POESIA DI WISLAWA SZYMBORSKA a cura di Paolo Fidanzi, post aperto

Questa grandissima poetessa polacca Premio Nobel per la letteratura del 1996 nata nel 1923 e morta nel 2012, ha lasciato come ultime testimonianze un paio di libretti  entrambi editi da ADELPHI nel 2012, “DUE PUNTI” e , postumo, “BASTA COSI’, carichi di estremo rigore ed ironia. Da uno di questi, “DUE PUNTI”, è tratto il testo  “AVVENIMENTO” che personalmente commento con una mia poesia e che invito gli amici che leggeranno questo post, in particolari studenti, a commentarla liberamente.

AVVENIMENTO

Cielo, terra, mattino,

ore otto e quindici.

Quiete e silenzio

tra le erbe ingiallite della savana.

In lontananza una pianta d’ebano

con foglie sempreverdi

e radici estese.

D’un tratto la beata immobilità viene turbata.

Due esseri che vogliono vivere scattati nella corsa.

Un’antilope in fuga impetuosa

e dietro una leonessa ansante ed affamata.

Al momento le loro chances  sono pari.

La fuggitiva è perfino in vantaggio.

E se non fosse per quella radice

che spunta dal terreno,

e se non fosse per l’inciampare

di uno dei quattro zoccoli,

se non fosse per il ritmo spezzato d’un quarto di secondo,

di cui approfitta la leonessa

con un lungo balzo.

Alla domanda-di chi la colpa,

nulla, solo silenzio.

Incolpevole il cielo, CIRCULUS COELESTIS.

Incolpevole la terra nutrice, TERRA NUTRIX.

Incolpevole il tempo, TEMPUS FUGGITIVUM.

Incolpevole l’antilope, GAZZELLA DORCAS.

Incolpevole la leonessa, LEO MASSAICUS.

Incolpevole l’ebano, DIOSPYROS MESPILIFORMIS.

E l’osservatore che guarda con il binocolo,

in casi come questo,

HOMO SAPIENS INNOCENS.

 

COMMENTO PERSONALE CON UNA MIA POESIA

Quando ciò che accade è senza rimedio,

quando l’agire umano non può influire oltre lo sguardo,

ecco la condanna dell’umanita’.

C’è  di sicuro qualcosa che sovrasta

la nostra buona volontà.

E a volte per questo si rinuncia ad agire.

Chi è più attento lo sa

e solo per decenza  forse si agiterà

per cercare di salvare qualcuno o se stesso

dalla necessità.

PAOLO FIDANZI

COMMENTI ALLA POESIA ‘LA MIA SERA’ di Giovanni Pascoli, del dott. prof. Francesco Gherardini; post aperto

COMMENTO ALLA POESIA ‘LA MIA SERA’ di Giovanni Pascoli

del Dott. Prof. Francesco Gherardini

 

 

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LA MIA SERA di Giovanni Pascolix in OpenOffice

LA MIA SERA di Giovanni Pascolix  in Pdf

 

LA MIA SERA di Giovanni Pascoli

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell’umida sera.
E’, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell’ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell’aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l’ebbero intera.
Nè io … che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don … Don … E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra …
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch’io torni com’era …
sentivo mia madre … poi nulla …
sul far della sera.

L’anno 1900 1 si aprì a Gennaio con uno screzio tra Pascoli e D’Annunzio. Quest’ultimo aveva da poco terminato di scrivere “Il Fuoco” (dopo mesi di indefesso lavoro ) e aveva ricevuto pubbliche lodi dal Pascoli. Si era cimentato successivamente nel commento all’ VIII canto dell’ Inferno, ma stavolta Pascoli aveva scritto di lui all’amico Gargano che “ a proposito di Filippo Argenti ripeteva le solite stupidaggini, dimostrando di non aver neppure letto quello che lui aveva scritto nel “Convito” e concludeva acido : ”O che le sue frasche gli sembrano più vistose del pensiero di Dante?”. Una lettera di un certo Angiolino Orvieto sulla Caccia, comparsa sul Marzocco, completò l’opera; fu fraintesa da Pascoli, che reagì in maniera piccata (e con maligne allusioni verso il Vate abruzzese). D’Annunzio replicò con una lettera, “insolente e triviale”, accusando il poeta romagnolo di essere “una donnetta inacidita e pettegola … con il gusto di rimanere su la ciambella, di centellinare il fiasco e di curare la stitichezza del suo cagnolino”. 2

L’anno proseguì a Marzo con la sesta medaglia d’oro conquistata dal poeta romagnolo al Premio Amsterdam, la composizione dell’Inno alla Sicilia, la stampa a Giugno del voluminoso “Sotto il velame” seguita da notevole successo di vendite e di critica. A fine Luglio il suo cuore fu ferito dall’uccisione di Re Umberto e compose “Al re Umberto” (Nel Mondo di grande c’è il Male!); ad Agosto ebbe qualche incomprensione con l’Autorità ecclesiastica, poi trascorse le ferie a Castelvecchio, ebbe le visite dei numerosi amici ed estimatori; questo periodo fu caratterizzato dal disappunto per quanto andava male il matrimonio della sorella Ida (Du, Dudin), ma anche dalla vita scherzosa e dall’ingenua allegria dei contadini. Ad Ottobre finalmente si tirano le somme; Zvanì scrive all’amico Caselli :”Sono pieno di tribolazioni! Ne ho guasti i sogni, caro amico! Mi sfogherò scrivendo oggi La mia sera, un innetto molto melanconico

Ecco ricostruito l’antefatto della composizione di questa poesia, scelta da me perché presenta tanti aspetti costruttivi e molti temi della poesia di Pascoli.

L’innetto, divulgato per la prima volta per le nozze di Margherita, figlia del conte G. Codronchi Angeli, fu pubblicato su “ Il Marzocco” a fine 1900 e inserito nei “Canti di Castelvecchio” nel 1903, consta di cinque strofe (le prime tre generalmente definite come “descrittive”, in realtà cariche di significati reconditi e di simboli, le seconde due “personali” di otto versi ciascuna (sette novenari e l’ultimo senario), chiusi sempre dal termine “sera”, con rima alternata ABABCDCD; vi sono richiamati fenomeni aerei (tempesta, bufera, umidità, lampi, scoppi, fulmini, nube, cirri) e terrestri (campi, rivo), animali (rondini, nidi, ranelle), piante (pioppi), suoni (singulto, canti di culla, gre gre); c’è una vera e propria ridondanza di aggettivi tra loro contrastanti/dissonanti (tacite, breve, tremule, leggiera, tenero, vivo, allegre, monotono, cupo, aspra, dolce, umida, infinita, canoro, fragili, stanco, nera, rosa, ultima, serena, garrula, limpida, azzurra) ed una straordinaria abbondanza di figure retoriche: allegoria (sera – generale), antitesi (finita-infinita), onomatopee (gre gre, don..don..), ossimori (dolce singulto, tenebra azzurra), sineddoche/metonimia (nidi per rondinotti), assonanza (cupo tumulto), climax (cantano, sussurrano, bisbigliano), allitterazione (cirri di porpora e d’oro), sinestesia (fulmini fragili), analogie (suono campane, voci, ninna nanna).

La prima strofa serve a contestualizzare il tema; i lampi squarciano il buio, aiutano a far luce, 3 rischiarano per un brevissimo arco di tempo (fulmini fragili 4) il mondo vero, quello nascosto ”sotto il velame”, quello che si cela dietro a ciò che noi, come i prigionieri della caverna di Platone, confondendoci, chiamiamo realtà; fanno affiorare l’inconscio, ossia qualcosa che non si può affrontare con la sola Ragione. Alla fine però arrivano comunque le stelle. Esse rappresentano l’eternità, la luce più duratura, le più alte aspirazioni umane, tracciano la nostra via, ci guidano verso una meta. 5 L’atmosfera è ferma, rotta soltanto dal gracidare delle rane; un suono gioioso 6, legato al cessato pericolo e alla speranza che non si ripresenti la bufera, accompagnato dal singhiozzo “dolce” del rivo … che fa pendant con la “gioia leggiera” delle “tremule foglie dei pioppi”. 7 Evidentemente la Natura si comporta come una persona che è stata male, ha pianto e singhiozzato a lungo e a poco a poco, per quanto ancora molto scossa (tremule/tremore), si calma e si rasserena.

Nella strofa successiva protagonista è il cielo, che qui simboleggia la vita stessa del Poeta e della sua famiglia; è tenero e vivo (questa non è certo una descrizione naturalistica!) perché provato dalle disgrazie e da un dolore infinito, continuo, mai sopito, da una ferita mai rimarginata e rimarginabile. In questo cielo devono necessariamente comparire le stelle: deve esserci una svolta. Pascoli scriveva un anno dopo all’amico Alfredo Caselli: “Caro amico del mio tramonto ! Ma il tramonto sarà, spero, luminoso più di un’alba. Leggi La mia sera.” 8

La parola SERA chiude ogni strofa, accompagnato sempre da un’aggettivazione diversa. E’ umida: evidentemente un richiamo al pianto, al dolore che resta nell’aria dopo la bufera, all’ elaborazione mai compiuta di troppi lutti. E’ limpida: il Poeta vede finalmente come stanno le cose, come va il mondo, che cos’è ciò che lo attende; la vita è questa, il tempo prosegue la sua corsa, mentre continua –nonostante tutto – a pulsare la vita, almeno quella degli altri. E’ ultima: 9 coincide con la “compieta”, l’ultimo momento di  preghiera della giornata, anche nei collegi degli Scolopi, l’ora che viene dopo il vespro e che comincia con il saluto iniziale “O Dio vieni a salvarmi”. E’ il momento della riflessione, della meditazione, dell’esame di coscienza per prepararsi …10 alla “fatal quiete” di foscoliana memoria?

Nelle tre strofe successive ritornano le rondini e il nido, un universo caro al Poeta, un mondo gremito di voci e di “stridi”, dove il nido – distrutto e da lui ricostruito con Ida e Mariù – rappresenta una sorta di “paradiso perduto”, di struttura sociale ottimale, all’interno della quale normalmente tutto dovrebbe girare attorno alla figura paterna. La tempesta finisce per placarsi e per essere richiamata dall’eco di un rivo monotono e canoro: una sorta di rumore di fondo ormai stabile, che continuamente ricorda ciò che è accaduto. Nel cielo rotto dai fulmini e ora terso si sono formati cirri di porpora e d’oro. Immagini di un tramonto stupendo, dai colori smaglianti11 . O piuttosto il poeta adombra un’immagine di Ida? In effetti per cirri si intendono non sole le nubi bianche, ma anche i riccioli dei capelli e quelli di Ida erano inanellati e biondi. La nube più nera sta cambiando colore, sta diventando rosea: un po’ di ottimismo; o una situazione meno assillante proprio per Ida?12

I nidi ossia tutte le famiglie – afferma il Poeta – anche se poco, hanno avuto qualcosa, così i rondinotti/figli chiassosi e spensierati possono partecipare alla cena modesta con vivacità. Io no. In effetti Pascoli si lamentò a lungo, per tutta la vita, di non avere ottenuto ciò che a suo giudizio gli spettava (cfr. Maria Pascoli cit.). Che voli che gridi fa venire in mente che speranze che cori di Leopardi, richiama alla mente un’immagine andata di tempi comunque meno tristi. Il suono delle campane del Vespro interrompe questa rappresentazione un po’ più limpida (azzurra, serena) e lo richiama a pensieri più elevati. In realtà lo precipita nel grembo materno; questi ultimi versi ripropongono la figura martellante, assillante della madre e, per così dire, della tragica incancellabile foto di gruppo 13. Lo stesso suono delle campane è cupo (don..don..) e per nulla suadente (dormi …dormi…) come dovrebbe essere; lascia pensare alla morte.14

La mia sera è una lirica delle meno conosciute di Pascoli, solo apparentemente descrittiva e armoniosa, ricca di alcuni simboli già noti (cfr. Barberi Squarotti : i lampi, le stelle, le rondini, il nido ) , costruita con una climax adeguata e con una competenza tecnica – oserei dire – ostentata, con i colori appropriati. I forti contrasti (lampi-stelle, cupo tumulto – dolce singulto, infinita tempesta – rivo canoro, nube nera – nube rosa) creano un senso di turbamento, di pena e di mistero, alimentano l’attesa ansiosa per qualcosa che deve accadere e che accadrà (l’arrivo delle stelle e soprattutto della “ sera”, termine ossessivamente ripetuto ogni fine strofa), il rimpianto per un mondo lontano, puro, ricco di affetti, ormai definitivamente dissolto (canti di culla), ma ben vivo e fin troppo presente nella mente del Poeta. Si può intuire da subito anche il punto di vista con cui Pascoli guarda al mondo, a se stesso e alla sua famiglia; l’accostamento tra il suo terribile dramma familiare e la vita seppur povera degli altri (la fame del povero giorno prolunga la garrula cena); tra “l’aspra bufera” e “l’infinita tempesta” che hanno caratterizzato tutta la sua vita familiare e in qualche modo la pace altrui .

Tutta la poesia è un richiamo continuo al dolore personale di Giovannino, come lo chiama l’inseparabile sorella Maria, un dolore indomabile, che ha “stancato” la sua esistenza; dominata da un pensiero fisso, bloccato sulla propria sofferenza individuale e familiare; un rimuginare che pare concludersi con l’accettazione rassegnata della morte come prospettiva concreta e forse vicina. Nell’attesa di questo momento, la disperazione pare temperata soltanto dal ricordo dell’infanzia (la culla, la mamma, la ninna nanna) quando tutto intorno a lui appariva come tenerezza e dedizione. A rompere il vaso di Pandora, a sprigionare tutti i mali – come sappiamo – furono l’assassinio del padre e poi la lunga catena di lutti familiari 15; “il turbine che percosse, disperse, distrusse la nostra famiglia” come scrive la sorella Mariù .16

Con gli occhi di bimbo Pascoli ricostruisce il mondo agreste che lo circonda, rievoca i fenomeni naturali, ciò che fin da bambino lo ha impressionato, forse affascinato (il temporale, la bufera, i lampi e di seguito “la quiete dopo la tempesta”: il gracidare delle piccole rane, il tremolio delle foglie dei pioppi, il volo famelico delle rondini alla ricerca di insetti nell’aria) e lo individua come chiave interpretativa della sua storia personale, quella che la Natura ha sempre conosciuto. Aspetta la morte, la sente vicina, la desidera ?!

Scrive Hegel nell’Estetica : “La bellezza artistica si manifesta al senso, alla sensazione, all’intuizione, alla immaginazione, ha un ambito diverso da quello […] della tetra interiorità del pensare” e allora cerchiamo di approfondire in particolare gli aspetti psicologici, nascosti, che emergono da questo testo . Occorrerebbe in primo luogo saperne di più sull’Autore, conoscere bene la sua biografia per ricostruire la sua psicologia. Lo stesso Pascoli scrive nella prefazione a Sotto il Velame: ” Ci sono alcuni che sdegnano questo tipo di indagini…La lucernina può (invece) rivelare qualche meandro nuovo, qualche nuovo abisso, qualche improvviso simulacro, qualche scritta ignorata”. Secondo me, nel caso specifico di questa poesia, la conoscenza –anche minuta – della biografia dell’Autore è sicuramente di grande utilità, può aiutarci – per così dire – a capire meglio l’oggetto spirituale che la poesia ingloba. Del resto sempre Hegel scrive in proposito: “ La poesia è in grado di riunire sotto una forma di interiorità l’interno soggettivo del Poeta con i particolari e i dettagli dell’esistenza esterna”.

La mia sera dunque è una poesia nient’affatto suggerita da un giorno particolarmente piovoso, ma è una riflessione sulla intera sua vita; al termine della quale sostanzialmente Giovanni Agostino Placido Pascoli esprime il desiderio “in questo atomo opaco del male” (X Agosto) di ottenere un po’ di pace dopo troppi lutti familiari . C’è una orchestrazione di fondo percepibile: è data dal linguaggio del “fanciullino”, quello del mondo dell’infanzia, fatto di colori e di rumori, della piena e immediata adesione con la Natura (materiale, vegetale, animale, umana), che sa tutto e resta indifferente, passando dalla tenebra all’azzurro alla porpora e all’oro. Sembra essere presente in quest’opera la figura del “perturbante”, una delle categorie estetiche del Novecento17 [Freud, Das Hunheimliche, 1919; Antony Vidler Il perturbante dell’architettura 2006]: qualcosa di “spaventoso” che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare; qualcosa che genera quotidianamente inquietudine, angoscia, disagio e produce “il male di vivere”. Una sorta di “spaesamento” che deriva dall’incapacità di stabilire quanto un “oggetto” sia jn effetti vivo e reale; nel nostro caso quanto siano ancora vivi per il poeta e la sua stessa esistenza concreta di ogni giorno i suoi morti. Questa situazione in psicologia viene definita anche come “dissonanza cognitiva”; è la condizione del “non raccapezzarsi”, che porta a voler ripartire da zero e in Pascoli caratterizzata proprio dal riaffiorare del desiderio di tornare nel grembo materno.

