FATICA DI VIVERE: POESIE di Piero Pistoia

Curriculum di piero pistoia:

piero-pistoia-curriculumok (#)

1-VITA
2-MEGLIO CREDERCI
3-LA VIA DELLA SOPRAVVIVENZA
4-LA PARABOLA DEI TALENTI

1-VITA

Di gravità
impossibili gradienti.
Scura la macchia incombe.
Improbabile fortuna
schiude sentieri.

L’ulivo cavo:
il segreto
la Chiave perduta,
la Porta,
il Prezzo.

Vortica
lo Strano Attrattore:
Divergenze negative
pulsano
tremolanti entropie.

La Vita
con i denti s’aggrappa.
Da sempre,
i Cristi sono segnati!
Pagano il prezzo.

(Piero Pistoia)

2-MEGLIO CREDERCI

Non tornerò più
a casa mia.
Solo,
verrò sepolto
lassù
dove l’umana storia
le Forche pose(1).

In cimiteri lontani
in ansia attendono
i miei morti.

Fredda tramontana
bisbiglia
da Volterra
parole straniere.

Linguaggi sconosciuti,
infìdi,
la vita inventano,
tragica
gratuita
senza senso.

Il Reale riscrivono
squallide Profezie.

Sentieri
a fatica dischiusi,
interrotti sempre,
ad uno, ad uno.

Per fare ed avere niente,
ingiusto è il prezzo.

Dalla Sacra Rupe(2)
sempre,
sui ladri di cose,
cala il perdono.

Giochi perfidi, umani,
ladri inetti di anime,

(mobbing perverso?)

dello stesso argento,
ripagherà il Cosmo?

Meglio crederci!

(1)Poggio alle Forche, presso il cimitero del paese
(2)Il Golgota

(Piero Pistoia)

3-LA VIA DELLA SOPRAVVIVENZA
Densi nodi
linee sdrizzano curve.
La tessitura incidono
alternativa
dell’Universo:
percorsi connotati di Vita.

Diaspri aguzzi,
aspre grotte,
scoscese,
umide zolle
faticose,
rattai,
dov’è la ghiaia
che’l torrente sbatte:
lampi affilati d’entropia.

Cupi
esplodono
spasmi d’energia perduta:
scadente era il progetto?
Fortunati conoscitori
di percorsi geodetici
per facili obiettivi,
sempre nella mano
sta la fortuna!
Tabula non specchia l’anima “rasa”!

Appare domani
la critica troppo greve
dell’errore:
teorie, modelli
rischiano
la via della sopravvivenza.

(Piero Pistoia)

4-LA PARBOLA DEI TALENTI

Poi distribuì talenti a “quanti”(1)
il Creatore.

Nello spazio quantizzato
o dovunque era.

Anche alle umane generazioni.

“Quanti” da uno, tre, cinque… talenti:
ad ognuna… iI Generoso (2).

Oggi
penombre
mobili
sulla parete di sala.

Gli Avi
da sbiadite foto
prendono anima
e lontani si affrettano.

Balzan dal Dentro
ovunque erano.

La mia stirpe.

Occhi densi
si affannano ovunque.
Dov’è la via?
dov’è…dov’è…dov’è!

Da dentro
ansia nuova
sul sentiero della vita…
da un solo talento!
Inattesa…preme
la mente la spina il cuore.

E tutti loro col “quanto” originale
dinanzi al Creatore?

Forse.

Rifletto:
energia vitale spesa
da un talento a due
come da cinque a dieci?
Equazione esponenziale? (3)

Io non riuscirò mai
a mantenere il mio!

Generosità!
Giustizia!
Misericordia!
Umanità!

Probabile nuova legge
inumana, invece.

Siamo quello che nasci!

Disse un saggio.

Non gli individui!
Solo “quanti primi” più densi,
verranno mantenuti! (4)

I facili scalatori di sentieri!?

O forse la Parca fila per loro
sentieri già spianati?

Ci sono ombre nel mito!

Ma allora la spirale umana,
iperbolica,
preparerà la Sua fine!

NOTE

(1)La distribuzione alle generazioni avvenne
a pacchetti (quanti) più o meno ‘densi’ di
talenti. Così alcune generazioni ebbero
più talenti di altre …
(2)Matteo 25,15
(3)Che curva aveva in mente il Creatore?

(4) <<Resti quello che nasci”,  “Non si rischia di scendere quando si parte da sopra, non si riesce a salire quando si parte da sotto” dal saggio di F. Fubini, Mondadori, 2018; riportato da A. Cazzulli  nel ‘Corriere della sera’, 29 gennaio 2018.

(Piero Pistoia)
18 – agosto – 2012

COMMENTO ALLA POESIA “PAROLA” di S. Quasimodo; a cura di P. Fidanzi, F. Gherardini, N. Pistolesi, P. Pistoia

PAROLA

Tu ridi che per sillabe mi scarno
e curvo cieli e colli, azzurra siepe
a me d’intorno, e stormir d’olmi
e voci d’acque trepide;
che giovinezza inganno
con nuvole e colori
che la luce sprofonda.
Ti so. In te tutta smarrita
alza bellezza i seni,
s’incava ai lombi e un soave moto
s’allarga per il pube timoroso,
e ridiscende in armonia di forme
ai piedi belli con dieci conchiglie.
Ma se ti prendo, ecco:
parola tu pure mi sei e tristezza.

Salvatore Quasimodo

COMMENTO del Dott. PAOLO FIDANZI

Abbiamo una poesia “PAROLA” tratta da Oboe Sommerso, seconda raccolta quasimodiana che introduce un nuovo genere poetico, un ermetismo personale privato dell’ansia metafisica dell’ermetismo classico, un genere criptico, che deve essere intuito e indovinato fondato essenzialmente sulla poetica della parola. Dove la parola è tutto e si scava in essa e fuori di essa smuovendo sillabe, in un logorio faticoso della ricerca del ritmo, del tempo d’attesa, del significato profondo di una sovrapposizione fonetica a determinati mutamenti dello stato d’animo. Ma Quasimodo, spinto dalla forte valenza sociale del suo sentire quotidiano che porterà alle poesie di Giorno dopo Giorno, facendolo uscire, appunto, dall’ermetismo delle sue prime tre raccolte, ”Acque e terre, Oboe sommerso e Erato e Apollion, comincia a subire il peso della parola quasi subito: ”IL TUO DONO TREMENDO DI PAROLE SIGNORE SCONTO…., dice in Erato e Apollion. Ma ancor più sorprendente è trovare una prima incrinatura, lo spunto emergente di una abiura della poetica della parola, come dice Petrucciani, proprio nella nostra poesia “PAROLA”. Poichè pur avendo evocato la figura femminile, la donna, una bellissima donna nuda, con linee di una classica e tuttavia morbida scultura, avverte con una cadenza sconsolata, la pungente amarezza della “predestinazione nominalistica”: anche la donna si trasfigura in parola poetica, così come la natura e il divino e tutto ciò che il poeta tocca, ”re Mida sui generis”.

