FRATTALI … ED ALTRO del docente di ruolo di fisica Loris Mannucci

Frattali .. ed altro di Loris Mannucci

 

Vedere anche “FRATTALI LOGICA E SENSO COMUNE” a cura del dott. Piero Pistoia, che cerca di cogliere alcune interazioni possibili col mondo culturale ed educativo attuale; post aperto anche ad altri interventi: Dott.ssa Franca Soldateschi “PARADIGMA DELLA COMPLESSITA’ “

MECCANICA QUANTISTICA: appunti per una lezione; del dott. prof. Giorgio Cellai; post aperto

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 2 1999

FONDAMENTI DELLA MECCANICA QUANTISTICA 

(del Dott. Prof Giorgio Cellai)

Da rivedere!

Parte 1°

Le parole “Meccanica Quantistica” non fanno parte dell’insieme delle nozioni indispensabili pur nell’attuale società tecnologica; acquistano significato per chi studia Chimica alle superiori, anche se è difficile andare al di là di una conoscenza superficiale; in realtà la Meccanica Quantistica costituisce il vero fondamento di quella disciplina, e questo può bene giustificare il senso di frustrazione in preda al quale si trovano (con 2/3 ore settimanali di lezione ed allievi senza le adeguate basi matematiche….) tutti i colleghi insegnanti di Chimica che conosco. Le cose migliorano, ma solo un pochino, se l’insegnante, di Fisica stavolta, riesce a ritagliare per l’argomento uno spazio consistente all’ultimo anno di Liceo; ciò è difficile, perché occorre fornire una buona conoscenza preventiva di elettromagnetismo per poter descrivere la crisi attraverso la quale è passata la Fisica prima di giungere ai risultati di cui ci vogliamo occupare.

Per una conoscenza soddisfacente sembra ormai chiaro che ci vuole l’Università, e anche un corso di Laurea a carattere scientifico sufficientemente specialistico; vorrei affrontare ugualmente l’argomento cercando di fornire, in questa prima parte del mio lavoro, delle idee generali sul significato della parola “Meccanica” e sull’evoluzione che questa ha avuto negli ultimi cento anni, culminata appunto nella Teoria Quantistica.

Alla fine del ‘600 Isaac Newton aveva definitivamente messo a punto l’impianto di una nuova meccanica che superasse quella di Aristotele risalente a parecchi secoli prima, concludendo il lavoro teorico e sperimentale di altri scienziati suoi predecessori (su tutti senz’altro il nostro genio pisano Galileo Galilei). La Meccanica è lo studio dei moti dei corpi materiali: per tale studio occorre descrivere il moto con appropriati strumenti, sia di misura (per trovare risultati numerici dall’esperienza) che matematici (per interpretare tali dati alla luce di leggi generali più semplici ed eleganti possibile). Tutti i moti su cui Newton aveva misure a disposizione furono da lui interpretati alla luce di un numero ristretto di principi: le famose tre leggi che prendono appunto il nome di Meccanica Newtoniana, o Classica, come si dice oggi. Tutti i corpi macroscopici di cui si conoscono le modalità di interazione (dai pianeti alle palle di biliardo agli zampilli di una fontana) obbediscono alle leggi di Newton; tali leggi hanno la veste matematica di relazioni tra grandezze fisiche vettoriali, cioè quantità dotate (come la posizione, la velocità, l’accelerazione) di una direzione, un verso e un valore numerico positivo o al minimo nullo che si chiama intensità o modulo. Con la seconda legge in particolare:

F = m*a             (1) 

la teoria di Newton fornisce, in funzione delle diverse possibili modalità (forze F) di interazione, l’accelerazione a del corpo in questione; dalla conoscenza di questa si può ricavare in funzione del tempo il vettore posizione del corpo, cioè predire istante per istante dove esso si trova con la cosiddetta Legge Oraria del Moto. Il calcolo della Legge Oraria si traduce nella risoluzione di quella che tecnicamente è chiamata un’equazione differenziale, quale è per l’appunto la seconda legge che fornisce una relazione tra posizione, velocità, accelerazione e tempo; il fatto è che la velocità e accelerazione sono grandezze legate alla posizione essendone le derivate (prima e seconda) rispetto alla variabile tempo. Cosa sia esattamente la derivata di una funzione è tipicamente oggetto di studio dell’ultimo anno delle superiori, nella parte dedicata all’Analisi Matematica: non mi posso addentrare nell’argomento ora, ma risulta chiaro che il problema fisico diventa un problema di calcolo e dopo Newton (che aveva fatto nel suo sforzo di fisico teorico delle scoperte fantastiche di Analisi Matematica!) molti matematici hanno lavorato a questo settore facendolo evolvere adeguatamente alla risoluzione di complicati problemi di moto, il tutto in perfetto accordo con le leggi di Newton. Tra i risultati fondamentali della Teoria delle equazioni differenziali ce ne è uno intuitivamente evidente e di grande importanza nel problema del moto: in un’equazione contenente al massimo derivate seconde rispetto alla variabile indipendente (per fissare le idee il tempo t)la soluzione, cioè la funzione che soddisfa identicamente l’equazione, esiste ed è unica se si fissano ad un dato istante t0 il valore della funzione e della sua derivata prima. Questo è proprio il caso della seconda legge: il vettore accelerazione infatti è la derivata seconda rispetto al tempo del vettore posizione, che è la nostra funzione vettoriale incognita. Insomma, se conosco posizione e velocità ad un certo istante t0 il moto ad ogni istante successivo è univocamente determinato; la teoria di Newton è una teoria deterministica.

I giochi ormai sembrano fatti; problemi fisici concettuali proprio non ci sono, può capitare semmai di sbattere la testa in un problema di moto con un tipo di forza complicato da trattare matematicamente. Ci penseranno i matematici, ci sono apposta: Einstein per esempio aveva il proprio “matematico personale” (pare che ne avesse cambiati diversi….). Perché allora la meccanica quantistica? Perché qualcosa cominciò a non funzionare con l’avvento della teoria atomica e con le sempre maggiori evidenze sperimentali a suo favore. Non è possibile qui dilungarsi (anche se sarebbe molto interessante!) in un’esposizione storica dei problemi che si ponevano ai fisici teorici nell’applicare le leggi di Newton ai sistemi atomici; evidentemente la Meccanica Newtoniana avrebbe dovuto funzionare anche su scala microscopica per essere veramente generale, ma vi erano difficoltà teoriche sia per conciliare di per se’ la seconda legge di Newton con le leggi dell’Elettromagnetismo (equazioni di Maxwell) che nell’applicarla anche al più semplice modello atomico (atomo di idrogeno): un nucleo (protone) carico positivamente e un elettrone carico negativamente in interazione elettromagnetica tra di loro. Il risultato drammatico era infatti che l’elettrone non avrebbe potuto orbitare intorno al protone per più di qualche centesimo di miliardesimo di secondo, essendo costretto a perdere energia irraggiando onde elettromagnetiche e a cadere sul nucleo facendo “collassare” il sistema.

