L’ANTROPO-CENTRISMO ED IL POST-UMANESIMO, (NELLA POSTILLA LE PRECISAZIONI); dell’insegnante Andrea Pazzagli

L’ANTROPOCENTRISMO E IL POST-UMANESIMO

del docente Andrea Pazzagli

1 – Il pensiero occidentale a differenza del pensiero asiatico (cinese, giapponese, indiano) si è da sempre caratterizzato per una forte connotazione antropocentrica che colloca l’uomo al di sopra delle altre forme di vita (animale e vegetale) da cui lo separerebbe una distanza incolmabile. La radice remota dell’antropocentrismo è da ricercarsi già nel racconto biblico dove la genesi mostra come la creazione ha il suo culmine nella creazione dell’uomo che, a differenza degli altri esseri viventi, Dio “crea a sua immagine e somiglianza”, dando all’uomo diritto di podestà su ogni animale e su ogni pianta (è noto che di ciò esistono due versioni: in una all’uomo si destina il ruolo di signore della natura, nell’altra quello di custode, ma sia nell’una che nell’altra è sancita la superiorità dell’uomo rispetto agli altri viventi).

Non diversamente anche il pensiero greco afferma la singolarità dell’uomo, il suo porsi fra gli dèi e gli animali (Aristotele, quando parla della polis, afferma che la polis è per l’uomo, solo gli dèi per un verso e gli animali per l’opposto, ne sono esclusi), e, d’altra parte, lo stesso filosofo di Stagista definisce l’uomo animale, ma il solo animale razionale, il solo animale politico e Anassagora sostiene che l’uomo è misura di tutto. E’ tuttavia vero che i Greci colgono anche la tragicità della condizione umana, l’incomprensibilità della condizione umana all’uomo stesso.

2 – Il Cristianesimo, rappresenta senza dubbio una rottura con le grandi culture, classica ed ebraica e. al tempo stesso cerca di mediarle per giungere ad una sintesi, rimane tuttavia ancorato alla visione antropocentrica ed, anzi, contribuisce a rafforzarla e consolidarla. Il Figlio di Dio che si fa uomo avvicina l’uomo a Dio: è l’uomo che ha peccato, è l’uomo che viene redento dal sacrificio del Cristo, la natura non umana è solo lo sfondo, lo scenario del dramma e della sua risoluzione (solo Paolo parla di un mondo nuovo alla fine dei tempi, ma è uno spunto che non verrà logicamente elaborato). Certo il Cristiano, certo l’uomo medioevale, può guardare agli animali ed alla natura in genere con disprezzo o con tenerezza può vederne rispecchiata la stessa bontà divina (si pensi a Francesco d’Assisi e al CANTICO DELLE CREATURE), ma l’uomo continua a porsi su di un piano a cui le creature non umane non potranno, costitutivamente, mai accedere. Nella sistemazione tomistica, che, del resto, si rifà largamente ad Aristotele, viene ribadita la visione gerarchica dell’essere, dagli angeli puri spiriti all’uomo e, solo, ha un’anima spirituale e intellettiva oltre quella sensitiva (posseduta anche dagli animali) e vegetativa (la sola che hanno le piante). Come si vede si fa una distinzione netta anche fra gli animali (possessori delle anime sensitiva e vegetativa) e i vegetali (cui è connessa solo l’anima vegetativa).

3 – La filosofia moderna (dal XV°-XVI° secolo in poi) muta radicalmente il proprio linguaggio, ma, almeno nella sostanza ultima, resta più che mai legato al principio antropocentrico, accentuandone anzi la portata. Ciò è vero in primo luogo per Cartesio (che, con il dualismo radicale di res cogitans e res estensa, assimila gli animali e lo stesso corpo umano alla macchina) e, in modo originale per Leibniz, mentre Spinoza costituisce la voce dissonante con il monismo assoluto del “DEUS SIVE NATURA” e la conseguente affermazione di un Dio impersonale (se tutto è riducibile ad UNO non c’è più spazio per la concezione gerarchica dell’essere). Tuttavia è la visione cartesiana-leibneziana a prevalere non quella spinoziana. Certamente l’uomo moderno si rende consapevole di vivere in un universo immenso “l’uomo-dice Pascal- è una canna, ma una canna pensante”; è il pensiero che lo fa unico e superiore, non solo di fronte ad animali e piante, ma anche alle stelle ed alle galassie. Quanto si è visto accadere con Cartesio e Leibniz versus Spinoza si ripete poi con Kant

e il neo-idealismo di Fichte ed Heghel (che vedono nella Natura il negativo da superare) e, dal lato opposto, Schelling che, nell’Assoluto, scorge piuttosto l’unità di Spirito e Natura (almeno nella prima fase del suo pensiero).

4 – Il secolo XVIII° con J. B. Lamark e poi più decisamente, il XIX° con Charles Darwin, e la teoria dell’evoluzione della specie abbandonano la concezione fissista della natura, secondo la quale le piante e gli animali attualmente esistenti sarebbero gli stessi che erano agli origini non avendo subito alcuna modificazione o modificazioni solo marginali. La teoria dell’evoluzione, in particolare nella versione di Darwin, sostiene che, per l’azione combinata di fattori genetici e ambientali, la Natura si è trasformata e si trasforma di continuo, alcune specie si sono evolute, altre si sono estinte, altre ancora sono radicalmente mutate. L’uomo non diversamente dal resto della natura, si è evoluto a partire da animali più primitivi ed ha antenati comuni agli altri PRIMATI. A prima vista l’evoluzionismo sembrerebbe comportare il superamento di antropocentrismo: almeno sul piano biologico è un animale come gli altri e il suo DNA non differisce che in poco da quello dei parenti più prossimi. In realtà le cose non hanno seguito un andamento così lineare e, come si vedrà all’interno del pensiero evoluzionista le posizioni in campo sono diversificate.

5 – C’è in primo luogo un evoluzionismo orientato a considerare l’evoluzione un processo orientato a far sorgere, a partire dalle forme di vita più primitive, l’autocoscienza, il pensiero, a culminare, cioè, nell’uomo, visto come traguardo, punto di arrivo dell’evoluzione stessa. E’ una visione accentuatamente teleologica e poco conta se il processo sia agito spontaneamente e inconsapevolmente dalla Natura o voluto da un Dio personale come nelle recenti teorie del “disegno intelligente”.

Anche nel pensiero del gesuita e paleontologo Theilard de Chardin si suppone che l’evoluzione sia la realizzazione di un progetto voluto da un Dio personale (che è il Dio cristiano, il Dio che si incarna), ma , e qui sta l’originalità della visione Theilardiana , l’evoluzione non si ferma all’uomo, va oltre nel senso che l’uomo si disincarna, diventa puro pensiero (per questo non sorprende che alcune filosofie post-umaniste facciano riferimento a Theilard.). L’evoluzionismo più recente è quello della così detta “Evoluzione a salti” teorizzata da Jerry Gould. I sostenitori di questa concezione ritengono che l’evoluzione non proceda gradualmente ma alterni lunghi periodi di stasi a fasi catastrofiche che cambiano completamente e in modo imprevedibile il cammino della vita (come è accaduto per seicento milioni di anni fa con la scomparsa delle specie prima dominanti e, dopo, l’affermarsi di nuovi phyla). Non c’è quindi nessun progetto pre-ordinato, la comparsa dell’uomo è dovuta a fattori casuali e imponderabili, l’uomo poteva non esserci. E’ evidente che questa versione della teoria dell’evoluzione è quella che più si attaglia ad una visione non antropocentrica e al discorso tran-umanista e post-umanista di cui andremo parlando.

6 – Quando, come qui, si parla di post-umanismo non si intende riferirci all’umanesimo rinascimentale, rispetto al quale, ad esempio, è il Barocco a venir dopo: si intende piuttosto una visione ben più ampia e articolata al suo interno, che,,nel pensiero contemporaneo (più precisamente nel pensiero del XXI° secolo) vuole oltrepassare l’uomo, andare al di là di quell’antropocentrismo che ha dominato la filosofia e la cultura occidentale (che del resto, si imposta come superiore alle altre culture e le ha profondamente condizionate almeno fino al presente). Se volessimo trovare dei precedenti delle visioni post-umanistiche nella filosofia del novecento potremmo individuarli in filosofi che, per altri versi, non solo sono distanti, ma si contrappongono: L’Heidegger della LETTERA SULL’UMANESIMO (che accusava l’umanesimo di dimenticare l’essere) e Michel Foucoult che, ne LE PAROLE E LE COSE, proclamava la morte dell’uomo dopo la morte di Dio, da una parte, dall’altra Gilles Dèleuse per il quale niente è stabile, tutto continuamente muta. E’ soprattutto quest’ultimo che, in qualche modo, si ricollega più strettamente alla svolta post-umanistica per la quale l’antropocentrismo è da abbandonare in quanto, mettendo l’uomo al centro di tutto, ne fa il fondamento e l’essenza, quel fondamento e quell’essenza che non esistono, si deve pensare senza supporre un fondamento e un’essenza, questo comporta andare oltre l’umanesimo e l’antropocentrismo.

