ETRUSCHI (RASENNA) FRA STORIA E MITO: scritti di Cateni, Ferrini, Gatto; post aperto

1-RASENNA, dott. Gabriele Cateni
2-Origine degli Etruschi, dott. prof. Paolo Ferrini
3-L’Ombra della sera, dott. prof. Paolo Ferrini
4-La Religione degli Etruschi, dott. prof. Paolo Ferrini
5-Vita quotidiana degli Etruschi, dott. prof. Paolo Ferrini
6-Le prime case degli Etruschi, dott. Gabriele Cateni
7-Etruria madre di tutte le superstizioni, dott. Gabriele Cateni
8-L’ombra dell’Ombra della sera, dott. Franco Gatto
9-Commento veloce all’articolo L’ombra dell’ombra della sera
10-GLI ETRUSCHI: UN PERCORSO DIDATTICO

1-RASENNA

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 1 1998

RASENNA

Dott. Gabriele Cateni, già direttore del Museo Guarnacci, Volterra

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2-Origine degli etruschi, dott. Paolo Ferrini

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 1 1998

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3-L’Ombra della sera

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 3 1997
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4-La religione degli Etruschi, dott. Paolo Ferrini

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 2 1997
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5-Vita quotidiana degli Etruschi

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 3 1998
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-Le prime case degli Etruschi

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n.  3 1998

LE PRIME CASE DEGLI ETRUSCHI

Dott. Gabriele Cateni, già direttore Museo Etrusco, Volterra

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7-Etruria madre di tutte le superstizioni

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 2 1997
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8-L’ombra dell’Ombra della sera
SEGUE ARTICOLO RIVISITATO DA VOLTERRA 7 (da sottoporre a controllo!)

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sia derivato dalla diretta modellazione di un cero o dalla ovvia semplificazione della colata, certamente meno impegnativa per un oggetto a ridotte dimensioni trasversali.

L’elevata qualità dell’opera, la rifinitura a bulino di alcuni particolari dimostrano, però, la buona capacità dell’artista, per cui preferiamo continuare a pensare alla suggestiva idea della ricerca di un particolare effetto mistico ed al collegamento con l’effetto ombra (mattutina o serotina).

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FRANCO GATTO E’ LIBERO DOCENTE PRESSO L’UNIVERSITA’ DI MILANO:  già direttore dell’Istituto Sperimentale dei metalli leggeri di Novara.

9-Commento veloce all’articolo ‘L’ombra dell’Ombra della sera’

COMMENTO ALL’ARTICOLO “OMBRA DELL’OMBRA DELLA SERA”

Io, Semplicio, in una lunga discussione argomentativa con l’ing Sagredo, a proposito dell’ombra della sera, siamo arrivati alla conclusione che nessun sistema ottico-sorgente-luce potrebbe trasferire una figura di un un giovinetto nell’ombra della sera, se non in ambito complesso. In ambito complesso potrebbe accadere di tutto, anche un trasferimento di un dio minore zoomorfico alla fiamma del focolare nella stessa Ombra della sera! Perchè plausibilmente l’ombra della sera mantiene invariate le dimensione del capo, del volto e delle mani, e forse del sesso e dei piedi, cioè delle parti che più individuano e caratterizzano l’oggetto iniziale e quindi il suo ricordo (un giovinetto), e deformano invece le altre parti meno rilevanti per la memoria, non necessariamente, neppure esse, in maniera lineare e quindi non è riducibile il processo ad un esperimento fisico né con lenti cilindriche né con altre simulazioni di ottica geometrica proiettiva. Il modo infine come vengono deformate quest’ultime, risente certamente poi, del desiderio dell’artista di infondere spiritualità all’opera, per es., in un allungarsi sofferto verso il cielo di queste membra modificate, come le fiamme del focolare. Ma la cosa più misteriosa ed inaspettata, secondo noi, è l’osservare la restituzione ottica dell’efebo etrusco, che si concretizza, almeno dalle foto presentate, stranamente, in una forma assai vicina ad un dio etrusco minore, per es. del focolare, zoomorfo, caricando ancor di più di spirito ed anima la statuetta.

Sagredo e Semplicio

10-‘GLI ETRUSCHI: UN PERCORSO DIDATTICO’

GLI ETRUSCHI: UN PERCORSO DIDATTICO

Dott. prof. Paolo Ferrini, preside

UNA POSSIBILE “NARRAZIONE MINIMALE” SULL’ORIGINE ED EVOLUZIONE DELL’APPENNINO CENTRO-SETTENTRIONALE (da 300 a 100 Maf); dott. Piero Pistoia

CURICULUM DI PIERO PISTOIA ; al termine del post

UNA POSSIBILE “NARRAZIONE MINIMALE” SULL’ORIGINE ED EVOLUZIONE DELL’APPENNINO CENTRO-SETTENTRIONALE (da 300 a 100 Maf).

Dott. Piero Pistoia

POST IN VIA DI COSTRUZIONE!

PREMESSA

L’idea è offrire una base culturale di partenza abbastanza condivisa,  anche se  provvisoria, nel senso che è suscettibile di complicazione, con molti incastri aperti, semplice ma organizzata, su cui poi poter inserire, a più riprese, le nozioni provenienti a mosaico da successivi approfondimenti, in modo che possano integrarsi e diventare infine un patrimonio culturale in continua costruzione. Nell’intenzione di chi scrive dovrebbe trattarsi di un modello che, pur semplice, provvisorio e quindi approssimato, possa, con l’approfondire l’argomento, essere facilmente modificato, arricchito e adattato ai nuovi apporti anche futuri. 

UNA PRIMA VELOCE PANORAMICA SULLE PROBLEMATICHE CHE ESAMINEREMO

Le prime semplificazioni ‘verosimiglianti’: situazione oggi – Il teatro degli eventi della nostra narrazione è il Mediterraneo occidentale. In generale semplificando molto le miriadi di dati e informazioni ricavati da una moltitudine studi e ricerche con decenni di errori e correzioni, l’area mediterranea in studio è attualmente costituita 1) da plaghe crostali i cui sedimenti si depositarono, nel posto in cui sono oggi, in bacini dovuti ad una fase di distensione tardiva iniziata a partire dall’Eocene, che dette origine a quel complesso roccioso riferito al Neoautoctono (sedimenti post-orogenici) e 2) da catene costruite dall’orogenesi (meccanismo attraverso cui nascono ed evolvono le montagne), che invece contornano tali plaghe (Alpi, Appennini, Pirenei, Cordigliera Betica, Atlante, Dinaridi) e partono da molto più lontano (almeno 300 Maf) pervenendo, semplificando molto, alle attuali catene orogenetiche, attraverso una fase tettonica distensiva (apertura oceanica durante il Giurassico medio-superiore a partire da 150-160 Maf, con copertura di rocce ultrabasiche sul fondo dell’oceano) e poi  due fasi compressive (fase oceanica di convergenza (Cretaceo sup.- Eocene medio, a partire da 100 Maf, inizio chiusura oceano) e fase di collisione continentale (scontro cratonico a partire dall’Eocene sup., circa 40 Maf). 

Se si accetta la Teoria della Tettonica delle Placche Litosferiche  di Weghener, siamo convinti che queste prime  semplificazioni, insieme a quelle che seguiranno in questa panoramica, pur così “povere”, siano abbastanza ‘verosimiglianti’, cioè consistenti con tantissimi fatti, costruite come sono su tante falsificazioni ed eliminazione degli errori (EE direbbe Popper), e possiamo quindi affermare con basso rischio che possano costituire una prima struttura-base del nostro racconto.  

Situazione iniziale di questo processo: la ‘culla’ dell’Appennino – Tutto il processo, molto complesso, in sintesi si svolge nell’interazione, all’inizio del Mesozoico, fra due placche cratoniche, l’Europa a nord ovest e l’Africa a sud est; in particolare fra l’Iberia, appendice agganciata a sud alla placca europea (Spagna) e l’Adria, appendice africana e basamento crostale della penisola italica e dell’Adriatico (Fig. 1).

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L’Appennino settentrionale oggi, semplificando il percorso del dott. prof. P. Elter, si presenta costituito  da due grandi pacchi di formazioni tettonicamente sovrapposte, diverse per caratteristiche litologiche, strutturali  e origine, collegabili da una storia comune: il pacco di formazioni detto interno o ligure-piemontese (nella vecchia denominazione, relativo al bacino dell’ Eugeosinclinale  ad ovest) e quello esterno Toscano-umbro (bacino della Miogeosinclinale, verso est). L’Appennino infatti e in particolare la catena appenninica della Toscana centro-settentrionale si presenta come una sovrapposizione di unità tettoniche discontinue, sedimentate in bacini diversi e tettonicamente separati, a partire da ovest), poste, oggi l’una sull’altra,  al di sopra di un nucleo autoctono metamorfico che si estende da N.O a S-E a partire dalla finestra  delle Alpi Apuane  lungo la linea che congiunge Iano a Monticiano-Roccastrada (Dorsale medio-toscana) (? da controllare).

L’esterno miogeosinclinalico è in sintesi costituito da un basamento continentale (roccia di riferimento: granito acido) appartenente alla placca adriatica-africana (Apula) su cui si sono depositate, in mari  formati sulla parte assottigliata dei margini continentali, le coperture sedimentarie mesozoico-terziarie originarie, pur deformate e talora scollate.

L’interno, per la presenza  di rocce basiche ed ultrabasiche (ofioliti) di natura diversa dalle rocce acide continentali, proviene da  fosse oceaniche che, formate attraverso rifting su basamento continentale (fratture profonde con assottigliamento e  spostamento), permettono risalita di magmi ultrabasici profondi dall’interno della terra (mantello), che verranno a ricoprire lo stesso fondo delle fosse (oceani). Tali rifting con apporto di materiali profondi sono concausa dell’apertura degli oceani.

Sia il pacco di formazioni  interno sia quello esterno sono classificati in unità tettoniche. Le unità interne provengono da questo oceano e quelle esterne  dai mari sui due margini appartenenti rispettivamente al continente iberico-europeo da un lato e al continente apulo-africano dall’altro (vedere Fig. 1 e Fig. 3). I due  margini venivano a configurarsi rispettivamente come avampaesi delle Alpi e dell’Appennino.

In effetti circa 300 Maf le placche crostali della terra erano unite a formare il super-continente chiamato Pangea (Fig.2), circondato da un unico oceano, il Pantalassa, costituito a nord dalla placca euroasiatica (Laurasia) e a sud dal Gondwana, inflesso ad est da un enorme golfo, il Tethys, che tentava di insinuarsi fra Laurasia e Gondwana circa in direzione dell’Equatore. All’inizio del Mesozoico iniziarono movimenti delle placche, documentati dai dati paleo-magnetici. Semplificando possiamo affermare che l’apertura dell’oceano Atlantico centrale spinse l’Africa verso est rispetto all’Europa, per cui si creò fra l’Iberia e l’Adria una zona di distensione e stiramento che le allontanò nella direzione dell’equatore, lungo cui anche il grande golfo Tethys tendeva a insinuarsi da est (Fig. 2). Si aprì allora  una fossa marina (su piattaforma continentale) poi oceanica (lacerazione della piattaforma granitica a circa metà fossa), allungata NE-SO, chiamata Neotetide o Tetide Centrale o Tetide occidentale, o semplicemente Tetide, che diventò la ‘culla’ del nostro Appennino.

