GEOGRAFIA ED I NUOVI RAPPORTI FRA UOMO E AMBIENTE dell’accademico Dott. Prof. Paolo Ghelardoni

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LA GEOGRAFIA E I NUOVI RAPPORTI TRA UOMO E AMBIENTE

dell’accademico Dott. Prof. Paolo Ghelardoni

Dopo anni di riflessione critica su problemi epistemologici la geografia sta acquisendo importanza crescente nell’applicare i propri principi e i propri metodi d’indagine nello studio delle attività umane e nel loro interagire con l’ambiente.

La geografia fisica negli ultimi decenni ha realizzato sensibili progressi nei suoi singoli settori perché ha concepito le realtà geografiche oggetto di studio (ghiacciai, clima, ecc.) come entità derivanti dalla interconnessione di elementi diversi che si influenzano a vicenda.

Basta pensare ai sistemi di erosione; l’azione delle forze che contribuiscono a generare questo fenomeno varia secondo le condizioni del clima; se considerate separatamente non possiamo pervenire a comprendere la realtà, ma se indaghiamo sul modo in cui esse si intrecciano tra loro, sapremo ritrovare il legame che le unisce nell’insieme morfologico che risulta dalla loro interazione.

Si è ben presto capito che anche i fenomeni geografici fisici dovevano essere studiati con il metodo sistemico, cioè considerare tutti i fenomeni come facenti parte di un sistema, appunto un insieme di elementi interconnessi che si influenzano tra di loro.

Ed un elemento che influenza l’ambiente naturale è l’uomo, che si inserisce nell’ambiente naturale, che nel corso del tempo vi ha impresso notevoli trasformazioni modificando quello che era l’ambiente originario.

I geografi fisici studiando, ad esempio, l’erosione normale delle medie latitudini scoprono che l’intervento umano non è più limitato a singoli luoghi abitati, ma è diventato un fatto di ampiezza planetaria; le acque già controllate dall’uomo attaccano il rilievo, ma questo non è più un rilievo naturale ma è largamente plasmato dall’azione umana con la deforestazione, la costruzione di strade, il terrazzamento, ecc.

Così la geografia fisica gradualmente si è trasformata, si è resa conto di dover unire allo studio strettamente naturalistico la ricerca sull’azione umana sulla natura, è diventata una disciplina antropocentrica.

Ci si volge così allo studio dell’ambiente considerato come un sistema antropo-fisico, suscettibile di essere studiato solo mediante ricerche pluri-disciplinari e con il fondamentale contributo della geografia.

In Francia soprattutto si dà una definizione dell’ambiente in chiave sistemica: “l’ambiente è l’insieme degli elementi, fisici, chimici, biologici e sociali che caratterizzano uno spazio e influenzano le vita di un gruppo umano”.

L’ambiente è quindi un insieme coerente di elementi che agiscono e reagiscono gli uni con gli altri. Ogni ambiente è un’unità “aperta”, cioè riceve impulsi esterni e può trasmetterne a sua volta.

E’ dagli anni settanta che si apre quel vasto campo di ricerca che viene definito come “problematica ambientale”; si cerca cioè di studiare , nei suoi vari aspetti e nelle sue conseguenze l’impatto della società urbana e industriale su tutti gli elementi naturali. Si indaga sull’ampiezza del fenomeno, sulle sue cause e sulla sua evoluzione e quindi sulle misure da prendere per salvagurdsre determinate aree per tentare se non un ripristino nelle condizioni antecedenti alla loro alterazione almeno un miglioramento del quadro di vita della società umana.

Proprio nel campo della geografia fisica questa nuova tendenza porta a orientamenti diversi nei settori più importanti.

La “climatologia” si è orientata verso lo studio delle trasformazioni intervenute nell’ambiente atmosferico a causa del processo di industrializzazione e di urbanizzazione; così hanno preso nuovo impulso la bioclimatologia umana, che studia i rapporti tra clima e salute, e la modellistica climatologica che tenta di prevedere le condizioni del clima fra trenta-quaranta anni per prevenire le alterazioni dell’atmosfera causate dalle attività umane.

Nell’idrologia si tenta di chiarire tutti gli impatti umani nel campo idrologico per realizzare una gestione più razionale della risorsa acqua.

La “geomorfologia” ha esteso il suo interesse ai suoli trasformati dall’uomo, soprattutto ai fenomeni erosivi nei quali i fattori antropici vanno messi sullo stesso piano di quelli naturali.

In complesso la geografia fisica collabora attivamente nella definizione delle aree a rischio che rappresentano uno dei campi della ricerca ambientale (rischio sismico, idraulico, consumo di spazio, ecc.).

Un campo di intervento che ha visto un lungo dibattito scientifico è quello che riguarda la protezione del paesaggio.

Possiamo anzitutto definire il paesaggio: esso rappresenta una unità spaziale definita la cui individualità trae origine dalla sedimentazione delle azioni della natura e delle attività umane.

In effetti la base , il substrato del paesaggio è di ordine geografico-fisico, essendo costituita dalle forme del terreno, dalle acque, dalla vegetazione, che a loro volta mostrano l’influenza delle condizioni climatiche della natura litologica delle rocce. Ma le componenti fisiche e biologiche sono plasmate anche dall’opera dell’uomo, che si concretizza nella forma delle colture, nelle caratteristiche dell’insediamento, delle vie di comunicazione, opere che si inseriscono negli elementi naturali dando luogo alla particolare unità fisionomica sopra descritta.

Talvolta in Italia i quadri ambientali del paesaggio sono stati fortemente contraddistinti dalla forme produttive dovute all’organizzazione sociale dell’attività agricola. Per fare un esempio : gli ampi scenari di colline ondulate,, dove olivi, viti e cipressi si alternano in modo mirabile, costituiscono l’aspetto più tipico e suggestivo del paesaggio della Toscana; esso è stato definito come un’architettura della natura su cui si è sovrapposto il risultato storico del lavoro dell’uomo e particolarmente di determinate forme di utilizzazione della terra (la policoltura) e di particolari rapporti tra i proprietari della terra e i lavoratori (la mezzadria).

Il nostro paese, seppur in grave ritardo rispetto ad altri paesi europei, si è dotato di strumenti legislativi per proteggere i paesaggi. Infatti si è finalmente capito che un paesaggio rappresenta un vero e proprio bene culturale ( o meglio un bene culturale ambientale) che occorre tutelare come prodotto della nostra storia, pur accettando il principio che esso non è qualcosa di statico, ma una realtà che si evolve di continuo.

La legge dell’8 agosto 1985 n.431, (detta anche legge Galasso dal titolare del dicastero dei beni culturali e ambientali che la promosse) stabilisce che sono sottoposti a tutela i territori marini costieri e lacustri in una fascia di 300 m dalla linea di battigia; i corsi d’acqua e le rive per una fascia di 150 metri; i rilievi alpini al di sopra di 1600 metri e quelli appenninici al di sopra di 1200; i ghiacciai,; i parchi e le riserve nazionali e regionali; i territori coperti da foreste e boschi, le zone umide, i vulcani e le zone di interesse archeologico.

Pur prestandosi ad alcune critiche per l’applicazione, questa legge non parla di tutela delle bellezze naturali ma di “tutela di zone di particolare interesse ambientale”, introducendo quindi il concetto di ambiente e quindi della sua salvaguardia. Tra l’altro essa impone alle Regioni di sottoporre il loro territorio a normative di valorizzazione ambientale mediante “piani paesistici” o paesistico-territoriali miranti alla salvaguardia dei valori ambientali. La legge conferisce quindi a questa attività un’impostazione gestionale e dinamica proiettandola nel settore della pianificazione territoriale.

Ora una pianificazione del territorio può scaturire solo da studi preliminari approfonditi con una completa ricognizione dell’esistente ed una corretta valutazione delle attività umane, sia di quelle in atto sia di quelle suscettibili di sviluppo nei limiti della compatibilità ambientale. In tale processo di ricerca il geografo può dare un contributo importante in virtù della sua naturale capacità di correlare elementi naturali e fatti umani. Paesaggio e territorio sono da tempo l’oggetto principale della geografia.

Infatti la geografia nello studio del paesaggio, con il suo armamentario strumentale e metodologico, ha dato di recente un contributo significativo alla risoluzione delle due esigenze compresenti in ogni situazione di riorganizzazione del territorio; da una parte l’esigenza di trasformazione dell’assetto territoriale, dall’altra quella della conservazione di determinate frazioni o componenti tradizionali del paesaggio..

E in molti casi si è dimostrata valida l’applicazione dei metodi e delle conoscenze geografiche alla soluzione di problemi pratici, in vario modo connessi al rapporto uomo-ambiente ed alla organizzazione del territorio che ne deriva; in altri termini si può parlare di geografia applicata ogni volta che il geografo, mettendosi al servizio della società, utilizza le proprie conoscenze scientifiche, il metodo e lo spirito geografico che lo caratterizza per la soluzione dei problemi dello spazio organizzato.

E la geografia ha dimostrato anche di poter essere critica, nel senso di non temere con le proprie riflessioni di dissentire dal potere ufficiale, ed operativa, nel senso che non si limita a dibattere e criticare ma interviene praticamente esplorando ed indagando in modo sistematico le condizioni geografiche della trasformazione, insieme alle forze sociali capaci di praticare gli interventi.

Così l’interpretazione geografica del paesaggio è fatta non solo in funzione dell’azione politica reale e contingente, bensì di quella “ideale” volta ad assicurare l’armonizzazione dei fondamentali bisogni dell’uomo. L’impegno della geografia del paesaggio e dell’ambiente, lungi dal proporsi obiettivi irrealistici di museificazione di forme paesistiche ormai ridotte a fossili, è diretto a definire una possibile migliore programmazione e realizzazione di interventi finalizzati alla corretta fruizione e alla oculata tutela, non necessariamente avulsa dalla valorizzazione economica, di uno dei patrimoni-risorsa più ricchi di cui dispone ancora il nostro paese, malgrado saccheggi e trasformazioni recenti.

Dott. Paolo Ghelardoni

“LA PENA”: ORIGINE ED EVOLUZIONE a cura dell’Avv. Francesco Costagli

La densa riflessione giuridica che segue sul concetto di Pena fu scritta una quindicina di anni fa dall’avvocato Francesco Costagli, quando era ancora studente.

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LA PENA: ORIGINE ED EVOLUZIONE

Prima di analizzare l’evoluzione della pena nel corso della storia, è necessario rispondere ad un interrogativo: con quale diritto l’autorità punisce?

Secondo l’antico orientamento teocratico il potere infligge la pena perché riceve l’autorità da Dio. La legge esprime la volontà divina, chi la viola urta il volere della divinità, conseguentemente deve essere punito.

Altre teorie sostengono che lo Stato punisce perché è il potere più grande e più forte. Secondo le tesi contrattualistiche i consociati sono legati da un patto con il quale si demanda all’autorità costituita il compito di intervenire sulle violazioni di legge.

Altra dottrina, largamente diffusa, sostiene che il diritto di punire discende dalla erroneità della posizione in cui si trova chi viola il diritto. Lo Stato, dunque, è il tutore ed il garante dell’ordine giuridico, chi turba questo equilibrio merita la punizione.

Tratto comune delle varie teorie è dato dal fatto che i comportamenti contrari all’ordinamento giuridico di un certo gruppo sociale vanno sanzionati. Vedremo, nel corso della trattazione, come la pena non sempre sia stata applicata da un organo supremo dello Stato.

Ai primordi della civiltà la pena nasce come vendetta privata: la vittima di un atto criminale pretende dall’autore dell’illecito una somma volta a compensare l’ingiustizia subita. I parenti della persona uccisa esigono la morte dell’omicida; chi subisce lesioni personali ha il diritto di applicare la regola del taglione in base alla quale al colpevole di certi comportamenti viene inflitto un male uguale a quello sofferto dalla vittima. Per i reati contro la proprietà la persona derubata può uccidere il ladro o ridurlo in schiavitù e farne oggetto di compravendita.

Gradualmente si afferma la norma secondo la quale il colpevole può evitare la vendetta offrendo al soggetto leso una compensazione in denaro o in natura. La controversia viene decisa innanzi a forme embrionali di tribunali composti da soggetti neutrali rispetto al gruppo di appartenenza della vittima. La pubblica autorità interviene per i reati particolarmente gravi attraverso, ad esempio, la composizione non più rimessa alla volontà delle parti, ma obbligatoria.

Nel diritto romano le XII Tavole prevedono forme di vendetta privata in tema di mutilazioni a cui si continua ad applicare la regola del taglione; per quanto riguarda l’omicidio si esclude qualsiasi forma di reazione privata o di composizione volontaria; viene comminata la pena capitale la cui applicazione costituisce una prerogativa del potere statuale.

Il passaggio dalla pena privata a quella pubblica si afferma progressivamente nel momento in cui l’applicazione della pena costituisce un’esigenza non più esclusivamente del singolo individuo, ma della società intera.

Non esiste campo o settore in cui la fantasia umana abbia dato prova di così grande crudeltà come quello della pena. Dai tempi più antichi fino all’affermarsi dei postulati dell’Illuminismo giuridico le pene hanno avuto per oggetto non tanto e non solo la capacità giuridica e di agire del condannato, vale a dire i suoi diritti personali e patrimoniali, quanto il suo corpo; di qui termine “pene corporali” comunemente usato per indicare le sanzioni penali sino alla fine del Settecento. Per tacere di altre pene ancora più barbare ed efferate nella Francia dell’Ancien régime; le pene si distinguono in capitali, afflittive, infamanti e non infamanti; tutte, in egual modo, presuppongono forme di degradazione fisica e morale del condannato. La pena di morte che è la principale, tra le pene capitali, non consiste nella semplice privazione della vita, ma è eseguita mediante raffinati supplizi che la rendono diseguale a seconda del rango sociale del condannato e del tipo di reato commesso: l’impiccagione è riservata ai contadini, la decapitazione ai nobili, la ruota ai delitti più atroci, il rogo ai delitti contro la religione, lo squartamento è applicato ai più gravi delitti contro lo Stato. Tra le pene afflittive ed infamanti meritano di essere menzionate: la mutilazione della lingua e delle labbra, il marchio a fuoco, la fustigazione pubblica, l’essere appeso per le ascelle, la gogna. Minore applicazione hanno le pene come i lavori forzati a vita ed a tempo, la reclusione, l’esilio, l’ammenda.

Con la rivoluzione illuminista e con l’indirizzo liberale impresso al diritto penale dall’opera di Cesare Beccaria prende campo un processo, non privo di contrasti, di progressiva riduzione del ricorso alla pena di morte e alle pene corporali e di sempre maggiore diffusione delle sanzioni detentive e pecuniarie. Nel 1764 Beccaria pubblica un’opera intitolata “Dei Delitti e delle Pene”. L’autore fonda la sua critica radicale contro i vigenti sistemi giudiziari, sulla funzione preventiva piuttosto che repressiva assegnata alle pene, funzione che esclude “l’inutile prodigalità dei supplicii” ed in primo luogo l’applicazione della tortura e della pena di morte.

Decine di edizioni e di traduzioni diffondono non solo in Europa, ma anche in America l’analisi del sistema giudiziario e gli argomenti contro l’efferatezza delle pene e a favore della pubblicità del processo e della prevenzione del delitto stesso.

La visione della giustizia e della pena poggiano su una concezione contrattualistica dello Stato, dalla quale discende che la pena di morte non è “né utile né necessaria”.

Il sistema di garanzie attuato attraverso le leggi si compone di una parte che fissa il contratto che si stabilisce all’interno dello Stato tra i cittadini e i governanti e di una che definisce il potere, che lo Stato stesso si assume, di fare rispettare le leggi. Questo potere è punitivo e coercitivo ma è basato sul consenso dei cittadini.

L’impostazione tecnico – giuridica e garantistica del moderno diritto penale risale alla rivoluzione illuminista e, in particolare alla felice sintesi che Beccaria ha saputo dare di tali principi nella sua opera prestigiosa del 1774. Prima di allora esisteva un diritto penale caratterizzato dall’arbitrio piuttosto che dalla legalità. L’applicazione delle pene costituiva lo strumento sciagurato di sopraffazione del sovrano assoluto, del principe o del signore locale, la legge penale non rispondeva ad esigenze di tutela, la pena aveva come fine l’intimidazione ed il terrore.

L’Illuminismo predica l’abolizione del reato di stregoneria e di eresia, combatte il ricorso alle sanzioni barbare e disumane in uso nell’Ancien régime, quali le pene corporali e la pena di morte. L’Illuminismo sostiene che il ricorso alla pena deve limitarsi ai soli casi in cui l’applicazione della sanzione penale sia assolutamente necessaria per la difesa della compagine sociale e della sfera dei cittadini; l’Illuminismo introduce il principio della “certezza del diritto” in base al quale tutti i cittadini devono essere posti in condizione di conoscere, attraverso una legge scritta e chiara, ciò che è vietato dal diritto, e “della stretta legalità” che fa divieto al giudice di considerare come reato un fatto che non sia espressamente previsto come tale dalla legge. Le conquiste dell’Illuminismo in campo penale scaturiscono da alcuni articoli contenuti nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789. Nel documento sono affermati importanti principi destinati a trasfondersi nelle grandi opere codificatorie dell’Ottocento e del Novecento. Nella Dichiarazione vengono consacrati i principi “di eguaglianza” (ART. 1), “di presunzione generale di libertà” (ART. 4-5), “di stretta legalità” (ART. 7), “di irretroattività della legge penale” (ART. 8), “di presunzione di innocenza”(ART. 9) (1).

Nota: (1)

ART. 1 – Gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

ART. 4 – La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: l’esercizio dei diritti naturali di ogni uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla legge.

ART. 5 – La legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società. Tutto ciò che che non è vietato dalla legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina.

