LE EMOZIONI POETICHE DI PIERO PISTOIA: commenti a più voci, post aperto; docente Andrea Pazzagli e dott.ssa Stefania Ragoni, al tempo dirigente scolastico

Post già pubblicato il 19-agosto 2014, ma riproposto per renderlo di nuovo visibile.

PREMESSA DI PIERO PISTOIA (editore del blog) eventuale da scrivere

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I commenti che seguono sono stati rivisitati dall’inserto cartaceo ‘Il Sillabario’

ASPETTI DIONISIACI DELLA POESIA

DI PIERO PISTOIA

Dott.ssa  STEFANIA RAGONI 

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Leggere, per es., in questo blog “Poesie di caccia e Natura” di Piero Pistoia

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IL MITO E LA POESIA DI PIERO PISTOIA

Insegnante ANDREA PAZZAGLI 

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SENTIMENTO DELLA NATURA DI PIERO PISTOIA

 di ANDREA PAZZAGLI

La filosofia, dicevano i Greci, promana dallo stupore che pervade l’uomo di fronte al mondo, al libero manifestarsi (alèteia) di quella phisys che non si lascia mai completamente comprendere dalla ragione calcolante della scienza, della tecnica, delle metafisiche razionalistiche.

Non diverso dal filosofo è il poeta: è poeta chi sempre di nuovo sa meravigliarsi e dire la sua meraviglia davanti allo spettacolo del mondo, sempre uguale eppure sempre diverso, se nuovo sa essere l’occhio che lo contempla.

A ciò probabilmente pensava anche pascoli quando paragonava i poeti ai fanciulli (poetica del fanciullino); i poeti ed i fanciulli condividono la prerogativa di sapersi ancora stupire, sanno, ancora, non essere banali e non rendere banale il mondo circostante.

Questi pensieri si affacciano alla mente mentre leggo o ascolto le poesie di Piero Pistoia. Sono versi, appunto, mai banali e riescono ad esprimere, spesso con forte efficacia, un senso di profonda partecipazione all’Essere, di comunione con la Natura ( intesa nell’accezione greca di phisys, non quella oggettivante dei Positivisti) non facile da trovarsi. Non c’è in questi versi alcuna imitazione di D’Annunzio e dei suoi panismi, piuttosto l’espressione del legame fra noi e ed il mondo, tra noi e la Natura, che, una volta, era forse dato dal senso comune, ma che, oggi, solo le parole della poesia sanno ancora esprimere. La campagna, il bosco, il fiume, i declivi, le piagge: ecco i luoghi della poesia di Pistoia, luoghi dove ora va a caccia e che, nella memoria e nei versi, tuttavia si confondono con quelli, geograficamente e temporalmente lontani, dell’infanzia già remota. Luoghi, visioni: ma, va notato che, per Pistoia il dato visivo non è mai isolato, si arricchisce, si sostanzia di altre sensazioni, più forti, più carnali, più animali quasi, soprattutto uditive e olfattive. Chi (e anche Pistoia è fra questi) ha varcato il limite della maturità, raramente è esente da una vena di nostalgia per un passato sentito perduto e irrecuperabile: nostalgia si respira in effetti anche in talune di queste poesie, ma senza che mai divenga tono dominante, che mai riesca a spegnere la corposa energia di vivere che rimane tratto distintivo.

Resta da dire del linguaggio poetico. Non voglio azzardare giudizi ed analisi, ma credo che i lettori converranno nel riconosce la sciolta, agile eleganza di questi versi che, senza riferimenti troppo espliciti, mostrano però come l’autore abbia fatto propria la lezione della poesia del primo Novecento.

Gli interessi scientifici  di Pistoia, le sue incursioni in svariati campi del pensiero, non sono senza eco nelle sue poesie: numerosi i rimandi a teorie scientifiche e matematiche, frequenti le parole tratte da vocabolari settoriali. Ma (ed è questa una riprova della solidità del linguaggio poetico dell’autore) queste parole. questi rimandi, non stridono affatto, si inseriscono anzi nel contesto, lo arricchiscono e ne fanno esempio della necessità, oggi centrale, di ibridare discipline, esperienze e vocabolari.

