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Bruno e Blanco
Parte prima
Notte fonda.
Bruno fu svegliato da un’improvvisa emozione.
Non riusciva più a dormire.
Un chiarore attraverso la stanza.
Bruno si avvicinò alla finestra.
La luce, intensa, lo guardava con il suo avvolgente stupore.
La Luna, enorme, rotonda, ed i suoi crateri intensi come occhi cispiosi
Una Luna, bianca e rossa, annullava le stelle
Come punti insignificanti del cielo.
Fuori gli olivi, i limoni, le lantane.
Contorni netti, limpidi di luce notturna.
Bruno fu preso da una strana eccitazione, non quella che mette voglia d’amore o di fatica.
Un’eccitazione di empatici ricordi.
Bruno ripensò a poche ore prima. Ripensò alla sera, a quella sera, al tramonto sul mare.
Era Bellissimo, la spiaggia quasi deserta, non caos, non grida, non schiamazzi di bamboccioni, agitati barboncini entrecote umani, senza la simpatia dei fulvi quattro zampe.
Solo una torre mozzata lontana. Solo i i gabbiani che planavano, scendevano nella sabbia, camminavano con passi barcollanti, mettevano il loro becco dentro granelli spiaggiati.
Chissà perché?
Poi ripartivano in volo, maestosi, spiegati.
Il loro grido sembrava una risata scomposta, forse un’ironica satira dell’imperfezione del genere umano.
Il sole guardava, intiepidito, assonnato, rossastro.
Il mare accanto, frusciare di onde, senso di pace.
Il mare lambiva lentamente quel mucchietto di sabbia rialzata che al mattino doveva essere un castello di sabbia, ormai ridotto ad un mezzo torrione slavato.
Un castello di sabbia fatto da chissà quali mani.
Forse da bambini stranieri, probabilmente teutonici, con secchielli colorati e metodica precisione.
Forse da un padre, supervisore dei figli, ragioniere di Pavia, meticoloso, improvvisato, didattico costruttore di mura, garitte, camminamenti, cunicoli di sabbia.
Le onde lambivano l’ormai perso castello, distruggendolo con dolcezza, onda dopo onda.
Un dolce suono ritmato, accattivante, spietato.
Parte seconda
Un altro tramonto.
Un altro tempo.
Blanco era disteso sulla sabbia, stanco dopo uno spietato giorno di caldo e di sole.
La testa pigramente abbassata, gli occhi socchiusi.
Accanto Lei, non distesa, seduta, quasi rannicchiata, con il mento poggiato sulle ginocchia, forse pensosa.
Un giorno pesante, di metà agosto.
“Vuoi che ti legga qualcosa?”
Blanco non aveva risposto, aveva solo accennato un sì con la testa.
“Solo se vuoi, ti va Bukovski, “Compagni di sbronze”
Blanco accennò un sì, di nuovo.
“L’anima non esiste. E’ tutta una fregatura. gli eroi non esistono. I vincitori non esistono − è tutta una fregatura e una gran cagata. I santi non esistono, i geni non esistono son tutte fregature, tutte favole, è così che va avanti il giochetto. Ognuno cerca solo di tirare a campare e d’aver fortuna − se ci riesce. Il resto non sono che stronzate.”
La voce di Lei procedeva non certo in maniera perfetta, a volte si fermava, a volte incedeva in maniera incerta, insicura, incespiscava. Non era proprio una lettura da attrice navigata.
Ma il suono delle voce formava una tenera successione di parole, quasi come note musicali, dolce, del tutto in armonia con la bellezza del tramonto e la solitudine della spiaggia.
L’azzurro dei suoi occhi si confondeva con il mare e con il cielo, le sue dita, piccole e tenere, si articolavano in dolci commenti mimici, come un femminile direttore d’orchestra.
“Ci sono delle persone che devono sempre andare da qualche parte. “andiamo al cinema!” “andiamo in barca!” “andiamo a scopare!” “andate a cagare tutti quanti”, dico sempre io, “lasciatemi in pace qui. La sanità mentale è un’imperfezione. “.
Blanco in realtà non ascoltava le parole, era talmente beato da quella voce, da quella armonia sonora, da non dare importanza al testo che Lei leggeva con tanto calore.
Forse, se l’avesse ascoltata allora, la storia avrebbe avuto un’altra conclusione.
“Sai che non mi dimenticherò mai questi momenti”, disse Blanco.
“Perché, pensi che li dimenticherò io”
Ripose Lei.
Parte terza
Il tramonto, il mare, le onde, i castelli di sabbia.
Distrutti per sempre.
Ma quella sabbia, quei granelli?
Impossibile, no!!
Le onde, con il loro moto infinito, non distruggono la sabbia.
Le onde la trasportano lontano, nell’immensità del mare.
Lentamente, pazientemente.
A migliaia e migliaia di chilometri, lontano.
Sulle spiagge della Patagonia.
Sulle coste del Madagascar.
E forse un bambino, sul Mar Cinese orientale, alla foce dello Yangtzè, con un secchiello, sta costruendo, pazientemente, lentamente, con i suoi occhi a mandorla e le sue ditina agili, una pagoda o una miniatura della grande muraglia, con granelli di sabbia.
Gli stessi granelli di sabbia che molti anni prima componevano un castello sbrecciato sulla spiaggia vicino alla torre mozzata.
CONCLUSIONE
Sale, sale verso il cielo l’incapacità di agire e pensare, salgono le catene, le prigioni.
Sale la privazione di forza vitale, la perdita di speranze e di emozioni.
Sale verso l’alto il nostro inverno.
Sale, sale verso il cielo l’insoddisfazione, l’irrequietezza, l’ossessione di dominio.
Sale verso l’alto l’avidità, il mondo degli spiriti affamati.
Sale, sale verso il cielo il timore per il più forte, sale la stupidità.
Sale l’inchino cerimonioso al tiranno, la noncuranza verso il debole.
Sale, sale verso il cielo l’egoismo, la vanagloria
Sale il bisogno irresistibile di essere superiori, prevalere su chiunque altro.
Sale il disprezzo, sale l’intolleranza.
Sale, sale verso l’alto la pigrizia, sale la negligenza, sale l’apatia.
Sale, sale verso il cielo il possesso.
Sale il conformismo, l’indifferenza.
Viene, viene la saggezza.
Viene la comprensione. La compassione.
Viene la soddisfazione.
Viene la pace di essere qui.
Ora.
Senza guardare al cielo.