Ai primi del secolo, definitivamente accertata la natura corpuscolare (atomica) della materia, Niels Bohr tentò di costruire un modello teorico dell’atomo di idrogeno (dopo quelli completamente “newtoniani” di Thomson e Rutherford) che superasse la difficoltà del collasso per irraggiamento e inoltre interpretasse correttamente il comportamento assai singolare dell’interazione tra la luce e le sostanze gassose (spettri dei gas). Ma questo modello, la cosiddetta Prima Meccanica Quantistica (1913), ammetteva ancora come valida la meccanica Newtoniana pur aggiungendovi delle ipotesi ad hoc logicamente incoerenti con essa…. era tutto fuorché una teoria elegante!

Per convincerci dell’infondatezza della teoria di Newton e anche di quella di Bohr nello spiegare il comportamento dei costituenti microscopici della materia, immaginiamo di voler fare una misura della posizione di un corpo microscopico per poterne descrivere il moto. La cosa più naturale è “fotografarlo”, cioè raccogliere attraverso un apparato sperimentale adatto alle circostanze (macchina fotografica, cinepresa, occhio …) la luce proveniente da esso nell’istante prescelto per la misura. Vogliamo fare ciò per un elettrone, un corpo microscopico estremamente abbondante in natura: lo irraggiamo con un fascio luminoso e raccogliamo con un sistema ottico (oculare) la luce diffusa dall’elettrone, deducendo da ciò la sua posizione all’istante in cui è investito dal fascio; questo vuol dire in realtà “vedere” l’elettrone. Ma è a questo punto indispensabile un’osservazione sulla natura della luce, altro capitolo affascinante della fisica: in realtà anche la luce ha una natura corpuscolare, cioè è composta da particelle elementari dette fotoni. Il nostro problema diventa lo studio dell’interazione tra il nostro elettrone e un fotone che si “urtano”: il fotone incidente viene deviato nell’urto con l’elettrone, un po’ come per due palle da biliardo, raccolto dal sistema di lenti dell’oculare e osservato (diciamo con una lastra fotografica o simile). Ovviamente però anche l’elettrone subisce una variazione del suo vettore velocità, che non può essere nulla; c’è una legge generale della Fisica che si chiama conservazione della quantità di moto e che ci può informare su tale variazione. Brevemente, la quantità di moto p è definita come il prodotto della massa m di un corpo per il suo vettore velocità: in un sistema di corpi che interagiscono solo tra loro (detto isolato) come il sistema elettrone-fotone la somma delle singole quantità di moto delle particelle è costante nel tempo, cioè non cambia anche se durante l’interazione ognuna delle p cambia. Consideriamo il nostro fotone, che viene rivelato dopo aver attraversato l’oculare: questo ha un proprio asse e un’apertura angolare che consente di ricevere fotoni di direzione non parallela al proprio asse e di “focalizzarli” sullo schermo rivelatore. Il fotone che arriva potrebbe allora avere una componente della velocità ortogonale all’asse che noi non possiamo controllare con il nostro sistema di misura. Ciò comporta per la definizione precedente un’indeterminazione della componente ortogonale della quantità di moto che può essere stimata con le formule della Teoria della Relatività valida per i fotoni. Il suo ordine di grandezza vale:

px = h/ . sen (chiamando x la direzione ortogonale all’asse dell’oculare)

Qui è l’angolo di apertura, la lunghezza d’onda della radiazione associata al fotone e h una costante fondamentale (detta di Planck e introdotta agli inizi del secolo con la prima Meccanica Quantistica) che vale h=6.6×10-27 erg. sec.. Tale valore di px è lo stesso anche per la px dell’elettrone: la loro somma è infatti costante e quindi le loro indeterminazioni devono essere opposte, cioè uguali in valore assoluto, che è ciò che stiamo qui valutando.

Si può rendere arbitrariamente piccolo px prendendo grande (corrispondente a fotoni molto poco energetici) e piccolo. Nasce però un problema inatteso: da tempo i fisici sapevano che ogni sistema ottico di rivelazione, come il nostro oculare, comporta un limite intrinseco di risoluzione dovuto a un fenomeno fisico fondamentale che si chiama diffrazione della luce. Secondo la teoria della diffrazione, la luce proveniente da un punto si vede in realtà sullo schermo come una macchiolina, per cui due punti molto vicini appaiono indistinguibili sullo schermo di osservazione quando le due macchie si sovrappongono. L’ordine di grandezza dell’indeterminazione “di principio” per la posizione lungo la direzione x del nostro elettrone vale, secondo la teoria della diffrazione:

 x = /sen

 Qui, come si vede per rendere piccolo a piacere x dovremmo invece diminuire o aumentare !….infatti si verifica facilmente, moltiplicando le due indeterminazioni, che

 px . x = h         (2)        (relazione di indeterminazione)

Questa è una relazione tra ordini di grandezza che è alla base della Meccanica Quantistica. La nuova teoria formulerà tale relazione in modo matematicamente più rigoroso, ma il suo significato fisico è già chiaro nella nostra versione approssimata.

Attenzione: l’ordine di grandezza del prodotto delle due indeterminazioni non è mai minore di h qualunque siano le procedure sperimentali adottate per la misura di posizione; se cerco di migliorare la precisione di p peggiora quella di x in obbedienza alla (2) e viceversa. Questo è letale per la teoria di Newton, che postulava la possibilità di misurare contemporaneamente x e vx (e quindi px)! Qualcuno può pensare che questo sia solo un problema tecnico dei fisici sperimentali: nella teoria io posso “immaginare di poter misurare” x e vx a un dato istante e poi far partire il sistema veramente bene… Nulla di più sbagliato concettualmente perché la Fisica è una scienza che si basa sul concetto operativo di misura; quando tale concetto non si può fondare oggettivamente, non si può far finta di nulla….E’ una situazione un po’ simile a quella del concetto di tempo (vd. precedenti articoli sul Paradosso dei Gemelli): era intuitivo e ragionevole pensare che il tempo t non dipendesse dal sistema di riferimento inerziale scelto, ma questo non è vero per velocità abbastanza grandi, sperimentalmente irraggiungibili ai tempi di Newton; diciamo che l’assunzione, corretta in prima approssimazione e coerente con i dati sperimentali di un tempo, si è rivelata in genere falsa. Così la relazione di indeterminazione, che la Meccanica Quantistica porrà alle sue basi, boccia la Meccanica Newtoniana, pur “elegante” e comunque funzionale per i moti dei corpi macroscopici. Ma perché allora lì funziona così bene? Perché il valore numerico piccolissimo di h rende le due indeterminazioni x e px inosservabili a livello di corpi macroscopici. Si pensi ad un pur piccolo pallino da caccia; posso misurarne la posizione iniziale con un apparato sperimentale molto preciso e otterrò comunque un piccolo errore strumentale “fisiologico” x; dell’indeterminazione px = h/x non mi accorgo assolutamente in una misura di velocità, essendo assolutamente trascurabile rispetto all’errore strumentale.