7 – Prima di procedere, ad illustrare alcuni aspetti del post-umanesimo pare necessario una precisazione: sovente il post-umanesimo viene identificato con il trans-umanesimo che certamente, gli è affine, ma che con esso non si identifica. Infatti il trans-umanesimo sottolinea non solo il legame che dovrebbe unire i viventi (l’uomo che rinuncia alla sua superiorità pretesa e all’antropocentrismo “riconciliandosi” con animali e piante), ma soprattutto mette sullo stesso piano il vivente, a partire dall’uomo e la macchina, ipotizzando un superamento dell’umano (come fa la Holloway) e la fusione con la macchina nella figura de cyborg, cyborg che, nella visone tranz-umanista, è sola la prima tappa di un processo indefinito (non a caso il tran-umanesimo si colloca anche vicino all’accelerazionismo nelle sue diverse versioni). Il post-umanesimo come si esplicita , ad esempio, nel pensiero di Latour che ne fa il presupposto di una nuova e più coerente ecologia, valorizza in particolare le acquisizioni della scienza più recente, che portano ad avere un’immagine diversa degli animali e, più recentemente, delle piante. Il pensiero, la coscienza, la capacità di adattarsi consapevolmente agli ambienti che, finora, erano state considerate prerogative solo dell’uomo “giustificando” l’antropocentrismo, si scoprono presenti almeno in alcuni comportamenti animali e, in forme certo molto diverse, collegate al fatto che nelle piante la mobilità è molto limitata o preclusa, nella vita vegetale (in Italia è Stefano Mancuso lo studioso che ha introdotto questa tematica [se vogliamo leggere di Mancuso un sintetico curriculum e una sintesi chiara del suo lavoro scientifico secondo il seguente INDICE: Biografia-Ricerche scientifiche-Critiche-Riconoscimenti- Opere ed altro, in google cliccare Stefano Mancuso da WIKIPEDIA, l’enciclopedia libera; possiamo anche, dello stesso accademico, in questo blog, leggere la recensione di Paolo Ghelardoni di un testo di Mancuso”]. Sempre di questa tematica, Emanuele Coccia ne ha data una particolare versione con il concetto di “metamorfosi”, la vita che è una e si trasforma di continuo da una forma ad un’altra). Molti pensatori post-umanisti non respingono il presupposto, caro ai trans-umanisti, secondo cui nulla conta che certi processi avvengano in un cervello, umano od animale oppure in un oggetto artificiale come la macchina, ma non per questo mettono sullo stesso piano gli esseri viventi e le macchine che neppure esisterebbero se un essere vivente, l’uomo, non le avesse ideate e costruite. (ma, tuttavia il trans-umanista potrebbe a sua volta obbiettare che, parlando di macchine, egli intende riferirsi alle “ultime” macchine, capaci di pensare, di scegliere, di programmare le proprie trasformazioni per cui nulla conterebbe se l’origine è naturale o artificiale).

8 – Mettendo qui da parte il dibattito trans-umanisti/post-umanisti mi sembra opportuno concludere con alcune riflessioni personali.

a) La prospettiva post-umanistica, specialmente delineata da Bruno Latour, mi pare accettabile se rivolta a superare l’antropocentrismo a favore di una concezione unitaria dei viventi: soltanto abbandonando l’ideologia antropocentrica l’umanità può costituire un supporto non da padrone e da dominatore con gli altri esseri viventi (qui sta il nesso fra post-umanesimo e una nuova ecologia)

b) Ma questo non comporta che l’uomo (come le altre specie vegetali e animali) non possa avere una sua specificità che lo distingua; quindi non condivido la negazione delle essenze (in fondo ispirata a Deleuse, né l’idea di metamorfosi nell’accezione di Coccia), pensando piuttosto ad un rapporto diverso che non produca un ordine gerarchico; detto in estrema sintesi: gli esseri viventi sono differenti senza che nessuno di essi sia superiore.

c) Chalmess, che si è a lungo occupato di mente e coscienza, afferma che è senza dubbio incontestabile l’analogia tra i meccanismi che regolano la mente umana e quelli che regolano la mente animale (ed oggi diremmo anche l’equivalente della mente negli organismi vegetali). Ma, ciò malgrado, sostiene anche che nell’uomo c’è qualcosa di più (o, meglio, qualcosa di diverso). Non definisce però l’analogia, ma ribadisce che qualcosa c’è: condivido il suo punto di vista.

Andrea Pazzagli

PER LEGGERE LA POSTILLA CLICCARE SUL LINK SEGUENTE:

UNA POESIA DI GUIDO GOZZANO DELLA SUA RACCOLTA DI POESIE “LA VIA DEL RIFUGIO”, viene commentata, con spunti di riflessioni personali, “forse” fuori dalle righe (farfugliamenti emotivi che si dipanano lungo un filo razionale) per attivare un possibile dibattito alla frontiera; docenti Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia

A Rebecca Lena, interessante scrittrice e pittrice, che usa nei suoi “Racconti della Controra”, questi linguaggi umani , forse per ‘entrare’ in qualche modo, attraverso il noumeno kantiano del reale , è piaciuto questo articolo.

F.J. Varela, al termine di questo post, in maniera breve, ma chiara ed interessante, argomenta sull’ assenza di fondamenti delle Scienze Cognitive, con parole mutuate dal testo “La via di mezzo della conoscenza”, Feltrinelli 1992 cap.V°, pag.25

Su questo poeta, si possono leggere altri commenti scritti secondo un canone culturale più condiviso.

Al termine dei 4 riquadri sotto, l’articolo può essere letto anche cliccando su link “gozzano da via-del-rifugio” in maniera forse più chiara ed agile.

N.B. – In qualche passaggio si fa riferimento anche ad un nostro Sillabario cartaceo ormai estinto; ma le stesse informazioni si ritrovano in questo post!

RECENSIONE DEL TESTO “LA PIANTA DEL MONDO” DI STEFANO MANCUSO; a cura dell’accademico Paolo Ghelardoni

RECENSIONE DEL TESTO DEL PROF. UNIVERSITARIO STEFANO MANCUSO “LA PIANTA DEL MONDO,

ED. LATERZA”

a cura dell’accademico dott. Paolo Ghelardoni.

PREMESSA

Stefano Mancuso, docente ad Agraria nell’Università di Firenze, è direttore del Laboratorio internazionale di Neurobiologia vegetale, destinato agli studi sul comportamento delle piante. Questa branca è parte della botanica e studia la memoria, l’apprendimento, l’esperienza e la capacità delle piante ad adattarsi alle condizioni del luogo in cui vivono. Secondo Mancuso le piante hanno anche una forma di intelligenza, concetto che non è accettato da tutti i botanici.

Mancuso ha studiato molto la capacità delle piante e del sistema radicale, sistema che è sensibile a stimoli quali la pressione, la temperatura, l’umidità, certi suoni, le ferite, tanto che le piante sono in simbiosi e comunicano con le altre piante. Vi è da parte di Mancuso ed altri la concezione che nell’area apicale delle radici esista una struttura che evoca funzioni simili a quelle del cervello degli animali. Le piante hanno una vita sociale e una certa sensibilità, pur diversa da quella degli animali, ad esempio al suono e alla sua direzione di propagazione; l’apice delle radice è sensibile alla luce; le piante hanno il sistema circolatorio costituito da pochi organi, ma recettori diffusi in tutto il loro organismo (Mancuso ha evidenziato l’esistenza di cellule vegetali che si comportano come sinapsi dove l’auxina – sostanza naturale che stimola i processi di proliferazione delle cellule e di neoformazione degli organi influenzando fasi importanti del metabolismo vegetativo – sembra svolgere una funzione di neurotrasmettitore). Inoltre secondo Mancuso se la risoluzione di problemi è da considerarsi una definizione di intelligenza, dobbiamo riconoscere che le piante sono fornite di una intelligenza che consente loro di svilupparsi e rispondere ad alcuni problemi che incontrano nella loro vita. Esse si sono adattate agli ambienti marini e terrestri illuminati e per difendersi da erbivori e insetti nocivi hanno sviluppato numerosi adattamenti.

Stefano Mancuso ha pubblicato un volume nel 2020 intitolato “La pianta del mondo” in cui dimostra il suo innamoramento per le piante giustificando questo suo atteggiamento con la constatazione del loro enorme numero e del loro essere la fonte di vita di questo pianeta costituendo esse circa l’85% della biomassa.

Per questo docente il nostro è un mondo verde, è il pianeta delle piante. “il fatto che le piante non appaiano nelle nostre vicende o abbiano il solo ruolo di colorate comparse è frutto della totale rimozione dal nostro orizzonte percettivo di questi esseri viventi dai quali dipende la vita sulla terra”.

In questo volume l’Autore, in otto successivi capitoli, prende in esame alcune piante significative descrivendone con prosa piacevole ed interessante la storia particolare o gli avvenimenti singolari che hanno avuto come protagoniste le piante.

————-

Dapprima (La pianta della libertà) descrive un fortunato ritrovamento in un libriccino, acquistato al mercato delle bancarelle e dei libri usati di Parigi, di una mappa risalente agli anni della rivoluzione francese che riporta tutte le località d’Europa nelle quali, per disposizione della Convenzione repubblicana del 1792, doveva essere piantato l’albero della libertà (o fraternità); erano generalmente alberi di pioppo (populus) che “alzando la testa sfidano i tiranni e il loro numero supera i sessantamila”. Erano quindi diffusi quasi in ogni città o villaggio nel periodo della rivoluzione. Con dispiacere l’Autore ricorda che di questi alberi non sono rimasti che pochi superstiti in località sperdute dell’Europa.

Nella “Pianta della Città” l’Autore, dopo aver sintetizzato la nostra espansione geografica sulla terra, nota come l’uomo da specie generalista, in grado di colonizzare qualunque ambiente, si stia trasformando in un organismo specialista capace di prosperare solo all’interno di habitat particolari, quali sono le nostre città; ma se queste sono vantaggiose in termini di accesso a risorse, efficienza, difesa, dall’altra ci espongono a un rischio terribile, se queste condizioni urbane dovessero cambiare, metterebbero in pericolo la nostra sopravvivenza. Si impone il concetto di impronta ecologica, uno strumento contabile che consente di stimare il consumo delle risorse e la necessità di elaborazione dei rifiuti di una popolazione umana o di una economia in termini di una corrispondente area produttiva. Quindi le città possono svilupparsi solo perché da qualche altra parte esistono risorse naturali che vengono sfruttate per alimentare il suo sviluppo; e pianificare le città perseguendo soltanto le immediate esigenze degli abitanti è il modo più sicuro perché questi stessi bisogni in breve tempo non possano più essere garantiti. Mancuso prende poi spunto dall’opera rivoluzionaria del botanico Patrick Geddes il quale asseriva l’idea che esista un metabolismo della città e per mantenerlo funzionante la presenza delle piante all’interno dell’organismo urbano è fondamentale. Inoltre le città sono particolarmente vulnerabili al riscaldamento globale e se si riuscisse a piantare una quantità rilevante di alberi nelle città si avrebbero benefici incalcolabili con la fissazione di enormi quantità di CO2.