Personalmente al di là della forza e della suggestione che in me determina il primo verso non ho sentito particolare riscontro emotivo in questa poesia. Non a caso riflette più la necessità di una sintesi espressiva del poeta se non la sua incapacità ad essere compreso in quella che poi si manifesterà essere la sua più matura vocazione. Ovvero La sua indignazione contro le ingiustizie umane e la sua laica pietas per il mondo “creato.”, insieme alla sua potente fonte nostalgica che lo accompagnerà nell’intero percorso umano ed esistenziale.

Dott. Paolo Fidanzi

Commento alla poesia del prof.  Francesco Gherardini

Ermes , figlio di Zeus e Maia, è il dio del Mistero, esperto nell’uso della parola; padre del  logos (cfr.     PlatoneCratilo, 407e-408d ), indubbiamente padre della cosiddetta poesia ermetica: alleggerita di nessi e strutture grammaticali , condensata, chiusa, oscura, ambigua, indecifrabile, difficile da disserrare, votata alla ricerca della purezza e della bellezza formale; non necessariamente collegabile a qualcosa di reale , se non ad una realtà piuttosto labile composta di sospiri, sentimenti, pensieri, intuizioni, suggestioni, parole ; un genere di poesia che si presta a più interpretazioni , magari anche fortemente contrastanti, ma – io credo pirandellianamente – tutte egualmente vere. Chi legge prova un’emozione diversa in funzione della sua sensibilità e del suo grado di cultura; molto spesso il lettore costruisce più di quello che il poeta non voglia dire o indicare, finendo perfino per arricchire il testo.

Offro la mia interpretazione per così dire del tutto “istintiva”.

Questa lirica , tratta da Oboe sommerso si intitola “PAROLA”; stando all’etimologia, il termine, deriva probabilmente dal latino “PARABOLA” , un vocabolo che ha una straordinaria pregnanza , un grandissimo spettro di significati quali Similitudine, Comparazione, Insegnamento; soltanto molto tardi assume il significato di “voce qualsiasi esprimente un concetto” , sostituendosi al termine “verbum”.

Salvatore Quasimodo, un amante del mondo classico, ha pensato questo titolo , forse indispensabile per ricercare il senso occultato di versi che preannunciano una similitudine, che stabiliscono l’ accostamento Poesia=Parola=Donna. Proprio la fanciulla , qui descritta, pare la trasfigurazione della poesia (o viceversa) . La poesia come la seducente giovinetta è attraente, richiede amore, passione e dedizione, e alla fine può rivelarsi evanescente, leggerissima, privata della capacità di cogliere la realtà oggettiva fuori di noi così come la fanciulla resta “smarrita in sé” o svanisce.

Il poeta gioca certamente anche sulla pluralità di significati del vocabolo “parola”; nella vasta gamma che va da “ voce” a “insegnamento” , forse anche nel senso di “parabola evangelica”. Qualcosa da comprendere e trasmettere. Quasimodo si rivolge direttamente ad una giovane donna, forse la “fanciulletta” bella e pudica, amata nell’ infanzia , morta precocemente, a lei che conosce le sue fatiche letterarie e che sorride/ride dei suoi sforzi , dei suoi tentativi di “scarnificare”, di togliere il superfluo alla parola e di costruire attorno a sé un mondo ideale, piegato ,”curvato”, da lui stesso alle sue proprie esigenze; un mondo virtuale ; in definitiva un meraviglioso inganno che la luce (ossia la realtà/ la verità cfr. Apocalisse, Giov.3,19 ) fa sprofondare, distrugge.

Questa fanciulla sorride al nostro autore/ anzi ride di lui, delle sue fatiche; crede e non crede al suo estro poetico, alla sua fame di emozioni e di rappresentazioni, alla sua vis poetica. Ma sa bene che la poesia lo attira irresistibilmente così come del resto fa lei, che lo affascina con la sua bellezza carnale, i suoi seni turgidi, le sue movenze timorose e sensuali , l’armonia delle sue forme. [Il linguaggio si fa assai allusivo e simbolico]. Ma alla fine anche lei, alla prova dei fatti (quando ti prendo) si rivela una costruzione sui generis, una parola, un mero insieme di consonanti e vocali, di pensieri e di suoni (flatus vocis) e ciò genera e rende ancora più amara la tristezza, perché il poeta non riesce a trovare la concretezza, a conoscere la realtà e a darle un senso.

Il poeta siciliano non istituisce alcuna effettiva relazione col mondo esterno, come avviene in altre raccolte. L’ambiente è indeterminato, collocato in un tempo indefinito, solo apparentemente reale (i colli, la siepe, gli olmi, l’acqua), in realtà impalpabile, fatto di suoni e di colori che affondano nella luce. Oltre alla donna e al poeta, l’unico essere vivente è una pianta, l’olmo; forse una scelta casuale, forse un richiamo voluto al fatto che l’olmo nel linguaggio magico,esoterico, simbolizza le aspirazioni e l’intuizione interiore. Del resto nelle piante Quasimodo trasferisce le sue emozioni, ad esse attribuisce i suoi propri sentimenti; gli olmi che stormiscono rivelano la sua ansiosa ricerca di qualcosa al di là del mondo fenomenico e le acque trepide personificano la sua agitazione nervosa.

Poniamo attenzione ai verbi che usa il poeta .

Nella prima strofa adopera Mi scarno ( scarnifico, riduco all’osso, tolgo tutto ciò che è esteriore, superfluo abbellimento, orpello) , Curvo (piego alla mia volontà, ai miei desideri anche la natura naturans trepidante, partecipe, che mi circonda), Inganno ( mi prendo gioco della giovinezza, dell’inesperienza tramite le tinte -nuvole e colori- del dolore e della gioia che la ragione-la luce- si incarica di far sprofondare, di distruggere, di ridurre a routine, a banalità ). Essi spiegano il suo lavorio intellettuale, più o meno velleitario alla luce dell’atteggiamento ironico della ragazza. Nella seconda strofa seguono verbi finemente descrittivi del corpo femminile e della sua postura ( s’incava, s’allarga, ridiscende) simili a quelli che uno storico dell’arte utilizzerebbe per tratteggiare minuziosamente il panneggio e l’ atteggiamento di una statua greca.

Con quel Ti so premesso al primo verso della seconda strofa il poeta mostra di (credere di ) conoscere a fondo e di saper apprezzare la sua interlocutrice, ma con ti prendo si passa fin troppo bruscamente dall’immagine che si pensava reale alla realtà “effettuale” e il sogno svanisce senza tante spiegazioni. La bella donna si riduce a parola; flatus vocis?!

Allora che cosa potrà volerci comunicare con questa “parola”/ “parabola”? Forse Quasimodo ci invita a capire che1) l’uomo è condannato a vivere, senza riuscire a sfuggire alla disintegrazione dei suoi sogni che 2) la solitudine e la tristezza sono le sue vere compagne nella vita. Una conclusione che marca indubbiamente un fortissimo contrasto con l’immagine preziosa, accattivante e felice, gioiosa ed eccitante della fanciulla che avrebbe meritato un epilogo meno pessimistico.