Fin dall’apertura di questo primigenio mare, fiumi, ad es. dalla parte dell’Europa e   dall’Africa , portarono sedimenti sopra le formazioni di trsgressione, in particolare  sopra il Verrucano sulla piattaforma africana, la zona che prenderemo in considerazione. Eravamo nel Trias medio quando il mare iniziò a trasgredire sui continenti.instaurando una fossa di riempimento al magine di essi. 

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La ‘culla’, fossa unica, mare su fondo continentale,  si differenzia, dal Giurese sup. (Malm a partire da 190 maf), in due domini – 

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La fig.3 è stata ripresa da una relazione (2008) del prof. E. Pandeli, accademico dell’Università di Firenze che ringraziamo. 

CHE COSA ACCADDE SULLA COSTA AFRICANA DAL TRIAS MEDIO AL MALM IN QUESTO MARE INIZIALE ?

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in contatto con correnti ricche di silice colloidale e anidride carbonica. In queste condizioni si scioglieva la parte calcarea interessata da dette correnti e rimanevano gli eventuali resti silicei, mentre la presenza in soluzione di una concentrazione maggiore di Ca^2+ determinava la precipitazione dei fiocchi di silice colloidale. Al cessare di queste correnti, continuava il deposito di fanghi calcarei che venivano così a inglobare noduli e straterelli di silice pura, come poi apparirà nella roccia definitiva. Tali Calcari a liste di selce continuarono a deporsi fino al Giurese superiore (circa 150 maf).

A partire dal Giurese superiore accadde un fatto nuovo, determinante e sorprendente. Nella zona più interna verso NO, forse più vicino ai margini dello zoccolo continentale europeo (nella fattispecie ai bordi orientali del Massiccio Sardo-Corso (vedere la Fig.4a, che rappresenta lo sviluppo, a 150 milioni di anni fa, cioè a 150 Maf, della Fig.1, e la Fig.4b che è lo sviluppo della sua sezione x, attraverso il futuro Appennino settentrionale) avvenne una spaccatura della costa granitica, per risalita forse di un ‘megapiro’ di astenosfera dal mantello della terra, che provocò l’apertura e l’innesco di un rifting (frattura con spostamento di margini), venendo a configurare una nuova fossa di sedimentazione più interna (più spostata verso la zolla europea). Sul fondo vennero a situarsi rocce ultrabasiche del tipo peridotitico (scarsamente ricche di silice e ricche invece di calcio, ferro e magnesio), costituite per lo più dal minerale olivina (silicato di ferro e magnesio a tetraedri semplici, (Mg, Fe)2 SiO4), si differenziarono e/o furono leggermente metamorfosate e trasformate in serpentino, dando luogo a quel complesso di rocce dette Ofioliti o Rocce verdi. Nel corso di tale processo di trasformazione si liberò nel mare una enorme quantità di  silice e CO2, che trasportate da correnti, interessarono anche la fossa più esterna (margine africano) rimasta continentale, creando un ambiente estremamente favorevole alla formazione di rocce silicee nelle due fosse. Nel corso del Malm (Giurese Superiore) si depositarono infatti i diaspri, sopra il calcare selcifero nella fossa continentale e sopra le Ofioliti nell’altra oceanica.

– Intanto anche nella zona estrema più interna, verso l’Iberia si accumulavano sedimenti dentro quest’unica fossa continentale che consideriamo di scarsa rilevanza  per il nostro discorso sull’Appennino.

La grossolana fig. 4,  potrebbe rappresentare intuitivamente però la situazione di questa geosinclinale, come da noi immaginata, a circa 150 Maf, senza tenere conto delle scale.

Fig.4a – Situazione al Giurese Superiore (intorno a 150 Maf);
B: Margine continentale africano (Externiden)
A: fossa oceanica
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Fig.4b – Situazione nel Giurese Superiore (sezione X della Fig4a)

VEDERE ANCHE l’ALTRO ART. FORSE PIU’ ESPLICITO SULL’ORIGINE DELL’APPENNINO a nome dello stesso autore nel relativo post a più voci.

ESEMPI COMMENTATI DI ANALISI STATISTICA del dott. Piero Pistoia

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA

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Testo rivisitato da il ‘Didattica delle Scienze’, Ed. La Scuola, Brescia, n. 194 1998

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Ingrandimentp della TABELLA A

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Ingrandimento TABELLA B

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Ingrandimento della TABELLA C

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Ingrandimento Grafico N. 1

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SULLA GEOTERMIA ALTA VAL DI CECINA: appunti per una ricerca; del dott. ing. Aldo Baldacci; del dott. ing. Rodolfo Marconcini (Sagredo);…; post aperto a vari interventi

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 4 1998

LE CENTRALI GEOTERMICHE E L’AMBIENTE

Appunti per una ricerca

Dott. ing.  Aldo Baldacci

Premessa

L’energia ha un ruolo fondamentale nel sostenere lo sviluppo dell’umanità, soprattutto dal punto di vista della crescita economica e del miglioramento della qualità della vita.

La crescente domanda di energia richiede, tuttavia, un grande uso di combustibili fossili, che determina un crescente impatto sull’ambiente e, in particolare, un aumento della produzione di anidride carbonica (CO2), il principale gas responsabile dell’effetto serra.

La necessità di limitare il consumo di risorse naturali non rinnovabili e di minimizzare la produzione di rifiuti e di sostanze inquinanti, requisiti essenziali per uno sviluppo sostenibile e duraturo, impone un ricorso sempre maggiore alle energie rinnovabili. In particolare, gli accordi sottoscritti a Kyoto, nell’ambito della 3a Conferenza delle Nazioni Unite sui mutamenti climatici, richiedono all’Italia per l’anno 2010 una riduzione delle emissioni di CO2 del 6,5 % rispetto al 1990, nonostante il prevedibile aumento della domanda energetica nel periodo.

L’energia geotermica rappresenta un’importante risorsa rinnovabile e pertanto idonea ad assicurare uno sviluppo sostenibile sia mediante la produzione di energia elettrica, che con gli usi diretti del calore. Nel 1997, la produzione di energia elettrica da fonte geotermica è stata di oltre 3,9 miliardi di chilowattora, pari a circa il 2% dell’intera produzione elettrica italiana e al 20 % di quella della Regione Toscana. Sono inoltre state fornite circa 400 miliardi di chilocalorie per l’alimentazione di teleriscaldamenti e per usi serricoli e industriali. Queste utilizzazioni dell’energia geotermica hanno consentito un risparmio di combustibili fossili di circa 1 milione di tonnellate equivalenti di petrolio (1 Mtep) e hanno evitato l’emissione in atmosfera di oltre 1,3 milioni di tonnellate di CO2.

I campi geotermici

Lo sfruttamento dell’energia geotermica consiste nell’utilizzazione del calore contenuto nelle rocce del sottosuolo profondo fino ad oltre 4.000 metri. Affinché il calore sia utilizzabile, è necessario che le rocce interessate, oltre che molto calde per la presenza di un’anomalia termica, siano permeabili in modo da consentire il passaggio di notevoli quantità di fluidi contemporaneamente presenti nel sottosuolo. Un tale sistema prende il nome di “serbatoio geotermico”. I fluidi, circolando all’interno delle rocce, asportano calore e, tramite pozzi perforati allo scopo, lo trasportano in superficie (v. fig. 1).

FIG-1

Il fluido, in dipendenza delle caratteristiche del campo geotermico, può essere vapore, acqua o una miscela dei due, con associata una frazione di gas incondensabili (dal 2% al 7% circa in peso rispetto al fluido), costituiti prevalentemente da CO2 (95% o più). Il resto è rappresentato da acido solfidrico (circa l’1%), metano, idrogeno, acido borico ed elementi in tracce in forme volatili (mercurio, arsenico e antimonio).

Il serbatoio geotermico, per poter confinare il fluido, deve essere protetto da una copertura di rocce impermeabili, in modo da impedire o limitare la dispersione dei fluidi e del calore.

Il continuo prelievo di fluido geotermico porterebbe però al suo progressivo esaurimento. Tuttavia, poiché il calore asportato dalle rocce del serbatoio rappresenta solo una piccola frazione di quello accumulato nelle stesse, è possibile continuare lo sfruttamento del campo geotermico reintegrando il fluido estratto. La ricarica in parte avviene naturalmente, tramite le acque meteoriche; essa può inoltre essere effettuata artificialmente, reiniettando nello stesso serbatoio, tramite pozzi appositamente perforati, il vapor d’acqua condensato e/o l’acqua dopo la loro utilizzazione.

Le centrali geotermiche

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Le centrali utilizzano il fluido estratto del serbatoio geotermico per la produzione di energia elettrica (v. fig. 2).

Il fluido è trasportato dai pozzi di produzione (1) in centrale mediante tubazioni in acciaio, isolate termicamente, i vapordotti (2).

All’ingresso in centrale, vi è un separatore di umidità per evitare che gocce di liquido eventualmente presenti nel fluido possano raggiungere la turbina, danneggiandola.

Il fluido, la cui portata è regolata mediante valvole, attraversando la palettatura della turbina trasforma la propria energia termica in energia meccanica. L’alternatore provvede quindi a trasformare l’energia meccanica in energia elettrica, che, tramite il trasformatore, viene trasferita alla rete ad alta tensione per il trasporto.

Il fluido, dopo aver attraversato la turbina (3), raggiunge il condensatore a miscela, dove viene condensato mediante contatto diretto con acqua fredda nebulizzata. Per migliorare il rendimento termodinamico e generare maggior potenza, la pressione allo scarico della turbina e quindi nel condensatore è mantenuta molto più bassa (meno di 1/10) di quella atmosferica. L’acqua calda prodotta con la condensazione del vapore (acqua di raffreddamento + vapore condensato) viene estratta per mezzo di una pompa che la invia alla sommità della torre di raffreddamento (4).

All’interno della torre l’acqua calda viene fatta cadere dall’alto, mentre dal basso, in controcorrente, entra aria aspirata dall’ambiente mediante ventilatori posti alla sommità della torre. L’acqua raffreddata viene raccolta nella vasca sottostante (5) e da qui ritorna al condensatore (6). La parte in eccesso, cioè l’acqua proveniente dalla condensazione del vapore geotermico, meno quella evaporata nella torre di raffreddamento, viene inviata alla reiniezione (14). I gas incondensabili contenuti nel fluido geotermico si raccolgono nella parte alta del condensatore, da dove vengono evacuati (9) mediante un estrattore gas e inviati (12) ai camini della torre di raffreddamento per essere miscelati all’aria umida uscente dalla torre e rilasciati in atmosfera. Allo scopo di ridurre la potenza assorbita, tra lo stadio di bassa pressione e lo stadio di alta pressione dell’estrattore il gas viene raffreddato in un refrigerante (10), alimentato dall’acqua fredda (7) proveniente dalla torre di raffreddamento.

Interazioni ambientali delle centrali geotermiche

L’energia geotermica costituisce una risorsa irrinunciabile per il fatto di essere rinnovabile e perché determina impatti inferiori rispetto alle centrali a combustibili fossili.

