moltissimo quelle politiche, romane come la decapitazione di due garibaldini da parte delle truppe di occupazione francesi, l’epilogo tragico della battaglia di Monterotondo e di Mentana, cresceva il suo odio verso PIO IX e verso l’insipienza dei governanti italiani, fino a scrivere “triste novella io recherò tra voi: la nostra patria è vile”(In morte di Giovanni Cairoli). In questi anni Carducci alias Enotrio Romano scrive sull’Amico del Popolo , un giornale bolognese di tendenza repubblicano-democratica, secondo il questore del tempo “un veleno che entra in tutte le vene, serpeggia e si diffonde”, nei fatti una pubblicazione molto apprezzata e largamente diffusa che si batteva a favore delle classi lavoratrici e criticava i governi moderati con toni che portarono a parecchi sequestri.

Una lettura chiarificatrice e decisamente interessante è offerta dalle note biografiche di Giuseppe Chiarini (Impressioni e ricordi di Goisuè Carducci , Bologna 1901, Memorie della vita di Giosue Carducci 1835-1907 raccolte da un amico, edizioni Barbera 1907). Afferma Giuseppe Chiarini che in fondo la generazione di Carducci era stata fortunata perché in poco tempo aveva visto compiersi avvenimenti che sembravano sogni; il piccolo Giosué, rimasto impressionato da ragazzetto (1848-1849) dai volontari che andavano a morire per l’Indipendenza dell’Italia, nel 1856 aveva cominciato a scrivere versi patriottici; si sentiva anch’egli un patriota che si rifugiava nella letteratura (Dante,Petrarca, Alfieri, Foscolo, Leopardi) perché la speranza di una concreta riscossa sembrava lontana; non apprezzava il Manzoni invece : troppa religione, troppa rassegnazione, troppo prete e come tale amico di un potere ostile, Pio IX. Carducci giovane odiava il Romanticismo, barbaro a priori ed amava invece i classici. Ricorda Chiarini :”Eravamo classicisti intransigenti e intolleranti”. Sul piano politico Carducci si spostava progressivamente a favore dei repubblicani, odiava le manovre dei monarchici che non volevano chiudere la questione romana e dopo Aspromonte era letteralmente infuriato contro il Governo e disgustato e amareggiato per i tentativi di accordo con il Papa. Visse il trasferimento della capitale a Firenze come la fine dei sogni e vide un’ elemosina da parte della Prussia e della Francia nella cessione di Venezia all’Italia. Manovre poco dignitose, “ci hanno spinto in avanti a calci in culo”, culminate con l’attacco a Roma dopo la disfatta francese.

A questo punto quattro parole è forse opportuno spenderle sulla coerenza politica di Carducci, tanto messa in discussione.

In questi anni (68-73) emerge lentamente, ma tenacemente la cosiddetta sinistra patriottica di Francesco Crispi, lungo una traccia che parte da un passato mazziniano e garibaldino e giunge fino all’adesione ad una concezione monarchica autoritaria; un cammino non certamente esclusivo del nostro poeta , ma già impostato da Garibaldi e dalla Massoneria 7e percorso anche da Carducci. Assiduo con uomini di governo come Benedetto Cairoli e Francesco Crispi, aveva aderito alla formula “Italia e Vittorio Emanuele” sia pure con qualche frustrazione e alla Loggia di Propaganda della Massoneria (1866-1870) , attratto dai principi derivati dal grande movimento positivista ( libertà, uguaglianza, fratellanza, indipendenza, progresso, anticlericalismo ) . 8 Certamente gli pesava il fatto che l’Italia, dopo tante speranze, ricoprisse un ruolo ancora decisamente marginale nell’agone europeo – soprattutto se confrontato con l’ascesa inarrestabile della Germania di Bismark – e non avesse mai dato prova di un comportamento fiero e dignitoso . Si colloca in questi anni lo spostamento politico ideologico da posizioni di sinistra estrema ( pensiero persino influenzato da Herzen e Bakunin) ad una progressiva accettazione e acquisizione dei temi e delle posizioni della borghesia monarchica, rappresentate da amici massonici che avevano fattto o stavano facendo il suo stesso cammino .

E’ il successo crescente della Germania bismarkiana che incanala il suo amor di Patria e la sua aspirazione alla Libertà sullo stesso percorso di Crispi, che Carducci ammirava e sosteneva; non si tratta della involuzione politica di un singolo personaggio, ma dello spostamento di interi settori della borghesia verso prospettive politiche diverse, che più tardi saranno definite un po’ semplicisticamente di “conservatorismo”. Nei fatti in quegli anni si arricchiscono le sue frequentazioni massoniche e con politici di peso. Più tardi scrisse con sentita convinzione che il razionalismo giacobino, mosso da Montesquieu o da Rousseau, aveva fallito mirando astrattamente a rifoggiare la società senza tener conto della storia e dei fatti, sur un modello rigido e stecchito “ ed esaltò Camillo Benso di Cavour, che aveva accettato la fede unitaria di Mazzini e Garibaldi, aveva indotto la monarchia a farsi carico della rivoluzione italiana e aveva riunificato la Patria e il popolo (Opere XVIII pp. 152 e ss.).

1 La città di Volterra tributò al poeta la cittadinanza onoraria nel giugno 1905

2 Cfr. “ Priami regnorum eversor Achilles” (Verg, Aen,XII,545) , “Oileo eversor di cttà” (Monti, Iliade, XI,974);

3 Garibaldi arruolò 40.000 volontari ; furono migliaia i morti nella battaglia di Digione;trent’anni dopo ricevette dalla repubblica francese la Legion d’Onore

4 Apollo colpito dalla freccia di Eros vuole Dafne che lo respinge e per sfuggirgli si trasforma in un arbusto; Apollo strappa un ramo, se lo mette in testa e si sente appagato e vittorioso.

5 cfr. Verg, Ecloghe, VII,58 “pampineas umbras”)

6 Cfr. Baudelaire, Lete

7 Nel 1864 le logge massoniche si fondono nel Grande Oriente d’Italia con a capo Giuseppe Garibaldi

8 Carducci era entrato in Massoneria nella Loggia Severa di Bologna già nel 1862, nel 1863 aveva composto l’Inno a Satana, poi nel 1865 era transitato nella loggia Felsinea di Bologna

 

ARGO: ENERGIA ELETTRICA DAL SOLE INTEGRATA E DISTRIBUITA dello scienziato, fisico accademico, dott. prof. Marco Rosa-Clot; Ottobre 2016

PREMESSA DEL COORDINATORE (NDC)

CURRICULUM DEL DOTT. PROF. MARCO ROSA-CLOT LAUREATO IN FISICA PRESSO LA SCUOLA NORMALE SUPERIORE DI PISA A SOLI  22 ANNI  CON 110/110 E LAUDE!