Prof  Francesco  Gherardini

Commento alla poesia “Parola” della prof.ssa Nara Pistolesi
Una parola-chiave apre e chiude il testo: “parola”, presente nel titolo e nell’ultimo verso e, chiaramente, fonte dell’ispirazione del poeta. La ‘parola’ è la poesia stessa e attraverso il testo sembra delinearsi il processo della creazione poetica dolcemente fuso con un’esperienza di vita profonda che può essere l’esperienza d’amore, ma rimane indeterminata. Questo percorso è scandito da tre fasi coincidenti con le strofe che vanno diminuendo gradualmente la loro lunghezza fino ad arrivare al distico finale, culmine del processo.

Di fronte ad un ‘tu’ che ride, emerge lo sforzo della creazione poetica (“per sillabe mi scarno”), la ricerca di parole e ritmi che sappiano esprimere l’io attraverso colori, suoni della natura. Tra l’io e il ‘tu’ sembra esserci lontananza, velata forse da una certa ironia (“Tu ridi”). Il “Ti so” che apre la seconda strofa indica la conoscenza profonda; il ‘sapere’ latino ha ritrovato qui il suo significato pieno: sento il tuo sapore, il tuo odore, gusto la tua bellezza e la tua armonia. Le immagini percorrono il corpo femminile cogliendo in particolar modo “l’armonia di forme”: alla ‘conoscenza’ della donna si può accostare la conoscenza, la percezione del ‘gusto’ della parola pura , secondo la poesia ermetica, la parola che sia essa stessa armonia e in quanto tale possa esprimere l’armonia della natura. “Ma se ti prendo”: ecco il momento del possesso in cui l’esperienza di vita e la parola sembrano unirsi profondamente, ma questa unione genera “tristezza”. E’ difficile intuire il perché di questo stato d’animo: forse la percezione dell’immensità dell’esperienza del possesso, forse la paura di perdere ciò che si è raggiunto con tanto sforzo, forse l’immagine posseduta appartiene al passato ed il suo possesso avvenuto attraverso la memoria genera tristezza malinconica, rimpianto.
Quest’ultima parola, posta in clausola e a chiusura della poesia, – per questo sicuramente importante per il poeta – ci può dare una chiave di lettura forse più precisa. L’immagine femminile si affaccia alla memoria, inizialmente distante. L’io poetico si sforza di raggiungerla attraverso la “parola”. Il graduale recupero del ‘sapore’ della donna apre la strada alla possibilità di cogliere la parola che sappia esprimere la sua bellezza e la sua armonia. Il possesso pieno del ricordo e quindi dell’immagine si trasforma in poesia e nel momento della pienezza del possesso la tristezza legata al rimpianto domina la pagina.
“La parola, come l’ultimo stadio d’una lunga e indefinita operazione d’avvicinamento … presa in una miracolosa trasparenza di tutte le variazioni, infine come sede generale del sentimento. La parola ancora come un’eco da suscitare, da saper suscitare”: così Carlo Bo interpreta in modo profondo il significato della ‘parola’ nella poesia di Quasimodo, nel saggio “Condizione di Quasimodo” (in Letteratura come vita , Milano 1994). Egli stesso definì la sua idea di letteratura nel 1938 con l’espressione “Letteratura come vita”: letteratura e vita sono “tutt’e due, e in egual misura, strumenti di ricerca e quindi di verità: mezzi per raggiungere l’assoluta necessità di sapere qualcosa di noi…”; tale concezione è stata considerata fondamentale per chiarire l’humus alla base della poesia cosiddetta ‘ermetica’ e si comprende così la capacità di questo critico di cogliere l’essenza della poesia di Quasimodo, in esame, scritta pressoché negli stessi anni. Ma la riflessione sull’importanza del rapporto profondo fra letteratura e vita, fra la parola e la vita va oltre l’esperienza poetica ‘ermetica’: mi vengono in mente due bellissime poesie rispettivamente all’inizio e alla fine del secolo scorso, che esprimono in modo esplicito l’esigenza profonda del legame inscindibile tra la parola e la vita interiore del poeta stesso, quel legame che nella poesia di Quasimodo emerge attraverso l’espressione del processo stesso della creazione poetica.

Commiato (da L’Allegria)

Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso

G. Ungaretti (Locvizza il 2 ottobre 1916)

 

M. Luzi, Vola alta, parola (da Per il battesimo dei nostri frammenti, 1985)

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…

La cosa e la sua anima? o la mia e la sua sofferenza?

(Prof.ssa Nara Pistolesi)

COMMENTO ALLA POESIA DI QUASIMODO “PAROLA” (anonimo)

Il poeta con i versi riesce a trasformare gli “oggetti” della Natura secondo i suoi desideri, trasferendoli in una dimensione magica, ma da lui fruibile e quindi per lui reale. Sembra spiegare in che senso si dice che la poesia trasforma il mondo naturale e umano, anche se in modo diverso e, a mio avviso, forse più potente della scienza, per la sua valenza soggettiva che può agire con piena libertà nel complesso (“curvo cieli e colli”, “giovinezza inganno” ecc.). E non è neppure vero che questi mondi di sogno non scambino energia col mondo reale!
Sembra che questo processo poetico del trasformare si avvicini, a diversi livelli, al balbettare di sillabe nei riti di maghi antichi, al bisbigliare in lingue sconosciute dei mistici medioevali invasi di Spirito durante il miracolo, alle antiche “conte” dei bimbi per disturbare il caso, alle speranze degli alchimisti, o, in definitiva a qualche processo noumenico che “non si può dire”, pescato nel vasto e tumultuoso oceano dell’irrazionale che sbatte l’isoletta razionale del grande logico Ludwig Witghenstein ( Tractatus Logico-Philosophicus).
“Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” recita l’ultima proposizione del Tractatus, la numero 7000. Ecco la mia parafrasi libera, difforme e volutamente provocatoria.

Tu ridi, ma io con la mia retorica iperbolica, i miei costrutti sintattici e impossibili neologismi (“per sillabe mi scarno”), piego cieli e colli come voglio, trasformo in azzurro siepi a me intorno, e i rumori della natura in dolci armonie. Tu ridi, ma io posso ingannare anche giovinezza con nuvole e colori dove la luce si perde e intimamente si confonde fornendo energia ai corpi umani. Ed è per questo e perché “ti so” (conosco i tuoi punti deboli), posso trasformare anche te, perplessa e timorosa, col potere della bellezza che plasma, in una splendida, dolce, armonica e voluttuosa Venere greca, da un’oscura sirena (forse una specie di “cozza” dai seni pendenti, dai lombi prominenti, dal pube spelacchiato…?) in una stupenda femmina umana che mantiene ancora dieci conchiglie ai piedi belli (forse residui madreperla di squame della coda?). Ma se ritorno, dallo scarnarmi per sillabe, alla parola, ti guardo al lume della ragione, “ti prendo” insomma, e mi ridiventi un triste racconto come eri. Che senso avrebbe “trasformare” la ragazza se non ne aveva bisogno? Il ‘denso’ cappello al commento a questa poesia del prof. Gherardini chiarisce come la nozione del vocabolo ‘PAROLA’ sia polisemica, possa cioè acquisire significati diversi, anche profondi, nei diversi autori, conducendo a possibili diverse interpretazioni.