ART. 7 – Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che sollecitano, emettono, eseguono o fanno eseguire ordini arbitrari devono essere puniti; ma ogni cittadino, chiamato o tratto in arresto in virtù della legge, deve obbedire all’istante: se oppone resistenza, si rende colpevole.

ART. 8 – La legge deve stabilire soltanto pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata.

ART. 9 – Poiché ogni uomo è presunto innocente sino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore che non è necessario per assicurarsi della sua persona, deve essere severamente represso dalla legge.

Prima di procedere oltre è opportuno, adesso, parlare delle teorie principali intorno alla funzione della pena. Secondo la concezione retributiva, la pena è un castigo afflittivo e personale, un male che interviene come reazione, sul terreno morale e giuridico, al male che è stato commesso con il reato; insito in questa concezione è il principio della proporzione della pena alla gravità del reato, in quanto la pena si trasformerebbe da castigo morale e giuridico in mera vendetta. Alla concezione retributiva si contrappone la funzione preventiva o di difesa sociale: lo Stato mediante la pena non retribuisce male con male, ma si limita a difendere la società dalla pericolosità degli autori dei reati. Con la pena lo Stato impedisce ai soggetti socialmente pericolosi di commettere reati. I due indirizzi sulla funzione della pena sono in accordo sul fatto che la pena persegue un fine di prevenzione generale in quanto mira a prevenire, mediante l’intimidazione, rappresentata dalla minaccia della sua applicazione, che vengano commessi reati da parte dei consociati. La concezione retributiva e quella della difesa sociale divergono circa lo scopo perseguito dalla pena nei confronti del singolo condannato. La prima si disinteressa degli effetti individuali della pena, limitandosi a suggerire, che la pena sia eseguita in modo da favorire l’emenda ed il pentimento del condannato. Il concetto di difesa sociale insiste sullo scopo di prevenzione speciale e si propone l’obbiettivo di recuperare il condannato, in modo da porlo nelle condizioni di non commettere più reati.

Premessi i fondamentali indirizzi riguardo alla funzione della pena è ora possibile affrontare il dibattito delle scuole criminologiche che ha segnato profondamente l’evoluzione del sistema penale e della codificazione dell’intera materia.

L’importante opera codificatoria intrapresa da Napoleone Bonaparte (1769-1821) si estende nel 1810 anche alla materia penale con l’emanazione di un codice che recepisce, nei contenuti, le istanze rivoluzionarie consacrate nella Dichiarazione dei Diritti del 1779.

Il sistema penale proposto dal codice del 1810 presenta elementi di rigore e di severità. Tra le sanzioni più efferate merita di essere menzionata la pena capitale, eseguita mediante mozzamento della testa sul pubblico patibolo, la condanna ai lavori forzati. Due esempi per delineare una situazione ancora dominata da uno spiccato terrorismo della pena. La sanzione penale riveste contenuti dimostrativi al fine di scoraggiare i comportamenti criminali. Il codice del 1810 viene applicato in tutti i territori soggetti alla dominazione napoleonica.

L’unità del diritto civile in Italia si raggiunge nel 1865; l’unificazione del diritto penale non era stata raggiunta a causa di questioni connesse all’applicazione della pena di morte. All’indomani dell’unificazione (17 Marzo 1861) lo Stato, condizionato da ragioni di ordine pubblico, aveva esteso a tutta l’Italia il codice penale sardo del 1859, con la sola eccezione della Toscana. In quella regione vigeva il codice penale del 1853 in cui l’applicazione della pena di morte era limitata ad un numero ristretto di casi. La pena capitale era invece prevista nel codice sardo del 1859; pertanto la sua estensione alla Toscana avrebbe implicato il ripristino di tale pena in una regione che ne era priva; mentre la non estensione del codice sardo avrebbe contraddetto il principio dell’unificazione del sistema penale. Le Istituzioni, preoccupate per la situazione della criminalità comune e politica (si pensi al brigantaggio), preferiva, così, mantenere la vigenza della pena capitale come deterrente al perpetuarsi di certi delitti; né le Istituzioni statali volevano imporre in Toscana l’estensione del codice sardo.

A causa delle divergenze in ordine all’applicazione della pena capitale non si giunge all’unità del diritto penale che sopraggiunge nel 1889 con l’emanazione del codice penale Zanardelli modellato secondo i dettami della scuola classica. Tale orientamento recepisce, nei valori, le conquiste ideologiche del periodo illuminista; Francesco Carrara (1805- 1888) è uno dei maggiori esponenti.

Secondo i dettami della scuola classica presupposto per l’applicazione della pena è l’imputabilità ovvero la capacità di intendere e di volere dell’imputato; il reato viene in essere allorché il soggetto coscientemente e volontariamente viola la norma penale. La pena è concepita come retribuzione del male commesso con il comportamento criminale; è personale e proporzionata alla gravità del reato. La scuola classica accoglie il principio di legalità, di certezza del diritto e le altre conquiste ideologiche dell’Illuminismo, fondamenti inalienabili dei moderni ordinamenti penali garantisti. I classici sostengono che il diritto penale è svincolato dalla personalità dell’uomo delinquente e dalla valutazione socio – economica delle cause del delitto. “La pena è concepita come unico strumento di prevenzione generale e speciale” (MANTOVANI). La scuola classica ignora il concetto di pericolosità sociale, la società non reagisce contro i delinquenti non imputabili in quanto nei loro riguardi la pena retributiva non è applicabile per mancanza dei suoi stessi presupposti. Il codice penale Zanardelli accoglie i dettami della scuola classica, liberale nella previsione delle pene rispetto ai precedenti codici napoleonico e sardo, l’opera codificatoria fissa i minimi ed i massimi delle pene riducendone la misura ed attribuendo al giudice una certa discrezionalità nelle loro determinazione concreta. L’applicazione della pena è vista in funzione delle rieducazione del condannato. Il codice introduce l’istituto della liberazione condizionale. Il reato si configura come lesione del bene giuridico tutelato; la pena è comminata al soggetto imputabile in quanto la violazione della legge ha leso una posizione giuridicamente tutelata. Grande spazio è riservato alle lesioni delle libertà dell’individuo: da una parte c’è lo Stato che punisce il reato, dall’altra troviamo la libertà dell’individuo.

Alla scuola classica si contrappone la scuola positiva i cui massimi esponenti sono Cesare Lombroso (1835 – 1909) ed Enrico Ferri (1856 – 1929). Lombroso nell’opera intitolata “L’Uomo Delinquente in rapporto all’Antropologia, alla Giurisprudenza ed alle discipline Economiche” ( I° edizione del 1876), stabilisce una serie di collegamenti tra le anomalie fisiche e psicosomatiche dell’individuo e la degenerazione morale del delinquente giungendo a classificare i crimini secondo una rigida tipologia antropologica. L’autore distinse tra delinquenti occasionali, d’abitudine, nati ed infermi di mente, ed elabora la teoria secondo la quale le tare ereditarie, congenite, rappresentano le cause principali del delitto.

Lombroso sostiene la prevalenza delle cause individuali o antropologiche del delitto e la necessità che il delinquente sia curato più che punito. Prescindendo dagli aspetti più meccanicistici della sua classificazione dei delinquenti ( di cui sono state ampiamente dimostrate l’infondatezza scientifica e le pericolose suggestioni razzistiche, non a caso riprese dal diritto penale nazista), a Lombroso va riconosciuto il merito di avere efficacemente contribuito a spostare l’oggetto del diritto penale dal reato al delinquente ed alle cause personali e sociali del delitto. Il soggetto è colpevole di un certo crimine e merita l’applicazione della pena non perché è imputabile, quanto piuttosto per la sua natura umana delinquente.

In numerose occasioni Lombroso accusa il codice Zanardelli di ignorare la personalità dell’individuo; l’antropologo sostiene l’opportunità dell’applicazione della pena capitale, propone l’introduzione di pene più severe, rifiuta l’istituto della liberazione condizionale.

Ferri è il fondatore della sociologia criminale, sostiene che il soggetto delinque in quanto è il prodotto di un certo ambiente. Il codice Zanardelli è ispirato ai canoni di un liberalismo giuridico, non curante della prevenzione ritenuta illiberale e ritenuta incompatibile con il principio della responsabilità. I postulati della scuola positiva, sintetizzabili nel principio che al centro del diritto penale c’è l’uomo delinquente e non il reato, e che la pena non deve avere carattere di castigo ma rappresentare misura di difesa sociale e tendere alla rieducazione del condannato, raggiungono la loro massima affermazione nel progetto di codice penale del 1921 elaborato da una commissione presieduta da Ferri.

La Terza scuola o Scuola eclettica accoglie gli insegnamenti dei classici e dei positivisti. Nasce il c.d. “sistema del doppio binario” fondato “sul dualismo della responsabilità individuale – pena retributiva e della pericolosità sociale – misura di sicurezza” (MANTOVANI).

Nel 1931 si giunge all’emanazione del codice penale Rocco. Il codice accoglie diverse scuole di pensiero (natura eclettica): l’ART. 85 accoglie “il principio di imputabilità”; l’ART.203 enuncia il principio della pericolosità sociale. Viene reintrodotta la pena capitale: una evidente cesura rispetto ad una traduzione in cui il codice Zanardelli aveva sospeso questa pena. Al centro del codice c’è lo Stato non l’individuo; il delitto lede il bene pubblico statuale, non individuale. Rispetto al codice Zanardelli emerge una moltiplicazione dei reati ed un inasprimento delle pene che non hanno funzione rieducativa.

Con l’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana sono intervenute numerose declaratorie costituzionali che hanno eliminato gli influssi dell’ideologia fascista dal codice del 1931.

L’ART. 25 della Carta Costituzionale recita: “ Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge. Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso. Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge”.

La Costituzione all’ART. 27 stabilisce: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La pena, dunque, pur conservando il carattere di castigo ha acquistato una preminente funzione rieducativa del reo (purché quest’ultimo collabori dando il suo consenso alla rieducazione stessa). Lo stesso articolo dispone che la pena è personalissima e la sua applicazione è disciplinata dalla legge.

L’ART. 17 del c.p. elenca le pene principali nel nostro ordinamento accogliendo la bipartizione dei reati in delitti e contravvenzioni: “Le pene per i delitti sono: la morte, l’ergastolo, la reclusione, la multa; le pene principali stabilite per le contravvenzioni sono: l’arresto, l’ammenda”.

Su che cosa si fonda la distinzione tra delitti e contravvenzioni? Sull’ART. 39 secondo cui “I reati si distinguono in delitti e contravvenzioni, secondo la diversa specie delle pene per essi rispettivamente stabilite da questo codice”.

L’ART. 18 del c.p. elenca le pene detentive e restrittive della libertà personale (ergastolo, reclusione ed arresto) e le pene pecuniarie (multa ed ammenda).

L’ART. 27 della Costituzione dispone: “non è ammessa la pena di morte se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”.

Con la L. n° 589 del 13/10/94 è stata abolita la pena di morte anche per i reati previsti dal codice penale militare di guerra.

Alle soglie del terzo millennio il dibattito intorno a questo tipo di pena è ancora di scottante attualità. Le statistiche dimostrano che nei Paesi in cui viene applicata la pena capitale, i delitti non diminuiscono, malgrado ciò questa sanzione disumana viene applicata in molti Stati. Giungere alla conclusione che un soggetto deve essere soppresso perché ritenuto non recuperabile, costituisce una sconfitta per le Istituzioni e per la società.

L’ART. 22 del c.p. contempla la pena dell’ergastolo consistente nella privazione perpetua della libertà scontata in una struttura carceraria, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno. Il condannato può essere ammesso al lavoro all’aperto purché siano stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti del detenuto con la criminalità organizzata, quando si tratti di reati particolarmente gravi. Il condannato all’ergastolo quando ha scontato ventisei anni di carcere può essere ammesso alla liberazione condizionale. Negli ambienti politici si sta discutendo intorno alla conciliabilità dell’ergastolo con il principio rieducativo e quindi della sua opportunità politico – criminale.

Con l’estensione ad esso della libertà condizionale, l’ergastolo non è più in concreto perpetuo, e quindi anch’esso tende alla rieducazione del condannato. Non condivido le posizioni di coloro che vorrebbero nel nostro Paese l’introduzione della pena capitale, nello stesso tempo credo sia opportuno soprassedere all’abolizione dell’ergastolo per non indebolire l’apparato intimidatorio del nostro Ordinamento.

L’ART: 23 del c.p. dispone in merito alla reclusione: “La pena della reclusione si estende da quindici giorni a ventiquattro anni, ed è scontata in uno degli istituti a ciò destinati con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno. Il condannato alla reclusione, che ha scontato almeno un anno di pena, può essere ammesso al lavoro all’aperto”.

La multa (ART. 24 del c.p.) è la pena pecuniaria prevista come sanzione conseguente alla commissione di delitti. L’arresto di cui all’ART. 25 del c.p. consiste nella privazione temporanea della libertà personale ed è la sanzione detentiva per le contravvenzioni. L’ammenda (ART. 26 del c.p.) è la principale pena pecuniaria relativa alle sole contravvenzioni e “consiste nel pagamento allo Stato di una somma non inferiore a Lire quattromila né superiore a Lire due milioni”.

Nel nostro Ordinamento sono previste le pene accessorie (ART. 19 del c.p.) che si affiancano alle pene principali e comportano una limitazione di capacità, attività o funzioni (es: interdizione dai pubblici uffici ART 28 del c.p.) oppure rendono maggiormente afflittiva la pena principale.

Il principio della funzione rieducativa sancito nell’ART. 27 della Costituzione ha ispirato l’introduzione delle misure alternative alla detenzione aventi la funzione di reinserire il condannato nella vita sociale. Esse rientrano nell’opera di riforma dell’Ordinamento penitenziario disposto con la L. 354/75, di competenza del Tribunale di sorveglianza. Tali misure sono: l’affidamento in prova al servizio sociale (che controlla il comportamento del soggetto e riferisce al magistrato di sorveglianza); la semilibertà (concessa ai condannati a non più di sei mesi di reclusione e sempre nel caso di arresto); la liberazione anticipata (venendo in considerazione non la semplice buona condotta ma una fattiva e continua partecipazione all’opera di rieducazione); la detenzione domiciliare (quando si tratta di donna incinta o di persona le cui condizioni di salute siano particolarmente gravi). Con la L. n° 689 del 24/11/81 il legislatore ha previsto la possibilità di sostituire le pene principali detentive con due nuove sanzioni penali: la semidetenzione e la libertà controllata, oltre che con la corrispondente sanzione pecuniaria (quando la pena detentiva non supererebbe un mese).

Il nostro Ordinamento prevede, inoltre, nel Libro I°, Titolo II°, Capo II° del c.p. “le circostanze del reato”, ovvero quei fatti che hanno la funzione di aggravare o di attenuare la pena.

Recentemente il Consiglio dei Ministri ha varato un disegno di legge sulla sicurezza che avrebbe lo scopo di scoraggiare la criminalità metropolitana.

Tra i provvedimenti più significativi previsti nella proposta governativa, spiccano, senza dubbio, le norme che regolano il furto in appartamento e quelle relative allo scippo.

Nasce il reato di “violazione di domicilio finalizzata all’impossessamento di cose mobili altrui”. La pena va da due a sei anni, con multe da cinquecentomila a tre milioni. Con le circostanze aggravanti la pena è compresa da tre a dieci milioni. La carcerazione è prevista fino al giudizio per direttissima. Fino ad oggi per “il ladro di appartamento” l’ART. 625 c. I° del codice penale ha previsto la reclusione da uno a sei anni.

Il furto c.d. in appartamento costituisce una invenzione avente, probabilmente, lo scopo di dare una maggiore sensazione di sicurezza, ma già oggi il codice penale contiene una norma che prevede il furto aggravato in quanto commesso in un luogo abitato. Niente di nuovo, nella sostanza, se non una ulteriore illusione data ai cittadini di essere più protetti. Lo stesso può dirsi per quanto riguarda la parificazione del c.d. scippo alla rapina.

Lo scippo è attualmente sanzionato come furto aggravato con borseggio, con la pena prevista tra uno e sei anni. Nel disegno di legge lo scippo è equiparato alla rapina; le pene previste vanno da tre a dieci anni di reclusione con multe da uno a quattro milioni.

Anche oggi se la persona viene raggiunta da un atto di violenza, si applica la disposizione che prevede la rapina e non già il furto aggravato. Con la nuova norma presente nel disegno di legge se un ladro si limita a sottrarre dalla mano di qualcuno un oggetto senza alcuna forma di aggressione, risponderà di rapina, così come risponde di rapina chi si presenta in banca con il mitra in mano. Il buon senso dimostra come questa innovazione sia fuori da ogni logica. In passato nelle legislazioni dell’Ottocento era presente l’equiparazione tra scippo e rapina; è stato il codice del 1931 a distinguere i due casi, proprio perché non è corretto ritenere che chi commette il fatto senza violenza alla persona, debba avere le stesse pene previste per chi questa violenza perpetra.

La proposta del Governo prevede, inoltre, una nuova circostanza aggravante per coloro che approfittano dell’oggettivo stato di debolezza della persona offesa: anziani, bambini o persone con minime capacità di difesa.

La storia insegna che l’inasprimento delle pene non costituisce un deterrente efficace contro la criminalità. Come è possibile credere di porre rimedio al crimine urbano attraverso la finta creazione di una nuova fattispecie di reato che già esiste e che comunque non impedisce che gli appartamenti siano svaligiati? L’impiego dell’esercito per combattere la criminalità costituisce un ulteriore sintomo che le Istituzioni non hanno alcuna idea di come scientificamente si possa intervenire su questo fenomeno: già le forze di polizia sono prive spesso della necessaria specializzazione e dei mezzi per una razionale conduzione delle inchieste, possiamo solo immaginare che cosa accadrebbe se facessimo intervenire l’esercito sul terreno della lotta alla criminalità. Probabilmente arriveremmo ad una militarizzazione del nostro Paese, o di alcune regioni, senza che venga scoperto un solo delitto in più. Credo veramente che con questi strumenti non si faccia un passo avanti contro il crimine dilagante. Non condivido la logica secondo la quale con la modifica di un paio di articoli del codice penale le Istituzioni credono di aver arginato il fenomeno della criminalità urbana. I Procuratori generali ogni anno parlano del 96% dei reati della criminalità urbana che restano impuniti. Questo non è risolvibile attraverso l’aumento delle pene, ma coordinando in modo più proficuo le forze sul territorio e, soprattutto, motivandole con investimenti che non vedo. Siamo certi che aumentare la pena per lo scippo a dieci anni di carcere costituisca un bene? Non ci saranno meno scippi per questo, forse ci saranno più scippatori determinati a vender cara la pelle e quindi più pericolosi.