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BREVI DIVAGAZIONI SCARSAMENTE CONDIVISE SULLA NATURA E SULL’ARTE del dott. Piero Pistoia

La seguente breve riflessione in pdf:   arte_scienza-e-sassi-mammellonati

 

DIVAGAZIONI SCARSAMENTE CONDIVISE E MOLTO APPROSSIMATE SULLA NATURA E SULL’ARTE

del dott. Piero Pistoia

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Il sentimento universale del dolore per la perdita di un cucciolo della stessa specie riesce ad esprimerla anche la stessa Natura giocando con il linguaggio criptato di angoli, rapporti aurei e pentagoni (così come intravisto appena dal pensiero razionale), che stranamente, per un processo co-evolutivo, anche l’animo umano riesce a tradurre in emozione!

La Natura costruisce se stessa ponendosi ad ogni passaggio davanti ad infinite scelte; le ‘annusa’, con la velocità che le è naturale (forse quella della luce)e sceglie quel cammino che consuma minore energia, si muove verso quella superficie per raggiungere la quale consuma meno energia, ecc., costruendo tutte le forme del Cosmo attraverso strutture primigenie (forse i frattali che hanno a che fare con numeri aurei, i numeri di Fibonacci, i pentagoni… o le cellular automata di Wolfram ; vedere i posts relativi). La Natura in questo modo costruisce ogni forma! Costruisce le albe ed i tramonti, le aurore boreali, le foreste, le forme delle foglie, degli animali, i densi occhi delle donne…i sassi mammellonati, insomma tutto ciò che la scienza con la matematica e la fisica sembra non riesca a spiegare fino in fondo. E di questi oggetti è pieno l’universo! Ciò che la matematica e la fisica invece riescono a razionalizzare è una porzione di spazio-tempo infinitesima rispetto al Cosmo che ci circonda, costruita nel tempo ‘lungo’ nell’interazione evolutiva con lo spazio-tempo di sopravvivenza.

E l’Arte? Proprio per la sua natura universale, svincolata dal tempo e dallo spazio, è forse costruita a partire da ‘quanti di emozione’? e l’emozione densa di energia è forse quantizzabile come la materia e l’energia, il tempo e lo spazio, ecc.? e rimanda forse anch’essa a frattali e numeri aurei o ‘automi cellulari’ come la stessa Natura? L’Arte è probabile che usi una parte del cervello umano estremamente difforme dal razionale, tale da contribuire però, attraverso un transfert-a-specifico, a quei salti creativi che nel corso dei millenni hanno compartecipato anche al progresso della scienza e della matematica.

ARTE SCIENZA SACRO ENTRANO IN INTERAZIONE SU FRONTIERE CHE SI PERDONO IN UNA FUGA INFINITA DI FRATTALI?

Dott. Piero Pistoia

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VISITARE ANCHE IL POST SULLA PITTURA DI P. Fidanzi ed altri ‘MIRABILE E SORPRENDENTE MOSTRA DI PITTURA’  con foto mammellonati e riflessioni brevi su Natura ed arte, da cui è stato trasferito qui, questo mio scritto, in parte modificato.

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Un accademico di fisica teorica ha espresso per mail un ‘MI PIACE!’ sulla precedente riflessione.

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA :

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SENSO DELLA POESIA E DELL’ARTE, DELL’OGGETTO FISICO E NATURALE; riflessioni argomentative aperte, ‘implicite’ e forse criptiche e quindi provocatorie: problemi dischiusi al margine; scritto del dott. Piero Pistoia

Post in divenire……

In questo scritto, nato al tempo come una relazione didattica di auto-aggiornamento oggi rivisitata, furono trascurati i riferimenti bibliografici. Da controllare, precisare ed eventualmente da aggiungere  (J. BRUNER, TORALDO di FRANCIA ed tanti altri)

OGGETTO ARTISTICO/OGGETTO REALE E OGGETTO ARTISTICO/OGGETTO FISICO 

RIFLESSIONI DIFFORMI DI PIERO PISTOIA

Perché l’argomentazione difforme e provocatoria (a differenza di quella razionale anche di buon senso, che è capace di tracciare nel complesso, per es., due percorsi razionali incompatibili, cioè A + contorno può portare a Bianco, ma anche a Nero, giustificando tutto! )  possa facilitare almeno  la consapevolezza della strana morale degli occidentali (sia quelli con grande Storia, sia quelli senza Storia, perché,  forse, Historia magistra vitae è una falsa sentenza), brava gente di cuore, di intelletto e spesso timorosa di Dio insomma, che, nel migliore dei casi, sa offrire come una grande opera morale di carità il curare feriti a migliaia e il sotterrare morti a migliaia per lo più innocenti, colpiti ed uccisi proprio da loro! Spesso con l’educare al difforme e al provocatorio si può intravedere meglio la giusta via! Chi pensate vedrà prima la stretta asola nella trappola per mosche di Wittgenstein? Il difforme o il razionale di buon senso?

PREMESSA

Accettiamo come postulato che l’oggetto poetico (artistico) e l’oggetto reale posseggano, per loro natura, ambedue infinite sfaccettature, infinite possibilità di significati razionali e/o irrazionali, ambedue non siano riducibili o coglibili fino in fondo. Gli ‘umani’ cambiano nel tempo insieme al loro background di interpretazione, ma Natura e Poesia rimangono e si pongono come un obbiettivo regolativo incompiuto….per sempre.

Postuliamo altresì che l’oggetto poetico (artistico) abbia un disordine intrinseco che si ‘attua’ in ‘vortici’ del linguaggio, come quello reale, pur nelle differenziazioni dei significati, un disordine ordinato in qualche modo, un caos con un suo ordine interno.

La comprensione dell’oggetto poetico è quindi solo parziale anche per lo stesso poeta, a differenza dell’oggetto fisico che, pur tendenzialmente in divenire, viene sempre compreso completamente ad ogni stadio, dallo scienziato che lo ‘costruisce’ (sull’oggetto fisico ci si fanno i conti, si costruiscono oggetti della tecnica e della tecnologia! Verum est factum di vichiana memoria).  L’oggetto fisico, infatti, espresso da teorie, è razionalmente comprensibile fino in fondo ad ogni fase di sviluppo a differenza dell’oggetto reale. E’ vero che possono esistere infinite possibilità fisiche di vedere razionalmente  l’oggetto reale, ma queste possibilità non saranno mai esprimibili in una teoria che abbia essa stessa infinite possibilità di interpretazione (che comunque sarebbero tutte razionali: infinità di ordine inferiore rispetto alle infinità della classe delle possibili interpretazioni dell’oggetto poetico e naturale).

L’oggetto poetico e dell’arte non è comprensibile né riducibile ad un processo razionale, né comunque esauribile da qualunque umano; la sua interpretazione non diverrà mai definitiva. Tutte le possibili interpretazioni razionali e tutte quelle emotive irrazionali o inesprimibili, coglibili solo nell’atto immediato dell’intuito, infiniti punti di vista come monadi leibniziane, sarebbero sezioni di un invariante poetico, l’oggetto poetico.

Possiamo allora concludere che l’oggetto poetico assomiglia (nel senso della complessità) di più all’oggetto reale di quanto somigli ad esso l’oggetto fisico.

Ne deriverebbe allora che l’oggetto reale, l’Alter Ego del soggetto, il noumeno kantiano, potrebbe essere compreso più in profondità se si utilizza, per la sua scoperta, l’oggetto poetico (od anche l’oggetto poetico) di quanto lo sia utilizzando l’oggetto fisico (o solo l’oggetto fisico)?