Fino ad oggi, purtroppo, l’opinione pubblica non è stata informata adeguatamente sui programmi di sviluppo e sui possibili impatti, cosicché, sulla base di supposizioni e dei “si dice”, più che su serie indagini scientifiche, si sono diffuse preoccupazioni e allarmismi e sono sorte opposizioni intransigenti e preconcette.

E’ pertanto importante, per superare queste difficoltà, che vengano fornite ai cittadini corrette informazioni sulla compatibilità dell’utilizzazione della risorsa geotermica con la salute umana e con l’ambiente.

Una pietra miliare a questo riguardo è rappresentata dai risultati dello studio interdisciplinare, di carattere fortemente sperimentale, che l’ENEL ha predisposto, con la collaborazione delle Università di Pisa e Siena e del CNR, per arrivare ad una chiara definizione degli effetti sul sistema naturale conseguenti alle emissioni in atmosfera delle centrali esistenti e future dell’area amiatina.

Lo studio, che si è concluso nel settembre ’96 dopo due anni di intensa attività, ha permesso di caratterizzare in modo completo sia le emissioni degli impianti, che il comportamento degli inquinanti geotermici nelle matrici di maggiore interesse ai fini della salute umana e dell’ambiente in generale: l’aria, il suolo, la acque, la vegetazione spontanea e le specie vegetali per il consumo umano e animale.

Il rigore scientifico delle indagini e il controllo di qualità dei dati, realizzato anche attraverso confronti tra laboratori, garantisce l’affidabilità dei risultati.

Le centrali geotermiche sono caratterizzate dalla sostanziale assenza di effluenti liquidi e solidi, in quanto i primi, come si è visto in precedenza, sono integralmente reiniettati nei serbatoi geologici da cui proviene il fluido, mentre la produzione dei secondi è nulla o trascurabile. La presenza nel fluido geotermico di specie chimiche diverse dal vapor d’acqua comporta l’emissione in atmosfera di alcune sostanze potenzialmente inquinanti o fonti di disagio: acido solfidrico, mercurio, boro e in minor misura, arsenico, antimonio e radon.

Le emissioni delle centrali geotermiche rientrano ampiamente nei limiti fissati dalla normativa. In condizioni di normale esercizio, l’unico punto di emissione è rappresentato dai camini della torre di raffreddamento. Emissioni sulle piazzole dei pozzi di produzione possono avvenire solo in caso di fuori servizio, per guasto o manutenzione, dei vapordotti ad essi collegati.

Acido solfidrico (H2S)

L’acido solfidrico rappresenta il principale inquinante emesso dalle centrali geotermiche. Le concentrazioni misurate nell’aria a livello del suolo, che è quella respirata dall’uomo, variano notevolmente in dipendenza del punto di misura e delle condizioni meteorologiche. Esse sono comunque largamente inferiori al valore guida stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la qualità dell’aria, pari a 150 microgrammi per metro cubo come valore medio nelle 24 ore, corrispondenti a circa 100 parti per miliardo.

L’acido solfidrico è tuttavia caratterizzato da una soglia olfattiva estremamente bassa, dell’ordine di poche parti per miliardo, cosicchè ne è spesso percepibile la presenza, specialmente nelle prime ore del mattino e nelle ore più calde della giornata, nelle condizioni meteorologiche che inducono il regime di brezza.

Il problema delle emissioni di acido solfidrico è pertanto riconducibile unicamente al disturbo sensoriale legato alla presenza del suo caratteristico odore, simile a quello delle uova marce.

Mercurio

Le emissioni di mercurio sono notevolmente variabili in dipendenza del campo geotermico da cui il fluido è estratto. Ad esempio, le emissioni delle centrali amiatine sono, a parità di potenza, decisamente più elevate (fino ad oltre 10 volte) rispetto a quelle delle centrali dell’area geotermica tradizionale (area boracifera), essenzialmente a causa della presenza di mineralizzazioni di cinabro. In ogni caso, neppure nell’intorno delle centrali amiatine le concentrazioni di mercurio nell’aria, nell’acqua o nella vegetazione edule sono tali da determinare rischi agli organismi viventi.

I dati dello studio ambientale mostrano, infatti, che le concentrazioni di mercurio nell’aria ambiente, espresse in termini di media giornaliera, variano, in dipendenza del punto di misura, da valori analoghi a quelli di fondo per aree del Monte Amiata non mineralizzate (2¸5 nanogrammi per metro cubo) sino a valori dell’ordine di qualche decina di nanogrammi per metro cubo (1 nanogrammo = 1 miliardesimo di grammo). Anche quest’ultimi valori sono notevolmente inferiori al valore guida indicato dall’OMS per la qualità dell’aria: 1000 nanogrammi per metro cubo, come media annuale.

La concentrazione di mercurio nell’acqua piovana (valore medio: 30 nanogrammi per litro) è perfettamente in linea con i valori che si hanno in aree non geotermiche.

Anche per la vegetazione per alimentazione, il quadro che emerge sia dallo studio ENEL, che da quelli condotti da Istituzioni scientifiche pubbliche, è positivo. Gli ortaggi prelevati nell’area geotermica di Piancastagnaio presentano livelli di mercurio piuttosto bassi, anche se più elevati rispetto a quelli misurati nelle aree prive di contaminazione antropica e naturale. Tale risultato è legato alla diffusione nel comprensorio amiatino di mineralizzazioni di cinabro e alle emissioni delle centrali.

Boro

Il boro costituisce forse l’unico componente, tra quelli liberati nell’ambiente dalle attività geotermiche, per i quali i possibili effetti riguardano la vegetazione sensibile e non l’uomo.

Le forme di boro associate con le risorse geotermiche sono principalmente l’acido borico e i suoi sali inorganici. La stragrande maggioranza (oltre il 95%) del boro presente nel fluido, per effetto della sua elevata solubilità, passa nella fase acquosa che viene reiniettata; l’emissione in atmosfera è pertanto legata essenzialmente alle gocce trascinate dall’aria umida uscente dalla torre di raffreddamento. Per limitare tale trascinamento, nelle moderne centrali la torre è equipaggiata con separatori di gocce ad alta efficienza.

Il boro è un oligoelemento indispensabile per la crescita delle piante che lo assorbono facilmente dal terreno e tendono ad accumularlo nelle foglie; in suo difetto, sorgono stati patologici. Tuttavia alcune specie, quali frumento, girasole, vite, patate, ecc., sono particolarmente sensibili e mostrano danni evidenti (clorosi ai margini delle foglie e bronzatura agli apici, appassimento e caduta delle foglie più vecchie, etc) non appena la disponibilità ambientale dell’elemento supera quella ottimale.

Nessuna manifestazione di fitotossicità è stata peraltro osservata, neppure in vicinanza delle centrali geotermiche.

Le concentrazioni di boro nell’aria ambiente sono risultate inferiori ai limiti di rivelabilità della strumentazione (20 nanogrammi per metro cubo) e anche quelle nell’acqua piovana sono notevolmente basse, da 1 a 10 microgrammi per litro (1 microgrammo=1 milionesimo di grammo). Da notare che il valore guida per la concentrazione di boro nelle acque potabili è di 1000 microgrammi per litro. Relativamente ai corsi d’acqua presenti nell’area di influenza delle centrali, l’indagine sul boro non ha evidenziato effetti diretti della ricaduta delle emissioni delle centrali.

Arsenico e antimonio

L’arsenico e, in minor misura l’antimonio, sono , dopo il mercurio, gli elementi in traccia di maggior rilievo nei fluidi geotermici. La maggior parte dell’arsenico presente nel fluido (circa l’80% o più) passa in soluzione nella fase acquosa, che viene reiniettata. Ne è riprova il fatto che le concentrazioni misurate di arsenico nell’aria ambiente sono inferiori ai limiti di rilevabilità della strumentazione (5 nanogrammi per metro cubo) e anche quelle nell’acqua piovana sono notevolmente basse, comprese nel campo 0,1¸0,5 microgrammi per litro. Da osservare che il limite per le acque potabili è di 50 microgrammi per litro.

Anche per i corsi d’acqua presenti nella zona di influenza delle centrali, non si sono rilevati innalzamenti apprezzabili dei tenori di arsenico rispetto ai valori di fondo dell’area esaminata.

Per quanto riguarda la vegetazione per alimentazione, i valori misurati negli ortaggi di Piancastagnaio sono al di sotto del limite fissato negli USA per la commercializzazione dei vegetali freschi (2,6 parti per milione), sebbene anche in questo caso, essi risultano più elevati di quelli indicati in letteratura come valori naturali o di riferimento.

Relativamente all’antimonio, valgono le considerazioni svolte per l’arsenico, attenuate dal fatto che le relative emissioni sono assai inferiori a quelle dell’arsenico.

Radon

Il radon è un gas nobile radioattivo, naturalmente presente nell’ambiente in diverse forme isotopiche, delle quali la principale, il radon-222, è un prodotto intermedio del decadimento dell’uranio. La sua attività si dimezza in circa 3 giorni, con formazione, dopo una catena di decadimenti radioattivi, di un isotopo solido, il piombo 210.

Tutti i terreni contengono tracce di uranio; il radon così prodotto, per la sua natura di gas inerte, può migrare per diffusione ed essere poi trasportato dai fluidi che circolano nel terreno stesso. In tal modo, al radon che normalmente diffonde dalla superficie del terreno verso l’atmosfera si aggiunge quello trasportato dal fluidi endogeni.

I livelli più elevati di radon si hanno in aree vulcaniche e in presenza di particolari categorie di rocce quali scisti, graniti e rocce vulcaniche.

I rilevamenti eseguiti nell’area di Larderello dall’ENEL, anche in collaborazione con il Dipartimento dell’Energia degli USA (DOE) e con l’Università di Pisa, hanno evidenziato che anche in prossimità delle maggiori centrali geotermiche la radioattività da radon nell’aria ambiente risulta piuttosto bassa, dell’ordine di 5 Becquerel per metro cubo (il Becquerel è l’unità di misura dell’attività delle specie radioattive e corrisponde a un decadimento per secondo).

Se si considera che il valore medio di altre aree non geotermiche è di circa 10 Becquerel per metro cubo, il valore rilevato indica che non sussiste alcun problema di esposizione della popolozione.

Anidride carbonica (CO2) 

L’anidride carbonica, pur non essendo un inquinante, è il principale gas responsabile dell’effetto serra. Le emissioni di anidride carbonica delle centrali geotermiche sono fortemente dipendenti dal tenore di gas incondensabili nel fluido e possono variare da 100 a 500 grammi per chilowattora. Esse rappresentano le emissioni dell’intero ciclo di generazione dell’energia elettrica, in quanto la centrale geotermica costituisce l’unico punto di emissione. Questa situazione è diversa da quella che si ha utilizzando combustibili fossili, giacché, in questo caso, alle emissioni delle centrali si devono aggiungere quelle che si hanno nelle fasi di produzione e trasporto del combustibile. Infatti, nel caso della CO2 interessa non tanto l’emissione locale, quanto quella a livello planetario.

Tenuto conto di questo fatto, risulta che le emissioni di CO2 del ciclo geotermico, a parità di energia elettrica prodotta, sono sensibilmente inferiori a quelle della  generazione elettrica basata su cicli combinati a gas naturale ad alto rendimento.

