OVIDIO: IL MITO DI DEUCALIONE E PIRRA, dott.ssa prof.ssa Eleonora Chiarugi-Peltenburg; post aperto ad altri interventi

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Eleonora Chiarugi -Peltenburg


POST SCRIPTUM di Piero Pistoia

CHI POSSIEDE UNA BUONA TRADUZIONE (per es., alla Monti) DEL TESTO LATINO DI QUESTA METAMORFOSI DI OVIDIO LA SPEDISCA A:

ao123456789vz@libero.it

O MEGLIO

Chi vuole cimentarsi nella traduzione, la spedisca allo stesso indirizzo; la passeremo poi ai poeti che cercheranno di trasformarla ‘alla Monti’

GRAZIE!

DEUCALIONE E PIRRA  dalle  Metamorfosi di Ovidio  Libro I°  313-415   (Testo Latino)

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MIRABILE E SORPRENDENTE MOSTRA DI PITTURA DELL’ARTISTA PAOLO FIDANZI et al. IN ULIVETA E MACCHIA MEDITERRANEA; Volterra, 12-ottobre-2014; a cura del coordinatore del post dott. Piero Pistoia

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N.B. -I commenti, le divagazioni, l’organizzazione dei testi e delle foto, nel bene e nel male,  sono e sono sempre stati  in ogni caso a cura delle NDC (Note Del Coordinatore P. Pistoia)!

LE IMMAGINI POSSONO ESSERE INGRANDITE CLICCANDOCI SOPRA

Post in via di progetto: tentativi in prova. Affinchè non si perda un valido esperimento. L’artista può decidere come muoversi (aggruppare, spostare…) , per una migliore interpretazione delle tendenze creative; ma anche sopprimere questo post.

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Alcune rapide considerazioni a'pelle' di Anonimo,
il coordinatore (NDC)

LA  NATURA

Un paio di ettari sulle crete plioceniche di prati, ulivete, sprazzi di macchia mediterranea ed altra  flora ad essa associata, come alloro, oleandro, lavanda ed altri arbusti profumati, cipressi toscani, alberi da frutta selvatici o inselvatichiti ecc., che molto lentamente degradano verso valle, aumentando di pendenza attraverso le formazioni  sabbiose, dove albergano  gli improbabili ‘nidi’ dei sassi mammellonati.

 

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DALLA  NATURA  ALL’ARTE

UNA INTERFACCIA FRA NATURA ED ARTE: i sassi mammellonati

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Due foto nei ‘nidi’ dei mammellonati

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NIDI MAMM

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DIVAGAZIONI SCARSAMENTE CONDIVISE E MOLTO APPROSSIMATE SULLA NATURA E  SULL'ARTE
del dott. Piero Pistoia (autore delle NDC)
 

Il sentimento universale del dolore per la perdita di un cucciolo della stessa specie riesce ad esprimerla anche la stessa Natura giocando con il linguaggio criptato di angoli, rapporti aurei e pentagoni (così come intravisto appena dal pensiero razionale), che stranamente, per un processo co-evolutivo, anche l’animo umano riesce a tradurre in emozione!

La Natura costruisce se stessa ponendosi ad ogni passaggio davanti ad infinite scelte; le ‘annusa’, con la velocità che le è naturale (forse quella della luce)e sceglie quel cammino che consuma minore energia, si muove verso quella superficie per raggiungere la quale consuma meno energia, ecc., costruendo tutte le forme del Cosmo attraverso strutture primigenie (forse i frattali che hanno a che fare con numeri aurei, i numeri di Fibonacci). La Natura in questo modo costruisce ogni forma! Costruisce le albe ed i tramonti, le aurore boreali, le foreste, le forme delle foglie, degli animali, i densi occhi delle donne…

i sassi mammellonati, insomma tutto ciò che la scienza con la matematica e la fisica non riesce a spiegare. E di questi oggetti è pieno l’universo! Ciò che la matematica e la fisica invece riescono a razionalizzare è una porzione di spazio-tempo infinitesima rispetto al Cosmo che ci circonda.

E l’Arte? Proprio per la sua natura universale, svincolata dal tempo e dallo spazio, è forse costruita a partire da ‘quanti di emozione’? e l’emozione è forse quantizzabile come la materia e l’energia, il tempo e lo spazio, ecc.? e rimanda forse anch’essa a frattali e numeri aurei come la stessa Natura? L’Arte è probabile che usi una parte del cervello umano estremamente difforme dal razionale, tale da contribuire però, attraverso un transfert-a-specifico, a quei salti creativi che nel corso dei millenni hanno contribuito anche al progresso della scienza e della matematica.

ARTE SCIENZA SACRO ENTRANO IN INTERAZIONE SU FRONTIERE CHE SI PERDONO IN UNA FUGA INFINITA DI FRATTALI?

E…in queste frontiere, lungo alcune linee di flusso di soluzioni bicarbonatiche, la Natura costruisce i ‘nidi’ dei mammellonati.

Dott. Piero Pistoia

Chi volesse leggere che cosa racconta la Scienza sui sassi mammellonati, può scrivere, nella finestra ‘cerca’, la proposizione ‘sassi mammellonati’. Appariranno articoli, discussioni e argomentazioni a nome del dott. Giacomo Pettorali, ing. Rodolfo Marconcini e Piero Pistoia. Si potranno qui leggere anche racconti e  poesie, riflessioni ed altro, da parte di poeti, musicisti, filosofi, scrittori ecc., su questi strani sassi, ben conosciuti anche dagli Etruschi.

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DALL’ARTE  ALLA  NATURA

‘SFIGURIAMO’ UN HAIKU per una pittura di P. Fidanzi

La pittura è  DONNA OSCURA CON OMBRELLO E MARINA TORMENTATA


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L’Haiku sui generis di cui si parla è stato recitato nel film VIVA LA LIBERTA’ ed è possibile leggere l’originale nel blog di Balthazar-Pagani

AIKU RIVISITATO1 con pittura_ok

AIKU RIVISITATO2 con pittura_ok

a cura di anonimo (NDC)

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ALCUNE  DIRETTRICI DEL PERCORSO “ARTE NELLA NATURA”

Il quadro ad ‘ulivi blu’, allungato e stretto fra i rami dei due cipressi del ‘Carducci’, sembra dischiudere un varco verso uno scorcio di paesaggio che non c’è. 

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QUASI UN METAFISICO CONTINUUM PITTURA-NATURA

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Quercus ilex

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I quadri degli edifici turbano per la sensazione di ‘attesa’ che destano. Sono così ‘estroversi’, nell’ accezione primaria del termine, nella terza dimensione che in alcuni contorni sembrano sfuggire ‘altrove’, quasi come nei ‘ritorni’ di Escher.

Chamerops humilis (Palma nana) e Phyllirea angustifolia (Lillatro)

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Laurus nobilis (alloro)

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Lavandula angustifolia (lavanda)

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Quercus ilex (leccio)

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Alcune delle ‘pitture metafisiche’ di P. Fidanzi (per il loro significato, vedere, in questo blog, il post ‘Una nuova Metafisica’)

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ALTRI ESPOSITORI AL MARGINE (poche opere in mostra)

1 – ARTURI, pittore

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2 – ANNA CAMURRI, pittrice emergente figurativa, cartellonista (?), ritrattista (?), pittrice di strada ed altro. Ha il laboratorio presso lo Studio d’Arte CARUSO (Volterra). Mantiene un emozionante VIDEO su internet da visionare (da Google cliccare su: Arte a Volterra -Studio d’Arte CARUSO di Camurri Anna Maria)

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SEDUZIONE pittura emblematica di Anna Camurri

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3 – GIULIANO MANNUCCI, scultore affermato e  pittore sperimentale. Tiene una mostra di scultura permanente a Volterra.

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VORTICE scultura emblematica di Giuliano Mannucci (esposta a Chiaulis, Udine)

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Seguiranno ora le loro pitture in mostra

da continuare…

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1 – Il mondo ‘fabuloso’ nella pittura di Arcuri

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2 – Il ‘femmineo’ nella pittura armoniosa di Anna Camurri, con le sue dolci figure ed i suoi velati paesaggi toscani.

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3- il senso originale della pittura sperimentale di Giuliano Mannucci

A partire dagli ultimi decenni il mondo dei viventi, nelle sue parti generative, viene gravemente danneggiato da un numero esponenziale di ferite beanti e baratri scheggiati-graffianti che richiedono un urgente intervento di ricucitura.

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UN PARZIALE PERCORSO DI BASE (1) SULL’ANALISI DI UNA SERIE STORICA REALE, POCO INTUITIVA, COMMENTATO CON IL LINGUAGGIO R E COL MATHEMATICA DI WOLFRAM; SUBROUTINE PERIODOGRAMMA CON ESERCIZI; del dott. Piero Pistoia

POST-ZIBALDONE ARRUFFATO MA DENSO DI INFORMAZIONI (sulla analisi di dati sperimentali)

Vedere i tags (la via si fa con l’andare)

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA

al termine del post

 

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Problemi di inquadramento del testo

PRIMA BOZZA DI INDICE A LINKS INTERNI in via di costruzione

Links

1 – PREMESSA sullo stato dell’articolo
2 – IN ANTEPRIMA : la funzione PRDGRAM (scritto  dal dott. Piero Pistoia)  e l’esercitazione (8 esercizi) sul PERIODOGRAMMA 

RIASSUNTO

PARTE Ia

  1. Cenni operativi sui concetti di statistica implicati nell’analisi di una serie storica

  2. Correlogramma ed il Periodogramma

    1. Il Correlogramma ed il Test di Durbin-Watson

    2. Il Periodogramma del dott. Piero Pistoia

  1. Il modello di Regressione Lineare Semplice (RLS)

    1. Prima direzione di ricerca

    2. Seconda direzione di ricerca

    1. Significato dell’analisi dei residui

    2. Stime sulle grandezze della Popolazione

  1. Cenni al significato di media mobile

PARTE 2a

  1. Analisi della serie storica “ Concentrazione Arsenico”

                           Metodo delle “Medie Mobili Centrate” – Modello Additivo

  1. Scopo della ricerca

  2. Analisi preliminare e individuazione di outliers

  3. La serie corretta

  4. Gli Effetti Stagionali e la serie destagionalizzata y1t

  5. Il Ciclo-Trend smussato e la componente casuale

  6. Il modello di regressione lineare semplice e test relativi

    1. Adeguamento del modello di regressione alla popolazione

    2. Il residuo della regressione e l’affidabilità dei tests

4 – Cenni al METODO DELLA MEDIA MOBILE
5 – INIZIO AREA FRA PARENTESI

Programmi utili  in R commentati e controllati. Il Correlogramma , la Statistica di Durbin Watson, il Periodogramma (applicato come esercizio a medie trimestrali). Formule trigonometriche delle armoniche costruite dai dati di sfasamento e ampiezza riportati nei risultati.

