NONNO MOISE DETTO MOISI’N, scritto di Alessandro Togoli

Alessandro Togoli

NONNO MOISE DETTO MOISI’N

Liberamente tratto dal testo “Conta le stelle, se puoi” di Elena Loewenthal

 

Io, Moise Levi, detto Moisìn, classe 1849.

 

Nato l’anno dopo che il Carlo Alberto liberò il ghetto.

Sono partito a ventitré anni da Fossano, un mattino d’estate, con un carretto di stracci sotto un cielo sereno, denso di speranze.

A Torino, dopo sei mesi, era un autunno freddo e nebbioso; avevo un carro di stoffe e le tasche appesantite da monete di rame.

Ora ho una casa, là in via San Filippo, dove prima era il ghetto, con sotto un laboratorio e la sartoria, rallegrata di panni colorati.

Ora ho una famiglia, una moglie, molte figlie e pochi figli.

Ho fatto la guerra, la Grande Guerra, ma dalla mia casa in via San Filippo, perché troppo vecchio e svogliato per imbracciare un fucile.

E dopo sono arrivate le camicie nere e quel Mussolino là, con la sua brutta faccia, che non mi piace mica niente.

E i suoi pagliacci, vestiti da corvo, le urla, le risse, i manganelli….e la marcia su Roma.

Quel brutto muso di Mussolino, con i denti grignanti.

E il Vittorio Emanuele, il re piccolino, più basso, molto più basso e triste di me, con i baffi lunghi, più lunghi, molto più lunghi del suo cazzo, nascosto lì, in mezzo alle gambe.

No, non mi piaceva proprio niente la testa grossa di quel Mussolino.

Non mi piacevano i baffi lunghi del re.

Li ho visti insieme, la crapa pelata ed il re nano, nel 1923, a Torino, a visitare il Lingotto, vicini come amici d’infanzia.

La stessa sera mi sono rinchiuso nella casa di via San Filippo, dove prima era il ghetto.

Mi sono rannicchiato fra le cosce della mia Cesira, ed abbiamo fatto l’amore, con passione.

Come fosse l’ultima volta.

Poi, nel 1924, il Mussolino ha conosciuto Rodolfo Valentino, in visita all’Italia; sono diventati amici.

Il Mussolino s’è scoperto un grande attore, ha lasciato la politica e si è dato al cinema negli Stati Uniti d’America.

Io, la Cesira, Ida, Ritalia, Esterina, abbiamo fatto una gran festa, nella mia casa di via San Filippo, dove prima c’era il ghetto, che il Carlo Alberto aveva aperto nel 1848.

Abbiamo bevuto vino bianco kashèr Piccola Gerusalemme fino al mattino; ho pensato: “L’Eterno c’è”

Il mattino dopo sono tornato alla sinagoga, dove non andavo da anni, ed ho cantato, insieme ai miei figli, il Salmo 114 di David e celebrato la liberazione d’Israele.

 

Ritalia, classe 1884.

 

Terzogenita di nonno Moise, detto Moisìn.

Scrivo, scrivo libri, ma solo per bambini.

La mia arte è la mia vita, il mio impegno, la mia gioia.

Nel 1924, primavera 1924, il Mussolini, faccia di somaro, conobbe a Livorno lo schermidore Nedo Nadi, ormai al termine della carriera, s’appassionò della sciabola, abbandonò la politica e si preparò alle Olimpiadi di Parigi.

Allora io conoscevo molte donne, discutevamo di politica, dei nostri diritti, di ciò che volevamo e potevamo fare.

Al brutto muso di Mussolino le donne piacevano soltanto se mogli e madri.

A me, invece, piaceva l’amore, non la famiglia.

Leggevamo delle donne d’America, delle donne d’Inghilterra, di Francia, delle lotte e del diritto di voto.

Noi donne, senza il Mussolino, cominciammo ad organizzarci, a formare comitati.

Comitati di donne credenti e non credenti, ebree, cattoliche, tanto il Mussolino, il brutto muso, era andato a Parigi, all’Olimpiade, per vincere la medaglia d’oro.

Canti, incontri, cortei, scioperi, pianti e speranze.

Ma nel 1925, primavera, finalmente, il suffragio universale, quello vero, non quello finto del Giolitti del ’12, solo per gli uomini.

Il re arricciò i suoi baffi e, lento, ma non contento, firmò, con la sua scrittura svolazzante, la nuova legge per il suffragio universale.

Legge per tutti, uomini e donne, dottori e materassaie, colti ed ignoranti, poveri e ricchi.

In quel giorno del maggio 1925 splendeva un sole quasi estivo.

 

Donato, nato 1899

 

Figlio maschio primogenito di nonno Moise, detto Moisìn.

Dopo il 1925 l’Italia era cresciuta, nella monarchia democratica, come in Inghilterra.

I partiti di governo amministravano, i socialisti e i comunisti erano all’opposizione, ma pronti a dare il loro contributo.

Dopo due anni arrivò in Italia la crisi americana del 1929.