Ne “La pianta del sottosuolo” si supera il concetto che gli alberi siano individui isolati; molte ricerche negli ultimi decenni stanno dimostrando che non si deve parlare di alberi singoli quanto piuttosto di enormi comunità connesse che, attraverso gli apparati radicali, sono in grado di scambiarsi nutrienti, acqua e informazioni. Comunità estese che possono includere specie diverse, che basano le loro possibilità di sopravvivenza più sulla cooperazione che sulla competizione.

Ne “La pianta della musica” si fa riferimento alla tempesta di vento e pioggia (denominata “Vaia”) che alla fine di ottobre del 2018 investì, con venti a velocità superiori ai 200 km orari, una zona delle Alpi orientali, in particolare la foresta di Paneveggio nel Trentino, schiantando migliaia di piante di abete rosso (Picea abies), celebri per aver fornito il legno per i violini degli Stradivari. L’abete rosso, secondo quanto sostengono i liutai, ha una perfetta conduzione del suono dovuta ai suoi minuscoli canali resiniferi che corrono per l’intera lunghezza del tronco e che con la stagionatura rimangono cavi permettendo all’aria di vibrare al loro interno, come delle microscopiche canne d’organo. Uno dei segreti della grande liuteria del Settecento, sviluppatasi a Cremona, e che fu illustrata da celebri artigiani quali furono Antonio Stradivari, Niccolò Amati e Giuseppe Guarnieri, risiede nella possibilità che ebbero questi di utilizzare abeti caratterizzati da una crescita particolarmente lenta a cui furono soggetti a causa della cosiddetta piccola età glaciale, periodo freddo che interessò l’Europa fra il XV e la metà del XIX secolo; le distanze fra un anello di accrescimento e l’altro sono estremamente ravvicinate. La piccola età glaciale potrebbe essere uno dei tanti fattori della qualità straordinaria degli Stradivari.

La ”Pianta del tempo” consente a Mancuso di collegare lo sviluppo della dendrocronologia con le datazioni col carbonio14. Come sappiamo la pianta ogni anno produce un nuovo anello che aumenta la circonferenza del tronco e studiando la larghezza di questi anelli è possibile conoscere l’andamento del clima nelle passate stagioni. Partendo dalla possibilità di misurare i cicli delle macchie solari con i ritmi di accrescimento degli alberi negli Stati Uniti, si inizia a creare serie cronologiche sia su piante vive sia su resti di legni su rovine di antichi insediamenti aztechi. In tal modo si riesce a costruire sequenze per molti secoli indietro trovando alberi anche di 4.000 anni. Nel frattempo si scopre il periodo di decadenza del carbonio14 e quindi con tale sistema è possibile calcolare l’età di un gran numero di materiali, anche se all’inizio non ci si rende conto che la quantità di C14 non rimane costante nel tempo nell’atmosfera. I progressi della dendrocronologia permisero ben presto di calibrare queste misure in maniera corretta.

Ne “La pianta del crimine” l’Autore mostra con soddisfazione come la Botanica in alcuni casi sia stata fondamentale per aiutare la Giustizia a trovare il colpevole di un delitto e porta come esempio il caso del rapimento e morte del figlio del celebre trasvolatore Lindbergh. Per poter fornire indizi sicuri di colpevolezza dell’accusato del rapimento fu richiesta la consulenza di un esperto del Servizio Forestale del governo. L’agronomo, esaminando una scala di legno usata dal rapitore, potè dimostrare che parti di legno della scala erano ricavate da alberi che crescevano nella zona di residenza dell’accusato; poi un montante della stessa scala era stato piallato da una segheria specializzata di cui si era servito l’accusato e, confrontando l’andamento annuale degli anelli, questo corrispondeva ad un asse rinvenuto nella soffitta dello stesso accusato. In altri casi la presenza di materiale vegetale sul corpo o sugli abiti di un sospettato possono raccontarci della sua presenza o meno sulla scena del crimine, come l’esame dei pollini può fornire informazioni sostanziali. Da questo punto di vista si sono così potuti conoscere gli ultimi spostamenti effettuati da Otzi, l’uomo di Similaun, e il periodo dell’anno in cui è morto. E qui Mancuso lamenta che nessun utilizzo di competenze di botanici risulti nel vasto novero di esperti di ogni scienza contemplati nei laboratori del Reparto investigativo Scientifico (RIS) dei Carabinieri.

Nell’ultimo capitolo “La pianta della luna” Mancuso si riferisce ad un particolare episodio che ha riguardato la missione Apollo 14 del 1971. In quel viaggio a bordo della navicella si trovava anche un contenitore metallico con 500 semi di specie comuni negli Stati Uniti come liquidambar, sequoie, abeti Douglas, platani, pini; lo scopo era di confrontare la crescita di piante normalmente rimaste sulla Terra con quelle i cui semi erano stati sulla Luna. Tornati a terra i semi furono distribuiti in tante parti del mondo e presso di essi venne posta la targhetta “Moon tree” (albero della luna); poi la cosa fu dimenticata, ma negli anni Novanta, per la curiosità di una insegnante degli Stati Uniti, un archivista della NASA è riuscito a rintracciare una settantina di queste piante e da allora si conoscono specie, data di impianto, luogo e condizioni di questi reduci dallo spazio.

In sintesi il volume è un inno d’amore per le piante, che l’Autore ci invita a considerare con maggiore attenzione, ad osservarle, a comprendere l’importanza della loro esistenza perché sono intono a noi, sono la fonte della vita del nostro pianeta; le piante sono dappertutto; il nostro è il pianeta delle piante.

Prof. Paolo Ghelardoni

RACCONTI DI INGIUSTIZIE DI VITA – scritti del dott. Piero Pistoia; con commenti dei docenti Andrea Pazzagli e Pier Francesco Bianchi

PREMESSA ai versi di satira irriverente di Piero Pistoia

con lettera-commento-consigli dell’insegnante Andrea Pazzagli e mail-commento dell’insegnante Pier Francesco Bianchi (Amministratore del blog)

PERCHE’ UNO SCRITTO SUL ‘SARCASMO DI PIAZZA’ SULL’ESEMPIO DEL CELEBRE PASQUINO, LA STATUA “PARLANTE” DEL PERIODO ELLENISTA (III sec. a.C. n.) ?

La decisione di scrivere con rabbia qualcosa sul Sarcasmo di Piazza nasce in particolare da due situazioni, personali secondo interpretazioni soggettive del sottoscritto, simultanee negative che, in sinergia, mi crearono un forte disagio interno. La prima situazione, se risolta, in qualche modo avrebbe riparato e o mitigato una sconfortevole seconda situazione psicologica che, come accenna Andrea Pazzagli nella sua lettera-commento, messo al centro del post, leggibile sotto, si situa al livello “di un punto di vista violentemente antropocentrico”.

Prima situazione – Un particolare evento relativo ad un fantasioso editto su come costruire i giardinetti di paese che in pratica non avrebbe permesso, con spiate di controllo, di trasformare arbusti mediterranei al nostro confine, in grandi alberi (praticamente si voleva conformare il paese in zone condominiali) e fu la goccia che fece traboccare il vaso! Questo anche per rispettare le raccomandazione europee di arricchire anche i giardini privati di grandi alberi. Ma specialmente perché, a mio avviso, un giardino circondato da grandi alberi, anche trasformati da cespugli o arbusti, è un primo passo del procedere verso la costruzione di “posti” per gli dèi, cioè zone magiche e sacre che aiutano a spengere i dolori e le ingiustizie della vita.

Seconda situazione – Un background che attraversa tutta la mia vita lavorativa e non solo e dura tutt’oggi, una situazione psicologica, pesante dentro, che derivava da aver sopportato, nella mia percezione, per molto tempo un perverso e complesso mobbing a varie vie, costruendo anche fatti ad hoc progettando trappole – come far leggere, per criticare, i miei scritti didattici (schede, questionari, appunti…alcuni di questi scritti sono riportati in questo blog) a colleghi meno qualificati, scritti miei questi ultimi spesso pubblicati su riviste scientifiche a direzione accademica! . . .e molto altro ancora più penoso – mobbing (a varie vie), dicevo, promosso da un gruppetto stabile di ‘brave persone’ sedicenti colonne della scuola e della cultura (sic!), in un ambiente di lavoro di molti pendolari, spesso al primo incarico, con attacchi, anche sarcastici, gratuiti dietro le spalle solamente e senza possibilità di difesa, e quando capitava, con corrispondenti malevolenze su di me, sia interne all’ambiente stesso (genitori, alunni e, nel tempo, perfino docenti pendolari, nuovi presidi, pure pendolari, persone dell’Usl e del provveditorato, persino ispettori . . .), sia sulla piazza, a colpi di sarcasmo, in questo caso da parte di ceffi piazzaioli di zona, sul falso costruito ad hoc, opportunamente informati. Come quando – nel contempo ero stato nominato preside incaricato dell’Istituto – detti il permesso ad alcuni alunni di entrare 10 minuti più tardi (necessario per accordi con l’azienda dei trasporti), passando vicino ad una porta sentii qualcuno che contattava il provveditorato denunciando, con voce eccitata, questa mia decisione; ma, questa volta, sentii chiaramente, dalla risposta quasi urlata, che gli fu sbattuta , come si dice, la porta in faccia. Potrei continuare a narrare di flake news, senza alcun intervento di fatto, naturalmente!!! O quando sentii il solito gruppetto, venendo a sapere di una mia probabile nomina a preside incaricato, consigliare ad un altro insegnante, una persona corretta e di valore (questa volta!), di intervenire presso il provveditorato per impedire la nomina; e l’altro mi sembrò affermare con forza che non voleva essere in nessun modo coinvolto; infatti poi fui nominato preside incaricato che accettai. Per non parlare di quando fui nominato Giudice Popolare alla Corte di Assise di Pisa… tanto da pensare di non presentarmi e di molte altre svariate malevolenze studiate ad hoc, con astio, sempre gratuite, appiccicandomi addosso etichette che non sono le mie e non lo sono mai state fuori a questo contesto!. . . .e sappiamo tutti che cosa accade se passano di bocca in bocca….Per andare avanti, però, bisognava stringere i denti, sopportare e dare concorsi su quasi tutte le discipline scientifiche e vincerli! cosa che, a denti stretti, io ho fatto; non cosa da poco a quel tempo, dove era quasi impossibile superarli, prima dei famigerati corsi abilitanti, superati da tutti, e molto altro ancora a mio favore (per es., anche pubblicazioni di svariate decine di miei articoli scientifici e didattici in riviste a direzione universitaria e diffusione nazionale e, . . . alla frontiera della scuola. . . preparazione accurata delle lezioni con appunti e questionari corretti in classe e a più riprese risomministrati, ri-spiegazioni all’infinito e molti alunni consapevoli, ormai uomini, se le ricordano ancora, interazioni dirette con gli alunni e fra gli alunni (Bruner) per facilitare l’apprendimento in classe . . . vedere curriculum dell’autore e alcuni suoi scritti in questo blog).