Conclusioni

L’utilizzazione dell’energia geotermica non comporta effetti apprezzabili né sulla salute umana, né sull’ambiente. Le prestazioni ambientali delle centrali sono verificate mediante il monitoraggio delle emissioni e il controllo della qualità dell’aria mediante misura in continuo, in corrispondenza dei principali centri urbani potenzialmente influenzati dalla presenza delle centrali, delle concentrazioni di costituenti tipici dei fluidi geotermici: acido solfidrico, mercurio, anidride carbonica e radon. Le nuove centrali, inoltre, saranno dotate di un sistema di gestione ambientale secondo il regolamento comunitario EMAS.

L’ENEL è attivo sul fronte dell’innovazione tecnologica per migliorare la compatibilità ambientale delle centrali. E’ infatti in corso di sperimentazione, su scala pilota, un processo originale per l’abbattimento delle emissioni di acido solfidrico e di mercurio, il cui trattamento combinato rappresenta un’anteprima mondiale. Sono inoltre in fase avanzata di valutazione cicli di generazione elettrica ad emissione zero, nei quali il fluido geotermico viene reiniettato nel serbatoio di provenienza dopo la sua utilizzazione.

(Dott. ing. Aldo Baldacci)

L’ing. Baldacci, responsabile degli Usi Plurimi presso la direzione geotermica ENEL, laureato nel 1972 in Ingegneria Nucleare di indirizzo chimico presso l’Università di Pisa, ha operato dal 1974 presso ENEL nel campo dell’innovazione tecnologica e del miglioramento della compatibilità ambientale degli impianti di produzione dell’energia elettrica, utilizzando sia combustibili fossili che fonti rinnovabili. E’ autore di oltre 60 pubblicazioni su prestigiose riviste scientifiche internazionali. 

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 1 1996

Chi volesse leggere l’articolo dell’ing. Marconcini “Lo sfruttamento geotermico

in pdf, cliccare, alla fine del post, sul link: SAGREDO10001

altrimenti continuare a leggere di seguito:

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 Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 2-4 1995sagr0001

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FENOMENOLOGIA DEL PAESAGGIO ED ECOLOGIA DEL TURISMO: LA VAL di CECINA del dott. Angelo Marrucci; intermezzo pittura di Gabriella Scarciglia

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 3-4 1996; n. 1-2 1997

PAESAGGIO E TURISMO: CASO DELL’ALTA VAL DI CECINA

dott. Angelo Marrucci

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SENTIMENTO ESTETICO DEL PAESAGGIO

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LA FRUIZIONE DEL PAESAGGIO

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ECOLOGIA DEL TURISMO

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BREVI CENNI PALEOGEOGRAFICI E PALEOAMBIENTALI SULL’ORIGINE DELL’ALABASTRO del dott. Angelo Marrucci

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 2-3-4 1995

BREVI CENNI SULLA GENESI DELL’ALABASTRO  IN VAL di CECINA

del dott. Angelo Marrucci

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LETTURE UTILI SULLA GENESI DELL’ALABASTRO

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LA MISTERIOSA STORIA DELLE OFIOLITI DELL’APPENNINO CENTRO-SETTENTRIONALE – UNA RISORSA CULTURALE IN ALTA VAL DI CECINA E ALTROVE, argomento trattato in quattro saggi rispettivamente dei docenti P. Pistoia (compreso grafico della Struttura della terra), P.D. Burgassi, A. Marrucci, E. Padoa; a cura del dott. Piero Pistoia.

STRUTTURA DELLA TERRA di Piero Pistoia

N.B. – Rielaborazione di  disegni e cartine a cura di Piero Pistoia

Breve aggiornamento: sembra che a febbraio del 2024 una pubblicazione scientifica abbia suggerito che Il core (da 2900 a 6376 Km), pensato costituito da ferro-nichel, liquido all’esterno (fino 4000 KM), in cui ruota una sfera interna solida, abbia ancora al suo interno un altro nucleo. Ancora tutto da scoprire!

CURRICOLO DI PIERO PISTOIA  : cercarlo in altri scritti di questo autore in questo blog!

 

Note introduttive del coordinatore (NDC) piero pistoia

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CARTA CALCEDONI MONTERUFOLI1

Storiaofioliti
 INDICE-LINK

1-LA MISTERIOSA STORIA DELLE OFIOLITI IN ALTA VAL DI CECINA E ALTROVE (Piero Pistoia)

2-LE “STORIE” DI GEOLOGIA DI PIERO PISTOIA (Domenico Burgassi)

3-LE OFIOLITI UNA RISORSA CULTURALE PER LA VAL DI CECINA (Angelo Marrucci)

4-LE OFIOLITI DELL’APPENNINO SETTENTRIONALE (Elisa Padoa)

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1-LA MISTERIOSA STORIA DELLE OFIOLITI IN ALTA VAL DI CECINA E ALTROVE E DEL MITICO OCEANO TETIDE CHE SCOMPARVE NELLE VISCERE DELLA TERRA, NEL CONTESTO DELL’EVOLUZIONE DELL’APPENNINO CENTRO-SETTENTRIONALE

del dott. Piero Pistoia

Da rivedere in alcune parti

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Storiaofioliti

 

Introduzione – In prima istanza possiamo definire le ofioliti come un complesso di rocce basiche ed ultrabasiche (povere di silice: le basiche, 45-52% di SiO2; le ultrabasiche, fino a 45%), spesso scompaginato, costituite da gabbri, diabasi, ma anche e specialmente da serpentiniti composte da silicati complessi di ferro e magnesio [3], prodotte da leggero metamorfismo di fondo oceano a partire dalle peridotiti del mantello, nella fattispecie Lherzoliti [2] [3], e di questo antico fondo oceanico rappresentano oggi gli unici frammenti rimasti. Le ofioliti della Val di Cecina sono rocce che tutti più o meno conoscono, perché costituiscono per es. i “Gabbri” per andare a Larderello, le rocce su cui sono arroccati i paesi di Micciano, Libbiano, Montecastelli, i poggi del Monte Aneo, della Rocca Sillana e di buona parte della zona di Monterufoli ecc. (vedere Fig.6 e cartina). Tutti pensano che siano rocce collegate a raffreddamento di magmi in loco, per cui spesso sentiamo dire che la nostra zona è vulcanica. In effetti le manifestazioni dei campi geotermici  rimandano al raffreddamento di  qualche ‘plutone’ granitico in profondità, ma la  terra di origine degli ofioliti era invece il pavimento di un mitico oceano (oceano Tetide) che esisteva verso ovest, allineato come la zolla europea (ENE-OSO) e che 37 milioni di anni fa (37 MAF), sprofondò definitivamente nelle viscere della terra insieme con la litosfera che lo sosteneva, eccetto alcuni frammenti, le ofioliti appunto. Non si tratta di un territorio più o meno distante dalla nostra zona; in un riferimento assoluto poteva essere anche sotto i nostri piedi, se ha ragione Elter nello stimare la massima apertura di questo oceano di un migliaio di chilometri. Si tratta di un posto che non c’è più sulla superficie terrestre, perché è sparito con tutta la litosfera! Sopravvive solo una specie di ricordo: il “fantasma della zolla perduta”, le ofioliti appunto. Sopravvissero invece i sedimenti di questo oceano che, durante la chiusura furono accavallati, strizzati e allineati al margine europeo (siamo intorno ai 37 MAF), trascinando le ofioliti inglobate: solo ora avrebbe senso affermare che la loro distanza dalla nostra zona poteva essere un migliaio di chilometri e altrettanti furono percorsi nella rotazione dell’orogene fino a costituire l’ossatura dell’Appennino Toscano. Ma vediamo meglio.

Considerazioni sulle ofioliti della zona in studio – Le ofioliti in Toscana, molto diffuse in specie nella zona in studio (Cartina e Fig.6), si trovano incluse nelle cosiddette falde alloctone o Unità Liguri, formazioni rocciose essenzialmente argilloso-silicee-marnoso-arenacee trasportate lontano dal posto dove avevano avuto origine. Esse si depositarono a partire dal Giurese sup. ( all’inizio del Malm, circa 160 MAF, quando il Tetide, già mare misterioso fin dal Trias medio, si aprì come oceano) nelle fosse più interne (più a nord verso l’antico blocco europeo), nel cosiddetto Dominio Ligure-Piemontese dello stesso Tetide, oceano allora pressoché allungato ENE-OSO, circa alle latitudini a cui si formeranno il Mediterraneo e la Penisola italiana, confinante a nord-ovest col blocco euro-asiatico e a sud-est col promontorio africano dell’Adria (Fig.1).

FIG. 1

Le ofioliti sarebbero pezzi delle rocce che costituivano il fondo di questo antico oceano sulle quali si depositarono le suddette formazioni, venendo verso nord a costituire il basamento di quella che sarà l’Unità Ofiolitica Interna con ofioliti in posizione primaria (diffusa oggi in Liguria orientale, all’ isola d’Elba e nella zona costiera della Toscana meridionale) e, più a sud, intercalazioni nell’Unità Ofiolitica Esterna a guisa di olistoliti (grossi massi ofiolitici anche di qualche km con parziale copertura) con ofioliti per lo più in posizione secondaria, cioè incluse in formazioni sedimentarie torbidiche del Cretaceo-Eocene [5]. Quest’ultime formazioni sono rappresentate in zona dal Flysch Calcareo-Marnoso del Cretaceo inf.-Paleocene che insieme a quello di Lanciaia (Paleocene medio-Eocene), costituiscono oggi la Liguride dominante nella Toscana meridionale e nell’ambiente in studio [6].

FIG. 2

Anche oggi la litosfera oceanica, costituita dal mantello litosferico e dalla crosta oceanica, ha in linea di massima (per le differenze vedere [1]) stessa struttura e petrografia di queste rocce e si origina, oggi come allora, a partire dalle dorsali oceaniche (linee di frattura profonda con spostamento laterale: riftings), per risalita di magmi ultrabasici profondi dal mantello, magmi peridotitici con olivina dominante e ortopirosseno ricco in magnesio (vicino all’enstatite) e subordinato clinopirosseno. Si tratta di magmi parzialmente cristallizzati e metamorfosati in serpentinite con la loro componente basaltica (per un cenno sull’origine della serpentina ed altro vedere nota [3]), effusi lateralmente e consolidati a costituire ed espandere continuamente il pavimento del bacino oceanico ai lati della dorsale, per cui, allontanandoci da essa il fondo ha età sempre più antica. La paragenesi relitta delle serpentiniti in studio, che fa riferimento ad ol (olivina), opx (ortopirosseno di Fe e Mg) e cpx (un clinopirosseno augitico con Mg, Fe e scarso Ca e Al a costituire il diallagio), ridotte per lo più a serpentino fibroso (crisotilo, fillosilicato con fogli arrotolati a tubo), indica una peridotite “madre”, tipo Lherzolite a spinello (A’’B2’’’O4, es., magnetite Fe’’Fe2’’’O4) [2] [3]. Così le Liguridi più interne hanno ofioliti più giovani e quelle più esterne, deposte più lontano dal rifting, più vecchi (nella fattispecie sembra abbiano cristallizzato qualche milione di anni prima delle altre); le ofioliti delle interne, cristallizzando dopo, devono essere derivate da peridotiti del mantello più impoverite di clinopirosseni (componenti più basso-fondenti), cioè di Ca, Fe, Al, per processi di fusione parziale (contengono meno del 10% di clinopirosseni a fronte di un 15% nelle esterne). Se gli ortopirosseni dominanti nelle peridotiti, sono silicati ferro-magnesiaci (Fe,Mg)2[Si2O6] e i clinopirosseni sono in generale più ricchi in calcio e alluminio (diallagio [nota 3]), potrebbe sembrare che le ofioliti in studio contengano rispetto alle altre più marittime una maggiore quantità di questi due elementi. Poiché però la nostra Unità Ofiolitica Inferiore esterna, contiene grandi quantità di brecce ofiolitiche diffuse a tutti i livelli e il complesso ofiolitico inglobato (ofioliti e in parte la copertura), quando esiste (Fig.3), è fortemente interessato da azioni meccaniche e compreso in sedimenti torbidici, è plausibile che tali brecce ed ofioliti provengano da zone più interne. maci0005