PRIMA ARGOMENTAZIONE PROVOCATORIA SUL PUNTO INTERROGATIVO NON SOSTENUTA FINO IN FONDO DALLA LOGICA  NE’ DALLA CONGERIE DI DATI SPERIMENTALI

La risposta alla domanda formulata non è possibile se non vengono precisate le condizioni di costruzione dell’oggetto poetico e in cosa consiste l’oggetto fisico. Il coinvolgimento totale del soggetto  nell’oggetto,  escluderebbe la possibilità di cogliere l’esterno del soggetto stesso, ammesso che esista. Quindi questo oggetto complesso, risultato dell’atto poetico, sembra costituire una fusione quasi mistico-religiosa, del soggetto nell’oggetto, ad animare un oggetto di per sè non coglibile, a meno che non si voglia ammettere che le cose dell’Universo consistano di una congerie di materia e spirito (Heghel). Solo in tal caso l’oggetto poetico potrebbe corrispondere all’oggetto reale in quanto costituito della stessa sostanza ed ugualmente complessi. Questi due aspetti non garantiscono però un matching necessario, in quanto può accadere che nonostante ugualmente complessi e della stessa pasta  abbiano struttura completamente diversa. E’ necessario ammettere ancora qualcosa.

Se quest’ultimo aspetto comunque fosse vero (presenza di matching), l’atto poetico sarebbe più efficace dell’atto scientifico a cogliere la realtà dell’Universo. Si verrebbe così a confermare la posizione di Vico che affermava come il noumeno potesse essere colto nell’attività mistica e artistica ed altre posizioni sostenute dalle religioni orientali.  Se poi questo aspetto non risultasse vero, allora la suddetta proposizione dovrebbe essere presa come postulato di partenza per poter sostenere il matching.

E’ comunque da precisare che, anche se l’invariate poetico corrispondesse alla realtà, ciò non significa che tale oggetto possa essere compreso completamente nell’esperienza di un solo soggetto, sia esso l’artista od il fruitore.

 

SECONDA ARGOMENTAZIONE PROVOCATORIA SUL PUNTO INTERROGATIVO NON SOSTENUTA DALLA LOGICA O DALLA CONGERIE DI DATI SPERIMENTALI

La questione potrebbe essere però risolta in un altro modo. Ammettiamo che l’Universo consista di un oggetto estremamente complesso in cambiamento evolutivo (crescita? Ontogenesi? Filogenesi?); ogni parte di esso è istante per istante in equilibrio con tutte le altre a formare un tutt’uno strutturato finemente. La stessa vita porta traccia di questa struttura nel senso che ogni parte di questo insieme porta scritto in qualche modo informazioni relative al resto dell’Universo (per es., gli elementi chimici costituenti i nostri corpi sono stati prodotti nell’esplosione di super-nove!). Pur evolvendo ogni cosa che esiste, ad un certo stadio, già c’era in precedenza, anche se in qualche altro stato. La stessa mente o spirito deve (?) essere parte integrante di tutta la materia dell’Universo. Ma il ‘deve’ nell’ultima proposizione non può essere logicamente sostenuto. Se da una scatola chiusa esce un coniglio non è logicamente inferibile che un momento prima esso fosse dentro la scatola! Si pensi ad un elettrone che esce da un nucleo radioattivo nonostante che sia impossibile per un elettrone albergare in un nucleo! Ma al  posto dell’elettrone nel nucleo c’è qualche altra cosa, per es., energia sotto forma di massa a costituire parte di un neutrone: ma è la stessa cosa? Una congerie di elementi diversi già esistenti a configurare un nuovo oggetto, è la stessa cosa dell’insieme non strutturato degli stessi elementi?

Ammettendo la validità del ‘deve’, qualsiasi atto creativo avrà a che fare con archetipi profondi legati a questa struttura dell’Universo, che, in quanto mente e corpo, è coglibile attraverso una riflessione umana. E’ possibile inoltre che l’uomo abbia formato un nodo estremamente denso di linee di struttura rispetto ad altri oggetti e quindi che i legami archetipici con l’Universo siano profondi e ricchi di informazioni.

Ma ad un certo stadio evolutivo l’equilibrio dovette cessare improvviso, come fu improvviso  (in senso geologico) il salto qualitativo che condusse l’Homo sapiens all’Homo, che chiameremo, sapiens sotto-specie sapiens (indicando il passaggio fra un Homo con corteccia in via di trasformazione, in situazione lontana dall’equilibrio,  ad uno con corteccia praticamente definitiva, come la nostra.

Non è del tutto inverosimile pensare che, data la tendenza degli svariati elementi costituenti gli organi, in particolare il cervello, a correlarsi fra loro, gli ultimi salti evolutivi, richiesti dall’uso sempre più consapevole della mano (teoria adattiva del Neo-darwinismo), abbiano trascinato nello sviluppo evolutivo una miriade di elementi cerebrali a costituire un cervello con possibilità enormi rispetto alle richieste iniziali (simile a quello che sarebbe accaduto per l’occhio estremamente complesso dei polpi). Ovvero le oscillazioni sempre più ampie intorno ad un centro lontano dall’equilibrio avrebbero condotto, in questa fase in particolare, ad un salto qualitativo non spiegabile con le richieste adattive (Teorie degli Equilibri Punteggiati).

L’inizio della mancanza di equilibrio con la Natura iniziò quando entrò in gioco la costruzione orientata ad  una attività sempre più simbolica  della corteccia e quindi l’inizio di un successivo indebolimento, in questo processo, della costruzione di archetipi legati all’azione della corteccia.

Allora, se la razionalità nella sua pienezza corrisponde a queste ultime conquiste evolutive, non è forse da chiederci se essa, certamente umana, sia davvero da considerarsi conforme alla Natura.

Si conclude: a) non ci fu più equilibrio completo da quando entrò in gioco la costruzione sempre più simbolica da parte della corteccia, aspetto del cervello non in equilibrio con la Natura; b) non si hanno archetipi legati all’azione della corteccia (?); c) l’oggetto creato dalla corteccia non è un oggetto naturale.

Così solo l’atto creativo può evocare dal profondo spinte archetipiche atte a costruire un oggetto complesso della stessa ‘pasta’ dell’Universo e ad esso corrispondente. Con l’intuizione estetica o mistica e la riflessione-meditazione filosofica profonda sembra così essere possibile raggiungere gli stessi obbiettivi della scienza ed oltre?

Si potrebbe evincere anche che l’Homo prima del sapiens, in perfetto equilibrio con l’Universo, potesse provare esperienze di fusione mistico-magico-creative con gli oggetti dell’Universo (Empatia? Einfunlung?) così profonde da poter cogliere la ‘Realtà’ in una sola esperienza personale ovvero in una esperienza condivisa all’unìsono (Telepatia?) dall’orda, esperienza catalizzata ed evocata dalla presenza dell’oggetto artistico (Neanderthal e pitture relative alla sua scultura).