6 – CENNO A COMANDI DI CALCOLO ED ORGANIZZAZIONE DEI DATI
Filter, matrix e ts di R. Commento sulle prime istruzioni di R (carica dati da file) e processi per automatizzare i ‘conti’
7 – ECCO QUELLO CHE FAREMO CON R: ‘LETTURE’ SUI PROCESSI
8 – INIZIO COPIA SCRIPTS DEL PROGRAMMA CENTRALE
Vari commenti anche difformi e riflessioni anche alternative
9 – PRIMA PARTE IN SINTESI
10 – SECONDA PARTE IN SINTESI
Un altro tentativo sulla caccia ai residui (media mobile 3*3)

11 – L’EPILOGO

EPILOGO

PARTE IIIa

ULTERIORI APPROFONDIMENTI

1 – APPlICHIAMO UNA REGRESSIONE LINEARE MULTIPLA

              1_1 – COME CALCOLARE LA F DI FISHER NELLE RLM ([3] 856-860)

              1_2 – COME CALCOLARE L’ERRORE STANDARD (ES) SUI COEFFICIENTI DI REGRESSIONE NELLA RLM

2 – APPLICHIAMO UNA REGRESSIONE MULTIPLA “PESATA”

3 – AZZARDIAMO UNA PREDIZIONE NEL FUTURO

4 – CONCLUSIONI E SUGGERIMENTI

BIBLIOGRAFIA

12 -APPENDICE1

Il Correlogramma ed il Test di Durbin-Watson – Lettura Correlogramma

13 -APPENDICE2

PROGRAMMI IN BASIC: calcolo Coefficienti di Autocorrelazione, il Test di Durbin-Watson, il Test della  normale di Lin-Mudholkor, analisi spettrale per il Periodogramma. Calcolo dei coefficienti in una regressione multipla (MLR), calcoli con le matrici, metodo di Cholescki. Calcola il radicando dell’errore Standard delle predizioni con la RLM, calcolo matriciale. Tavole per il Test di Normalità di Lin-Mudholkar e per il Test di Durbin-Watson.

14 -APPENDICE3

Tabelle 1-4 dei risultati sull’analisi della serie storica in studio relative all’articolo “Esempi guidati di statistica applicata” di P. Pistoia

15 -APPENDICE4

Analisi con il linguaggio R della serie storica trimestrale rivisitata e ampliata con periodogrammi risultati e grafici.

16 -APPENDICE5

ARTICOLO PREMESSA: “Il senso comune, l’insegnamento scientifico ed i saperi preposti alle scelte” di P. Pistoia

ARTICOLO COMMENTO: “Analisi di Fourier con commenti su dati reali e simulati con il Mathematica di Wolfram vers. 4.2.” di P. Pistoia

“PROGRAMMI in Mathematica con esercitazioni” di P. Pistoia

Vari esempi analizzati compreso ‘Oscillazione mensile ozono a Montecerboli (Pomarance, Pi), 2007,2011’

di Piero Pistoia

L’Esempio 5 si riferisce all’analisi della serie storica concentrazione As detrendizzata.

1 – PREMESSA

PREMESSA SULLO STATO DELL’ARTICOLO

Il presente scritto diventa, sempre più articolato ‘nell’andare’, sempre meno lineare, continuando a riempirsi di parentesi, di alternative informatiche, di pause di riflessione, di ritorni e di correzioni (si veda, per es., il caso del periodogramma come function, ormai praticamente risolto, inseribile come modulo all’interno di qualsiasi programma scritto dai lettori) ecc.. Per me è questo il ‘vero’ articolo scientifico col suo ‘travaglio raccontato (trouble)’, denso di stimoli, possibilità nascoste, interferenze casuali… e non lo scritto finale asettico e razionalmente ripulito, che banalizza il percorso. In questa ottica qualcuno ha detto che l’articolo scientifico è un inganno (Antiseri).  Possiamo forse affermare che seguire il ‘processo’  è come un auto-porsi  domande-risposte, attraverso una successione di ipotesi-falsificazioni, una sorta di MAIEUTICA  SOCRATICA che favorirebbe la costruzione del concetto? Il filosofo non insegna nulla ai discepoli, ma piuttosto a scoprire la ‘verità’, che potenzialmente hanno già dentro di loro (per processo co-evolutivo con la Natura), attraverso una successione di argomentazioni su  punti interrogativi. Allora, dal punto di vista educativo-didattico è più importante il percorso o la meta, la storia o l’evento? (meditate, gente, meditate!). Secondo me si apprende molto più e meglio se spingiamo a riflettere sugli errori  rilevati, sulle ipotesi a cammino chiuso, sulle falsificazioni insomma, anche in termini di memoria, che seguire acriticamente un racconto lineare, ‘ripianato’, anche se intrinsecamente coerente. In questa disquisizione aperta si inserisce bene anche l’altro aspetto di un Socrate-docente che, perchè ‘ignorante’,  costruisce insieme al discepolo, senza conoscenze preacquisite (risuonano qui le posizioni di Foerster e Bruner, da richiamare in questo blog).

Per sovrapporre però una ‘lettura’ su video meno discontinua e difficile, che serva come back-ground, una guida all’apprendimento più lineare,  più conforme, meno a ‘frullato di pezzi di concetti’ e quindi forse più facile e più gradevole,  trasferiamo, col titolo ‘IL PROLOGO’, la prima parte dell’articolo originale dello stesso autore (senza l’uso di R, ma di scripts in Qbasic ed Excel), di cui lo scritto in questione voleva essere una ‘lettura rivisitata’ mediata dal linguaggio R e dal Mathematica di Wolfram. Prima delle appendici trasferiamo anche la seconda parte col titolo ‘L’EPILOGO’. L’intenzione è introdurre all’inizio anche un INDICE a link per migliorare l’accesso alle diverse ‘zone mosaico’ dell’articolo. Mi scuso per ‘questo andare’ poco controllato! Se mi rimanesse più energia mentale e ‘tempo di vita’ forse potrei anche rivisitarlo. 

Comunque, un buon apprendistato sarebbe quello di leggere, prima di questo intervento, il primo post dal titolo “Un percorso verso il periodogramma” curato dallo stesso autore. Grazie.

2 – IN ANTEPRIMA

IN ANTEPRIMA

ECCO LA FUNCTION PRDGRAM DEL PERIODOGRAMMA IN R scritto dal dott. Piero Pistoia

FUNZIONE DEL PERIODOGRAMMA in pdf OK:

FUNZIONE DEL PERIODOGRAMMA1-P_Pistoia

ATTENZIONE!

Segue una proposta di esercitazione da attivare sulla consolle di R: 1) si incolla la f. PRDGRAM in R e in successione 2) si trasferiscono gli ESERCIZI dell’esercitazione, per es., uno alla volta. Si hanno i dati e grafici in uscita per ogni ESERCIZIO. Ricordarsi, una volta sulla consolle, per prima cosa, sempre azzerare  i dati, che R ha già in memoria, tramite il menù ‘VARIE’ (Rimuovi tutti gli oggetti) e poi introdurre in R, prima di incollare la PRDGRAM, le ‘library’ necessarie (tseries e graphics). 

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Per vedere in pdf l’Esercitazione cliccare sotto:

periodogramma-_di_dati_simul-trend_random_mod2_3 (2)

0ppure……. continuare a leggere…….


PROPOSTA DI ESERCITAZIONE ANCHE PER FAVORIRE L'ACQUISIZIONE 
INTUITIVA DELLA 'LETTURA' DI UN PERIODOGRAMMA (contenuta nel 
precedente link) di Piero Pistoia

Inizialmente vogliamo simulare ad hoc una serie storica 
'tabellando' n=21 dati da tre funzioni del seno con costante 
additiva 100,con ampiezze rispettivamente 4,3,6 e 'frequenze' 
nell'ordine 2/21, 4/21,5/21 e infine  fasi -pi/2, 0, -1.745, 
con  il comando iniziale di di R: t=c(1:n), usando come base 
per i nostri esempi proprio questa espressione:
 
yt=100+4*sin(2*pi*2*t/n-pi/2)+3*sin(2*pi*4*t/n+0)+
6*sin(2*pi*5*t/n-1.745) #0.

Calcolati i 21 dati yt, attribuendo a t valori da 1 a 21 
nell'espressione precedente, tali dati rappresentano 
proprio lanostra serie storica da sottoporre al 
Periodogramma, una volta precisati i tre valori 
essenziali da passare ad esso (yt,n,m), dove m è il 
numero di armoniche da calcolare; m=n/2-1 se n è 
pari; m=(n+1)/2 se m è dispari. 
Tramite il nostro programma in R calcolammo allora 
i valori di ampiezze e fasi per le prime 10 armoniche 
riscoprendo nei dati le oscillazioni che c'erano.
Per esercizio continuiamo a simulare serie storiche 
modificandol'espressione di base, modificandola anche 
aggiungendo, a scelta, un trend lineare (k*t) e/o 
valori random onde controllare se il Periodogramma 
riesce a"sentire", oltre alle oscillazioni armoniche, 
anche il trend e la componente casuale.
Con l'istruzione '#' elimineremo secondo la necessità 
le linee di programma non utilizzate per lo scopo 
prefissato.
	 
Proviamo, prima, ad applicare il programma su 21 dati 
simulati dalle espressioni di una retta inclinata e da 
una serie random estratta da una distribuzione gaussiana. 
Sceglieremo poi una combinazione di seni interessanti 
più adatta a proseguire l'esercitazione.  
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PERCORSI DA INVESTIGARE
 
par(mfrow=c(1,1))

 #n=21
 #n=240
			
 #t=c(1:n)
 
 # yt=0.5*t # 1
 #si tratta di un ramo di iperbole(?)discendente
 
 #yt=c();yt[1:t]=0
 
 #yt <- rnorm(t,0,1) # 2
 #yt=-4+ 0.5*t + rnorm(t,0,1) # 3
 
#yt=100+4*sin(2*pi*2*t/256-pi/2)+3*sin(4*t/256*2*pi+0)+
6*sin(5*t/256*2*pi-1.745) # 4 
#analisi yt; tenendo come base questa espressione con 
armoniche basse, ro è sulla rampa alta #della 'iperbole' 
e si obnubila il trend.
 
 #yt=100+4*sin(2*pi*2*t/n-pi/2)+3*sin(2*pi*4*t/n+0)+
6*sin(2*pi*5*t/n-1.745) + 0.1*t # 5 
 
#analisi yt_reg
 
 #yt=100+2*sin(2*pi*2*t/n-pi/2)+sin(2*pi*4*t/n+0)+
3*sin(2*pi*5*t/n-1.745) + rnorm(t,0,1)*2 # 6 
 #analisi yt_rnorm: diminuiamo le ampiezze e aumentiamo 
i random
 
 #yt=100+4*sin(2*pi*2*t/n-pi/2)+3*sin(2*pi*4*t/n+0)+
6*sin(2*pi*5*t/n-1.745) + 0.5*t)+(rnorm(t,0,1)-1/2))  # 7 
 #analisi yt_reg_rnorm

 yt <- 6*sin(2*pi*5*t/n)+2*sin(2*pi*30*t/n)+ 
3*sin(2*pi*40*t/n)+0.1*t + rnorm(n,0,1)*2 # 8 

 #questa espressione anche con 'frequenze' alte (30,40) è la 
 #più indicata a dimostrare che il Periodogramma 'scopre' anche trends 
 #e randoms oltre alle oscillazioni sinusoidali.
 