Cenni al margine del Dominio Austroalpino – Nell’impossibilità di razionalizzare il disegno precedente, precisiamo che l’Unità di S. Fiora e la Liguride esterna appartengono alla stessa fossa di sedimentazione per cui i sedimenti correlati si assomigliano nelle formazioni e nel tempo (dai Calcari a Calpionelle del Cretaceo inf., attraverso l’arenaria Pietra forte del paleocene inf.. fino al Calcare marnoso Alberese Eocene medio sup). Nello stesso modo si assomigliano le Unità delle Argille e calcari con la Serie  toscana per contiguità delle aree do sedimentazione verso sud. In successione: dalla parte bassa del Trias sup. caratterizzato da una copertura metamorfica con dolomie massicce e calcari cristallini, attraverso lo Pseudoverrucano  con conglomerati quarzosi, arenarie, calcari arenacei del Trias sup., le marne arenacee e calcari silicei scuri a liste di selce nere (Lias medio sup.), fino al complesso delle Argille e calcari s.str., terreni argillosi calcarei ed arenacei di età esclusivamente Terziaria, che si rinvengono direttamente sopra lo Pseudoverruvano o a copertura delle formazionio oligoceniche del Dominio toscano (es. Macigno).[6]

Dalle giaciture originali nell’oceano Tetide a quelle attuali – La Fig.3 rappresenta la successione nel tempo delle formazioni rocciose nei diversi bacini di sedimentazione nella geosinclinale appenninica; “racconta” cioè le vicende sedimentarie nel corso del tempo della Sezione X di Fig. 1 e la Fig. 2b dell’art. [5 – P. Pistoia, 1998] ne riassume la situazione alla fine del Giurese; mentre la Fig.4 rappresenta la disposizione attuale delle stesse formazioni. La narrazione che seguirà è un possibile racconto ipotetico relativo al passaggio dalla situazione della Fig.3 a quella della Fig.4. FIG. 4 Questo mitologico oceano, a partire dal Malm, continuò ad allargarsi, per allontanamento dei due blocchi continentali, secondo le modalità sopra accennate, per raggiungere addirittura un migliaio di Km alla fine del Giurese, secondo le stime di P. Elter [4], e iniziò a stringersi, verso la fine del Cretaceo inf. (circa 100 MAF), per avvicinamento dei margini (Fig. 5 A-B), chiudendosi definitivamente 37 MAF (Fig. 5 C), nell’ Eocene superiore (fine della fase ligure dell’orogenesi). Nel contempo si depositavano, durante il periodo compreso al massimo fra 160 e 37 MAF, le formazioni alloctone, Liguride Esterna e Liguride Interna, in due fosse separate da un primo rilievo (Ruga del Bracco) costituitosi nel Cretaceo (circa 100 MAF), sorgente di olistoliti di crosta oceanica e eventuale copertura che, nelle rocce in studio, si ritrovano intercalati, come già accennato, nella Liguride Esterna (Fig.3). Da allora fino a circa 22 milioni di anni fa si scontrarono, quasi in un immane cataclisma anche se “diluito” in circa quindici milioni di anni, i due continenti Europeo ed Africano (fase ensialica dell’orogenesi). Che cosa accadde al materiale, che si era depositato nel Tetide dal Giurese sup. all’Eocene medio (in circa 120 milioni di anni), durante le due fasi di compressione? Brandelli di ofioliti furono strappate dal fondo oceanico di quell’oceano antico scomparso – e di esso oggi sono ricordo e storia – e inglobate, in maniera più o meno caotica in funzione della durata delle traslazioni, nelle formazioni rocciose superiori che, durante la fase ligure si erano impilate l’una sotto l’altra a partire da quelle più interne, cioè più vicine all’Europa, Fig. 5, A-B-C di Plesi e Fig. 2’, man mano che crosta oceanica e mantello litosferico (litosfera oceanica) sprofondavano sotto il continente africano (lungo un piano detto di Benjof), “raggrinzando” opportunamente i sedimenti (segmenti interni impilati sotto quelli più esterni, come accennato) nel risucchiarli verso il basso nel processo di subduzione, richiesto dalla Teoria della Tettonica delle Placche. Così alla chiusura definitiva del Tetide le formazioni strizzate e deformate si trovarono spinte con giacitura originaria (le interne più in basso) sul continente europeo (Fig.2’e Fig. 5 C). Infine per lo più durante lo scontro cratonico, il piano di Benjof tese ad immergere sotto l’Europa e parte delle dette formazioni si ribaltò rovesciandosi (nota 13 a pag.21 della [4]) (da rivedere) e accavallandosi in senso inverso (Fig.2’’), cambiando vergenza (da europea ad appenninica) ed ordine ( le più interne sempre più in alto invertendo la giacitura originale) e retrocarreggiò per molte decine di Km verso la zolla africana (Fig. 5 E di Plesi), per sovrapporsi infine su quelle continentali. Quest’ultime sempre durante lo scontro cratonico – “accrete” a partire dall’alto nel seguente ordine: Formazioni Australpine, Falda ed Autoctono toscani – si ritrovano oggi (Fig. 5 E di Plesi e Fig. 4) al di sotto delle Liguridi. In particolare, sul margine continentale, la parte più interna della Serie Toscana, spinta dalle Liguridi, si scollò dal substrato antico in corrispondenza del Trias plastico (Falda Toscana) e sovrascorse sulla sua parte più esterna (Autoctono Toscano) raddoppiando la Serie Toscana (P. Elter, 1985). Ovvero, durante la subduzione ensialica (litosfera continentale che si immerge verso ovest sotto la placca europea), “le zone esterne del margine della zolla africana (Autoctono Toscano) sottoscorrono quelle più interne (Falda Toscana) e il prisma delle unità liguri” (G. Gasparri, 1995), secondo le regole del cuneo di accrezione. Per cercare ulteriori approfondimenti vedere anche nota [5]. In particolare per quest’ultime formazioni su zolla continentale è da notare, come accennato, che il Tetide prima del Malm (periodo in cui diventò oceano) già esisteva come mare con caratteristiche continentali fin dal lontano Trias medio. Sul fondo aveva infatti rocce analoghe a quelle della crosta continentale di composizione media analoga al granito. Tale mare (Neotetide), si era costituto appunto a partire dal Trias medio (225 MAF) e, per allontanamento dei margini, si era sempre più approfondito secondo faglie listriche per subsidenza meccanica (dopo il Malm la subsidenza diventò termica), raccogliendo da 225 a 160 MAF svariati sedimenti che dopo il Malm (apertura dell’oceano Tetide) rimasero sui due margini continentali immersi in via di allontanamento, mentre vi continuava, in particolare su quello africano, la sedimentazione fino all’Oligocene medio (26 MAF), cessando definitivamente col macigno (Fig.3), all’arrivo delle coltri alloctone con il loro carico di ofioliti all’interno, durante lo scontro cratonico (per le giaciture attuali, conseguenza della storia accennata sopra, vedere Fig.4). Le formazioni deposte direttamente sul margine continentale africano (dal Trias all’Oligocene medio) vennero a costituire, quelle più esterne, le rocce della Serie Tosco-Umbra e quelle intermedie prospicienti l’oceano, sempre su margine continentale, le rocce delle Formazioni Australpine, attive già dal Trias, che facevano passaggio a N, col loro dominio interno, alle coperture liguri e a S, col loro dominio esterno, a quelle toscane, separati i due domini dalla ruga insubrica, zona per lo più emersa introdotta in sede teorica per spiegare la presenza di clasti nei sedimenti. Di queste formazioni Australpine, di scarsa rilevanza nella zona in studio non diremo altro [6] (sedimenti terziari di tali formazioni, il cosiddetto Flysch Marnoso-arenaceo, si rinvengono, nell’area, solo a Castelnuovo V.C .). Per una sintesi sulle rocce costituenti tutte queste formazioni, poste nel tempo e nei relativi domini e per seguire i ragionamenti vedere Fig. 3, dalla quale non appare però la consistenza relativa media delle formazioni (per avere un’idea di questa vedere Fig. 4). La Serie Toscana nella zona in studio spesso manca di alcune formazioni (serie ridotta) e talora è limitata ai depositi del solo Trias (calcari cavernosi fetidi e dolomitici, anidridi e argille di ambiente poco ossigenato) e ciò trova la sua ragione nella prima fase tettonica estensionale che si instaurò da 22 MAF a calare.

La FIG. 5 E del dott. prof. Plesi accademico, si pensi modificata immaginando di inserire anche la Fig.2.