(anonimo, nei posts di questo Blog, corrisponde a Piero Pistoia)

 

“POESIE DI CACCIA E NATURA” (ed altro); di Piero Pistoia (con intermezzo del poeta Veracini)

Curriculum di piero pistoia:

piero-pistoia-curriculumok (#)

1-A CACCIA SUL POGGETTO DEL BULERA
2-A CACCIA NELLA MACCHIA DELLA SELVA
3-A CACCIA NELL’ACQUITRINIO DI GRANCHIO
4-LO SPIRITO ANIMALE
5-SQUARCIO
6-LA PALUDE
7-LA SOLITA ONDA
8-GABBIANI AL TRAMONTO
9-A BISCONDOLA(1)
10-I SASSI MAMMELLONATI DI MONTEBUONO(1) 
+ lettera autografa di Roberto Veracini
11-QUAL E’ IL SENSO
12-RICORDI-FLASCH SULLA NATURA
13- I SASSI DI Piero; di ROBERTO VERACINI con lettera autografa

14 – RONDINI ED UNICORNI

1-A CACCIA SUL POGGETTO DEL BULERA

Dove finisce l’ulivo, la stoppia:
una “posta” nel pruno.
Albe macchiate,
pezzi di cielo,
nubi dense,
altitudine verde.
Lontano,
sul poggio di S. Michele,
stormi di colombi diventano punti.
Un frullo di lodole
sulla civetta viva,
occhieggiante.
Pispole nascono dall’aria,
improvvise.
Volo pesante di schiattoni.
Verso S. Carlo,
lame di sole tagliano
voli risonanti del fringuello.
Orizzonti di macchie
aprono il “passo” verso il mare.
Brezze di tramontana
ravvivano ricordi di cacce lontane.

(Piero Pistoia

2-A CACCIA NELLA MACCHIA DELLA SELVA

Irti
serpicano sentieri
dal campo
alla macchia della Selva1.

Poldo,
il Bretone,
bubola e traccia
lontane ellissi
nel silenzio freddo
dell’alba silvestre:
mappa
vie inusitate,
memoria-archetipo degli antenati.

Il bubolo cessa
e l’attesa con lui.
Non lontano,
nella spina,
il Bretone
sniffa fulvo
sulla fermata.

Al comando,
la macchia alterna il cerro
nel frullo ambiguo della beccaccia.

Un colpo sordo,
il ciclo si chiude.

(Piero Pistoia

1 La macchia mediterranea della Selva fa parte degli estesi boschi (per lo pù cerro) che si scorgono, allungati lungo il Cecina, a destra di una delle due foto dell'”Agriturismo di Santa Lina”.

colline toscane

A CACCIA NELL’ACQUITRINIO DI GRANCHIO: un lampo incerto nel vuoto dell’aria

Prologo antropologico
Già in altri scritti proposi, fra l’altro, una possibile interpretazione dell’attività venatoria in chiave evolutiva.
L’uomo moderno dell’epoca post-industriale ha plusibilmente lo stesso cervello (come qualità e quantità) del cacciatore raccoglitore delle savane di qualche decina di migliaia di anni fa (l’uomo di Cromagnon della specie Homo sapiens) e le pressioni selettive che hanno ‘costruito’ la sua mente umana si devono ricercare nel tipo di economia legata all’attività della caccia e raccolta. Infatti per quasi tre milioni di anni il cervello del genere Homo evolve in questo ‘environment’ e, una volta giunto pressochè alla fine della sua evoluzione biologica (circa quarantamila anni fa), tale ambiente selettivo (e solo quello), perdura per altri trentamila anni, giungendo a circa decimila anni fa (prime avvisaglie della rivoluzione agricola).

E’ durante questa semplice economia che plausibilmente si sono radicati profondamente nell’animo umano i migliori aspetti del suo comportamento selezionati dall’operare in piccoli gruppi profondamete uniti per una precaria sopravvivenza in delicati equilibri (addirittura alcuni pensano anche ad un possibile legame telepatico). Se si abusa delle stazioni di raccolta e delle prede di caccia si può morire di fame e/o di altro (si pensi alle piante officinali)! Tali aspetti empatici sono coglibili nel rapporto uomo-uomo e uomo-natura modificati, affievoliti e talora soffocati dalle culture successive (evoluzione non più biologica, ma culturale) seguite alla rivoluzione agricola, successivamente a quella industriale (a cavallo del 1900) e all’attuale post-industriale.

Concludiamo quindi nel considerare la caccia, opportunamente intesa, come rito essenziale per la riscoperta ed attivazione di valori umani profondi perduti (come la condivisibilità, la solidarietà, il rispetto dell’altro e della Natura, per es. ecc.)

In questa ottica ho cercato di esprimere (in tentativo di poesia) alcune emozioni che la caccia potrebbe innescare al fine di catalizzare pensieri e atteggiamenti più favorevoli al rispetto di tutte le ‘cose’ dell’Universo.

3-A CACCIA NELL’ACQUITRINIO DI GRANCHIO
In attesa …
Sulla ginestra piegata …
l’ombra del silenzio
ondeggia
al vento gelido di Volterra.
Lontano
l’ellero nereggia
di suoni.
Grida d’amore:
la gallinella
vibra onde
tra le canneggiole.
Il sole trema
negli specchi d’acqua.
L’Airone
vigila grigio
l’azzurro
nel pelago di Granchio.
Ecco!
punta la squadra
delle marzaiole
alla solita ora.
Un lampo incerto
nel vuoto dell’aria.
La caccia:
rumori di sopravvivenza!

Epilogo
Bene, gli amici pensano, forse scherzando, che forse sono l’unico cacciatore a cui quelli del WWF darebbero volentieri la loro tessera: impinguo le industrie di caccia per i materiali che acquisto, ma la selvaggina può stare tranquilla. In effetti non mi sono mai posto il problema di procacciarmi tante prede (io uccido solo quello che mangio!) e poi il ‘vuoto dell’aria’ è molto più esteso del ‘pieno’ dell’animale selvatico.

Io e il mio vecchio cane Pullero siamo insomma cacciatori come ci pare. Ma una cosa è certa, per nulla al mondo io e il mio vecchio cane rinunceremo alle nostre belle cacce persi nella Natura per poco ancora incontaminata della Maremma.

(Piero Pistoia

4-LO SPIRITO ANIMALE

La luce
bagna
la macchia della valle,
tenera,
all’alba.

La dove ruderi emanano,
antichi,
l’acre odore del fico nero,
oltre il “confine del mondo”,
dove sanno di prede
il sasso, l’humus e l’albero
e di muschio
sanno grumi di pietra
nella macchia di lecci
– dove ulula storie
lo spirito del cerro
cupo fra i rami al vento
e nel fosso
la rana canta
e invoca la pioggia –
lì incontrerò
il mio spirito animale,
selvaggio,
e forse allora capirò.

Crepita il ginepro
nel fuoco del bivacco;
fra storie di animali
ognuno la “parte” attende.
A dividere il cibo
e non a gioco
conterà il cacciator la preda.