Povero Newton! Non si poteva accorgere certo né del principio di indeterminazione, né della relatività del tempo. Lo possiamo ben giustificare: ci sono voluti più di due secoli di lavoro teorico, sperimentale e di crescita tecnologica del pianeta per poter svelare questi fatti di natura.

L’esposizione finora svolta mi sembrava indispensabile per mettere a fuoco il problema; siamo a questo punto in condizioni di esporre i postulati della nuova teoria e cercherò di farlo nella seconda parte di questo lavoro.

 Parte 2°

Nella chiacchierata del numero precedente de ” Il Sillabario ” ho cercato di discutere i motivi della crisi della Meccanica Newtoniana. Questo insieme di ipotesi fisiche, tradotte in leggi matematiche semplici ed eleganti, è stato verificato sperimentalmente fin dai tempi di Newton con risultati eccellenti per quanto riguarda il comportamento dei corpi macroscopici. La sua crisi è nata con le scoperte di vari fatti sperimentali riguardanti fenomeni atomici, ai quali veniva spontaneo applicare lo schema teorico di Newton ( che chiameremo da ora ” fisica classica “), con risultati però in aperta contraddizione con l’esperienza. Le considerazioni che seguono non tengono conto dell’altro versante su cui si abbatte la crisi, cioè quello delle ” alte velocità “: in sostanza la fisica classica, oltre che essere inadeguata se applicata al moto dei corpi microscopici, lo è anche se applicata al moto dei corpi, anche eventualmente macroscopici, in moto con velocità v dell’ordine della velocità della luce c; abbiamo già trattato l’argomento alcuni numeri fa parlando di Relatività e paradosso dei gemelli. La meccanica quantistica “ordinaria” di cui cercherò di dire qualcosa ora è quella non relativistica, cioè si applica a velocità piccole rispette a c, come per esempio quelle degli elettroni negli atomi, e fornisce predizioni teoriche estremamente ben verificate nella maggior parte dei fatti di natura che cadono sotto i nostri sensi. Ricordo (vd. numeri precedenti) che l’apparato matematico della fisica classica è imperniato nel calcolo del vettore posizione r(t) di un corpo in moto nello spazio ordinario (euclideo) tridimensionale in funzione del tempo t. Lo stato di un sistema costituito da un punto materiale di massa m in eventuale interazione con altri corpi (chiamiamo punto materiale un corpo “elementare”,di cui si trascura l’eventuale stato interno, per esempio di rotazione intorno a un proprio asse) è allora completamente specificato se se ne conoscono i vettori posizione e velocità a un dato istante e le forze di interazione con l’esterno; le leggi di forza danno luogo ad equazioni che, risolte, forniscono posizione e velocità agli istanti successivi. Punto e basta. Come già discusso nel numero precedente però, posizione e velocità di un corpo non si possono misurare, e quindi definire, contemporaneamente, e quindi lo schema logico appena descritto è destituito di senso. Bisognava ripartire con principi completamente nuovi, e questo fu fatto da vari fisici teorici ( W. Heisenberg, E. Schrodinger e P.A.M. Dirac sono forse i nomi più importanti) negli anni venti dopo il primo tentativo di N. Bohr nel 1913 a cui avevo già fatto cenno nel numero precedente; proviamo ad affrontare l’argomento.

Se l’ambiente matematico della fisica classica era lo spazio vettoriale tridimensionale della geometria euclidea, quello della meccanica quantistica è ancora uno spazio vettoriale, ma di natura completamente diversa, e molto più difficile da descrivere!

A questo scopo è indispensabile dire qualcosa su cosa i matematici intendono esattamente per spazio vettoriale: è un insieme di oggetti (i vettori) su cui si definisce un’operazione di prodotto per un altro oggetto (detto scalare) che tipicamente è un numero reale o complesso, da cui si genera un nuovo vettore. Se il numero è reale l’operazione corrisponde nello spazio ordinario dei punti euclidei all’allungamento o accorciamento del vettore senza cambiarne l’orientazione, con eventuale ribaltamento rispetto al punto di riferimento se il numero è negativo. Se il numero è complesso tutto peggiora; intanto bisognerebbe dire per bene cosa è un numero complesso, e l’argomento non è banale; purtroppo nel nostro spazio vettoriale quantistico gli scalari sono proprio numeri complessi. Le conseguenze fisiche di ciò sono abbastanza rilevanti ma contentiamoci di dire che questo tipo di insieme numerico (che per esempio chi ha studiato Elettrotecnica conosce bene) contiene gli ordinari numeri reali come sottoinsieme quindi si può ancora immaginare il prodotto in molti casi come allungamento o accorciamento. L’altro fatto rilevante è che due vettori si possono sommare tra loro ottenendo un terzo vettore (nello spazio ordinario euclideo con la famosa regola del parallelogramma); la somma e il prodotto per uno scalare si possono combinare (e si parla appunto di combinazioni lineari tra vettori) ottenendo, a partire dalla scelta di un certo numero di vettori detti di base, tutti i vettori dello spazio moltiplicando ogni vettore di base per coefficienti scalari arbitrari e sommando tra loro tutti i vettori ottenuti. Ad esempio nello spazio ordinario euclideo il minimo numero di vettori combinando i quali si può ottenere un qualsiasi (cioè ogni…) vettore dello spazio è tre; così in generale si definisce una base in uno spazio e si dice che questo ha dimensione n se ha n vettori di base. Sempre nello spazio euclideo si può scegliere una terna di base (utile anche se non obbligatorio) costituita di vettori giacenti in direzioni ortogonali tra loro: si pensi agli spigoli di un cubo che fanno capo ad un dato vertice; questo dell’ortogonalità tra vettori è un altro ingrediente fondamentale della nostra ricetta e occorre per esso l’altra piccola digressione seguente. In geometria “ortogonale” ha come sinonimo la parola “perpendicolare”, è cioè collegata all’idea di coppia di direzioni “ad angolo retto”. Senza entrare nel merito sui modi di definire questo concetto in geometria elementare, è importante qui collegarlo a quello di prodotto scalare tra vettori. Quest’ultima è un’operazione che a due vettori dello spazio associa uno scalare (da cui il nome) che come già detto nel nostro spazio quantistico è un numero complesso; due vettori si diranno poi ortogonali quando il loro prodotto scalare è nullo. In fisica classica, quindi per i vari vettori tridimensionali che la popolano, (posizione, velocità, quantità di moto, accelerazione, momento angolare etc.) il prodotto scalare è un ingrediente fondamentale, nel definire per esempio il lavoro di una forza o anche il flusso di una grandezza vettoriale attraverso una superficie; in meccanica quantistica lo è forse ancora di più, essendo moltissime grandezze fisiche rilevanti della teoria riconducibili a prodotti scalari tra vettori quantistici. Ho parlato per un bel po’ di matematica; ora forse ce la facciamo a parlare un po’ di fisica come vorremmo.