FIG. 5

L’ultimo segmento della storia: la rotazione dell’orogene appenninico [7]– A partire da 22 MAF le formazioni ormai accavallate e per lo più ancora sotto il mare, componenti l’orogene appenninico con la parte in studio, ancora allungato NE-SO e imperniato sulle Alpi Meridionali (a N dell’attuale golfo di Genova), ruotarono in senso antiorario fino alla posizione attuale della Penisola Italiana, per aperture, tutte mioceniche, di oceani secondari, tendenzialmente triangolari a spingere (un vertice a nord); es., il Balearico si oceanizza durante il Burdigaliano, 22-16 MAF, separando il Massiccio Sardo-Corso dal margine europeo, poi il Corso e successivamente il Tirreno nel Tortoniano sup., 9-8 MAF, lasciando indietro, eccetto alcuni “pezzi”, lo stesso massiccio rispetto alla catena. Nel contempo, cessavano, nella nostre zone, le forze di compressione laterale, che sarebbero continuate a migrare al di là dell’asse principale dell’Appennino e si ritrovano ancora oggi nella zona adriatica, causa di eventi sismici a notevole profondità, 55-75 Km, dove la subduzione di litosfera adriatica sottoscorre l’arco appenninico. Cessate le forze tangenziali, in corrispondenza del massimo ispessimento crostale, potè iniziare l’aggiustamento isostatico (rebound) tramite il collasso distensionale interno del cuneo ispessito, che provocò un rapido sollevamento a scala chilometrica (uplift), datato fra 20-19 e 13-12 MAF, con robuste attività erosionali e, alla superficie, scorrimenti gravitativi a doppia vergenza di parte delle Liguridi già deformate – creando ad ovest le condizioni per la Serie Ridotta (Burdigaliano sup.-Serravagliano) e aprendo contemporaneamente possibilità per la sedimentazione delle arenarie dell’epiligure o semialloctono (Piana del Marchese, Manciano e Ponzano), che in quest’ottica acquistano il significato di primi sedimenti autoctoni. Si trattò così di un rapido rebound della massa asportata tramite veloci movimenti verticali di massa che inflessero verso l’alto le isoterme già rivolte verso il basso, attivando flussi di calore per conduzione e giustificando un’assenza significativa di magmatismi calcoalcalini-andesitici (amagmatic corridor fra 23 a 7 MAF), impedendo di raggiungere temperature opportune (600-650°). Il rebound subì un rallentamento nel Tortoniano Sup., permettendo l’inizio del processo di granitizzazione (7.3-6 MAF) e nella Toscana Meridionale una nuova fase tettonica distensionale con l’apertura di numerose faglie dirette a direzione appenninica delimitanti bacini subsidenti in “un’area che nell’insieme è invece sottoposta ad una risalita di materiale profondo ad alta densità” [4, pag. 21], concausa dell’oceanizzazione del Tirreno sulle vestigia della zona di separazione Alpi-Appennino. Tali faglie dirette, a partire appunto dal Miocene Sup. e per tutto il Pliocene, tendendo ad orizzontalizzarsi a diversi livelli di profondità (per es., al livello K di separazione rigido-plastico quelle mioceniche, altre a livello del Trias plastico …), risultarono tanto importanti per le mineralizzazioni nella nostra zona [9] (Fig. 6). Ma su questa storia torneremo. E’ da sottolineare la strana concomitanza fra sollevamento di materiale più o meno denso dal basso e distensione. In particolare in quel tempo la nostra zona fu interessata da una successione di horst e graben e nelle depressioni entrò di nuovo il mare, creando bacini subsidenti dove si avvicendarono episodi lacustri, lagunari e marini complessi e articolati raccogliendo i sedimenti del cosiddetto Neoautoctono [Fig. 4], storia già raccontata in [10]. La fascia di compressione nella zona del fronte della catena che la spinge contro la placca in subduzione, e la fascia complementare di distensione, alle spalle del fronte, legata all’espansione dei bacini di retroarco – dapprima quella balearica (associata al magmatismo sardo, Fig.2’’) e poi quella tirrenica (magmatismo tosco-laziale e poi delle Eolie) – ambedue provocate dalla flessione e sprofondamento verso ovest della litosfera dell’Adria sotto il fronte della catena in formazione – sarebbero migrate verso est insieme alla stessa zona di subduzione, in quanto la linea lungo la quale la litosfera si flette tende a migrare ad est (Roll-back) per probabili ragioni interne (densità circa uguali della placca in subduzione e della catena) ed esterne (particolare comportamento della rotazione terrestre). Infatti un leggero rallentamento della rotazione terrestre avrebbe potuto provocare la deriva verso est, differenziata con i paralleli (minore verso nord), dell’astenosfera che aggancia e trascina la litosfera superiore e nel contempo ostacolare l’immersione della placca subsidente. La zona tensile di retroarco migrò così verso est a spiegare la formazione progressiva dei grandi bacini lacustri e marini a partire dal Tortoniano: oceanizzazione del Tirreno, apertura dei bacini subsidenti lacustri e marini della Toscana Meridionale (Neoautoctono di età tortoniana-messiniana e pliocenica (10-2 MAF)) e il ringiovanimento progressivo del magmatismo acido fra Tirreno e Toscana Meridionale a partire da 7.3-6 MAF. FIG. 6

Conclusioni – Lo scenario descritto in breve è uno fra tanti possibili, provvisorio e approssimativo, ma ha incastri aperti così da permettere inserimenti di ulteriori approfondimenti, aggiustamenti e correzioni: si tratta cioè di un modello culturale dinamico. Per sottolineare l’aspetto educativo di queste storie, scriveva delle ofioliti, rocce spesso nude e scabre, il dott. Angelo Marrucci, giovane studioso di geografia, di mineralizzazioni e del loro impatto antropico-sociale in Alta Val di Cecina, caro amico precocemente scomparso, come esse “possano rappresentare altresì un elemento di grande interesse culturale anche per il profano curioso che, trovandovisi a contatto in seguito alle più diverse motivazioni (ricerca di minerali, escursionismo, fotografia, caccia, turismo ecc.), può essere sollecitato a ‘scoprire’ e riconoscere in esse i resti di un antico oceano scomparso o la testimonianza di immense collisioni in uno scenario di dimensioni planetarie articolato nell’arco di molte decine di milioni di anni, ottenendo da tale esperienza un salutare ‘salto’ cognitivo che dal limite concreto e comune del ‘qui’ ed ‘ora’ consente di proiettare la riflessione su scale di grandezza e dinamiche tali da far riconsiderare il presente con altri criteri” [8].

(Dott. Piero Pistoia)

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BIBLIOGRAFIA E NOTE

1 – Padoa E. (Superv. Bortolotti V.) (1997) “Le ofioliti dell’Appennino Settentrionale”, Il Sillabario N. 4. da rivisitare nel blog.

2 – De Siena C. (1993) “Ofioliti dell’area di Lanciaia-Montecastelli Pisano (Alta Val di Cecina)”, Firenze, Dip. Sci. della Terra.

3 – Le Lherzoliti sono peridotiti dove oltre ad olivina sono presenti ortopirosseni e clinopirosseni. I pirosseni sono inosilicati con anione Z2O6 di formula generale (W)1-p (X,Y)1+p Z2O6, dove W=Ca,Na; X=Mg, Fe’’, Mn’’, Ni’’; Y=Al,Fe’’’, Cr’’’,Ti’’’’ e Z=Si, Al. Il diallagio, clinopirosseno caratteristico delle nostre ofioliti, è un’augite, (Ca, Na)1-x (Mg, Fe’’, Fe’’’, Al, Ti)1+x (Si, Al)2O6, dove x è compreso fra 0.1 e 0.5, che oltre a possedere sfaldatura (110) dei pirosseni, ha anche la sfaldatura (100) dovuta alla presenza di sottilissime lamelle di mescolamento o dovuta ad una geminazione plurima.

La FIG C riassume la struttura a tetraedri dei silicati e i loro gruppi caratteristici, per ‘leggere’ le loro formule chimiche. tetraedri0001 Le peridotiti si trasformano in serpentiniti, nel loro percorso di risalita verso il fondo oceanico del Tetide, per flusso plastico in una condizione largamente cristallina, quando si manifestano possibilità di idratazione e la temperatura diviene inferiore a 500 °C. Uno degli aspetti problematici (un altro è il reperimento di ingente acqua per le reazioni) è l’aumento di volume di questa trasformazione (densità peridotiti >3, delle serpentiniti compresa fra 2.5 e 2.7), mentre sembra accertato che la serpentinizzazione avvenga senza aumento di volume. Alcuni prospettano che durante questo processo si possa avere una perdita metasomatica di materiali che possa bilanciare il detto aumento di volume (es., perdita di CaO al bordo ecc.). La questione ci risulta ancora aperta. Le serpentiniti massive sono generalmente verdi-nere molto scure per magnetite o verdi più chiare talora variegate (ranocchiaia). Oltre a serpentino (crisotilo) e magnetite, come minerali aggiuntivi troviamo i fillosilicati clorite e talco, carbonati, brucite, gli anfiboli tremolite e actinolite ecc..Il serpentino, per lo più crisotilo uno strano fillosilicato avvolto, si può formare, per es., per attacco dell’olivina delle peridotiti da parte di acqua e ossigeno in zona di debole metamorfismo: 6(Mg 1.5, Fe 0.5) SiO4 + O + 6H2O -> 3Mg3 (OH)4 Si2O5 + Fe3 O4  Il talco e la sua alterazione, steatite, hanno formula Mg3 (OH)4 Si4O10; le cloriti hanno formula identica al serpentino con sostituzione isomorfica di Mg con Al e Fe bivalente e di parte degli atomi Si con Al. Nei minerali magnesiaci tremolite e actinolite, la catena doppia degli anfiboli dà luogo all’anione Z4O11 e la formula generale è W0-1 X2Y5Z8O22 (OH,O, F)2. Nella tremolite W=0; X=Ca; Y=Mg; Z=Si e infine (OH)2; nella actinolite al posto del magnesio c’è il ferro bivalente. In generale i minerali aggiuntivi nelle rocce serpentinose rappresentano trasformazioni endometasomatiche legati alla serpentinizzazione o più spesso successive a questa. Abbastanza spesso si giunge a masserelle, lenti, chiazze, vene di brucite (idrato di magnesio), carbonati, talco, asbesto con strutture complicate e pittoresche” (C. D’Amico “Le rocce metamorfiche” Patron, 1980, pag.203), oggetto di interesse anche per i collezionisti. Per una ulteriore discussione vedere: Turner F. & Verhoogen J. (1960) “Ignous and Metamorphic Petrology”, McGRAW-HILL, cap. 11.

4 – Elter P. (1985) “Introduzione allo studio dell’Appennino Sett. nel quadro del sistema alpino” Suppl. n. 1 ai quaderni Mus. Stor. Nat., Livorno, 6:1-21.

5 –Per ulteriori chiarimenti sull’evoluzione dell’Appennino vedere: Elter P. (1985), op. Cit. [8]. Plesi G. (1998) “L’Appennino Sett., processi e tempi di formazione di una catena montuosa”, Il Sillabario, N.1; rivisitato nel blog. Pistoia P. (1999) “Una storia piccola dell’Appennino Sett. (225-100 MAF)”, Il Sillabario, N. 2, rivisitato nel blog. Pistoia P. (1999) “Cenni alle prime fasi evolutive dell’Appennino Sett. (300-20 MAF)”, Il Sillabario, N. 4, da rivisitato nel blog;

6 – Per una chiara e qualificata sintesi sulla geologia dell’Appennino Sett.: Lazzarotto A. (1993) “ Elementi di Geologia” Silvana Editoriale, a cui in questo scritto si fa spesso riferimento.

7 – Elter P. (1994) “ La fase post-nappe nella Toscana meridionale: nuova interpretazione sull’evoluzione dell’Appennino Sett.”, Atti Tic. Ac. Terra, n. 37, 173-193; Carmignani L. et alii (1995) “Relazione fra Bacino Balearico, il Tirreno Sett. e l’evoluzione neogenica dell’Appennino Sett.”, Studi geologici CAMERTI, vol. sp., 225-263.

8 Marrucci A. (1997) “Le ofioliti, una risorsa culturale” Il Sillabario, N. 4, art rivisitato nel blog.

9 – Pandeli E.& Padoa E. (1998) “Le rocce brecciate triassiche nelle colline metallifere: calcare cavernoso e anidriti di Burano”, Il Sillabario, rivisitato nel blog.

10 Pistoia P. (2003) “Il Neoautoctono a Pomarance e dintorni, “Breve storia delle rocce dell’ultimo mare”, da L’Incontro N.3, rivisitato nel blog.

(FINE DEL CONTRIBUTO del dott. Piero Pistoia)

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2-LE “STORIE” DI GEOLOGIA DI PIERO PISTOIA ED ALTRO

del dott. Pier Domenico Burgassi

Piero Pistoia dottore in geologia ed apprezzato insegnante di fisica all’ITIS di Pomarance, autore di numerose pubblicazioni scientifiche, propone questo secondo lavoro nel campo delle scienze geologiche con l’intenzione di spiegare, anche ai non addetti ai lavori (curiosi e di media cultura n.d.r.) genesi e storia di queste rocce particolari che caratterizzano parte del nostro territorio: le ofioliti.