La severità della pena non rappresenta una soluzione convincente contro i comportamenti criminali. Il soggetto che delinque certamente non compie uno studio dottrinale sulla pena che gli verrebbe comminata nel caso in cui venisse scoperto. Anziché inasprire le pene le Istituzioni dovrebbero sanare le molte piaghe di disagio sociale che affliggono la nostra Nazione. In altre parole se un giovane non trova un’occupazione è molto più probabile che cada nella spirale maledetta della criminalità.

Francesco Costagli

NOTA BIBLIOGRAFICA

  • F. MANTOVANI, Il Problema della Criminalità, Compendio di Scienze Criminali, Cedam 1984;

  • D. BIELLI, Il Delitto, il Processo, la Pena, Crisi del Sistema Penale e Scienza dell’Uomo, Nuove Edizioni Romane 1995;

  • D. BIELLI, Quaderni di ricerca, Centro Stampa – Università di Siena;

  • C. BECCARIA, Dei delitti e delle Pene, Feltrinelli, settima edizione Marzo 1999;

  • A. GIARDINA, Corso di Storia, dalla Nuova Scienza alle Rivoluzioni Borghesi;

  • GHISALBERTI, La Codificazione del Diritto in Italia 1865-1942, Laterza 1997;

  • F. RAMACCI, Istituzioni di Diritto Penale, G. Giappichelli.

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Saremmo interessati a pubblicare anche un articolo su una riflessione critica sui processi indiziari, se è vero che nell’Universo sono disponibili infiniti indizi per ogni ipotesi, per cui è lecito e sostenibile logicamente il processo solo se le argomentazioni critiche verranno indirizzate con consapevolezza alla  ricerca della loro falsificazione e non della loro verifica.

Tutte le ipotesi sono falsificabili (fra le righe degli scritti di K. Popper) e accettiamo l’ipotesi che si oppone alla falsificazione e non siamo riusciti a falsificarla, come corroborata non come ‘vera’; è nel significato della parola ‘corroborata’ l’incertezza del giudizio! (leggere anche: “Manichei_ed_Iperboli4”, intermezzo inserito nel post a cura del forestale B. Randazzo, che riguarda il grave problema, ancora oggi aperto, della tortura in Italia).

Il coordinatore dott. Piero Pistoia

COMMENTI A PIU’ VOCI ALLA POESIA “ITALIANO IN GRECIA” di Vittorio Sereni; PARTE PRIMA, a cura di Ottavia Ghelli

ITALIANO IN GRECIA

di Vittorio Sereni

Prima sera ad Atene, esteso addio

Dei convogli che filano ai tuoi lembi

Colmo di strazio nel lungo semibuio

Come un cordoglio

Ha lasciato l’estate sulle curve

E mare e deserto è il domani

Senza più stagioni

Europa Europa che mi guardi

Scendere inerme e assorto a un mio

Esile mito tra le schiere dei bruti

Sono un tuo figlio in fuga che non sa

Nemico se non la propria tristezza

Di laghi  di fronde dietro i passi

Perduti,

Sono vestito di polvere e sole

Vado a dannarmi e insabbiarmi per anni

(Pireo, Agosto 1942)

Il commento su questa ‘attualissima’ poesia che segue è  stato scritto dalla studentessa Ottavia Ghelli della III classe del Liceo Classico Carducci di Volterra, speditomi alla fine del lontano 1999, perché fosse inserito nell’inserto Il Sillabario cartaceo, che proprio allora cessò le pubblicazioni.

Piero Pistoia

COMMENTO DI OTTAVIA GHELLI

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Questa poesia, che affronta il tema della guerra, risulta quasi un lamento, un gemito doloroso da parte del poeta e che ci appare molto realistico e forte perché l’autore ha vissuto in prima persona gli avvenimenti che racconta. La lirica si apre con la malinconica immagine dei convogli militari, “colmi di strazio” per indicare lo stato d’animo dei soldati, che procedono in fila “nel lungo semibuio”, espressione indefinita che può esprimere significati molteplici. Il momento della giornata è quello serale, come indica l’espressione “ai tuoi lembi”, in cui “lembo” può rappresentare la parte finale della “prima sera d’Atene”, come è confermato anche dal precedente aggettivo “semibuio”, riferito all’oscurità.

Dopo una prima precisazione spazio-temporale , la lirica si rivolge sempre più allo stato d’animo personale del poeta che ha dovuto lasciare il suo paese d’origine per una vita che gli riserva un futuro triste e desolato, poiché sa di dover partecipare ad una guerra a cui si sente completamente estraneo. La poesia a questo punto si fa ancora più introspettiva per diventare un’apostrofe che l’autore rivolge all’Europa, mettendo in evidenza la sua piccolezza, la sua fragilità (“inerme”), il suo essere uno tra tanti altri che sono visti coma “schiere di bruti”. Egli si rende conto che in questa guerra può essere solo nemico di se stesso e dei propri ricordi della vita passata. Negli ultimi due versi è indicata la consapevolezza del poeta che la guerra lo renderà dannato per sempre. Il significato globale di questa poesia è, a mio avviso, ancora più profondo. Ad un’analisi più attenta ciò che colpisce subito è l’immediata percezione che si ha del lento movimento dei convogli, che sanno ben evocare i primi versi (“filano”, “colmi di strazio”, “lungo semibuio”) e che è strettamente collegato alla tristezza dei soldati e in particolare al “cordoglio” del poeta. Inoltre, “lungo semibuio” assume un maggior rilievo perché in antitesi con “estate” al v.5; “estate” indica la positività e la gioia della vita che il poeta ha trascorso nel suo paese d’origine. Infatti, troviamo qui due paesaggi del tutto diversi: quello squallido e triste della Grecia, teatro di guerra e di odio, di cui è una spia l’espressione “lungo semibuio” (che assume quindi anche una connotazione morale) e quello solare e più tranquillizzante delle “curve”, cioè del paesaggio mosso della terra d’origine del poeta, rievocato anche dagli ultimi versi (“rediviva tenerezza di laghi di fronde”) di desolazione. Un’altra antitesi è presente già nel titolo, che esprime il senso di desolazione e di inadeguatezza che la condizione della guerra genera in un uomo di origine italiana strappato dalla propria terra e trasportato a forza in un luogo dove è considerato un nemico. Il titolo ci comunica un’impressione di estraneità da parte del poeta alla vicenda narrata , impressione poi confermata nel corso della poesia, e quindi, nella sua semplicità è ricco di significato. L’estraneità del poeta alla guerra si percepisce anche dall’apostrofe rivolta all’Europa, perché guardi suo figlio “inerme” e “assolto”, il quale si sta chiedendo perché si trova in quel luogo di guerra. Questo “figlio” si sente misero ed ha la debole speranza di un “esile mito”, un ideale che però sembra crollare in mezzo alle “schiere di bruti”, coloro che credono alla guerra. Con la parola “figlio” il poeta si riallaccia alla figura materna dell’Europa di cui fa parte con tutti gli uomini e, con la sua ingenuità e fragilità, cozza con la durezza dei “bruti”. Ritengo che gli ultimi due versi siano i più significativi, perché racchiudono e sintetizzano ciò che è stato detto nei versi precedenti. Qui il poeta ribadisce nuovamente la sua piccolezza e la sua fragilità nella guerra; “polvere” può significare sia la polvere del suolo che si deposita sui vestiti del soldato, sia la materia di cui l’uomo è fatto, la carne, che si accompagna al “sole”, cioè allo spirito, all’anima. Anche “sole” può avere un duplice significato, perché oltre a “spirito” può anche indicare un valore concreto, ovvero può essere il sole che riscalda i corpi dei soldati, costretti a combattere sotto l’ardore dei suoi raggi. In una tale condizione di limitatezza e fragilità l’uomo, uccidendo i propri fratelli (in quanto figli di una stessa madre-Europa), si rende dannato e si “insabbia”, sporcandosi del sangue altrui e incamminandosi in un vicolo cieco, senza uscita.

La poesia dimostra di essere ancora molto attuale, perché il poeta già si rende conto della brutalità della guerra e di colui che uccide i propri fratelli. Quindi, abbiamo con questa lirica una testimonianza di una particolare visione della condizione dell’uomo molto innovativa, almeno nel periodo storico in cui è stata scritta. Nel periodo del fascismo, infatti, la guerra era esaltata fortemente e veniva sentita come un’esigenza reale dalla maggior parte degli italiani; per fortuna, però, anche in quel periodo alcuni si rendevano conto della follia di questa impresa, la quale, come ci dimostra il poeta Vittorio Sereni, può solo far emergere quanto l’uomo sia “inerme”e insieme orgoglioso di un “esile mito”, di cui però egli conosce la fragilità, e dannare l’uomo perché lo porta a macchiarsi di delitti verso i propri fratelli, in virtù della condizione di “nemico”, quando invece non sa che, così facendo, è nemico soltanto di sé. I concetti che Sereni esprime valgono anche per l’epoca moderna, però il discorso può essere ribaltato dicendo che non è questa poesia che ha carattere di modernità, bensì la nostra epoca che non progredisce e che torna addirittura indietro. In base all’esperienza sappiamo, infatti, che la guerra non è ancora superata, anzi, è presente in molte parti del mondo ed anche vicino a noi. Anche oggi gli uomini uccidono i propri fratelli, la maggior parte perché sono convinti della propria superiorità, ma molti perché vi sono costretti e si sentono completamente estranei, proprio come il poeta di Italiano in Grecia.

OTTAVIA GHELLI

Liceo G. Carducci Volterra

Classe III Liceo classico

Siamo in attesa di altri commenti....



			

MENTE E SOCIETA’ SONO DISTANTI DA BIOLOGIA E NATURA; una multimetodologia educatica; dott. Piero Pistoia

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MENTE E SOCIETA’

PUR OGGETTI COMPLESSI, SONO DISTANTI DA BIOLOGIA E  NATURA

Una multimetodologia educativa

Riflessioni del dott. Piero Pistoia

  • Insegnare per formare menti ‘adatte’ è un procedimento certamente non lineare che si applica a situazioni molto complesse. L’evoluzione della mente e della conoscenza al suo ‘interno’, si configura come l’evoluzione di un sistema estremamente complesso, fortemente sensibile alle azioni esterne e quindi scarsamente prevedibile. Dall’altra parte la stessa società è controllata da equazioni non lineari e perciò soggetta a divergenze esponenziali, diventando sempre più difficile omologare cittadini adatti alle società del futuro.

    L’oggetto mente/cervello per la sua possibilità di gestire quantità enormi di simboli in continua interazione con la super-sfera del Terzo Mondo popperiano, comporta per il soggetto umano dover gestire un estremo intreccio di algoritmi assai più libero, indeterminato ed arbitrario di qualsiasi altra specie (I. Illich). Ciò, obnubilata la possibilità di una percezione immediata ed univoca dei segni della Natura, conduce ad un mondo a-biologico la cui appartenenza al mondo naturale diventa un requisito nullo o trascurabile (la mente, ragione-intelletto, è lontana dalla biologia e dalla Natura). Sembra allora che solo il sistema inconscio, connotato dall’evoluzione, rimanga a difendere ancora l’appartenenza alla logica del vivente e se vogliamo valorizzare l’aspetto biologico e naturale dell’uomo, dobbiamo renderci consapevoli anche, in termini educativi, delle dinamiche sottese ai processi istintivi e archetipici. Lavorare nel simbolico porta ad una situazione a-biologica lontana dalla Natura. Si perdono i nessi con le cose dell’Universo e le intuizioni su come l’Universo funzioni e come curarlo e prevederne l’evoluzione (perdita del senso ecologico profondo). Ne deriva la probabilità che le argomentazioni razionali, i progetti scientifici, le elaborazioni logiche … non riescano ad indovinare il mondo. Riscopriamo la biologia dell’uomo ed i nessi nella memoria biologica, sollecitando gli archetipi ed usando come catalizzatori il rito ed il magico!

  • Si propone allora in sede didattica una metodologia multi-centrica e multi-direzionale che, per la stessa disciplina preveda un’azione educativa che si esplichi in vari modi e secondo vari metodi. Lo stesso metodo che da poco sta presentando anche in Italia una maggiore diffusione consapevole – che vede il razionalismo critico popperiano come sua base teorica -(ironia della sorte!) non sarà produttivo a lungo, dovendosi favorire ‘un metodo senza metodo’, un modo libero ed anarchico, anche se geniale e creativo, di intervenire sul mondo, “di inventare modelli di interpretazione anche fantasiosi, vere opere d’arte, per ‘rileggere’ il dato sperimentale e ‘costruire’ nuovi fatti e nuove informazioni al fine di formulare idee non precostituite nelle scienze, nella storia, nella letteratura e nella vita”. Il fatto didattico ed educativo non deve prevedere processi lineari e ‘precostituiti’ – programmare a più vie? – che condurrebbero sempre, anche nel migliore dei casi, alla “banalizzazione” del contenuto e della mente (J. Foerster in Manghi), né gli inputs devono condurre all’ “esattezza”, ma alla “complessità”: le idee trasmesse non sono da proporre come “informazioni” ma come “perturbazioni”. Le prove scolastiche tradizionali più che un mezzo per misurare il grado di conoscenza, in questa ottica, si ridurrebbero ad un mezzo per misurare il grado di “banalizzazione”! Chi ha successo nella scuola tradizionale avrebbe subìto un insegnamento banalizzante e per questo prevedibile; un punteggio massimo significherebbe perfetta banalizzazione, studente perfettamente prevedibile e quindi ben accetto nella società, che ammettiamo abbia esigenze indipendenti dal tempo. Esso non sarà fonte di sorprese né di problemi, ma solo finché si manterrà lo Statu Quo, cosa poco probabile in un fermento attivo come nell’attuale processo iperbolico del progresso.

    Riportiamo dal post pubblicato in questo blog “L’intelligenza, la motivazione, la scuola ed il ruolo dell’insegnante” a firma della docente Gabriella Scarciglia, il frammento seguente che precisa la precedente riflessione .

  • <<… ‘Il tempo della lezione’ non deve essere tradizionalmente diviso in tempo di spiegazione davanti ad una classe muta ed in tempo di interrogazione in cui parla un solo alunno. Anche la lezione deve presentare quell’aspetto multidirezionale sempre efficace in situazione non lineare; momenti di spiegazione e interrogazione si alternino con interventi di tutta la classe; il contenuta da spiegare si costruisce così insieme e gli elementi della classe si muovono come in una palestra, ognuno farà il proprio esercizio, partecipando alla costruzione del sapere …. In queste condizioni la comunicazione insegnativa perturba l’atmosfera della classe, creando ansia e tensione, le molle dell’apprendere. E’ la perturbazione l’elemento critico che scuote lo Statu quo ed il precostituito, fino a proporre alternative e nuovi punti di vista sui vari campi del sapere.

    La costruzione della conoscenza sarà guidata da una multimetodologia che dal metodo mnemonico tradizionale, attraverso l’uso dei processi induttivi, pur ‘deboli’, (dai fatti alle idee) e dei ‘potenti’ processi deduttivi (dalle idee ai fatti), passi al “metodo senza metodo”, al modo libero ed anarchico di intervenire sul mondo, di inventare modelli di interpretazione anche fantasiosi, per ‘rileggere’ il dato sperimentale e costruire nuovi fatti e nuove informazioni. Si propongono così nuovi giochi linguistici, si ‘costruiscono’ opere d’arte dalla poesia , dalla pittura-scultura, fino ad idee non precostituite, né fino ad allora conosciute, nella scienza, nella storia e nella vita. Una buona banca-dati di tutti i tipi, anche più strani, per non iniziare sempre daccapo, verrà certamente fornita dai pensieri degli uomini del passato, anche il più lontano e non solo degli uomini (la stessa etologia potrebbe fornire stimoli creativi), che, pur riempiendo l’Universo di ‘posti’ e ‘oggetti’ mistici e strani, non sono da ritenersi meno geniali e affidabili dei nostri migliori ‘maghi’ (nella accezione letterale del termine) della scienza. Alimentiamo l’immaginazione e la creatività fuori norma, insieme al solito metodo logico-razionale pur freddo, amorale, scarsamente naturale (si pensi ai danni irreversibili che ha provocato al mondo non solo animale) e difficilmente coinvolgente, che funziona solo nel semplice, nell’artificiale e nel ‘vicino tempo-spazio’ e a volte nemmeno in queste circostanze, se ci imbattiamo in una ‘turbolenza’ e ciò capita sempre più spesso. Ma “ammorbidiamo” e “riscaldiamo” questo metodo. Inseriamo ai vari stadi del ‘curricolo a spirale’ proposti da Bruner (ai ‘primi’ passi’, ai ‘passaggi di transizione’, ma anche alla ‘comprensione finale’), le idee da apprendere da storie e narrazioni, come suggerisce la Storia della Scienza, se è vero che “si può falsificare una quantità spaventosa di ipotesi senza demolire la teoria in base a cui sono state formulate (Bruner 1997, pag136; “La cultura dell’educazione”, Feltrinelli)”, contro i falsificazionisti ingenui e che nei “cambiamenti di paradigma”si scoprono improvvisi stati intenzionali ed osservazioni da specifici punti di vista aprendo la scienza alla Narrazione ed alla Interpretazione. La Scienza e la Matematica condividono la fallibilità di tutti i tentativi umani, perché umana è la conoscenza, frammista ai nostri errori, ai nostri pregiudizi, ai nostri sogni, alle nostre speranze (K. Popper 1998, pag. 135 e pag.119;”Scienza e filosofia” CDE) dai quali è impossibile liberarci>>.