Gli stati fisici di un sistema che obbedisce alla meccanica quantistica sono rappresentati dai vettori di un particolare spazio (appartenente alla categoria dei cosiddetti spazi di Hilbert), detto appunto dei vettori di stato; se due vettori rappresentano entrambi uno stato possibile per un sistema, così è per una loro arbitraria combinazione lineare a coefficienti complessi, e questo è un postulato fondamentale dalle conseguenze pesanti. Il nostro spazio ha tipicamente dimensione infinita, cioè non ci si fa ad esprimere un arbitrario vettore di stato come combinazione lineare di un numero finito di vettori di base; in molte situazioni questa circostanza non è comunque drammatica perché la base scelta della base, pur essendo questa costituita da infiniti vettori, consente comunque di lavorare con combinazioni lineari finite; esiste poi anche il modo, seppure non banale, di sommare infiniti vettori…Quello che può restare ancora, e giustamente, oscuro a chi legge è di che tipo di vettori si tratti. La risposta a questa domanda è proprio legata alla scelta della base, che, pur dipendendo dal tipo di problema, è legata agli assiomi fisici e all’apparato matematico della teoria nel modo a cui cercherò ora brevemente di accennare.

Se si misura una certa grandezza fisica in un sistema in cui vale la nostra nuova meccanica (per esempio l’energia, o la posizione, di una particella) si ottengono vari possibili risultati numerici; il fatto completamente nuovo è che ci sono dei risultati proibiti, e proibiti anche in un modo bizzarro del tutto estraneo alla fisica classica. Un esempio celebre, e già evocato nel numero precedente, è quello dell’atomo di idrogeno, costituito da un solo elettrone vincolato elettricamente da un protone carico di segno opposto a costituire un unico sistema; si può supporre immobile il protone, molto più pesante, e studiare gli stati di moto dell’elettrone nel campo elettrico generato dal protone. Ebbene, risulta che le energie dell’elettrone nei suoi stati legati (i corrispondenti delle orbite ellittiche), che sono negative in base alla scelta dell’energia potenziale universalmente accettata dai fisici, non possono avere arbitrari valori negativi come ammesso dalla fisica classica, ma un insieme discreto (quantizzato) dato dalla formula

(1)          En = -R/(n2)

con R costante (detta di Rydberg) e n arbitrario numero intero positivo, detto numero quantico principale. I valori nella (1) sono i cosiddetti livelli energetici dell’atomo di idrogeno; sono responsabili degli spettri di emissione e di assorbimento dell’idrogeno, cioè della successione di frequenze della radiazione elettromagnetica emessa o assorbita da un campione di atomi di quella specie. Questa sorta di ” carta di identità “, diversa per ogni specie atomica, è per l’appunto associata al tipo di dipendenza dell’energia, che è in generale più complicata di quella della (1) ma che è collegata comunque a ” numeri quantici “, del tipo di n, che compaiono in modo naturale nella teoria.

Per cercare di capirci qualcosa di più, accettiamo il fatto sperimentale che le energie degli elettroni degli atomi sono quantizzate e supponiamo che in generale le grandezze fisiche osservabili possano assumere valori discreti come l’energia della (1), accanto ad un eventuale insieme continuo, ad esempio tutti i possibili valori contenuti in un intervallo, limitato o illimitato. Chiameremo autovalori tali possibili risultati di una misura della grandezza fisica data; l’apparato della teoria consente di associare ad ogni grandezza fisica “seria” ( in buona parte le stesse della fisica classica più altre puramente quantistiche come ad esempio lo spin) un operatore che agisce su ogni vettore dello spazio per ottenere un nuovo vettore. Il fatto fondamentale è che con l’operatore associato ad ogni osservabile (termine quantistico che sta per grandezza fisica) possiamo calcolare di essa gli autovalori risolvendo un’equazione così costruita: se chiamo H l’operatore e un vettore di stato, l’equazione è

H=           (2)

con vettore opportuno e numero reale da determinare. Il simbolo a membro sinistro è il vettore ottenuto applicando l’operatore H al vettore . In genere assumerà infiniti valori, discreti o continui, che sono proprio gli autovalori dell’osservabile H, mentre il vettore associato ad ogni singolo si chiama autovettore ( e lo stato associato autostato) di H relativo all’autovalore ; la (2) si chiama equazione agli autovalori associata all’operatore H.

Questa terminologia è stata ereditata dai matematici, che avevano da tempo costruito la teoria degli operatori lineari negli spazi vettoriali “astratti”; con l’avvento della meccanica quantistica questi sono divenuti molto più “concreti” e hanno ulteriormente arricchito di motivazioni la collaborazione tra fisici e matematici! A questo punto, a cosa servono gli autovettori di un’osservabile? Supponiamo di avere un autovalore dato, per fare un esempio il nostro sia una delle energie En nella (1); supponiamo poi che n sia un autovettore (può comunque non essere il solo…) dell’osservabile relativo all’autovalore En . H rappresenta nel nostro esempio l’energia dell’elettrone, inoltre la scelta della lettera H non è casuale: in meccanica quantistica, per motivi profondi su cui non posso divagare, l’operatore energia si chiama operatore hamiltoniano (o hamiltoniana) e si indica proprio con H. Un altro dei postulati della teoria è il seguente: se il nostro sistema fisico in esame è in uno stato rappresentato dal vettore , il quadrato del modulo del prodotto scalare tra e n ( indichiamo il prodotto scalare con (,n) ) è proporzionale alla probabilità di ottenere, con una misura dell’osservabile H, proprio l’autovalore En; immediatamente dopo la misura, il sistema si porta in uno stato descritto dall’autovettore n. Si otterrà esattamente tale probabilità ( cioè la costante di proporzionalità vale 1) se tutti i vettori di stato in gioco sono normalizzati, cioè (,)=1. Ho supposto qui implicitamente che n sia l’unico autovettore con autovalore En; molto spesso ciò non avviene (si parla di autovalori degeneri) e il postulato appena enunciato andrebbe corretto, ma non mi pare il caso di complicare ancora di più le cose.

E’ d’obbligo un commento a quanto abbiamo enunciato: la meccanica quantistica è, in modo clamorosamente evidente, fondata su concetti probabilistici; essa è in grado di fornire soltanto predizioni sulla probabilità di ottenere certi risultati e non è per sua natura una teoria deterministica come quelle di Newton o Einstein; per esse le equazioni del moto conducono a predizioni non ambigue sugli stati di moto futuri per un sistema, pur di conoscere lo stato di moto ad un istante dato. Nemmeno la nuova meccanica è “ambigua”: è il modo stesso di definire uno stato che comporta indeterminazioni di principio. In alcuni casi magari la succitata probabilità vale 1 (per esempio se =n..), cioè c’è la certezza che le misure forniscano risultati predeterminati, ma in generale il potere predittivo della teoria è di principio limitato. Il fisico non può che accettare questo dato, anche se molti (primo tra tutti proprio Einstein), pur avendo magari dato contributi fondamentali allo sviluppo della teoria, non hanno mai abbandonato l’idea di una teoria deterministica futura che superasse l’attuale.