MONDO DELLA MANO DESTRA, MONDO DELLA MANO SINISTRA E LORO RAGIONI

Esistono così due modi di intervento sul mondo, uno guidato da teorie e modelli logici messi alla prova usando processi razionali quantitativi di controllo o suggeriti dalle teorie del complesso e l’altro procedendo lungo le direttrici suggerite dalle teorie del qualitativo. Non si tratta però né di due aspetti ugualmente radicati profondamente come archetipi nell’animo umano, rispettivamente correlati alle filosofie della causa e del fine (razionalismo e irrazionalismo, scientismo e umanesimo, mano destra e mano sinistra…), né da cercare di armonizzare e integrare. La situazione è ben diversa: tertium non datur.

I problemi che sorgono nell’interazione uomo-natura non si risolvono, o non si procede efficacemente nella loro soluzione, muovendoci, guidati da qualche teoria della conoscenza, dalla raccolta dei dati, attraverso la loro elaborazione, per intervenire a modificare la situazione teorica iniziale, a fronte di strumenti che non permetteranno mai di cogliere la realtà di interrelazione fra le cose. La soluzione si ottiene cambiando completamente tattica e atteggiamento.

I mondi della logica, della matematica, delle scienze positive e i correlati mondi del ragionamento razionale, delle argomentazioni critiche, degli standards universali, delle prescrizioni , delle tradizioni rigide…rappresentano una sezione artificiosa e riduttiva del complesso pensiero umano. Essi derivano da una riflessione parziale ed incompleta sui processi mentali atti a rispondere  alle richieste della sopravvivenza e dell’istinto di conservazione.

Questi mondi costruiti dall’uomo che utilizzano tali processi riduttivi del pensiero,  risultano solo parzialmente umani e stranamente separati dalla Natura (mondi artificiali costruiti dall’uomo su dati incompleti relativi al funzionamento del suo pensiero e quindi scarsamente agganciati all’equilibrio naturale). Ci siamo accorti infatti non solo che a) il pensiero intuitivo-creativo non è analizzabile in termini di scansioni veloci, automatiche e non consapevoli attraverso percorsi cibernetici, l’atto creativo rappresenta una visione immediata e orizzontale della soluzione a problemi, ma anche b) tutti  gli altri  processi del pensiero umano non seguono  sempre e comunque i passi scanditi da un particolare software, atto al raggiungimento di un dato obbiettivo (non esiste necessariamente omologia fra pensiero e software).

Da questo consegue che le teorie scientifiche sono solo condizione necessarie ma non sufficienti (Toraldo di Francia) per cogliere la realtà ed il progresso della scienza si riduce solo all’adeguare funzionalmente (fitting) modelli e teorie all’ambiente sperimentato (Convenzionalismo?), nel senso della sola ricerca della semplicità, coerenza e capacità di spiegazione e previsione. Il fatto quindi che una chiave (teoria) apra una porta (risolva un problema), dalla chiave che apre non si evince niente sulle caratteristiche della porta (come da una chiave che non apre, teoria falsificata!).

Se una nave urta gli argini di un canale avvolto nella nebbia, dirò che il percorso non è adatto a descrivere la geometria del detto canale; se invece  attraversa il canale (teoria non falsificata e quindi corroborata) non posso affermare che il percorso corrisponda (match) alla traccia del canale, perché la nave può aver percorso le più svariate linee, anche fortemente a rischio, che non hanno niente  a che vedere con la “vera” forma del canale.

Il non adatto viene “falsificato” e quindi eliminato: niente però viene detto sulla “verosimiglianza” (termine di Popper), sulla corrispondenza ed omologia fra teoria ed ambiente reale (Popper è meno pessimista). Da una parte ciò conduce all’impossibilità di cogliere l’oggetto in sé , il noumeno kantiano, dall’altra alla realizzazione fattiva di opere e strutture sociali non in equilibrio né con l’uomo né con la Natura,  conseguenza delle posizioni degli efficientisti, dei manichei coerenti e intransigenti, dei possessori di verità con in tasca le chiavi dei ghetti e delle camere a gas (tutti figli del razionalismo), che, insieme ai pazzi, sono e sono stati nella storia, vicina e lontana,  i soli responsabili di efferati genocidi e di guerre inumane e  ingiuste.

Il disagio che ne deriva ha condotto alle dualità espresse nelle distinzioni già nominate fra mano sinistra e mano destra, arte e scienza positiva, mondo dei valori e mondo della ragione… e ultimamente alla individuazione di particolari problemi detti ipercomplessi, le cui soluzioni non sono possibili con i soli strumenti della ragione.

In effetti tutti i problemi che riguardano l’Universo – in particolare quelli di natura sociale – sono, a mio parere, di natura ipercomplessa, la cui soluzione è resa possibile solo attraverso una riscoperta dei profondi legami fra ragione e non, coglibili nelle primitive operazioni mosse dall’istinto di conservazione e dagli altri archetipi collegati all’ambiente di sopravvivenza (caccia e raccolta), nel quale per più di due milioni di anni il cervello ha sviluppato le proprie caratteristiche profonde. Forse nello studio del pensiero-comportamento degli ominidi fino al Neandethal, cioè prima dei Cromagnon, potremmo trovare indizi di questo aspetto mancante e abbozzare così una risposta se mai esiste.

L’inesistenza di risposte a tali dicotomie dovrebbe allora essere ricercata forse nella incompletezza del cervello umano. In tal caso comunque dovrà esistere un controllo capillare delle costruzioni artificiali, siano esse opere o ragionamenti, da parte degli aspetti umani più primitivi, ma certamente più in equilibrio col Tutto.

UNA RIFLESSIONE  FINALE: ARTE E MAGIA, SCIENZA E MAGIA

Allora con gli ultimi salti evolutivi la capacità di costruire simboli e quindi teorie fornì un nuovo metodo di programmazione e manipolazione dell’ambiente per  la sopravvivenza della specie ed oltre: un metodo certamente umano, perché posseduto dall’uomo, ma non naturale, in quanto non previsto dalle esigenze e dalla cultura (caccia e raccolta) in cui si era sviluppato il cervello umano in equilibrio col tutto.

Data l’efficienza e la soddisfazione conseguente a tali processi che facevano morire  teorie al posto di organismi, questo metodo affascinò a tal punto che fu dimenticato quasi completamente l’altro. Ed era l’altro quello in equilibrio con l’Universo, quello del rispetto dell’essere vivente, dell’oggetto inanimato e dell’energia;  quello del vivere sociale armonico e condiviso, anche se per piccoli gruppi.

Da quel momento le orde non si riunirono più intorno all’opera d’arte  (per es., una preda) a meditare al fine di cogliere l’oggetto ‘reale’, il noumeno kantiano, per controllare il futuro (procurarsi ritualmente il cibo). Da quel momento quel metodo si ridusse in brandelli, i cui resti  in tracce ancora oggi rimangono nebulosi nel profondo del nostro essere e quando riusciamo a prenderne consapevolezza si rimane invischiati in una dualità irrisolvibile. Dovevamo accorgerci da subito che l’altro, non vistoso, non luminoso ed immediato, era invece il metodo più potente, in quanto alla nostra sopravvivenza avrebbe partecipato il Tutto completamente compreso.