LE POESIE DI PIERO PISTOIA SUL BLOG SONO RAGGRUPPATE, FRA L’ALTRO  (es. TERREMOTO IN MOLISE- Vangelo secondo Luca…),   ALLE SEGUENTI VOCI (tags)

Riflessioni non conformi

Poesie di paese

Fatica di vivere

Memoria memoria…

Poesie di caccia e Natura

Poesie di “cose” del mito

Solo rassegnazione

Tempi perduti

“MITO E POESIA DI PIERO PISTOIA” e “SENTIMENTO DELLA NATURA NELLA POESIA DI PIERO PISTOIA'”; due commenti del docente Andrea Pazzagli

Per leggere i due articoli in pdf, cliccare sotto:

COMMENTO POESIE PIERO PISTOIA _PAZZAGLI

Ovvero, continuare la lettura…

Riproponiamo questo denso commento alle poesie di Pistoia, a nome di Andrea Pazzagli, per renderlo più visibile, data anche la stringente dissertazione fondata sui concetti della Philosophia Naturalis, per cui lo stupore e la meraviglia, per rendere il mondo sempre meno banale, pervadono l’umano di fronte alla Natura, attivando una rivalutazione anche personale del mito, efficace strumento psicologico di sopravvivenza.

IL MITO E LA POESIA DI PIERO PISTOIA

Insegnante ANDREA PAZZAGLI

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SENTIMENTO DELLA NATURA DI PIERO PISTOIA

 di ANDREA PAZZAGLI

La filosofia, dicevano i Greci, promana dallo stupore che pervade l’uomo di fronte al mondo, al libero manifestarsi (alèteia) di quella phisys che non si lascia mai completamente comprendere dalla ragione calcolante della scienza, della tecnica, delle metafisiche razionalistiche.

Non diverso dal filosofo è il poeta: è poeta chi sempre di nuovo sa meravigliarsi e dire la sua meraviglia davanti allo spettacolo del mondo, sempre uguale eppure sempre diverso, se nuovo sa essere l’occhio che lo contempla.

A ciò probabilmente pensava anche Pascoli quando paragonava i poeti ai fanciulli (poetica del fanciullino); i poeti ed i fanciulli condividono la prerogativa di sapersi ancora stupire, sanno, ancora, non essere banali e non rendere banale il mondo circostante.

Questi pensieri si affacciano alla mente mentre leggo o ascolto le poesie di Piero Pistoia. Sono versi, appunto, mai banali e riescono ad esprimere, spesso con forte efficacia, un senso di profonda partecipazione all’Essere, di comunione con la Natura ( intesa nell’accezione greca di phisys, non quella oggettivante dei Positivisti) non facile da trovarsi. Non c’è in questi versi alcuna imitazione di D’Annunzio e dei suoi panismi, piuttosto l’espressione del legame fra noi e ed il mondo, tra noi e la Natura, che, una volta, era forse dato dal senso comune, ma che, oggi, solo le parole della poesia sanno ancora esprimere. La campagna, il bosco, il fiume, i declivi, le piagge: ecco i luoghi della poesia di Pistoia, luoghi dove ora va a caccia e che, nella memoria e nei versi, tuttavia si confondono con quelli, geograficamente e temporalmente lontani, dell’infanzia già remota. Luoghi, visioni: ma, va notato che, per Pistoia il dato visivo non è mai isolato, si arricchisce, si sostanzia di altre sensazioni, più forti, più carnali, più animali quasi, soprattutto uditive e olfattive. Chi (e anche Pistoia è fra questi) ha varcato il limite della maturità, raramente è esente da una vena di nostalgia per un passato sentito perduto e irrecuperabile: nostalgia si respira in effetti anche in talune di queste poesie, ma senza che mai divenga tono dominante, che mai riesca a spegnere la corposa energia di vivere che rimane tratto distintivo.

Resta da dire del linguaggio poetico. Non voglio azzardare giudizi ed analisi, ma credo che i lettori converranno nel riconosce la sciolta, agile eleganza di questi versi che, senza riferimenti troppo espliciti, mostrano però come l’autore abbia fatto propria la lezione della poesia del primo Novecento.

Gli interessi scientifici  di Pistoia, le sue incursioni in svariati campi del pensiero, non sono senza eco nelle sue poesie: numerosi i rimandi a teorie scientifiche e matematiche, frequenti le parole tratte da vocabolari settoriali. Ma (ed è questa una riprova della solidità del linguaggio poetico dell’autore) queste parole. questi rimandi, non stridono affatto, si inseriscono anzi nel contesto, lo arricchiscono e ne fanno esempio della necessità, oggi centrale, di ibridare discipline, esperienze e vocabolari.