Ora possiamo prevedere che cosa accade se togliamo una 
o due di queste tre,basta far girare il programma nei 
diversi casi. 
 In questo contesto nel prosieguo useremo invece, per 
esercizi, le tecniche di scomposizione di una serie 
storica: proviamo a 'destagionalizzarla' in successione 
con due o tre medie mobili opportune (o magari col 
comando filter di R) per controllare che cosa rimane 
(che cosa accade ai random?). Potevamo anche 
'detrendizzarla prima con una regressione lineare, 
ovvero eliminare i random con una media mobile 3*3 ecc..
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TRACCIA DEI PERCORSI

ESERCIZIO N° 0

n0=256 # può essere cambiato
t=c(1:n0)
yt0=100+4*sin(2*pi*2*t/n0-pi/2)+3*sin(2*pi*4*t/n0+0)+
6*sin(2*pi*5*t/n0-1.745)
yt0 # la serie storica
ts.plot(yt0)
if(n0/2==n0%%2) m0=n0/2-1 else m0=(n0-1)/2
yt0_period=PRDGRAM(yt0,n0,m0)
yt0_period # data in uscita con ampiezza e fase, per il 
controllo
yt0_period$ro # vettore delle ampiezze
ts.plot(yt0_period$ro)

Esercizio N° 1

n01=21
t=c(1:n01)
yt1=0.5*t
yt1 # serie storica
ts.plot(yt1)
if(n01/2==n01%%2) m01=n01/2-1 else m01=(n01-1)/2
yt1_period=PRDGRAM(yt1,n01,m01)
yt1_period #data in uscita comprese ampiezze e fasi
yt1_period$ro #vettore delle ampiezze
ts.plot(yt1_period$ro)

Esercizio N° 2

n2=21 # può essere cambiato
t=c(1:n2)
yt2<- rnorm(t,0,1)
plot(yt2)
yt2 # serie storica
if(n2/2==n2%%2) m2=n2/2-1 else m2=(n2-1)/2
yt2_period=PRDGRAM(yt2,n2,m2)
yt2_period # data in uscita
yt2_period$ro # vettore delle ampiezze
plot(yt2_period$ro)

ESERCIZIO N° 4

n4=256 # può essere cambiato
t=c(1:n4)

yt4=100+4*sin(2*pi*2*t/256-pi/2)+3*sin(2*pi*4*t/256+0)+

6*sin(2*pi*5*t/256-1.745)
yt4 
ts.plot(yt4)
if(n4/2==n4%%2) m4=n4/2-1 else m4=(n4-1)/2
yt4_period=PRDGRAM(yt4,n4,m4)
yt4_period # data in uscita
yt4_period$ro # vettore delle ampiezze
ts.plot(yt4_reg$ro)




ESERCIZIO N° 5

n5=256 # può essere cambiato
t=c(1:n5)

yt5=100+4*sin(2*pi*2*t/256-pi/2)+3*sin(2*pi*2*pi*4*t/256+0)+

6*sin(2*pi*5*t/256-1.745)-0.1*t

plot(yt5,type=”l”)
if(n5/2==n5%%2) m5=n5/2-1 else m5=(n5-1)/2
yt5_reg=PRDGRAM(yt5,n5,m5)
yt5_reg # data in uscita
yt5_reg$ro # vettore delle ampiezze
ts.plot(yt5_reg$ro)
                               ____________________________________________

perio_reg_rand0001ESERCIZIO N° 8
par(mfrow=c(1,2))
n8=100 # può essere cambiato
t=c(1:n8)

yt8=6*sin(5*pi*2*t/n8-pi/2)+2*sin(2*pi*30*t/n8+0)+3*sin(2*pi*40*t/n8-1.745)+rnorm(n8,0,1)*2

ts.plot(yt8)
if(n8/2==n8%%2) m8=n8/2-1 else m8=(n8-1)/2
yt8_reg=PRDGRAM(yt8,n8,m8)
yt8_reg # data in uscita
yt8_reg$ro # vettore delle ampiezze
ts.plot(yt8_reg$ro)

GRAFICO YT8 E PERIODOGRAMMA (Yt8_reg$ro) SENZA IL TREND
period_confronti0001
GRAFICO DI Yt8_reg_rnorm n=240
period_confronti0002

 

GRAFICO Yt8  ANCHE CON IL TREND (serie originale)
 
 period_confronti0004
#RIFLESSIONI
#Se aggiungo il trend 0.1*t a yt8 ottengo il grafico 
precedente. Confrontando il grafico che segue#e quello 
precedente sarebbe interessante approfondire 
intuitivamente perché col trend le ampiezze
#vengono disturbate tanto più quanto più lentamente 
scende a zero il ramo di 'iperbole'.Sembra #quasi così, 
induttivamente, si possa affermare la regola empirica 
(ipotesi) che armoniche con #frequenze più alte  vengano 
disturbate meno di quelle più basse, che si posizionano 
sul ramo a #pendenza più elevata e con i suoi punti 
più distanti dall'ascissa. Se sommiamo la distanza della 
#base dei picchi dall'asse orizzontale alla cima dei 
picchi l'ampiezza tenderebbe al valore della 
#formula? Se togliamo anche i random da yt8 i tre picchi 
sarebbero poggiati sull'asse orizzontale?#La numerosità 
di yt8 influisce o no sulla velocità con cui si muove 
verso l'asse x la curva del  trend? Cercare di rispondere 
osservando i grafici precedenti.
 period_reg_rand0004

FINE ANTEPRIMA

<A NAME=”punto3″>IL PROLOGO

IL PROLOGO

3 – PROLOGO

COME INTRODUZIONE RIPORTIAMO LA PRIMA PARTE DELLA RICERCA ORIGINALE (SENZA L’USO DI R);  LA SECONDA PARTE VIENE RIPORTATA PRIMA DELLE APPENDICI. 

piero_stat0001

pier_stat0001

pier_statw30001

SE VUOI APPROFONDIRE LE PROBLEMATICHE RELATIVE A FOURIER VEDI L’APPENDIX5

pier_stat0002

pier_stat50001

pier_stat6y0001

pier_stat0005

pier_stat0006

pier_stat90001
pier_stat0007

pier_stat0008
pier_stat120001


pier_statz130001

LA COSTRUZIONE SI FA CON L’ANDARE!

 LA FUNCTION DEL PERIODOGRAMMA ora può essere trasferita come modulo in qualsiasi  altro programma scritto da chiunque!  Abbiamo  cercato di correggere  tutti gli scripts dove figurava questa funzione all’interno di questo post.  Vedere di seguito (area definita “fra parentesi”) il funzionamento di  un listato con svariati richiami a questa funzione con proposte di ‘gioco’ con le armoniche su una serie storica reale (serie storica trimestrale) …. Il   listato del periodogramma è lungo e articolato. Nell’analisi di una serie di dati storici con piu’ serie derivate capita spesso di far uso di questo listato per guardare all’interno delle serie. E’ pertanto utile riuscire a scrivere una sola volta questo listato per poi richiamarlo quando serve. Da riorganizzare anche testo e paragrafi. Problemi sorgono anche perché R memorizza all’uscita tutti gli oggetti su cui ha lavorato che tacitamente, pur nascosti, sono ancora disponibili. Questi valori possono interagire sui programmi in via di sviluppo, creando situazioni le più disparate. In generale conviene dal menù ‘varie’ eliminare questi valori prima di far girare o costruire programmi! Si cercherà con calma  di attivare i controlli  anche sugli altri post, dove figura la function PRDGRAM.

ATTENZIONE: I SEGMENTI DELL’ARTICOLO IN GRIGIO CHIARO HANNO UNA BARRA ORIZZONTALE IN FONDO PER MUOVERE LO SCRITTO A DESTRA E SINISTRA, SE LO SCRITTO ESCE DALLO SCHERMO

stat_reg_mlr_blog0001

 FINE PROLOGO

               UN PARZIALE PERCORSO DI BASE SULL’ANALISI STATISTICA DI UNA SERIE STORICA REALE POCO INTUITIVA COMMENTATO CON IL LINGUAGGIO R

“Letture” su concetti statistici e su alcuni aspetti della programmazione

Dott. Piero Pistoia

PREMESSA

NB – I GRAFICI OTTENUTI CON IL SUPPORTO DEL PROGRAMMA CORR IN QBASIC (ALLEGATO) E DI EXCEL,  SE RIUSCIAMO A RIDISEGNARLI TUTTI, FACENDO GIRARE GLI SCRIPTS DEL LINGUAGGIO R CHE SEGUONO, QUESTO E’ UN EFFICACE CONTROLLO INTERNO ALLO SCRITTO.

Il file.dati che prenderemo come campione da analizzare riguarda le concentrazioni mensili di arsenico (As) misurate in mg/l nelle acque della Carlina (sorgenti Onore), prov. Siena, nell’intervallo di tempo 1989- 1993 (5 anni, 60 mesi con inizio da gennaio). Dopo interpolazione per i dati mancanti,   un’analisi preliminare (Modello Additivo secondo il Metodo delle Medie Mobili Centrate) porta ad individuare tre residui standardizzati elevati (> 2 in valore assoluto e quindi considerati outliers da eliminare e sostituire con nuova interpolazione,ottenendo così una serie storica corretta, stocastica e discreta; stocastica, nel senso che il futuro è solo parzialmente determinato dai valori del passato e discreta, nel senso che le misure sono fatte in tempi specifici (ogni mese) a uguali intervalli.

Su questa serie (yt=as1) di 60 dati – inserita nel file che si chiama As-Carlina1.csv – e che comunque   verrà esplicitata all’inizio dell’analisi – procediamo “a fare i conti” e a gestirla con R. Questa parte iniziale preliminare verrà trattata successivamente.

Intanto alleghiamo di seguito Il grafico della serie corretta e interpolata (Graf. N.1).

priodogramma0001

L’analisi di base di una serie storica procede alla ricerca delle uniformità al suo interno, come TREND, vari tipi di stagionalità periodica (giornaliera, settimanale, mensile, trimestrale ecc.) correlata al carattere dei dati che abbiamo (orari, giornalieri, settimanali,ecc.), cicli con eventuale periodo superiore che esce dal range dei dati (in generale periodo e ampiezza variabili), la componente random, che riassume lo ‘white noise’ ed altro (impulsi erratici). Alleghiamo come informazioni preliminari anche il relativo grafico dell’autocorrelogramma e del periodogramma (GRAF. N. 2, a e b). Si rimanda al loro significato e processo alla Appendice 1 di questo articolo e al Post scritto a nome di P.Pistoia ed altri, facilmente accessibile da questo sito, per es., battendo periodogramma nella finestra ‘Cerca’. Anticipiamo che dal correlogramma (GRAF. N.2 a)  si osservano una stretta convessità intorno al valore 12-13 che supera la fascia dell’errore, una ondulazione dei picchi (forse una oscillazione), un permanere di picchi nella zona positiva (TREND) ed altro e quindi  si evince che i dati della serie al 95% di fiducia, non sono random e dal periodogramma  si nota un picco forse rilevante corrispondente al valore 5  (5 oscillazioni nel range dei dati, cioè 5 oscill. in 5 anni, una oscillazione all’anno, quindi periodo=12 mesi). In dati mensili, una oscillazione periodica di periodo 12 è allora un’ipotesi plausibile.