Ora sarebbe il momento degli sviluppi di ciò che è stato enunciato: occorrerebbe molto spazio e molta pazienza, e si comincerebbe ad entrare nell’ottica del trattato, il che non rientra né negli scopi di una chiacchierata come questa nè nelle possibilità di chi la sta producendo. Non posso fare a meno di fornire ancora qualche suggestione su dove “va a parare” la teoria: avevo accennato alla convenienza di scegliere una base opportuna di vettori di stato per studiare un sistema quantistico e la scelta cade tipicamente su una base di autovettori di qualche osservabile. Se questa è l’hamiltoniana, si parla di rappresentazione di Heisenberg e per gli stati discreti i vettori sono normali vettori complessi anche se hanno infinite componenti, così come gli operatori sono matrici con infinite righe e infinite colonne… Un’altra rappresentazione, forse la più celebre, è quella di Schrodinger, in cui ad esempio per una particella si scelgono gli autovettori dell’osservabile posizione r. Tale osservabile è particolare perchè ha solo autovalori continui e il generico vettore di stato diventa una funzione complessa (r,t) detta funzione d’onda. La sua interpretazione fisica diventa la seguente: il quadrato del suo modulo * (l’asterisco indica il complesso coniugato) diventa la densità volumica di probabilità di misurare la posizione della particella all’istante t. Appare così un po’ più chiara quella relazione di indeterminazione trovata nel numero precedente: la posizione x di un corpo a un dato istante (riferiamoci per semplicità a una situazione unidimensionale) è una variabile aleatoria continua con una distribuzione di densità *; calcolandone la deviazione standard x e facendo analoghi calcoli per l’osservabile quantità di moto, definita anch’essa quantisticamente in modo opportuno in rappresentazione di Schrodinger, si ottiene la relazione esatta

          Dp.Dx >= h/4p

Ultimo dato informativo: l’equazione agli autovalori (2) per l’hamiltoniana nella rappresentazione di Schrodinger diventa un’equazione differenziale alle derivate parziali rispetto a x,y,z e t ed è la celebre equazione di Schrodinger, che, risolta, fornisce autovalori ed autovettori (chiamati qui autofunzioni)dell’osservabile energia.

Ho tralasciato in questa breve esposizione molti elementi fondamentali della teoria, come ad esempio il legame con la fisica classica, che è assolutamente non banale e di grande interesse per capire fino in fondo i principi della nuova meccanica; mi sembra però di avere fornito un numero sufficiente di elementi e mi fermo senz’altro qui, rimandando ad alcuni testi fondamentali indicati qui di seguito per eventuali approfondimenti.

DOTT. PROF. GIORGIO CELLAI 
Docente di ruolo Liceo Scientifico di Volterra

W. Heisenberg: “I principi fisici della teoria dei quanti”; ed. Boringhieri.

P.A.M. Dirac: ” Iprincipi della meccanica quantistica”; ed. Boringhieri.

M. Born: “Fisica atomica”; ed.Boringhieri.

L. Landau, E. Lifsits: “Fisica teorica 3:Meccanica quantistica”; Editori riuniti.                 

ETRUSCHI (RASENNA) FRA STORIA E MITO: scritti di Cateni, Ferrini, Gatto; post aperto

1-RASENNA, dott. Gabriele Cateni
2-Origine degli Etruschi, dott. prof. Paolo Ferrini
3-L’Ombra della sera, dott. prof. Paolo Ferrini
4-La Religione degli Etruschi, dott. prof. Paolo Ferrini
5-Vita quotidiana degli Etruschi, dott. prof. Paolo Ferrini
6-Le prime case degli Etruschi, dott. Gabriele Cateni
7-Etruria madre di tutte le superstizioni, dott. Gabriele Cateni
8-L’ombra dell’Ombra della sera, dott. Franco Gatto
9-Commento veloce all’articolo L’ombra dell’ombra della sera
10-GLI ETRUSCHI: UN PERCORSO DIDATTICO

1-RASENNA

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 1 1998

RASENNA

Dott. Gabriele Cateni, già direttore del Museo Guarnacci, Volterra

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Etruschi0003

2-Origine degli etruschi, dott. Paolo Ferrini

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 1 1998

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3-L’Ombra della sera

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 3 1997
Etruschi0005

Etruschi0007
4-La religione degli Etruschi, dott. Paolo Ferrini

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 2 1997
Etruschi0008

Etruschi0010
5-Vita quotidiana degli Etruschi

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 3 1998
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-Le prime case degli Etruschi

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n.  3 1998

LE PRIME CASE DEGLI ETRUSCHI

Dott. Gabriele Cateni, già direttore Museo Etrusco, Volterra

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7-Etruria madre di tutte le superstizioni

Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 2 1997
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8-L’ombra dell’Ombra della sera
SEGUE ARTICOLO RIVISITATO DA VOLTERRA 7 (da sottoporre a controllo!)

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sia derivato dalla diretta modellazione di un cero o dalla ovvia semplificazione della colata, certamente meno impegnativa per un oggetto a ridotte dimensioni trasversali.

L’elevata qualità dell’opera, la rifinitura a bulino di alcuni particolari dimostrano, però, la buona capacità dell’artista, per cui preferiamo continuare a pensare alla suggestiva idea della ricerca di un particolare effetto mistico ed al collegamento con l’effetto ombra (mattutina o serotina).

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FRANCO GATTO E’ LIBERO DOCENTE PRESSO L’UNIVERSITA’ DI MILANO:  già direttore dell’Istituto Sperimentale dei metalli leggeri di Novara.

9-Commento veloce all’articolo ‘L’ombra dell’Ombra della sera’

COMMENTO ALL’ARTICOLO “OMBRA DELL’OMBRA DELLA SERA”

Io, Semplicio, in una lunga discussione argomentativa con l’ing Sagredo, a proposito dell’ombra della sera, siamo arrivati alla conclusione che nessun sistema ottico-sorgente-luce potrebbe trasferire una figura di un un giovinetto nell’ombra della sera, se non in ambito complesso. In ambito complesso potrebbe accadere di tutto, anche un trasferimento di un dio minore zoomorfico alla fiamma del focolare nella stessa Ombra della sera! Perchè plausibilmente l’ombra della sera mantiene invariate le dimensione del capo, del volto e delle mani, e forse del sesso e dei piedi, cioè delle parti che più individuano e caratterizzano l’oggetto iniziale e quindi il suo ricordo (un giovinetto), e deformano invece le altre parti meno rilevanti per la memoria, non necessariamente, neppure esse, in maniera lineare e quindi non è riducibile il processo ad un esperimento fisico né con lenti cilindriche né con altre simulazioni di ottica geometrica proiettiva. Il modo infine come vengono deformate quest’ultime, risente certamente poi, del desiderio dell’artista di infondere spiritualità all’opera, per es., in un allungarsi sofferto verso il cielo di queste membra modificate, come le fiamme del focolare. Ma la cosa più misteriosa ed inaspettata, secondo noi, è l’osservare la restituzione ottica dell’efebo etrusco, che si concretizza, almeno dalle foto presentate, stranamente, in una forma assai vicina ad un dio etrusco minore, per es. del focolare, zoomorfo, caricando ancor di più di spirito ed anima la statuetta.