 

LE POESIE DI PIERO PISTOIA SUL BLOG SONO RAGGRUPPATE, FRA L’ALTRO, ALLE SEGUENTI VOCI (tag)

Riflessioni non conformi

Poesie di paese

Fatica di vivere

Memoria memoria…

Poesie di caccia e Natura

Poesie di “cose” del mito

Solo rassegnazione

Tempi perduti

FESTA – FOLCLORE E CULTURA SIMBOLICA; lo scritto è a nome di due autori (Pazzagli A. – P. Pistoia); il dott. Piero Pistoia ha anche ricercato e curato la rivisitazione ed il trasferimento di esso su questo blog.

FESTA_FOLCLORE   in pdf :     FESTA_FOLCLORE

 

FESTA – FOLCLORE E CULTURA SIMBOLICA
Mo. Andrea Pazzagli – dott. Piero Pistoia

RIASSUNTO

Il presente lavoro è stato occasionato dagli spettacoli “ Da maggio a maggio” che ritornano periodicamente con le primavere nelle piazze dei nostri paesi. Esso intende recuperare i concetti culturali di festa e folclore attraverso un’analisi di tipo storico e con riferimenti antropologici. Da questa analisi è emersa la possibilità di un legame della festa e del folclore con la cultura attuale. Infine si forniscono almeno ipotesi di interventi operativi.

PARTE PRIMA

MONDO DELLA RETTA E DEL CIRCOLO: LA FESTA ED I MODELLI MITICI

La società industrializzata, caratterizzata da un procedre irreversibile, condizionato essenzialmente da una tecnica, che può crescere solo su se stessa con continuità, ignora pressoché completamente i grandi cicli naturali. L’artificiale uccide o, nel migliore dei casi, nasconde la visione del Naturale (per es., il cemento e la luce elettrica si frappongono fra l’uomo e le grandi ciclicità del Cielo e della Terra). Di fronte a questo mondo della linea retta sopravvive in angoli perduti o come residuo dentro la stessa società industrializzata, il mondo del circolo, le culture della ciclicità. In queste culture esiste una profonda rispondenza fra le caratteristiche antropologiche dell’uomo, sorto da un Cosmo regolato ciclicamente e il Cosmo medesimo. Tale rispondenza si sprigiona essenzialmente in occasione della festa che nelle società arcaiche si riconnette sempre al rapporto uomo-natura sia pure mediato dal rapporto uomo-uomo, cioè dalla Cultura.

Gli studiosi di antropologia ed etnologia vedono nelle feste infatti ben altro che l’odierna contrapposizione di “ tempo libero” e “tempo di lavoro”: la festa è sospensione di attività quotidiana, immissione in un tempo sacro ed immobile, destorificazione e ritorno alle origini e quindi di coinvolgimento diretto con la matrice cosmica comune.

Il diverso rapporto istituito con la natura della festa, trasforma radicalmente anche il rapporto fra gli umani. In questo mondo capovolto (Cocchiara) tutte le regole saltano, come accade presso gli Indiani pescatori Junok, citati da Erikson: l’avaro diventa prodigo, altre volte si disconoscono completamente le regole di castità; anche i ruoli sociali consueti vengono messi in discussione, come in due feste cicliche che hanno resistito fino ad oggi: il Carnevale ed il Maggio. Nel carnevale fino all’epoca moderna si infrangono liberamente da parte dei sudditi i privilegi e le protezioni dei membri della classe dirigente; nel Maggio si eleggono un”re” ed una “regina” del maggio ed i loro poteri sono accettati nella comunità per un intero mese.

L’interpretazione della festa data dagli studiosi può ricondurre a tre posizioni di fondo:

1 – Interpretazione “irrazionale” di Eliàde, secondo la quale la festa ciclica e arcaica attinge l’essenza cosmica.

2 – Interpretazione “culturale” di Jensen e Kereny, secondo la quale nella festa si colgono le implicazioni più profonde della vita di quella comunità: chi partecipa alla festa fa esperimento, erlebnis, diretto della base comune su cui si regge il gruppo.