PIERO PISTOIA

5-SCQUARCIO

Apre Terra Sole a mezzo cielo
spreme umida macchia, a velo,
fitti di nebbia a tramontana.

Urla vento dirupo alla lontana.

Sprazzi a grani
fittan d’azzurro tempo
a rocce a forre a piani.

Avida quercia avita fissa rami
e cinghiali branchi e di mufloni
e trame, e progetti e dolori
e l’umana sorte assieme.

L’ansia quotidiana preme.

“fitta”(1) Sacro Terra attonita e Cielo.

Denso l’istante cessa
e sommessa riprende al fin l’ambita
corsa sfrenata nel tempo della vita.

PIERO PISTOIA

(1) Dall’inglese To Fit= adeguarsi, adattarsi

6-LA PALUDE

Là dove fiume
spande,
grigi
spirano cieli
nebbie d’orizzonti.

Vita diversa freme.
Anima fango il giunco al beccaccino.
Tracce, segni, formule a creature
perdon confini
aprono vie:
fra sasso e vita la palude.

Improbabili figure
acuti vortici
linfe,
tetraedri-cristallo in fango
e fango creò.

Ruba
cielo la macchia
aspro
dove ghebbio stride.

(Piero Pistoia)

7-LA SOLITA ONDA

Come quando tramontana
stagliano su cieli alberi e montagna,
netta la linea corre
fra ‘coscie’ mielate a dolci presagi.
Su rotondità tremor di vesti in fiore
curano sguardi complici.
Spremute di odori a piene mani:
selce libera spezzata arcano sole;
umore di lucertola,
del serpente addomesticato emblema
– d’acque antiche Uroboro si freccia –
s’addensa
e nel tormento geme
e rapido s’espande.
Tutta la Vita freme e l’Universo.

Amigdala bagnata segno di luna.

La solita onda sempre nuova:
primavera di sopravvivenza.

(leggere commenti a questa poesia! a più voci, in quest blog)

(Piero Pistoia)

8-GABBIANI AL TRAMONTO

Guardo la sera
rientro al mare
triste di gabbiani
nel fuoco del Tramonto.
Uno due tre…
lenti gruppi
diffondono,
misurano il cielo,
vaghe speranze
al nuovo sole.

Volano volano
nell’orrido dei fiumi
alle discariche
torsione entropica di tempi,
metamorfico acido
di mare vento tempesta,
memorie archetipo
di geni perduti.1

Dolorosi equilibri
alieni
percorsi impongono
di novello Prometeo.2

Un segmento
anche umano
dentro si perde:3
gabbiani dorati
figli dei mari
addio!

Piero Pistoia

1 La discarica per il gabbiano è una “torsione entropica…di mare vento tempesta”, coinvolti in una trasformazione velenosa. E’ quasi come se sbalzi di entropia creino vortici nel tempo.
Il mondo gabbiano
precipita, si risolve e presto si dissolverà in un vortice entropico che abbrevia i tempi della specie, conseguenza di geni che stanno perdendosi.

2 Il nuovo equilibrio genetico si pone come alieno e doloroso per la specie che, costretta dalla biologia, si trasforma in novello Prometeo.

3 Se è vero ciò che afferma la sociobiologia che tutte le specie sono in equilibrio delicato. 

9-A BISCONDOLA(1)

Oggi,
a “biscondola”
brezze di tramontana.

Sul poggio.

Raggi di luce
frunscian
fra stipa e ginestra.
Aleatori
traccian
percorsi su roccia serpente.
Bianche nubi
fuman lente.

Di lontano.

In aria
improvviso
fluttua un evento.

In attesa …

anima
nel sasso sento
e nel fiore selvatico.

Nella tremula cifra
smarrito,
formule invoco
ed esperimento.

Ma, sgomento,
nella bruma
mi perdo
e dimentico.

(Piero Pistoia)

(1) Espressione spesso usata nel Volterrano. Si tratta di uno spazio magico in cui il sole che filtra attraverso le verdi foglie tremule e delicate costruisce luci ed ombre vibranti. In giapponese, lingua di un popolo sensibile agli aspetti emotivi delle strutture della Natura, esistono singole parole del loro  linguaggio che ne riassumo il significato complesso; per es., l’espressione ‘a biscondola’ potrebbe essere tradotta con la singola parola giapponese ‘Komoredi‘.

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10-I SASSI MAMMELLONATI DI MONTEBUONO(1)
Li puoi vedere i morfi.
Nubi lisce di pietra.
Là dove in alto formano i ‘nidi’.

Già a primavera appaiono giganti
a reggere lo spumeggiare del fiume.

Da Giugno nella calura d’Estate
poggiano pesanti
in acqua
fra sassi di fiume
lenta
dalle rive secche.

Nuova generazione.

Sassi con Anima
respirano aria dei nostri tempi.
Solo per poco.

Ogni primavera appaiono i nuovi
allo schiudere delle uova del Tempo,
le stesse che fanno apparire fossili
ad ogni aratura profonda.
Qui da noi.

I vecchi si perdono nel ciclo esteso
dei sedimenti d’inverno
dove nei tempi lunghi della Terra
faranno ritorno in alto ai nuovi nidi
sopra tracce di nuovi fiumi
al profumo di nuove epoche.
Da miriadi di inverni.

Forse.

Quelli visti oggi torneranno.
Tra milioni di anni!
Ci sarà qualcuno ad osservarli?

(Piero Pistoia)

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11-QUAL E’ IL SENSO”>

Arde la canicola
Lenta meridiana
Oltre le stoppie
Tremule
Sui fili neri di formiche.

In segni sempre uguali.
Quali geometrie!?

Muoiono a milioni
Le singole formiche.
Fili di fatica e di dolore.

Qual è il senso?
L’Ente
La forma
L’invariante regola d’esperimento?

Ha cifra l’Essere?
Segni…
Messaggi criptati…
Rivolti a chi? Per chi?

Il due più due fa quattro dell’Universo
Conta il senso delle celle:
Questa si, questa no, questa…

Ma quest’unico senso
Sospende la speranza.

Piero Pistoia

12-RICORDI-FLASCH SULLA NATURA

(in divenire)

Alieno sguardo, il gabbiano,
di cieli stridenti,
lame di ghiaccio, aghi d’argento.

Tempi in fiore di ginestre,
albe dischiudono nebbie,
spighe ammantan di grano,
tele vibranti di punti
brillanti(1) al primo sole.

Oltre il muro sgretolato di sassi,
campo ‘petroso’ si estende e di nepitella(2).
Ma Verbasco, il tasso, domina alto,
lanoso, giallo splendente(3).

(Piero Pistoia)

(1) ragnatele gocciolanti di rugiada.
(2) Calamyntha nepeta
(3) Il Verbascum tapsus della poesia ‘Memoria, Memoria…’

Leggendo questi pensieri tornano alla memoria, ormai lontana, alcuni versi, caldi, rassicuranti e nostalgici, della poesia di Carducci “Attraversando la Maremmma Toscana“, di cui si può leggere il commento a più voci in questo blog:

“…Ma di lontano, pace dicono al cuor le tue colline, con le nebbie fumanti e il verde piano, ridente nelle piogge mattutine…”

13-“I SASSI di Piero” di ROBERTO VERACINI con lettera

I sassi di Piero

Materia emersa
dall’ultima lontananza, sassi.
Presenze ferme
del tempo, misure
degli occhi, forme intatte
dei sogni, volti assenti
invisibili resti
del libero Mondo
che non c’è.