Sagredo e Semplicio

10-‘GLI ETRUSCHI: UN PERCORSO DIDATTICO’

GLI ETRUSCHI: UN PERCORSO DIDATTICO

Dott. prof. Paolo Ferrini, preside

L’APPENNINO SETTENTRIONALE: processi e tempi di formazione di una catena montuosa, del dott. Prof. Graziano Plesi

NOTE DEL COORDINATORE (ndc) PIERO PISTOIA
Testo rivisitato da il ‘Sillabario’ n. 1 1998, inserto de ‘La Comunità di Pomarance’

L’articolo di Plesi è rilevante e definitivo; per ovviare a modifiche lo inseriamo in pdf con il link:

appenn0001

Leggere, se interessati, anche il post sull’Appennino a cura del Dott. Piero Pistoia.

SCRITTI DELLA DOTT.SSA GHILLI LUCIA

LINKS AI SINGOLI SCRITTI

La dott.ssa Lucia Ghilli
Gli inni dello Spirito Santo
Ermetismo
Ermete Trismegisto

La dott.ssa Lucia Ghilli

PRESENTAZIONE DELLA  DOTT.SSA PROF.SSA GHILLI LUCIA

 

Gli inni dello Spirito Santo
ghilli-lucia000_3

 

lghilli0001

Ermetismo
g._lucia0001

Ermete Trismegisto
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g._lucia0004

 

(Lucia Ghilli)

3

VEDERE ANCHE IL POST; “Tramontata è la luna ” di Saffo

ORIGINE ED EVOLUZIONE DEL SISTEMA SOLARE E DELLE STELLE; del dott. Piero Pistoia, autori vari ed altro; con Intermezzo di poesie di Blacke, Borghes e Rilke, a cura del dott. Piero Pistoia

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA

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Cliccare sotto per leggere l’articolo del dott. Piero Pistoia <<PREMESSA A QUALSIASI “RACCONTO” SULL’ORIGINE DEL SISTEMA SOLARE  E DELLE STELLE: una base per l’auto-aggiornamento>>:

astro0001

ERRATA CORRIGE: l’ultima parola delle note relative all’articolo nominato sopra, inersia, va sostituita con INERZIA! I am sorry.

Le note e la bibliografia di massima verranno riportate alla fine dell’ultimo articolo di questo post “LA NEBULOSA SOLARE IN EVOLUZIONE: caratteristiche e tendenze. I PIANETI” ancora del dott. Piero Pistoia.

VEDERE ANCHE I POSTS SU  ‘Relazione fra massa ed energia ‘ a nome di Piero Pistoia e Fabio De Michele in questo blog.

NB ->I riferimenti_fra parentesi al Sillabario, ormai obsoleto, in particolare nell’articolo “La nebulosa solare”, rimandano sempre ad astro0001 (in successione alla fig 2, tabella 1, nota 5 e Fig. 0

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Pag.2

L’articolo precedente (forse) è a cura di Becuzzi Maurizio

Per contattare il gruppo astrofili di Volterra:

AL TEMPO, Annalisa Fiaschi: 0588 88593

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TRE POESIE CORRELATE ALL’ARGOMENTO (forse!)
Sono graditi commenti alle seguenti poesie!

Leggere i commenti a ‘LA TRAMA’ di Borges su questo blog cercando: “Commento a “LA TRAMA” di Borges”

LA QUADRUPLICE VISIONE

Ora io vedo una quadruplice visione…

E’ quadruplice nella mia suprema gioia

E’ triplice nella dolce notte di Beulah

E’ duplice sempre. Possa Dio preservarci

Dalla visione semplice e dal sonno di newton!

 (William Blake)

 XVI

di Rainer Maria Rilke; da “Sonetti a Orfeo”

Noi torniamo ogni volta a lacerarlo,

ma il Dio è la ferita che si sana.

Avidi di sapere siamo lama tagliente,

ma il Dio è sereno e dovunque sparso.

Anche l’offerta pura e consacrata

non l’accetta altrimenti nel suo mondo

che opponendo alla libera fine

la sua serenità imperturbabile.

Soltanto il morto beve

alla sorgente che noi, qui, “udiamo”,

quando il Dio in silenzio gli fa cenno.

A “noi” non viene offerto che il rumore.

Mentre l’agnello invoca il suo campano

dall’istinto più silenzioso.

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PER VEDERE LA BIBLIOGRAFIA DI MASSIMA E NOTE DEGLI ARTICOLI RIFERITI AI LINKS astro0001 e pianeti0001 CLICCARE SU:

nebulosa-solare0002

NEBULOSA SOLARE IN EVOLUZIONE: caratteristiche  e tendenze.  I PIANETI, del dott. Piero Pistoia

Per vedere l’articolo in pdf più chiaro ed ordinato cliccare su:

pianeti0001 …

…ovvero si legga di seguito

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PER VEDERNE BIBLIOGRAFIA E NOTE CLICCARE SU:

nebulosa solare0001

Pag.1

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Pag.2

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Pag.3

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UNA POSSIBILE “NARRAZIONE MINIMALE” SULL’ORIGINE ED EVOLUZIONE DELL’APPENNINO CENTRO-SETTENTRIONALE (da 300 a 100 Maf); dott. Piero Pistoia

CURICULUM DI PIERO PISTOIA ; al termine del post

UNA POSSIBILE “NARRAZIONE MINIMALE” SULL’ORIGINE ED EVOLUZIONE DELL’APPENNINO CENTRO-SETTENTRIONALE (da 300 a 100 Maf).

Dott. Piero Pistoia

POST IN VIA DI COSTRUZIONE!

PREMESSA

L’idea è offrire una base culturale di partenza abbastanza condivisa,  anche se  provvisoria, nel senso che è suscettibile di complicazione, con molti incastri aperti, semplice ma organizzata, su cui poi poter inserire, a più riprese, le nozioni provenienti a mosaico da successivi approfondimenti, in modo che possano integrarsi e diventare infine un patrimonio culturale in continua costruzione. Nell’intenzione di chi scrive dovrebbe trattarsi di un modello che, pur semplice, provvisorio e quindi approssimato, possa, con l’approfondire l’argomento, essere facilmente modificato, arricchito e adattato ai nuovi apporti anche futuri. 