3 – Interpretazione “funzionalistica” che suggerisce di vedere la festa anche in relazione alla necessità di superamento di problemi psicologici nascenti dall’intersecarsi dell’attività produttiva.

 

Nonostante le diversità di questi punti di vista, essi però concordano nel riconoscere alla festa le caratteristiche di un’occasione privilegiata per riconquistare l’unità profonda fra uomo e cosmo e , di qui, fra uomo e uomo, secondo moduli mitici, differenziati certo da cultura a cultura, ma tuttavia riconducibili ad una unità di esperienza e funzione.

Sul sentimento di unità e identità di gruppo, rivissuti o riconquistati nella festa, si fonderà poi il vario mondo delle relazioni umane da quella familiari a quelle economiche, collegate al principio antropologico a valenza evolutiva della spartizione del cibo, che danno luogo, in società più evolute, a manifestazioni, a loro volta partecipi dello spirito della festa, come la “fiera”. In questo contesto si potrebbero anche situare feste come i “Palii”, es., di Siena, Arezzo, Pomarance…, il “Gioco del Ponte” di Pisa…, che pur risalendo nella loro fenomenologia apparente a fatti storici precisi (e in questo somigliano alle feste religiose della Seconda Parte), rimandano però anch’esse ad esigenze antropologiche a valenza etologica (smorzare e ridurre a gioco simbolico, i conflitti inter-gruppo per il controllo del territorio).

 

PARTE SECONDA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: LA FESTA NELLE GRANDI RELIGIONI

Il mondo della retta è il mondo di oggi, però le sue origini sono lontane. Come diceva Weber il disincanto e la razionalizzazione hanno cominciato a distruggere i miti molto prima dell’età moderna. Questa teoria trova esplicita conferma proprio nel caso della festa e in particolare del rapporto fra modello mitico arcaico e modello delle grandi religioni storiche (Buddismo, Ebraismo e Cristianesimo).

Le grandi religioni storiche anzitutto abbandonano il tema della interazione uomo-cosmo e le vicende naturali per sostituire loro l’evocazione di precisi fatti storici (Natale, Pasqua…) che sollevano la storia umana a storia di salvezza e respingono il linguaggio mitico. Quindi dal mito alla ragione, dal cielo alla storia. Naturalmente questo processo è differenziato da una religione storica all’altra Nel Buddismo infatti la struttura ciclica permane anche se connotata negativamente, come catena da interrompere; nell’Ebraismo e soprattutto nel Cristianesimo gli eventi si presentano secondo una direttrice rettilinea richiamata dalla parusia futura (finale trasformazione del mondo dopo il secondo avvento). Così alcune grandi religioni dischiudono le porte al mondo della retta, cioè all’Era Moderna. Per altre, specialmente all’origine, lo stesso Cristianesimo e tutt’altro che ignaro del grande valore intrinseco della festa ciclica e compie numerosi e significativi tentativi di recupero. La stessa festa del Natale recupera la precedente festa invernale pagana del Sole invitto (già dal solstizio invernale infatti il sole risale a spirale verso il Tropico, quasi a suggerire la rinascita sua e del Cosmo); anche nella Pasqua , festa tipicamente cristiana, c’è un recupero di temi ciclici del Dio che risorge con la Natura e dell’uovo come simbolo di fecondità. Questi aspetti, con il pathos naturalistico e lo stesso pathos mistico specifico delle feste religiose, centrato sul tema della rivelazione e della salvezza, si sono andati sempre più affievolendo nel corso dei secoli; è stato perso il senso della festa, del naturalistico e del sacro. Un poeta italiano alle soglie dell’era moderna, Giacomo Leopardi esprime la crescente incapacità dell’uomo contemporaneo a sentire e vivere la festa.

PARTE TERZA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: LA MORTE DELLA FESTA NEL MONDO CONTEMPORANEO E NECESSITA’ DI UN RECUPERO

Il mondo contemporaneo si caratterizza per un radicale venir meno delle radici mitiche e religiose della festa. Da un lato la festa viene ridotta a mero tempo libero contrapposta, ma insieme uguale, per l’assenza della dimensione “libertà”, al tempo di lavoro; dall’altro lato la festa, ormai svuotata del suo significato, viene ad essere inglobata nell’economia e nella produzione, attraverso l’imposizione e l’esasperazione del consumo.