L’autore fu iscritto all’albo professionale dei docenti di provincia (PI) per l’insegnamento in qualunque Scuola Secondaria Superiore, di praticamente tutte le discipline scientifiche, come da certificazione posseduta.

Leggere anche l’ “EPILOGO” nel post “Quarant’anni all’ITIS di Pomarance” scritto dalla prof.ssa Ivana Rossi

Però quando fu il tempo di andare in pensione, non avevo più denti da stringere per dare il concorso a preside!!! anche se a lungo preparato. Ma, se crediamo alla teoria della “Profezia che si auto-adempie”, mi sono conquistato, in compenso, con la mia determinazione, ma, in special modo, con gli stimoli, la stima e l’affetto e la comprensione della mia grande compagna della vita, Gabriella Scarciglia – che ha contribuito anche a mantenere unita e in buono stato la nostra famiglia, fino ad ora, per ben 57 anni! e 58 il nove gennaio 2014 – mi sono conquistato, dicevo, delle belle “s-palle-quadrate” e sono ancora in azione, anche se con un po’ d’amaro in bocca, ormai senza denti . . . da stringere! 

Oggi quasi al termine della vita (più di 86 anni), infatti, finalmente sono riuscito a circondarmi da cespugli e arbusti della macchia mediterranea diventati, quasi tutti, veri alberi giganti (Rhamnus alaternus, Viburnum tinus, Pistacea lentiscus, la Phyllirea angustipholia (Lillatro), l’antico migrato dal nord Laurus nobilis ed altre specie ospitate come Prunus laucerasus, . . naturalmente anche con alberi già esistenti cipressi, tigli e lecci, l’acero ‘trilobo’ e altri alberi importati da lontano. Oggi, all’inizio (da via del Poderino) della strada Don Mazzolari, proprio davanti al nostro muro verde, sembra affacciarsi (lo spero) anche qualcosa di simile a riformare “due argini di verde, liberi, a fare anima”, e, proprio oggi, ormai vecchio, ho ripercorso nella mente la storia di questo sofferente scritto, vedere dopo, forse al limite della poesia, modificandolo per l’ultima volta. La fine della storia avverrà però quando avremo terminato la costruzione del nostro giardino dove gli dei, costruiti nella mia mente, saranno tornati a mitigare, per poi spengere, rabbie e sofferenze per noi.

Gli interessati possono leggere in questo blog il commento del docente F. Gherardini alla poesia ‘Tornato è il tempo degli dèi’

Da continuare….

LA LETTERA_COMMENTO_CONSIGLI

dell’insegnante Pazzagli

PRIMO GIUGNO A POMARANCE

IL SARCASMO DI PIAZZA

Versi di satira irriverente di Piero Pistoia, suggerita da un personale sentire

Breve libello in risposta al tacito ‘Editto condominiale esteso’ per uniformare i giardinetti di paese

————————————————–

Sono a Pomarance tutto il giorno oggi.

In via Mazzolari due argini di verde.

Liberi a fare anima.

Gli uomini piccoli ricamano geometrie

in giardini pelati rapati costretti.

Come le idee. Quelle loro. Naturalmente.

Macchia mare cielo rispettano forme!

non geometrie.

Galileo aveva forse torto!? (1)

Ma qualcuno farà la spia. Certamente.

In questo paese. Anche sul nulla.

Più che altrove. Forse.

Vedere qualsiasi sia è confermare (2).

In questo paese ideatore di Etica.

Col sarcasmo di piazza.

Ricòniugano, sempre a colpa,

parole e atteggiamenti.

Il Certo al servizio dell’aspettativa.

Il Vero dell’invidia (3).

La Cultura del potere (4).

La Presunzione della ricchezza.

E giurano :<<La Norma è questa!!!

se non è così si brucia’ i libri!>>:

In chi, assiduo, lo cerca alberga il Male.

In chi lo vede. Spesso.

Più che altrove. Certamente.

Per meno di trenta denari. Molto meno.

Prima che il gallo canti.

Arriverà la guardia femmina con la sola Ragione.

Sua e del Codice. Le è congeniale.

Divino Ermes dove sei nascosto!? (5)

La stagione è avanzata per le piante.

Forse rimanderemo a Settembre.

Non prometto nulla. Farò quello che posso.

In questo ambito senza contesto!

NOTE

  1. Da questi giardinetti gli dei migrano in cerca di ‘posti’ (non geometrie) dove nascondersi e Ermes ne traccia i sentieri, ‘annusando’ il magico e il sacro nella Natura.
  2. Nel processo di conoscenza, non si deve cercare di verificare ipotesi, ma di falsificarle! perché questo è il solo percorso logico verso la Verità, vista sempre come concetto regolativo (K. Popper)
  3. Diventa Vero ciò che ‘inventa’ l’invidia.
  4. Potere è Cultura e indirizza la Cultura ai suoi fini. Ma il Potere non assimila a sé solo la Cultura! Circola in paese uno slogan :“Potere è Podere”. Non so che cosa significhi esattamente. Ma qualcosa significa di sicuro!
  5. Ermes umanizza il dio apollineo (Apollo) della ragione e della bellezza, solari e codificate, fornendo i suoi nuovi codici estetici.

Se vogliamo capire il senso di Posto sacro nei giardini, leggere il Post “Poesie di ‘Cose’ del Mito”. In questo blog.

Ma

“Anche se vieni da altri ferito nulla ti serve a legartela al dito, perché, sovente, chi umilia di più vorrebbe avere le cose che hai tu!!! da GIROSBLOG” e, d’altra parte…”OMNIA MEA MECUM SUNT!” dai LATINI. Inoltre qualcuno ha anche detto “se conosci i tuoi nemici e conosci te stesso supererai tutte le battaglie” e mi viene, da nonno, anche a mente il motto della Folgore (uno dei miei nipoti, dopo 4 anni nella Folgore, vince il concorso, ed ora lavora nella Polizia di Stato): <<VINCE SEMPRE – CHI PIU’ CREDE – E PIU’ A LUNGO SA PATIR>>.

Oggi ripensando a quei piccoli gruppetti di umani “stabili”, nominati all’inizio, di brave persone (si ritengono anche buonisti!) forse non odiano gli altri e neppure soffrono di invidia per essi, ma interagendo con loro, “godono” nel vedere “traballare” la vittima e, rubandoli energia, si sentono aumentare la qualità della propria vita e forse anche la lunghezza. C’è una specie di stornello toscano ad hoc che dice: “Muore la pecora e la cavalla, muore la vacca nella stalla, muore la gente piena di guai, ma i pezzi di merda non muoiono mai” e rimanendo tali per continuare a vivere, si indebolisce anche la possiblità del perdono.

Infine, come ha detto qualche altro, se ti alzi e ti gira la testa, è la pressione; se ti alzi e ti gira tutto storto, è la sfiga; se ti alzi e ti girano i “coglioni” é l‘ INGIUSTIZIA DI VITA. Uno sfogo-opinione personale: Questi buonisti ladri di anime!? la peggiore genìa!!! i quali, se questo fosse il caso, secondo il mio pensiero personale affranto, in una comunità corretta, non avrebbero dovuto essere ascoltati.

Ormai troppo vecchio, a ricordo della bernesca cultura pisana della Cella-Portone, il mio quartiere di nascita, propongo la metafora, come, forse, disse anche Dante “Non vo’ augurare ai nemici la lor morte, bensì prurito al cul e braccia corte” (difficoltà nella vita!).

In ultimo mi ricordo di un mio grande amico, ingegnere laureato con 110 su 110 e lode di Pomarance, e di grande valore anche umano, che, purtroppo ci la lasciati, quando ci si incontrava a parlare, anche al bar, di problemi di fisica da risolvere ed altro, più volte si lamentava che le persone di piazza denigravano spesso gli altri, anche se da questi non avevano mai ricevuto nessuna ingiuria o malevolenza; io, se ben ricordo, risposi pressappoco così, che il problema è legato al girare il cappello, qui si vive tranquilli se riesci a far girare il cappello agli altri, altrimenti sei tu che lo devi girare con rassegnazione; anch’io non sono mai riuscito a far girare il cappello a un altro, ma nemmeno a girarlo davanti a qualcuno! per natura non mi è congeniale.