Proprio perché si è compreso presto che le poesie di Pascoli non potevano essere semplici bozzetti, i critici letterari e gli psicologi si sono cimentati nell’opera di scavo nel profondo e nell’interpretazione della sua poesia.

Elio Gioanola (Sentimenti filiali di un parricida in Psicanalisi,Ermeneutica, Letteratura 1991), avverte opportunamente che gli aspetti psicopatologici degli Autori non sono mere curiosità biografiche, ma stanno in profonda relazione con i contenuti delle loro opere. In effetti ci sono aspetti della vita dei poeti che vengono ignorati o volutamente trascurati dai curatori delle Antologie, per non sciupare l’ “immaginetta” e potersi così inventare personaggi fuori dal tempo18. Gioanola rammenta che Pascoli doveva far fronte agli attacchi di malinconia, ai complessi di inferiorità, alle ombre paranoidi che gli facevano vedere in tutti i colleghi dei nemici; accenna alle delusioni politiche, ai mesi di carcere, all’assillo della povertà. Lo conferma del resto la sorella Maria, la quale ricorda come Giovanni Pascoli cercasse di dominare questi nefasti stati d’animo col vino. Gioanola suppone che Pascoli in più si sentisse – per così dire- “parricida” 19, avendo odiato il padre per averlo mandato in collegio a sette anni e che abbia cercato in tutte le sue opere, evocandolo, di liberarsi dal suo senso di colpa.

Cesare Garboli (Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli, Einaudi 1990) oltre a mettere in luce le doti di un poeta tanto musicale e struggente, reso felice dal gioco linguistico, accenna ad una storia incestuosa, ad un legame inquietante soprattutto tra Giovannino e Ida20, per altro non suffragato né da testimonianze né da prove; anche Valentino Andreoli (I segreti di casa Pascoli) dà credito all’idea di un legame ambiguo tra i tre fratelli e parla di un rapporto particolare di Giovanni con Ida, fatto di amore e di attrazione fisica; Pascoli la rappresenta sempre nella sua carnalità; da psicologo e psichiatra ne deduce che Ida è nient’altro che la proiezione della madre tanto adorata, mentre il poeta stesso si immedesima nel padre morto. Andreoli parla quindi di personalità con caratteristiche infantili, con un Edipo non risolto, una forte fragilità emotiva e una dipendenza dall’alcool che lo porterà alla morte.

Quando scrisse La mia sera Pascoli aveva 48 anni, a 57 morì forse di cirrosi. Sì, forse si era sentito in colpa per tutta la vita per essere sopravvissuto ai suoi, per non avere avuto il successo economico cui aspirava, per non essere veramente riuscito a farsi benvolere e sostenere dal suo maestro Carducci e infine per non essere neppure riuscito ad avere un buon rapporto con tanta gente semplice di Castelvecchio. Ha sempre temuto il futuro e rimpianto il grembo materno.

In conclusione potremmo dire che il Pascoli non è il poeta delle piccole cose e delle brillanti descrizioni naturalistiche, per dirla con Sanguineti è piuttosto il poeta che “sprofonda all’indietro, che passa dalla Cultura alla Natura”, dal mondo della vichiana Civiltà dispiegata a quelli del Senso e della Fantasia ; è il poeta della regressione al “materno originario”, un luogo idealizzato, purificato e artificioso, non realistico, nel tentativo di sfuggire ad una realtà insoddisfacente, che non riesce a controllare e che vorrebbe cancellare, e ad un passato che riemerge sempre ossessivo con le stesse immagini e gli stessi simboli.

1Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, memorie curate da Augusto Vicinelli

2Si rappacificarono soltanto nel 1903.

3Gli scoppi: come non accostarli alla gragnola di disgrazie che colpirono Pascoli dopo la morte del padre?

4Interessante il dato onomatopeico frag/frang come nell’aggettivo fragoroso

5Alcuni commentatori lasciano trasparire finanche un significato esoterico in questi versi, ricordando che Giovanni Pascoli fu un “fratello massone” della loggia Rizzoli di Bologna: le stelle richiamerebbero l’idea di una Provvidenza divina che finalmente e silenziosamente fa giustizia e salda tutti i conti in sospeso.

6Nei “Canti di Castelvecchio” il Poeta dedica una lirica intera alle rane ( Io sento gracchiare le rane dai botri dell’acqua piovana nell’umida serenità ): il gracidare delle rane è paragonato allo strepito di un “treno nero”, a qualcosa di funebre

7Come non notare il gioco delle “i” e delle “e” e delle consonanti vibranti (tr) che trasmettono la sensazione del fruscio.

8il 29 Ottobre 1901

9Pascoli trascorse nove anni della sua fanciullezza nel collegio degli Scolopi ad Urbino; ne avrà pure risentito nella sua formazione spirituale. Convenzionalmente nella Liturgia delle ore e del Breviario una giornata si divide in cinque parti : alba (0-5),  mattino (5-9) ,giorno (9-17),  sera (17-21),notte (21-24); l’ultima sera è dunque il periodo di tempo prima che faccia notte

10“Ti prego di pensare a chi sta peggio, a chi qualche volta, per esempio a Messina, levandosi dal letto, stanco, addolorato, con la testa vacillante, si augura spesso fin dalla mattina di morire “ (Maria Pascoli 1903 cit.)

11Sono i cosiddetti colori caldi. La porpora rappresenta la regalità e l’energia, l’oro la luce solare, il benessere, la saggezza

12“Io credevo la novità dell’Ida come una specie di sfacelo della mia piccola famigliola” 1903; in una lettera a Berti del 25 Maggio 1900 scrive: “vediamo che s’apre il tempo sereno, il tempo del mietere…Il mio grano s’è maturato molto lentamente”

13( Il giorno dei morti : i figli morti stanno avvinti al padre / invendicato. Siede in una tomba/ io vedo, io vedo in mezzo a lor mia madre……in questa notte che non mai declina/orate requie, o figli morti, ai vivi ..) .

14“E sono anche qui campane e campani e campanelle e campanelli che suonano a gioia, a gloria, a messa, a morto; specialmente a morto. Troppo? Troppa questa morte? Ma la vita, senza il pensier della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico.” Dalla Prefazione ai Canti di Castelvecchio.

15[Lettera al Marchese Ferdinando Guiccioli, Bologna 10 marzo 1912 ].” Ruggero si accasò a San Mauro, vi ebbe molti figli,tra i quali noi due, e morì tragicamente, assassinato sulla strada maestra, non si sa da chi, non si sa perché. La voce pubblica trova il perché nella bramosia di succedergli e diventar ricco, dove a lui bastava rimanere galantuomo; il perché preso a pretesto fu forse l’aver egli aderito a Cavour e al partito nazionale . Il fatto è che il 10 agosto 1867 rimasero abbandonati nel mondo otto orfani dei quali la maggiore non aveva 17 anni e morì l’anno dopo precedendo di un mese la madre affranta dal dolore . Così di morte in morte, io che ero il quarto sono diventato il primo e Maria è restata quella che era, l’ultima creata forse a consolare delle traversie e delle sventure, a confortare e animare nei tanti scoraggiamenti, il suo fratello che ella ama e che egli ama unicamente. Così ci facciamo compagnia, primo ed ultima, finché non venga il giorno della pace “.

16[Lettera al Marchese Ferdinando Guiccioli, ibidem.].

17In particolare in Edgar Allan Poe

18Divertente la pagella nascosta dell’esame di maturità [Presidenza Liceo Dante. Scritti: Italiano 8, Latino 7, Greco 8, Matematica 6. Orali : Italiano 8, Latino 8, Greco 8, Storia e Geografia 6, Filosofia 3, Fisica 4, Storia Naturale 3, Matematica 2.

19“La prima notte di collegio fu per lui di grande sconforto. Piangeva, singhiozzava forte, solo, nel suo lettino. Non poteva addormentarsi senza la sua mamma, che sempre la sera al suo letto pregava con lui. E sempre gli suggellava gli occhi con i suoi baci “(Maria Pascoli, Lungo la via di Giovanni Pascoli p.1)

20Ida era la penultima di dieci fratelli , due anni più anziana della sorella Maria. Massa 1886 dice di lei il poeta “il breve serto degli aurei capelli” e in un disegno la tratteggia a seno nudo con il pube coperto dai capelli

Francesco Gherardini

Commento alle poesie di MARIO LUZI “VOLA ALTA, PAROLA” ed “IL PIANTO SENTITO PIANGERE”, della dott.ssa Prof.ssa Nara Pistolesi

VOLA ALTA, PAROLA

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…

La cosa e la sua anima? o la mia e la sua sofferenza?

(Mario Luzi)

Commento della prof.ssa   Nara  Pistolesi   Liceo classico Volterra

Mi è tornata alla memoria questa poesia ascoltando i poeti che hanno partecipato alla “Maratona poetica per Volterra” dal titolo significativo “La ferita, il volo”, organizzata all’interno di VolterraTeatro 2014, da un’idea dei poeti Alessandro Agostinelli e Roberto Veracini per dare voce alle riflessioni generate dalla frana che ha colpito le mura medievali della nostra città. Durante la serata le parole “poesia” , “parola” sono risuonate spesso accanto a “volo” “volare” – in tutte le sue forme – e a “speranza”, “vita”, “ferita”, “dolore”, “sofferenza”. Nella  poesia di M. Luzi, inserita nell’opera Per il battesimo dei nostri frammenti uscita nel 1985, alcune delle parole suddette ed il loro profondo significato vengono inscindibilmente legate ad esprimere il valore e la funzione della poesia  stessa.

Il poeta affida alla parola, quindi alla poesia, il compito di volare “alta”, aggettivo che rimanda al suo complesso significato latino che indica insieme  altezza e profondità;  subito dopo, infatti, si esorta la parola a crescere “in profondità”, toccando “nadir e zenith” della sua “significazione”, a lanciarsi con pari forza in alto e nel profondo. Solo questo slancio duplice permetterà alla ‘parola’ di mantenere il contatto con l’io, con “il caldo di me” ed essere, quindi, “luce” per chi scrive e per chi legge, non “disabitata trasparenza”, una bellezza priva dell’ ‘uomo’ e del suo calore.

In questo suo percorso verso l’alto e nella profondità dell’io e del mondo la ‘parola’ acquista una immensa capacità espressiva, può aspirare a divenire “luce” , secondo Luzi, in quanto si carica di calore umano, si fa memoria, dà voce all’ “anima”, dà voce alla “sofferenza”, è ‘vita’. La metafora della luce non implica lo svelamento di una verità che dia risposta agli interrogativi dell’animo umano, ma illumina la ‘verità’ insita nell’animo umano stesso: un insieme di speranza e di dolore,  di attese e di sofferenze. Gli interrogativi rimangono, come dimostra il verso finale: non solo quelli relativi alla vita stessa e al senso dell’esistenza vista nella sua complessità, ma anche quelli che indagano il valore profondo della ‘parola’. Questo valore, però, non può prescindere da un rapporto  con l’io, la sua ‘sofferenza’, la sua ‘anima’.

Significativo è l’inciso ai vv 3-4: “sogno”, apposizione di “parola”, potenzia ulteriormente il desiderio del poeta di riuscire a esprimere, a ‘chiamare fuori’ (“esclami”) con pienezza “la cosa” inscindibilmente unita al suo calore vitale. Il “sogno” si staglia nel “buio della mente” come una luce calda.

Mi viene in mente un altro testo, estremamente attuale,  tratto dalla medesima opera di  M. Luzi che dimostra  emblematicamente questa forza della poesia: Il pianto sentito piangere

.

Il pianto sentito piangere

                                       nella camera contigua

di notte

         nello strampalato albergo

                                               poi dovunque

                                                                   dovunque

                                                                            nel buio danubiano

                                                           e nel finimondo di colori

di ogni possibile orizzonte

                                        dilagando

                                                      oltre tutti i divisori

                                                                            delle epoche

                                                                            delle lingue

sentito bene sentito forte

                                    nel suo forte rintocco di eptacordio

e rimesso nel fodero di nebbia

                                               del sonno

e della non coscienza

                                      riposto nel buio nascondiglio

del sapere non voluto sapere

                                           fino a quando?-

Mario Luzi

 

La parola poetica, la versificazione, il ritmo esprimono con forza la sofferenza, il dolore dell’animo in cui si riflette la sofferenza del mondo. Anche in questo caso un’interrogativa chiude la poesia: il mistero della vita e del dolore rimangono, ma attraverso la poesia questo mistero emerge, acquista voce e diviene stimolo per la riflessione. Anche in questo testo mai si perde il rapporto tra la parola e la sua significazione, non c’è un minimo elemento che non sia essenziale all’espressione. Si potrebbe richiamare alla memoria il “sentire e meditare” alla base della poetica manzoniana che ritorna nella differenza che Saba individua tra la poesia di Manzoni e quella di D’Annunzio: nei versi del Manzoni c’è “la costante e rara cura di non dire una parola che non corrisponda perfettamente alla sua visione” mentre D’Annunzio “si esagera o addirittura si finge passioni ed ammirazioni che non sono mai state nel suo temperamento”; quest’ultimo “si ubriaca per aumentarsi”, “l’altro è il più astemio e il più sobrio dei poeti italiani”.

Afferma il poeta Pierluigi Cappello:”Non esiste altro lessico se non il tuo in poesia; e quel lessico deve accordarsi con lo sguardo tuo proprio, deve intrecciarsi alla relazione che il tuo sguardo stabilisce con i tuoi sensi e che i tuoi sensi stabiliscono con il mondo, finché il lessico stesso, le parole stesse diventano relazione. Un intreccio da cui una forma di verità molto parziale, la tua, si sviluppa e cresce con il tuo respiro” (Questa libertà, RCS libri, Milano 2013, pg. 65).

La grande “maratona poetica” che ha animato la Pinacoteca di Volterra il 26 Luglio scorso ha veramente fatto emergere questa potenza della poesia. Attraverso una “cordata di corpi e parole” – come si afferma nella presentazione dell’evento – ha unito nadir e zenith: dalla profondità della ferita della terra che ha stimolato ad ascoltare “la ferita più profonda che ci portiamo dentro”, è spiccato il volo verso l’alto per ripartire con speranza e fiducia e “tornare a vedere meglio il mondo” e noi stessi.

Nara Pistolesi

ANCORA UNA RIFORMA DELLA SCUOLA: MONDO SCOLASTICO E MONDO DEL LAVORO, UN RAPPORTO DIFFICILE del dott. Piero Pistoia; post aperto

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA
 
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Articolo trasferito da LA RICERCA, Loescher Editore Torino, 15 ottobre 1987
Questo articolo è piaciuto al blog Agenda19892010 come comunicato il 31-5-2015 da WordPress all’Amministratore con una e-mail 

PREMESSA

Nel lontano 1987 scrivevamo su questo problema, già ritenuto urgente, e dopo quasi trent’anni siamo punto e a capo! In questo lontano articolo si prospettano possibili larvate ipotesi di soluzione da mettere alla prova, naturalmente mai attivate, anche perché, nelle sedi opportune, non fu  certamente letto e figuriamoci se verrà letto oggi. In queste  sedi comunque. a nostro avviso, sembra scarseggiare l’intuito necessario 1) per prevedere nel futuro ( ma mancano anche i dati necessari su cui basarci!), e 2) per strutturare un conseguente progetto che sia efficace sui due versanti (scuola e  lavoro), al fine di realizzare l’obbiettivo. Non si riesce ad imparare niente dalla storia, perché non siamo riusciti a ‘misurare’ (non abbiamo dati statistici rilevanti!) gli svariati interventi robinsoniani  fatti nel passato, per poi aggiustare il tiro nell’andare. Sempre a nostro avviso, infatti, ci siamo preoccupati poco di raccogliere ed analizzare dati statistici sui numerosi progetti educativi tentative messi in atto nel corso degli anni, per poter usare i rilevanti nelle previsioni. Mi verrebbe da pensare che anche alla prossima riforma saremo punto e a capo, vista la tendenza, focalizzata dai quotidiani, verso il lavorare di più rispetto al lavorare meglio! Sulla base di queste considerazioni sono indotto a ritenere  che l’articolo  da me scritto nel lontano 1987, sia oggi più attuale di ieri, a riprova del fatto che in quasi trentanni si è mosso quasi niente!