Sono sorte anche nuove feste legate ad eventi particolari della storia di una nazione, di un gruppo o di una classe (ricorrenze nazionali, celebrazione della resistenza, Primo Maggio…); talora queste feste, come il caso del Primo Maggio, hanno cercato anche di assumere in sé precedenti valori e tradizioni, ma in generale si può dire che tali feste moderne, come semplice assenza di lavoro e più recentemente in quello consumistico, non sono riuscite a recuperare il modulo mitico della festa originaria.

 

Anche altre occasioni come le “fiere”, un tempo ricche di significati simbolici (occasione di incontro fra gruppi, rivolto a favorire scambi esogamici, occasione di riconferma di tradizioni alimentari o di abbigliamento…), tendono , eccetto particolari situazioni di residui di civiltà contadine o montanare, a diventare sempre più occasione per l’acquisto di merce (dalla fiera al mercato). Anche nei Palii si assiste da una discontinuità di partecipazione fra i turisti che assistono ed i cittadini coinvolti nell’evento.

In questi ultimi anni si è assistito ad una tendenza al recupero delle tradizioni, forse dovuto agli effetti atomizzanti sulla società esercitati dalla cultura sempre più simbolica, dalla specializzazione e parcellizzazione crescente del lavoro industriale, nonché dal venir meno di numerose occasioni di scambio nella vita quotidiana. Questa tendenza si è espressa in modi molto vari, talora chiaramente distorti (come l’esasperazione del tipo sportivo per le squadre locali), tal altra strumentalizzati, come nelle feste di partito, altra ancora, certo in modo più genuino, nelle feste e sagre paesane o nella costituzione di gruppi per il recupero delle tradizione folcloristiche (canto del Maggio, Bruscelli; ricerche, anche stampate, su aspetti paesani pieni di ricordi e nostalgie…), ma tuttavia non recuperanti in generale la distanza fra cultura odierna e festa. Infatti, mentre la feste nelle società arcaiche e in quelle contadine più recenti (fino a pochi decenni fa) esplicitava e confermava un mito che a sua volta sostanziava la cultura, ora viene meno proprio questo legame; la discontinuità fra folclore e cultura( o per usare la terminologia gramsciana, fra folclore e storia) rimane profonda.

A questo livello si pongono con urgenza due problemi:

1 – E’ possibile un collegamento fra folclore e cultura?
2 – Se è possibile a quali condizioni?

Alcune correnti sociologiche sostengono l’impossibilità di ritrovare un legame fra la cultura attuale ed il folclore e ritengono quindi che il fenomeno della riscoperta del folclore sia solo sintomo di una sterile nostalgia, per altro ben comprensibile nelle condizioni di aridità e solitudine delle società tecnologicamente avanzate, che fra l’altro stimolano anche l’insorgere di fenomeni come l’interesse per la parapsicologia, l’astrologia, la magia nera.

A nostro avviso sono più accettabili altre posizioni della cultura contemporanea che affermano la possibilità, sia pure problematica, di ristabilire un rapporto fecondo fra folclore e cultura. Lo stesso Gramsci, anni addietro, intuiva tale necessità e possibilità e, anziché irridere illuministicamente alla cultura del popolo, ritenuta per altro insufficiente, ne ipotizzava tuttavia un recupero necessario ad una presa di coscienza, in vista dell’emancipazione del popolo stesso.

In contesto culturale assai diverso il grande antropologo Levi-Strauss distingue fra civiltà fredda e civiltà calda, intendendo col primo termine le società primitive di cacciatori-raccoglitori orientate ad un rapporto simbiotico e non distruttivo con la natura, e, col secondo termine, l’odierna civiltà tecnologica caratterizzata al contrario da un rapporto distruttivo e ad alta entropia con la realtà naturale; egli auspica e ritiene non impossibile che le civiltà calde possano, in qualche modo, assumere alcuni caratteri delle civiltà fredde e non è fuori luogo vedere, proprio in un ben inteso recupero culturale del folclore, una delle strade per tale necessaria integrazione.

Ritornando all’iniziale metafora del circolo e della retta, per altro sorretta da concezioni di carattere cosmologico, pare opportuno pensare ad una società in cui il circolo non si chiude mai completamente, aprendo con continuità a spostamenti lungo la retta (vedi figura), in tal modo le componenti del progresso e della stabilità non si oppongono, né si escludono, ma al contrario reciprocamente si completano. Viene formulata così una risposta positiva al primo interrogativo.