I precedenti versi della poesia furono fatti leggere, a suo tempo, alla polizia municipale che li approvò

MAIL-COMMENTO Del dott. PIER FRANCESCO BIANCHI (amministratore del blog)

Caro Piero  

Ho letto e riletto il tuo ultimo scritto. Mi sarebbe piaciuto leggere anche le altre poesie del libello come “Al bar di primo mattino”. In questa poesia e nello scritto precedente fai una analisi un po’ della tua vita. Te sempre costretto a fare concorsi , a darti da fare per insegnare nel modo migliore,   mentre altri, penso per invidia, a metterti i bastoni fra le ruote.  Certamente l’ editto sui giardini sarebbe stata una cosa davvero scandalosa, come il comune volesse entrare nella vita privata dei cittadini per dettare le sue leggi.  Nei paesi e in particolare a Pomarance vi sono varie cricche di persone che cercano di fare mobbing su chi non la pensa come loro e certamente come diceva Dante, il modo migliore per vivere e sopravvivere è  “Non ti curar di loro ma guarda e passa”. Nel posto di lavoro certamente queste voci hanno un peso, ma fuori di esso il peso si alleggerisce di molto. Ritrova le tre poesie che hai scritto . Mi farebbe piacere rileggerle.

Un caro saluto

Pier Francesco Bianchi

Curriculum di Piero Pistoia

Vedere in questo blog in altri curricula dello scrivente.

NOTE DI FILOSOFIA: OLTRE IL MITO DEL DATO, DA CARNAP A QUINE; del docente Andrea Pazzagli

(quattro paragrafi)

Post in via di sviluppo

Per leggere l’articolo scorrere le tre pagine sotto o si può anche cliccare, sotto il riquadro di 3 pagine, sul link: “pazzagli-note- filosofiche-1”

Per integrare alcune notizie e chiarimenti su Quine (a nome di Piero Pistoia ed altri), cliccare dal sito il tag “Quine”

LE EMOZIONI POETICHE DI PIERO PISTOIA: commenti a più voci, post aperto; docente Andrea Pazzagli e dott.ssa Stefania Ragoni, al tempo dirigente scolastico

Post già pubblicato il 19-agosto 2014, ma riproposto per renderlo di nuovo visibile.

PREMESSA DI PIERO PISTOIA (editore del blog) eventuale da scrivere

PER INGRANDIRE LO SCRITTO CLICCARCI SOPRA
I commenti che seguono sono stati rivisitati dall’inserto cartaceo ‘Il Sillabario’

ASPETTI DIONISIACI DELLA POESIA

DI PIERO PISTOIA

Dott.ssa  STEFANIA RAGONI 

piero_pistoia_poesiek1

Leggere, per es., in questo blog “Poesie di caccia e Natura” di Piero Pistoia

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

IL MITO E LA POESIA DI PIERO PISTOIA

Insegnante ANDREA PAZZAGLI 

piero_pistoia_comk

SENTIMENTO DELLA NATURA DI PIERO PISTOIA

 di ANDREA PAZZAGLI

La filosofia, dicevano i Greci, promana dallo stupore che pervade l’uomo di fronte al mondo, al libero manifestarsi (alèteia) di quella phisys che non si lascia mai completamente comprendere dalla ragione calcolante della scienza, della tecnica, delle metafisiche razionalistiche.

Non diverso dal filosofo è il poeta: è poeta chi sempre di nuovo sa meravigliarsi e dire la sua meraviglia davanti allo spettacolo del mondo, sempre uguale eppure sempre diverso, se nuovo sa essere l’occhio che lo contempla.

A ciò probabilmente pensava anche pascoli quando paragonava i poeti ai fanciulli (poetica del fanciullino); i poeti ed i fanciulli condividono la prerogativa di sapersi ancora stupire, sanno, ancora, non essere banali e non rendere banale il mondo circostante.

Questi pensieri si affacciano alla mente mentre leggo o ascolto le poesie di Piero Pistoia. Sono versi, appunto, mai banali e riescono ad esprimere, spesso con forte efficacia, un senso di profonda partecipazione all’Essere, di comunione con la Natura ( intesa nell’accezione greca di phisys, non quella oggettivante dei Positivisti) non facile da trovarsi. Non c’è in questi versi alcuna imitazione di D’Annunzio e dei suoi panismi, piuttosto l’espressione del legame fra noi e ed il mondo, tra noi e la Natura, che, una volta, era forse dato dal senso comune, ma che, oggi, solo le parole della poesia sanno ancora esprimere. La campagna, il bosco, il fiume, i declivi, le piagge: ecco i luoghi della poesia di Pistoia, luoghi dove ora va a caccia e che, nella memoria e nei versi, tuttavia si confondono con quelli, geograficamente e temporalmente lontani, dell’infanzia già remota. Luoghi, visioni: ma, va notato che, per Pistoia il dato visivo non è mai isolato, si arricchisce, si sostanzia di altre sensazioni, più forti, più carnali, più animali quasi, soprattutto uditive e olfattive. Chi (e anche Pistoia è fra questi) ha varcato il limite della maturità, raramente è esente da una vena di nostalgia per un passato sentito perduto e irrecuperabile: nostalgia si respira in effetti anche in talune di queste poesie, ma senza che mai divenga tono dominante, che mai riesca a spegnere la corposa energia di vivere che rimane tratto distintivo.

Resta da dire del linguaggio poetico. Non voglio azzardare giudizi ed analisi, ma credo che i lettori converranno nel riconosce la sciolta, agile eleganza di questi versi che, senza riferimenti troppo espliciti, mostrano però come l’autore abbia fatto propria la lezione della poesia del primo Novecento.

Gli interessi scientifici  di Pistoia, le sue incursioni in svariati campi del pensiero, non sono senza eco nelle sue poesie: numerosi i rimandi a teorie scientifiche e matematiche, frequenti le parole tratte da vocabolari settoriali. Ma (ed è questa una riprova della solidità del linguaggio poetico dell’autore) queste parole. questi rimandi, non stridono affatto, si inseriscono anzi nel contesto, lo arricchiscono e ne fanno esempio della necessità, oggi centrale, di ibridare discipline, esperienze e vocabolari.

LE POESIE DI PIERO PISTOIA SUL BLOG SONO RAGGRUPPATE, FRA L’ALTRO  (es. TERREMOTO IN MOLISE- Vangelo secondo Luca…),   ALLE SEGUENTI VOCI (tags)

Riflessioni non conformi

Poesie di paese

Fatica di vivere

Memoria memoria…

Poesie di caccia e Natura

Poesie di “cose” del mito

Solo rassegnazione

Tempi perduti

ALCUNE RIFLESSIONI SULLA POPOLAZIONE DELL’UCRAINA, dell’accademico dott. Paolo Ghelardoni

PREMESSA

Ho allegato alcune riflessioni sull’Ucraina riguardo alla sua

popolazione; niente di originale ma ho raccolto da fonti diverse dati e

notizie che mi sembrano interessanti sulla difficile situazione attuale

e futura di questa popolazione che è destinata ad un avvenire molto duro

e che risente delle lotte fra occidente e Russia e ne paga sulla sua

pelle i disastri.

Con una superficie quasi doppia dell’Italia (570 mila kmq) nel 2010 aveva una popolazione di 45 milioni di abitanti per 2/3 concentrata nelle città; tra queste la capitale Kiev (2,5 milioni di abitanti), poi Karkov (1,5), Dnipropetrovk (1,1), Doneck (1,1), Odessa (1,05), Leopoli (0,8) e altri capoluoghi di provincia vicini al mezzo milione di abitanti.

Già dal 1990, quando aveva una popolazione di 51 milioni di abitanti l‘Ucraina ha visto una forte riduzione di questi causata dal peggioramento delle condizioni economiche e sociali dovute alla dissoluzione dell’Unione Sovietica per cui una forte emigrazione sia verso i paesi occidentali che verso i paesi dell’ex-URSS, aveva ridotto a 45 milioni gli abitanti nel 2010. I continui sommovimenti politici per l’alternarsi al potere di presidenti filorussi e filoccidentali, una forte corruzione, un apparato giudiziario in parte compromesso dalle influenze politiche, una libertà di stampa limitata, hanno contribuito all’insicurezza della popolazione inducendola a cercare paesi più tranquilli. Il sistema educativo è invece relativamente solido con un tasso di alfabetizzazione al 100%, un livello delle scuole primarie e secondarie molto elevato con un numero crescente di studenti universitari; ciò che dà una buona qualificazione alla popolazione in genere.

Come diversi stati europei, compresa l’Italia attualmente, il bilancio demografico è negativo, cioè le morti superano le nascite. L’Ucraina oggi, senza le repubbliche del Donbass, del Lugansk e la Crimea, ha una popolazione di poco più di 30 milioni di abitanti dei quali circa 7 milioni si sono trasferiti nelle aree occidentali del paese meno pericolose, ben 3,5 milioni sono fuggiti all’estero, forse migliaia i morti per i bombardamenti e i combattimenti; ridotto il numero dei lavoratori costretti alle armi sottraendo una forte capacità produttiva al paese; difficoltà di sviluppo economico che rende la nazione dipendente dagli aiuti esterni; diminuzione enorme della capacità di riproduzione della popolazione.

Prendendo in esame alcuni recenti dati statistici infatti la situazione demografica ucraina presenta serie difficoltà. Il tasso di crescita è del 6,6 per mille, un tasso di decessi del 14,7 per mille e l’aspettativa di vita dei maschi è di 66 anni e delle femmine di 76; il tasso di fertilità è di 1,3 bambini per donna, molto al di sotto del tasso di sostituzione che è del 2,1, quindi forte declino demografico anche per la mortalità infantile doppia di quella europea. Negli ultimi 25 anni, pur con sensibili oscillazioni da un anno all’altro, la popolazione è diminuita di quasi 300 mila persone l’anno.

L’Ucraina è uno dei paesi più poveri d’Europa, stime recenti le danno un reddito medio mensile inferiore ai 300 euro con una situazione aggravata dal covid-19 per le evidenti situazioni di carenze socio-sanitarie.