Mussolino, quel brutto muso di Mussolino, nel 1931 conobbe Vittorio Pozzo, già tenente degli alpini e Commissario Tecnico della Nazionale di Calcio.

Il buon Vittorio era in difficoltà per le rivalità fra l’Ambrosiana Inter del Pepìn Meazza e la Juventus, fidanzata d’Italia, del trio Combi, Rosetta, Caligaris.

Il brutto muso di Mussolino s’appassionò del gioco del pallone, abbandonò la politica e dette una mano per sedare gli animi e preparare i Campionati Mondiale del 1934.

Allora il governo democratico attivò uno stretto rapporto con il presidente americano Roosevelt e dall’abbraccio Italia-Usa venne una nuova politica e molti vantaggi.

Nel 1938 la crisi era ormai risolta e l’Italia s’avvicinava alla prosperità delle maggiori nazioni europee.

Fu allora che il re nano, Vittorio Emanuele III, con i baffi bianchi sempre più lunghi ed il viso sempre più triste, decise di abdicare e di morire in Egitto, fra le piramidi, insieme al figlio, allampanato e distratto.

Nell’estate del 1938 un referendum portò in Italia una repubblica democratica.

Mussolino, il brutto muso di Mussolino, portava l’Italia alla seconda vittoria nel Campionato Mondiale di Roma.

 

Riccardo, detto Ninìn, classe 1915.

 

Secondogenito maschio di nonno Moise, detto Moisìn.

Nel 1939 mi sono innamorato di Angela, cattolica…osservante.

Angela è alta, magra, lunghi capelli, volto un po’ ebreo.

Mi piacciono i suoi occhi intensi, che parlano oltre la sua bocca.

Mi piacciono le sue mani lunghe, con le unghie perfette, curate.

Le sue mani, che quando carezzano sembrano fare l’amore.

Solo a sentire il contatto, palmo contro palmo.

Mi piace guardare Angela negli occhi, che accettano in silenzio il mio amore.

Un attimo solo prima d’abbassarsi.

Fra noi solo qualche bacio, ma la sua bocca è fresca.

Le sue labbra, ancora chiuse, esprimono un desiderio che presto si realizzerà.

Presto ci sposeremo, faremo molti figli, saremo felici.

Presto. Perché quel Mussolino, quel brutto muso di Mussolino ha conosciuto Fred Astaire.

Ha cominciato a ballare ed ha lasciato la politica, per diventare una stella monidiale del tip tap.

Se fosse stato ancora al potere, avrebbe imitato quel pazzo di Hitler con le sue leggi razziali.

Mi avrebbe impedito di sposare Angela, la cattolica.

E magari Angela avrebbe sposato qualche noioso bigotto.

Frequentatore di parrocchie, con le messe cantate la notte di Natale.

Con il catechismo dei bambini e la ricostruzione vivente del presepio.

E lei, Angela, avrebbe seguito il suo tedioso marito.

Sarebbe stata presente, sempre in prima fila.

Ma con un senso di tristezza dentro il cuore.

Con un rimpianto represso di passione.

Se Mussolino, il brutto muso di Mussolino, non fosse diventato una stella mondiale del tip tap.

Insieme a Fred Astaire e Ginger Rogers.

 

Alberto, nato 1923.

 

Figlio di Emma, nipote di nonno Moise, detto Moisìn.

Mussolino, quel brutto muso di Mussolino, conobbe nel 1944 la filosofia buddista.

Se ne innamorò.

Lascio la politica e partì per il Tibet per diventare monaco.

Nel 1945 la Repubblica Italiana prosperava.

Tutti svolgevano un loro ruolo.

Il governo portava avanti le riforme.

L’opposizione era di stimolo e di confronto.

Fu così che l’Italia decise di passare al socialismo.

Non quello di Stalin, feroce e dittatoriale.

Un socialismo democratico, dove giustizia, libertà, uguaglianza si tenevano con lo stesso braccio.

Un socialismo dove non c’erano troppo ricchi e troppo poveri.

Dove ciascuno lavorava e viveva del proprio lavoro.

Dove la Stato vigilava sulla giustizia e puniva gli sfruttatori.

Fu così che vennero in Italia gli uomini più giusti, gli intellettuali più illuminati.

Einstein viveva nello stesso condominio con Gramsci e De Gasperi.

Gandhi arrivava ogni tanto a prendere il tea con Thomas Mann, Majakovskij, fuggito in tempo dalla Russia, e Cesare Pavese.

Cassola, la sera, giocava a tressette con Brecht, Herman Hesse ed un giovanissimo Pasolini.

Lo stato era ricco perché aveva confiscato tutte le ingenti risorse della malavita organizzata, degli speculatori di borsa e degli evasori fiscali.

Mussolino, quel brutto muso di Mussolino, ormai vecchio, ignorava tutto questo.

Era ormai al sesto livello di meditazione buddista. Ed aspirava al raggiungimento del Karma.