UNA MOSTRA DI SCULTURE IN ARENARIA DELLA CARLINA “L’azione antagonista dell’uomo” di Roberto Marmelli, scultore

N.B.

QUESTO POST NON PREVEDE ALCUNA TRANSIZIONE VENALE E DI PROFITTO DI ALCUN TIPO E DA ALCUNA PARTE; SI PONE ESCLUSIVAMENTE COME ‘LETTURA’ ED ‘INTERPRETAZIONE’ EDUCATIVO-CULTURALE DELLE VARIE ‘ARTI’, IN SINTONIA ALLO SCOPO GENERALE DEL NOSTRO BLOG.

LA MOSTRA <<L’AZIONE ANTAGONISTA DELL’UOMO>>

DI ROBERTO MARMELLI, SCULTORE BELLIGERANTE E DI PERSONALITA’ VIRTUOSA

COMMENTO DELL’AUTORE: SPIRITO E MITO ANIMANO LA PIETRA

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DA CONTINUARE…

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PIANO O STANZA 4 – IDOLI

Idolo intimo femminile – fronte

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Idolo intimo femminile – parte alta

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Intimo femminile – lato

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La scultura, realizzata in pietra arenaria, rappresenta il profilo essenziale di un tronco femminile, privo di gambe e braccia. Nell’interno, nell’intimo, il  profilo viene realizzato con il tratto caratteristico ottenuto con lo scalpello a ‘gradino’.

Idolo Divinità

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idolo Idoli

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STANZA O PIANO 3 – VOLTI DI PIETRA

Cariatide

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Rotondo Primordiale

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Giuliano

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STANZA O PIANO 2 – GUERRIERO DI POPOLI

Gladiatore

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Migranti

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Crociato

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STANZA O PIANO1 – Guerrieri di Pietra

Il Dardo ed il Guerriero

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Il Guerriero in colonna

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Il Guerriero con Elmo

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Il Guerriero con Elmo a Cavallo – lati AeB retro

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LatoB

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PIANOTERRA -ELLENICO EPIRO

Ellenico Epiro

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IN VIA DI REVISIONE…..

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FERMO COME UN ALBERO, LIBERO COME UN UOMO – CHICO MENDES, a cura di Benedetto Randazzo

FERMO COME UN ALBERO, LIBERO COME UN UOMO – CHICO MENDES

a cura di Benedetto Randazzo

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Il ricordo della sua esistenza è legato indissolubilmente alla lotta per il diritto alla terra ed alla dignità dei “siringueiros”, (termine di origine portoghese che indica gli operai che estraggono il lattice per la fabbricazione della gomma naturale in Amazzonia), quando un piano governativo di “sviluppo” per l’Amazzonia, ha di fatto permesso lo sfruttamento indiscriminato di terre e popolazioni, attraendo costruttori, allevatori di bestiame, compagnie di legname e nuovi coloni: non parliamo del 18° secolo né del selvaggio west, la storia è degli anni ’70…

In condizioni veramente difficili di sottosviluppo e di sfruttamento legalizzato, contro grandi interessi economici perseguiti da gente senza scrupoli, Chico Mendes organizzò un sindacato di lavoratori rurali per difendersi dalle violente intimidazioni e dalle occupazioni della terra praticati dai nuovi arrivati che stavano distruggendo la foresta e quindi togliendo ai lavoratori rurali i loro mezzi di sostentamento.

Organizzò una vera e propria resistenza non-violenta con numerosi gruppi di lavoratori rurali che formavano dei “blocchi umani” intorno alle aree di foresta minacciate di distruzione.

Azioni di contrasto che se da un lato salvarono ettari di foresta, dall’altro suscitarono la collera dei costruttori senza scrupoli, soliti risolvere gli “intoppi” sia grazie a politicanti corrotti, sia assoldando pistoleri per eliminare gli “ostacoli umani”.

E’ di questo periodo la nascita delle cosiddette “riserve estrattive”, dove i “Siringueros” hanno potuto continuare a raccogliere e lavorare il lattice di gomma e a raccogliere frutti, noci e fibre vegetali.

L’interesse internazionale si concentro’ su Mendes come difensore della foresta, ma il suo ruolo come leader lo fece anche diventare l’obiettivo degli oppositori frustrati ed infuriati.

A Chico costò la vita l’essersi attivato per far divenire il suo paese natale, il Serigal Cachoeira, una riserva estrattiva, sfidando il proprietario terriero ed allevatore locale, Darly Alves da Silva, che reclamava la proprieta’ della terra; Chico venne ucciso il 22 dicembre 1988.

Per almeno due anni, ci furono diverse speculazioni sugli assassini; nonostante fossero ben noti, furono considerati fuori dalla portata legale per le loro connessioni con influenti proprietari terrieri e figure ufficiali corrotte della regione – un compromesso comune nelle terre di frontiera del Brasile.

Forti pressioni nazionali ed internazionali riuscirono tuttavia a far arrivare il caso in tribunale. Nel dicembre del 1990, Darly Alves da Silva ricevette una condanna a 19 anni di prigione per essere stato il mandante dell’omicidio; suo figlio, Darci, ricevette la stessa condanna per esserne stato l’esecutore materiale.

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Ma quando i media spostarono i loro riflettori, gli omicidi continuarono. Dagli ultimi anni del ’70, di centinaia di omicidi di leaders sindacali e protestanti per i diritti della terra, l’unico che fu investigato completamente e che ha portato ad una condanna fu quello di Chico Mendes.

La condanna a Darly Alves da Silva fu annullata nel febbraio del 1992 dalla Corte d’Appello di Rio Branco….

“… fermo come un albero, libero come un uomo”, Chico a me piace ricordarlo come nella canzone che gli ha dedicato il Cantautore Mario Lavezzi: “ con un sorriso sempre luminoso, di chi è nato Siringuero, di chi muore e resta fiducioso che qualcosa cambierà…

Benedetto Randazzo

 

10 Dicembre – Giornata mondiale dei DIRITTI UMANI: solo una celebrazione ? A cura di Benedetto Randazzo

10 Dicembre – Giornata mondiale dei diritti umani: solo una celebrazione ?

di B. Randazzo

E’ la data scelta per ricordare la proclamazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel 1948.

Il documento di 30 articoli sancisce i diritti individuali, civili, politici, economici, sociali, culturali di ogni persona: il diritto alla vita, alla libertà e sicurezza individuali ad un trattamento di uguaglianza dinanzi alla legge, senza discriminazioni di sorta, ad un processo imparziale e pubblico, ad essere ritenuti innocenti fino a prova contraria, alla libertà di movimento, pensiero, coscienza e fede, alla libertà di opinione, di espressione e di associazione.

Vi si proclama inoltre che nessuno può essere fatto schiavo o sottoposto a torture o a trattamento o punizioni crudeli, disumani o degradanti e che nessuno dovrà essere arbitrariamente arrestato, incarcerato o esiliato, il diritto a richiedere asilo in caso di persecuzione….

Tutti principi preesistenti ed abbracciati dalle Costituzioni nate dopo il 2° dopoguerra, non vincolanti per i Paesi aderenti all’ONU, sebbene l’appartenenza ne costituisce una tacita accettazione.

Si potrebbe quasi pensare che sia un esercizio inutile oggi leggere quel documento così vecchio: che bisogno abbiamo, di ricordarci di quella Dichiarazione? E’ un documento che parla di normali diritti che ci è sempre stato insegnato e proposto come “normalità”…. Salvo accorgerci a quasi 70 anni dalla sua adozione, che questi principi non sono così scontati altrove.

Il bilancio che si può tracciare è sotto gli occhi di tutti: se ancora oggi assistiamo a catastrofi umanitarie, significa che il cammino da fare è ancora lungo.

Per l’ONU “Il 2016 è stato un anno disastroso per i diritti umani nel mondo”; il perché è evidente: in ogni Continente si continua a combattere e morire. Ce ne possiamo rendere conto anche senza distogliere lo sguardo dal nostro Mediterraneo, culla delle Civiltà più antiche: In Siria non si intravede da anni una soluzione ad un conflitto che sembra senza fine, in Turchia i diritti sanciti dall’organismo internazionale in cui siede vengono sistematicamente calpestati, il Marocco impunemente ha condannato il popolo Saharawi a morire di fame e stenti nel deserto, l’omosessualità viene ancora considerata un crimine in almeno 3 Continenti; il diritto alla vita, l’accesso al cibo, ai farmaci, all’istruzione in molte, troppe parti del mondo, sembra ancora qualcosa di irraggiungibile.

Nel 2016 che valore dare allora a questo 10 Dicembre, quello di un inutile “mero esercizio teorico” (di cui ha parlato in questi giorni il Presidente Mattarella)?

Di una delle tante giornate che ci inventiamo per pulirci la coscienza, convinti che parlare per un giorno di fame nel mondo, diritti negati, bambini malnutriti o donne maltrattate possa cambiare le cose, per poi tornare a fare le cose esattamente come prima?

E’ drammatico il dossier pubblicato dalla Caritas: “Divieto di accesso. Flussi migratori e diritti negati“, dove si spiega il dramma di chi non ha né diritto di migrare né diritto di restare nel proprio Paese.

Un cambio di rotta è necessario per riconoscerci in un modo nuovo tutti cittadini dello stesso mondo. Senza “divieti di accesso” !

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SI RICORDA CHE…

… nel lontano 24 Dic. 1986 il giornalista C. Fiornovelli scriveva il seguente trafiletto sul periodico VOLTERRA 7, in  occasione della conferenza, presso l’ITIS di Pomarance, relativa alla  dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, nel suo 38° anniversario, appunto il 10 Dicembre. Questa conferenza-lezione rientrava in una programmazione di lezioni per l’anno scolastico in corso, inserite e previste nella trattazione dei programmi standard, tenute da professori universitari su argomenti ‘caldi’ (es., Aspetti inediti della lotta di liberazione,  Diritti dell’Uomo, Costituzione Italiana, Energie alternative, Evoluzione dell’uomo e delle sue culture e molti altri), voluta dal preside dell’ITIS, al tempo dott. prof. Piero Pistoia, e dagli Organi collegiali.

Con queste motivazioni, ancora dalla stampa (Tirreno 11-Dic-1986 )

:<<…Sono i valori indirettamente recepiti attraverso i concetti evolutivi nel rispetto dell’oggetto esterno, organico ed inorganico, che si situano profondamente alla radici del vivere civile. Sono inoltre i valori indirettamente acquisiti attraverso lo stesso metodo scientifico, del dubbio rispetto alla certezza e verità, collegati ai processi di falsificazione, che mettono le basi per i codici del diritto e della democrazia nel rispetto delle idee alternative della critica e delle minoranze>>

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Oggi, dopo 30 anni, nel 68° anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo da parte delle Nazioni Unite,  il contenuto della  ‘lectio magistralis’  per le Scuole sempre più spesso riguarda droni, arti artificiali e altri sofisticati mezzi nati dall’informatica per  il recupero di corpi ‘danneggiati’, perché quando numerosi esplodono i conflitti sul globo, questi articoli si vendono molto bene: i droni servono per danneggiare, e i mezzi sofisticati, per il recupero! due facce della stessa medaglia, la guerra.

Si parva licet componere  magnis, il confronto fra queste due lontane attività didattiche ha davvero un senso! Al di là delle iperboli, infatti, misura il progresso (sic!) delle  vicende umane in 30 anni. Non è fuori luogo accennare anche al parallelo fra progetti di guerra, contemporanei ai progetti associati di ricostruzione. Qual è la causa, qual è  l’effetto?

Naturalmente non è escluso che scoperte di alta tecnologia, nate per tutt’altri scopi, tornino poi utili anche in campo civile, come accade spesso nelle ricerche aereo-spaziali. Ciò però non tocca l’intenzione e lo spirito con cui si fanno le scelte!

REATO DI TORTURA ed altro a cura di Benedetto Randazzo, del Corpo Forestale dello Stato

PREMESSA di Piero Pistoia (NDC)

Dopo la sconcertante rivelazione dell’esistenza di luoghi di tortura, situati lontani dalle sedi delle nostre democrazie, perché forse le leggi democratiche avanzate di quei paesi non avrebbero mai permesso la loro localizzazione in patria, oppure perché gli stessi popoli si sarebbero ribellati, es., Guantanamo a Cuba, anche in Italia si sta prendendo la consapevolezza, pur molto lentamente, della profonda contraddizione fra democrazia e l’uso di strumenti di tortura, anche se sofisticati dalla tecnica, che hanno già portato abusi, disagi, sofferenze e offese al senso di giustizia. Come esempio, pubblichiamo volentieri il seguente ‘caldo’ resoconto-riflessione di Randazzo sul problema, ancora aperto, che la Tortura non sia reato nel nostro paese.

Post trasferito dal Blog TAVOLO DELLA PACE  – A.V.D.C.

2016 – Anno 70 della Repubblica – La tortura non è reato: una vergogna ! del forestale Benedetto Randazzo

La nostra vita comincia a finire quando restiamo silenziosi sulle cose che contano”, diceva Martin Luther King parlando dell’indifferenza, il male del nostro tempo.

Un silenzio vergognoso lungo almeno 28 anni ci avvolge, se ci riferiamo alla “Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti” dell’Organizzazione delle Nazioni Unite del 1984, ratificata dal nostro Paese con Legge dello Stato nel 1988 (Legge n.489), ma nonostante l’impegno formale a perseguire penalmente gli atti di tortura delineati all’art.1 della Convenzione, nel codice penale italiano, ad oggi, del reato di tortura non cè n’è nemmeno l’ombra!

In tutti questi anni l’assenza di un reato specifico ha fatto sì che fattispecie qualificabili e qualificate come tortura fossero sanzionate con pene lievi e non applicabili per intervenuta prescrizione, circostanza che ha finito per nuocere anche alla stessa credibilità delle Istituzioni e dell’operato delle forze di polizia.

In questi 28 anni il silenzio è stato squarciato talvolta da fatti tristemente noti, occasioni nelle quali uomini e donne sono stati privati dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione, avendo subìto violenze, percosse, umiliazioni, in una parola torture, singolarmente: Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi,  Riccardo Magherini, Giuseppe Uva o in forma collettiva…. e qui il pensiero non può non andare alla tragedia vergognosa che accompagnò il G8 di Genova nel 2001: i fatti avvenuti alla scuola Diaz e l’inferno di Bolzaneto, in cui dopo la violenza furono costruite ad arte anche delle false prove.

Un silenzio squarciato recentemente anche dalla vicenda personale di una ragazza tedesca che nel 2001 aveva 22 anni, che alla scuola Diaz c’era: un mese fa (ben 15 anni dopo!), la giudice del Tribunale civile di Genova Paola Luisa Bozzo Costa, ha riconosciuto che Tanja (questo il suo nome) subì “condotte di vera e propria tortura e ci fu la volontà di cagionare dolore, nell’abusare delle posizioni di potere e autorità….”, per questo ha condannato lo Stato a pagarle 175 mila euro per danni fisici e morali subìti: è il risarcimento più alto mai concesso in Italia da un Tribunale in sede Civile!

Il racconto di un suo legale riportato dalla stampa, è a dir poco agghiacciante: “Tanja è stata tenuta per ore e ore in piedi con le braccia e le gambe allargate, pochissimo cibo e acqua, obbligata a ascoltare urla di altre persone… picchiate. La paura di essere violentata, quando è stata trasferita, isolata in una piccola cella… e poi le hanno impedito di comunicare con i suoi famigliari, con un legale…

Quella di Ottobre 2016 è sicuramente una sentenza importante: per la prima volta un tribunale italiano ha qualificato la violenza subìta da un cittadino come “tortura”; il problema è che a definirla è solo un tribunale civile poiché come già detto, nel nostro ordinamento non esiste questa fattispecie di reato: in virtù di ciò, per la vicenda di Tanja i responsabili delle violenze non sono stati condannati penalmente e per i cosiddetti “reati minori” (pene fino a 3 anni) come minacce, lesioni, percosse ecc… a distanza di 15 anni è scattata la prescrizione…

Ecco perché una legge specifica che introduca formalmente il “reato proprio” di tortura, sarebbe fondamentale in un paese civile e democratico, dove i diritti fondamentali dei cittadini sono sanciti dalla Costituzione Repubblicana! In mancanza al cittadino italiano che subisce tortura oggi, non resta che rivolgersi alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, perché “i politici han ben altro a cui pensare”, come cantava Guccini negli anni 70, quando non c’era verso di avere una Legge sull’aborto….

Ma perché in Italia non abbiamo ancora una Legge sulla tortura?

Qualcosa è stato fatto, nel marzo 2014 il Senato ha approvato un testo di legge che prevede il reato di tortura; l’attuale Presidente del Consiglio ad aprile di un anno fa, proprio a Genova promise pubblicamente una Legge sulla tortura…. ma, ad oggi ancora nulla, le ultime notizie del ddl risalgono al 19 luglio di quest’anno: seguendo il suo iter, dopo il passaggio in Senato era stato approvato alla Camera nell’aprile del 2015, il Governo come detto, si era impegnato a farlo approvare in via definitiva dai senatori prima della pausa estiva di quest’anno, ma non trovando un accordo che garantisse voti a sufficienza per renderlo legge, si è deciso di sospendere tutto: dopo le richieste di Forza Italia, Lega Nord, Conservatori e Riformisti, la riunione dei capigruppo del Senato ha deciso per la pausa, senza indicare una nuova data per la discussione.

Viene da chiedersi, come mai tanta inerzia? Non sarà dovuta alla caotica situazione politica in cui ci troviamo, con alleanze nelle aule parlamentari e nella compagine governativa con forze non proprio favorevoli-disponibili nel trattare di certi argomenti ?