La massa di profughi in libera uscita dall’Ucraina ha il carattere di una evacuazione. Si sta sottraendo popolazione alle aree urbane e quindi si colpisce la capacità del sistema terziario (servizi, commerci), si sottrae popolazione al secondario compromettendo le industrie e diminuisce la popolazione rurale che costituisce il nerbo della produzione agricola e primaria anche nelle esportazioni. Il fatto che ad emigrare siano soprattutto donne e bambini non è un vantaggio; qui le donne procreano poco ma lavorano più degli uomini e i bambini che se ne vanno sono generazioni che si perdono e non saranno disponibili quando il paese ne avrà più bisogno; rimangono i vecchi e i maschi adulti risorse precarie per la guerra. Di fatto il paese, che da otto anni è in più o meno intensa guerra civile, si priva di tutte le risorse economiche e demografiche per condurla. (F.MINI, La guerra demografica. In “Ucraina.La guerra e la storia.Paper First.2022)

Tra i paesi interessati all’emigrazione ucraina, l’Italia accoglie un consistente numero di Ucraini che rappresentano la quarta comunità tra le nazionalità extra-Ue. La composizione è fortemente sbilanciata a favore del genere femminile con il 78,6% di donne contro il 21,4% di uomini.

Nel nostro paese con l’invecchiamento della società e la crescente partecipazione delle donne alla forza lavoro si è creata una corrispondenza puntuale e perfetta fra la domanda delle famiglie italiane di una manodopera economica (atta a lavorare con gli anziani a tempo pieno) e l’offerta di donne bianche, cristiane, di mezza età e sole provenienti dall’Ucraina. Nel gennaio 2020, ultimo rapporto del ministero italiano del Lavoro, i 230.639 cittadini ucraini in Italia rappresentavano la quarta comunità extra-Ue e il 6,4 dei cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti; gli ultrasessantenni raggiungevano un’incidenza del 24,6% mentre i minori erano solo il 9,1%.

La tipica rappresentante dell’emigrata ucraina è una madre che garantisce il benessere economico della sua famiglia sacrificando il proprio, subendo un processo di svalutazione radicale; spesso ben istruita e qualificata, in Italia trova solo lavori sottostimati e mal pagati nel settore domestico e assistenziale. Questo le permette di risparmiare su vitto e alloggio e poter effettuare rimesse in patria anche molti anni dopo la partenza; nel 2021 gli ucraini hanno spedito a casa 141 milioni di euro.

“L’espatrio è vissuto dalla stragrande maggioranza delle ucraine in Italia come una sospensione della storia personale, un momento transitorio della loro vita, con il piano di restarvi un solo anno o due, guadagnare abbastanza per risolvere i problemi economici a casa e aiutare i figli ad avviare la propria strada verso l’indipendenza. E invece il soggiorno in Italia si protrae per anni trattenendole in una condizione precaria e marginale. Il ritorno, che resta intenzionalmente l’obiettivo principale di molte, diventa mito e miraggio. La situazione di instabilità permanente impedisce loro sia di integrarsi pienamente nel tessuto culturale italiano sia di mantenere una posizione sociale nel paese di origine.”

La maggioranza (oltre il 90%) degli immigrati ucraini in Italia proviene dalle regioni occidentali storicamente non russe anzi con una forte separazione di fede, lingua e storia con Mosca che anche la diaspora italiana mantiene viva.

Quanto all’altra minoritaria russofona rimpiange il passato sovietico della zona orientale con condizioni economiche e lavorative un tempo migliori e considera russi e ucraini un popolo solo.

In sostanza l’integrazione della minoranza ucraina in Italia rimane incompleta; essa è fondata non su famiglie complete ma su un numero massiccio di madri che svolgono lavori di ripiego e che sono mosse dall’intento nel rientrare a casa nel giro di un paio di anni; per cui chi arriva si sente sempre un po’ in transito. Tutto questo suggerisce un’integrazione dimezzata che fortunatamente non significa ghettizzazione. (G.CRISTINI, La diaspora ucraina in Italia divisa dal Dniepr. Limes. La Russia contro il mondo.2022.).

La precarietà della permanenza e l’incertezza per le sorti del paese sono notevoli tenendo conto anche del fatto che con la guerra nel Donbass del 2014 lo sviluppo del paese era gravato, prima dell’invasione del febbraio 2022, da 13 mila morti, 33500 feriti, 1,5 milioni di persone costrette alla fuga, il 7,2% del territorio espropriato o non più sotto controllo (la sola regione di Doneck prima del conflitto ospitava il 10% della popolazione totale, produceva il 20% del PIL e il 25% delle esportazioni) un danno complessivo che secondo le diverse stime va dai 70 ai 300 miliardi di dollari. E le sue conseguenze sulla psiche collettiva hanno senza dubbio incentivato il proposito di allontanarsi il più possibile dalla Russia; infatti nel giugno 2021 una ricerca nel paese aveva accertato che il 65% degli ucraini era favorevole ad interrompere o ridurre la collaborazione con la Russia e la sua influenza sul paese. (F:SCAGLIONE, Senza Urss niente Ucraina. Limes. CCCP. Un passato che o passa.2021).

Dopo il 2014 e fino al 2021 è emigrato dell’Ucraina verso la Russia più di un milione di persone e questi russi erano occupati in genere nel settore industriale e in quello pubblico ed erano in media più istruiti, tra loro molti professori e scienziati. Un altro elemento da considerare per il difficile futuro dell’Ucraina.

BREVE RIFLESSIONE SU UNA GUERRA ATTUALE, FRA LE TANTE SUL PIANETA, APPENA INIZIATA, MA STRANAMENTE CON “AFFLATO” MONDIALE; dell’accademico dott. Paolo Ghelardoni

PREMESSA

Dopo quasi 100 giorni di guerra fra Ucraina e Russia, data la difficoltà di cogliere e valutare gli eventi storici nell’immediato, alla domanda “Come esperto accademico di geografia economica, cosa ne pensa? Il dott. prof. Paolo Ghelardoni risponde con una sua breve sintesi.

a cura di Piero Pistoia

UN BREVE PENSIERO SU UNA GUERRA LOCALE, APPENA INIZIATA, MA CON ‘AFFLATO’ MONDIALE

del dott. prof. Paolo Ghelardoni

Quanto a questa guerra io penso come molti che avrà una tregua solo quando Putin avrà conquistato qualcosa che non gli faccia perdere la faccia e gli Ukraini cederanno qualcosa. Dei precedenti che hanno portato a questa situazione (dal 2014) non sono molto informato. Dei vari talkshow televisivi spesso con personaggi buoni solo a fare canaio e sopraffarsi nella discussione l’unico che so essere veramente informatissimo e imparziale è Lucio Caracciolo il direttore di Limes.

Alcune delle sue riviste degli ultimi mesi riportano infatti giudizi di esperti di varia estrazione e di vari paesi veramente imparziali. Indubbiamente l’Ukraina è stata aggradita ed oggi tutti o quasi riconoscono il suo diritto a difendere la sua indipendenza; ma è un paese che aveva molta corruzione e pure oligarchi propri che tenevano soprattutto ai loro interessi e…. [molto altro]. Sta pagando il fatto di essere ormai terreno di scontro fra occidente e oriente con enormi distruzioni di case e infrastrutture e migliaia di vittime innocenti, al centro anche di vitali interessi energetici e di risorse alimentari e minerarie necessari per il mondo intero. Mi sembra poi che non ci sia granché voglia di cercare la tregua e sia un’occasione per molti paesi di incentivare l’industria degli armamenti sempre proficua per tutti. Vedere tutte quelle distruzioni e vittime ci riporta alla seconda guerra mondiale. Speriamo che finisca presto.

Dott. Paolo Ghelardoni

Nota editore -Pur breve, intervento a contenuto, forse, più verisimigliante (neologismo introdotto da Popper; cercare col tag “Popper” per il suo significato) di molti altri, su cui costruire le valutazioni.

TENTATIVO DI ARRICCHIRE CON FOTO ESPLICATIVE LA POESIA: “AI SASSI NOSTRI FRATELLI” ( I MAMMELLONATI DI MONTEBUONO); del dott. Marco Chiavistrelli

Per leggere questo articolo cliccare sul link sopra.

Per leggere gli altri scritti di M. Chiavistrelli, da questo blog, digitare il tag “Marco Chiavistrelli”.

Per leggere gli articoli che riguardano lo studio dei sassi ‘mammellonati’ cliccare da questo blog “Sassi mammellonati”

Un interessante tentativo analogo, meno complesso (pittura/musica), in questo blog, è stato realizzato dal Dott. Paolo Fidanzi, abbinando brani musicali ad un dipinto di Picasso (GUERNICA):

039

Per quest’ultimo tentativo cliccare sul tag “Paolo Fidanzi”, dal blog.

APPUNTI SU STRUMENTI UTILI PER UNA LEZIONE SCOLASTICA EFFICACE PER L’APPRENDIMENTO, di Andrea Pazzagli; a cura di Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia

(lezioni per preparazione a concorsi)

Un buon insegnamento per un apprendimento efficace e quindi per una ‘costruzione’ di una buona lezione partecipata, richiedono almeno strumenti offerti dallo studio della Pedagogia e della Filosofia.