Molti scritti sacri delle più disparate religioni non suggeriscono forse di dimenticare la logica, la scienza e le loro opere? E le teorie, da queste discipline razionali proposte, non sono forse solo convenzioni, che funzionano sì (a guisa di protocolli applicativi), ma solo per i nostri scopi a danno di Tutto, e quindi anche di noi stessi?

Armonizzare ed integrare questi due aspetti è senza senso: con la mano destra invento costruzioni artificiali per lo più tautologiche e, forzando,  le rendo funzionali ai miei scopi (Verum ipsum factum), con la mano sinistra riesco a costruire, ormai malamente, oggetti incompleti i cui significati operativi rimangono nebulosi; le loro potenzialità, nel migliore dei casi, rimangono imprigionate al di sotto di una semplice armonia estetica virtuale che ‘accarezza l’animo umano’, come l’oggetto artistico! Pur tuttavia, un grande oggetto umano è l’arte! ma, perché incompiuto, non riuscirà mai più a gestire operativamente in maniera diretta né il presente né il futuro (forse, solo in maniera mediata dalle emozioni e dai sentimenti, sarebbe in grado di attivare comportamenti) . Oggetti sorti incompleti dalla Grande Evoluzione e gettati in un mondo di significati artificiali e innaturali: questa è la situazione a cui conduce la nostra argomentazione difforme e provocatoria

Oggi (ieri dopo il sapiens sottosp. sapiens) il processo di cogliere l’invariante poetico è solo un tentativo nella direzione dell’esperienza di fusione originale, prima degli strani mondi, dispersivi di energia, costruiti dalla corteccia. L’invariante poetico, se vogliamo portare l’argomentazione fino in fondo, potrebbe essere colto da un solo soggetto o da un piccolo gruppo, solo se esso, in profonde intuizioni meditative, fosse capace di liberarsi dalle sovrastrutture acquisite nell’ultimo o negli ultimi salti evolutivi (per es, i Santi, i mistici di qualsiasi religione e forse anche i maghi che abbiano superato i tests del CICAP e, forse, absit iniuria verbis, anche il Nazzareno era uno di quelli!).

Concludendo, l’invariante poetico sarebbe una specie di traduzione in chiave umana e naturale dell’oggetto ‘reale’, che diventa più accessibile di altre traduzioni allo sguardo della mente umana, in quanto riproposto dal profondo interno dell’uomo, dove si riflette l’Universo.

UN BREVISSIMO CONSIGLIO  PER UNA EDUCAZIONE DIFFORME

Ad un insegnamento fondato sulla ragione, che ormai purtroppo continuerà ad essere necessario per la sopravvivenza in un mondo non naturale costruito con il primo metodo descritto e che ormai non può essere distrutto o modificato (oltre 80% del terzo mondo popperiano controlla e riflette l’ambiente artificiale in cui siamo immersi ed il terzo mondo ha vita autonoma, con forte istinto di sopravvivenza!), dovremmo affiancare con estrema cura un insegnamento dove si dia spazio alla meditazione e riflessione intuitiva, utilizzando almeno la religione o la magia e l’opera d’arte: stiamo molto attenti in particolare ai nuovi metodi razionali e strutturali che vengono sempre più proposti per la ‘lettura’ dell’opera d’arte, quasi fosse un oggetto esauribile, al posto di un maggior coinvolgimento archetipico ed emotivo, profondo.

Piero Pistoia

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA:

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BIOGRAFIA, CURRICULUM, ALCUNE POESIE ED ALTRO del Dott. Prof. Roberto Veracini; ripresi dal sito Atlante dei poeti, Ossigeno nascente; e dal Tirreno

Foto, Informazioni e poesie riprese dal sito Atlante della Poesia, Ossigeno nascente.

Roberto Veracini

Foto di

Roberto Veracini è nato nel 1956 a Volterra, dove vive.
Laureato in Lettere all’Università di Pisa , allievo di Silvio Guarnieri, insegna italiano e storia negli istituti tecnici.
Ha pubblicato quattro raccolte di poesie (“La ragazza in bianco”, 1985, Cesati; “Stazioni, attese”, 1990, Cesati; “Epifanie dell’angelo”, 2001, ed. ampliata 2003, ETS, tradotta in francese da Bernard Vanel nel 2006 con il titolo “Epiphanies de l’ange”, L’Archange Minotaure; “Da un altro mondo”, 2011, ETS) e una guida poetica di Volterra, insieme al pittore Stefano Tonelli (“Come una guida dell’anima”, 1992, Bandecchi e Vivaldi).
Con Daniele Luti  ha curato il libro “Partigiani per la vita. Per i 90 anni di Carlo Cassola” (ETS Pisa, 2008) e con Fabrizio Parrini  “Il Cristo dei poeti”(ETS, Pisa, 2010), raccolta di vari interventi poetici sulle Deposizioni di Volterra.
Collaboratore di riviste letterarie (fra cui “Poesia e spiritualità”, “Erba d’Arno”), nel 1993 è stato uno dei fondatori di “Pioggia obliqua”, di cui è stato redattore fino al 2000, anno in cui la rivista fiorentina ha cessato la pubblicazione.
Ha partecipato a numerose letture pubbliche di poesia e collaborato con musicisti e artisti in varie manifestazioni nazionali (fra cui “Atlantica”, “Premio Ciampi”, “Mangiarsi le parole”, “Volterra Teatro”) e internazionali (fra cui  “Poésie sur parole”, Radio France, Parigi, “Una notte italiana”, Heidelberg, “A scène ouverte”, Festival di Reims).
Ha curato alcune iniziative culturali per il Comune di Volterra (fra cui  “Museo di notte”, “Percorsi poetici”, nei primi anni ’90) e, insieme a Daniele Luti, nel 1999 è stato il promotore del Premio letterario “Ultima frontiera” (dedicato a Carlo Cassola), giunto all’ottava edizione; è presidente dell’associazione culturale omonima.
E’ anche autore di testi teatrali, fra cui “Enea” (insieme a Stefano Tonelli, Fabrizio Parrini, Michele Bracciali, rappresentato per la prima volta a Volterra Teatro ’99).  Per Volterra Teatro, inoltre,  ha curato per diversi anni  la Sezione Poesia.
Nel 2005, insieme a Paolo Fidanzi, ha fondato la rivista “Il foglio di poesia” (edita da Felici, Pisa), di cui è stato redattore.
Nel 2010 è stato inserito nell’antologia francese “Les Poètes de la Meditérranée” (Gallimard/Culturesfrance).

Poesie tratte da Via de’ laberinti (La vita Felice, Milano, 2016) di Roberto Veracini

Resterà qualcosa di questa luce,

questo sguardo innamorato

sulle cose, tutta la vita dentro

un’immagine, una parola

e la certezza di esistere

per sempre?