Il senatore Pd Luigi Manconi, firmatario della proposta di legge oggi arenata, in un’intervista pubblicata dal quotidiano la Repubblica, in proposito parla di “sudditanza psicologica nei confronti delle forze di polizia….” ed aggiunge: “… è come se gran parte della società e della classe politica temesse di sottoporre le polizie a quel processo di riforma e di autoriforma a cui sono chiamate tutte le istituzioni. Sembrano tenere più alla stabilità e alla impermeabilità di Polizia e Carabinieri, che alla loro democratizzazione…”.

Eppure una sentenza nell’aprile del 2015 (14 anni dopo !), della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per la condotta tenuta dalle forze dell’ordine durante l’irruzione alla scuola Diaz al G8 di Genova del 2001, dove secondo i giudici “le azioni della polizia ebbero finalità punitive con una vera e propria rappresaglia, per provare l’umiliazione e la sofferenza fisica e morale delle vittime”.

Parole che pesano come macigni: l’organo giurisdizionale internazionale aveva cioè parlato di “tortura” e aveva invitato l’Italia a “dotarsi di strumenti giuridici in grado di punire adeguatamente i responsabili di atti di tortura o altri maltrattamenti impedendo loro di beneficiare di misure in contraddizione con la giurisprudenza della Corte”.

La sentenza aveva avuto il merito di riaprire il dibattito sul reato di tortura e aveva portato a un’accelerazione, seppure temporanea, della discussione del disegno di legge in Parlamento, ed ora?

Calerà nuovamente un’impenetrabile cortina di silenzio prima di poterne riparlare, magari di nuovo in occasione del prossimo caso eclatante in cui cittadini avranno subìto ancora violenze, percosse, umiliazioni, in una parola torture?

EPILOGO IPERBOLICO SU CUI MEDITARE a cura di Piero Pistoia (NDC)

    Per leggere l’epilogo in pdf, cliccare su:

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Una espansione, revisione e reinterpretazione critica, in positivo o in negativo, con successiva integrazione delle singole proposizioni del link, volutamente iperboliche, attiverebbero una serie alternativa di storie-guida alla Feyerabend (vedere, come un esempio paradigmatico di reinterpretazione, la poesia di Miloz in questo blog) per  i comportamenti nella tribù degli umani.

Infatti, in un Universo complesso, come affermava Egdar Morin “L’unico pensiero (argomentazione, giudizio, interpretazione) che vive è quella che si mantiene alla temperatura della propria distruzione”

Per leggere di più sugli epistemologi  Feyerabend e Popper cercare queste parole sul nostro blog.

Inserire eventualmente qui l’ascolto della canzone di Guccini ‘Libera nos Domine’ da YouTube (rispettando naturalmente le leggi dell’editoria).

POMARANCE: UNA BREVE PASSEGGIATA FLORISTICA A SCANSIONE MENSILE, PARTE SESTA; a cura di Sofia (Cristina Moratti); possibili note del coordinatore piero pistoia (NDC)

NDC –  dott. Piero Pistoia

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Continua il monitoraggio botanico-educativo, mappatura  delle piante selvatiche, a scansione mensile, lungo un percorso, alla periferia del paese di Pomarance, che, inserito nel paesaggio floristico della Val di Cecina, ne riflette, in prima istanza, le sue caratteristiche botaniche essenziali. Data la vicinanza delle Scuole, potrebbe, nel tempo, se mai la Buona Scuola diventerà attiva, essere utilizzato anche per passeggiate scolastiche culturali ad uso didattico (infatti la comunicazione non sarà meramente descrittiva, ma spesso inserita in un processo di costruzione-scoperta, cioè nei contesti delle OSSERVAZIONI SCIENTIFICHE scolastiche),  e in generale come stimolo all’osservazione guidata della Natura Spontanea della zona, e non solo (se è vero che la vegetazione dell’Italia e delle altre Nazioni limitrofe, circa nella stessa fascia di latitudine, risente mediamente del clima dell’area mediterranea), per ravvivare il concetto di diversità biologica e rinnovare un nuovo patto con la Natura.  E questo è CULTURA! forse più significativa e formativa di altre e senza consumare risorse.

Se riesci, , a  ‘nominare’ una piantina dal ricordo , la più insignificante, la più nascosta e sconosciuta,  la riconosci e la inserisci nel tuo quotidiano (per te allora inizierà ad esistere nel Tutto!). Forse potrebbe essere possibile cogliere un parallelo, anche se a livello minore di consapevolezza e di interazione, fra il ‘nominare’ la pianticella e lo straordinario  processo reciproco di addomesticamento fra il Piccolo Principe e la volpe, nel famosissimo grande libello di Antoine De Saint-Exupery! Il ‘nominare’ è il primo passo dell’addomesticamento? La piantina può ‘discriminarti’ attivando qualche sconosciuta reazione chimica della sua biologia? Se tale reazione si esplica con un impulso elettrico, sarebbe possibile misurarlo con un particolare amplificatore? O la misura risulterebbe impossibile perché l’energia da misurare sarebbe così piccola da uscire a sinistra dell’intervallo di tolleranza della misura ovvero si perderebbe nel ‘rumore di fondo’ dello strumento? Torna alla mente, chi sa perché,  le parole della suora Teresa di Calcutta, la Santa, rannicchiata in mezzo al branco di grandi fenicotteri in sosta intorno a Lei, nel premiato film “La Grande Bellezza” durante l’intervista del giornalista: “Io conosco tutti i ‘nomi di battesimo’ di ognuno di essi!? Quasi a significare una variazione genetica individuale all’interno di ogni specie.

COME NELLE ALTRE  PARTI I TESTI QUALIFICATI DI RIFERIMENTO PER QUESTO LAVORO SULLE PIANTICELLE SELVATICHE SONO PRINCIPALMENTE I SEGUENTI (consigliamo i lettori, interessati da questi posts, di  procurarseli per i riferimenti, l’approfondimento e la qualificazione delle biblioteche personali!) :

EUGENIO BARONI “GUIDA BOTANICA D’ITALIA” Ed. CAPPELLI

PIETRO ZANGHERI “FLORA ITALICA Vol. I-II-III” Ed. CEDAM        

SANDRO PIGNATTI “FLORA D’ITALIA Vol. I-II-III” Ed. EDAGRICOLE

EDUARD THOMMEN “ATLAS DE POCHE DE LA FLORE SUISSE” EDITIONS BIRKHAUSER BALE.

N.B. – Il testo precedente di THOMMEN è stato perduto e sostituito dal testo acquistato ad hoc:

E. THOMMEN e A. BECHERER con lo stesso titolo, ma con EDITORE, SPRINGER BASEL AG; più recente, comprende anche le nazioni straniere limitrofe. Si tratta della sesta edizione redatta da Aldo Antonietti. 

VENGONO ANCHE CONSULTATE DUE GROSSE ENCICLOPEDIE SUL REGNO VEGETALE, L’UNA EDITA DA VALLARDI E L’ALTRA DA RIZZOLI; E SVARIATI ALTRI TESTI SECONDARI DI DIVERSE CASE EDITRICI CHE NOMINEREMO QUANDO NECESSARIO.

A questi testi si farà continuamente riferimento esplicito e si spera che Autori ed Editori permetteranno di trasferire ogni tanto anche qualche disegnetto schematico, ‘DESSINS AU TRAIT’, di chiarimento dai testi  a questo post, precisando sempre e con cura le coordinate da cui  estratto.  Gli unici obiettivi di questo lavoro, infatti, sono e rimarranno solo quelli di ‘costruire’ e comunicare didatticamente cultura, per quanto ci riesce, sempre del tutto gratis (questo blog è auto-finanziato e non ha alcun fine di lucro). Comunque siamo disponibili nell’immediato a qualsiasi intervento su questo post ed altri su avvertimento (al limite, se necessario, anche a sopprimerli!)

Il testo teorico di riferimento sarà:

Carlo Cappelletti “BOTANICA, Vol.  I° e Vol II°”, UTET

VERRANNO USATE NELL’OCCASIONE ANCHE LE SCHEDE RIPRESE DA UN TESTO SCRITTO DA DUE RICERCATRICI DELL’UNIVERSITA’ DI PISA:

Dott.sse GABRIELLA CORSI ed ANNA MARIA PAGNI

 “STUDI SULLA FLORA E VEGETAZIONE DEL MONTE PISANO”;  Arti Grafiche Pacini -Mariotti, Pisa

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LA FLORA DEL 5 NOVEMBRE 2016 NEL PERCORSO DI SOFIA

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Percorso del 4 novembre 2016

1) Subito all’inizio del percorso [della sterrata S. Anna, all’incrocio con via Filosofi] vicino al cartello relativo alla via, ho notato una rigogliosa rosetta di Boraginacea, con la caratteristica peluria che ricopre l’intera pianta.

2) Poco dopo, sull’argine sx che precede l’apertura di accesso all’oliveta ho notato questa Pteridofita, che non so determinare.

3) Mentre di fronte a dx, sbucano dalla roccia altre piccole Pteridofite, che rassomigliano a un Capelvenere, ma che sicuramente non lo sono. Potrebbe trattarsi di qualche ‘Asplenium’?

4) Andando avanti, vicino all’argine che delimita la strada dalla residenza S.Anna, sono spuntati numerosi cespuglietti di Olmaria spirea, proprio dove era posizionato il cartellino che la identificava. Mentre sul lato opposto, al margine dell’asfalto una di queste piantine ha anticipato la sua fioritura primaverile.

5) Ancora sul lato sx, si mescolano alcune rosette di Asteracee. Una in particolare predomina rigogliosa e numerosa sulle altre specie. Le sue foglie potrebbero far pensare a quelle del Tarassaco, nella forma tipica e nella consistenza, ma sicuramente non lo sarà. Sarà invece il fiore, l’elemento che permetterà la sua identificazione certa. Le ipotesi fanno pensare a un ‘Leontodoides’ o a un ‘Crepide’…

6) Durante tutto il tragitto si ripetono numerosissime queste belle margherite; ma di quale ‘Bellis’ si può trattare? Potrebbe essere la ‘perennis’ in una abbondantissima fioritura autunnale, ma potrebbe essere pure la ‘sylvestris’, data l’altezza notevole di queste piantine.

7) Solo durante il ritorno, nell’apertura che dà accesso ai campi di fronte S.Anna, ho intravisto questa piccola ‘Rosacea’ non comunissima. Credo si tratti di un’Agrimonia eupatoria, non proprio facile da fotografare.

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2 – Boraginacae

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4 – FELCI Ax

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NOTE DEL COORDINATORE PIERO PISTOIA

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DESCRIZIONE CAMPIONARIA PARZIALE

Foglie (sporofito) a forma triangolare, verde scuro nelle foglie superiori più adulte, lanceolate come le penne e pennule laterali (lobi e lobetti acuti dentati), larghezza penne laterali inferiori circa uguale all’altezza foglia; lucide sulla faccia superiore, coriaceee persistenti; inferiori settate con punta incisa. Altezza sporofito max 50 cm, rapporto altezza picciolo/foglia, max  circa 1.5 cm (max 3o/20); picciolo nero. Rizoma molto corto. I sori color ruggine sembrano siano diffusi coprendo  le zone centrali di lobi e lobetti. La descrizione è più o meno parziale in relazione allo sviluppo attuale della pianta.

INTERMEZZO SULLA RIPRODUZIONE DELLE PTERIDOFITE

Per classificare le felci è conveniente riassumere brevemente il loro ciclo di riproduzione.  Una breve lezione sulla riproduzione dei vegetali è riportata nel post, situato in questo blog, dal titolo “Tre brevi lezioni sui vegetali…”,   a cura del dott. Piero Pistoia. Questo intermezzo può porsi come una sua integrazione.

Per mitosi si intende il processo complesso di divisione cellulare mediante il quale i nuclei delle cellule figlie posseggono un numero di cromosomi uguale a quelli contenuti nel nucleo della cellula madre. La parola mitosi sembra in generale intervenire nei processi di accrescimento e rinnovamento cellulare di tutti gli organismi indipendentemente dal tipo di riproduzione sessuata o asessuata. Così il gametofito, vedi figura sotto, del ciclo riproduttivo delle felci, un organismo aploide  pluricellulare, sembra prodotto anch’esso per mitosi  a partire da una spora (‘costruita’ per meiosi), come nel caso dell’organismo pluricellulare diploide, lo sporofito.

Per meiosi si intende il meccanismo complesso, attivo nelle cellule destinate alla riproduzione, per ‘costruire’ i gameti femminili e maschili che vengono ad avere la metà dei cromosomi della cellula di partenza (es. dello sporangio diploide), affinché dalla loro unione si possa ripristinare in ogni cellula il patrimonio cromosomico tipico di quella specie (es. dello sporofito). In generale nel processo di divisione meiotica da due cellule diploidi si ottengono quattro cellule aploidi.

Lo schema dell’alternanza delle generazioni nelle Felci è stato rivisitato da un testo scolastico scritto più di mezzo secolo fa dal prof. G. Colosi “Storia Naturale”, Le Monnier – Firenze, quando i testi scolastici erano meno ‘estetici’ e ‘colorati’, ma più densi, chiari e meno ‘pesanti’.

PER VEDERE LO SCHEMA-SCHIZZO IN PDF CLICCARE SU:

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Al di sopra della striscia gialla si trova la generazione diploide (2n-> con cromosomi doppi, uno dall’organismo femmina ed uno dal maschio;  al di sotto della striscia la generazione aploide (n -> numero cromosomi dimezzati). All’interno dei sori (diploidi, 4a) portati dalla foglia, con un processo di meiosi, si passa da cellule diploidi (4b) a cellule (4c) aploidi (spore). Le spore germinano per mitosi (1) formando un organismo multicellulare aploide (gametofito, 1n, 2a) che porta gameti maschili e femminili aploidi con cellule tutte con metà numero di cromosomi. I due gameti si fondono formando lo sporofito (generazione diploide con 2n), che all’interno dei sori, per meiosi, forma le spore aploidi e così via.

Per leggere altro in questo blog, vedere il post del dott. Piero Pistoia ‘Tre brevi lezioni sui vegetali’.

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CONTROLLARE LE ‘DESSINS AU TRAIT’ O TAVOLE SINOTTICHE SEMPLIFICATE, SCHEMATICHE E SINTETICHE DI FELCI IN THOMMEN E BECHERER (op. citata) PER CONTROLLARE LE IPOTESI FORMULATE PRIMA,  A PARTIRE DALL’ INTUIZIONE, DALLA DESCRIZIONE OTTENUTA DALLE OSSERVAZIONI DIRETTE, DALLE FOTO CAMPIONARIE SINGOLE E DALLE FOTO DI TAVOLE SINOTTICHE CAMPIONARIE AD HOC COSTRUITE.

ASPLENIUM cuneifolium, la felce del serpentino

GRUPPO FELCI DELL’ ASPLENIUM adiantum-nigrum, 61-62-63; tutte con foglie a contorno triangolare; le prime due (A. adiantum-nigrum e A. anopteris)  sono molto simili, la terza più differenziata specialmente per l’ecologia (A. cuneifolium che vive sulle serpentine).

ARGOMENTAZIONE CRITICA SULLA CLASSIFICAZIONE DELLA SPECIE

Confrontando la descrizione fatta sul campione con gli schemi e descrizioni su testi di riferimento concludiamo che: Asplenium cuneifolium (Asplenium serpentini ) è più erbaceo e meno coriaceo ed ha H=max 15 cm e vive sul serpentino; la Cystopteris montana è meno puntata, ha rizoma lungamente strisciante e pinne basali larghe quanto il resto della lamina; la nuova ipotesi sulla specie è che sia da ricercare all’interno di quelle varietà dell’Asplenium adianthum-nigrum, che vivono in un terreno calcareo-argilloso del Pliocene medio (radici intappolate nel calcare arenaceo conchigliare).

FINE NDC

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NON TROVO LE FOTO DI FELCI Bx (vedere dopo)

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5 – Spirea ulmaria (?)

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NOTE DEL COORDINATORE PIERO PISTOIA

Le felcine Ax furono fotografate, insieme alle rosette di base, allora incerte, dell’Inula conyza, nella parte prima.

La Spirea ulmaria (?), fu da me classificata sempre nella Parte Prima come ‘Rosacea Filipendula (Spirea) vulgaris_exapetala’ nella seconda metà di maggio 2015 (vedi foto sotto), come era riportato sulla targhetta in ‘perallum’ posta sull’argine del podere S. Anna, oggi scomparsa insieme a molte altre!

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Filipendula (spirea) vulgaris_exapetala

Per vedere la foto della corolla exapetala  della varietà F. vulgaris exapetala, controllare anche le foto di questa Spirea sempre nella Parte Prima.

Confrontando le foto della Filipendula con i dessins au trait di Thommen possiamo accettare l’ipotesi 1444 come corroborata.

FINE NOTE COORDINATORE Piero Pistoia

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5 – Asteraceae Crepis

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NDC

Si parla delle crepidi, C. vescicosa e C. sancta anche nella Parte Terza

PER LEGGERE LE INFORMAZIONI SULLA  Crepis sancta in pdf, cliccare su:

crepis0001

LA SCHEDA SOPRA E’ RIPRESA (come accennato all’inizio) DA UN TESTO SCRITTO DA DUE RICERCATRICI DELL’UNIVERSITA’ DI PISA

Dottoresse GABRIELLA CORSI ed ANNA MARIA PAGNI

 “STUDI SULLA FLORA E VEGETAZIONE DEL MONTE PISANO cap. I, pag.137”;  Arti Grafiche Pacini -Mariotti, Pisa

FINE NDC

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10 – BELLIS ….

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6 FOTO – ROSACEAE Agrimonia

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NDC Piero Pistoia

Sarebbe interessante attivare relativamente a questa pianticella, che appare rara almeno nel nostro studio, un percorso di classificazione come abbiamo fatto per la felce, partendo dalla descrizione del campione osservato.