Scegliamo di procedere, come tentativo, per prima cosa ad eliminare dalla serie storica corretta ( yt o as1) l’oscillazione stagionale prevista dai grafici precedenti. Useremo vari metodi per farlo e confronteremo poi i risultati.

priodogramma0002

4 – Cenni al METODO DELLA MEDIA MOBILE

SINTESI SUL METODO DELLA MEDIA MOBILE

Il metodo della media mobile consiste nel sostituire ai valori osservati, valori artificiali corretti, ottenuti effettuando la media di ciascun valore con quelli contigui (per il calcolo vedere, per es.,  [3] pag. 997), ottenendo una nuova serie storica.

Se da una serie storica vogliamo eliminare una oscillazione di un dato periodo, bisogna scegliere, per il calcolo della media, una lunghezza del periodo mobile uguale il più possibile alla lunghezza del periodo dell’oscillazione prevista.

E’ da tener presente che sembra che talora tale metodo abbia il difetto di inserire un ciclo fittizio in una serie storica anche casuale. Abbiamo controllato nel caso della serie trimestrale enucleata da quella in studio (vedere dopo).

Useremo la Media Mobile Centrata di ordine 12 (come suggerito dai grafici preliminari) che di norma elimina l’oscillazione di uguale periodo insieme alle componenti casuali dalla serie originale, trasformando la serie mensile originale (yt o as1,  che inizia con gennaio, APPENDIX3, TABELLA N.1, col.5  ) in una serie storica di dodici termini più corta (la serie Mbt, APPENDIX3, TABELLA N.1, col.6,  che perde i valori dei primi sei mesi e degli ultimi sei, e inizia da luglio). Da porre attenzione che nel processo di scorciamento il primo termine della serie Mbt si riferisce al mese di luglio del primo anno e così via. L’Mbt sottratta da quella originale (as1) ne fornisce una della stessa lunghezza della precedente (48 temini), l’STRD (componente stagionale + random, APPENDIX3, TABELLA N.1, col.7 ), sulla quale operiamo poi per ottenere il Fattore Stagionale costituito da dodici termini, uno per ogni mese (oscillazione in un anno). Per ottenere il Fattore Stagionale corrispondente ad un mese, si considerano tutti i valori della serie STRD (più corta di 12 termini) corrispondenti a quel mese e se ne fa la media. Quando faremo girare il programma scritto con R e vedremo i 48 valori della serie STRD, potremo controllare che, per es., i 4 valori del mese di gennaio (il settimo, il diciannovesimo, il trentunesimo, il quarantaduesimo) sono -0.0030, -0.0046, 0.0033, 0.0126 e facendo la media otterremo il 7° elemento del Fattore Stagionale, 0.0022, cioè il primo elemento di ESAs (APPENDIX3, TABELLA N.2, col.1), EFFETTO STAGIONALE,  la cui oscillazione è visibile nel GRAF. N.3 a.

Così per il mese di gennaio si fa la media dei 4 valori di gennaio contenuti nella serie STRD, ottenendo il primo valore dell’Effetto e così via. Con questi processi di media verranno eliminate anche le componenti casuali, se ci sono rimaste, dalla serie STRD che diviene così ST (stagionalità). Ripetendo 5 volte la ST copriamo i 5 anni, ottenendo l’Effetto Stagionale. E’ necessario però prima riorganizzare i 12 termini del Fattore Stagionale, spostando i primi sei termini, alla fine degli ultimi sei in maniera da avere i 12 valori allineati da gennaio a dicembre. Per il controllo di questa oscillazione applichiamoci, per es., il programma CORR scritto in Qbasic dall’autore (nota 2) o in linguaggio R (vedere sotto PARENTESI) e focalizziamo l’attenzione sul periodogramma dell’ultima serie ottenuta per osservare la frequenza di questa oscillazione (GRAF. N.3 a,b dell’Effetto Stagionale, ottenuto invece per mezzo di Excel): chiaramente significativa appare la frequenza 5.  Troveremo lo stesso periodogramma anche con R.  Con R useremo la funzione acf (file, main=”Titolo”), per ritrovare i correlogrammi costruiti con CORR ed excel; per il periodogramma si rimanda anche alla relativa routine qui riproposta, rivisitata e funzionante.

————————————————-

5 – INIZIO AREA FRA PARENTESI

5-AREA FRA PARENTESI

APERTA PARENTESI

Alcuni programmi in R utili nello studio delle serie storiche

Da notare (fra parentesi) il programmino riportato qui sotto, scritto in linguaggio R dal sottoscritto, con i suoi risultati, che calcola egregiamente (almeno sembra) i coefficienti di auto-correlazione di una serie storica di prova:

y=c((1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12,13,14,15,16,17,18,19,20)). Comunque, nell’andare, lo vedremo in azione per i tanti confronti e prove! Si aggiungono di seguito anche scripts in R per il calcolo di DW (test di Durbin Watson), metodo più efficace nell’analisi dei correlogrammi, sempre del sottoscritto.

ATTENZIONE!  GLI SCRIPTS DEI PERIODOGRAMMI COME SUBROUTINES (functions) SONO IN VIA DI CORREZIONE

RIPORTIAMO SUBITO ANCHE IL PROGRAMMA PIU’ COMPLESSO PER COSTRUIRE IL PERIODOGRAMMA DI UNA SERIE STORICA con i  relativi risultati per il controllo . Un controllo quantitativo più puntuale è stato condotto col MATHEMATICA 4.2 di Wolfram nella APPENDIX4 (Piero Pistoia)

Queste routines  messe sotto forma di Functions serviranno per costruire correlogrammi, tests di DW e periodogrammi ognivolta che servono.

library(tseries)

# PROGRAMMINO ‘CORRELOGRAMMA’

# Un piccolo strumento per allenare anche l’intuito

#dott. Piero Pistoia

result=c() # result=c(NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA)
result1=c() # result1=c(NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA)
#y=c(1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12,13,14,15,16,17,18,19,20)
y=c(1:20) 
# Il lettore può a piacere aggiungere altre funzioni (anche numeri casuali), tentare di indovinare # con ipotesi e poi controllare, per acquisire intuizione sul Correlogramma e sui suoi limiti.

#Controllare se le definizioni dei vettori con elementi NA sono necessari! Sembra di no!
#y=c(1,2,3,4,5)
 N=length(y)
 m=10
 yM=mean(y)

 for(h in 1:m){
for (t in 1:N-h){
 result[t]=(y[t]-yM)*(y[t+h]-yM)
 }
result1[h]=sum(result)
} # OK
result1
result2=c()
#result2=c(NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA)
#for(h in 1:m){

 for(t in 1:N){
 result2[t]=(y[t]-yM)^2
 }
result3=sum(result2)

# Calcolo il coeff. di correl. di lag 1

rh=result1/result3

t=seq(1:10)

Prh=plot(t,rh)

RISULTATI DELLA PROVA (nessun errore rilevato dalla consolle di R nella prima prova!)

> load(“C:\\Users\\Asus\\Documents\\.RData”)
> library(tseries)

‘tseries’ version: 0.10-32

‘tseries’ is a package for time series analysis and computational
finance.

See ‘library(help=”tseries”)’ for details.

> result=c(); result=c(NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA)
> result1=c(); result1=c(NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA)
> y=c(1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12,13,14,15,16,17,18,19,20)
>
> #y=c(1,2,3,4,5)
> N=length(y)
> m=10
> yM=mean(y)
>
> for(h in 1:m){
+ for (t in 1:N-h){
+ result[t]=(y[t]-yM)*(y[t+h]-yM)
+ }
+ result1[h]=sum(result)
+ } # OK
Ci sono 45 avvisi (usare warnings() per leggerli)
> result1
[1] 565.25 385.75 233.75 107.25 4.25 -77.25 -139.25 -183.75 -212.75
[10] -228.25
>
> result2=c(NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA)
> #for(h in 1:m){
>
> for(t in 1:N){
+ result2[t]=(y[t]-yM)^2
+ }
> result3=sum(result2)
>
> # Calcolo il coeff. di correl. di lag 1
>
> rh=result1/result3
>
> t=seq(1:10)
>
> Prh=plot(t,rh)

Risultato da confrontare con acf(y)

SE SCRIVIAMO coeffcorr=acf(y), R DARA’ ANCHE IL VETTORE DATI IN coeffcorr

La formula usata è quella senza la moltiplicazione per N/(N-1)

LA STATISTICA DI DURBIN WATSON

library(tseries) 
y=c(1,2,3,4,5,6,7,8,9,10) 
n=length(y) 
#result=c(NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA)
 result=c()
 result1=c()
for(t in 2:n){
 result[t]=(y[t]-y[t-1])^2
}
result=result[2:n]
a=sum(result)

for(t in 1:n)
result1[t]=y[t]
b=sum(y)
dw=a/b
dw

#Nella tabella, k'=n° regressori non contando la costante, a=n° osservazioni (y) e dw, sono le tre informazioni per fare il 
test con la tabella.
#Per k'=1 e a=20  l'intervallo dl-du=1.201-1.411, per cui 0.2 < dl:  presenza di correlazione,
#si respinge l'ipotesi nulla (ipot. nulla = i dati non sono 
correlati!), come era intuitivamente già nelle cose.
Da notare che normalmente il test si applica ai residui per 
testare la loro indipendenza.
RISULTATI DELLA PROVA (nessun errore sulla consolle di R) 
> library(tseries) 
> y=c(1,2,3,4,5,6,7,8,9,10) 
> n=length(y) > 
#result=c(NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA,NA) 
> result=c() > result1=c() 
> for(t in 2:n){ + result[t]=(y[t]-y[t-1])^2 + } 
> result=result[2:n] 
> a=sum(result) 
> > for(t in 1:n) 
+ result1[t]=y[t] 
> b=sum(y) 
> dw=a/b 
> dw [1]
 0.1636364
 >

#TENTIAMO SCRIPTS del PERIODOGRAMMA IN FORMA DI FUNCTION del dott. Piero Pistoia

# PROVE_TEST SUL PERIODOGRAMMA E CONTROLLO COL MATHEMATICA 4.2 
# Oscillazioni su medietrim e costruzione delle formule 
trigonometriche
# Eliminazione delle varie armoniche

par(ask=T)
par(mfrow=c(1,3))
#medietrim sono i 20 valori trimestrali relativi ai 60 dati mensili delle concentrazioni arsenico 
#della Carlina per 5 anni, in studio.
#Vedere il Post a nome di P.Pistoia  "Un percorso verso il periodogramma" 
#in questo blog o rivisitato ed esteso in APPENDIX4.