La premessa è in corso di correzione e modifica.

 

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TRE MODI DI COMUNICAZIONE CULTURALE del dott. Piero Pistoia, post aperto

Se vuoi ingrandire lo scritto cliccaci sopra

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA:

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POSSIBILI ESPERIMENTI DI COMUNICAZIONE CULTURALE

di Piero Pistoia

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LA DELICATA PITTURA DI ELENA DELLO SBARBA, a cura di Gabriella Scarciglia, post aperto

POST in costruzione

Il primo commento e qualche immagine sono ripresi dall’inserto  Il Sillabario cartaceo

BREVE COMMENTO SU FIGURE  E  SCHIZZI DELICATI DI ELENA DELLO SBARBA

Il motivo floreale è quello prevalente nella ricerca stilistica dell’artista. I disegni sono realizzati con un tratto sicuro, rapido, che, attraverso l’apporto di colore non materico, diffondono l’impressione di freschezza e vivacità. Determinante al raggiungimento di questo obbiettivo sono le scelte compiute dalla pittrice sulle tecniche usate; colori acquerellati abbondantemente diluiti che costituiscono gli elementi tipici della espressione poetica dell’artista. Le figure, invece, decorate nelle parti interne, fortemente stilizzate, fanno pensare alla pittura degli antichi egizi. In questi disegni, modernità e antichità si fondono insieme in armonia.

IL CRITICO D’ARTE

COMMENTO ALLE ‘MARGHERITE CENTRIFUGHE’, dott. Paolo Fidanzi

Evidente la citazione di MIRO’. A parte il taglio netto del disegno,interessante la sovrapposizione del colore poco accademica e molto emotiva.Quindi più poetica ed elegante. Il lavoro con i fiori – margherita – quei petali a stella molto centrifughi accentuano la linea di fuga del colore e della luce e ricordano, non ripetono, le geometrie kandinskyane. Molto bella l’apertura umile del lavoro – bozza ancora da riempire di colore. Quelle macchie sfocate, ombre di un’eventuale perfezione di contenuto e d’intento realizzativo dell’artista, toccano corde emotive profonde.

Dott. Paolo Fidanzi

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PROBABILI NUOVE TENDENZE DI QUESTA PITTURA

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L’IMMAGINE CHE SEGUE,  “DECORATA NELLE SUE PARTI INTERNE”,  E’ UNA DELLE PIU’ BELLE.

QUANDO RIUSCIRO’ A TROVARE L’ORIGINALE A COLORI LA SOSTITRUIRO’

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Travato l’originale:

 

P. Fidanzi dice:
Evidente la citazione di MIR0′. A parte il taglio netto del disegno, interessante la sovrapposizione del colore poco accademica e molto emotiva. Quindi più poetica ed elegante. Il lavoro con i fiori -margherita-quei petali a stella molto centrifughi accentuano la linea di fuga del colore e della luce e ricordano, non ripetono, le geometrie kandinskyane. Molto bella l’apertura umile del lavoro -bozza ancora da riempire di colore. Quelle macchie sfocate, ombre di un’ eventuale perfezione di contenuto e d’intento realizzativo dell’artista, toccano corde emotive profonde.

Dott. Paolo Fidanzi

LE EMOZIONI POETICHE DI PIERO PISTOIA: commenti a più voci (dott.ssa. Stefania Ragoni e docente Andrea Pazzagli); post aperto

PER INGRANDIRE LO SCRITTO CLICCARCI SOPRA
I commenti che seguono sono stati trasferiti dall’inserto ‘Il Sillabario’

ASPETTI DIONISIACI DELLA POESIA

DI PIERO PISTOIA

Dott.ssa  STEFANIA RAGONI 

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IL MITO E LA POESIA DI PIERO PISTOIA

Insegnante ANDREA PAZZAGLI 

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SENTIMENTO DELLA NATURA DI PIERO PISTOIA

 di ANDREA PAZZAGLI

La filosofia, dicevano i Greci, promana dallo stupore che pervade l’uomo di fronte al mondo, al libero manifestarsi (alèteia) di quella phisys che non si lascia mai completamente comprendere dalla ragione calcolante della scienza, della tecnica, delle metafisiche razionalistiche.

Non diverso dal filosofo è il poeta: è poeta chi sempre di nuovo sa meravigliarsi e dire la sua meraviglia davanti allo spettacolo del mondo, sempre uguale eppure sempre diverso, se nuovo sa essere l’occhio che lo contempla.

A ciò probabilmente pensava anche pascoli quando paragonava i poeti ai fanciulli (poetica del fanciullino); i poeti ed i fanciulli condividono la prerogativa di sapersi ancora stupire, sanno, ancora, non essere banali e non rendere banale il mondo circostante.

Questi pensieri si affacciano alla mente mentre leggo o ascolto le poesie di Piero Pistoia. Sono versi, appunto, mai banali e riescono ad esprimere, spesso con forte efficacia, un senso di profonda partecipazione all’Essere, di comunione con la Natura ( intesa nell’accezione greca di phisys, non quella oggettivante dei Positivisti) non facile da trovarsi. Non c’è in questi versi alcuna imitazione di D’Annunzio e dei suoi panismi, piuttosto l’espressione del legame fra noi e ed il mondo, tra noi e la Natura, che, una volta, era forse dato dal senso comune, ma che, oggi, solo le parole della poesia sanno ancora esprimere. La campagna, il bosco, il fiume, i declivi, le piagge: ecco i luoghi della poesia di Pistoia, luoghi dove ora va a caccia e che, nella memoria e nei versi, tuttavia si confondono con quelli, geograficamente e temporalmente lontani, dell’infanzia già remota. Luoghi, visioni: ma, va notato che, per Pistoia il dato visivo non è mai isolato, si arricchisce, si sostanzia di altre sensazioni, più forti, più carnali, più animali quasi, soprattutto uditive e olfattive. Chi (e anche Pistoia è fra questi) ha varcato il limite della maturità, raramente è esente da una vena di nostalgia per un passato sentito perduto e irrecuperabile: nostalgia si respira in effetti anche in talune di queste poesie, ma senza che mai divenga tono dominante, che mai riesca a spegnere la corposa energia di vivere che rimane tratto distintivo.

Resta da dire del linguaggio poetico. Non voglio azzardare giudizi ed analisi, ma credo che i lettori converranno nel riconosce la sciolta, agile eleganza di questi versi che, senza riferimenti troppo espliciti, mostrano però come l’autore abbia fatto propria la lezione della poesia del primo Novecento.

Gli interessi scientifici  di Pistoia, le sue incursioni in svariati campi del pensiero, non sono senza eco nelle sue poesie: numerosi i rimandi a teorie scientifiche e matematiche, frequenti le parole tratte da vocabolari settoriali. Ma (ed è questa una riprova della solidità del linguaggio poetico dell’autore) queste parole. questi rimandi, non stridono affatto, si inseriscono anzi nel contesto, lo arricchiscono e ne fanno esempio della necessità, oggi centrale, di ibridare discipline, esperienze e vocabolari.

LE POESIE DI PIERO PISTOIA SUL BLOG SONO RAGGRUPPATE, FRA L’ALTRO, ALLE SEGUENTI VOCI (tags)

Riflessioni non conformi

Poesie di paese

Fatica di vivere

Memoria memoria…

Poesie di caccia e Natura

Poesie di “cose” del mito

Solo rassegnazione

Tempi perduti

APPUNTI DI BOTANICA: LE CAMOMILLE DELLA VAL DI CECINA ED ALTRE PIANTE OFFICINALI E MOLTO ALTRO; del dott. Piero Pistoia; post aperto

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA

cliccare su:

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ART. IN COSTRUZIONE DA TEMPO! LA VIA SI FA CON L’ANDARE E NON SEMPRE LA VIA FACILE E’ LA VERA VIA; NOI  FACCIAMO AL MEGLIO QUELLO CHE POSSIAMO, SE SBAGLIAMO SI CORREGGE!camomille0003

PRESENTAZIONE DELL’ARTICOLO

 

La presente nota, che si inserisce in un discorso a più ampio raggio di riscoperta e rivalutazione dell’ambiente naturale, vuole focalizzare alcuni problemi emergenti nelle interazioni folclore-cultura simbolica, extrascolastico-scolastico, cultura di massa-cultura disciplinare, aprendo in prospettiva possibilità per una comunicazione culturale efficace. Essa sottolinea, attraverso la ricerca e la raccolta di alcune piante officinali, si possa non solo ritrovare il gusto della tradizione legata al ciclo delle epoche e delle stagioni, ma anche recuperarla attraverso la mediazione della cultura strutturata ( si impara consapevolmente a conoscere perchè quella pianta è diversa dalle altre, perchè possiede quelle proprietà, perchè non si trova in tutti i terreni…). In questo modo la disciplina scolastica potrà uscire dall’ambito ristretto dell’aula per entrare nella casa, nel bar, nella piazza, fornendo modelli di interpretazione e spiegazione e quindi suscitando interessi diversi da quelli spesso alienanti dell’industria culturale.

La riscoperta del folclore e della tradizione, se mediate attraverso il filtro qualificante delle strutture disciplinari, non solo innesca il processo di emancipazione, ma offre, da una parte, l’oppurtunità di un impiego più proficuo del tempo libero, specialmente da parte dei giovani e dall’altra, la consapevolezza della necessità di un rispetto senza condizioni dell’ambiente in tutte le sue componenti, animate ed inanimate.

Infine, in una piccola comunità come la nostra, un discorso di questo tipo ampliato e reso continuativo (dalla camomilla ed altre piante officinali ai funghi, dal comportamento alla conoscenza delle abitudini di certi tipi di selvaggina, ecc.) potrebbe rappresentare forse anche un’occasione per avvicinare la saggezza dell’anziano con i suoi modelli di interpretazione del mondo, con quelli forse più mediati del giovane scolasticizzato, favorendo una maggiore comprensione fra i due mondi.

 

INTRODUZIONE

Alcune piante officinali vengono ancora raccolte nella Val di Cecina specialmente nelle campagne, anche se con frequenza minore rispetto a qualche anno fa, secondo certe modalità e certi riti che rimandano ad una cultura-folclore tramandata oralmente, ma non trascurabile per qualsiasi discorso di comunicazione culturale-educativa.

L’articolo si pone come tentativo di una riscoperta, da una parte, di certe usanze sempre più disconosciute dalle nuove generazioni e dall’altra, di un inserimento nella cultura di base-folclore per aprirla ad un apporto sempre più simbolico.

Tutti conoscono la “camomilla”. Certamente ognuno almeno una volta ne ha bevuto l’infuso (1) e nei giorni vicini a San Giovanni, 24 giugno, (almeno qualche anno fa quando il clima era più stabile) molti lasciavano il paese per le stazioni di raccolta che ognuno conosceva da sempre, anche per tradizione. Era proprio il giorno di San Giovanni quella della raccolta delle piante officinali. Nei tempi ancora più lontani il 24 giugno maghi e streghe di riversavano nella campagne a mezzogiorno astronomico a raccogliere l’iperico (Iperycum perforatum) e le altre erbe “magiche”. Ma le antiche usanze hanno una loro ragione scientifica: proprio in quel giorno  forse la radiazione solare in media è più intensa alle nostre latitudini, se qualche giorno prima, il 21 giugno (solstizio d’estate), i raggi del sole incidevano perpendicolarmente  a 23,5° di latitudine nord   (Tropico del cancro) e lo sfasamento temporale è dovuto forse all’inerzia al trasferimento di calore all’ambiente. A mezzogiorno, perchè la sintesi clorofilliana (appendix 1) è al massimo. Altri consigliano invece la raccolta delle erbe al sorgere del sole, quando certamente i processi di ossido_riduzione (appendix 1) sono meno intensi, e la pianta è forse “meno viva”. Sembra anche che non si debbano recidere le erbe con oggetti metallici, forse per possibili reazioni chimiche negative fra metallo e succhi vegetali; si consiglia così uno strumento di osso o di plastica inerte. Se è vera la nostra ipotesi però potrebbe servire bene  anche un paio di forbici o coltello di buon acciaio inox per sezionare.  Ma al di là di un discorso sul rispetto che si deve portare a qualsiasi organismo vivente, non si deve escludere però, nell’accumulo dei principi attivi nella pianta, anche uno sfasamento nel tempo, variabile da pianta a pianta, a) rispetto al mezzogiorna astronomico 2 ) rispetto alla fioritura, tenendo conto che una fase del processo clorofilliano avviene al buio e la sintesi dipende essenzialmente dalla zona verde della pianta (appendix 1).

Ma torniamo alla camomilla, cioè alle “camomille”, perchè con la parola camomilla si indicano piante di diverso tipo sia a livello botanico: camomilla comune (Matricaria camomilla), camomilla romana ecc., sia a livello industriale (le varie specie che si prestano a sofisticare la camomilla vera). Molti parenti insomma della “vera” camomilla, dalle “margherite” ai “crisantemi”, hanno avuto il nome di camomilla s.l., aprendo possibilità a falsificazioni e sofisticazioni, da una parte, e a convinzioni errate dall’altra. Si tratta come vedremo  di alcune specie del genere Anthemis (Anthemis cotula, Anthemis arvensisi) con foglie frastagliate finemente fino a diventare simili a quelle della camomilla vera, ma anche di specie, che sembra non abbiano nulla a che spartire con la camomilla neppure nell’aspetto esteriore, appartenenti al genere Chrysantemum (C. leucantemum, C. parthenium, C. corymbosum), le cui foglie sono meno settate o addirittura intere. anche nelle nostre zone anche in qualche modo si riflette questa polisemia del nome: si raccolgono infatti almeno due tipi di piante col nome “camomilla” (la “piccola” e la “grande” camomilla). Ma veniamo a precisare concetti e problemi.

 

TAVOLA SINOTTICA RELATIVA ALL’ARTICOLO

 
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POSIZIONE SISTEMATICA DELLE “CAMOMILLE”

 

Per capire l’inserimento della camomilla i una strutura di piante più o meno imparentate, è necessario parlare del fiore in generale e di alcune infiorescenze in particolare: quella a capolino e quella a corimbo.

IL FIORE, IL CAPOLINO ED IL CORIMBO

Il fiore delle piante superiori (Fanerogame Angiosperme, cioè piante a fiori i cui ovoli sono protetti in ovari) è una struttura (fig. 1, della T. sinottica)) che deriva da foglie che hanno subito particolari trasformazioni nel corso dell’evoluzione, divenendo completamente diverse da quelle poste sul fusto, formando pezzi come a) lo stame che alla sommità porta l’antera, dove si forma il polline, che si configura come un organismo maschile pluricellulare (forse analogo al fuco delle api), che darà poi luogo al gamete maschile, detto anterozoo, analogo allo spermatozoo degli animali superiori, b) il pistillo che nell’ovario nasconde l’ovolo, individuo femminile, nel quale si differenzia il gamete femminile (oosfera, analogo all’uovo degli animali superiori) e in generale alla periferia del complesso, dall’interno verso l’esterno, c) una corona di foglie delicate a colori vivaci (petali) che costituisce la corolla ed una di foglie meno vistose che costituisce il calice, che però talora è assente. Tutti questi pezzi fiorali sono situati all’estremità di una rametto foglifero più o meno corto (peduncolo) che ha la cima dilatata a formare una specie di piedistallo che si chiama talamo. Se i petali sono saldati otteniamo le corolle gamopetale (altrimenti dialipetale). Tra le corolle gamopetale, per i nostri scopi, ricordiamo la corolla tubolosa (petali saldati a tubo) e la corolla ligulata (fig. 6, della T. sinottica), i cui petali saldati insieme, formano una linguetta molto espansa, ma solo da una parte del fiore.

Alcune piante recano un solo fiore, altre ne hanno molti, ma solitari, in altre ancora essi risultano raggruppati secondo particolari regole, in infiorescenze. Le infiorescenze che ci interessano per il nostro discorso sono: il capolino ed il corimbo.