*

Poetici laberinti
dove siamo sbarcati
dal mare, dai sogni
un giorno d’estate,
le spalle rapprese
le gambe sfiancate
e nelle tasche sfondate
la poesia, come fosse
l’unica cosa o l’ultima
necessaria follia,
mentre intorno si balla,
si ride, si muore, si aspetta
l’estate, coi volti segnati
dai troppi sorrisi,
le luci, gli spari
gli inganni felici
le solite frasi…
Poetici laberinti
di passioni e attesa
ogni giorno qualcosa
che non resterà,
mentre cala la sera
si perde la strada
e non serviranno
le carezze, i baci,
gli amori vissuti
e altre amenità…
Solo un’ultima fede
fra le macerie bruciata
offesa, la poesia,
come fosse oggi
l’ultima impresa
o l’unica necessaria
follia…
Poetici laberinti
utopici affanni
di vita e di morte,
un’unica sorte,
anch’essa smarrita

*

Non è il volto segnato dell’Ecce Homo
o del Cristo alla Colonna,
è il fanciullo-Sebastiano
visto dal basso, etereo, già lontano,
proteso nell’infinito, sprofondato
nell’altro cielo, oltre quell’azzurro
intenso che copre tutto, Venezia
le donne le cose, la vita
che scorre invisibile, quell’azzurro
che torna, sempre più intenso,
verso l’alto, fuori dimensione,
come l’albero che lo tiene e scompare

(Per San Sebastiano di Antonello da Messina)

ABBRACCIAVA LA SUA VITA

Abbracciava la sua vita
come nell’attesa
lasciava che fosse
la sua vita
come presa
e già fuggita

INVERNO MARE

Sono miei questi passi
affondati nella sabbia, abbandonati
sulle onde, li sento
scricchiolare  dietro i sogni
che si allontanano

HO SENTITO IL VENTO, NIENT’ALTRO

Ho sentito il vento, nient’altro,
solo vento nel buio 
della strada, nelle crepe 
invisibili delle mura, dappertutto
il vento, come un lucidissimo
segno di un altro tempo
inenarrabile

CONOSCENZA

Le mie mani che cercano
dentro di te un rifugio
una quiete, eppure bramano
la carne, il gemito
di te l’umore
più segreto

*
Il tuo sorriso appaga
appena la mia brama,
poi torno a cercarti
con le labbra le ossa
il sangue, faccio mio
il tuo gemito, dove
mi perdo nudo
e libero

_______________________________

Fonte: il Tirreno, 9 marzo 2011, Federica Lessi

Il prof. Roberto Veracini tra i 100 poeti più importanti del Mediterraneo

Tra i cento poeti più importanti del Mediterraneo, e tra i nove italiani, c’è anche il prof. Roberto Veracini, insegnante di lettere presso il nostro Istituto (Istituto Commerciale Niccolini). A sostenerlo è nientemeno che Gallimard, la prestigiosa casa editrice francese che ha dato alle stampe la corposa antologia “Les poètes de la Méditerranée” con i migliori nomi contemporanei dei 24 paesi affacciati sul nostro mare.

Dal mondo arabo a quello greco, da Israele al Portogallo una rosa di autori nazione per nazione sono stati chiamati a rappresentare la poesia di oggi con alcune liriche edite in testo bilingue (lingua originale e francese). Tra i nove italiani – insieme a Giuseppe Conte e Andrea Zanzotto, Edoardo Sanguineti e Milo De Angelis – c’è anche il prof. Veracini, molto conosciuto a Volterra sia per il suo lavoro di che per la sua attività poetica e letteraria (è presidente e fondatore del “Premio Ultima Frontiera”, intitolato all’ultimo Cassola). Tra le cinque poesie edite da Gallimard è inserita infatti anche quella dedicata a Volterra “La città nave”, pubblicata per la prima volta nel 2001 nella raccolta “Epifanie dell’angelo”. “Per arrivare a Volterra occorrono mille miglia di querce, sassi a tramontana…”.  La felice immagine è incastonata tra quattro liriche, tutte tradotte in francese nel 2006, quando “Epifanie dell’angelo” uscì in Francia per i tipi dell’Archange Minotuare tradotto dallo scrittore Bernard Vanel. L’opera, accompagnata dai disegni del pittore di Montescudaio Stefano Tonelli, procurò a Veracini la notorietà oltralpe, complice anche il lancio del libro alla trasmissione di Radio France “Poésie sur parole”, che gli dedicò un’intera puntata grazie al giudizio entusiasta del conduttore André Velter, e ad una recensione favorevole del libro su “Le Monde”. Proprio Velter ha invitato il poeta tra i nove italiani nell’opera da lui diretta per conto di Gallimard, curata da Eglal Errera con la prefazione di Yves Bonnefoy, uno dei maggiori poeti viventi. «Sono soddisfatto e sorpreso allo stesso tempo», commenta il prof. Veracini, che esordì nel 1985 con la raccolta “La ragazza in bianco”.

MARE

Da  “La Ragazza in Bianco”, Casati ed.

MARE

Questa sabbia ci sorprende

fra estuario e sole

in piena metamorfosi.

Evidente il diaframma

fra noi e gli altri

che non sanno il mare

oltre la grazia effimera

del suo manto.

 

Ma la vita è questo istante

che non ha domani

e l’ombra influente

e gli antichi richiami

dei volti perduti

per sempre.

_____________________

Dal blog diegocolivicchi.blogspot.it  le poesie “Il lupo ed il vento”  (cliccare sul link)….

Veracini_Diego Colivicchi Photo_ Roberto Veracini _ Poesie

….. e “La città nave”.

LA CITTA’ NAVE

Per arrivare a Volterra occorrono mille miglia

di querce , sassi, tramontana, intere

frontiere di lupi e cinghiali, giorni lunghi

siderali e spazi immensi

e aspri uomini arcigni e solitari, terre

d’argilla assolate, inospitali, pietre durissime

da scolpire, mura chiuse e feritoie

e una pena ostile , che assale….

Eppure guardo – lo diresti? – qui intorno è tutto mare

e la città diventa una nave, protesa

nel cielo inaffondabile.

 

 

 

LA COLONIA, poesia di Paolo Fidanzi

Sono certo che i gatti si addormentano.

Spesso.

Non conosco i loro percorsi cerebrali

quando sognano il cielo

e la notte piena di stelle.

 

Sono certo che ROSINA mi vuol bene.

Perchè sono io che la cerco con lo sguardo

e il suo affetto mi è caro.

Centra le mie pupille

con le sue, gialle, e ascolta

il mio silenzio.

Sfumano così reciproche tristezze

in una mia carezza e un suo gorgoglio.

 

I suoi tre mici

Tina, Nina e d’Artagnan

sono dei parlatori.

Accennano discorsi ad ogni mia sollecita richiesta.

E’ un miagolio preciso

non come la mia voce ,

che tende sempre ad oscurare

quello che veramente sente.

 

La loro voce, invece,

come quella di ROSINA, la madre,

è pura e non mente a nessuno,

tantomeno a colui che la capisce.

Insegna a D’artagnan l’educazione

per la sua quasi certa, prossima, adozione.

 

Tina rimane e sarà lei a sopportare

il carico di una nuova procreazione,

lo sgravio di antiche sofferenze feline.