La piantina di Agrimonia nel posto indicato da Sofia sembra sparita e, nell’impossibilità di ottenere foto di Tavole Sinottiche costruite ad hoc, ci contentiamo della descrizione campionaria seguente:

DESCRIZIONE DEL CAMPIONE DELLA ROSACEA A PARTIRE SOLO DALLE FOTO PRECEDENTI

Caule eretto probabilmente semplice, cilindrico ricoperto di peli; foglie verdi sulla faccia superiore e cenerine nella inferiore; imparipennate (terminano con un unico lobo), a foglioline o lobi ovati oblunghi grossolanamente dentati forse decrescenti in  dimensione verso il basso della foglia (vedere la quarta foto in successione); a segmenti principali più lunghi alternati a segmenti molto più brevi intercalati. Lunghi, i racemi (segmento finale del caule con i fiori) spiciformi (a spiga); fiori dialipetali a cinque petali gialli (vedere le prime tre foto).  La descrizione continuerà se potremo osservare meglio l’intera piantina.

DESCRIZIONE DELL’A. eupatoria e  A. procera SECONDO I TESTI DI RIFERIMENTO

Agrimonia eupatoria – Fusto eretto con peli brevi misti a lunghi, alto fino a 60-80 cm; foglie impari pennate a contorno oblanceolato con 4-5 paia di segmenti più lunghi alternati a paia di segmenti molto più brevi; pagina inferiore più chiara; frutto clavato all’ascella di una brattea divisa in 5 lacinie, nella metà superiore con un anello di aculei uncinati. Calice tendenzialmente conico.

La A. procera (A. odorosa) è una piantina profumata simile all’eupatoria, ma con foglie dello stesso colore sulle due facce, con calice più globoso tendenzialmente a maggior volume a semisfera.

Confrontando le due descrizioni ci convinciamo che l’ipotesi di Sofia (1456) era corroborata, salvo controlli ulteriori sugli aspetti non coglibili dalle foto.

FINE NDC

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Continua il giallo della storia dell’Agrimonia che, in secondi controlli, sembrava sparita. In effetti il 23 Dicembre 2016 Sofia riesce di nuovo ad individuarla fra le erbe alte davanti  al masso con l’indicazione del Podere S. Anna, e a rifare le ulteriori seguenti foto di quello che restava, precisando con esse ancora il posto.

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agrimonia-2

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LA FLORA DEL 4 DICEMBRE 2016 NEL PERCORSO DI SOFIA

Piante osservate il 4 dicembre

1–Ho di nuovo fotografato la Pteridophyta(B) all’inizio della strada, sul lato dx, accanto a quel curioso tronco incastrato tra la roccia a lato della stradina che porta a S.Pietro.

Comunque, controllando il percorso di novembre, mi sono accorta che sulla chiavetta, le foto di questa felce sono presenti dal n.7 al n.10 dell’elenco. (Le ho copiate e le ho aggiunte alle nuove).

2–Sotto l’argine del Ponsino, già da tempo avevo notato questa Lamiacea, che ora è veramente vigorosa. Si trova proprio nella fossetta, sul lato dx della strada, dove l’argine è più alto. Suppongo che possa trattarsi di un Marrubium vulgare, ma chiaramente tutte le lamiacee si rassomigliano e questa non avendo nessun fiore, è per ora di difficile identificazione. Si vede il fusto quadrangolare e la fitta peluria che ricopre tutta la pianta.

3—Ho messo a confronto una foglia della lamiacea ignota, con quella di una Nepitella (Clinopodium nepetea)foto n. 3

4—Anche se presente in vari tratti della strada, ho fotografato la Nepitella di fronte al Ponso, dove di solito viene accumulato il concime. Proprio per questo motivo, è facile osservare in ogni stagione, tante specie diverse, pure belle rigogliose!!!!

5—Continuando, dopo il Ponsino ed anche nei pressi della deviazione di Sant’Anna (lato dx della strada), si possono vedere numerosissime piantine di Borragine. Ne ho osservata una, che si prepara ad una fioritura fuori stagione e l’ho fotografata.

6–Proseguendo più avanti, dopo aver oltrepassato altre abitazioni, mi sono soffermata vicino a quella che ha il pelago accanto e ho proseguito per qualche decina di metri dalla parte opposta, nella stradina sul lato dx, che si apre in discesa. In prossimità del cartello che indica la proprietà privata, non si può fare a meno di notare diversi alberelli che ostentano la loro colorazione autunnale. Unisco le foto, anche se non avranno interesse per la descrizione del solito percorso. Ho numerato le foto per identificarle più facilmente. Al n 6, corrisponde un cespuglio suberoso di Ulmus minor e le rispettive foglie riconoscibili dalla base asimmetrica.

7—Euonymus europaeus, con i piccoli frutti tossici al giusto punto di maturazione.

8—Sorbus domestica che mostra proprio tutte le sfumature dell’autunno

9—Fraxinus ornus, sull’altro lato della stradina mostra le sue samare ormai secche

9 FOTO DELLA PICCOLA FELCE Bx (Divisione delle Pterydofite)

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1felce-b-1

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NOTE DEL COORDINATORE (NDC) Piero Pistoia

Osservando le chiare foto precedenti di Sofia, in particolare la forma delle foglie a losanga allungata con lobi che aumentano in dimensioni fino ad 1/4 della lunghezza della foglia e poi diminuiscono; la forma del lobo, come tendenza, inizia con piccolo triangolo con punta sulla nervatura centrale,  seguito da un trapezio con base maggiore sul lato triangolo, con diff. basi minima, leggermente seghettati sulla parte arrotondata distale; in successione: triangolo, trapezio con diff. basi min., arco); distribuzione sori color ruggine allungati lungo i nervi laterali, facendo il confronto con i ‘dessins au trait’ di pag 5 di Thommen (o.c.), si può azzardare l’ipotesi sul genere e la specie della felce in oggetto.

Ipotesi sulla felcetta Bx: 26 – Asplenium trichomanes

Interessante notare che già gli schemetti a guisa di raccolta di sintetiche tavole sinottiche (dessins au trait) del testo Atlas…… di Thommen (o.c.) permettono una rapida prima classificazione!

FINE NDC

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5 FOTO DEL GENERE MARRUBIUM

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2marrubium-8

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2marrubium-5

CONFRONTO FRA FOGLIE DI Marrubium E Clinopodium nepeta

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6 FOTO DI Clinopodium nepeta

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4clinopodium-nepetea-7

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4clinopodium-nepetea-1

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5 FOTO DI BORRAGINE

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5borragine-6

5borragine-7

5borragine-8

5borragine-9

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3 FOTO di ULMUS minor

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6-ulmus-minus-3

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4 FOTO DI Euonymus europaeus

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6 FOTO SORBUS domestica

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2 FOTO di FRAXINUS ornus (orniello)

fraxinus-ornus-2

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percorso-del-23-dicembre-2016

Percorso del 23 dicembre 2016

1–Fin dall’inizio del tragitto ho notato piccoli cespugli di una Rosacea, pure ottimo commestibile, che sembrano di Sanguisorba minor. (fotografata nella fossetta a ridosso dell’argine pietroso, dove si trovano anche le felci).

2–Proseguendo nel percorso e giungendo dove era posizionato il cartellino della Filipendula exapetala, ho potuto osservare, come secondo me, le foglioline di questa specie possano rassomigliare alla precedente.

3—Andando ancora avanti, in prossimità del pelago, sul ciglio della strada sono visibili delle rosette di foglie di Asteracea, non ancora identificabile. Anche in questo caso le foglioline sono similari, a prima vista, alle due specie osservate in precedenza.

4—Sotto il cartello che regolamenta la caccia nella zona, (sulla dx della strada, a poche decine di metri oltre il Ponsino) ho fotografato dei cespugli in fiore, uno di Calendula e uno di Borragine, già osservata nel percorso precedente.

5—All’incrocio della residenza S.Anna, sul lato dx dove si trova l’apertura nei campi, ho cercato di individuare di nuovo l’Agrimonia, o meglio quel che resta.

6—Nel loro aspetto invernale, osservati anche i pappi della Galatella linosyris, vicino al relativo cartellino.

7—Su tutto il percorso, infestante in tutte le stagioni, il Senecio vulgaris (fotografato nei pressi del solito letame ammassato).

CLASSSIFICATIONS TROUBLED COURSE  

ROSACEA SANGUISORBA minor (?)

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INIZIO NOTE DEL COORDINATORE  a cura diPiero Pistoia

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DESCRIZIONE BREVE DEI CAMPIONI DALLE FOTO CHE PRECEDONO E  SEGUONO E DALL’OSSERVAZIONE DIRETTA
Sembra esistano due gruppi di campioni diversi. Una Rosacea (?) con rosette di base a lunghe foglie a forma di losanga allungata con densi e numerosi segmenti  ad ellisse pennato partiti, con dimensioni che prima mediamente aumentano e poi diminuiscono (si notano anche foglioline alternate molto piccole); ed altra Rosacea (?)  con caule lungo ed eretto a foglie laterali opposte impari_pennato_sette,  con lobi dispari tendenzialmente ovati e dentellati con sommità da quasi piana o leggermente concava, che diminuiscono in numero ed area verso l’alto, per cui  queste foglie, pensate distese a 90°, determinano un triangolo più o meno isoscele.

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Controllare gli schemi SCHEMI nell’ “Erbario Figurato” di G. Negri, Hoepli

PIMPINELLA

L’ipotesi di Sofia, Sanguisorba minor (1462), sembra corroborata. Il suo nome comune è Pimpinella che serve a conferire all’insalata il gusto di cetriolo.

FILIPENDULA vulgaris (?), già incontrata all’inizio del post

filipendula-exapetala-1

filipendula-exapetala-2

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Dalle osservazioni sui campioni e dirette, fatte nelle NDC, confrontate con testi e schemi risulta corroborata anche la seconda ipotesi di Sofia, Filipendula vulgaris

Seguono altre Foto della  Rosacea Pimpinella (?)

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In questo contesto di argomentazioni abbastanza ‘attrigate’, tanto per precisare, il 31 Dic. per mail, esplicitai a Sofia il dubbio se tutte le piantine che  somigliavano alla Spirea potevano essere considerate ‘Pimpinella’, cioè Sanguisorba minor (2 gruppi di Rosaceae).

SU QUEST’ULTIME  ROSACEAE (?) RELATIVE ALLE NDC, SOFIA SCRIVE IN UNA MAIL DI INIZIO ANNO:

<<Ho visto la tua (NDC) descrizione della rosetta di foglie che mi è sembrato di capire che tu indichi come ‘Pimpinella’.
Tale descrizione è quella che riguarda le foglie pennatosette che si distribuiscono sul caule con la forma di un triangolo isoscele….
A seguire, le immagini con la didascalia:  “seguono altre 3 foto della rosacea…….”  che appaiono subito sotto la figura 98  relativa allo schema della Pimpinella (NDC: la fig. 98 è lo schema della  Filipendula) e che precedono l’immagine del fiore della Borragine…..
Penso che non si tratti di Pimpinella, ma di una A s t e r a c e a (NDC: a lapse of memory o lapsus memoriae? visto le tue proposte di ipotesi; in questo contesto lapse e lapsus acquistano il significato di “svista”). So che ora può sembrare assolutamente prematuro sbilanciarsi in una identificazione della piantina, giacchè è osservabile solo una rosetta con foglie che facilmente si confondono con quelle di altre specie. Secondo me, si potrebbe trattare di sedano selvatico, o di una pianta con un tipo di fioritura molto simile.
La lasceremo crescere e svilupparsi, tenendola in osservazione. In fin dei conti, è anche questo uno scopo del blog, nella sezione che riguarda le piante.
Appena possibile, andrò alla ricerca di nuove piante.
A presto
Sofia>>
Per chiarire meglio mancherebbe la foto delle tre foglie a confronto: foglia di Filipendula (al centro), di Sanguisorba e della piantina incerta!
pimpinella-filipendula-asteracea PIMPINELLA – FILIPENDULA – PIANTINA INCERTA (foto Sofia)
N.B. – Secondo il coordinatore, è in questo dibattito da sbrogliare che si cela e si comunica cultura! Se queste argomentazioni fossero state ignorate non avremmo comunicato niente o poco più  dei nomi! Nullo sarebbe stato il ‘ classification trouble’. Non interessa chi indovina le ipotesi, ma il processo, il percorso, dovunque esso conduca! se non va bene si torna indietro. E’ solo nella dialettica che possiamo avvicinarci sempre più alla ‘Verità’, che è un concetto ‘regolativo’. In questa ottica, mi sono convinto che la preparazione e l’intuito di Sofia in interazione con le NDC interferenti, a mio avviso, conformano un efficiente organismo produttore di cultura in questi posts , molto più  che se considerati separatamente.
Siamo al 11 Dicembre. Seguono altre foto della piantina incerta (non è la Rosacea Pimpinella, prima ipotesi; seconda ipotesi di  Sofia: una Asteracea), scattate dal coordinatore dove si precisano ancora le caratteristiche di questa pianticella giovane, compresa la radice che non sembra a fittone ovvero potrebbe essere a fittone, ma ancora corto, orlato da un anello di sottili radicine biancastre filiformi. Stelo leggermente rigato longitudinale.

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IPOTESI ALTERNATIVA: FORSE UNA APIACEA

 

(per es., pianta appena nata di un prezzemolo selvatico che non ha odore, Petroselinum (vedere sui testi schema di P. sativum); il P. però ha,  nella pianta matura, radice a grosso fittone; lo stelo è espanso vicino all’attacco per incastrarsi in un’ bulbo’ iniziale (come il finocchio)! O forse Apium graveolens (sedano selvatico) che ha stelo inciso longitudinalmente, con foglie radicali e cauline inferiori con picciolo più lungo delle superiori e lembo delle foglie pennato-setto a foglioline ovato romboidali dentate. Riprenderemo l’argomentazione se e quando continuerà la crescita.

Controllare sui testi i DESSINS AU TRAIT relativi alle descrizioni ed argomentazioni riportate sopra: per es.,

Scheda da “Flora  italica” Pignatti, Edagricole;  di Proselinum comune

Il 14 gennaio faccio ancora qualche foto sulla piantina in studio ipotizzata come Apiacea, per controllare meglio la presenza o meno della radice a fittone.

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La piantina in studio con i ‘bulbi’ iniziali

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La piantina in studio, dalla foto precedente e seguente mostra, al centro della rosa di radicine bianchicce, la traccia forse della rottura di una radice maggiore rimasta nel terreno.

 

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NELLA PARTE SETTIMA CONTROLLARE LE FOTO DEL COORDINATORE RELATIVE ALLA PIANTINA (fotografata sopra, forse una Apiacea) CON I RAMI CENTRALI CON FOGLIE A STRUTTURA DIVERSA CHE FORSE PORTERANNO AI FIORi!

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Ancora una foto di due cauli di Pimpinella (Sanguisorba minor), ripresi da un cespuglio accessibile scendendo a destra, poco prima del masso, a Sx, con l’indicazione di S. Anna, per qualche metro nel campo (lungo il contorno di erba alta fino a quando cessa) e seguendo poi a sinistra, nel campo, lo stesso contorno (che diventa argine) per una decina di metri, alzando infine il capo nella direzione del masso indicatore lontano sulla strada, si dovrebbe intravedere questo cespuglio di Pimpinella, accessibile risalendo l’argine erboso per un paio di metri in quella direzione.

Segue la foto del cespuglio di Pimpinella descritto sopra fotografato in una mattina di brinata.

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Anche ad una ventina di metri dal bivio Via dei Filosofi – inizio vicinale S. Anna,  scendendo a destra, subito sotto uno strato di calcare conchigliare (Pliocene medio), situato a metà scarpata, fra le foglie di quercia vicino al fossetto, si nota il cespuglio di Sanguisorba minor (Pempinella), fotografata da Sofia:

sanguisorba-minor-3

Dalle nuove foto del 14 gennaio possiamo proporre la seguente come ipotesi più plausibile attualmente per la piantina in studio: la forma selvatica di una Apiacea o Umbellifera, di genere Petroselinum, specie  P. sativum (=P. crispum). Se giungerà a maturazione vedremo meglio.

FINE NDC a cura di Piero Pistoia

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BORAGO officinalis

borragine-1

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borragine-3

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domenica-024

riferimento

Segnale di riferimento per cespugli di G. linòrisis e Borago officinalis

GALATELLA linòrisis

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galatella-linosyris-3

galatella-linosyris-4

galatella-linosyris-5

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SENECIO vulgaris

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PERCORSO DEL 25 GENNAIO DI SOFIA

25-gennaio

 

Il percorso purtroppo mostra ancora solo graminacee ingiallite e piccole piante di ogni genere visibilmente appassite dalle gelate di questi giorni.

1)Lamiacea fiorita. Forse potrebbe essere Lamium purpureum. Come alcune delle altre piante descritte, sopravvive vicino al deposito di letame. La potremo osservare meglio durante il suo sviluppo.

2) Piccolo cespuglio di Calendula che grazie alla posizione privilegiata e….concimata…. è sopravvissuta alle gelate.

3) Veronica persica?? Più o meno fiorisce tutto l’anno e sta riprendendo vigore. Come le precedenti, vicino al letame davanti al Ponso.

4)Euforbiacea. Solito dilemma, come in passato, per classificare queste piccole Euforbiacee che stanno spuntando un po’ ovunque. La foto si riferisce alle piantine nel tratto che va da Sant’Anna fino alla casa col pelago.

5) Ranunculus ficaria. Una delle specie che fiorirà tra l’inverno e la primavera, ora mostra i cespuglietti di foglie. Si trova un po’ lungo tutto il percorso. Queste sono sul lato dx della strada, prima del Ponsino, di fronte alla rete dell’oliveta. Cercando di cogliere una foglia per la rituale foto, si sono dissotterrati anche alcuni bulbetti.