Infiorescenza a capolino

Molti piccoli fiori, l’uno accanto all’altro, sono inseriti su un grosso talamo comune, ora piano, ora concavo o convesso, con superficie nuda o provvista di pagliette più o meno trasparenti (fig.2, a;b della t. sinottica e fig. 5, b;c della T. sinottica). Il ricettacolo è poi avvolto da un involucro (facente funzione di un calice comune) formato da foglie modificate (brattee), talora spinescenti. I fiori del capolino, se regolari e simmetrici, sono tubolosi, se irregolari sono ligulati (fig.6, T. sinottica). Se esistono i due tipi sulla stessa infiorescenza, i ligulati si trovano al bordo del capolino ed i tubolosi al centro e le linguette assumono funzione vessillare (attirano gli insetti). Il fiore delle margherite, delle camomille e dei girasoli, per es., ha proprio questo aspetto e quelli che vengono comunemente indicati come petali, in effetti sono le linguette a direzione centrifuga dei fiori ligulati periferici.

Infiorescenza a corimbo

E’ costituito da fiori, sostenuti da peduncoli di diversa lunghezza, inseriti ad altezze diverse sull’asse principale, che vengono a raggiungere circa lo stesso livello (fig. 3, T. sinottica). Il peduncolo fiorale si distingue da qualsiasi altro rametto perchè non porta foglie ed è inserito all’ascella di una foglia normale o di una brattea. talora rametti con foglie alla cui estremità si situa un fiore (0 una infiorescenza), inseriti a diversa altezza sull’asse principale, sembrano conformarsi a corimbo; in effetti si tratta di falso-corimbo.

LE “ASTERACEE” E RICONOSCIMENTO IN GENERALE DELLE CAMOMILLE

Le piante che sono raccolte nella Val di cecina come camomilla hanno tutte qualcosa in comune: posseggono un “fiore” che non è un vero fiore e se lo osserviamo con una lente di ingrandimento si presenta costituito da un gran numero di piccoli fiori direttamente attaccati (sessili) su un bottoncino (talamo) sostenuto da un peduncolo; al margine, il talamo è “orlato” da”falsi” petali bianchi, formando un complesso di fiori che si chiama come già accennato “infiorescenza a capolino”. Le piante che presentano questa infiorescenza si chiamano “Asteracee o Composite“. Se continuiamo ad osservare  con la lente il capolino, si nota anche (fig. 6), come già detto che i piccoli fiori al bordo (fiori a linguetta, ligulati) sono diversi da quelli al centro (fiori a tubo, tubolosi). Ma il problema centrale è individuare le due specie di camomilla, sottolineandone le caratteristiche i riconoscimento in confronto a quelle di specie affini.

 

LE FOTO E DISEGNI DELLE CAMOMILLE SONO STATI RIPRESI DA INTERNET: SI RINGRAZIANO INTANTO GLI AUTORI (da precisare)  LE FIGURE RIPORTATE  COMUNQUE VERRANNO SOSTITUITE DA FOTOGRAFIE  QUANDO DISPONIBILI

 

RICONOSCIMENTO SUL CAMPO DELLA PRIMA SPECIE DI CAMOMILLA E SUA DISTINZIONE DALLE SPECIE AFFINI

TAV. 1

Matricaria chamomilla, Wikipedia

Matricaria recutita plate 182 in A. Masclef: Atlas des plantes de France Paris (1891)

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TAV. 2

Anthemis cotula

http://www.ct-botanical-society.org

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Non è così facile per i non raccoglitori abituali riconoscere la “piccola” camomilla, la “vera” camomilla, cioè la Matricaria camomilla. Nella nostra zona spesso vivono, l’una accanto all’altra, piante molto simili alla camomilla, come l’ Anthemis cotula (camomilla mezzana, falsa camomilla) e l’Anthemis arvensis (camomilla bastarda, rara dalle nostre parti) e alcune specie del genere Matricaria che non sono ‘camomille’. Le differenze a prima vista non sono molto evidenti (fig. 4;5, T. sinottica), anche per la presenza di varietà di cotola che tende ad erigere i rami verso l’alto con foglie sempre più filiformi (differenze probabilmente dovute all’esposizione).

Tutte queste specie presentano infatti fiori agli estremi dei rami in forme di capolini gialli con pseudo petali bianchi, a loro volta riuniti in un corimbo o falso-corimbo molto lasso. Anche la convessità del capolino non è una caratteristica di classificazione sicura: varia più o meno con la  stessa modalità in tutte le  specie. le stesse foglie che , bi-tri-pennato-sette tendono a divenire filiformi nella M. camomilla, presentano una tendenza analoga per certe forme di cotola (cotola più eretta). Il carattere invece distintivo centrale per il ricercatore rimane il talamo che in sezione presenta un vuoto in forma di cono acuto (fig. 2 a, della Tavola sinottica e Tav. 1), mentre il talamo della A. cotula e dell’ A. arvensis è nettamente pieno (fig. 5 c; T. sinottica). Il fiore della camomilla acquista così l’aspetto delicato e cedevole alla pressione delle dita. Come carattere di distinzione secondario indichiamo l’odore: il profumo aromatico della camomilla vera si distingue nettamente dal fetore della maleodorante cotola e della quasi inodora A. arvensis. Un terzo elemento di distinzione, anche se meno accessibile, lo scopriamo nella presenza sul talamo, privato dei fiori (questa operazione è più facile quando il capolino è più maturo), di piccole formazioni simili a squamette nella cotola (prevalentemente nella parte superiore, fig. 5 c) e nell’ A. arvensis, mentre sono completamente assenti nella camomilla.

ASTERACEAE A CLASSIFICAZIONE INCERTA

Foto di Asteraceae eseguite da Piero Pistoia, forse ancora una cotula, per puzzo e pagliette sopra il ricettacolo, anche se lacinie foglie non filiformi (Maggio-Giugno, dal Ponte di Ferro a sinistra verso podere S. Giovanni subito prima del bivio per impianti Granchi, sopra strada a destra)

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genere anthemis (?)

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Genere anthemis(?); campione raccolto da Montecerboli per la Perla circa a metà strada fra bivio Montecerboli e deviazione per Serrazzano, sulla destra.

Foto di Asteraceae forse del genere Matricaria, non succedanee della camomilla, eseguite da Piero Pistoia, classificate da Angelo Bianchi, Erborista (Maggio-Giugno, lungo strada Gabbri). L’infiorescenza è tendenzialmente a CORIMBO?

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MATRICARIA (?); Infiorescenza tendenzialmente a CORIMBO?

Foto scattata da Pf. Bianchi di fiori degli individui precedenti

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RICONOSCIMENTO SUL CAMPO DEL SECONDO TIPO DI ‘CAMOMILLA’ E SUA DISTINZIONE DALLE SPECIE AFFINI

TAV. 3

Chrysantemum leucantemum

da Wikipedia, l’enciclopedia libera (it.wikipedia/wiki/Leucantemum_vulgare)

Planche de botanique de Jaume Saint-Hilaire

Chrysanthemum_leucanthemum0

Leucanthemum_vulgare_-_DESC_-_Thome

COPYRIGHT SCADUTO

Due Foto di Crysantemum leucantemum di CRISTINA MORATTI

Leucantemum....... (1)

Leucantemum....... (2)

 Non c’è nessuna possibilità di confusione nel riconoscimento fra “piccola” e “grande” camomilla (Chysantemum leucantemum nel linguaggio dei botanici), se non altro per il taglio della pianta e del fiore molto più grandi, per il talamo per il talamo piccolo e solo leggermente convesso e le foglie praticamnete intere; insomma sono due oggetti molto diversi. E’ comunque anche abbastanza facile riconoscere questo crisantemo dagli altri pià simili in dimensione. Il leucantemo presenta una foglia (fig. 7; T. sinottica e TAV. 1) oblunga un po’ dilatata alla base più o meno leggermente dentata (“simile alla foglia dell’olivo” dicono i nostri vecchi), mentre per es., il C. corimbosum ha foglie pennato sette (fig. 8 b; T. sinottica) e in alcune varietà bipennatosette e il C. parthenium ha fogli da pennatofide a pennatosette (fig. 9; T. sinottica), ma fiori più piccoli, a linguette più corte e larghe. Ma cerchiamo di precisare alcuni di questi aspetti e distinzioni.

 

Chrysantemum leucantemum

Pianta erbacea annua con fiori ligulati non sviluppati di colore bianco (il centro del capolino è giallo). Ha fusti eretti più alti della vera camomilla, poco ramificati  che sorreggono capolini terminali, sempre più grandi della M. chamomilla, con fiori del disco tubolosi e gialli e quelli del bordo ligulati e bianchi. Le foglie inferiori sono lungamente picciolate (fig. 8 a; T. sinottica e TAV. 3) e le altre sessili (fig. 8 b; T. sinottica) di forma oblunga spatolata con dimensioni decrescenti lungo i rami laterali e dentate leggermente al margine. La pianta fresca è praticamente inodora, ma acquista l’odore classico della camomilla, anche se meno intenso, dopo che i capolini sono stati seccati all’ombra.

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Foto di Piero Pistoia: il C. leucantemum

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Foto di piero Pistoia: fiori e foglie (tendenzialmente a spatola) del C. leucantemum

Chrysantemum corimbosum

Fiore simile al C. leucantemum. I capolini sono avvicinati in una struttura corimbosa rada e povera; nei posti dove si trova si dice di esso che non è camomilla perchè i fiori “non sono da soli”, volendo significare che la pianta possiede infiorescenza a corimbo, mentre il leucantemo si presenta spesso come un solo ramo fiorifero, anche se talora presenta più rami a falso-corimbo (ogni rametto fiorifero infatti ha le foglie, per cui non si configura come peduncolo). La pianta in osservazione ha foglie a perimetro allungato bipennatosette a lacinie quasi lineari con fiori più grandi della camomilla vera e simili al leucantemo: ha per questo le caratteristiche di qualche varietà di C. corymbosum.

 

TAB. 4

Chrysantemum parthenium

https://www:google.it/?gws_rd=ssl#q=chrysantemum+parthenium

commons.wikipedia.org/wiki/File:Chrysanthemum_parthenium_-_Flora_Batava_-_Volume_v10.jpg

Chrysanthemum_parthenium

 

IN QUALI TERRENI SI DEVONO CERCARE LE DUE CAMOMILLE

Il controllo delle ipotesi prospettate in questo paragrafo  derivano da scarse osservazioni dirette, visto anche il numero limitato di stazioni floristiche visitate; per cui dovrebbero essere raccolti ulteriori dati.

L’autore ha tovato la Matricaria chamomilla in terreni argillosi acidi del neoautoctono (appendix 2), meglio se azotati e/o nei terreni silicei (pietrisco e terre a diaspri e, anche se meno vigorosamente in calcari silicei e calcari palombini); allo scrivente sembra addirittura  che nel secondo caso il fattore azoto influisca molto meno. Nei terreni (appendix 2) a gabbro e diabase alterati (rocce verdi dell’alloctono trasgressivo e/o calcarei o su terricci derivati da substrato calcareo (calcari detritici conchigliari  del Pliocene medio, volgarmente e localmente detti “tufo”) ci sembra  inutile cercare la M.  chamomilla.

Anche il C. leucantemum si trova raramente in terreni gabbrici basici, preferisce i pendii argillosi e scarsamente azotati, come sulle terre di riporto delle scarpate lungo le strade, sugli argini calancosi, nei dintorni dei fori dell’Enel, sempre in terre argillose e secche. Forse la sua sopravvivenza è meno critica sul calcare. Lo scrivente, per quello che vale, non ha mai trovato insieme le due specie di camomilla (forse anche per la rarità della Matricaria).

Il C. corymbosum si trova invece in terreno gabbrico e questo potrebbe essere un ulteriore elemento di distinzione.

 

CENNI ALLA UTILIZZAZIONE DELLE “CAMOMILLE” NELLA MEDICINA POPOLARE

Questo paragrafo verrà aggiornato in itinere.

Si accennerà ora alle proprietà officinali della Matricaria camomilla postulando che la “grande” camomilla abbia proprietà analoghe anche se meno efficaci.

Sono officinali i fiori da seccare all’ombra in ambiente ventilato; contengono un’essenza di composizione complessa il cui principio attivo fondamentale però è ritenuto sia l’azulene. L’azulene è una sostanza caratterizzata da una molecola con formula grezza C10 H8; è un isomero del naftalene (comune naftalina), e la sua struttura deriva dalla condensazione di un anello a cinque con uno a sette atomi di carbonio (fig. 10 a  della T. sinottica). Nella camomilla esiste uno speciale azulene: il camazulene, capace di stimolare le funzioni dei sistemi preposti al mantenimento della sanità dei tessuti sia interni che esterni, favorendo i processi riparativi. Si capisce così come la camomilla sia impiegata in cosmesi, nella terapia cicatrizzante, nelle gastriti ed in alcune malattie della pelle. Il naftalene a sua volta è un idrocarburo aromatico (C10H8) con struttura derivata dalla condensazione di due nuclei del benzene (in commercio benzolo, termine fondamentale della serie degli idrocarburi aromatici) (fig. 10 b). Il colorante giallo della camomilla è dovuto invece a glucosidi flavonici. Il glucoside corrisponde ad una formula composta da uno zucchero semplice con un gruppo detto aglicone, di aspetto diverso che caratterizza il composto: se l’aglicone è uno steroide, abbiamo i glucosidi cardiocinetici (Digitale, Adonide, Oleandro…), se è un derivato dell’alcol salicilico, abbiamo i glucosidi della serie salicilica (corteccia del salice, Pioppo, Betulla…) ecc. Nel nostro caso l’aglicone è un flavone o soui derivati ed il composto presenta allora effetto diuretico e diaforetico e promuove in alcuni casi la crescita in resistenza dei capillari e la diminuzione della loro permeabilità (vitamina O). E’ da notare che all’azione di questi composti forse si affianca quella analgesica di qualche altro glucoside ancora  poco conosciuto che agirebbe direttamente sulle terminazioni nervose.

Un pizzico di fiori di camomilla secchi (un cucchiaio da minestra colmo) per una tazza d’acqua da far bollire per due minuti circa (il semplice infuso talora non è efficace) preso prima di addormentarci, è un buon rimedio nelle nevralgie, mal di testa e manifestazioni dolorose dell’apparato digerente. Il decotto (1) (due pizzichi di camomilla per tazza tenuti a bollire per 5-6 minuti) è un ottimo rimedio se usato per sciacqui e gargarismi, nelle infiammazioni della bocca, mal di denti e mal di gola. In un numero imprecisato di decotti  e infusi entra la camomilla per esercitare azione affiancante alle droghe. Citerò solo un decotto per sciacqui e gargarismi sperimentato dal sottoscritto che ha dato risultati ottimi nel mal di gola: Una manciata di foglie di salvia (5 gr), 4 foglie di menta (piperita o comune), un rametto fiorito con tre o quattro foglie di malva, un pizzico di camomilla, in un tazza di acqua e far bollire per 5-6 minuti.

 

COME SI RACCOGLIE LA CAMOMILLA

Poichè la droga corrisponde ai soli fiori, basta staccare i capolini con le dita aperte infilate delicatamente fra i fusti, senza danneggiare le pianticelle in maniera da far continuare la fioritura fina alla disseminazione. Raccogliere l’intera pianta significa diminuire la potenza della stazione di raccolta e, specialmente per la M. camomilla che è una pianta non molto diffusa nelle nostre zone, si rischia di farla completamente scomparire dalla Val di Cecina.

 

DOVE SI PUO’ RACCOGLIERE CAMOMILLA

Fra le  stazioni della M. camomilla che lo scrivente conosce ricordo: a Saline, oltre la fabbrica ENI andando verso Volterra; prima del podere S. Giovanni venendo dal ponte di ferro, ma, a causa di lavori, oggi la stazione è sparita;  oltre Libbiano, lungo la strada di Monterufoli, prima della bandita.

La “grande” camomilla è più diffusa e si può raccogliere in generale nelle zone aride di riporto; la stazione più ricca è situata oltre il bivio per la Leccia, andando verso Serrazzano; sulle scarpate e campi lungo la strada (purtroppo ultimamente lavori nei dintorni del bivio hanno cancellato la stazione floristica). L’autore ha trovato invece  a giugno del 2015 il leucantemum oltre Ponteginori, venendo verso Saline: dopo 100-200 m dalla rotonda, a destra sotto strada in un campo incolto (stazione a rischio). Per chi volesse osservare la varietà del corimboso, esso si trova oltre la “Casina Seconda”, sotto Micciano sul gabbro.