UNA PRIMA VELOCE PANORAMICA SULLE PROBLEMATICHE CHE ESAMINEREMO

Le prime semplificazioni ‘verosimiglianti’: situazione oggi – Il teatro degli eventi della nostra narrazione è il Mediterraneo occidentale. In generale semplificando molto le miriadi di dati e informazioni ricavati da una moltitudine studi e ricerche con decenni di errori e correzioni, l’area mediterranea in studio è attualmente costituita 1) da plaghe crostali i cui sedimenti si depositarono, nel posto in cui sono oggi, in bacini dovuti ad una fase di distensione tardiva iniziata a partire dall’Eocene, che dette origine a quel complesso roccioso riferito al Neoautoctono (sedimenti post-orogenici) e 2) da catene costruite dall’orogenesi (meccanismo attraverso cui nascono ed evolvono le montagne), che invece contornano tali plaghe (Alpi, Appennini, Pirenei, Cordigliera Betica, Atlante, Dinaridi) e partono da molto più lontano (almeno 300 Maf) pervenendo, semplificando molto, alle attuali catene orogenetiche, attraverso una fase tettonica distensiva (apertura oceanica durante il Giurassico medio-superiore a partire da 150-160 Maf, con copertura di rocce ultrabasiche sul fondo dell’oceano) e poi  due fasi compressive (fase oceanica di convergenza (Cretaceo sup.- Eocene medio, a partire da 100 Maf, inizio chiusura oceano) e fase di collisione continentale (scontro cratonico a partire dall’Eocene sup., circa 40 Maf). 

Se si accetta la Teoria della Tettonica delle Placche Litosferiche  di Weghener, siamo convinti che queste prime  semplificazioni, insieme a quelle che seguiranno in questa panoramica, pur così “povere”, siano abbastanza ‘verosimiglianti’, cioè consistenti con tantissimi fatti, costruite come sono su tante falsificazioni ed eliminazione degli errori (EE direbbe Popper), e possiamo quindi affermare con basso rischio che possano costituire una prima struttura-base del nostro racconto.  

Situazione iniziale di questo processo: la ‘culla’ dell’Appennino – Tutto il processo, molto complesso, in sintesi si svolge nell’interazione, all’inizio del Mesozoico, fra due placche cratoniche, l’Europa a nord ovest e l’Africa a sud est; in particolare fra l’Iberia, appendice agganciata a sud alla placca europea (Spagna) e l’Adria, appendice africana e basamento crostale della penisola italica e dell’Adriatico (Fig. 1).

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L’Appennino settentrionale oggi, semplificando il percorso del dott. prof. P. Elter, si presenta costituito  da due grandi pacchi di formazioni tettonicamente sovrapposte, diverse per caratteristiche litologiche, strutturali  e origine, collegabili da una storia comune: il pacco di formazioni detto interno o ligure-piemontese (nella vecchia denominazione, relativo al bacino dell’ Eugeosinclinale  ad ovest) e quello esterno Toscano-umbro (bacino della Miogeosinclinale, verso est). L’Appennino infatti e in particolare la catena appenninica della Toscana centro-settentrionale si presenta come una sovrapposizione di unità tettoniche discontinue, sedimentate in bacini diversi e tettonicamente separati, a partire da ovest), poste, oggi l’una sull’altra,  al di sopra di un nucleo autoctono metamorfico che si estende da N.O a S-E a partire dalla finestra  delle Alpi Apuane  lungo la linea che congiunge Iano a Monticiano-Roccastrada (Dorsale medio-toscana) (? da controllare).

L’esterno miogeosinclinalico è in sintesi costituito da un basamento continentale (roccia di riferimento: granito acido) appartenente alla placca adriatica-africana (Apula) su cui si sono depositate, in mari  formati sulla parte assottigliata dei margini continentali, le coperture sedimentarie mesozoico-terziarie originarie, pur deformate e talora scollate.

L’interno, per la presenza  di rocce basiche ed ultrabasiche (ofioliti) di natura diversa dalle rocce acide continentali, proviene da  fosse oceaniche che, formate attraverso rifting su basamento continentale (fratture profonde con assottigliamento e  spostamento), permettono risalita di magmi ultrabasici profondi dall’interno della terra (mantello), che verranno a ricoprire lo stesso fondo delle fosse (oceani). Tali rifting con apporto di materiali profondi sono concausa dell’apertura degli oceani.

Sia il pacco di formazioni  interno sia quello esterno sono classificati in unità tettoniche. Le unità interne provengono da questo oceano e quelle esterne  dai mari sui due margini appartenenti rispettivamente al continente iberico-europeo da un lato e al continente apulo-africano dall’altro (vedere Fig. 1 e Fig. 3). I due  margini venivano a configurarsi rispettivamente come avampaesi delle Alpi e dell’Appennino.

In effetti circa 300 Maf le placche crostali della terra erano unite a formare il super-continente chiamato Pangea (Fig.2), circondato da un unico oceano, il Pantalassa, costituito a nord dalla placca euroasiatica (Laurasia) e a sud dal Gondwana, inflesso ad est da un enorme golfo, il Tethys, che tentava di insinuarsi fra Laurasia e Gondwana circa in direzione dell’Equatore. All’inizio del Mesozoico iniziarono movimenti delle placche, documentati dai dati paleo-magnetici. Semplificando possiamo affermare che l’apertura dell’oceano Atlantico centrale spinse l’Africa verso est rispetto all’Europa, per cui si creò fra l’Iberia e l’Adria una zona di distensione e stiramento che le allontanò nella direzione dell’equatore, lungo cui anche il grande golfo Tethys tendeva a insinuarsi da est (Fig. 2). Si aprì allora  una fossa marina (su piattaforma continentale) poi oceanica (lacerazione della piattaforma granitica a circa metà fossa), allungata NE-SO, chiamata Neotetide o Tetide Centrale o Tetide occidentale, o semplicemente Tetide, che diventò la ‘culla’ del nostro Appennino.

Fin dall’apertura di questo primigenio mare, fiumi, ad es. dalla parte dell’Europa e   dall’Africa , portarono sedimenti sopra le formazioni di trsgressione, in particolare  sopra il Verrucano sulla piattaforma africana, la zona che prenderemo in considerazione. Eravamo nel Trias medio quando il mare iniziò a trasgredire sui continenti.instaurando una fossa di riempimento al magine di essi. 

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La ‘culla’, fossa unica, mare su fondo continentale,  si differenzia, dal Giurese sup. (Malm a partire da 190 maf), in due domini – 

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La fig.3 è stata ripresa da una relazione (2008) del prof. E. Pandeli, accademico dell’Università di Firenze che ringraziamo. 

CHE COSA ACCADDE SULLA COSTA AFRICANA DAL TRIAS MEDIO AL MALM IN QUESTO MARE INIZIALE ?

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in contatto con correnti ricche di silice colloidale e anidride carbonica. In queste condizioni si scioglieva la parte calcarea interessata da dette correnti e rimanevano gli eventuali resti silicei, mentre la presenza in soluzione di una concentrazione maggiore di Ca^2+ determinava la precipitazione dei fiocchi di silice colloidale. Al cessare di queste correnti, continuava il deposito di fanghi calcarei che venivano così a inglobare noduli e straterelli di silice pura, come poi apparirà nella roccia definitiva. Tali Calcari a liste di selce continuarono a deporsi fino al Giurese superiore (circa 150 maf).