FAMIGLIA LAMIACEAE

1lamiacea-1 1lamiacea-2 1lamiacea-3 1lamiacea-4 1lamiacea-5

 

 

CALENDULA

2calendula

EUFORBIACEAE

Piantina già studiata nella PARTE SECONDA con ipotesi ancora incerta

4euforbiacea-4

4euforbiacea-5piantine numerose  nel tratto dal Ponsino al masso di indicazione per Sant’Anna, scendendo a destra. Primo tentativo di ipotesi nella PARTE SECONDA, E. peplus; forse si tratta come secondo tentativo di E. dulcis.

VERONICA

3veronica-persica-1 3veronica-persica-2 3veronica-persica-3 3veronica-persica-4

INTERMEZZO E NOTE DEL COORDINATORE

Per le Euforbiacee più delicate dopo il Ponsino, descritte diffusamente nella PARTE SECONDA,  potremmo proporre come seconda ipotesi ancora incerta E. dulcis (la prima proposta fu E. peplus).

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Un primo tentativo di ‘specificazione’ per la Scrophulariacea  Veronica 

SEGUE l’argomentazione e la discussione sulla  Veronica fatte a fine gennaio  – inizio febbraio 2014

Per una discussione critica sulla Veronica

I fusti sono sdraiato_ascendenti o sdraiato_diffusi?  Sono radicanti e intrecciati fra loro? Le foglie suborbicolari sono più lunghe che larghe o più rotondeggianti? I peduncoli dei fiori sono due volte la lu. della foglia o più lunghi?  Se prevale l’essere il fusto sdraiato, diffuso, con radici ai nodi e intrecciato con altri e la forma della foglia circa larga quanto alta e fiori o frutti a più lungo peduncolo, è da sostenere come seconda ipotesi da proporre alla critica, Veronica filiformis. La prima ipotesi, proposta da Sofia, era V. persica (appartenente al gruppo delle V. agrestis) . Mancano i riferimenti alle capsule, visto che non sono ancora mature.

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OGGI, riprendiamo l’argomentazione sulla Veronica dall’osservazione diretta e dalle foto che seguono:

Foglie alterne (almeno a partire dalla presenza dei peduncoli fioriferi) a piccoli lobi  (max 15×15 mm), 4-5 per parte, tendenzialmente piatte o leggermente concave presso il corto picciolo, che è fissato al rametto, insieme al lungo peduncolo del fiorellino o del frutto, all’ascella della foglia; calice a quattro sepali (dim. 5-6 mm) ovali appuntiti e frutti lillacei bifidi. Caule sottile talora strisciante su cui appaiono ciuffi di radici filiformi in corrispondenza dell’emissione di rami verso l’alto, ma anche nel piano ad un certo angolo (in tal caso appaiono anche su quest’ultimi altre radici).  Il disegno di colonizzazione sul piano del terreno delle radici di questa piantina può diventare complesso. Il piccolo fiore ha sfumature lilla con quattro petali saldati alla base.

 Capsule più larghe che lunghe e stilo più alto delle capsule

…foglie alterne almeno a partire dalla presenza dei peduncoli fioriferi…

Date queste osservazioni e dal controllo sui testi, considerando rilevanti i fusti radicanti striscianti intrecciati fra loro  (lunghi fino a 40 cm) e la lunghezza dei peduncoli fiorali rispetto all’altezza delle foglie, posso proporre come seconda ipotesi  sulla specie della Veronica: Veronica filiformis

Vedere lo schemino di Thommen per un confronto fra V. hederifolia (2373), V. persica (2374) e V.filiformis (2375):

Post NOTE – Data la somiglianza della filiformis con altre specie (es., la V. persica, prima ipotesi di Sofia) l’ipotesi proposta come seconda rimane incerta. E’ anche possibile che nel nostro percorso esistano  più specie di Veronica. Es., a febbraio 2014, nel post Parte Seconda, fotografai in via dei Filosofi una Veronica a corolle aperte a 5 lobi con un lobo più chiaro e più piccolo e gli altri a tracce centrifughe liliacee e globi di forme e superfici leggermente diverse (per vederla muovere il quadratino di scorrimento dell’articolo fino a circa 1/8 della sua lunghezza dal fondo).

FOTO DI FINE GENNAIO DEL NDC Piero Pistoia

ASTERACEA CON INFIORESCENZE ‘CHIUSE A GLOBI’ molto appariscenti

Foto ripresa lungo via del Poderino, scendendo a sinistra sul ‘marciapiedino’ lungo la rete dello stadio. Presenti anche davanti podere San Domenico, scendendo a destra. Classificazione già eseguita; da riportare genere e specie.

PICCOLA CARIOFILLACEA (?) A FIORELLINI BIANCHI

Fotografata in Via dei Filosofi vicino recinto proprietà Borghetti;

da classificare

 

 

 

ASTERACEA CON FIORE GIALLO E ROSETTA DI BASE

Scarse o assenti le foglie cauline; cauli alti fino a circa un metro; da precisare  la classificazione di questi ‘piscialletto’ fotografati in particolare lungo la via Modigliani sull’argine sinistro della proprietà della Villa andando verso il paese subito dopo la cabina elettrica.

 

 

 

 

 

FOTO DI RADICI E PIANTINE DI CALENDULA

Foto riprese nel parco dell’asilo nido alle panchine poste sotto l’edificio

 

 

FINE INTERMEZZO E FOTO DELLE NOTE  DEL COORDINATORE

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RANUNCULUS ficaria

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Lunedì, 13 febbraio, Sofia racconta il suo percorso

Finalmente su tutto il percorso, si cominciano a vedere i segni di una imminente primavera; le piante stanno riprendendo vigore mostrando gemme e fioriture.

  1. Ranunculus ficaria. Fiorito il piccolo ranuncolo già osservato lo scorso mese. Le due foto precedenti si riferiscono alle piantine sulla sx nella discesa verso il Mirto, ma presente ovunque.
  2. Anemone hortensis. Anche questa pianta è stata descritta altre volte, negli anni precedenti. Foto vicino Sant’Anna, ma presente su tutto il percorso.
  3. Fabacee a confronto. Queste due Fabacee, così diverse nel loro aspetto, fioriranno in primavera inoltrata. Le osserveremo fino ad identificarle.
  4. Euphorbia elioscopica. Questa bella Euforbiacea è presente un po’ ovunque. (La foto si riferisce ad alcune piante vicino alla vigna oltre il Ponso.
  5. Vinca major. Nonostante queste piante siano ampiamente coltivate nei giardini e spesso inselvatichite, dovrebbe comunque trattarsi di una specie autoctona nell’Italia del centro e del sud. Le foto si riferiscono alle pervinche fiorite nelle vicinanze del cartello che indica la direzione verso il Mirto.
  6. Olmo campestre. Sempre nella discesa verso il Mirto, le piante di Olmo hanno iniziato la loro fioritura. Le foto si riferiscono a quella che porta il cartello di regolamentazione venatoria, quasi in fondo alla discesa, sulla sx.

 

 

Anemone hortensis

2anemone-hortensis-1

FABACEE A CONFRONTO

3fabacee-a-confronto-1

EUFORBIA ELIOSCOPIA

NDC

Osservando le foto nel suo ambiente naturale, si notano grandi brattee ovoidali e libere a margine seghettato e CIAZI di forma otricolare con lobi bifidi. Il ciazo è una infiorescenza propria del genere Euforbia che simula un unico fiore costituito da 4-5 bratteole a simulare un involucro a coppa. Al centro è posto il fiore femminile e l’ovario circondato da 5 fiori maschili ridotti che costituisco lo stame. I ciazi talora sono raggruppati in infiorescenze spesso ombrelle.

FINE NDC

OLMO CAMPESTRE

VINCA maior

vinca-major-2

DA CONTINUARE

DIARIO FLORISTICA DI SOFIA DEL 7 MARZO 2017

Martedì 7 marzo

Ancora cenni di primavera anche negli arbusti che possiamo osservare nel percorso.

1)Prunus spinosa a poche decine di metri sulla dx, verso il Ponso.

2)Gemme Quercus pubescens. E’ visibile la peluria sui rametti, che contraddistingue la specie. (accanto al Prunus)

3)Lamium purpureum. Poco sotto S.Anna, lato dx della strada. Già osservato nei mesi precedenti. In piena fioritura rende più facile l’identificazione.

4)Lamium bifidum?? Potrebbe trattarsi di questa specie data la colorazione delle foglie e la conformazione del fiore. Aspetteremo la completa fioritura. (All’inizio del percorso, vicino al cartello che indica la via)

5)Confronto delle due specie.

 

PRUNUS spinosa

 

GEMME DI ROVERELLA

LAMIUM purpureum

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LAMIUM bifidum

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i

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CONFRONTO LAMIACEE

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FOTO DI SOFIA IN CORRISPONDENZA DELLA VILLA

19-MARZO-2017

REICHARDIA  picroides

 

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CREPIS vesicaria

 

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i

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CREPIS sancta (foto sotto) – Crepis vesicaria (foto sopra)

 

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Confronto Rechardia picroides (in basso) –  Crepis sancta (leontodontoides)

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CISTO

 

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ORCHIDEA e zona di identificazione

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VIOLA

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NDC piero pistoia

OGGI 22 MARZO  2017

Durante il solito footing ho fatto le seguenti foto:

Sopra si tratta della rosetta di base dell’Inula coniza, nata proprio nel posto dove nell’altro inverno era nata una rosetta analoga (scendendo lungo la vicinale Sant’Anna a sinistra a pochi metri dalla deviazione per il P. San Pietro) su cui facemmo le più impensate ipotesi (una Primulacea, una Borraginacea ecc.); solo Sofia disse subito che si trattava di una Asteracea. Ci sono, come allora, anche le felcette del gruppo dell’ Asplenium su cui abbiamo già discusso (Asplenium -adiantum-nigrum: vedere inizio post). Incognita rimane quell’erbetta tenera appena nata con rami lunghi e sottili che portano sulla cima un verticillo di 4 segmenti verde chiaro di diverse dimensioni ciascuno inciso a tre quattro lobi, costituenti una foglia palmatosetta a contorno poligonale tendenzialmente pentagonale e radici filiformi, odore poco gradevole; da classificare quando sarà cresciuta a sufficienza, complicandosi.

 

 

 

 

Piantina appena nata  attualmente molto diffusa

30-marzo-2017 la precedente piantina si differenziata ed ha messo il fiore:

 

 

 

SI AGGIUNGONO LE FOTO DELLA PIANTICELLA PRECEDENTE INTERA DA ADULTA FIORITA

 

 

 

 

Schema semplificato, di piero pistoia, NDC, della piantina, ricavabile dall’osservazione diretta e dalle varie foto

Partendo da una base, ‘galleggiante ‘ a qualche cm dal terreno, forse sorretta da filamenti radicali filiformi aerei (?), si staccano  diversi cauli che portano al  termine  foglie tendenzialmente pentagonali palmatosette; a loro volta  i cauli di sezione maggiore più rossastri e pelosi degli altri, dopo una decina di cm, si moltiplicano ancora in quattro rami a partire ciascuno da una coppia di piccole blattee triangolari appuntite e così accade anche per alcuni dei nuovi rami. All’ascella delle foglie più alte si notano i lunghi peduncoli fiorali biflori.  Alla cima si hanno generalmente due foglie  a corto peduncolo ed una esplosione di fiori e frutti.

VERSO LA CLASSIFICAZIONE

Caratteristiche fiore: 5 petali rosa-lillaceo con petali a lunga unghia e bordo rotondeggiante. Il caule eretto o ascendente, all’inizio senza rami, con lo sviluppo diventa  rossastro e ramoso. Foglie palmatosette con picciolo di 5-8 cm e lamina a contorno tendenzialmente pentagonale; foglie cauline opposte. Fiori portati all’ascella delle foglie da peduncoli biflori (con due fiori) che nella parte superiore della pianta le superano in lunghezza.

Ipotesi iniziale proposta: GERANIUM robertianum  (cicuta rossa, erba cimicina).

CONTROLLARE NELLA PARTE TERZA LE FOTO DI UNA PIANTINA ANALOGA PER LA QUALE FU PROPOSTA DA SOFIA COME IPOTESI: Geranium purpureum.

1683 -> Geranium robertianum

1684 -> Geranium rotundifolium

Schemetti da vedere su Thommen (opera citata)

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Le foto seguenti, forse una labiata, con corolla tubolosa con fiori rosa-lilla chiaro e foglie lunghe lanceolate strette leggermente pelose, d’imbracciata mi è sembrata un Issòpo (Hyssopus), o una Santoreggia (Satureja) come prime ipotesi deboli. In effetti sembrano fiori dove ad occhio non si vede il calice; forse ci sono 5 brattee con peletti, tre leggermente più lunghe simili alle foglie cauline, a formare un calice dialipetalo?  Analizzando attentamente il fiore, esso è costituito da due labelli uno più grande convesso che termina in 4 piccoli lobi, leggermente inciso al centro, l’altro di minor area sempre convesso, saldati  in un tubo appiattito espanso alla base dove è situato l’ovario; le due ‘labbra’ esterne del tubo, toccandosi, simulano una piccola bocca chiusa. Guardando il fiore, colorato in rosa più o meno scuro, dalla parte del labello minore, il grande bombato si presenta elevato a stendardo e porta  una decina di rigature più scure rialzate al centro che proseguono nel labello più piccolo  addensandosi. All’interno, aprendo il fiore, si trovano l’ovario con pistillo e gli stami; il tubo della corolla lungo 5-6 mm è leggermente schiacciato e tende a gonfiarsi alla base dove c’è l’ovario. Da procedere ancora nella ricerca. Purtroppo le mie foto non sono venute bene. Le foto sono state scattate, scendendo a destra a circa 5-6 metri dall’incrocio via dei Filosofi e Sant’Anna; nel fossetto lungo la strada a destra scendendo, affogate in mezzo a Euforbie, Composite, Geraniacee, trifogli, Graminacee ed altro, si notano due sole pianticelle, oggi; un’altra piantina più alta è stata fotografata a una quindicina di metri dallo stesso incrocio nello stesso fossetto, il cui verde denso e rigoglioso è indice di una breve sopravvivenza; ben presto passeranno le falci meccaniche e le nostre foto più o meno sbiadite rimarranno come unico ricordo della loro nascita nell’area. Non è escluso che se ne possa prendere una, magari trapiantarla con il ‘pane’ per fissare meglio il suo ricordo (vedere le ultime voto seguenti).

Hyssopus o Satureja (prime ipotesi deboli) od altro?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal basso verso l’alto della foto,  le tre brattee più grandi, segue il labello maggiore e il labello minore visti dalla parte interna, l’ovario cotonoso con lo stilo con ancora saldato una brattea minore e infine l’altra (controllare sulle foto successive per vedere i pezzi montati). All’interno ci sono anche stami e antere. L’aspetto estetico, così come appare, di questo fiorellino  fa pensare (si fa per dire!) ad una piccola bocca di leone o ad una orchidea.

Anche qui si poteva fare meglio!

FINE NDC

FOTO SUL CAMPO DI SOFIA DELLA STESSA PIANTINA, MIGLIORI DELLE PRECEDENTI

27 – 03 – 2017

Piantina del 27_3_Sofia

Seguono le argomentazioni di Sofia

Stamattina mi sono recata nel punto indicato.

Ho osservato e fotografato la piantina di cui parlavi.

A dir la verità già l’avevo notata l’anno passato in qualche giro del nostro gruppo,

ma non ero riuscita ad identificarla.

Nemmeno ora ci sono riuscita con certezza.

Suppongo si possa trattare di una Plantaginacea e non di una Lamiacea, come invece

avevo pensato nel primo momento che l’ho osservata.

Tra le Lamiacee, avevo pensato a una ‘Gallopsis’…magari angustifolia, ma a dir la verità

il fiore si presenta un po’ diverso e forse pure il resto della pianta.

Cercando tra le Plantaginacee invece (e ne sono quasi convinta), che la nostra piantina possa essere una ‘Misopates orontium’.

NDC

Considerando le attuali descrizioni della Piantina dopo le prime ipotesi a ‘braccio’ (Issopo, Satureya) e le nuove considerazioni di Sofia, ritengo si tratti di una Scrofulariacea, la Misopates orontium (confermo così il genere e la specie proposte da Sofia). Vedere, per es.,  P. Zangheri “Flora Italia II”, CEDAM; pag. 119; N. del ‘dessins au trait’: 4383.

Ritorno dal futuro

Oggi, ormai a metà maggio, ho fotografato ancora la presunta M. oruntium seguendo la sua crescita nell’esperimento; ora ha largamente fruttificato con capsule cave contenenti centinaia di semi neri oblunghi piccolissimi (intorno al mm), come dalla foto successiva, mentre sulla cima, di un unico caule privo di rami, ancora fiorisce (attuale altezza 80 cm).

Misopartes orontium: parte intermedia del caule con capsule chiuse e foglie; capsula aperta e una parte dei semi neri oblunghi, max di circa un mm.

NOTA BENE – Quando la ‘Natura non facit saltum‘, a volte può capitare che un gruppo sistematico di viventi A, che sta trasformandosi in B,  venga classificato ora A ora B dai vari studiosi; così anche noi, che facciamo ricerca per la didattica. Per non parlare delle modifiche operate nella sistematica alla luce dei nuovi studi sul DNA.