(Roberto Veracini, 16/10/06)

Leggere anche , cercandoFauna povera” e “Tornato è il tempo degli dèi, e, per i commenti, “Emozioni poetiche di Piero Pistoia” dal sito: ilsillabario2013.wordpress.com.

14 – RONDINI ED UNICORNI

Oggi,
la solita rondine
fa due volte il giro
del pilastro di casa.
Due volte.
Quella del quindicesimo nido
sotto la gronda.
Da est.
L’unica di centinaia
che sbrillano in aria
davanti alla porta.
Da primavera.

Per compiacermi?
Un messaggio?
Un presagio?
Un volo complice?
Mi piace pensarlo.
Dal mondo autistico degli umani.

Oggi
mi sento
di incontrare unicorni.
Nel grano assolato
della valle.
E Pan
che ‘zufola’ eterno
Ninfe
in nubi di polline.
E Venere nel mirto stellato.
E….

Ma ecco…
ancora un messaggio!

Alzo stupito
due dita aperte:
Hasta la victoria”.
Siiiiieempre”
sibila lei in volo.

PIERO PISTOIA

RIFLESSIONI NON CONFORMI: fauna povera; con prologo ed epilogo, di Piero Pistoia

Per leggere il curriculum di piero pistoia, cliccare su:

piero-pistoia-curriculumok (#)

RIFLESSIONI NON CONFORMI di Piero Pistoia

PROLOGO

Non è della ragione, né dei suoi raffinati strumenti di analisi ( logica, matematica, statistica…), né delle sue direttrici operative (tecnologie), recuperare definitivamente i danni dalla Ragione stessa provocati al cosmo, a causa delle sue connaturate attività di “separazione” e “semplificazione”, per non parlare degli altri suoi obiettivi più egoistici e mirati, come l’aumento ad oltranza della qualità della vita, l’accanirsi per un accumulo indiscriminato di risorse a spese dell’energia di tutti …. Né è della ragione formulare catechismi atti a maturare coscienze, onde poter “vedere” gli infiniti nessi che la stessa ragione per sua natura recide. Né è della ragione costruire personalità plurime capaci di “osservare” da una molteplicità di punti di vista o sistemi di riferimento, perchè l’Io Plurimo è un Io debole e la ragione per sua natura attiene ad un Io dominante al centro dell’Universo.

La via che la Ragione intravede non è la Via e ciò che alla ragione appare come insignificante e senza senso, da un diverso sistema di riferimento, potrebbe di fatto risultare enorme, drammatico, determinante.

Qualsiasi azione di un Ente, che non riuscirà mai a cogliere tutti i nessi, sarà molto probabilmente dannosa.

ALCUNE CONSIDERAZIONI ECOLOGICHE

Gli ambientalisti, quelli pedanti (la maggioranza), da tempo si sono preoccupati della sopravvivenza nel nostro ecosistema terra di specie che più coinvolgono le emozioni, la cultura e l’estetica umana e non tengono conto a sufficienza del fatto che in specie dall’inizio della pratica dell’Agricoltura il tasso di estinzione di specie viventi sul pianeta terra è diecimila volte superiore a quello esistente quando la sola attività umana era la caccia e la raccolta.
Parlo della sparizione di centinaia di migliaia di specie di invertebrati (insetti e affini) adibiti alle impollinazioni e di forme ancora più primitive come Acari, Alghe, Fungni e Batteri, vere e proprie valvole che regolano i flussi di energia e di elementi nutritivi agli animali superiori. Si legge che in un metro quadro di pascolo si possono trovano più di centomila esseri di questo tipo e in un grammo di suolo di bosco anche milioni di batteri e funghi!
D’altra parte gli agricoltori orientati verso le monoculture, con le loro armi micidiali con probabilità uno di colpire l’obbiettivo (vermi, insetti, erbacce e tutta la fauna povera insomma), regolarmente autorizzati, hanno costruito dovunque (eccetto sul cemento) deserti artificiali ed asettici, organizzati a perdita d’occhio in monoculture pur ordinate e gradevoli per l’estetica umana, ma in cui non vivono né si vedono muovere altri animali eccetto il contadino (e talora qualche attonito cacciatore di passaggio col fucile sulle spalle). Così i contadini con le loro degradate culture agricole, insieme agli allevatori con i loro sudici branchi di pecore, bovini e polli, gli sgraziati capanni di lastre metalliche e i macchinari puzzolenti e rumorosi hanno trasformato la campagna in un immenso cimitero di spoglie di animali e vegetali appartenenti all’Universo!
Chi, nel corso degli anni, ha avuto occasione o interesse di osservare i campi arati sui declivi dei nostri colli nel periodo dei maggesi, avrà certamente notato continui cambiamenti. Ferite sono apparse dov’erano i fossi alberati e cespugliosi, o alberi isolati nei campi, o argini di separazione, rigogliosi di cisti e ginestre, spianati ormai dalle ruspe. E’ l’estesa situazione degradata che controlla il punto di vista, spostando gli interessi per mantenere ed espandere se stessa.

E’ ormai urgente riuscire a maturare una sensibilità verso il Cosmo nelle giovani generazioni (BIOFILIA ESTESA) e sembra che catechismi e precetti razionali non siano conformi e la Scuola ha ben altro da pensare in questo mondo globalizzato di ragionieri! Noi crediamo che un tentativo possa essere riscoperto in quelle discipline che una volta creavano vibrazioni emotive nel profondo dell’uomo attivando riti e archetipi; mi riferisco all’arte e in particolare alla poesia insegnata senza tanti strutturalismi come viene invece comunicata oggi.

In proposito vorrei proporre, come primo tentativo ed esempio, una poesia (si fa per dire!), certamente banale, ma da me scritta.

FAUNA POVERA

Fiche
glabre
allungate
dolenti
aprono
gradienti nei colli,
laddove di vita
fremeva il cespuglio
e l’albero
ondeggiava nel fosso.

Labbra beanti
schiudono aride
l’urlo muto
di faune povere,
silenti,
infime creature,
anima del mondo.
Micro-forme frattali,
inumane,
a milioni,
perdute
nella cicatrice dei colli
piaga di ruspe

L’anima spolvera
persa nei maggesi
il grido
nel sasso,
nella zolla.

Non si dice
del variante fringuello,
né del superbo falco,
cacciatore d’allodola:
l’estetica umana
fallisce
dove l’orrido nasconde
bellezza ed energia
di un Creatore diverso.

EPILOGO

Mi ricordo che mezzo secolo fa la nostra campagna era ancora una grande opera d’arte ed aveva quasi il carattere sacro e mistico che si attribuisce alle cattedrali, alla musica, alla poesia, all’arte.