Alle ofioliti appartengono infatti i gabbri che si incontrano passando per la SS439 nel percorso fra Pomarance e Larderello e vedono assai di frequente persone, le più diverse per età e nazionalità, intente ad esaminare con curiosità quelle rocce che affiorano, oggi “imprigionate” da reti metalliche, quasi che si dovessero difendere i passanti non dal distacco di possibili frammenti, ma da un branco di belve feroci. Curioso per natura e per formazione culturale mi sono fermato a domandare il perchè di queste soste ed ho ricevuto le risposte più diverse: la più semplice mi fu data da un docente  di materie letterarie a Zurigo: sono affascinato da queste rocce verdi. Rocce verdi o ofioliti, questo è il nome con cui queste rocce sono conosciute nell’ambiente scientifico, che da sempre influenzano l’economia della Val di Cecina: oggi per l’uso che ne viene fatto come inerti nel campo dei lavori edili e stradali, ieri per la presenza di miniere per lo sfruttamento delle mineralizzazioni cuprifere ad esse collegate e per la raccolta di un prodotto caratteristico dell’area e commercializzato nell’antichità dai mercanti volterrani insieme all’acido borico:  il vetriolo di Cipro (in pratica solfato di rame) che si formava dove alle mineralizzazioni di rame era associata attività geotermica con emissione di idrogeno solforato.

Grazie a Piero per essersi ricordato di essere anche un geologo.

(Dott. Pier Domenico Burgassi)

Già direttore del Museo della Geotermia,

libero professionista in ‘Energia rinnovabile e ambiente’,

 direttore del Museo “Le energie del territorio

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3-LE OFIOLITI UNA RISORSA CULTURALE PER LA VAL DI CECINA ED OLTRE

 dott. Angelo Marrucci

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 4 1997

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4-LE OFIOLITI DELL’APPENNINO SETTENTRIONALE

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 4 1997

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                                                                                                  Pag.2

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                                                                                                        Pag.3

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GEOLOGIA, PAESAGGIO, INSEDIAMENTO UMANO IN VAL DI CECINA ED ALTRO dell’accademico dott. prof Paolo Ghelardoni…post aperto

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 1 1999

GEOLOGIA PAESAGGIO  ED INSEDIAMENTO UMANO IN VAL DI CECINA
Dott. Prof. Paolo Ghelardoni, titolare della cattedra di Geografia economica , Univ di Pisa

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LA TEORIA, LA REALTA’ E I LIMITI DELLA CONOSCENZA: considerazioni provocatorie a cura del dott. Piero Pistoia

Curriculum di piero pistoia:

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LA TEORIA, LA REALTA’ E I LIMITI DELLA CONOSCENZA
Considerazioni provocatorie
a cura del Dott. Piero Pistoia (vers. rivisitata)

Le Teorie scientifiche sono nostre invenzioni e, talora, procedendo, come afferma Galileo (1), “contro le sensate esperienze” e “facendo violenza al senso”,  sono così audaci da ‘scontrarsi’ con la Realtà;  e’ appunto da questo “scontro”  veniamo a conoscere che il Reale esiste (2). Questa posizione (3) considera errata la concezione secondo cui le teorie scientifiche debbono essere fondate su ciò che di fatto osserviamo, cioè sui dati forniti dal Reale, o perché riconducibili a puro compendio e organizzazione di essi (Circolo di Vienna) o perché conformate da  proposizioni molecolari teoriche, scomponibili in atomi linguistici immediatamente rapportati ai dati immediati dell’esperienza (Wittgenstein).

La Teoria non è riducibile ad asserzioni protocollari (dice molto di più di quanto possiamo sottoporre a controllo), per cui l’empirico non è più sorgente di significati per essa, serve solo, attraverso la logica del modus tollens (vedere dopo), a ricercarne, continuamente e senza fine, la falsificazione.

La Teoria così non è costruita a partire dai dati secondo processi di generalizzazione riassunti dal concetto di Induzione, che, sfuggendo a qualsiasi dimostrazione logica, ha la propria origine nella neuro-fisiologia animale  e serve  solo alla costruzione di una classe di convincimenti psicologici (certezze, ma non verità).

Essa non potrà mai essere “verificata” dai fatti, perché il procedimento (fallacia dell’affermare il conseguente): “se H implica S e S è vero, allora H è vera”, non è un procedimento logico fino in fondo.

La Teoria potrà invece essere falsificata dai fatti tramite il procedimento deduttivamente valido (modus tollens): “H implica S e S è falso, allora H è falsa” (4).

Se poi nell’analizzare la zona di “scontro” (falsificazione) rinveniamo ancora processi a logica debole come l’Induzione, ovvero, data la complessità teorica degli oggetti in gioco (5), rimane oscuro e indeterminato ciò che viene falsificato, allora le teorie rimarranno semplici invenzioni della mente, convenzioni sostenute ora da paradigmi a forte permeabilità sociale (Kuhn), ora dai successi dei Programmi di Ricerca (Lakatos).

Ma allora il sostegno delle Teorie scientifiche non è più qualcosa di solido e oggettivo: prende il sopravvento l’aspetto convenzionale, arbitrario, propagandistico e strumentale, nel senso che esse diventano solo efficienti strumenti per la modifica più radicale dell’ambiente (teorico e fisico) a favore di una sopravvivenza (culturale e fisica) ad oltranza degli umani. Le teorie diventano convenzioni arbitrarie semplici ed efficaci, funzionali ai fatti, anche se non funzione dei fatti.

Si indebolisce così, in termini di principio, la distinzione da altre attività della mente umana con gli stessi obbiettivi (6) come le teorie del senso comune e del buon senso, il mito e la magia, la fede e il misticismo…(Epistemologia Anarchica).

La teoria scientifica diventa un’invenzione che non costruisce mappe del Reale, ma vi inventa sentieri e vi disegna “di brutto” depressioni e rilievi, aprendosi la strada man mano che procede. Il poeta Antonio Machado (7), in grande poesia, esprime questa azione conoscitiva umana:

Viandante, son le tue orme la via ,
e nulla più;
viandante non c’è via,
la via si fa coll’andare.
Con l’andare si fa la via
e nel voltare indietro la vista
si vede il sentiero che mai
si tornerà a calcare.
Viandante, non c’à via
ma scie sul mare.

Già Kant aveva affermato che “l’intelletto non attinge le sue leggi dalla Natura ma le prescrive (quaestio iuris) ad essa” (8) e altrove (9) che “l’Intelletto vede solo ciò che esso stesso produce secondo il suo disegno”.

Ciò che ne emerge è una topografia nuova di zecca, inventata e costruita dall’Uomo per L’Uomo ed è questo il suo Universo, “vero”, perché funziona, è adatto ed adeguato (l’inglese fitting, o il passen tedesco).

Verum ipsum factum, aveva detto Vico molto tempo prima: ciò che l’Uomo “crea” con le sue mani è “vero” per l’uomo, cioè funziona nell’ambiente in cui l’uomo opera, permettendo di modificare tale ambiente fenomenico esterno e interno ai propri fini.

Allora non è dell’Uomo la conoscenza assoluta del Reale, visto come una congerie di infinite possibilità razionali e irrazionali di stati di un “qualcosa”, dove neppure il prima e il dopo, il sinistro e il destro, il sopra e il sotto corrisponderanno all’esperienza umana (Noumeno kantiano).

Nessuna concordanza o corrispondenza di immagine (match e in tedesco stimmen) quindi fra conoscenza e realtà, a differenza delle concezioni tradizionali e della Psicologia Cognitiva, sostiene con forza il Costruttivismo radicale  (10).

Forse siamo davvero chiusi in un “trappola per mosche”, costituita da una bottiglia la cui sommità è un imbuto rovesciato.  Dall’interno l’unica apertura appare alla mosca come la soluzione meno probabile e la più irta di ostacoli e da essa distoglie l’attenzione. E’ meno gravoso organizzarsi all’interno della trappola che trovare la via.

Come uscire allora da questa trappola che, metaforicamente, rappresentala nostra inadeguatezza nella soluzione dei problemi conoscitivi? Data la configurazione, le soluzioni andranno cercate nei luoghi più improbabili, fuori dalle credenze comunemente accettate, al di là delle abitudini dipensiero, negando cioè tutto ciò che compone il nostro attuale sistema di riferimento: la soluzione è infatti dove c’è più rischio. Non per niente ci si accorge poi che ogni fatto che sia stato oggetto di rifiuto più astioso e viscerale e limitato dalle repressioni più crudeli, stranamente, possedeva la sconcertante capacità di porre problemi insidiosi, ma che schiudevano nuove vie.

All’interno, quindi, il quadro concettuale appare coerente e privo di contraddizioni: il sistema di credenze, “dentro”, si auto-giustifica continuamente e tutti gli atti (osservazione, giudizio, valutazione…) vengono compiuti dal punto di vista particolare del sistema stesso. Se vogliamo uscire è necessario inventare un nuovo e inusitato sistema di certezze da cui “guardare” la situazione: è allora che riusciamo a individuare improvvisamente l’apertura. Una volta usciti ci troviamo però in un’altra trappola che ingloba la prima  e così via all’infinito: ciò che progredisce è solo l’adeguatezza delle teorie (fitting e non matching) che diventano sempre più funzionali ai nostri fini.

Questa configurazione indeterminata di trappole includenti sarebbe poi la conseguenza di un’ unica trappola inesorabile, cioè l’impossibilità totale della distinzione fra soggetto e oggetto. L’Io stesso è la visione dell’Universo, affermava il premio Nobel per la Fisica Schroedinger. Il confine di separazione fra Io e Universo si perde in frattali indefiniti e la sua ricerca rincorre descrizioni, di descrizioni, di descrizioni…. La poesia di Montale, trascritta di seguito (commentata nel post a più dimensioni in questo blog), sottolinea questa impossibilità di raggiungere tale limite da “dentro” (Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe…) e da “fuori” (Non domandarci la formula che mondi possa aprirti…).

NON CHIEDERCI LA PAROLA

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco perduto
in mezzo a un polveroso prato.
Oh l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri e a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula
che mondi possa aprirti, sì qualche
storta sillaba e secca come un ramo,
codesto solo oggi possiamo dirti, ciò
che non siamo, ci che non vogliamo.

Quindi come nell’incisione: “Galleria di Stampe” di Escher (vedere figura), l’Io, in basso, osserva un mondo (nave e fila di case lungo costa),  che si trasforma nel substrato che lo produce (casa d’angolo in alto a destra  dove si apre proprio la galleria dov’è l’Io che guarda). Non esiste alcun luogo da dove uscire (confine): se tentassi di farlo (risalire all’inizio di un mio pensiero o idea) mi troverei nel bel mezzo di un frattale in continua regressione, perdendomi in una infinità di dettagli e interdipendenze (il circolo interminabile che sfuma nello spazio vuoto al centro della figura).

Ma allora il Paradosso non è semplicemente una curiosità intellettuale, ma si nasconde fra le pieghe dello stesso atto conoscitivo: correndo lungo un ramo di iperbole, non è da escludere che, in questi contesti, i due famosi professori in medicina, il Corvo e la Civetta, del libro di Pinocchio, ricordati con maestria e precisione da Collodi, avessero ragione ambedue.