 

Elena Loewenthal ‘Conta le stelle, se puoi’

 

Il lettore non avrà difficoltà a convincersi che questa non è una storia vera. Quella vera……è svanita dentro le ciminiere dei forni crematori, nelle camere a gas, nelle fosse comuni.

Allora, ho voluto provare a non arrendermi alla verità della Storia.

A immaginarne una, inventata ma verosimile, come se non fosse successo quello che è successo. E costruirla insieme a chi non c’è più.

L’ho scritta per non arrendermi al silenzio di quei morti. Per provare, una volta tanto, a pensare alla Storia non senza di loro, ma insieme a loro. Immaginandoli accanto a me. A noi.

E’ il solo modo che ho trovato per non darla vinta a quel brutto viso di Mussolino, come direbbe nonno Moise.

 

Alessandro Togoli

ARMANDINO (da “la collina”rivista di letteratura numero 8-giugno 1987. Siena); di Paolo Fidanzi

Armandino lo vedevo tutte le mattine nella stanza numero quatto a Clinica Medica. Bianca risplendeva la sua testa, nell’aria gialla. Se lo guardavo negli occhi sorrideva: come i gatti faceva le fusa. Non rispondeva a nessuno, e a torto lo credevano sordo. Era quella soltanto una difesa, in sè la protesta contro medici e figlie, che lo obbligavano a respirare a bocca aperta, a mangiare il caffè nero coi biscotti. Spesso, ad alta voce, ripeteva: – Nun intendooo ! Siamo vecchii ! E ancora: – Vanno via tuttii !- Quando gli pizzicavo un alluce, o facevo campana col suo naso, non si arrabbiava. Non era dispiaciuto che lo facessi apposta. E sorridendo sembrava voler dire: – O birbaccione !-

Ieri mattina mi sembrò più felice del solito. Lo sguardo vivo, a mulinare sulle cose. Una strana agitazione si era impossessata di lui e lo rendeva più giovane, quasi bambino. Con voce bassa e segreta mi chiese: -E’ tempo bello ?- Risposi che fuori c’era il sole, il cielo azzurro, e pensai:- E’ migliorato!-

Trascorsero l’intera giornata e una notte di luna.

Stamani, nella stanza numero quattro  l’aria è sempre gialla, quasi tutto al suo posto,

ma il letto di Armandino  è vuoto. Già rifatto.

 

Paolo Fidanzi

“DEVO STARE TRANQUILLO”, racconto di Roberto Veracini

Devo stare tranquillo

di Roberto Veracini

(racconto di un natale contemporaneo)

Sale sul tram, affollato di gente prenatalizia, piena di pacchi, ma senza sorrisi. Lui lo nota subito, dice buon Natale a tutti, tocca le persone, vuole attenzione…Guardali, guarda che facce, non gliene importa niente, è un momento difficile, eh? Senza babbo e senza mamma, eh? Con la mi’ sorella che è andata via, eh? M’hanno mandato in ferie, ma io cosa faccio, andrò un po’ a giro, eh? Devo stare tranquillo, eh? Se no poi il cervello non funziona, eh? E’ difficile, senza babbo e senza mamma, con la mi’ sorella che se n’è andata, col m i’ cognato malato, eh?…Avrà cinquant’anni e un berrettino da adolescente, il volto un po’ grasso e gli occhi spenti, con un sorriso tristissimo e le movenze lente, calmanti, forse…E’ un momento difficile, eh? M’hanno fatto firmare un foglio per le ferie, da domani…e io che faccio, eh? Mi metto a fare il cattivo, botte da orbi, eh? Quanti giorni sono, da oggi al 2 Gennaio, ce la posso fare, eh? Se no divento cattivo, botte da orbi, eh? …E sorride, con quel suo sorriso triste e assente, mi ha preso come punto di riferimento, in quell’ammucchiata di gente con pacchi, che lo guarda schifata, ceca di stare alla larga, ma non può più di tanto, perché non c’è altro posto, tocca sopportare il folle in ferie, abbandonato alle sue fisime, che ogni tanto dice buon Natale e poi ricomincia con il suo monologo, chiedendo attenzione, un assenso o un sorriso…Devo stare tranquillo, eh? Come ti chiami? Roberto? Devo stare tranquillo, Roberto, eh? Se no faccio il cattivo, botte da orbi, ma è meglio di no, eh? Meglio di no…Devo stare tranquillo, Roberto, eh? Tranquillo. Annuisco, gli sorrido. Tranquillo…Senza babbo e senza mamma, è dura, eh? Ma io devo stare tranquillo, eh? Quando scendi Roberto? Alla prossima? Scendiamo velocemente dal tram, ognuno con i suoi pacchi natalizi e le facce senza sorrisi. Sento ancora una voce da lontano…Buon Natale, Roberto, devo stare tranquillo? Si, tranquillo…Ciao Roberto, andrà tutto bene, eh? Tutto bene…Devo stare tranquillo, Roberto? Si, tranquillo, andrà tutto bene.

Roberto Veracini

 (Dicembre 2013)