E’ tempo di di ritornare a sollevare gli occhi al cielo, di tornare a guardare i tramonti ed i paesaggi dove acqua cristallina serpeggia nel verde fra alberi radi (l’antica savana della nostra infanzia come specie), impressi come archetipi evolutivi; è tempo di ritornare a meravigliarci e rabbrividire davanti ai misteri e ai riti che ci appresta ancora per poco la Natura.

E’ il balbettare ‘Sillabe’ del verso e non lo scoprire la ‘Parola’, che evoca significati profondi del Cosmo! (Quasimodo, “Parola”)

(Piero Pistoia)

;

MEMORIA, MEMORIA…Poesie di Piero Pistoia; post rivisitato

Curriculum di piero pistoia:

piero-pistoia-curriculumok (#)

1-MEMORIA MEMORIA… (con prologo ed epilogo)
2-TEMPI LONTANI DI SCUOLA
3-LA CASA D’INFANZIA

1-PROLOGO DI CARLO MOLINARO

“C’è una morte anche prima”, afferma il poeta emergente Carlo Molinaro, torinese (Lo Specchio N 135, 22-agosto-1998) e prosegue elencando alcune di queste piccole “morti”:

La distanza che si dilata
o la forza che manca per traversare.
Forse una barriera
che si chiude.
Un desiderio spento
lascia, come un falò,
una traccia sporca
sulla pioggia del greto!”

Piccole morti si nascondono anche nella nostalgia irrisolta della poesia che segue.

—————————————————————————

verbascum-thapsus-subsp-thapsus-01

MEMORIA, MEMORIA…

Memoria, memoria …
da mezzo secolo ed oltre.
Franchino di Nortola 1,
Giovannino ed Elsa d’Aquilata 2
(o forse Graziella?), ed io,
bimbi dei boschi.
Memoria, memoria …
della casa di roccia,
nella cima radicata 3.
Fiaschi, freschi di fonte di Rotelli 6,
d’acqua lontana di macchia e di macigno.
Sentieri di rupe e di fatica.
Gridi scalzi di bimbi
sulla radura di menta e nepitella.

Memoria, memoria …
La gara a salire il leccio nodoso,
la cerca dei nidi,
rincorse fra file di viti
a caccia di nuvole ed arcobaleni.
Il tasso barbasso improvviso.
Alto, lanoso, giallo splendente.

Verbascum thapsus L (1)

                                                                   fto di FRANCO ROSSI

Lontano d’autunno tramontana
portava branchi di colombi alla Crocetta 4,
e ai Ceracci 5 passeri in nuvole.
Spari di mio padre
e poi a casa per mano… orgoglioso.
Allora il fringuello scandiva le stagioni.

Ed … i passaggi nel cielo!

Memoria, memoria …
i bimbi dei boschi ognuno per la sua strada
e silenzio per oltre mezzo secolo.
Oggi, d’autunno
(la tramontana porta ancora colombi),
per caso passo di lì,
vecchio bimbo di quei boschi.
Sulla cima una villa,
latrati di cani (a catena?),
la strada asfaltata,
in fondo la sbarra … serrata.

I colombi hanno perso la strada.

Memoria, memoria …
memoria ritrovata,
memoria perduta … per sempre.

Piero Pistoia

1 Nortola, podere a mezza costa fra Aquilata e Balbano (Lu)

2 Aquilata, collina scoscesa a strabiombo sul lago di Massaciuccoli, a ridosso del paese omonimo, di fronte al monte Iquila.

3 La “casa che la cima radica e comprende”, della poesia “TEMPI LONTANI DI SCUOLA” dello stesso autore.

4 Incrocio di sentieri a mezza costa.

5 Posto imprecisato ad est nella macchia.

6 Lungo il viottolo impervio che scendeva ad ovest verso Quiesa.

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EPILOGO DI CARLO MOLINARO

Ma certamente, prima o poi…,

“Porterà
a valle tutto una piena d’autunno”.

Fto Piero Pistoia

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Fiume Cecina in Autunno

——————————————————————————–

2-TEMPI LONTANI DI SCUOLA

Dal poggio isolato,
a scuola,
attraverso la macchia.
Di sasso e di spine la via.

Su rude macigno.
marucole 1 in fiore.
Fatica di pensiero.

Stilla e spina il ricordo lontano:
paure,
preghiere,
scoscesi sentieri
nella vita e nel cuore.
Il “cervo volante”
l’archètipo-insetto.

Animava l’oggetto l’attesa.

Una voce che chiama:
mia nonna.
Un affetto perduto.

Aquilata 2
si dicea quel monte
e quella casa,
che la cima radica e comprende,
ove tanto della vita persi
e tanto guadagnai.

(Piero Pistoia)

1 Marucole: si tratta di strane ginestre con lunghi e robusti aculei (Ulex europeus), alte fino a due metri, diffuse su parte del poggio di Aquilata che, dove sono,  rendono la macchia impenetrabile.

2 Aquilata: vedere nota 2 della precedente poesia.

3-LA CASA D’INFANZIA

Vecchi muri
spolverano
ricordi.
Nel centimetro
nascose la vita
albe remote.

Quale speranza?

Allora
vecchie e giovani
madri
curavano
i figli.
Sudava il padre
l’albero
alla macchia.

Mute grida
feriscono l’aria
di vite sofferte.

Noi,
la speranza!

Ora i muri
non lasciano pace
nel vuoto
dello spazio antico.
D’umano
calce e sasso
densi trasudano
emozioni.

Noi,
in barbara terra
estirpate radici!

Estinta la casa
stringe l’oggetto ed il cuore,
memoria si perde,
si spenge il bagliore,
singhiozzano tenui parole.

Noi,
quale fine?!

(Piero Pistoia)

POESIE DI “COSE” DEL MITO di P. PISTOIA, G. CONTE, P. FIDANZI, F. GHERARDINI

Curriculum di piero pistoia :

piero-pistoia-curriculumok (#)

RONDINI ED UNICORNI

Oggi,
la solita rondine
 fa due volte il giro
del pilastro di casa.
Due volte.
Quella del quindicesimo nido
sotto la gronda.
Da est.
L’unica di centinaia
che sbrillano in aria
davanti alla porta.
Da primavera.

Per compiacermi?
Un messaggio?
Un presagio?
Un volo complice?
Mi piace pensarlo.
Dal mondo autistico degli umani.

Oggi
mi sento
di incontrare unicorni.
Nel grano assolato
della valle.
E Pan
che zufola eterno
Ninfe
in nubi di polline.
E Venere nel mirto stellato.
E….

Ma ecco…
ancora un messaggio!

Alzo stupito
due dita aperte:
Hasta la victoria”.
Siiiiieempre”
sibila lei (1) in volo.

Piero Pistoia

(1) La solita rondine!

Si può leggere anche <<Breve racconto su un evento di Natura>> di Piero pistoia

Foto del Mirto di Antonio Romano Liscia

mirto in fiore

…E Venere nel mirto stellato.