 

D’altronde, dopo circa tre mesi,

di nuovo gravida

-come natura vuole-

ROSINA abbandona ogni protesta

ed ogni protezione

verso i suoi piccolini che avranno,

-a ragione-

pretese alimentari

e forti richiami sociali.

 

 

PS.

Il gatto non è individualista.

Rifiuta di stare tra la folla

e vive un po’ appartato

solo per non essere pestato.

 

 

 

 

 

Paolo Fidanzi

settembre 2016

Volterra

BREVE RIFLESSIONE PERSONALE SU REALTA’ E SCIENZA del dott. Piero Pistoia; post aperto ad altri interventi

Per prendere visione di un breve curriculum dell’autore  andare al termine dell’articolo

realta-da-vicino-e-da-lontano in pdf; da aggiornare…non corrisponde ancora allo scritto successivo

BREVE RIFLESSIONE PERSONALE SU REALTA’ E SCIENZA 

a cura del dott. Piero Pistoia docente di ruolo di Fisica

PREMESSA

CENNI SU LEGGI SCIENTIFICHE, ALGORITMI, PROGRAMMI E ‘CELLULAR AUTOMATA’

Esempio di automa cellularesnowcristal0001Figura  ripresa a pag. 371 del testo di riferimento “A new kind of Science”, Publischer:  Wolfram media inc. di Stephen Wolfram

  • Il comportamento dei sistemi viene studiato con le leggi della scienza che forniscono opportuni algoritmi, o procedure opportune, in un programma, che gira su un computer, che è un veicolo tramite il quale gli algoritmi possono essere esplicitati ed applicati.
  • Gli oggetti fisici e le strutture matematiche vengono trasformati in numeri e simboli da elaborare in un programma (scritto ad hoc), che gira in conformità con gli algoritmi.
  • Il programma, nel girare, modifica quei numeri e simboli e in output otteniamo le conseguenze di quelle leggi.
  • Eseguire un programma in un computer assomiglia ad effettuare un esperimento. Però gli oggetti fisici di un esperimento in laboratorio sono soggetti alle leggi di natura, mentre quelli in un esperimento al computer non lo sono; essi obbediscono alle leggi espresse nel programma, la cui forma, può essere arbitraria, purché coerente.
  • In sintesi si ha così un’espansione dei confini della scienza sperimentale, consentendo di effettuare esperimenti in un universo ipotetico.
  • Il successo delle leggi scientifiche tradizionali, formulate in particolari funzioni e enti matematici, spesso deriva sia dalla loro semplicità matematica, sia dal porsi come modello di aspetti essenziali di un fenomeno.
  • Se invece una legge scientifica è ‘tradotta’ in un algoritmo, può acquistare forma arbitraria, purché coerente. Ne deriva che “la simulazione al computer ha reso possibile impiegare molti generi nuovi di modelli per i fenomeni naturali”; per es., un programma di calcolo di un modello chiamato “automa cellulare” ha reso possibile la formazione di un fiocco di neve. Allora molti sistemi complessi, non razionalizzabili con i metodi tradizionali della matematica, possono diventarlo in esperimenti e modelli al computer. E’ facile introdurre le leggi scientifiche la cui natura è algoritmica in un programma al computer.
  • Ma anche in processi dove non esistono formule matematiche semplici che li descrivono, è possibile inserire in un programma un algoritmo che lo faccia e l’esito di tale processo può essere dedotto dal programma stesso; l’algoritmo allora verrà considerato la legge fondamentale per la descrizione del processo.
  • Sorge spontanea la domanda cruciale: dividendo in due zone l’ Universo, l’una descrivibile con formule matematiche semplici e l’altra ‘costruibile’ con processi complessi, quale zona sarà predominante? 
  • Le equazioni differenziali sono gli strumenti per costruire la maggior parte dei modelli tradizionali dei fenomeni naturali. In alcuni casi è possibile trovare la soluzione completa dell’equazione in termini di funzioni matematiche ordinarie (soluzione esatta), negli altri casi, che si incontrano in un’ampia gamma di discipline, , si fa ricorso a soluzioni approssimate usando metodi numerici;  in certi casi queste soluzioni si perdono in comportamenti complessi, per cui si deve fare ricorso alla matematica sperimentale. Comunque le equazioni differenziali forniscono modelli adeguati per le  proprietà globali di molti processi fisici (reazioni chimiche, passeggiate aleatorie ecc).
  • Si incontrano moltissimi sistemi, in partenza con equazioni differenziali anche semplici,  le cui soluzioni si perdono in vortici e turbolenze, come appunto, per es.,  è il caso della turbolenza dei fluidi che si osserva quando l’acqua urta velocemente un ostacolo. Lo studio di questi sistemi sono riassunti in una nuova disciplina, “teoria dei sistemi complessi’, dove i percorsi si sviluppano in una successione di eventi deterministici, ma imprevedibili. Wolfram  tenta di dare soluzioni positive alle teorie della complessità per non rassegnarci all’inconoscibile con la computazione con particolari algoritmi (inventati da lui) più efficaci e vicini alla Natura di quelli della scienza tradizionale. Si pensa che esista un insieme di semplici  meccanismi matematici comuni a molti sistemi che danno origine ad un comportamento complicato (per es., la costruzione dei fiochi di neve): gli automi cellulari. “Anche un sistema di equazioni differenziali è in grado di descrivere lo sviluppo dei fiocchi di neve, ma il modello molto più semplice fornito dall’automa cellulare pare conservi l’essenza del processo con cui vengono create queste configurazioni complesse. Sembra che modelli analoghi funzionino bene anche per i sistemi biologici“, così afferma S. Wolfram nel suo articolo “Software nella Scienza e nella Matematica“, da  Le Scienze,  che ha guidato questa PREMESSA e il lettore interessato può trovare in esso chiarimenti e approfondimenti sui vari argomenti qui appena toccati; in particolare nell’ultima parte dell’articolo nominato si chiarisce e approfondisce con esempi e relative illustrazioni di computer grafica,  il significato e l’utilizzo del gruppo di algoritmi riferibili al ‘cellular automata’, in confronto con quelli della tradizione. Sempre dello stesso autore   il testo di riferimento “A new kind of Science”, Publischer:  Wolfram media inc., è consigliato per un più tecnico approfondimento. A prescindere dai nostri percorsi di conoscenza da sempre usati , allora l’Universo ‘costruisce se stesso’ come un elaboratore elettronico ‘simulando’ con specifici algoritmi? Esso ‘costruisce‘ nelle zone limitate coperte in qualche modo dalla scienza tradizionale anche la più avanzata, ma specialmente nelle altre, molto più diffuse, che resterebbero inconoscibili.
  • Secondo la mia ipotesi  di interpretazione, il limite della scienza degli umani riflette la limitatezza, argomentativa e creativa, della co-evoluzione,  attiva durante la loro esistenza sulla terra (almeno per 2 milioni di anni), subita dai centri cerebrali in particolare nella grande evoluzione darwiniana; riuscire a individuare algoritmi specifici propri del ‘Cosmo nel suo complesso’ è forse un nuovo modo di vedere il mondo e quindi di fare scienza, ‘A new kind of Science’, appunto!
  • Secondo il mio modesto parere rimarrebbe da precisare che cos’è che di fatto attiva ed accompagna nella sua esecuzione la ‘regola’ riassunta dagli algoritmi: è il background chimico-fisico-pulviscolare (attivazione) e la scelta di percorsi di minore energia (accompagnamento) od altro?