A partire dal Giurese superiore accadde un fatto nuovo, determinante e sorprendente. Nella zona più interna verso NO, forse più vicino ai margini dello zoccolo continentale europeo (nella fattispecie ai bordi orientali del Massiccio Sardo-Corso (vedere la Fig.4a, che rappresenta lo sviluppo, a 150 milioni di anni fa, cioè a 150 Maf, della Fig.1, e la Fig.4b che è lo sviluppo della sua sezione x, attraverso il futuro Appennino settentrionale) avvenne una spaccatura della costa granitica, per risalita forse di un ‘megapiro’ di astenosfera dal mantello della terra, che provocò l’apertura e l’innesco di un rifting (frattura con spostamento di margini), venendo a configurare una nuova fossa di sedimentazione più interna (più spostata verso la zolla europea). Sul fondo vennero a situarsi rocce ultrabasiche del tipo peridotitico (scarsamente ricche di silice e ricche invece di calcio, ferro e magnesio), costituite per lo più dal minerale olivina (silicato di ferro e magnesio a tetraedri semplici, (Mg, Fe)2 SiO4), si differenziarono e/o furono leggermente metamorfosate e trasformate in serpentino, dando luogo a quel complesso di rocce dette Ofioliti o Rocce verdi. Nel corso di tale processo di trasformazione si liberò nel mare una enorme quantità di  silice e CO2, che trasportate da correnti, interessarono anche la fossa più esterna (margine africano) rimasta continentale, creando un ambiente estremamente favorevole alla formazione di rocce silicee nelle due fosse. Nel corso del Malm (Giurese Superiore) si depositarono infatti i diaspri, sopra il calcare selcifero nella fossa continentale e sopra le Ofioliti nell’altra oceanica.

– Intanto anche nella zona estrema più interna, verso l’Iberia si accumulavano sedimenti dentro quest’unica fossa continentale che consideriamo di scarsa rilevanza  per il nostro discorso sull’Appennino.

La grossolana fig. 4,  potrebbe rappresentare intuitivamente però la situazione di questa geosinclinale, come da noi immaginata, a circa 150 Maf, senza tenere conto delle scale.

Fig.4a – Situazione al Giurese Superiore (intorno a 150 Maf);
B: Margine continentale africano (Externiden)
A: fossa oceanica
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Fig.4b – Situazione nel Giurese Superiore (sezione X della Fig4a)

VEDERE ANCHE l’ALTRO ART. FORSE PIU’ ESPLICITO SULL’ORIGINE DELL’APPENNINO a nome dello stesso autore nel relativo post a più voci.

Le poesie “L’Ode sublime” e “Tramontata è la luna” di Saffo: commenti a più voci con Intermezzo a cura di P. Pistoia

Anche testi rivisitati da il ‘Sillabario’ n. 4 1996

LINKS AI SINGOLI COMMENTI

 

Saffo e “L’ode sublime”, L. Ghilli
Saffo e il testo greco, L. Ghilli
Tramonto della luna, A. Togoli
Tramontata è la luna, R. Bacci
INTERMEZZO, a cura di Piero Pistoia

 Scultura ripresa da lospeaker.it_Newsletter del 4-2-2015_Art. di Antonio Vitale

SAFFO_ SCULTURA

Saffo e “L’ode sublime”, L. Ghilli
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Saffo e il testo greco, L. Ghilli
saffo0003

   Dott.ssa Lucia Ghilli

INTERMEZZO a cura di Piero Pistoia

INIZIO INTERMEZZO

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Sappho-Musei-Capitolini

PRIMA PARTE – INTERMEZZO DI PIERO PISTOIA

Per leggere questa prima parte  intermezzo in pdf cliccare su:

INTERMEZZO_SAFFO_OK1

SECONDA PARTE: Intermezzo di Piero Pistoia

L’ODE 31 DI SAFFO SECONDO LA TRADUZIONE di Giovanni Pascoli

A me pare simile a Dio quell’uomo,
quale e’ sia, che in faccia ti siede, e fiso
tutto in te, da presso t’ascolta, dolce-
mente parlare,

e d’amore ridere un riso, e questo
fa tremare a me dentro al petto il core;
ch’ai vederti subito a me di voce
filo non viene,

e la lingua mi s’è spezzata, un fuoco
già non hanno vista più gli occhi, romba
fanno gli orecchi

e il sudore sgocciola, e tutta sono
da temore presa, e più verde sono
d’erba, e poco già dal morir lontana,
simile a folle.

TESTO LATINO DEL CARMEN N. 51 di Catullo 

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
vocis in ore,
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte.
Otium, Catulle, tibi molestum est:
otio exsultas nimiumque gestis:
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

BREVE COMMENTO RELATIVO AL CARMEN 51 di Catullo A CONFRONTO CON LA “L’ODE SUBLIME (31)” di Saffo; rivisitato da SKUOLA.NET.

Questo carme è la traduzione, o meglio un libero rifacimento, della celebratissima ode 31 di Saffo nel vedere la fanciulla amata a colloquio con un uomo. La lirica, ancora oggi interpretata come una sorta di dichiarazione d’amore del poeta a Lesbica-Clodia e tradizionalmente collocata ai primi tempi dell’amore tra i due, testimonia l’originalità con cui Catullo sa entrare in competizione con i modelli letterari più suggestivi.
Il testo fu a lungo inteso come documento della gelosia di Catullo nei confronti di Lesbia, intenta a civettare con un altro uomo. In realtà esso risulta piuttosto centrato sull’analisi che il poeta compie di sé e dei propri sentimenti, a partire dalla constatazione dell’incapacità nel controllare la propria passione, contrapposta alla serenità di chi può stare accanto a Lesbia senza alcun turbamento. Questa lettura, del resto, non è molto diversa da quella che oggi prevale anche nell’interpretazione dell’ode di Saffo, non più ritenuta il canto della gelosia, ma piuttosto l’analisi degli effetti provocati nell’amante dalla contemplazione della persona amata.
Del tutto originale rispetto al modello saffico sembra l’ultima strofa, di carattere propriamente riflessivo, sulla cui reale appartenenza al carme si è lungamente discusso. Particolarmente suggestiva, nel quadro generale dell’opera, l’interpretazione secondo cui questa strofa, centrata sui danni provocati da amore, costituirebbe una prima, implicita percezione da parte di Catullo della sofferenza che il suo sentimento per lesbia gli avrebbe arrecato.
È bene tuttavia non lasciarei suggestionare troppo da indizi che solo apparentemente depongono a favore dell’originalità catulliana. Se si considera che della quinta strofa di Saffo ci è giunto soltanto l’incipit del primo verso: “Ma tutto bisogna sopportare”, e che anch’esso in qualche modo potrebbe introdurre un ripensamento sull’opportunità di liberarsi dalla rovinosa passione d’amore, l’effettivo divario di Catullo rispetto all’originale potrebbe ridursi anche di molto.

Saffo-di-Giuseppe-Mazzullo-239x300Saffo, granito, 239×300

Fondazione Mazzullo, Taormina

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FINE INTERMEZZO di Piero Pistoia

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Saffo e “Tramonto della luna”, A. Togoli
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Tramontata è la luna, R. Bacci
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