 

 

CONLUSIONI

L’autore spera di essere riuscito, almeno in parte, nel tentativo di lanciare un ponte fra folclore e cultura simbolica, fra mondo delle teorie del senso comune e strutture disciplinari, fra mondo della scuola e cultura richiesta dal vivere quotidiano, aprendo anche alcune prospettive alla soluzione dei problemi posti dall’educazione permanente.

 

APPENDICI

Questo paragrafo verrà aggiornato in itinere.

Appendix 1: alcuni aspetti del processo fotosintetico e cenni alla sua evoluzione a corto raggio.

I disegni sotto riportati, replicati più volte su Internet in svariati altri interventi e appunti di diversi autori di altri blogs, sono stati ritrasferiti rivisitati anche su questo. Se ci sono problemi verranno soppressi.

CENNI ALLA FOTOSINTESI CLOROFILLIANA  (Appunti e pensieri così come vengono, ripresi a spirale)

 

PREMESSA

La fotosintesi clorofilliana è un meccanismo che fornisce nutrimento ed energia e quindi è condizione necessaria e spesso sufficiente per mantenere in vita la pianta e la vita sulla terra. Infatti dalla sua efficienza dipendono la garanzia della riproduzione di tutti i viventi e la continuità stessa della vita.

Le piante verdi sono organismi autotrofi, cioè riescono, a partire da composti inorganici (sali minerali del terreno, acqua e anidride carbonica), a formare composti organici che servono a mantenere e costruire il loro corpo (organicazione): da H2O+CO2 si arriva ad un composto del gruppo degli zuccheri che può condensarsi in amido e insieme a sostanze nitriche e ammoniacali darà composti azotati. Gli animali in genere sono invece eterotrofi, cioè riescono solo a organizzare il materiale costruito dagli autotrofi. Il processo di organicazione del materiale inorganico è permesso da un insieme complesso di reazioni chimiche non ancora completamente capite che si chiama fotosintesi clorofilliana. La fotosintesi perciò è il processo mediante il quale la materia organica, immersa in una atmosfera di ossigeno, si oppone alla sua completa e veloce “combustione” in CO2 + H2O. La respirazione stessa è una specie di “combustione controllata” che l’organismo è riuscito a ‘progettare’  durante la sua evoluzione e utilizzare per i suoi fini.

Ma per passare da materiali semplici (inorganici) a quelli complessi, che si configurano come “mattoni” per costruire la materia vivente, c’è bisogno di un grosso quantitativo di energia, ma anche un “meccanismo strutturato”  progettato e costruito dall’evoluzione per utilizzarla in un processo mirato a tale lavoro.  La pianta cattura tale energia da una sorgente storicamente inesauribile: il sole. La cosa sembra semplice, ma in effetti, in generale, scaldare più molecole semplici (quelle inorganiche) al sole non provoca nessuna reazione utile, come nessun oggetto si muove se ci limitiamo a trasformare acqua in vapore (vedere il 2° principio della termodinamica)!

RACCONTO A LIVELLO ZERO

E’ necessario così prima capire che cosa si intende per ossidazione e riduzione, perché la maggior parte dei passaggi nel processo fotosintetico sono reazioni di ossido-riduzione. E’ inoltre richiesta una minima conoscenza della chimica elementare. Una molecola chimica si ossida quando cede elettroni e si riduce quando ne acquista; nelle reazioni dove entrano in gioco ossigeno e idrogeno, una combinazione con ossigeno significa ossidazione e con idrogeno riduzione (infatti, per es., se l’elemento Ca (neutro,  ossidazione 0) si combina con l’elemento ossigeno (neutro) a dare CaO, cioè Ca(2+) O(2-), si vede che si è ossidato cedendo due elettroni negativi; si dice anche che è aumentato il suo numero di ossidazione da 0 a 2, mentre O si riduce. L’ossidazione è una specie di piccola combustione e libera energia nei dintorni; la riduzione invece ne assorbe. Una molecola che si riduce acquista dentro di sé  energia chimica. Così l’energia solare può essere catturata da molecole che si riducono e trasportata da una molecola all’altra in una catena di ossido-riduzioni con salti energetici in discesa (vedere schemi dei due sistemi fotosintetici). Cerchiamo di capire. La luce spacca una molecola di acqua (fase luminosa della fotosintesi) liberando ossigeno molecolare ( da H2O, i due idrogeno del composto hanno numero di ossidazione 2+,  si formano 2H+ (cioè due protoni, atomi di idrogeno senza elettroni), che rimangono liberi; mentre l’ossigeno passa da -2 a zero: 1/2*O2; si dice che l’acqua si è ossidata liberando due protoni). Durante la fase al buio della fotosintesi avrò disponibili varie molecole di ATP e NADPH ad alta energia chimica costruite durante la fase luminosa (vedere schema Z) che saranno capaci di operare le reazioni chimiche di riduzione ad alto assorbimento energetico richiesto dal  passaggio dall’inorganico all’organico. Rimane comunque il problema sul modo in cui la luce  del sole riesca a spaccare la molecola d’acqua; sembra che l’energia luminosa ecciti una molecola di clorofilla, contenuta nelle parti verdi della pianta (fase luminosa), portandola ad uno stato altamente energetico (salto di elettroni su livelli elevati) così da determinare la scissione dell’acqua, bombardata da quanti di ‘luce’ opportuni, quando ritorna al suo stato iniziale, con il conseguente passaggio dell’energia  anche ai trasportatori di elettroni liberati fino alla zona dove sarà utilizzato per i processi di organicazione del carbonio (ciclo di Calvin). Così all’interno di cellule opportune delle parti verdi della pianta (cloroplasti), che contengono vari tipi di clorofille,  avvengono complicate reazioni di ossido-riduzione in due sistemi fotosintetici, vedere dopo foto (fase luminosa), che conducono alla formazione di molecole di trasporto ricche di energia nei loro legami chimici (ATP e NADPH, vedere dopo) che, nella fase oscura (ciclo di CALVIN), serviranno a costruire le molecole carboniose (organicazione della CO2) utili a produrre poi protidi, lipidi…

Così, nella scissione dell’acqua si libera ossigeno nell’atmosfera. Un riassunto sulle tappe principali del processo fotosintetico è dato  nel così detto “SCHEMA H” di fig. 11 della T. sinottica e ‘SCHEMA ZETA’ che cercheremo di illustrare meglio. Vedremo meglio  introducendo anche la distinzione fra  la fotosintesi delle piante di tipo C3 e di tipo C4 ed accennando ai vari  passaggi ipotetici che, per ora, non sono completamente conosciuti.

Come già accennato le piante verdi sono autotrofe, cioè riescono a produrre molecole organiche complesse (con alta energia nei loro legami) a partire da semplici composti inorganici ed acqua (poveri di energia) con in  più energia luminosa che bilanci almeno la differenza.

Per far questo utilizzano un meccanismo chimico a struttura complessa ancora non completamente compreso, la fotosintesi clorofilliana, che avviene all’interno delle cellule delle foglie verdi dette cloroplasti o plastidi entro cui è contenuta la clorofilla nelle sue diverse forme. Attraverso complicate reazioni durante la fase luminosa, in particolare di ossido-riduzione nel trasferimento energetico, che avvengono in due fotosistemi collegati, vengono prodotte molecole energetiche come l’ATP e NADPH, che serviranno poi alle altre cellule del cloroplasto per sintetizzare nel Ciclo di Calvin, le molecole carboniose, zuccheri, cioè i mattoni di partenza per produrre proteine, lipidi, ….

Il processo globale sembra essere sintetizzato con la reazione:

nCO2 + nH2O + nNhn (?) → (CH2O)n + nO2

Energia per ogni mole = Nh

N=numero di Avogadro=6*10^23 molecole/mole; h=costante di Plank=6.62*10^(-34) joule*sec; ν=frequenza del fotone

IL CLOROPLATO


fotosintesi2_plastidi0001

Questo processo avviene appunto nei cloroplasti o plastidi (simili a mitocondri, gli organuli_fabbrica dell’energia cellulare). Un cloroplasto è un organello all’interno delle cellule delle foglie o delle parti verdi, circondate da una doppia membrana che racchiude un mezzo semifluido, lo stroma. Nello stroma vi è un sistema di membrane ripiegate a formare dischetti, detti tilacoidi (vedi fig. IL CLOROPLASTO ). Un gruppo di tilacoidi sovrapposti formano delle pile in cilindretti detti grana (plurale di granum). Nello spessore della membrana dei tilacoidi ci sono tutti i pigmenti: dalle clorofille nelle loro diverse forme (verdi), ai carotenoidi (gialli rossi porpora) …. Nella parte della membrana dei tilacoidi che contiene anche i trasportatori di elettroni, gruppi di pigmenti formano, insieme ad una sequenza di molecole (catena fotosintetica), i due SISTEMI FOTOSINTETICI II e I.

RACCONTO DI PRIMO LIVELLO

Il racconto è in via di costruzione e correzione.

Questo primo livello precisa brevemente i diversi stadi della fotosintesi clorofilliana. Cerca di esplicitare alcuni passaggi delle reazioni, a partire dalla foto-scissione dell’acqua, che avvengono nei due  fotosistemi durante la fase luminosa (vedere schema Z) e precisa alcuni processi  del ciclo di CALVIN. Nelle ore diurne sulla superficie dei tilacoidi (vedere schema relativo) si attivano molti pigmenti, costituiti da clorofilla-a e l’insieme dei  pigmenti-antenna  in particolare la clorofilla b.  La clorofilla-a assorbe direttamente dalla luce del sole una data lunghezza d’onda che le compete, e dai pigmenti-antenna, dopo che sono stati attivati dall’energia solare, una lunghezza d’onda analoga. Essa si ossida liberando 2 elettroni che passano ad un accettore primario di elettroni che riducendosi acquisisce un alto livello energetico di partenza per il processo. Sotto questi due impulsi energetici,  la clorofilla-a riuscirà a ‘rompere’ anche una molecola d’acqua  in 1 atomo di ossigeno, in due ioni H+(protoni) e  due elettroni che ricaricheranno di energia al momento giusto la molecola di clorofilla-a. Si formerà anche una molecola di ossigeno che andrà a contribuire al 21% di ossigeno nell’aria. I due protoni dell’acqua completeranno infine la riduzione dell’ ADP in ATP e dell’NADP in NADPH, che si troveranno carichi di energia alla fine del processo. Nel contempo dall’accettore primario ad alta energia si distacca una catena di ossido-riduzione con il passaggio in una successione dei due elettroni ricevuti ad una serie di molecole, ognuna delle quali  si ossida (una specie di ‘sbruciacchiamento’) riducendo la successiva che a sua volta si carica di energia, ma ad un livello ancora inferiore e così via, mentre la maggior parte dell’energia liberata ad ogni passaggio va a ridurre trasversalmente una mole di ATP che immagazzina energia per gli altri scopi della pianta. (da rivedere)

UNO SGUARDO FUNZIONALE  ALL’INTERNO DI UN CLOROPLASTO

I DUE SISTEMI FOTOSINTETICI: SCHEMA ZETA (P. Pistoia)

cloroplasto a2

cloroplato b2

LA FOTOLISI DELL’ACQUA, LA ‘POMPA PROTONICA’ E il ‘MECCANISMO CHEMIOSMOTICO’ DEGLI IONI IDROGENO (Ipotesi chemiosmotica di Mitchell). 

Seguire lo scritto sui disegni molto approssimati, ‘INTERNO DI UN CLOROPLATO  a e b, sopra riportati

L’energia luminosa assorbita direttamente e, di riflesso indirettamente convogliata ad imbuto, dalla clorofilla-a (diventata una specie di trappola per l’energia), tramite i pigmenti antenna, provoca salti di alcuni suoi elettroni (per es. 4 se la fotolisi interessa 2 molecole di acqua ossidate a O2) a livelli energetici superiori e subito dopo si ossida trasferendo tali elettroni eccitati  ad un accettore primario che si riduce caricandosi a sua volta di energia. Definiamo risonanza induttiva un percorso per cui una molecola eccitata può trasferire la sua energia ad un’altra molecola adiacente che resta anch’essa eccitata. Così, anche se la clorofilla-a del fotosistema II non può assorbire direttamente quelle frequenze assorbite invece dai pigmenti antenna, quest’ultimi tramite fluorescenza e risonanza induttiva riemettono quanti luce con una lunghezza d’onda conforme alla clorofilla-a (680 nanometri). Il fotosistema II è siglato appunto P680. Nel contempo 4 fotoni sprigionati dal ‘cuore’, centro di reazione del P680  (?), colpiscono 2 molecole di acqua ossidandole a O2  (che si perderanno in atmosfera) con liberazione, nell’intorno, di  4 protoni (ioni H+), man mano trascinati nel lume del tilacoide,  e 4 elettroni che andranno a ricoprire i 4 vuoti interni aperti nella clorofilla-a, che aveva perso 4 elettroni.

La corrente di elettroni lungo i trasportatori sulla membrana del tilacoide ‘pompa’  gli ioni H+, liberati dai quanti di luce nell’ossidazione dell’acqua, nello spazio interno (lume) del tilacoide. Così la densità degli H+ aumenta ed il PH diminuisce nel lume del tilacoide rendendo più acido l’ambiente rispetto allo STROMA del cloroplasto. Gli H+, spinti poi dal gradiente elettrochimico, possono uscire nello stroma fino ad incontrare, uscendo attraverso un canale proteico dove è attivo un enzima per la sintesi  di ATP e NADPH, le molecole da ridurre ADP e NADP+ di ritorno dal Ciclo di Calvin, venendo a favorire questa sintesi.


DA CONTINUARE

fotosintesi_plastidi10001IL RACCONTO DI SECONDO LIVELLO: la ‘piccola’ evoluzione fotosintetica

Durante l’evoluzione delle piante, ad un certo punto del loro albero filetico, la vita che evolve riesce ad attivare un primo processo fotosintetico a clorofilla detto C3. La pianta C3 è una fotosintetica di primo ‘tentativo’, nel senso che, forse per una leggera modifica ambientale, si troverà, almeno in alcune zone, in difficoltà. L’evoluzione del processo fotosintetico può essere considerata nell’ambito delle ‘piccole’ evoluzioni o a corto raggio, rispetto alla generale evoluzione delle piante, anche se ‘sommatorie integrate’ di eventi evolutivi a corta raggio ‘indirizzeranno’ la grande evoluzione. La pianta C3 è una fotosintetica che fornisce come primo prodotto organicato un composto a tre atomi di carbonio (triosio). In effetti questa pianta, in funzione della disponibilità  di CO2, che diminuisce aumentando la temperatura ambientale, insieme al loro rapporto CO2/O2, può incepparsi in corrispondenza del funzionamento di un enzima (il rubisco, RuBP), che invece di legarsi  alla CO2 , si lega a O2 bloccando il ciclo di Calvin al buio e quindi non organica la CO2, entra in foto-respirazione invece di foto-sintetizzare, ‘bruciando’ molecole energetiche invece di costruirle. In effetti l’enzima Rubisco (RuBP) è poco efficiente nel discriminare fra CO2 e O2 , per cui, quando la temperatura dell’aria raggiunge per es., 27-30 °C a salire,  la CO2 in atmosfera diventa sempre più rarefatta, il rapporto CO2/O2 diminuisce, il Rubisco tende sempre più a legarsi con l’O2 e sempre meno con la CO2. E’ allora che l’enzima entra in difficoltà nell’iniziare l’ “organicazione” (cioè trasformare la molecola inorganica  CO2 in una molecola organica più complessa ricca di energia) – es., emblematico: per ottenere un esoso come il glucosio alla fine del ciclo – si rafforza la fase di foto-respirazione, tendendo ad esaurire la riserva di molecole energetiche, invece di costruirle, bloccando o indebolendo, nel migliore dei casi, il ciclo di Calvin. Se la situazione non cambiasse, la pianta soffrirebbe fino a morire. L’evoluzione, a temperatura ambientale elevata (clima caldo-arido), tenderà allora ad intervenire cercando di rafforzare la concentrazione di CO2  dove sta agendo l’enzima, onde impedire il blocco del ciclo di Calvin. Appariranno così le prime ‘piante intermedie C3-C4’ e poi le C4, inventando un meccanismo che permetta durante la fase oscura, a stomi aperti, la raccolta di molecole CO2 (attraverso l’aggancio con un composto chimico) anche nelle cellule parenchimatiche del mesofillo, trasferendole alle cellule dei cloroplasti,  per poi convogliarle alle cellule fotosintetiche, per rendere la CO2  disponibile all’enzima Rubisco (dopo una una reazione di idrolisi sul composto precedentemente accennato) e continuare il percorso C3 fino alla ‘organicazione’ della CO2. Le piante C4 sono una correzione evolutiva (ancora in trasformazione?) delle piante C3. E’ nelle piante CAM (di clima caldo e secco)  che il processo si perfeziona in un meccanismo che risparmia acqua, diviso in due tempi; nel primo, al buio a stomi aperti (bassa traspirazione), si raccoglie e si accumula la CO2 nei vacuoli delle cellule dei cloroplasti; nel secondo tempo, alla luce ma a stomi chiusi (risparmio acqua), continua il vecchio processo C3, col l’enzima Rubisco che aggancia le molecole, questa volta, di CO2 dai vacuoli, ora in concentrazione giusta e procede al buio col ciclo di Calvin. Insomma, la pianta C3, perfettamente funzionante quando la composizione atmosferica era quella di una volta, ora con il mutare delle temperature medie e delle concentrazioni di CO2 e O2 nell’aria e con la diminuzione del loro rapporto dovuti all’inquinamento, si trova fortemente disadattata per cui si riattiva il processo evolutivo.