DA CONTINUARE…

UNA  RAPIDA RIFLESSIONE SULL’UNIVERSO: CHE COS’ E’ IL “REALE” PER I FISICI TEORICI

Da una parte, c’è, appunto,  Stephen Wolfram,  che a soli vent’anni al California Institute of Tecnology ottenne il PHD (dottorato) in Fisica Teorica, senza dare esami! presentando solo alcuni suoi lavori già pubblicati, con i suoi algoritmi trasferibili dal suo potente programma MATHEMATICA al Cosmo, che propone una nuova rivoluzione di idee attiva all’esterno della bottiglia col collo rovesciato di Wittgenstein. Sembra che la Natura non funzioni secondo matematica, geometria e fisica come affermava Galileo e tutti i fisici successivi; l’Universo non può ridursi ad astrazioni concettuali controllate dalla matematica, ma cresce (ontogenesi), evolve (filogenesi)  come un programma su un computer, che produce una successione di eventi. Wolfram scrive nel 2002 il grosso libro della sua vita (mille pagine con altrettanti outputs di computer grafica con relativi programmi scritti a partire dalla vers. quarta del MATHEMATICA), dal titolo “A new kind of Science”, Publischer:  Wolfram media inc., dove si precisa come il Cosmo nel suo complesso, compresa la vita, non è spiegabile secondo la scienza tradizionale, ma è un programma su algoritmi molto semplici che descrive e mette in atto un procedimento (es. il suo cellular automata, automa cellulare) che ‘costruisce’ foglie, alberi, nubi, le coste di isole, le forme degli animali e delle galassie… e quant’altro e non partendo da algoritmi basati su equazioni. E’ possibile individuare alcune regole semplici alla base di questo programma, ma il loro sviluppo matematico fisico di queste regole non permette di prevedere a lungo, ciò che poi è l’idea alla base della fisica della complessità (vedere i posts di questo blog relativi ai FRATTALI). In sintesi mi sembra di aver capito che Wolfram pensi di aver individuato all’interno di questo ‘programma universale’, non ancora risolvibile dal punto di vista computazionale se considerato nella sua totalità, gruppi di algoritmi che invece lo sono (per es., il suo cellular automata), che come tali (una serie ordinata di istruzioni in sequenza al di là di qualsiasi equazione matematica) un computer potrebbe elaborarli molto più velocemente di quello che farebbe la Natura, aprendo possibilità di ‘schiarire’ orizzonti futuri in anticipo, anche lontani, prima che si realizzino. Le Accademie, chiuse nella trappola di Wittgenstein, mi sembra abbiano ignorato questo evento culturale, che avrebbe potuto diventare forse anche grande (molti fisici teorici, almeno in Italia, neppure sanno chi è Wolfram  e inoltre non mi risulta che  il suo libro sia stato tradotto in italiano!), proprio come accadde a Galileo con la sua  Natura ‘risolvibile’ in geometria, rischiando il rogo (interpretazione tout-court). Un modo di screditare l’evento mi sembra sia stato anche quello di averlo paragonato alla ‘formula universale per tutte le scoperte’ che propose Moebius, il fisico teorico della commedia grottesca ‘I FISICI’ scritta nel 1961 e rivisitata nel 1981, il cui contenuto ruotava intorno ad un manicomio. DA PRECISARE E…..CONTINUARE

Dall’altra, c’è il mondo dei fisici teorici che cerca di guardare il ‘reale’ da due importanti punti di vista:

  • l’uno che cerca di razionalizzare il Tutto, il Caos, il mondo dei Frattali, tanto da ridefinirlo Caos Deterministico (Ilya Prigogine Nobel nel 1977) nel senso che sembra controllabile da equazioni anche se non lineari, le cui soluzioni lasciano però zone d’ombra piene di vortici, rimanendo così poco efficiente nelle previsioni del futuro, come già accennato;
  • l’altro punto di vista rivolge l’attenzione ai ‘mattoni’ che compongono la struttura portante del Cosmo, cioè le particelle elementari in espansione (ciascuna con una propria onda analoga a quella di Shroredinger) oggi controllabili anche dalle equazioni della Meccanica Quantistica Relativistica, riempiendo l’Universo di un ‘groviglio collettivo ‘(ENTANGLEMENT) di infiniti ‘oggetti quantistici’ interdipendenti che trovano la loro consistenza in una miriade di onde di probabilità in interazione che variano, in ogni punto, nel tempo e, ad ogni istante, nello spazio. Questo oceano in tempesta di onde di probabilità sarebbe la ‘realtà’ nel senso che, viste da lontano, (come le percepiscono l’uomo e gli animali) apparirebbero come nubi, boschi, animali, compreso l’uomo,oppure stelle o pianeti o tramonti o soli ….o il grosso leccio annoso che vedo dalla finestra o le erbacce, per es., la bonariensis (vedere i posts su un percorso floristico in questo blog), lungo un percorso di periferia (realtà apparente); mentre da vicino (lette attraverso il modello matematico offerto dalla Meccanica Quantistica Relativistica) riacquistano la loro essenza primigenia (la realtà vera) di oceano tempestoso di onde di probabilità interagenti comprensibile solo attraverso sistemi di equazioni matematiche della MQR.

Per chiarire questo ambiguo e duplice modo di guardare all’Universo proposto dalla fisica teorica alla ricerca della sua primigenia struttura, troviamo, nel quadro impressionista con le sue pennellate di colore individuali, un esempio analogico, ripreso come concetto dal testo “Il Bosone di Higgs”, RBA, 2015. Da qualche metro di distanza la pittura appare con le macchie di colore che sfumano costruendo la figura riportata nel quadro. Però se ci avviciniamo, la figura sembra scomparire e più guardiamo da vicino, percepiamo sempre più le macchie colorate separate. Se poi, immaginando anche che più ci si avvicina più le macchie fluttuino modificando colore e posizione (per cui in ogni punto si potrebbe trovare un qualsiasi colore, anche se con più probabilità quello corrispondente al disegno), ci si perderebbe in un caos di colori. Concludendo, anche se è vero che in un punto può apparirci anche ora un bianco ora un nero e così via, in effetti a circa qualche metro rivedo la pittura originale. Che cosa è più vero l’insieme delle macchie di colore separate o la pittura? Che cos’è allora la Realtà? Quella che vedono e con la quale interagiscono gli animali o quella che ‘vede’ il sistema di equazioni della MQR? E le emozioni, i sentimenti … che, densi, anche loro veicolano energia?

Prima della scoperta del Bosone di Higgs le particelle elementari non avevano ancora una massa? 

Leggere e confrontare anche  il post provocatorio dello stesso autore “La teoria e la realtà”.

CHI E’ L’AUTORE (traccia): Curriculum di Piero Pistoia

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