A TAL FINE OFFRIAMO AL LETTORE GLI SCRITTI IN PIU’ PARTI DI ANDREA PAZZAGLI

______________________________________

POST DA CONTINUARE……

PARTE PRIMA

(3 paragrafi)

1° PARAGRAFO: La Pedagogia Strutturale nei suoi motivi fondamentali (DEWEY – BRUNER)

Verso la fine degli anni ’50 il mondo culturale e giornalistico fu scosso da accese polemiche. Di fronte agli improvvisi successi spaziali dell’URSS un noto personaggio dell’establischement militare, l’ammiraglio Richover denunciava la presunta decadenza scientifica dell’USA, attribuendola al ruolo grandemente negativo per la formazione intellettuale dei giovani giocato dall’educazione attiva, predicata da John Dewey, e preoccupata solo dell’equilibrio affettivo e del buon adattamento sociale dell’individuo. Poco tempo dopo la pedagogia di Dewey era fatta oggetto, nel libro appunto intitolatao “Dopo Dewey, di un nuovo attacco critico da parte dello psicologo Jerome Bruner. Le argomentazioni di quest’ultimo erano certo fondate su fatti non meno contingenti. Bruner sostiene che tale concezione poteva forse essere di quelle su cui aveva fatto leva l’Ammiraglio Richover, ma un punto in comune era costituito dal rimprovero rivolto a Dewey di trascurare l’aspetto intellettuale, l’istruzione in nome dell’adattamento sociale. Anche se egli si cautela con il riconoscimento del grande ‘valore storico’ dell’opera e del pensiero del Dewey, Bruner ne critica radicalmente le concezioni più significative, proponendo una vera e propria svolta pedagogica. Come è noto il primo articolo di fede del ”Credo Deweiano” postula l’educazione come funzione esclusiva dell’adattamento dell’individuo alla società, la struttura grazie alla quale egli riesce a partecipare della cultura del gruppo cui appartiene. Bruner sostiene che tale concezione poteva forse essere valida allorché il Dewey la formulò, ma non lo è certo oggi, nel contesto di una società sollecitata da un tanto più intenso dinamismo e nella quale all’individuo è richiesto di continuo un alto coefficiente di creatività intellettuale: proprio la formazione di un intelletto in grado di rispondere e reagire alla società piuttosto che adattarsi ad essa passivamente dovrebbe, per Bruner, costituire il fine primario dell’educazione nel mondo contemporaneo. D’altra parte Bruner critica il punto di vista sociale della pedagogia deweiana anche da un’altra angolazione che potremmo definire conservatrice: sulla scorta della concezione dell’uomo che si configura oggi, dopo le scoperte di Freud e della psicanalisi che nella natura umana hanno scorto ineliminabili lati oscuri, negativi, sfuggenti al controllo razionale della volontà, Bruner ritiene di non poter condividere l’ottimismo di Dewey circa la possibilità di creare una società migliore per mezzo di una migliore educazione. L’educazione non può più essere dunque nè come l’organo dell’adattamento né come l’organo della trasformazione sociale: essa deve configurarsi come istruzione e fornire l’individuo dei più ampi poteri intellettuali possibili.

Conseguentemente Bruner rifiuta la tesi di Dewey ed in genere della educazione progressiva che tende ad identificare la scuola con la vita, l’esperienza dell’apprendimento con l’esperienza “tout-court”. Per la verità egli non ritorna alle tesi tradizionali della separazione della scuola dalla vita, dà piuttosto al problema una soluzione nuova: per lui la scuola deve ben essere vita, ma un tipo particolare di vita, o se si vuole, momento particolare finalizzato. Si avverte in questa idea l’eco delle suggestioni montessoriane del bambino “mente assorbente”, dell’età evolutiva, e specialmente dell’infanzia, come età dell’apprendere. A questo tema se ne rifà immediatamente un altro: quello dell’interesse. Per Dewey infatti la scuola deve essere vita perché l’interesse ad apprendere nasce solo dai bisogni vitali e in vista della loro soluzione. L’interesse muove, insomma, dalla prassi ed in essa si risolve, pur contribuendo al progredire della prassi stessa verso livelli sempre più alti. Invece per Bruner l’interesse non si lega necessariamente alla prassi né necessariamente in essa si risolve, esiste l’interesse motivato dal bisogno d’apprendere come tale, da una misteriosa “curiosità” insaziabile e senza scopo apparente, un desiderio di sapere disinteressato nella misura in cui non è collegato a problemi pratici, ma tutt’altro che artificioso e innaturale, perché anzi il suo senso affonda nella dimensione più profonda dell’uomo. Bruner ci rivela un altro volto dell’uomo: l’uomo naturalmente cognitivo.

Il nostro percorso peraltro, focalizzato sull’insegnamento delle scienze naturali e della fisica, è giusto si interessi ad altri aspetti emergenti dalla problematica bruneriana: la prospettiva strutturale delle singole discipline.

La pedagogia pre-attivistica insisteva notoriamente in modo esclusivo sulle materie di studio, su contenuti dati e conclusi che la mente dell’allievo dovrebbe semplicemente assimilare: in poche parole essa si curava solo della grammatica e della matematica, trascurando del tutto Gianni. Dewey, e in genere l’attivismo, aveva ribaltato questa impostazione sottolineando l’importanza assolutamente preminente della conoscenza della psicologia dell’allievo: per restare all’esempio di sopra contava Gianni soltanto e si trascuravano la grammatica e la matematica. Bruner, rifacendosi ai risultati da lui raggiunti nel corso di lunghi anni di studio sui processi di apprendimento, perviene ad una nuova formulazione che non è, si badi, la somma delle due precedenti richiamate: non si tratta, infatti, di badare alle materie di studio e, in termini di giustapposizione, alla psicologia del discente, ma di conoscere Gianni in situazione di apprendimento della matematica o della fisica o della grammatica, ciò in quanto il pensiero adotta strategie e diverse strutture che delimitano e specificano le varie materie, i vari campi della conoscenza. Bruner non si schiera affatto a favore di un ritorno al nozionismo tradizionale: anzi egli ribadisce con forza l’esigenza, resa del resto imprescindibile dal moltiplicarsi attuale delle nozioni e dalla loro rapida obsolescenza, di non sovraccaricare la mente del bambino con molta merce di scarto, ma di riversarci poco oro. Quest’oro è costituito dalle così-dette idee madri, dalle strutture portanti di ciascuna materia, che il discente può scoprire solo se, fin dall’inizio, verrà condotto a lavorare mentalmente come lavora lo scienziato di quella determinata branca della scienza: soltanto facendo realmente fisica si apprende la fisica, soltanto procedendo come i matematici la matematica e così come ogni altro ramo del sapere. C’è un’eco, in questa identificazione tra apprendimento e struttura, fra metodo per apprendere una scienza e metodo di quella scienza, dall’idea comeniana dell’”insegnare tutto a tutti”, ma c’è anche, per quanto nel contesto di un discorso diverso e per certi versi opposto, un’assonanza con l’identità didattica e cultura postulata da Gentile e dall’idealismo pedagogico. Conviene ora esplicitare, comunque, le più importanti conseguenze di tale principio: non è tanto un metodo che si deve ricercare quanto una pluralità di metodi che rifletta la pluralità delle strutture e dei procedimenti che caratterizzano e distinguono le varie discipline; nessun programma di studio di una disciplina determinata è formulabile se non con la collaborazione degli scienziati che coltivano la materia oggetto del programma. L’elaborazione di un programma di biologia abbisogna dell’apporto dei biologi, di chimica dei chimici, di antropologia degli antropologi. C’è soprattutto bisogno di sapere che cosa è una scienza, quali sono la sua struttura e il suo metodo caratterizzanti. L’apprendimento della fisica non è un’eccezione: è richiesta preliminarmente una definizione della teoria e del metodo fisico, problema difficile che ha costituito l’oggetto di gran parte delle discussioni di filosofia della scienza in questo secolo, come appunto ci proponiamo di sommariamente ricostruire.

L’altro aspetto di cui pare opportuno ancora accennare è la concezione dell’esperienza in questo secolo, a proposito della quale Bruner insiste, in accordo con molti tra gli orientamenti più significativi della psicologia contemporanea, sul carattere non primario e “selvaggio”dei dati esperienziali, che si presenterebbero, invece, già essi filtrati secondo particolari strutture e schemi percettivi. Concezione che pone, evidentemente, difficili interrogativi a quelle filosofie (com’è il neo-positivismo del Circolo di Vienna) che dell’evidenza sensoriale fanno il loro unico fondamento e delineano, al contrario, una convergenza con tendenze come quella di Popper che assegnano un ruolo autonomo e importante all’ipotesi.

Note bibliografiche:

1 ) J. Bruner, “Dopo Dewey: il processo di apprendimento nelle due culture”, Armando, Roma

2 ) J. Dewey, “Il mio credo pedagogico (antologia di scritti)”, Nuova Italia, Firenze

3 ) J. Bruner, “Verso una teoria dell’istruzione”, Armando, Roma

______________________________________________________________________________________________

N.B.Per leggere altre informazioni su BRUNER di A. Pazzagli, cliccare, in questo blog, sul tag “Percorso di pensiero di Bruner”; per le leggere qualcosa sulla epistemologia di Feyerabend e ancora su Bruner, di Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia, cliccare, in questo blog, sul tag “Cose alla ‘rinfusa’ di Bruner e Feyerabend.

_______________________________________________________________________________________________

2° PARAGRAFO: Principio di Verificazione e Circolo di Vienna

IL neo-positvismo (o empirismo logico) nasce per iniziativa di un gruppo di scienziati, prevalentemente fisici o matematici, riuniti, all’inizio egli anni ‘2, nel Circolo di Vienna (anche poi, a causa delle leggi raziali, quasi tutti saranno costretti a migrare negli USA). Essi intendono contrapporsi alle filosofie idealiste e irrazionaliste, all’inizio del secolo avevano posto fine all’egemonia del Positivismo Storico; al tempo stesso, però, abbandonarono alcuni aspetti del Positivismo Classico che ne fecero una metafisica mascherata, ispirandosi piuttosto al pensiero di Mach e di Arvenius (1) , Tra i rappresentanti di maggior spicco sono da ricordare Otto Neurath, Rudolph Carnap e Maurito Schlick (quest’ultimo ucciso da uno studente reazionario nel 1932), alle riunioni del Circolo parteciparono per un certo periodo anche Godel, Wittgenstein (le cui tesi, come esposte nel Tractatus, sembravano coincidere con quelle dei positivisti) (2) e Karl Popper, filosofi che in seguito si allontanarono decisamente dagli orientamenti del Circolo. Il neo-positivismo si caratterizza in primo luogo con la sua radicale critica di ogni metafisica. Esistono enunciati, quali quelli della matematica e della logica, che possono essere veri/falsi ma che non dicono nulla sul mondo ed altri enunciati, quelli dell’esperienza empirica, che dicendo qualcosa del mondo, possono essere veri/falsi; gli enunciati della fisica o della teologia, invece, nn sono nè veri nè falsi, semplicemente non hanno senso (3) . Asserire che “l’Essere è uno” o che “Dio esiste” nn è nè vero nè falso, è solo insensato.