Ancora una volta, per sfatare le esose certezze sul concetto di ricerca e di ricercatore condivise in maniera autistica e generalizzata  e spesso pretestuosa dal popolo di medio-bassa  cultura e, forse, anche  di media cultura per i nostri posti,  vorrei sottolineare come, a tutti i livelli, qualsiasi ricerca, in generale e sul campo, rifletta come il percorso proceda in maniera  non lineare,  per tentativi ed errori o, detto in linguaggio popperiano, per  ipotesi e falsificazioni.  La comunicazione culturale non deve così essere proposta come una ‘cosa fatta’ da un esperto, un racconto definitivo, una letio magistralis  da memorizzare, ma come un percorso travagliato (trouble), pieno di punti di interrogativi e ritorni (Foerster), attraverso cui anche l’esperto ha dovuto sottoporsi per raggiungere la Categoria degli Esperti, per poi dimenticarlo!  Tutto il percorso didattico, dall’inizio di una qualsiasi ricerca alla ‘scoperta’, più o meno consapevolmente,   deve essere segmentato in moduli di tipo popperiano: Problema1 -> Discussione del problema1->Teoria Tentativa1->Eliminazione critica dell’errore (argomentazione e/o esperimento)1->Problema2; DP2->TT2->EE2->P3;  DP3->TT3->EE3…e così via; questo è il criterio più affidabile e forse l’unico per giudicare se una ricerca è o non è scientifica e se uno studioso è o non è un ricercatore! E’ in questo modo che, facilitando la memorizzazione, favoriamo anche il processo di assimilazione in particolare nella nostra ricerca di natura didattica. In questo contesto, l’epistemologo Antiseri affermava come le pubblicazioni di ricerca, proprio quelle accademiche, libelli di riferimento per l’insegnamento, ‘ripuliti e asettici,  fossero  invece un falso!

Nel nostro caso accettiamo, per la nostra piantina, Misopates orontium come ipotesi corroborata, dopo averla confrontata (EE di Popper) con lo schemetto di Zangheri N. 43383 (o.c.), avendo prima applicato nel percorso ben tre ‘moduli’ (Issopo, Santoreggia, Gallopsis).

Solo con questa consapevolezza l’insegnamento diventa attivo, interattivo, creativo ed efficace, coinvolgendo docenti, alunni, classi e lettori (J. Bruner).

In questa PARTE SESTA mancano alcune considerazioni e precisazioni che aggiungeremo quando saremo pronti, per es. l’ipotesi su  una  piantina erbosa proposta a metà gennaio, quando era appena nata, come Apiacea, forse un sedano selvatico o prezzemolo selvatico (genere Petroselinum), che ad oggi (inizio aprile 2017), non ha messo ancora il fiore; inoltre da aggiungere la foto della pianticella intera ipotizzata di Geranium robertianum, ed altro.

FINE NDC (note del coordinatore piero pistoia)

DA CONTINUARE NELLA PARTE SETTIMA

 

 

 

LETTERA SPEDITA AL CICAP, “Comitato Italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudo-scienze”, PER ESPRIMERE UN PENSIERO PERSONALE ALTERNATIVO; dott. Piero Pistoia, prof. di ruolo ordinario in Fisica

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TRACCIA DEL CURRICULUM DI PIERO PISTOIA

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Per vedere l’articolo in pdf possiamo anche cliccare sotto:

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CICAP è acronimo di “Comitato Italiano per il controllo delle affermazioni sul Paranormale”. La parola “Paranormale” oggi è stata sostituita da “Pseudo-scienze”

Dopo aver letto anni fa alcuni scritti pubblicati dal CICAP decisi di esprimere alcune mie opinioni in proposito che inviai loro per posta, oggi un po’ rivisitate per precisarne alcuni passaggi [frammenti fra parentesi quadre]. Ricevetti una lunga lettera dal CICAP, scritta da un dott. prof. di Fisica Teorica di una Università del Nord, che devo ricercare in mezzo al caos della mia libreria e quando l’avrò trovata, la trascriverò volentieri in questo post.

LETTERA SPEDITA AL CICAP PER ESPRIMERE UN PERSONALE PENSIERO ALTERNATIVO, SPESSO FORZATO SU QUALCHE RAMO DI IPERBOLE, ONDE CREARE QUALCHE DUBBIO IN UN BACKGROUND DI CERTEZZE

dott. Prof. Piero Pistoia

Spett.le REDAZIONE,

leggendo la Vostra rivista si rimane colpiti dalla semplicità, chiarezza e coerente armonia – senza mai contrasti che potrebbero finire in dibattito – con cui vengono trattati e risolti i diversi problemi affrontati di cui si forniscono sempre sicure soluzioni. Sembra quasi di seguire uno dei tanti articoli di scienza pubblicato in molti giornali quotidiani e non o in una delle tante trasmissioni televisive di cultura dove tutto è descritto in maniera coerente, armonica, semplice, conchiusa e colorata [(senza un riferimento agli errori di percorso durante il travaglio (trouble) di quella conquista raccontata)], quando invece ad ogni passo del percorso si dovrebbero aprire svariati interrogativi. Se “imparare è risolvere problemi” [(e nella fattispecie, fare conti!)] da queste comunicazioni a mio avviso, pur appassionate e talora coinvolgenti, si impara ben poco. [Anzi, spesso, la chiarezza ad oltranza e l’assenza di dubbi penalizzano la memoria, la riflessione personale e quindi l’apprendimento]. Per questa ragione vorrei esprimere sulla scienza e la non-scienza o pseudo-scienza il mio personale pensiero, anche se spesso volutamente forzato lungo un ramo di iperbole, per provocare l’interlocutore e far sorgere qua e là interrogativi. Il mio intervento, di cui mi scuso in anticipo se qualcuno dovesse prendersela (absit iniuria verbis), si articolerà nei quattro seguenti punti:

1 – Se la maggior parte dell’universo è disseminato di “turbolenze”, una piccolissima variazione delle condizioni iniziali, al tempo considerata insignificante, ovvero all’interno delle soglie dell’errore, potrà provocare soluzioni impreviste ed imprevedibili con incidenza non trascurabile sul mondo fenomenico. Una esatta imprevedibilità in questi sistemi caotici (sensibili a minime differenze iniziali) presupporrebbe poter assegnare numeri reali alle misure delle grandezze che figurano nelle condizioni iniziali. Allora fattori sconosciuti di entità non misurabile, pur non potendo essere scoperte dai ricercatori, potrebbero causare grosse modifiche sui fenomeni. E ancora, onde elettromagnetiche di energia inferiore alla soglia del misurabile potrebbero produrre lo stesso effetti vistosi. Non è da escludere, infatti, che nelle condizioni iniziali, come accadeva al di sopra della soglie dell’errore, una grandezza possa acquistare due valori molto vicini, ma all’interno della soglia dell’errore potrebbe accadere che, per uno dei due, la traiettoria descritta dal sistema in un opportuno spazio delle fasi diverga esponenzialmente da un certo istante in poi, ottenendo dopo un tempo opportuno una interferenza macroscopica (o nello stesso istante ad una certa distanza?). Il mondo delle nostre misure a decimali finiti (cifre significative limitate) riguarderebbe una sezione estremamente piccola, semplice ed addomesticata dell’Universo, anche se efficace nell’ambito della sopravvivenza umana (anche troppo!), perché, come affermava Vico (Verum ipsum factum), abbiamo ‘inventato’ leggi per costruire un marchingegno che, in quelle particolari circostanze e in quei casi della realtà, estremamente ammaestrati del tempo e dello spazio, funzionasse, cioè fosse ‘vero’ per noi (e spesso accade che neppure funzioni in quelli, se ci imbattiamo in una turbolenza): si tratta di uno degli infiniti percorsi in un “reale” estremamente complesso (e forse disordinato).

Quando Galileo diceva di voler cogliere nella complessità inesprimibile dell’esperienza solo percorsi semplici, le cui grandezze fossero esprimibili con numeri a decimali limitati, voleva certamente affermare l’ambito estremamente limitato del mondo della “quantità”, unico mondo che la parte razionale della mente può capire e gestire, non essendo adatta ad affrontare l’oggetto nella sua complessità, oggetto certamente poco ordinato. E quando Galileo costruiva ed interpretava gli oroscopi (e plausibilmente ci credeva come tutti i suoi contemporanei, visto che sapeva ‘leggere’ le influenze del cielo sulla vita), voleva significare appunto l’esistenza di una parte complementare al ‘semplice’, cioè la maggior parte del mondo, che poteva venire colta in altri modi. E’ facile che Galileo non fosse un ingegnere-empirista, dedito continuamente a prove sperimentali, ma più plausibilmente un fisico teorico che quasi mai ripiegava sull’esperimento e che usava invece il teorema ed il suo “principio di continuità” come prassi scientifica usuale.

Sulla stessa linea di pensiero, per il grande logico L. Wittgenstein esiste un immenso mare tempestoso del mistico-magico che circonda, oscuro, la piccola isola del razionale, anche se poi di questo ignoto mare non se ne può parlare (è “indicibile”), usando i linguaggi della ragione (I° Wittgenstein) e degli altri “giochi linguistici” possibili (isola), nessuno è plausibile, perché non c’è realtà “la fuori” (II° Wittgenstein).

2 – I fatti, le prove, l’esperienza scientifica ‘costruita’ in laboratorio in base a precisi presupposti teorici (esperimento), non sono termini di confronto neutrali. La falsificazione (Popper) diventa impossibile non riuscendo ad individuare ciò che viene di fatto falsificato. Si perdono così i riscontri oggettivi della razionalità e sparisce il criterio di demarcazione fra sapere razionale e gli altri (arte, magia s.l., metafisica, religione…). In altre parole sono le teorie a costruire i “fatti” e a fornire le prove. Quando una teoria così diventa abbastanza organizzata tende ad auto-difendersi dall’eliminazione, prevedendo, attraverso la mente intrappolata del ricercatore (si ricordi la bottiglia di Wittgenstein), solo esperimenti favorevoli. In una iperbole, accettare una teoria scientifica invece di un’altra, nello stesso modo di accettare o no gli dèi, è solo funzione delle idiosincrasie della storia e non di qualche metodo razionale coniugato a prove empiriche. Scienza, religione, arte magia s.l., astrologia sono tutte favole che sono “vere” in senso vichiano all’interno dei loro mondi.

3 – Altri popoli e razze da sempre hanno costruito altri mondi, diversi da quello artificiale e amorale dell’uomo bianco occidentale, su altri valori, principi, credenze e uniformità e queste strutture, non necessariamente razionali (dove il magico ed il rituale giocano più che la logica e l’argomentazione critica), hanno funzionato da sempre, funzionano e, se non interverranno aliene interferenze, continueranno a funzionare (sono “vere” in senso vichiano). Quei popoli sono infatti sopravvissuti secondo i loro ritmi ed il loro senso della felicità (vivere 80 anni invece che 35, non significa un bene assoluto!). Guarda caso il progresso operato dalla scienza è misurato con i valori interni allo stesso mondo in cui si dice che la scienza opera progresso! Ci sono pregevoli culture umane, modelli di visione del mondo non derivate dalla scienza che, non solo sono capaci di far sopravvivere la specie riuscendo a controllare l’ambiente in massima armonia, ma costruiscono, a differenza della cultura occidentale, un uomo più completo all’interno, con un Io più evoluto, consapevole e vigoroso a fronte di un mera amplificazione sensoriale e percettiva sul piano simbolico, amorale nei confronti del resto dell’Universo. In ognuno di questi mondi, senza onde di probabilità né codici, avvengono “miracoli” non dissimili per quei popoli da quelli basati sulla scienza per il nostro popolo. Gli spiriti, i Mani delle cose e gli stregoni o gli sciamani che li controllano, hanno potere effettivo sugli oggetti dell’Universo anche se solo all’interno di questo cielo chiuso, come potere ebbe Afrodite sulle cose e sui cuori degli umani, quando i Greci credevano negli dèi. Nello stesso modo funziona per noi il nostro mondo artificiale, disarmonico e sovrapposto alla Natura che, divenuto meno vincolato e più potente dal succhiare continuamente la vita alle altre specie ed energia all’ambiente, spinge fino ai limiti dell’Universo conosciuto il proprio rumore assordante e la propria spazzatura. Se il nostro mondo interferisce su uno degli altri, il fragile meccanismo proprio dei mondi in armonia con la Natura si rompe, i riti si inquinano, gli spiriti si nascondono, i Mani abbandonano le cose, i miracoli cessano e la struttura culturale non funziona più; l’unica via è affidarsi allora alle mani dell’invasore, perdendo la propria identità e i propri dèi , divenendo in pratica una sottospecie. Pionieri, colonizzatori, missionari, eroi scopritori, civilizzatori, antropologi, ed altra “ciurma” di questa sorta, se ne stiano a casa loro! E’ inutile: le loro tecniche non saranno in grado di arginare i danni da esse provocati! La foresta amazzonica si salva nel segno della “empatia”, del rispetto incondizionato, com’è nei costumi “totemici” delle popolazioni indie che l’abitano e non nel segno della “scienza” e del “calcolo”, dell’uso interessato com’è nei propositi “occidentali” di finalizzarlo non solo alla sopravvivenza ad oltranza della nostra specie, ma all’aumento oltre ogni limite della sua qualità della vita! Voler giudicare e misurare con idee e strumenti del nostro mondo valori e grandezze di un altro è mera utopia, presunzione e irresponsabilità: la furba Afrodite non si farà mai scoprire dagli strumenti dell’uomo razionale!

4 – Dalle nostre parti la tradizione dominante per eccellenza è quella razionale che sostiene oggi più che mai i gruppi di potere. Dopo 50 anni di sufficiente libertà un po’ per tutti, oggi c’è la tendenza a realizzare una società fortemente ordinata e programmata dove tutto sia previsto e ogni azione vigilata e se non conforme punita. Fra poco nessuno potrà più permettersi di oscillare intorno alla norma, o, [in una metafora banale di mini-ragioneria], qualche volta calpestare un’aiola o fare una fotocopia di un articolo; [più grave superare un limite di velocità, ma sembra comunque che fra poco metteranno meccanismi registratori su qualche satellite o scatole nere all’interno delle auto; per non parlare della tendenza generalizzata ad aggiungere ad ogni carta di identità il codice DNA di ciascuno, o , magari, a misurare l’aria che ciascuno respira, perché consuma ossigeno e riempie l’atmosfera di anidride carbonica od altro gas (es. metano (sic!)… un gas serra 20 volte più potente della CO2, come afferma P. Wadhams, Univ. di Cambridge !).   Molti, seconda la strana morale occidentale, diranno scandalizzati che non si devono sostenere, per es., i primi due eventi delle aiuole e delle fotocopie (esempio metaforico, insieme ad altri, di piccole cose ragionieristiche), ma nessuno di essi potrà affermare di aver sempre rispettato il terzo evento (cose che riguardano invece la vita e la morte! Come a dire si punisce la ragioneria e si ignora la guerra! Per non parlare dei vari imposti catechismi senza un contemporaneo controllo costante sulle filiere senso lato. Naturalmente  i controllori controlleranno tutti, eccetto se stessi! Mi vengono a mente paradossi russelliani che iniziano così, per finire in contraddizioni]. L’uomo occidentale ormai disarmonico con la Natura, impaniato in migliaia di vincoli esosi, potrà percorrere ormai pochissimi sentieri ed il suo desiderio di libertà sarà fortemente frustrato. I molti sentieri infatti che non si lasciano percorrere, anche se di scarsa rilevanza, portano in nessun posto e la vita quotidiana si riempie così di una miriade di vuoti, anche se piccoli! Se a questo aggiungiamo che l’Homo sapiens sta perdendo i legami anche con i suoi simili e si sente sempre più solo in mezzo agli altri, ben vengano maghi, psicologi, cartomanti, astrologi, psichiatri, fattucchiere, preti delle diverse religioni, pranoterapisti, tecnici dell’ago puntura …, pronti a pagamento a ascoltare i problemi di vita di noi poveri diavoli. Non importa se le cose non funzionano sempre (forse perché tradizioni incomplete, parziali, aperte), ma certamente serviranno a recuperare qualche momento di pace e speranza, completamente sconosciute in questa società globalizzata del profitto e della ragioneria atomizzata, del cemento e del lungo tempo di vita. E’ giusto denunciare i profittatori (maghi, psicologi e preti…… che siano), ma pagare il giusto prezzo per i curatori di anime, mi sembra un fatto accettabile.

Concludendo, se non fosse possibile alimentare le più svariate tradizioni (scienza, arte, magia s.l., religione…) in ogni testa, sarebbe necessario farlo nella società (relativismo democratico), perché ogni tradizione porta con sé una sua visione dell’oggetto, anche se parziale, incompleta, inventata e falsa; ma l’insieme di tutti i punti di vista creerà un invariante di vita umana, un’emergenza, in particolare per l’uomo occidentale, la migliore possibile. Anche le tradizioni più squalificate e considerate negative e non degne di credibilità (es., le ‘streghe’, bruciate sul rogo a migliaia,  dal primo Medioevo alle soglie dell’Illuminismo), vanno lasciate, magari isolate in attesa, in modo che, in quel momento fuori tempo, non disturbino (J. P. Feyerabend, l’epistemologo anarchico), perché nessuno è in grado di dire quanto bene ci sia ancora nel male e in che misura l’esistenza del bene sia stata legata ai crimini più atroci (enantiodromia eraclitea); [il Bene ed il Male sono connotati dalla storia e se la Storia (Historia) è  ‘oggetto’ complesso, nessuno potrà mai prevedere quanto, per es., l’evento ‘streghe’ possa aver  ‘perturbato’ la Storia futura (in particolare le res gestae, o humanae res), nei millenni successivi, cioè nel tempo lontano. Il filosofo medioevale Tommaso d’Aquino affermava  che <<Multae utilitates impedirentur si omnia peccata districte proibentur>>.

L’oggetto della conoscenza si fa analogo ad una pozzanghera di fango, dove sono cadute alcune gemme razionali ed a intervalli si aprono e si richiudono delle bolle oscure indicibili attraverso le quali è possibile gettare un rapido sguardo nelle zone più profonde.

Ho ritenuto di non aggiungere alcuna bibliografia, sicuro che il lettore di questa missiva sarà in grado senz’altro di riconoscere dietro lo scritto i nomi degli autori a cui si fa tacito riferimento.

DISTINTI SALUTI

piero pistoia