yt=c(0.04233333,0.06100000,0.04500000,0.0556666,0.05400000,
0.06500000,0.07066667,0.04633333,0.05833333,0.06533333,
0.08516667,0.06866667,0.07650000,0.0761666,0.07300000,
0.06700000,0.07966667,0.07333333,
0.07866667,0.06266667)

#ALTRA PROVA IN COSTRUZIONE
#yt= qui si introduce il vettore detrend_trim, cioè i 20 valori di yt detrendizzato, 
#su cui faremo agire la function del periodogramma. Vedere  
APPENDIX4
# detrend_trim=c(-0.0094714286, 0.0077825815, -0.0096300752, 
#-0.0003760652, -0.0034553885, 
# 0.0061319549, 0.0103859649, -0.0153600251, -0.0047726817, 
0.0008146617, 
# 0.0192353383, 0.0013226817, 0.0077433584, 0.0059973684, 
0.0014180451, 
#-0.0059946115, 0.0052593985, -0.0024865915, 0.0014340852, 
-0.0159785714)
 
n=length(yt)
yt=as.vector(yt)
nx=n
yx=yt 
medietrim=yt




#m =(n-1)/2 # perché n dispari
#m =(n/2-1) # perché n pari

if (nx/2%%2==2) mx=nx/2-1 else mx=(nx-1)/2 #controllo 
automatico di n (pari o dispari?)
#Controllare se ho invertito le due opzioni!

nx
mx
t=c(1:length(medietrim))
PRDGRAM<- function(y1,n1,m1) {

# VALORI DEL PARAMETRO ak
a0=c(); k=0; a0=0;
for(t in 1:n1){a0=a0+y1[t]*cos(2*pi*t*k/n1)}
a0

a0=a0*2/n1;a0=a0/2

a0

a=c();a[1:m1]=0;
for(k in 1:m1) {
for(t in 1:n1){
a[k]=a[k]+y1[t]*cos(2*pi*t*k/n1)}}
a=2*a/n1

# vALORI DEL PARAMETRO bk

b=c();b[1:m1]=0;b0=0;k=0
for(k in 1:m1) {
for(t in 1:n1){
b[k]=b[k]+y1[t]*sin(2*pi*t*k/n1)}}

a <- as.vector(a)

for(i in 1:m1){
if (abs(a[i]) < 1e-10) a[i]=0 else a[i]=a[i]}
a

for(i in 1:m1){
if (abs(b[i]) < 1e-10) b[i]=0 else b[i]=b[i]}
b=2*b/n1
b
# AMPIEZZE
#ro[1:m1]=0
ro <- sqrt(a^2 +b^2)

for(i in 1:m1){
if (abs(ro[i]) < 1e-10) ro[i]=0 else ro[i]=ro[i]}

# CALCOLO DELLA FASE DI OGNI ARMONICA
# RIPORTANDO IL VALORE AL QUADRANTE GIUSTO
f2=c()
f2[1:m1]=0
for(i in 1:m1){
f2[i] <- abs(a[i]/b[i])
f2[i] <- atan(f2[i])*180/pi}
f2 =as.vector(f2)
f2
#f2[1:m1]=0 un f2[1:m1] di troppo!
phi <- c()
for(i in 1:m1){
# f2 <- abs(a[i]/b[i]);
# f2 <- atan(f2)*180/pi;
if(b[i]>0 & a[i]>0) phi[i] = f2[i];
if(b[i]<0 & a[i]>0) phi[i] = 180-f2[i];
if(b[i]<0 & a[i]<0) phi[i] = 180+f2[i];
if(b[i]>0 & a[i]<0) phi[i] = 360-f2[i];
if(b[i]==0 & a[i]==0) phi[i] = 0;
if((b[i]<0 & b[i]>0) | a[i]==0) phi[i]=0; 
if(b[i]==0 & a[i]>0) phi[i]=90;
if(b[i]==0 & a[i]<0) phi[i]=360-90
}

# PHI FASE ARMONICHE

phi=as.vector(phi)
phi
param_a <-a
param_b <-b
ampiezza <- ro
fase <- phi

a;b;ro;phi
# Qui, al termine della function si pone il valore di un'unica 
# variabile che esce o, se escono più variabili, si usa  
# un data.frame: data=data.frame(x1,x2,...).
# Ogni chiamata alla function permette di includere l'unica 
# variabile o i data nel nome della chiamata:
# es. periodxx=nome.function(x1,x2,...)

data <-data.frame(a,b,ro, phi) 
data
# questa matrice esce dalla function e viene 'raccolta' nella variabile periodxx

}

#FINE SUBROUTINE ANALISI FOURIER

period=PRDGRAM(medietrim,nx,mx)
period 
plot(period$ro,type="l",main="PERIODG.medietrim",
xlab="Armoniche = N° oscillazioni in n dati", ylab="ampiezza")
# 1° grafico in A1
# medietrim (vedere ro del  period. di medietrim) presenta 
# le armoniche rilev. n.3 e n.5 (GRAF.A1)

# for(i in 1:10000000) i=i
#data <-data.frame(param_a,param_b,ampiezza, fase)
#data
# Con il numero delle armoniche considerate rilevanti, 
le relative ampiezze e fasi possiamo
# costruire le loro espressioni trigonometriche.

w1=c(1:length(medietrim))
y_osc=0.0058*sin(2*pi*5*t/20+3.9) # questa oscillazione 
dovrebbe avere  
# un'armonica 5 (GRAF.A3)
so=medietrim-y_osc # so nel grafico dell'ampiezza (GRAF.B2). 
# Questa sottrazione eliminerà l'armonica 5
#  da ro di medietrim (GRAF.B2)

so
#PER UN'ALTRA PROVA

# Se consideriamo l'altra espressione y_osc1=0.0066*sin(2*pi*3*t/20+2.92), che ha un picco 
#all'armonica 3, invece di y_osc, e la sottraiamo da medietrim che ha pure un picco  
#all'armonica 3 (GRAF.A1), come diverrà il grafico? (vedere 
GRAF.B3)

#Se detrendiziamo medietrim (detrend_trim) e applichiamo il 
period. 
#potremo controllare le sue armoniche rilevanti e esprimere in forma analitica 
#(in formula trigonometrica) la loro rilevanza (y_oscxx). 
APPENDIX4 

#detrend_trim=c(-0.0094714286, 0.0077825815, -0.0096300752, 
#-0.0003760652, -0.0034553885, 
#0.0061319549, 0.0103859649, -0.0153600251, -0.0047726817, 
0.0008146617, 
#0.0192353383, 0.0013226817, 0.0077433584, 0.0059973684 
0.0014180451, 
#-0.0059946115, 0.0052593985, -0.0024865915, 0.0014340852, 
-0.0159785714) #ripreso dall'APPENDIX4
 
FINE ALTRA PROVA
ny=length(y_osc) 
n=length(so) 

if (n/2== n%%2) m=n/2-1 else m=(n-1)/2 
period1=PRDGRAM(so,n,m) 
period1 
period1$ro 
#plot(period1$ro,type="l",main="PERIODG.senza osc.5", 
#xlab="Armoniche = N° oscillazioni in n dati", ylab="ampiezza")
y_osc1=0.0066*sin(2*pi*3*t/20+2.92)# armonica 3; FIG.A2 
nz=length(y_osc1)
if (nz/2== nz%%2) mz=nz/2-1 else mz=(nz-1)/2
period6=c() 
period6=PRDGRAM(y_osc1,nz,mz) 
period6 
plot(period6$ro,type="l",main="PERIODG.y_osc1",
xlab="Armoniche = N° oscillazioni in n dati", ylab="ampiezza")# 2° grafico in A2
if (ny/2== ny%%2) my=ny/2-1 else my=(ny-1)/2 
period2=PRDGRAM(y_osc,ny,my)  
period2  
period2$ro  
plot(period2$ro,type="l",main="PERIODG.y_osc", 
xlab="Armoniche = N° oscillazioni in n dati", ylab="ampiezza") # 3° grafico in A3
 
period3=c() 
period3=period 
plot(period3$ro,type="l",main="PERIOD.medietrim", 
xlab="Armoniche = N° oscillazioni in n dati", ylab="ampiezza")
# 4° grafico in B1 
# medietrim (vedere ro del period. di medietrim)

 

so1=medietrim-y_osc1 
#period4=c() 
#period4=period1 
#plot(period4$ro,type="l",main="PERIODG.senza osc.3", 
#xlab="Armoniche = N° oscillazioni in n dati", ylab="ampiezza")

nz=length(y_osc1) 
if (nz/2%%2==2) mz=nz/2-1 else mz=(nz-1)/2 #controllo automatico di n (pari o dispari?) 
period5=c() 
period5=PRDGRAM(so1,nz,mz) 
period5 
plot(period5$ro,type="l",main="PERIODG.senza osc.3",  
xlab="Armoniche = N° oscillazioni in n dati", ylab="ampiezza") # 5° grafico in B3 
#par=(mfrow=c(1,1)) 
#period6=c() 
period6=PRDGRAM(y_osc1,nz,mz) 
#period6 
#plot(period6$ro,type="l",main="PERIODG.y_osc1",  
#xlab="Armoniche = N° oscillazioni in n dati", ylab="ampiezza")# 
plot(period1$ro,type="l",main="PERIODG.senza osc.5", 
xlab="Armoniche = N° oscillazioni in n dati", ylab="ampiezza")
#6° grafico in B2
#RISULTATI OK
cliccare qui sotto per vedere i risultati degli scripts in pdf che verranno costruiti facendo girare il programma precedente.
period_prove_test (1)
                                                                   

Si aggiungono qui i relativi tre grafici FIG.A, FIG.B, FIG.C costruiti dal programma precedente, e la successiva  FIG.D, che illustra, alla rinfusa, l’appunto relativo alla formulazione delle due armoniche costruite su ampiezze e fasi dei risultati.

FIG.A0001
FIG.A0002

FIG.A0004

FIG.D

FIG.D0001

DA QUI IN POI QUALCOSA ANCORA DA CONTROLLARE

PER VEDERE LA PRIMA VERSIONE DEL PRECEDENTE PROGRAMMA IN PDF 
CLICCARE SOTTO:

function_period_ok_3_richiami_result-p_pistoia-1 (1) 

LA NUOVA VERSIONE DEL PRECEDENTE PROGRAMMA CON IN USCITA 12 
GRAFICI SI TROVA CLICCANDO SU:
 
 function_period_ok_3_richiami_result-p_pistoia (1)

 
Una volta compreso come richiamare e come gestire i risultati 
della function del periodogramma, 
ora siamo in grado di continuare di volta in volta la 
correzione. 
#In ogni caso gli scripts dei programmi presentati in R possono essere trasferiti, anche 
#un pezzo alla volta, direttamente sulla console di R con Copia-Incolla: il programma inizierà 
#nell'immediato a girare costruendo risultati e grafici i cui 
significati sono riassunti 
#nei remarks. 
 

Ho scritto le precedenti routines che sembrano funzionare, come si vede dai risultati,  considerando il periodogramma come una function, una specie di subroutine. Sarò costretto comunque a rimettere in discussione con calma altri programmi in R che contengono questa function tenendo conto dei cambiamenti!