 

 

 

PARTE QUARTA

MONDO DELLA RETTA E MONDO DEL CIRCOLO: IPOTESI OPERATIVE

Circa i modi di rendere concreta la possibilità di recupero della festa alla cultura contemporanea, sembrano da respingere gli attuali tentativi che o ripetono il vecchio modulo della festa, diretto intenzionalmente da parte delle classi dirigenti ad esorcizzare e riassorbire conflitti e tensioni (De Masi, Europeo N°21 del 3 agosto 1981), oppure si riconducono ad essere semplice “Festa dell’oblio”, fine a se stessa, magari inserendosi nelle tendenze, oggi diffuse nei giovani, al disimpegno, al rifiuto politico, all’isolamento totale singolo o di gruppo nella droga o nel rock.

La strada da seguire è un’altra:

1° – In primo luogo si tratta di immettere il folclore nel circuito culturale attraverso una presa di coscienza colta dei valori intrinseci che la festa autentica ed il folclore recano in se stessi, consapevolezza da riportare poi al pubblico tramite esperimenti di drammatizzazione e teatralizzazione che che consentano la immedesimazione e la partecipazione emotiva degli spettatori, portati a rivivere così in forme mediate il loro folclore. Esperienza colta significa anche confrontare e così capire il proprio modo di vivere, nel folclore, fondamentali esperienze umane, col modo in cui le stesse sono vissute o celebrate in altre culture, anche molto lontano nel tempo e nello spazio, sottolineando in tale maniera la comune umanità che pervade le differenti tradizioni: è in questa fase che è colto esplicitamente il rapporto valorizzante fra folclore e scienza antropologica, possibile sapere disciplinare fra altri come Botanica, Zoologia, Fisica…), quindi fra folclore e cultura simbolica.

2° – In secondo luogo si può vedere nel recupero del folclore locale, la possibilità di far recuperare ad un gruppo le sue comuni radici quindi di ridarli un’identità che troppo spesso la società attuale tende a cancellare e gettare nell’oblio. Ci riferiamo ad esperienze che a noi paiono esemplari in tal senso, nei nostri paesi spesso le autorità sociali (Assessori della cultura e dell’istruzione, Commissioni alla cultura…) attivano, usando strutture presenti come Filarmoniche, Filodrammatiche ed altro se disponibile, per, es., spettacoli che si riferiscono al folclore coinvolgendo di solito interi paesi. Così la solidarietà di gruppo, caratteristica, almeno in passato, delle nostre popolazioni si trova spesso amplificata per es., nelle diverse versioni del “Maggio” tramandate oralmente per generazioni: si leggono spesso strofe che indicano la buona disponibilità verso l’ospite, lo straniero che bussa alla porta del podere; al tempo si aprivano le cantine si imbandiva la tavolata in allegria (“Quando andate giù in cantina / fate il giro alla rotonda / e prendete la meglio forma / della tavola su in cima” ovvero “Quando andate a quel prosciutto / e prendete quel coltello / e tagliate il cordicello / affettaticelo tutto”). Rimane qui l’immagine di una società contadina resa peraltro tanto disponibile all’ospite anche dalla diffusa abitudine alla caccia di gruppo, grandemente sviluppata anche oggi (si pensi alle cacciate al cinghiale nelle macchie della Carline, di Monte Castelli, di Sant’Ippolito, della Trossa, della Casa…) e dalla relativa cultura (divisione del cibo…), nonché dalle caratteristiche territoriali della zona, con poderi molto isolati, in cui si aspettava con ansia l’arrivo del forestiero in vista di scambi di oggetti, esperienze, legami affettivi (esogamia).