DA INTEGRARE E CONTINUARE associando i  grafici.

 

Appendix 2: cenni alle formazioni rocciose nei dintorni di Pomarance

Su una serie toscana ridotta dove sono rimaste solo le formazioni evaporitiche, calcari dolomitici e quarziti del Trias (si pensi che la serie toscana completa terminava col Macigno Oligocenico!), si sovrappongono le falde alloctone liguri e al di sopra si situano le formazioni del così detto Neoautoctono (vedere articolo su questo blog cliccando: neoautoctono e vedere anche articolo dello scrivente: Geologia di Pomarance, pubblicato sul numero unico della Comunità, se lo trovate!).

A partire dall’alto, il Neoautoctono (Miocene sup-Pliocene) è costituito prevalentemente da calcari detritici, conglomerati, argille e gessi; l’alloctono ligure è costituito,  specialmente dal complesso ofiolitifero (gabbri, diabasi e serpentine), argille, calcari silicei e diaspri, calcari palombini e calcari marnosi.

Faglie ed erosione hanno messo a nudo nelle diverse parti del paese le diverse formazioni.

 

NOTE

1) INFUSO – Si getta dell’acqua bollente su fiori, foglie o radici e si lasciano in infusione per qualche minuto. Se le parti della pianta sono delicate bastano pochi minuti (addirittura per piante delicatissime, come il crescione, si utilizza acqua tiepida), altrimenti si lascerà in infusione per 10-20 minuti. In alcuni casi è necessario mantenere in ebollizione l’acqua per qualche minuto (camomilla non trattata). per la camomilla industriale (Bonomelli) bastano 4 minuti in infusione.

DECOTTO – Si lasci bollire l’erba in acqua per alcuni minuti (in media 5-6 gr in 100 gr d’acqua per 5-6 minuti.

BIBLIOGRAFIA da aggiornare

Alcuni testi consultati:

Zangheri – Flora italica vol. 1°, vol 2° – Cedam, Padova

E. Thommen – Atlas de poche dela flore suisse – Birkhauser bale

C. Cappelletti – Botanica 1° – Utet

G. Negri – Nuovo erbario figurato – Hoepli

W. Thomson – salute della terra – Idea Libri, Milano

F. Bianchini et al. – Le piante della salute – Mondadori

M. Messegue – Il mio erbario – Mondadori

Giorgio da Cartosio – La salute nelle piante e nelle erbe – Ed. Paoline

D. Manta et al. – Le erbe nostre amiche Vol. 1°, 2° 3° – Ed. Ferni, Givra

E. G. Vaga – Raccogliere le erbe aromatiche e medicinali – De Vecchi

U. Pratolongo – Chimica vegetale ed agraria – Ramo editoriale agricoltori

-In herbis salus- a cura della Ditta Minardi – Bagnacavallo (RA)

PIERO PISTOIA

APPUNTI DIDATTICI PER UNA RICERCA SULLA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA NEL SECOLO XVII (a cavallo del 1600): una specie di ‘dispensa interna’ da distribuire ad alunni ed insegnanti; del dott. Piero Pistoia; post aperto ad altri interventi

INTERVENTO  IN COSTRUZIONE….

QUESTI APPUNTI SONO STATI SCRITTI, ENUCLEANDOLI DAI TESTI DI RIFERIMENTO, PER SERVIRE COME SPUNTI DI DISCUSSIONE IN UNA SERIE DI LEZIONI SUL SEICENTO IN UN TRIENNIO DELLA SCUOLA MEDIA SUPERIORE DA SVOLGERSI A PIU’ VOCI (DOCENTI DI FISICA, LETTERATURA, FILOSOFIA E CHIMICA)

OGNI CONCETTO PROPOSTO VERREBBE CHIARITO E AMPLIATO NELLE LEZIONI  E NEL SUCCESSIVO DIBATTITO. A cura del dott. Piero Pistoia

INTRODUZIONE

Le grandi idee anticipatrici della rivoluzione scientifica del secolo XVII°

La Rivoluzione Scientifica del secolo XVII°, che segna una rottura profonda col passato dell’umanità ed inaugura l’epoca  nella quale noi stessi viviamo, non può essere interpretata correttamente senza un riferimento ai grandi cambiamenti economico-sociali, religiosi, culturali, che, già a partire IV° e V°, ruppero l’orizzonte della società e dell’umanità medioevali, introducendo fermenti potenti e destinati ad operare rivolgimenti sempre più profondi nella vita sociale e nel pensiero.

In sintesi potremmo dire che a livello sociale ciò che emerge sempre più chiaramente è la crisi del vecchio ordinamento feudale e l’affermarsi sulle sue macerie dello stato nazionale e della monarchia assoluta che trovano la loro forza principale nell’alleanza fra il monarca e la borghesia mercantile.

Tutto questo è un processo non lineare, non obbedisce ad un rapporto deterministico fra struttura produttiva e sovrastruttura politico-statuale: ad esempio l’Italia che è un paese la cui base produttiva è tecnologicamente più avanzata e che si pone fra il 1300 e il 1500 all’avanguardia economica, non riesce a costituire una stato moderno e questo rappresenterà un elemento di fragilità che, unitamente alla crisi economica dei secoli seguenti, la porterà ad una fase di decadenza.

Comunque è in Italia che si afferma e dà i suoi frutti più significativi quel profondo rivolgimento culturale che è rappresentato dall’Umanesimo e dal Rinascimento.

A prescindere dai problemi inerenti la distinzione fra i due momenti il contributo complessivo apportato alla cultura umanistico-rinascimentale può identificarsi nei seguenti aspetti:

a) l’affermarsi dell’autonomia del mondo umano rispetto al fondamento religioso come si esprime nel concetto di bellezza assunta quale fine esclusivo dell’operare estetico e del concetto di potere quale fine esclusivo dell’operare politico (Machiavelli);

b) nella riproposta del pensiero antico in tutti i suoi aspetti non più filtrato dai pensatori cristiani, ma ripreso direttamente alle fonti originali; ciò  rompe l’unità culturale del Medio Evo e pone le basi per lo sviluppo della libertà di pensiero (si pensi al Pomponazzi e al Valla…); inoltre il neoplatonismo rinascimentale con il discorso sulla magia pone le basi di una filosofia naturalista e accentua d’altra parte il tentativo i ricercare nella Natura stessa le sue leggi attraverso la matematica. Contemporaneamente in Germania esplode la Riforma Protestante ad opera di Martin Lutero e Giovanni Calvino.

Per certi aspetti può sembrare che le teorie teologiche dei riformatori, con il loro ribadire l’assoluta dipendenza del’uomo da Dio, rappresentino un momento di reazione e non i progresso. Tuttavia non è così. La tesi protestante, dal momento che assoggetta con più forza l’uomo al volere di un Dio remoto, di fatto lo svincola, attraverso il concetto di libero esame delle Scritture, dal potere vicino e reale della Chiesa e ne esalta l’autonomia di giudizio e libertà. In più si consideri come la diffusione dell’istruzione elementare conseguente alla necessità di far leggere la Bibbia a tutti i fedeli abbia creato, per così dire’ un terreno diffuso assai più fertile per il sorgere della mentalità scientifica.

Di fronte alla Riforma, la Chiesa cerca di correre ai ripari  e di restaurare la tradizione attraverso la Controriforma. La Controriforma e l’invasione spagnola pongono praticamente fine all’esperienza rinascimentale in Italia. Tuttavia lo spirito rinascimentale trova la sua ultima e particolarmente coraggiosa espressione nella filosofia della Natura (Telesio, Bruno e Campanella) che traduce in termini di teoria filosofica lo spirito rinascimentale e rivendica apertamente il valore della libertà di pensiero. Questi uomini pagarono duramente di persona.

IL QUADRO CULTURALE IN CUI I REALIZZO’ LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA

All’inizio del seicento la cultura europea era ancora in gran parte legata alla tradizione aristotelica formatasi nel Medio Evo, tradizione che aveva le sue roccaforti nell’insegnamento accademico ed universitario, nonchè nel sostegno che riceveva  da parte della Chiesa alla cui teologia la teoria aristotelica, filtrata da Tomismo, faceva supporto.

La visione aristotelica della realtà si caratterizza essenzialmente per i seguenti aspetti

a) Una concezione gerarchica e piramidale dell’Universo, dalla materia bruta, potenza senza forma, alle piante dotate di anima vegetativa, agli animali forniti anche dell’anima sensitiva, all’uomo in cui, accanto a quella vegetativa e sensitiva, esiste anche l’anima razionale, fino alle intelligenze pure e angeliche e a Dio, forma pura, motore immobile, causa incausata;

b) una concezione della scienza che vuole descrivere l’essenza delle cose, non si contenta di capire “come” un certo fenomeno avviene, ma pretende di arrivare al “perché” del fenomeno; strettamente connesso a questo è l’aspetto antropomorfico di molte delle “spiegazioni” fornite dalla scienza aristotelica (i corpi pesanti cadono perché spinti a raggiungere il loro logo ideale, naturale…);

c) la riconferma dell’antinomia primitiva fra un “cielo” ed una “terra”, che dà  luogo ad una convinzione secondo cui le leggi scientifiche scoperte per la terra non valgono per il cielo e viceversa;

d) l’incapacità di trovare un aggancio fra teoria ed esperienza, per cui il metodo della scienza aristotelica è il metodo logico-deduttivo, fondato sul sillogismo e sulle altre figure della logica aristotelica stessa.

Proprio quest’ultimo aspetto appare ricco di particolari conseguenze, in quanto spiega il fallimento, o meglio la “non risolutività”, delle critiche speculative portate sia all’aristotelismo nel suo complesso sia a sue particolari dottrine scientifiche da parte di alcun scuole medioevali; in particolare dagli Occamisti.

Agli Occamisti (Occam stesso, Buridano e i loro seguaci continuatori) si deve ad esempio la così detta teoria dell’impeto che spiega il movimento, senza far intervenire intelligenze angeliche motrici delle stelle e dei pianeti, necessarie alla teoria aristotelica, che ammetteva  solo il movimento per contatto. Non est moltiplicanda entia praeter necessitatem. Ma la teoria dell’impeto rimase sempre in minoranza nelle Università; per la semplice ragione che essa, risultando metodo metologicamente omologo alla dottrina aristotelica del moto, doveva cedere le armi di fronte a quest’ultima che aveva dalle sue le forze della tradizione.

Un esempio ancor più importante nello stesso senso lo si può trovare nel carattere di disputa senza fine che inizialmente sembrò assumere anche la polemica fra la Teoria Geocentrica Tolemaica  inglobata nel “corpus” delle dottrine aristoteliche e la nuova Teoria Eliocentrica formulata da Copernico: solo le prove empiriche trovate da Galileo e le conferme matematiche elaborate da Keplero e poi “spiegate” dalla teoria di Newton, nell’ambito del nuovo metodo sperimentale, sanzioneranno, più tardi, la vittoria senza remissione dell’ipotesi copernicana  su quella tolemaica, anche se già nel corso del secolo stesso non mancano le prime intuizioni sulla relatività del movimento e dei punti di vista (Lebnitz).

Questa cultura accademica, chiusa nel castello stregato delle sue certezze, non è tuttavia affatto rappresentativa della cultura degli inizi del seicento nella sua interezza: al di fuori di essa esistono altre realtà culturali.

In primo luogo lo sviluppo dell’artigianato da una parte e dell’ingegneria dall’altra, producono una nuovo cultura in cui, allo stato latente, si ritrovano potenzialità che, poi, la moderna cultura scientifica svilupperà pienamente. Gli artigiani erano sempre esistiti, anche nell’antichità e nel medio Evo: peraltro ora nel XV e XVI secolo l’artigianato assume forme più complesse che, a lungo andare, esigono non solo l’applicazione pratica e la tradizione orale, ma tentativi di sistemazione teorica, di esplicitazione di principi che sono alla base dei vari procedimenti tecnici. Nasce, in questo modo una letteratura artigiana che, sempre più esplicitamente, rivendica in significato del ricorso all’esperienza che produce anche  alcune scoperte scientifiche. Le produce però quasi per caso mancandole del tutto un’adeguata consapevolezza metodologica e teorica: insomma la cultura artigiana non trova ali capaci di volare abbastanza in alto e recidere i legami troppo stretti con la pratica.

Paralleli sono gli sviluppi, realizzatisi specialmente nell’Italia rinascimentale, dell’ingegneria e della meccanica e dei quali le figure più rappresentative sono senza dubbio quelle di L. da Vinci, di N. Tartaglia e del fiammingo Stevino. Ciò che è importante nel contributo da ingegneri e architetti è, senza dubbio, l’uso nuovo che essi fanno della matematica: la matematica era concepita dai greci e sulla loro orma dai medioevali come scienza degli enti puri, priva di qualsiasi aggancio con la pratica e la misurazione; gli ingegneri e gli architetti rinascimentali ne fanno, invece, uno strumento pratico e la usano per la prima volta nella misura.

Tuttavia questo nuovo uso della matematica non è sufficiente da solo a configurare il metodo scientifico:  lo stesso Leonardo non può in alcun modo considerarsi il fondatore del moderno metodo scientifico.

Vi è poi da considerare una terza componente culturale: la filosofia rinascimentale della Natura (Telesio, Bruno e Campanella). Non riteniamo di doverci soffermare su di essa, malgrado l’importanza della rottura con l’aristotelismo, perché trattandosi di una speculazione essenzialmente metafisica, legata ad un concetto mistico di esperienza, questa filosofia ha un peso marginale nello sviluppo del metodo scientifico.

Le nuove filosofie che sorgono nel seicento rappresentano tutte un tentativo di trovare un nuovo e più efficace rapporto fra la teoria  e l’esperienza,fra il mondo dei dotti da una parte e quello degli artigiani e degli ingegneri dall’altra, dal momento che la mentalità ormai cambiata rifiuta di affidarsi alla sola ragione speculativa degli antichi e dei medioevali.

IL SISTEMA FILOSOFICO EMPIRISTA

Una prima elaborazione in questo senso è rappresentato dall’empirismo inglese, che, sorto con Bacone, fu poi continuato da Locke e si risolse, un secolo più tardi, nello scetticismo pragmatico di Hume.

Due sono i postulati fondamentali della concezione empirista. Il primo postulato è rappresentato dalla convinzione che ogni conoscenza derivi dall’esperienza acquistata dalla mente attraverso i sensi secondo la nota formulazione di Locke della “tabula rasa”: in altre parole non esistono che giudizi sintetici a posteriori. Qualsiasi proposizione non direttamente basata su dati dei sensi ha la sua origine o nella memoria o in una certa elaborazione dei dati sensoriali tramite il linguaggio.

Tuttavia l’affermazione del primato dell’esperienza rischierebbe di restare sterile e di far ricadere gli empiristi nella tradizione artigianale e negli errori dell’empirismo greco con la conseguente impossibilità di costruire leggi generali della scienza, se non fosse introdotto un secondo postulato: il Principio di Induzione, grazie al quale si crede di poter generalizzare a partire da casi singoli. Il metodo dell’induzione elaborato da Bacone ha caratteristiche qualitative e in ciò e il segno del suo rapporto esclusivo con la tradizione artigianale, trascurando il rapporto con ingegneri e architetti in direzione della matematica. Esso consiste nella classificazione secondo attributi dei fatti dell’esperienza che permette poi, attraverso la costatazione di aspetti comuni riguardanti l’attributo posseduto, di risalire a proposizioni di carattere generale (leggi di Natura).