CHI VOLESSE PUO’ VEDERE ANCHE GLI SCRIPTS DELLO STESSO AUTORE RELATIVI AL PERIODOGRAMMA E ALL’ANALISI DI FOURIER IN MATHEMATICA DI WOLFRAM VERS. 4.2, per fare un controllo dei risultati. Sono inseriti nelle appendici.

IL CONTROLLO  DEI PROGRAMMI IN R CHE SEGUONO E’ QUASI COMPLETATO

AD MAIORA

CHIUSA PARENTESI

________________________

period10001

6_CENNO A COMANDI IN R DI CALCOLO E ORGANIZZAZIONE DEI DATI

Filter, matrix e ts di R.
Discussione sui comandi di calcolo ed organizzazione sui dati. Commento sulle prime istruzioni di R (file di dati). Processi per automatizzare i “i conti”.

Si usa la funzione ts di R che riorganizza direttamente la serie originale (yt o as1)
in 12 colonne (mesi) e 5 righe (anni) per il calcolo poi con un for   delle medie di tutti i Gennaio, di Febbraio…

Discussione su filter

Applico direttamente la funzione Filter di R, sempre sulla serie originale (yt o as1), che, eliminando da essa (cioè da as1) la componente stagionale di ordine 12 + random, cambia contenuto in TREND + Ciclo + random? (divenendo la asf12).  Trovo poi la retta di regressione su asf12, i cui valori delle sue ordinate verranno tolti dalla serie originale; faccio il grafico di asf12 + retta di regr . Da controllare meglio. Smussando la yt, la asf12 è senza random? Vedere dopo gli script.

SEGUE IL COMMENTO SULLE  LE PRIME ISTRUZIONI DI R PER AUTOMATIZZARE I ‘CONTI’ DEL PROCESSO RIASSUNTO IN PRECEDENZA CHE ESPANDEREMO IN UN SECONDO TEMPO

I PRIMI INTERVENTI IN R

I primi passi nella schermata iniziale di R consistono nel caricare le Librerie suppletive di R necessarie a fornire i comandi, oltre a quelli di base, per gestire ed elaborare   i dati sperimentali. Con la funzione getwd() capisco dove ‘guarda’ R (cioè qual è la directory di lavoro) per cercare il file-dati da caricare e la funzione setwd (directory) permette di cambiare tale directory di lavoro. Fatta conoscere ad R la directory di lavoro, gli facciamo leggere il file-dati scelto per l’analisi (con il comando read.csv); nella fattispecie “As-Carlina1.csv”; la funzione file.show(“nome file.csv”) permette di visionare il contenuto del file che in generale è una matrice con righe e colonne è cioè un data.frame a cui si attribuisce un nome (per es., frame) e di cui è possibile conoscere le dimensioni col comando dim() o estrarre elementi. Le righe della matrice sono le osservazioni o casi; le colonne sono i campi o variabili. Con frame$variable si vuol dire di estrarre la variabile chiamata variable dal data.frame chiamato frame; frame[1,] significa prendere la prima riga, mentre frame[,3], prendere la terza colonna e così via. L’espressione summary(frame$variable) trova tutti i valori della variabile variabile contenuti nel data.frame chiamato frame. Così summary(frame[,3]), trova tutti i valori della colonna 3.

library (stats)

library(tseries)

library(lattice)

#library(graphics)

#getwd()

#setwd(“E:/R-2.12.2/bin/i386”)

# Se conosco dove è memorizzato il file con i dati da analizzare e la sua struttura

# utilizzo questi scripts iniziali

#as=read.csv(“As-Carlina.csv”)

#as1=as[,5]

#leggo la quinta colonna del data.frame: As-Carlina.csv dove c’è appunto yt

#as1=ts(as1) # considero as1 una serie storica

#ts.plot(as1) # plotto as1

Introdurremo invece direttamente la Serie yt o as1

as1= c(.033,.043,.051,.059,.061,.063,.053,.036,.046,.056,.063,.048,.053,.043,

.066,.053,.082,.06,.08,.076,.056,.036,.05,.053,.056,.058,

.061,.063,.065,.068,.0815,.095,.079,.063,.069,.074,.08,.0765,.073,

.0695,.066,.093,.083,.073,.063,.074,.067,.06,.086,.08,.073,.067,

.089,.064,.087,.079,.07,.065,.06,.063)

7 – ECCO QUELLO CHE FAREMO CON R: ‘LETTURE’ SUI PROCESSI (‘CACCIA AI RESIDUI’ compresa)

ECCO QUELLO CHE FAREMO CON R

RIORGANIZZAZIONE DELLA SERIE STORICA MENSILE LUNGA CINQUE ANNI, As1, IN DODICI COLONNE (mesi)  E CINQUE RIGHE (anni) E BREVI LETTURE SUCCESSIVE

Il primo passo è riorganizzare la serie storica mensile della durata di 5 anni (5×12=60 mesi), in 12 colonne (mesi) e 5 righe (anni).

In ogni colonna ci sono 5 valori di ogni mese: nella prima, i 5 valori di gennaio, nella seconda, i 5 di febbraio e così via, Questo insieme costituisce il file as1.ts1. Per costruire as1.ts1 si può con R operare in almeno due modi. Una volta costituita la classificazione as1.ts1, si usa la funzione ts che permette poi tramite la subas, di meccanizzare con un for il calcolo delle dodici medie riferite ad ogni mese per i 5 anni (vedere dopo).

In sintesi con ts, che ha come argomenti: file, start e frequency, raggruppo i dati con i valori di ogni mese nella stessa colonna. Nella tabella appaiono il nome dei mesi su ogni colonna e il nome degli anni ad ogni riga; siamo così in grado di prendere i cinque dati di ogni mese (uno ogni dodici) per farne la media.

as1.ts1=ts(as1,start=1989,frequency=12)

Questa espressione fa anche la media di ogni colonna?

subas=as1.ts1[seq(1, length(as1), by=12)]

subas raccoglie i dati di gennaio per i 5 anni e ne fa la media(0.064); per ulteriori elaborazioni si può automatizzare con for.

Con for ottengo le 12 medie di ogni mese per 5 anni, mettendo un i al posto di 1 nell’argomento.

Guardiamo come.

mediamesi=c()

for(i in 1:12){mediamesi[i]=mean(as1.ts1[seq(i,length(as1),by=12)])}

ts.plot(mediamesi)

Se togliamo dal vettore mediamesi la media di as1, si ottiene una sorta di Effetto Stagionale mensile.

Mediamesi0=c()

Mediamesi0 =(mediamesi – mean(as1)) # da errore!

ts.plot(mediamesi0) # da errore! In effetti (vedere gli scripts al termine), non so perchè, sono necessarie variabili intermedie.

Vedremo dopo altri modi per il calcolo dell’Effetto Stagionale attraverso una Media Mobile e la funzione filter su as1, ambedue di ordine 12, modificando la stessa as1 o yt, in Mbt e asf12 di 12 termini più corte rispettivamente, contenenti ambedue almeno TREND lin.+ Ciclo (il random plausibilmente si cancellerebbe nel processo). La serie originale era pensata costituita da componente stagionale + TREND_ lin. + ciclo + random.

Calcolo la Media Mobile di ordine 12 su yt o as1; trovo la serie Mbt di 12 termini più corta, che è yt smussata della stagionalità, che serve a calcolare l’Effetto Stagionale, passando attraverso la sottrazione yt – Mbt , chiamata STRD (stagionalità più random:  Tabella 1, colonna 7, APPENDIX 3).

yt=as.vector(yt): n=length(yt); Mbt=c()

for(t in 7:n){Mbt[t] = (yt[t-6]/2+yt[t-5]+yt[t-4]+yt[t-3]+yt[t-2]+yt[t-1]+yt[t]+yt[t+1]+yt[t+2]+yt[t+3]+yt[t+4]+yt[t+5]+(yt[t+6])/2)/12}

Mbt # di 12 termini più corta: 6 NA all’inizio e 6 NA alla fine, in tutto 48 dati (yt o as1 erano 60)

Mbt=Mbt[7:54]# elimino da Mbt gli NA; se i dati iniziali iniziavano da gennaio, Mbt inizia da un luglio e termina a un giugno

In alternativa applico il filter di ordine 12 su as1 o yt:

asf12=filter(yt, filter=rep(1/13,13)) # 12 o 13?

asf12

asf12=asf12[7:54] # elimino da asf12 gli NA

Le deboli differenze fra Mbt e asf12 è facile siano dovute alla Media Mobile manuale che è centrata.

Scorcio la as1 di 6 valori iniziali e finali per renderla lunga come Mbt e poi vi sottraggo Mbt:

STRD=as1[7:54] – Mbt # il primo valore di STRD corrisponde a luglio del primo anno.

Ciò significa: STRD= (ciclo+TREND+stagionalità+random) – (ciclo+TREND)=stagionalità+random; 60-12=48 termini.

Si calcola ora il Fattore Stagionale mensile (Tabella 1, colonna 8; 12 termini, APPENDIX 3) agendo con la funzione matrix su STRD e successivamente con colMeans: metto STRD (48 termini) sotto forma di matrice con dodici colonne (mesi) e 4 righe (anni)

stag = matrix(STRD, ncol=12, byrow=T)

Su questa matrice col comando colMeans posso trovare le 12 medie dei 4 valori, una per ogni mese, che metto in mediacol:

mediacol = colMeans(stag) # in mediacol rimangono i random?

Ordino le 12 medie ottenute, che iniziano da luglio del primo anno e terminano a giugno dell’anno successivo, da gennaio a dicembre:

mediacol=(mediacol[7:12],mediacol[1:6]) # Controllare se funziona!

mediacol # detto talora Fattore Stagionale

Copro poi i 5 anni ripetendo questi 12 valori:

ESAs = rep(mediacol,5) # Effetto stagionale di yt o as1

ESAs # serie lunga come yt o as1 originale

Dobbiamo ora togliere da yt o as1 l’Effetto Stagionale trovato per ottenere la serie iniziale destagionalizzata (stg, detta anche y1t o dst; Tabella 2, colonna 2) :

stg=c() #forse è meglio chiamala dst o y1t al posto di stg

dst=c() # dst o y1t in stg!

dst= yt–ESAs # TREND+ciclo_random; serie originale destagionalizzata (GRAF. N.4 a- CORR; b-PERIOD))

# Di fatto questa istruzione stranamente dava errore; forse è necessario introdurre variabili intermedie (vedere scripts relativi dopo). Controllare meglio!