Riprendendo un’idea già formulata da Bertran Russel i neo-positivisti pensano i grandi problemi filosofici altro non siano equivoci generati da un uso errato del linguaggio. La scienza a partire dalla fisica che è vista come la scienza per eccellenza, si fonda solo sull’osservazione e sulla successiva formulazione di teorie che possono essere messe alla prova di esperimenti che le verificheranno o falsificheranno, verificando/falsificando gli enunciati empirici da essi estrapolati. L’epistemologia neo-positivista ha dunque il suo principio base nella verificazione ed è esplicitamente verificazionista, Se una teoria viene verificata diventa pietra angolare dell’edificio della scienza che si presenta quindi come una costruzione solida e stabile alla quale si aggiungono sempre nuovo “mattoni”, nuove teorie. Ciò presuppone naturalmente che i neo-positivisti sostengano proprio il principio di induzione, non tenendo conto delle critiche che da esso aveva mosso Hume e che saranno invece alla base degli sviluppi del pensiero di Popper, del suo distacco e, poi, della sua contrapposizione al neo-positivismo.

Note bibliografiche:

  1. Reichenbach ” Nascita della filosofia scientifica” Il Mulino,Bologna.

2. Wittgenstein “Tractatus logicus-philosophicus” Einaudi, Torino

3. Ayer “Linguaggio, verità e logica” Feltrinelli, Milano

3° PARAGRAFO: L’impossibilità induttiva di Karl Popper e il Principio di Falsificazione [fra parentesi quadre appaiono, qua e là, note dell’editore del blog, Piero Pistoia]

L’empirismo classico e, nelle sue orme, il positivismo logico, insistono molto sull’osservazione ponendola a base della stessa scienza come avrebbe del resto fatto lo stesso Galileo (in realtà gli studiosi più recenti del grande pisano ritengono ben più complessa la questione). Conseguentemente quando si chiede di dare più spazio alla scienza nella scuola si ritiene prioritario educare gli alunni allo spirito di osservazione. Karl Popper nell’opera “Logica della scoperta scientifica” che nel 1935 ne segna il distacco dal neo-positivismo, manifesta il suo disaccordo chiedendosi “Osservare…, ma cosa? E perché?” Non si può osservare il mondo nella sua totalità indifferenziata, l’osservazione che pure ci sarà, verrà dopo. Prima sarà necessario individuare un aspetto della realtà che richiami il nostro interesse, che susciti curiosità, insomma cogliere un problema, quindi cercare di risolverlo osservandone attentamente le dinamiche (ecco il momento dell’osservazione) e alla fine formulare l’ipotesi che, successivamente corroborata, darà risposta ai nostri interrogativi. [ Non sarà però ‘verificata’ perché non è ancora certo che il risultato sia vero! come vedremo dopo! Per indicare questa incertezza useremo il verbo corroborare; nota dell’editore del blog]. Il pensiero di Popper, il razionalismo critico, appare quindi più vicino al pragmatismo che non al positivismo logico. Ma Popper non si ferma qui, una teoria scientifica per essere davvero tale deve indicare quali eventi, quali circostanze, potranno corroborarla o al contrario falsificarla. Ne “La società aperta e i suoi nemici” lo scienziato austriaco accusa l’astrologia e la psicanalisi, ma anche il Marxismo di essere pseudo-scienze in quanto mancano di precisare a quali condizioni le loro teorie risulteranno falsificate (lo stesso Popper riconosce che Marx aveva indicato alcune condizioni, ma i suoi seguaci di fronte al loro non verificarsi, hanno modificato le teorie così da renderle “sempre corroborate”, ciò equivale a renderle “sempre false”.

Il punto nodale è, però, un altro: corroborazione e falsificazione sono a-simmetriche [verificazione e falsificazione non lo sarebbero! nota dell’editore], nel senso che se una teoria è stata corroborata non è detto rimanga vera in tempi diversi, la falsificazione non è ancora arrivata, ma potrebbe arrivare. (I cigni che ho visto finora sono bianchi, ma in futuro potrei vedere cigni neri). E’ il principio di induzione che Popper nega decisamente e la scienza è scienza su palafitte, scienza in cui di continuo alcune teorie cessano di essere corroborate, mentre altre lo diventano , ma soltanto momentaneamente. Lo scienziato allora possiede verità temporanee (cioè corroborate) non verità assolute. [Se non riusciamo a falsificare una teoria in nessun modo, Popper dice che essa ha grande “verisimiglianza” ( vedere con il tag: Dario Antiseri), un neologismo, concetto regolativo della verità; così le teorie da secoli accettate si avvicinano sempre più al vero, cioè alla realtà delle cose; il concetto neologico popperiano di “verisimiglianza” così sembra salvi la fisica! nota dell’editore]

Anche l’atteggiamento di Popper verso la metafisica diverge da quello dei neo-positivisti: le teorie dei Pre-socratici, ad esempio, hanno avuto il merito di porre problemi che poi sono stati oggetto della ricerca scientifica, quindi la metafisica non è affatto un residuo inutile.

Il principio di falsificazione acquista valore nell’insegnamento delle scienze. L’epistemologia di Popper offre interessanti suggestioni per il rinnovamento della didattica della fisica e dell’insegnamento scientifico in generale, suggestioni che convergono con le impostazioni avanzate della pedagogia bruneriana accennata all’inizio.

In primo luogo se è vero che le stesse teorie scientifiche non debbono essere corroborate [la verificazione è un concetto regolativo! nota editore], ma falsificate, allora l’immagine della scienza da trasmettere ai discenti non è più quella di un sapere dogmatico e indiscutibile, bensì quella di un sapere che continuamente muta, che si de-costruisce cercando il nuovo piuttosto che ribadire le vecchie certezze. La scienza insomma non è certezza , ma ricerca continua e se, la si trasforma in dogma, non è più autentica scienza. [naturalmente nessuno nega che il mondo della tecnica e della tecnologia, che costruiscono meccanismi fondati sulla scienza, siano sempre più verisimili alla realtà, e, dicevamo, nessuno nega che funzionino, ma solo in una dimensione di spazio-tempo relativo a dove possono o potranno arrivare gli umani! nota editore] Si è detto che Popper, non diversamente dal pragmatismo, fa iniziare il procedimento scientifico dalla scoperta dei problemi. La medesima realtà può essere vista scontata, ovvia, e quindi non problematizzata o al contrario incuriosirci e porci domande per far nascere problemi. Educare alla scienza a fare i primi passi sulla via della scienza, significa quindi educare a vedere problemi e porsi domande. [ es., nei bienni superiori ci rechiamo nei laboratori avendo già individuati e discussi problemi e formulate già ipotesi in classe e così domande da sottoporre agli esperimenti; consapevoli che i risultati che otterremo hanno un intervallo di errore; noi valuteremo i risultati corroborati nell’ambito dell’errore; naturalmente sveleremo ai discenti anche i dati corrispondenti più verisimili riportati nei testi quelli più vicini al vero! nota editore]

Dal problema nascono a loro volta le ipotesi: studiata la situazione, fissatene i termini, si passa alla formulazione di ipotesi, si cerca di rendere consapevoli i discenti che un’ipotesi, per essere davvero tale, deve prevedere sia i fatti che potrebbero corroborarla sia quelli che la falsificherebbero, sottolineando come, in caso venga corroborata, ciò non implica affatto che non possano esserci situazioni impreviste che potranno falsificarla in futuro.

Al di là della comprensione dei concetti fondamentali della disciplina (della fisica come di qualsiasi altra scienza) l’obbiettivo vero dell’insegnamento formativo [diciamo fino al biennio superiore; a differenza della formazione tecnica o tecnologica; nota editore] deve essere la creazione di menti critiche che si pongono punti interrogativi e formulano ipotesi, piuttosto che accontentarsi di dogmi consolidati.

Note bibliografiche:

  1. Popper “Logica della scoperta scientifica” Einaudi, Torino
  2. Popper “La società aperta e i suoi nemici ” Armando, Roma
  3. Popper “La ricerca non ha fine” Armando , Roma

____________________________________________________________________________________

N.B.

[Per chi volesse guardare da altra prospettiva la teoria “verificazionista” espressa dalla proposizione logica falsa della “fallacia nell’affermare il conseguente [(H->Q) U (Q)->H]” ( falsa è la proposizione: se l’ipotesi H prevede lo stato sperimentale Q e si realizza Q allora è vera H) o la teoria “falsificazionista” espressa dalla proposizione logica vera del “modus tollens [(H->Q) U (non-Q) -> (non-H)]”, cercare in questo blog il tag “Manichei e Iperboli” (autore Piero Pistoia), ovvero della stesso autore, cercare anche il tag “Dalla Scienza alla Narrazione” e “Breve riflessione ed epilogo epistemologico”, e, in qualche modo, anche “La teoria e la realtà”. Nello stesso post di Manichei ed iperboli si può leggere anche qualcosa degli interventi critici sulle ipotesi e dati sperimentali del pensiero di K. Popper, con il tag “Duhem – Quine” (forse, per integrare, leggere anche “NOTE DI FILOSOFIA” specialmente il 4° paragrafo che parla di Quine; di A. Pazzagli).

Per quanto riguarda l’insegnamento della fisica tenendo conto dell’epistemologia di Popper, cercare sempre su questo blog il tag “Insegnamento della fisica” (ancora autore Piero Pistoia) in particolare nella parte IV.

Se interessati, da non trascurare di leggere anche l’articolato post “Appunti sul pensiero di J. Bruner prima 1988 ed altro sull’auto-aggiornamento” a cura di Andrea Pazzagli e P. Pistoia, per non accennare agli altri interventi di Pazzagli in particolare sulla filosofia moderna (basta in questo blog cercare: Pazzagli).]

_____________________________________________________________________________________________

Andrea Pazzagli