3° – Infine si nota una forte connessione fra recupero del folclore da una parte e cultura ed educazione ecologica dall’altra; la natura o più precisamente una natura ben più ricca di quella attuale, un ambiente non ancora degradato, sono protagonisti dei canti di Maggio e di altri momenti del folclore: le “bubbolelle” e gli “allori spontanei” sono quasi scomparsi dalla Val di Cecina, i prati inaridiscono sotto gli zoccoli delle pecore o sfruttati fino all’inverosimile dai seminati intensivamente condotti e dalle monoculture, solo i margini dell’asfalto sono ancora accessibili e gli stessi fiori di maggio si sono ritirati in rare stazioni (si pensi ai “tromboni”, alla “ruta”, alla “camomilla”…); è diventata esperienza privilegiata riuscire ad ascoltare il gaio, dolce e articolato canto dell’usignolo o rivedere il frizzante giallo del cardellino (quanti ne sono consapevoli?): “E’ tornata la bubbolella / a far nido in su pe’ prati / come fan l’innamorati /quando vanno dalla bella” ovvero “Su per Cecina e per l’Era / son fioriti già l’allori / cardellini e rosignoli / cantan ben la primavera”. E’ riascoltando questi versi che non solo si ha nozione nostalgica di un mondo che ormai sta scomparendo, ma si riceve forse l’impulso potente al rispetto dell’ambiente naturale in ogni suo componente.

 

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DI PIERO PISTOIA

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IL MITO E LA POESIA DI PIERO PISTOIA

Insegnante ANDREA PAZZAGLI 

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SENTIMENTO DELLA NATURA DI PIERO PISTOIA

 di ANDREA PAZZAGLI

La filosofia, dicevano i Greci, promana dallo stupore che pervade l’uomo di fronte al mondo, al libero manifestarsi (alèteia) di quella phisys che non si lascia mai completamente comprendere dalla ragione calcolante della scienza, della tecnica, delle metafisiche razionalistiche.

Non diverso dal filosofo è il poeta: è poeta chi sempre di nuovo sa meravigliarsi e dire la sua meraviglia davanti allo spettacolo del mondo, sempre uguale eppure sempre diverso, se nuovo sa essere l’occhio che lo contempla.

A ciò probabilmente pensava anche pascoli quando paragonava i poeti ai fanciulli (poetica del fanciullino); i poeti ed i fanciulli condividono la prerogativa di sapersi ancora stupire, sanno, ancora, non essere banali e non rendere banale il mondo circostante.

Questi pensieri si affacciano alla mente mentre leggo o ascolto le poesie di Piero Pistoia. Sono versi, appunto, mai banali e riescono ad esprimere, spesso con forte efficacia, un senso di profonda partecipazione all’Essere, di comunione con la Natura ( intesa nell’accezione greca di phisys, non quella oggettivante dei Positivisti) non facile da trovarsi. Non c’è in questi versi alcuna imitazione di D’Annunzio e dei suoi panismi, piuttosto l’espressione del legame fra noi e ed il mondo, tra noi e la Natura, che, una volta, era forse dato dal senso comune, ma che, oggi, solo le parole della poesia sanno ancora esprimere. La campagna, il bosco, il fiume, i declivi, le piagge: ecco i luoghi della poesia di Pistoia, luoghi dove ora va a caccia e che, nella memoria e nei versi, tuttavia si confondono con quelli, geograficamente e temporalmente lontani, dell’infanzia già remota. Luoghi, visioni: ma, va notato che, per Pistoia il dato visivo non è mai isolato, si arricchisce, si sostanzia di altre sensazioni, più forti, più carnali, più animali quasi, soprattutto uditive e olfattive. Chi (e anche Pistoia è fra questi) ha varcato il limite della maturità, raramente è esente da una vena di nostalgia per un passato sentito perduto e irrecuperabile: nostalgia si respira in effetti anche in talune di queste poesie, ma senza che mai divenga tono dominante, che mai riesca a spegnere la corposa energia di vivere che rimane tratto distintivo.

Resta da dire del linguaggio poetico. Non voglio azzardare giudizi ed analisi, ma credo che i lettori converranno nel riconosce la sciolta, agile eleganza di questi versi che, senza riferimenti troppo espliciti, mostrano però come l’autore abbia fatto propria la lezione della poesia del primo Novecento.

Gli interessi scientifici  di Pistoia, le sue incursioni in svariati campi del pensiero, non sono senza eco nelle sue poesie: numerosi i rimandi a teorie scientifiche e matematiche, frequenti le parole tratte da vocabolari settoriali. Ma (ed è questa una riprova della solidità del linguaggio poetico dell’autore) queste parole. questi rimandi, non stridono affatto, si inseriscono anzi nel contesto, lo arricchiscono e ne fanno esempio della necessità, oggi centrale, di ibridare discipline, esperienze e vocabolari.

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Poesie di paese

Fatica di vivere

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