Piero Pistoia

SE RITORNANO GLI DEI…

“Chi non ha visto Poseidone, non conosce il mare. Chi non ha visto le Amadriadi, le Oreadi, le Naiadi almeno una volta non conosce gli alberi, nè i castagni dei boschi, né i tigli dei viali di città e non sa che cosa siano le montagne, quelle che precipitano rocciose fra i pini e quelle dei ghiacci perenni,nè i corsi d’acqua, il torrente tormentato dai rovi e dagli scogli e l’ampio fluire del fiume. Un segno mitico dà forma alla natura e crea il legame fra la sua essenza e la nostra: senza mito, essa diviene quell’informe scenario, quel gran magazzino da cui la nostra città si è approvvigionata senza amore e senza venerazione per secoli, lasciando soltanto la poesia a riparare e a dar rifugio agli dèi in esilio.

Con la morte di Pan, con la cacciata di Priapo dagli orti, delle Ninfe dalle foreste, di Artemide dalla luna e di Apollo dal sole, la Natura perde la sua forza vivente, fatta di luci, di profumi, di colori, di sapori, di panico, di esultanza, di bellezza. Gli alberi diventano soltanto alberi, le pietre soltanto pietre, le onde soltanto onde. Allora la natura non ci parla più, le energie viventi della terra, del mare, del cielo non hanno più forma né nome. Allora i cervi, i salmoni, le allodole sono davvero in pericolo.

Ma se ritorna il mito, ritornano l’anima e l’incanto; se ritorna Pan, porta con sé le altre divinità della Natura. Quando Pan è vivo, ci dice James Hillman, allora anche la Natura lo è. Così noi udiamo, la notte, sui rami di un pino, lo stridìo di una civetta e sappiamo che è Atena, vediamo il mattino sulla riva del mare un guscio di conchiglia e diciamo: è Afrodite”

 Da GIUSEPPE CONTE, “Il Passaggio di Ermes”,Ponte alle Grazie, 1999 pagg,62-63

TORNATO E’ IL TEMPO DEGLI DEI

Tornato è il tempo degli dèi.

Guarda!

Dove il leccio scuro
fa ombra greve su ruderi antichi
nasconde il muschio
la polvere del tempo.
Osserva!
Polvere fine, sconnessa.
Sono i ricordi.
Come rena macinati.
Gioie passioni dolori.
Cadaveri dello spirito.
Io’ disgregati.
Polvere fine scivola fra le dita.
Nella mente degli dèi.

E’ questo il posto!

Dove l’edera tenace
striscia geometrie impossibili
con lo stolone del pruno
nel verde tiepido
della nepitella odorosa,
florida come mai
e la vetriola diversa
fra sassi muschiosi
e la menta acuta
lancia fregi distorti
secondo cifre inesistenti
mentre a sprazzi
appare terra nuda acida nera,
zona d’ombra del reale –
lì abitano gli dèi!

Guarda!

Quel mucchio di pietre,
mai da umano sfiorate,
anima piccoli esseri:
ragni, lucertole, scarabei, formiche…    porcellio zigrinato2
e l’antico isopode,
il Porcèllio zigrinato …
il cerchio, la freccia e l’arco.    
                                                 porcellio zigrinato

Messaggeri
dello strano giardino dei sassi.
Messaggeri degli dèi!

E’ tempo!
Dai loculi delle città di cemento
in cerca di luoghi sacri.
Posto segreto dei bimbi.
Mappa della Terra del Sogno.             porcellio zigrinato1

Crostaceo: Armadillium vulgare

Foto da internet: Iblea s.r.l.

 Piero Pistoia

UN BREVE PENSIERO IN PARTICOLARE SULLA PRECEDENTE POESIA   dott. prof. Francesco Gherardini

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E_MAIL di PAOLO FIDANZI

Cari amici, leggo di nuovo il sillabario, mi piace la bella foto collinare, tutti vedono le nostre colline, ma solo qualcuno ha provato a dipingerle. Vi manderò alcune foto. Non trovo più la mail di Pierfrancesco, anzi prima che ci incontriamo anche con Roberto potrei riaverla?L’idea mi è sembrata buona e i contenuti suggestivi con forti richiami di scienza che in gran parte non capisco e penso di non essere neppure in grado di affrontare un approccio conoscitivo. Riferimenti al mito invece mi affascinano, non a caso conobbi G.Conte nel lontano 1979 e rimasi colpito dalla sua raccolta “l’ultimo aprile bianco”, la poesia “figlia del sole e di perseide”: il dio cigno il dio toro il cinghiale/che baciò Adone nel loteto e lo uccise, Parsifae/parlò e un gatto più che miagolare rise/scuotendo le rugiade che si chiamano occhi…. le grandi mareggiate sono lontane e sono il deserto..” e ancora: APRILE CHE RITORNA E CHE CONSUMA NEI/GIARDINI DI GINESTRE E ACANTI, NEI/ VOLI DI PASSERI INVISIBILI E NEI CALENDARI/ APRILE CHE SGRETOLA CHE VERSA DALLE TIEPIDE/FOCI LE NUOVE NUVOLE SULLE/ SUE CARTE ANTICHE RIDISEGNA/LE ROTTE PER LE MILLE CHIGLIE DORATE_CHE/SI POSA IN QUESTA PIEGA DELLA CARENTE /EUROPA SU SCALINATE BIANCHE PALMIZI E ACQUITRINI…….. ABBIAMO SCAVATO LE MONTAGNE, GETTATO PONTI, CHE/COSA SARA’ DOMANI DI NOI?/APRILE SA /RITORNARE, ORA CONSUMA, IMBEVE I GIORNI COME/L’ACQUA FA DELLA SABBIA MORTA SPINGE I/CESPUGLI DI MARGHERITE AD AFFIORARE A ALZARE/ FITTE INGIGANTITE CORONE….”E ANCORA:”IO MEDUSA, QUELLO/PRIMA CHE IL MATTINO FOSSE ACCESO ED ERA/SEMPRE IL MATTINO, IO MATTINO, PRIMA CHE/ AMARE FOSSE AMARE IN DUE, AMARE IL DIO, IO /DIO,FARE SECCARE GLI ALBERI, SPEGNERE I FISCHI/I FLAUTI CHE SI DOVEVANO SUONARE E/DISTRUGGERE… UN SOGNO FIORISCE ANCORA IN BASSO DOVE/NON SI POTEVA CREDERE AD ALTRE FIORITURE, UN/PINO MARITTIMO PIEGATO DA TEMPESTE / ARCAICHE GENERO’ ALBE….

E’ UNA POESIA SCRITTA A S. GIMIGNANO NEL 1977 SEMPRE DA CONTE CHE DICE: QUADRIGA CHE SALE DAL MARE, CAVALLI/DI MARE E ALABASTRO, DAL LUNGO/COLLO SQUAMOSO, DELFINI COMETE CHE VANNO/
SULL’ORLO DEL MARE./QUADRIGA IL CUI VIAGGIO E’ TORNARE./DAI POZZI SEPOLTI SALGONO MOSTRI, DEMONI ALATI,” E ANCORA.., ma oltre la poesia, da cui mi sono fatto prendere forse troppo a lungo in questa occasione, colgo il tempo di un nuovo modo di comunicare e la necessità di un’espressione autentica e libera da paletti editoriali. Ho da proporre alcuni miei haiku inseriti in un progetto di ricerca espressiva pittorica che tende verso una nuova metafisica.
Un saluto e a presto.
paolo fidanzi