# dst <- c(as1–ESAs) # TREND+ciclo_random #ancora da rifletterci!

dst  # è la serie originale destagionalizzata (in altre occasioni chiamata y1t). Di questa disegno il correlogramma: i dati sono autocorrelati; la statistica  DW , per K= 1,   N=60, rischio 0.05, cade a sinistra dell’intervallo dl-1.62 e si intravede la presenza di un TREND positivo (GRAF. N.4 a); dal periodogramma è sparito completamente il picco di frequenza 5 (periodo 60/5) dell’oscillazione stagionale (GRAF. N.4 b), presente invece  nel periodogramma della serie originale (GRAF. N.2 b) e nell’ESAs (GRAF. N.3 b).

y1t=dst

period0002

 

6-7 LA ‘CACCIA’ AI RESIDUI

Potremmo tentare di togliere da dst o y1t (TREND+ciclo_random) i random, provando a perequare con una Media Mobile 3*3 (pesata 1,2,3,2,1) per cui l’yt_smussato verrebbe a contenere ciclo+TREND che, tolto da dst o y1t, dovrei ottenere i random, se le ipotesi iniziali fossero giuste (vedere il testo di questi  scripts già in Blocco Note con  i risultati relativi, nel paragrafo prima delle Appendici (SECONDA PARTE). Alcuni ricercatori infatti propongono medie mobili a tre o 5 termini pesati 12321, per eliminare i random! PROVIAMO  invece il tentativo più classico che Segue: detrendizziamo linearmente la dst o y1t, sottoponendola ad una regressione lineare semplice (RLS)…

8 – INIZIO COPIA SCRIPTS DEL PROGRAMMA CENTRALE
Vari commenti possibili e riflessioni alternative

INIZIANO GLI SCRIPTS DEL PROGRAMMA RELATIVO A TUTTO IL PROCESSO DESCRITTO E DISCUSSO IN PRECEDENZA

Da copiare sul Blocco Note con copia/incolla e poi sulla consolle di R (o direttamente su R). In generale i programmi scritti in R o si fanno girare scrivendo una istruzione dietro l’altra , oppure, per es., si copiano gli  scripts sul Blocco Note od altro semplice programma di scrittura (anche quelli indirizzati ad R),  con copia/incolla e poi  sulla consolle di R.

Altro problema in R,  quando si copiano programmi pronti dal Blocco Note, è quello di gestire la visione dei diversi grafici, man mano che il programma gira. In questo caso è necessario che il programma controlli i grafici nel senso, per es., di far fermare il programma all’apparire del grafico nella finestra grafica, nella attesa della pressione di un tasto. Per questo esiste un semplice comando, da inserire, per es., all’inizio degli scripts, che ha la sintassi: par(ask=T).  Si può utilizzare in alternativa o insieme il comando par(mfrow=c(x,y) , che divide l’unica finestra grafica in x*y parti; x=2 e y=3, la finestra rimane divisa in 6 parti e può contenere 6 grafici e così via.

COMMENTO

Il seguente programma è stato utilizzato da prima nell’analisi della serie As originale, nel modo come era nato, cioè iniziando il lavoro con l’applicare la media mobile direttamente sulla serie originale, arrivando però ad una serie residuale  che può non rispettare i criteri richiesti (rivedremo i passaggi). Questo primo modo  è quello che per ora continua  a venire presentato e commentato.

Per osservare il percorso che parte invece, forse più giustamente, dalla serie detrendizzata (il trend in una serie  può  ‘disturbare’ il computo dell’Effetto Stagionale?), basta sostituire nel vettore as1, invece dei valori originali, i valori della serie detrendizzata, nel nostro caso per es. copiati dai programmi del Mathematica di Wolfram (Appendix 5) o dall’altro post  ‘Verso il periodogramma’, sempre dello stesso autore o… si rifaccia il conto. Basta togliere il cancelletto (#) all’as1 che riporta i valori della serie detrendizzata e ‘cancellettando’ invece i valori  dell’as1 che riporta  quelli della serie originale (e viceversa). I risultati ipoteticamente dovrebbero migliorare. Proviamo.

RESIDUI ANALISI SU As1 DETRENDIZZATO-P_Pistoia

Col tempo e la pazienza è possibile che riporti, in un link, il programma in pdf  che, in as1, ha i suoi valori detrendizzati, con più di una  decina di grafici relativi, con risultati e commenti! Vedere sopra la prima versione.

8-INIZIO COPIA PROGRAMMA

library(tseries)

library(lattice)

library(graphics)

as1= c(.033,.043,.051,.059,.061,.063,.053,.036,.046,.056,.063,.048,.053,.043,.066,.053,

.082,.06,.08,.076,.056,.036,.05,.053,.056,.058,

.061,.063,.065,.068,.0815,.095,.079,.063,.069,.074,.08,.0765,.073,

.0695,.066,.093,.083,.073,.063,.074,.067,.06,.086,.08,.073,.067,

.089,.064,.087,.079,.07,.065,.06,.063)

# Per partire con la detrendizzazione, ad as1 sostituiamo i valori della stessa serie detrendizzata.

# Togliamo il cancelletto e mettiamo la nuova serie detrendizzata  qui e ‘cancellettiamo’ la precedente:

#as1 =c(-.018,.0089,-.0013,.0062,.0077,.0093,

#-.0012,-0.0187,-.0091,.00039,.0069,-.0085,

#-.0040,-.014,.0080,-.0054,.0231,.00064,

#.0202,.0157,-.0048,-.0252,-.0117,-.0092,

#-.0066,-.0051,-.0026,-.0011,.00048,.0030,

#.0160,.029,.013,-.0039,.0017,-.0092,

#.012,.0076,.0038,-.00018,-.0042,.0223,

#.012,.0014,-.0090,.0015,-.0060,-.0134,

#.0121,.0056,-.0018,-.0083,.0132,-.00122,

#.0102,.0018,-.0077,-.0131,-.0186,-.0161)

as1=ts(as1)

par(ask=T)

par(mfrow=c(1,2))

yt=c()

yt=as1

ts.plot(yt, main=”GRAF. N.2_yt_ SERIE CORRETTA”)

lines(yt,type=”l”)

acf(yt, main=”GRAF. N.2_a-yt_CORR_SERIE CORRETTA”)

#alfa=-pi/2 -> 270°; alfa=-1.175 rad (cioè -100°) -> 260°

#INIZIO FUNCTION

PRDGRAM<- function(y1,n1,m1) {

# VALORI DEL PARAMETRO ak

a0=c(); k=0; a0=0;

for(t in 1:n1){a0=a0+y1[t]*cos(2*pi*t*k/n1)}

a0

a0=a0*2/n1;a0=a0/2

a0

a=c();a[1:m1]=0;

for(k in 1:m1) {

for(t in 1:n1){

a[k]=a[k]+y1[t]*cos(2*pi*t*k/n1)}}

a=2*a/n1

# vALORI DEL PARAMETRO bk

b=c();b[1:m1]=0;b0=0;k=0

for(k in 1:m1) {

for(t in 1:n1){

b[k]=b[k]+y1[t]*sin(2*pi*t*k/n1)}}

a <- as.vector(a)

for(i in 1:m1){

if (abs(a[i]) < 1e-10) a[i]=0 else a[i]=a[i]}

a

for(i in 1:m1){

if (abs(b[i]) < 1e-10) b[i]=0 else b[i]=b[i]}

b=2*b/n1

b

# AMPIEZZE

#ro[1:m1]=0

ro <- sqrt(a^2 +b^2)

for(i in 1:m1){

if (abs(ro[i]) < 1e-10) ro[i]=0 else ro[i]=ro[i]}

# CALCOLO DELLA FASE DI OGNI ARMONICA

# RIPORTANDO IL VALORE AL QUADRANTE GIUSTO

f2=c()

f2[1:m1]=0

for(i in 1:m1){

f2[i] <- abs(a[i]/b[i])

f2[i] <- atan(f2[i])*180/pi}

f2 =as.vector(f2)

f2

#f2[1:m1]=0 un f2[1:m1] di troppo!

phi <- c()

for(i in 1:m1){

# f2 <- abs(a[i]/b[i]);

# f2 <- atan(f2)*180/pi;

if(b[i]>0 & a[i]>0) phi[i] = f2[i];

if(b[i]<0 & a[i]>0) phi[i] = 180-f2[i];

if(b[i]<0 & a[i]<0) phi[i] = 180+f2[i];

if(b[i]>0 & a[i]<0) phi[i] = 360-f2[i];

if(b[i]==0 & a[i]==0) phi[i] = 0;

if((b[i]<0 & b[i]>0) | a[i]==0) phi[i]=0;

if(b[i]==0 & a[i]>0) phi[i]=90;

if(b[i]==0 & a[i]<0) phi[i]=360-90

}

# PHI FASE ARMONICHE

phi=as.vector(phi)

phi

param_a <-a

param_b <-b

ampiezza <- ro

fase <- phi

# Qui, al termine della function si pone il valore di un’unica

# variabile che esce o, se escono più variabili, si usa

# un data.frame: data=data.frame(x1,x2,…).

# Ogni chiamata alla function permette di includere l’unica

# variabile o i data nel nome della chiamata:

# es. periodxx=nome.function(x1,x2,…)

data <-data.frame(a,b,ro, phi)

data

# questa matrice esce dalla function e viene ‘raccolta’ nella variabile nomexx (es.,periodxx)

}

#FINE FUNCTION

#Per richiamare la function:

#nomexx = PRDGRAM(Nome_var_vettore dati, numerosità del campione, numero di armoniche da cercare)

yt=as1

yx=as1

nx=length(yt)

#periodogramma yt

if (nx/2== nx%%2) mx=nx/2-1  else mx=(nx-1)/2 #da controllare se non sia necessario uno swap!

period_as1= PRDGRAM(yx, nx ,mx)

#par(mfrow=c(1,4)) 
#plot(a, xlab="Armoniche = N° osc. in n dati") 
#plot(b, xlab="Armoniche = N° osc. in n dati")

 period_as1 # tabella dei dati in uscita: ak, bk, ampiezze, fasi
# Con questa tabella si costruiscono le formule analitiche delle armoniche

period_as1$ro # vettore delle ampiezze

plot(period_as1$ro,type="l",main="GRAF. N.2; a-period_yt", 
xlab="Armoniche = N° oscill. in n dati", ylab="ampiezza")
 






As1_Corr_graf


period_su_As0001

par(mfrow=c(1,4))

plot(period_as1$a,ylab="Parametro a")
plot(period_as1$b,ylab="Parametro b") 
plot(period_as1$ro,type="l",main="PERIODOGRAMMA di as1", 
xlab="Armoniche = N° osc. in nx dati", ylab="ampiezza") 
plot(period_as1$phi,type="l", ylab="Fase")

#Per vedere i risultati trasferiti dalla consolle di R in pdf
#del precedente frammento di programma cliccare sotto:
As1_corr_R - P. Pistoia

par(mfrow=c(1,1)) 

as1.ts1=ts(as1,start=1989,frequency=12)
subas=as1.ts1[seq(1,length(as1),by=12)]

#-----------------------------------------------

# Gli scripts che riguardano il calcolo delle variabili vettoriali mediamesi e Mmesio per ora sono esclusi.

#mediamesi=c()

#for(i in 1:12){mediamesi[i]=mean(as1.ts1[seq(i,length(as1),by=12)])}

#ts.plot(mediamesi,main”mediamesi in 5 anni”)

#Mmesi0=c()

#a=mediamesi

#b=mean(as1)