Peraltro proprio questo motivo dell’induzione che sembra essere  la forza dell’empirismo moderno introduce al suo interno una profonda contraddizione: come sottolinea con forza Hume l’induzione non è mai giustificabile né in termini empirico-sintetici né in termini analitico-razionali.   Il problema affacciato da Hume è  molto serio : esso ha suggerito a Kant la pseudo-soluzione dell’introduzione dei giudizi sintetici a priori,  successivamente ha trovato una parziale soluzione in termini del probabilismo invocato dai neopositivisti moderni; infine si è chiarito nella moderna prospettiva epistemologica proposta da Popper che lo risolve in una nuova versione del metodo scientifico.

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GALILEO ED IL SORGERE DEL METODO DELLA SCIENZA FISICA

Se da un a parte il metodo razionale tradizionale che, nonostante partisse (o presumesse di partire) da “princìpi necessari ed evidenti” ed utilizzasse i metodi della logica, portava invece a dispute filosofiche a non finire, senza riuscire a far luce sulle questioni trattate; dall’altra il metodo induttivo-qualitativo baconiano, trascurando l’utilizzazione della matematica, lasciava ancora in notevole indeterminazione il rapporto teoria-fatti, portando a risultati i scarso valore “intersoggettivo”.

In questo contesto Galilei si accorse da una parte che  i  “princìpi necessari ed evidenti” della tradizione non potevano essere precisati in maniera matematica, per cui si “deduceva”  da proposizioni in effetti vaghe e nebbiose, dall’altra rimaneva imprecisato il rapporto fra le esperienze e le ipotesi indotte, per cui, generalmente, più ipotesi, anche in contraddizione, sembravano essere ugualmente accettabili dall’esperienza (Bacone, per es., non riuscì col suo metodo a decidere sui due sistemi del mondo).

D’altro canto, nella soluzione di problemi, anche se ben più circoscritti, sembrava che l’aritmetica, geometria e la statica archimedea fornissero risultati soddisfacenti, anche in rapporto con gli accadimenti naturali. Quindi sembrò a Galileo che le incertezze ed i dubbi nella conoscenza del mondo fossero in qualche modo imputabili  al trascurare o comunque ad una utilizzazione errata, nella ricerca delle leggi naturali, del metodo matematico. Già ingegneri ed architetti utilizzavano la matematica nella misura e per ricavare semplicemente leggi empiriche riguardanti certi aspetti della meccanica.

Una prima conseguenza dell’uso della matematica condizionò Galileo verso la precisazione del concetto di esperimento come “fenomeno semplificato”. Il passaggio da esperienza ad esperimento implica una rottura qualitativa di una certa importanza, se si pensa che nel passato il concetto di esperimento scientifico non era conosciuto. Si parlava infatti di osservazione, descrizione dell’osservazione, misurazioni empiriche, ma non di “esperimento”. L’esperimento era un modo inventato da Galileo per interrogare la Natura in maniera che la Sua risposta fosse a)  “intellegibile” e b ) il più possibile indipendente dall’uomo stesso. L’esperimento è infatti un intervento attivo, quasi di “costrizione”, sulla Natura del fenomeno perché si realizzino i punti precedenti. Si osserva il fenomeno naturale sul quale influiscono una quantità indefinita di fattori, molti dei quali addirittura sconosciuti: poi si “costruisce”  in laboratorio un fenomeno nuovo (secondo particolari accorgimenti suggeriti, per es., dalla precisione degli strumenti a disposizione, per facilitare la misura, come quello di utilizzare un piano inclinato per studiare la caduta libera), sul quale agiranno solo alcuni fattori, appartenenti anche a quello naturale, scelti dallo sperimentatore (la scelta, alquanto arbitraria, è in parte condizionata e da parametri individuati da uno studio precedente e dalla ” domanda” che si vuol porre alla Natura; certamente verranno trascurati come “inessenziali” i fattori sconosciuti). Se vogliamo poi che la Natura ci “risponda” sul carattere di alcuni dei fatti trascurati nel primo esperimento, “inventiamo” un altro fenomeno da “costruire” in laboratorio, ove agiranno i detti fattori e ricaveremo le uniformità che governano questo secondo aspetto del fenomeno naturale. Chiaramente si ammette che sovrapponendo i due risultati  si possa rilevare il meccanismo del fenomeno complesso che ha luogo quando non vi sia interferenza da parte dell’uomo. Grazie ad eventi artificiali realizzati negli esperimenti, i fenomeni complessi della Natura vengono analizzati sulla base delle loro parti costitutive.

Mentre le correnti neoplatoniche  e neopitagoriche cercano di attribuire numeri ai fenomeni singoli tramite il valore “magico” dei numeri che rappresentavano certi fenomeni  per loro “virtù”, per cui studiando la distribuzione dei numeri si potevano ricavare  le proprietà dei fenomeni, Galileo riesce a compenetrare esperienza e numero tramite la misura. Così la “domanda” viene posta in termini di relazione matematica ammettendo che “le relazioni che intercorrono fra grandezze naturali, possono essere ricondotte a relazioni fra numeri che rappresentano le loro misure”.

L’uso della matematica limitò anche il campo di indagine sulla natura; infatti Galileo non si rivolse alle “massime questioni” e ai problemi generali riguardanti i “perché” dell’Universo, ma spostò invece l’asse della sua ricerca verso il “come” (non le “cause”, ma le “passioni” del moto). La sua indagine si limitò a studiare  una sottoclasse della classe dei moti dell’Universo: il moto dei gravi, giungendo alla soluzione di alcune questioni importanti del moto naturale degli oggetti nei dintorni della terra, inserendole per la prima volta in una teoria scientifica.

Galileo utilizzò il metodo matematico in due forma:

1 – Cercò ipotesi che potessero essere traducibili in simboli matematici e, seguendo e perfezionando il metodo degli ingegneri, tradusse, attraverso l’esperimento e la misura, in matematica le “proposizioni sperimentali, cercando poi dall’ipotesi matematica di partenza di dedurre un’altra confrontabile con quella sperimentale (nel moto di caduta dei gravi propose all’inizio due ipotesi: v=kt  v=ks).

2 – Fece della matematica uno strumento che utilizzo come veicolo di “spiegazione” fra teoria e dati in un sistema teorico scientifico. Utilizzò cioè la matematica per spiegare fenomeni nuovi a partire dai postulati della sua teoria, inquadrando le diverse proposizioni sperimentali in un “corpo” di conoscenze organico e coerente. La scienza non deve solo descrivere ma anche spiegare. Galileo in quest’ultimo senso non si limita a trovare la legge, ma costruire una struttura razionale scientifica che permetta di unificare le diverse leggi sperimentali in un unico sistema di “spiegazione”.  L’importanza di Galileo è di avere impostato il problema in questo senso, anche se il suo sistema riguardava solo una zona di conoscenza molto limitata; non riuscì, ad es., ad inserire neppure la legge dell’isocronismo delle piccole oscillazioni del pendolo, da lui scoperta, rimanendo così un dato bruto.

L’uso della matematica sembra imposta a Galileo dalla natura: la natura parla il linguaggio matematico, capibile dalla ragione umana (Platonismo galileiano). Oggi ci siamo resi conto che è l’osservatore che impone alla Natura, tramite l’esperimento, di parlare il linguaggio matematico, comprensibile dalla mente umana; questo è un altro modo di esprimere il postulato della “comprensibilità della Natura”.

Le ipotesi, gli assiomi, le definizioni generali non sono ricavati dall’esperienza e solo raramente trovano controllo diretto nell’esperimento: spesso anzi sono lontani dall’esperienza stessa. Basta che le “proposizioni” dedotte matematicamente da tali assiomi abbiamo conferma sperimentale, perché tutto il sistema teorico acquisti significato scientifico. In tal modo la verità o falsità dei postulati è riposta nelle verità o falsità degli “accidenti” da essi edotti. Non ha più significato il problema se essi siano “necessari ed evidenti” anzi Galileo stesso considererà i suoi postulati poco evidenti. In generale Galileo ammetteva tacitamente che i suoi postulati, anche se in ultima analisi fornivano proposizioni conformi a quelle sperimentali, potessero essere scarsamente evidenti, tanto da ammirare “l’eminenza dell’ingegno di quelli che… hanno fatto forza tale ai propri sensi, che abbiano possuto antepor quel che il discorso gli dettava”  (il postulato; nella fattispecie, il Sistema Copernicano) ” a quello che le sensate esperienze gli mostravano apertissimamente contrario” Più oltre si meraviglia come sia stato possibile in Aristarco e Copernico che ” la ragion abbia possuto far tanta violenza al senso”, da far loro accettare che la terra e gli altri pianeti girassero intorno al  sole. E’ spesso il senso e l’esperienza comune, che controllate dalla cultura media del tempo, impediscono e ostacolano la costruzione orizzontale della struttura della scienza. Sembra addirittura che si plauda  ad Aristarco ed a Copernico per aver proceduto “controinduttivamente”; e se è vero che proprio con la dinamica  ed il telescopio di Galileo, i dettami del senso vengono a favorire la teoria copernicana, questo nuovo “senso” è  “superiore e più eccellente” di quello comune e alla utilizzazione di esso Galileo giunge solo perché con la ragione era riuscito a rifiutare i dettami dell’esperienza comune del suo tempo!

La lontananza delle “proposizioni mentali” dall’esperimento, in apparenza talora contrarie all’esperienza, presentando tuttavia la possibilità del loro controllo, lascia aperta alla scienza la possibilità di superare le costrizioni della tradizione religiosa e di quella filosofica, direttrici lungo le quali operava il “principio di autorità” e per le quali il riferirsi all’esperienza significava, se mai avesse avuto significato far riferimento esclusivo al senso comune. Che cos’è allora che suggerisce i princìpi all’intelletto?  Occorre una mente geniale, orientata a lunga riflessione sui problemi in studio (einfunlhung = immedesimazione) ed anche un po’ di fortuna.

Ci domandiamo  ora infine a che punto Galileo fosse convinto che il controllo delle ipotesi riposasse solo sui dati empirici, ottenuti da strumenti allora ben poco precisi. Come già accennato, alcuni interpreti dell’opera di galileo a tendenza neo-platonica sostengono che la garanzia della scientificità derivasse a Galileo da fonti diverse dal dato empirico, come la fiducia istintiva nella semplicità e conoscibilità della Natura, nel concetto di simmetria ecc. Se poi la realtà così investigata rappresentasse la “vera” realtà è un problema che Galileo sembra risolvere in maniera positiva, tramite la distinzione fra qualità primarie e secondarie, anche se sembra non sia suo intendimento pronunciarsi sull’essenza metafisica della realtà.

Lo studio di Galileo si rivolge al movimento degli oggetti sottoposti alla forza di gravità nelle vicinanze della terra, siano essi stati in caduta libera o su traiettoria prestabilite o lanciati.

Prima di Galileo, la caduta dei gravi veniva spiegata tramite il sorgere sull’oggetto di una forza dovuta alla “necessità” di giungere al proprio luogo (teoria aristotelica) o al proprio ” affine” (teorie neoplatoniche). La velocità acquisita veniva considerata proporzionale alla forza e inversamente proporzionale alla resistenza: v=kF/fr; e si ammetteva che fr fosse sempre diversa da zero (orror vacui). Qualcuno passò anche al logaritmo, v=klog(F/fr) per render ragione della quiete. Comunque anche il moto uniforme e rettilineo aveva bisogno di una forza. Il lancio dei proietti veniva spiegato come dovuto ad una azione successiva nel tempo dell’ impetus iniziale (teoria dell’impetus) o di una spinta a contatto da tergo dovuta all’aria che si richiudeva (teoria aristotelica del movimento) e della forza di gravità. Nel 500 infatti, per spiegare la natura della traiettoria, alcuni pensarono di far agire contemporaneamente impetus e gravità.

I postulati della teoria di Galileo furono:

1 – la diretta proporzionalità fra velocità all’istante e tempo nella caduta libera dei gravi, ovvero i gravi in caduta libera si muovono di moto uniformemente accelerato;

2 – la velocità acquistata o perduta da un mobile, vincolato a muoversi lungo una traiettoria prestabilita, quando passa da un punto all’altro, è quella stessa che acquisterebbe o perderebbe discendendo o salendo lungo un tratto verticale uguale alla differenza di quota. Su tale postulato si basa l’equivalenza relativa al tipo di moto fra tutti i piani inclinati (compreso il verticale). Da esso si deduce inoltre, in un esperimento teorico,  che in assenza di forza il corpo perdurerebbe per sempre di moto circolare uniforme (formulazione errata del suo Principio d’Inerzia). Da quest’ultima affermazione, leggermente modificata, discende chiaramente il principio di Relatività Galileiano, per cui tutti gli oggetti appartenenti ad uno “spazio” che si muova di moto uniforme (rettilineo non precisato) non intervengono fenomeni che possono far capire di essere in movimento. Con ciò si veniva a superare anche la più forte obiezione avanzata dai Tolemaici contro il sistema copernicano (e contro Aristarco da Samo), per cui un corpo lanciato verticalmente in aria, se la terra si muovesse doveva necessariamente ricadere spostato verso occidente.

3 – Principio di interdipendenza dei movimenti simultanei. Galileo spiega la traiettoria non verticale dei gravi come risultante dalla combinazione contemporanea di un moto orizzontale uniforme e di uno uniformemente accelerato verticale.

a) Scarsità dello strumento matematico (che non permise, per es., a galileo di inquadrare e ritrovare a partire dai suoi postulati le legge del pendolo).

b) Eccessiva restrizione dei Princìpi.

Nessun collegamento fra meccanica terrestre e meccanica celeste (impedito probabilmente dalla formulazione errata del suo Principio di Inerzia).

d) Ammissione tacita di uno spazio e tempo assoluti.

Huyghens provvide a ” spiegare” con i postulati di Galileo, i problemi particolari lasciati insoluti. Newton estese i principi, ottenendo una unificazione fra meccanica terrestre e meccanica celeste. L’ultimo punto rimase per secoli e secoli oscuro fino all’avvento della relatività einsteniana.

Infine  è da precisare che altre questioni particolari studiate da Galileo non furono mai inquadrate in una teoria scientifica fino al nostro secolo: come per es., quella riguardante l’uguaglianza del periodo del pendolo per oggetti di peso diverso, o, per il II° postulato, il fatto che oggetti diversi cadendo liberamente posseggano la stessa accelerazione (se cadono dalla stessa altezza impiegano lo stesso tempo).

Infine accenniamo al famoso Principio di Continuità di Galileo di grande fecondità scientifica, una specie di metodo mentale che sottende tutto il lavoro scientifico galileiano. Galileo adattava gradualmente i suoi pensieri ai fatti, tenendo fermi  questi pensieri fino alle estreme conseguenze. Variava nella mente gradualmente le circostanze di un caso particolare in studio, tenendo ferma nello stesso tempo l’idea già formulata su esso. Un metodo potente ed economico che facilita la comprensione di tutti i fenomeni naturali con fatica intellettuale minima.

LE CORRENTI RAZIONALISTICHE NELLA FILOSOFIA E NELLA SCIENZA DEL 1600

CARTESIO

Il sorgere e l’affermarsi del metodo sperimentale sulla scena culturale del 1600 provoca la crisi definitiva del pensiero metafisico e del razionalismo tradizionale.

Gli enti metafisici, i postulati su cui si basava tutto l’edificio dell’aristotelismo, dimostravano di non aver affatto quel carattere di necessità e di universalità che si erano attribuiti.  D’altronde anche il sistema di deduzione dalle “verità” prime di “verità” ulteriori si era imostrato inadeguato con la sua necessità continua di far intervenire enti e principi animistici, dei quali la scienza moderna stava dimostrando l’inutilità (Occam).

In questo contesto sorge dal mondo culturale dotto il grande disegno di fondazione i una metafisica razionalistica che non solo non contrasti con la scienza moderna, ma ne sia sostegno. Iniziatore e artefice i tale  tentativo fu Descartes. Questi si pone come l’altra direzione speculare, opposta e complementare, a quella di Bacone Come l’uno aveva ripreso la tradizione artigiana ignorando la matematica, l’altro riprende la tradizione dotta ignorando l’esperienza. Questo impedisce ad entrambi di intravedere il fecondo contatto fra i due mondi trovato da Galileo.