Da questo insieme compenetrato e circolare di Io e Universo è mai possibile “saltar fuori”? L’”ombra”, di cui si parla nella poesia, porta scritto qualche segreto? Sarà forse più facile l’accesso al Reale tramite l’esperienza mistico-religiosa, l’esperienza artistica e quella magica?

Quest’ultime due, profondamente legate al loro sorgere (si pensi ai significati dell’arte Paleolitica nelle grotte di Lascaux), hanno lasciato di tale interazione tracce nell’arte di tutti i tempi (si pensi agli strani cieli a misura d’uomo di Van Gogh), anche se abbiamo perso la consapevolezza di questi profondi significati archetipici.

Già lo stesso B. Russel affermava che “non vi era alcuna ragione definitiva di credere che tutti gli accadimenti naturali avvengano secondo leggi scientifiche” (11). La discontinuità del tempo e dello spazio e la quantizzazione del microcosmo individuavano “zone d’ombra” a regime caotico, per cui “l’apparente regolarità del mondo sarebbe dovuta alla completa assenza di leggi”.

Non è trascurabile il fatto che scienziati e filosofi abbiano mutuato dalla Fenomenologia di Husserl (12) la parola “einfuhlung” (immedesimazione, empatia) per spiegare l’illuminazione che la mente subisce quando “inventa” ipotesi creative sul cosmo.

Il grande logico Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus Logico-Philosophicus (13) alla proposizione 6.52 scriveva “Noi sentiamo che se tutte le possibili domande della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero neppure sfiorati” e successivamente, alla 6.522, “C’è veramente l’Inesprimibile. Si mostra, è ciò che è mistico”.

Esiste allora un immenso mare del magico e del mistico che circonda oscuro e tempestoso la piccola isola del razionale, anche se poi di questo “altro” (mare) non se ne può parlare (1° Wittgenstein), e degli altri infiniti “giochi linguistici” possibili sul mondo (isola), nessuno è plausibile, perché non c’è realtà là fuori“ (2° Wittgenstein). E’ vero: spesso nelle esperienze mistiche e forse magiche, dove per pochi secondi soggetto e oggetto si fondono nella stessa unità primordiale, le descrizioni sono vaghe e soggettive; “il Tao che può essere espresso non  il vero Tao”  (14). Ma, per esempio, nel caso della situazione di Einfuhlung nella ricerca scientifica, mi sembra, che le cose siano leggermente diverse (si pensi all’ipotesi creativa che risolve un problema cruciale del mondo). Se questo fosse vero, forse sarebbe possibile non solo pronunciare qualche “storta sillaba”, ma balbettare qualche parola e sarebbe già qualcosa in termini di principio.

Il presupposto dell’esperienza magico-mistica che fa corrispondere puntualmente la struttura reale del Cosmo a quella della mente umana, permetteva l’accesso ai segreti più nascosti della Natura attraverso la meditazione e la contemplazione sull’Universo.

Si pensi a Giordano Bruno (15), che apriva un canale di comunicazione reversibile fra l’Uomo e Dio, percorribile, dal basso all’alto, tramite l’esperienza magico-mistica e la contemplazione su un Universo infinito (per questo fu bruciato vivo). Per lui la scienza e il copernicanesimo, a differenza di Galileo, che per questo salvò la vita, non erano altro che metafore e gli errori, che nell’interpretazione scientifica di esse commetteva, erano di nessun conto di fronte al potere che pensava di schiudere all’umanità ( la conquista del Vero contro l’apparente).  Lo stesso grande filosofo e mistico Plotino non incoraggiò forse a guardare in se stessi anziché all’esterno, perché da dentro è possibile contemplare il Nous (Spirito-Intelletto), che è divino, nel quale è scritta la struttura profonda dell’Universo?  Si pensi a quello che aveva detto lo stesso Shroedinger.

Dopo millenni e millenni di dibattiti, argomentazioni, teorie, modelli, meditazioni, contemplazioni, immedesimazioni sofferte, miti e religioni è questa l’unica e ultima risposta: che siamo dentro una trappola senza possibilità di uscita? Sarebbe veramente il massimo dell’ironia se l’unica proposizione linguistica che un mistico possa formulare, senza contraddire Lao Tse, fosse che l’Io costruisce un mondo “a propria immagine” più o meno “adeguato”, senza essere consapevole di farlo, poi “sente” questo mondo, “esterno” e indipendente da sè, infine costruisce l’Io stesso a fronte della realtà di quel mondo ritenuto oggettivo, perdendosi in un frattale se scopre il gioco!

Le conseguenze positive che ne derivano sul piano sociale (tolleranza, e pluralismo, responsabilità personale, distacco dalle proprie percezioni e valori a favore di altri…), certamente non bilanciano l’ambito circolare in cui rimane imprigionata la creatività umana.

Infine certe attuali tendenze psicologiche (16) sostengono una dualità interattiva nella conformazione della mente. L’evoluzione del cervello dapprima avrebbe favorito lo sviluppo del lato destro, preposto essenzialmente ad una comunicazione empatica con la Natura, tanto da permettere l’ascolto delle “Voci degli Dei”, mentre il lato sinistro, oggi sede della consapevolezza razionale e della individualità, rimaneva in ombra permettendo comportamenti forse più conformi al vivere in gruppo, con scarsa consapevolezza dell’Io. Successivamente si ha una rivoluzione cerebrale dalla quale emerge e domina l’emisfero sinistro in tutta la sua complessità e potenza, atto alle analisi consapevoli e alle certezze sull’esistenza dell’Io, ove prevale la visione razionale all’atto uditivo di ascoltare gli Dei. Non ne deriva forse che per comunicare col Dio (e quindi cogliere la Verità) è necessario un processo di annullamento dell’Io nel cosmo?

“Non si può negare ciò che non si conosce”, affermano spesso gli Scritti Sacri e “di ciò che non si può parlare si deve tacere” (settima e ultima proposizione del Tractatus), ma forse è un “tacere” che apre altre direttrici di esperienza, in un mondo come l’attuale nel quale si sta riscoprendo la narrazione epica e il mito.

(Piero Pistoia)

BIBLIOGRAFIA

1-Galilei “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” Salani, 1964

2-K. Popper “La logica della scoperta scientifica” Einaudi, 1970

3-O. Tobisco “ La crisi dei fondamenti” Borla, 1984

4-C. Hempel “Filosofia delle scienze naturali” Il Mulino, 1968, pag. 20-21

5-A.V. “Critica e crescita della Conoscenza” Feltrinelli,1976

6-P. Feyerabend “Addio alla Ragione” Armando,1990

7-M. Cerutti “La danza che crea” Feltrinelli,1989

8-I. Kant “Prolegomeni”, Laterza, 1982

9-I. Kant “Critica della Ragione Pura” Laterza, 1966

10-A. V. “La realtà inventata”,  Feltrinelli, 1989, pag.17-35

11-B. Russell “L’analisi della materia” Longanesi,1964, pag. 293-29

12-E. Stein “Il problema dell’empatia” Studium,1984

13-L. Wittgenstein “Tractatus logico-philosophicus” Fratelli Bocca,1954

14-Lao Tse “Tao Te Ching” Adelphi,1980

15-L. S. Lerner et al. “Giordano Bruno” Le Scienze, N.58

16-Jaines “Il crollo della Mente Bicamerale” Adelphi, 1988

POESIE DI PAESE di Piero Pistoia

 PRIMO GIUGNO A POMARANCE

(Il sarcasmo della piazza)

di Piero Pistoia

Breve libello poetico in risposta al tacito Editto ‘condominiale’ per uniformare i giardinetti di paese

di Piero Pistoia

Sono a Pomarance tutto il giorno oggi.

In via Mazzolari due argini di verde.

Liberi a fare anima.

 

Gli uomini piccoli ricamano geometrie

in giardini pelati rapati costretti.

Come le idee. Quelle loro. Naturalmente.

Macchia mare cielo rispettano forme.

Non geometrie!

Galileo aveva forse torto!?

 

Ma qualcuno farà la spia. Certamente.

In questo paese. Anche sul nulla.

Più che altrove. Forse.

 

Vedere qualsiasi sia è confermare.

In questo paese ideatore di Etica.

Col sarcasmo di piazza.

 

Il Certo al servizio dell’aspettativa (1).

Il Vero dell’invidia (2).

La Cultura del potere (3).

La Presunzione della ricchezza (4).

E giurano :<<La Norma è questa!!!

Se non è così si brucia’ i libri!>> (5).

 

In chi, assiduo, lo cerca alberga il Male.

In chi lo vede …. spesso!

Più che altrove. Certamente.

Per meno di trenta denari. Molto meno.

Prima che il gallo canti.

 

Arriverà la guardia femmina con la sola Ragione.

Sua e del Codice. Le è congeniale.

 

Divino Ermes dove sei nascosto!? (6)

 

La stagione è avanzata per le piante.

Forse rimanderemo a Settembre.

Non prometto nulla. Farò quello che posso.

In questo ambito senza contesto!

NOTE


  1. Nel processo di conoscenza, non si deve cercare di verificare ipotesi, ma di falsificarle! perché questo è il solo percorso logico verso la Verità, vista come concetto regolativo.



  2. Diventa Vero ciò che ‘inventa’ l’invidia.



  3. Potere è Cultura e indirizza la Cultura ai suoi fini.



  4. Ma non è solo il Potere ad assimilare a sé la Cultura!



  5. Potere e ricchezza vengono identificati con la Cultura vigente! Possono così reinterpretare, indirizzare ed utilizzare la Cultura ai loro fini.



  6. Hermes ‘vede’ il magico nella Natura e non geometrie e rende umano il dio della bellezza e della ragione solare codificate (Apollo). Gli dei migrano da questi banali giardinetti in cerca di ‘posti’ più ‘sacri’ e complessi per nascondersi ed Hermes ne traccia i sentieri.


Piero Pistoia

Ma

“Anche se vieni da altri ferito nulla ti serve a legartela al dito, perché, sovente, chi umilia di più vorrebbe avere le cose che hai tu!!! da GIROSBLOG” e, d’altra parte…”OMNIA MEA MECUM SUNT!” dai LATINI

(quando è il momento la reinseriremo e… lo abbiamo fatto)

Se vogliamo intendere il senso di Posto sacro nei giardini, leggere il Post <<Poesie di ‘Cose’ del Mito>>

Piero Pistoia

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AL  BAR DI PRIMA MATTINA

poesiola di Piero Pistoia

(…quando, al tempo, ci alzavamo all^alba per la caccia”perversa” allo spollo, per eludere le speranze di vita, briose al nuovo sole, di selvatici come la beccaccia, il beccaccino od il tordo e, con queste sensazioni critiche nell’anima, ci capitava di soffermarci ad osservare, in chiave un po’ ironica e spesso bastarda, la piccola umanità che si raccoglieva, silenziosa e arricciata sui propri problemi e tiramenti, al bar d^angolo)

Per vedere la poesia clicca su:

NIHIL, perché ….. non riesco a ritrovarla per ora!

Sono passati anni ormai e non sono in grado di riscriverla; fu infatti compilata, al tempo, in un angolo del bar in ombra, curvo dietro il fucile nella custodia, posto sdraiato sul tavolino, guardandomi intorno . . . .

Eppure mi sembrava di averla pubblicata anche da qualche altra parte. . . . .