Il procedimento di Descartes consiste nell’eliminare, attraverso il dubbio metodica, tutto quanto nella vecchia metafisica e nel razionalismo tradizionale vi era di superfluo, cercando quei principi primi che, per la loro immediata evidenza alla ragione, avessero carattere di idee chiare e distinte.

La prima di queste idee che secondo Descartes sfugge ad ogni dubbio scettico è l’idea dell’Io: l’Io che dubita e quindi pensa, si pone per lui come evidenza indubitabile. Occorre subito far notare che tale evidenza è solo intuitiva e psicologica, deriva più che altro dalla volontà di autorassicurarsi da un’ansia di stabilità del soggetto stesso, ossia da fattori psicologici non logici. Cartesio ritiene inoltre che all’Io sia presente un’altra verità innata, quella di Dio e tale verità, siccome non può derivare dall’esperienza, deve essere per forza stata messa dalla mente umana da Dio stesso di cui quindi si afferma l’esistenza, come II° postulato del sistema. Ma l’affermazione dell’esistenza di Dio serve a sua volta per fondare la veridicità del mondo esterno a la mente umana, perché altrimenti Dio sarebbe ingannevole, ciò contraddice  l’idea di perfezione implicita nel concetto di Dio. Una volta dimostrata l’esistenza del reale e la possibilità di un rapporto positivo fra la mente ed il mondo, Cartesio costruisce una cosmologia centrata tutta su di un rigoroso dualismo, quello fra res cogitas (pensiero)  e res estensa (materia), definendo in termini razionali le qualità fondamentali di quest’ultimi: estensione, forma e movimento. E’ importante sottolineare questo aspetto, perché, grazie ad esso, Cartesio è riuscito ad immaginare un universo pieno, in quanto estensione è materia, un universo in cui non c’è più bisogno di una agente antropomorfico, giacché il movimento non ha più bisogno di cause, un universo in cui vengono espulse anche la forza e la massa, in quanto al tempo di Cartesio questi due concetti contenevano troppi residui antropomorfici. Viene fuori così un mondo di natura geometrica, matematica e cinematica, privo della dimensione dinamica, Il grande merito storico di Cartesio, quello che fa di lui l’altro padre della scienza moderna, sta nell’avere per sempre cacciato dalla Natura gli spiriti; la res cogitans è separata radicalmente dall’universo fisico e quindi anche dal suo corpo: tutto ciò che dipende dalla relazione mente-corpo e mente-universo, come le cause secondarie (odore, sapore, colore…) non ha nessun significato per la comprensione della materia da parte del pensiero (fisica meccanicistica). Descartes ritiene così di poter costruire una fisica a carattere completamente razionalista, dedotta logicamente dalle qualità prime della materia e a tale costruzione egli mette in effetti mano edificando una costruzione teorica per più aspetti ingegnosa.

Cartesio partì dal postulato che  l’estensione creata da Dio possedesse un movimento rotatorio, in quanto esso era il solo movimento possibile in un universo inteso come totalità. Tale movimento rotatorio porta per attrito a creare vortici interni, generando tre tipi fondamentali di materia:  quella costituente il sole e le stelle (particelle piccole di forma sferica, prima materia), quella costituente lo spazio interplanetario (particelle piccole angolose, seconda materia), e quella costituente i pianeti (frammenti pesanti, terza materia). La gravità e quindi la caduta dei gravi ed i moti planetari, che per la prima volta vengono unificati in un unico  ordine di fenomeni a differenza di Galileo, vengono spiegati in definitiva entro questo ordine di idee da Huyghens come dovuti allo “sforzo che compie questa materia fluida (seconda materia) per allontanarsi dal centro e disporre nei posti dove abbandona quei corpi che non possono seguire questo movimento” (dimostrazione del secchio ruotante con pezzetti di ceralacca).

Tuttavia questo edificio ha numerosi punti deboli, il principale dei quali è da considerarsi la sua inadeguatezza al progetto iniziale di una fisica completamente dedotta: infatti è facile vedere come nella pratica scientifica Cartesio anziché dedurre logicamente faccia spesse volte ricorso all’esperienza quotidiana attraverso analogie esplicative. D’altro canto il ruolo dell’esperimento nel sistema cartesiano è ridotto solo a strumento di conferma delle idee fornite ed elaborate dalla teoria e non ha insomma potere di falsificazione sistematica. Questo mette la fisica cartesiana più indietro di quella di Galileo che attraverso l’esperimento aveva  trovato ben altre  rigorosità. A Cartesio in effetti, e questo lo avvicina a Bacone, nonostante l’ostentata esaltazione della matematica, manca un rapporto positivo proprio con questa, quel rapporto che avrebbe fatto della sua teoria una teoria scientifica. In generale Cartesio cercò di inserire in questa struttura esplicativa anche tutti gli altri fenomeni fisici conosciuti. In effetti tale   trasformazione fu operata a alcuni grandi continuatori delle teorie cartesiane, come Huyghens, ma a questo punto le teorie cartesiane furono falsificate e progressivamente abbandonate a favore di quella newtoniana.

SEGUE ELENCO DEI TESTI CONSULTATI

ALLEGATO A QUESTI APPUNTI L’AUTORE PREPARO’ ANCHE UNA SERIE DI DOMANDE RELATIVE ALLA MATERIA TRATTATA PER FOCALIZZARE UN PERCORSO

QUESTIONARIO DA UTILIZZARE NELLA PROGRAMMAZIONE DELLA RICERCA E DELLA RIFLESSIONE SULL’EPOCA DELLA PRIMA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA

1 – Qual era all’inizio del seicento il problema centrale che verrà che verrà poi affrontato da tutte le nuove filosofie?

2 – Quali furono le tre principali linee culturali che cercarono di risolvere il problema precedente?

3 – Quali furono i due postulati su cui si basava la concezione empirica?

4 –  Che cosa si intende per principio di induzione?

5 – L’Empirismo inglese riuscì a riassorbire il dualismo teoria-esperienza, mondo dei dotti- mondo degli artigiani?

6 – Perché Bacone F. non è da considerarsi il fondatore del metodo scientifico moderno?

7 – Quali furono le critiche portate al principio di induzione ed in che modo si tenta di superare, nel corso del tempo, le contraddizioni in esso implicite?

8 – Perché deducendo correttamente dai “Principi necessari ed Evidenti” medioevali non si arrivava a proposizioni capaci di decidere fra le diverse dispute filosofiche?

9 – Quali furono gli avvenimenti che indirizzarono Galileo verso una utilizzazione nuova e più efficiente della matematica nel metodo scientifico?

10 – Quali furono le conseguenze della utilizzazione sistematica della matematica nella ricerca delle leggi della Natura?

11- Nel quadro del superamento del dualismo pensare-operare, teoria -fatti, ipotesi-esperienza, che ruolo ha giocato l’utilizzazione della matematica? (Far riferimento ai Neoplatonici e neopitagorici, agli architetti e ingegneri e a Galileo).

12 – Che cosa si intende per esperimento? Che differenza passa allora fra esperienza ed esperimento? E’ vero che prima di galileo veniva trascurata l’esperienza? Quali furono i motivi per cui l’esperimento prima di Galileo non era conosciuto?

13 – Galileo utilizzò la matematica in due forme; Quali?

14 – Che cosa significa che la scienza oltre a “descrivere” deve anche “spiegare”?

15 – Galileo riuscì a “spiegare” tutto il suo lavoro fisico? Quali leggi “empiriche” trovate da Galileo rimasero allo stadio di “dato bruto”? Perché?

16 – Che significato attribuiva Galileo al fatto che l’uso della matematica “funzionava” nello studio della Natura? Oggi come la pensiamo?

17 – Le ipotesi “sparate” da Galileo erano ricavate dall’esperienza? Trovavano conferma diretta nell’esperienza? I suoi postulati erano “necessari ed evidenti”?

18 – Qual era allora l’unica condizione a cui dovevano sottostare le sue ipotesi perché potessero essere considerate “scientifiche”?

19 – I dati sperimentali che Galileo forniva, avevano il significato di esperienza nel senso comune?

20 – Quale fu il vantaggio di utilizzare “proposizioni mentali” che, lontane da esperienze ed esperimenti, presentassero però il carattere di proposizioni scientifiche, nella costruzione e sviluppo della scienza fisica?

21 -Che cos’è che suggerisce all’intelletto i “principi”, se non l’esperienza? Da dove derivava a Galileo la garanzia della scientificità del suo metodo e la fiducia nei suoi risultati? (da pensare che i dati empirici e gli strumenti usati a quel tempo erano molto poco precisi!). La realtà così investigata era la realtà “oggettiva”?

22 – In cosa consisteva il famoso Principio di Continuità di Galileo.

DOTT. PIERO PISTOIA

(materia)

ESEMPI DI ANALISI STATISTICA APPLICATA: LA ‘CERCA’ DI UNICORNI: date di nascita e di morte, correlate alle fasi lunari e ad altro; del dott. Piero Pistoia; intermezzi pitture di Gabriella Scarciglia

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA

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   DATA DI NASCITA E FASI

LUNARI

INTERMEZZI: LE TRE “LUNE” DI GABRIELLA SCARCIGLIA

STATLgraf

PREMESSA GENERALE A QUESTO POST A TAGLIO STATISTICO

Fasi guidate e TROUBLE del ricercatore che ‘tenta di guardare’ all’interno di un oggetto complesso, per ‘sbrogliare’ la matassa di un migliaio di dati relativi alle date di nascita e di morte in Val di Cecina, da classificare secondo vari criteri, onde trovare correlazioni, per es., con le fasi lunari, i sette giorni della settimana, i dodici mesi dell’anno, maschi e femmine…., attraverso ipotesi di lavoro successive.

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Seguendo i percorsi tracciati nel link precedente, consideriamo, al termine del processo di ricerca, due soli gruppi di dati, il primo dei quali (CAMPIONE n.1) rappresenta le date di nascita  di persone decedute fra maggio 1976 e marzo 1992 (822 casi), considerando solo quelle comprese fra il 1880 ed il 1925 (risultate 741), venendo così a trascurare 81 casi. Questi dati sono stati ripresi dal prezioso Registro dei Defunti della Parrocchia di S. Giovanni Battista di Pomarance (Pi), messo a disposizione dell’autore dall’allora proposto Don Piero Burlacchini, che si ringrazia per la gentile preziosa collaborazione.

Il secondo Gruppo (CAMPIONE n. 2)  è costituito da 444 date di nascita (11980-1991) riprese dal Registro delle Vaccinazioni dell’USL della Val di Cecina. Un ringraziamento particolare va alla Signora Fulvia Gronchi Borghetti, ostetrica,  per avere ricopiato direttamente a mano dal detto Registro le date di nascita al tempo attuali (444 casi).

Ringraziamo altresì l’amico prof. Vasco Pineschi  per aver riportato in ‘bella copia’ i grafici del risultato.

I diversi gruppi di date scelti in successione per questa ricerca  vengono via via sottoposti a vari programmi di lettura e classificazione dati, in Qbasic (LUNFRE), scritti da Piero Pistoia, simili, per es., al contenuto del link  seguente:

NASCO2

Vi facciamo vedere, per esempio, anche il risultato ottenuto da uno di questi programmi, da sottoporre ad una analisi statistica successiva in cerca di correlazioni.

 

BREVE COMMENTO AL PROGRAMMA DATI1.BAS

Di tratta di una routine in QB per immettere contemporaneamente in tre file i dati relativi a nascita, morte , sesso, età e per richiamarli.

Due di questi file sono di tipo random ed uno è sequenziale. I tre file vengono aperti all’inizio e chiusi alla fine della fase di immissione o della fase richiamo dati. Per i file random è necessario specificare anche il nome ed il tipo delle variabile immesse.

DT0.DT → file random che contiene il giorno-mese-anno di morte, l’età, il sesso, il giorno-mese-anno di nascita. E un file BINARIO

ET.DT → file random che contiene l’anno di morte e l’età. E’ un file BINARIO.

TE.DT → file sequenziale che contiene l’anno di morte e l’età. E’ un file ASCII.

In tal modo di due file ET.DT e TE.DT contengono gli stessi dati, solo che uno è scritto in BINARIO e l’altro in ASCII.

E possibile aggiungere a questi due file anche il SESSO per ogni età.

ALGORITMO PER IL CALCOLO DELLA ETA’

(Subroutine 100 del programma accessibile con il link al termine del commento)

L’età viene calcolata prendendo i GIORNI GIULIANI (Subroutine 1000, vedere programma nel linK sotto), relativi ad ogni data di nascita e di morte, sottraendoli per ottenere i GIORNI DI DURATA DELLA VITA.

Conoscendo l’anno di nascita ed i giorni di vita, l’algoritmo procede secondo le fasi seguenti:

1 – Aumento di 1 l’anno di nascita e controllo se è BISESTILE  (vedere NOTA) con una ulteriore subroutine.

2 – Sottraggo in successione dai giorni di vita, 365 (o 366 se l’anno in oggetto risulta bisestile) e per ogni sottrazione sommo 1 in un contatore.

3 – Ad ogni sottrazione controllo se il numero dei giorni di vita restanti è inferiore a 365 (o 366), giorni dell’anno su cui stiamo lavorando. Finché tale numero risulta maggiore, si torna al punto 1, continuando a sommare 1 all’anno di nascita, passando quindi al punto 2 e 3.

4 – Quando si esce (numero di giorni di vita restanti (< di 365 o 366), nel contatore c’è un numero senza decimali (intero) equivalente agli ANNI DI VITA o ETA’.

5 – I giorni di vita che restano rappresentano la frazione di anno, che posso calcolare dividendo questo numero di giorni di vita per 365 (o 3666, se l’ultimo anno del conto è bisestile).

6 – Sommo infine alla frazione di anno, il numero di anni di vita, ottenendo l’ETA’ cercata, in anni e frazioni di anno.

NOTA: anni bisestili

 Anno Tropico -> è l’intervallo di tempo che trascorre fra due successivi passaggi del sole, considerato che si muova a velocità angolare costante, all’equinozio di primavera. L’anno tropico, che è poi l’anno del senso comune, è più breve dell’anno siderale (perché l’equinozio (gamma) si muove incontro al sole ed è più breve del tempo che il sole impiega a percorrere un arco di 50”. 26
360° -> 1 296 000″
Anno Siderale -> è il periodo di rivoluzione della terra attorno al sole ed è pari a 365.256360 giorni solari medi.
L’Anno Tropico = Anno Siderale * (1 – 50”.27 / 1 296 000″) =365.24220 giorni solari medi
L’Anno Tropico presenta alcuni inconvenienti per le frazioni di giorno di cui bisogna tener conto.
Si è definito così l’anno civile che inizia sempre col principio esatto di un giorno medio ed è composto di un numero intero di giorni medi. Si può così ottenere una buona approssimazione, per l’anno civile all’anno tropico, considerando il civile pari a 365 e un 1/4 giorni solari medi.
Il problema del calendario si risolve facendo uguale a 365 giorni la durata dell’anno civile ed inserendo ogni 4 anni un anno bisestile di 366 giorno.
Ma rispetto all’anno tropico ogni 400 anni si ha:
365 1/4 * 400 -> 365*4000 + 100 giorni medi , anziché:
365.24222 * 400 -> 365 * 400 + 96.88 giorni medi.
Quindi ogni 400 anni si devono sopprimere 3 giorni, se non si vuole che la data del 21 Marzo anticipi.superi l’equinozio di primavera.
Così nel 1582 si dovettero sopprimere 10 giorni (il giorno dopo il 4 ottobre 1582 fu così il 15 invece del 5).
D’allora in poi gli anni indicati da un numero terminante con 2 zero (che prima erano tutti bisestili) fossero bisestili solo se tale numero fosse anche divisibile per 400, effettuando così la soppressione di 3 giorni ogni 400 anni.

Il precedente commento è relativo al programma in basic di Piero Pistoia, accessibile con il link:

NASCITA_MORTE_ETA_DATI1

 

Da continuare…..

STATL1

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STATL12


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STATL13

PRIMA LUNA

marmel0004

STATL2

STATL21

STATL22i

STATL23

SECONDA LUNA

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STATL31i

STATL32

STATL33i

STATL34

TERZA LUNA
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STATL35

NOTA PREMESSA