#c=a-b

#Mmesi0=c () 12 valori medi meno la media serie originale; una specie di Effetto Stagionale

#Mmesi0=mediamesi – mean(as1)

#ts.plot(Mmesi0) # da controllare: Effetto Stagionale da confrontare con mediacol

#acf(Mmesi0, main=”CORR_Mmesi0″)

#Mmesi0 # da confrontare con mediacol

#—————————————————————————–

yt=as1

yt=as.vector(yt);  n=length(yt); Mbt=c()

for(t in 7:n){Mbt[t] = (yt[t-6]/2+yt[t-5]+yt[t-4]+yt[t-3]+yt[t-2]+

yt[t-1]+yt[t]+yt[t+1]+yt[t+2]+yt[t+3]+yt[t+4]+yt[t+5]+(yt[t+6])/2)/12}

#SI LAVORA ORA SU Mbt

Mbt #è quello che resta di as1, dopo la media mobile 12 (trend-ciclo_random)

Mbt=Mbt[7:54]# elimino da Mbt gli NA; Tabella N.1, colonna 6.

ts.plot(Mbt, main=”GRAF. N.4′; Mbt )

acf(Mbt, main=”GRAF. N.4′; acf_Mbt”)

#Periodogramma Mbt, serie più corta senza stagionalità

y3=c()

y3=Mbt

n3==length(y3)

if (n3/2== n3%%2) m3=n3/2-1  else m3=(n3-1)/2

#ifelse(nx%%2 > 0, m=(n-1)/2, m=n/2-1

period_Mbt=PRDGRAM(y3, n3 ,m3)

period_Mbt # tabella ak, bk,ro,phi

period_Mbt$ro #valori ampiezza di Mbt

ts.plot(period_Mbt$ro, main=”GRAF. N.4′; period_Mbt”)

# Filtro col comando filter la serie yt

asf12=filter(yt, filter=rep(1/13,13))

asf12

asf12=asf12[7:54] # elimino da asf12 gli NA

#Mbt  contiene l’as1 senza la stagionalità; in as1 però rimane quello

#che aveva ( trend-stagionalità-ciclo_random); se da as1, tolgo as1 senza la stagionalità,

#trovo la stagionalità e random (STRD) che trasformo in Effetto Stagionale eliminando

#una buona parte dei random.

FINE OPERAZIONI SU Mbt

#INIZIO CALCOLI CHE PORTANO ALL’EFFETTO STAGIONALE

STRD=as1[7:54]-Mbt # componente stagionale + random, serie più corta

STRD # da essa si estraggono gli Effetti Stagionali; TABELLA N.1, colonna 7:APPENDIX 3.

#Processo per costruire gli Effetti Stagionali attraverso STRD

stag = matrix(STRD, ncol=12, byrow=T) # variabile di passaggio a mediacol

mediacol = colMeans(stag) #in mediacol rimangono i random? o si perdono nella mediazione; 12 valori osc. annuale.

# in questo primo mediacol ottengo 12 valori a partire da luglio; TABELLA N.1, colonna 8; APPENDIX 3.

mediacol=c(mediacol[7:12], mediacol[1:6]) # qui ordino da gennaio a dicembre i 12

#valori dell’ EFFETTO STAGIONALE;

mediacol # è detto anche Fattore Stagionale; TABELLA N.1, colonna 8; APPENDIX 3.

#ts.plot(mediacol) # L’oscillazione annuale che copre 12 mesi (max in luglio)

ESAs = rep(mediacol,5) # l’Effetto Stagionale che ‘copre’  i 60 dati di yt o as1

ESAs #serie lunga come yt o as1 originale; TABELLA N.2, colonna 1; APPENDIX 3.

ts.plot(ESAs,main=”GRAF. N.3′; EFFETTO STAGIONALE”)

ESAs1 = rep(mediacol,2)

ts.plot(ESAs1,main=”GRAF. N.3; a-“EFFETTO STAGIONALE RLS”) #2 ascillazioni

acf(ESAs1, main=”GRAF. N.3′; b-CORR_EF. STAG. 2 ripet”)

#periodogramma ESAs1

yes=ESAs1

nes=length(ESAs1)

if (nes/2== nes%%2) mes=nes/2-1  else mes=(nes-1)/2

period_ESAs1=PRDGRAM(yes, nes, mes)

period_ESAs1

period_ESAs1$ro

plot(period_ESAs1$ro,type=”l”, main=”GRAF. N.3; b-Period_ro EFFETTO STAG.”)

dst=c() #attivo la serie destagionalizzata; dst o y1t ; TABELLA N.2, colonna 2; APPENDIX 3.

dst=as1-ESAs # da provare se funziona; destagionalizza

dst

#e=as1

#f=ESAs

#g=e-f

#dst=g

#Potrei smussare dst con una Media Mobile Pesata (3*3, cioè con  pesi 1,2,3,2,1) per tentare

#di eliminare la componente casuale

#Si otterrebbe una serie (y1t) contenente CICLO+TREND, che se la tolgo dalla serie destagionalizzata

#dst precedente dovrei ottenere il #RESIDUO.

yd=dst

nd=length(dst)

if (nd/2== nd%%2) md=nd/2-1  else md=(nd-1)/2

period_dst=PRDGRAM(yd, nd, md)

period_dst

period_dst$ro

plot(period_dst$ro,type=”l”,main=”GRAF. N.4: b-Period. dst o y1t”)

 

#PROVIAMO INVECE A TOGLIERE IL TREND DALLA dst o y1t

plot(dst,type=”l”, main=”yt-destagionalizzata”) # la y1t o dst= yt destagionalizzata= ciclo+TREND +random (GRAF. N.4′)

acf(dst, main=”GRAF. N4; a-CORR-y1t o dst”)

# Se elimino il TREND da dst ottengo CLRD e posso controllare con CORR se

# ciò che resta è da considerare residuo. yt-ESAs-TREND = CLRD

# CLRD =yt-TREND- ESAs

#Calcolo il trend di dst per toglierlo da yt-ESAs o da y1t ed ottenere CLRD

t=seq(1:60)

fitdst=lm(dst~t)

abline(lm(dst~t))

summary(fitdst)

resid(fitdst)

p=predict(fitdst,data.frame(t=c(1,60)))

CLRD=c()

CLRD=dst-p

CLRD

CLRD=yt-ESAs-p

n1=length(p)

ts.plot(CLRD, main=”GRAF. N.5-RESIDUI” )

acf(CLRD, main=”GRAF. N.5; a-CORR_CLRD”)

#periodogramma di CLRD

yr=CLRD

nr=length(yr)

if (nr/2== nr%%2) mr=nr/2-1  else mr=(nr-1)/2

period_clrd=PRDGRAM(yr, nr ,mr)

period_clrd

period_clrd$ro

plot(period_clrd$ro,type=”l”,main=”GRAF. N.5; b-Period. CLRD”)

#da controllare ancora!

#FINE COPIA PROGRAMMA  da trasferire in Blocco Note o direttamente sulla consolle di R

PER VEDERE SCRIPS E COMMENTI PRECEDENTI + RESULT  IN pdf CLICCARE SOTTO:

ANALI SU As1 DETRENDIZZATO-P_Pistoia

BLOCCO_NOTE_PERCORSO_PERIOD0-P_Pistoia

BLOCCO_NOTE_PERCORSO_PERIOD-P_Pistoia

COMMENTO

Sembra che in questo processo CLRD (residui) non siano random e siano correlati (da provare altri tests). Proviamo però a fare altre misure di controllo. Se è così percorriamo altre vie già accennate. Possiamo partire col detrendizzare la serie originale as1, rendendola nelle previsioni stazionaria, e procedere con gli stessi scripts già usati.

Se ai dati originali di as1  sostituiamo i  dati originali senza però il trend rettilineo (serie originale detrendizzata, nelle previsioni resa stazionaria), possiamo vedere che cosa accade. In effetti sembrerebbe che, se invece partiamo coll’applicare  una media mobile di ordine 12 su una serie non stazionaria, si possa arrivare a questo risultato.

Se si parte con una detrendizzazione (serie stazionaria) e poi si applica la media mobile per trovare gli Effetti Stagionali, che togliamo dalla serie originale, e si procede con successiva detrendizzazione su serie_originale- Eff. Stag., si prevede un aumento dell’ R-quadro e forse un risultato più idoneo.

Si fa prima una regressione sulla serie di partenza; attraverso una media mobile si cercano gli Effetti Stagionali che togliamo dalla serie originale (la non stazionarità può disturbare gli effetti stagionali), ottenendo la serie originale destagionalizzata;  si fa infine una seconda regressione su questa differenza, cioè sulla serie destagionalizzata, che può  contenere appunto TREND + CICLO_RANDOM, ricavando poi il CICLO_RANDOM (da verificare).

Altro percorso: analisi dei dati trimestrali della stessa serie as1.

9 – PRIMA PARTE IN SINTESI

PRIMA PARTE IN SINTESI

LA SERIE PEREQUATA Mbt, L’EFFETTO STAGIONALE ESAs, LA SERIE DESTAGIONALIZZATA y1t (dst), LA y1t SMUSSATA: ciclo+TREND (y1ts),

LA COMPONENTE CASUALE O RESIDUI

 IL CORRELOGRAMMA, IL TEST DI DURBIN WATSON  e di LINMUDHOLKAR

Dopo aver eliminato la componente stagionale (ESAs : APPENDIX3, TABELLA N.2, col.1) dalla serie originale yt  (APPENDIX3,  TABELLA N.1, col.5) sottraendo yt – ESAs, si ottiene la serie destagionalizzata (dst ovvero y1t:  APPENDIX3, TABELLA N.2, col.2). In questa serie sanno rimasti gli eventuali ciclo, TREND e la componente random. Sottopongo quest’ultima al programma CORR : i dati sono autocorrelati positivamente (la statistica di Durbin Watson , per k= 1, N=60 e rischio 0.05, cade a sinistra dell’intervallo dl-du (1.55-1.62) e si nota la presenza un TREND positivo (GRAF. N.4 a); dal periodogramma è completamente scomparso il picco di frequenza 5 (periodo 60/5) dell’oscillazione stagionale (GRAF. N.4 b), presente invece nel periodogramma della serie originale (GRAF. N.2 b) e nell’ESAs (GRAF. N.3 b). Leggere Appendice 1.

Smussiamo la serie y1t o dst con una media mobile pesata 3*3  (1,2,3,2,1), per eliminare la componente casuale. Si ottiene così la serie y1ts (CLTR : APPENDIX3, TABELLA N.2, col.3) che potrebbe contenere nelle previsioni ciclo e TREND (CLTR). Sottraendo da y1t o dst (ciclo+TREND+Random) la serie y1ts che potrebbe contenere ciclo+TREND si dovrebbe ottenere la componente casuale o serie random. Testando tale serie col programma CORR, risulta che essa è rumore di fondo (white noise), avvalorando il processo usato fino a questa fase. Infatti la DW, per k=1, n=60 e alfa =0.05, ha valore 2.57 (vedere tabella Appendice 2) per cui esce dall’intervallo ricavato dalle tabelle dl-du (1.55-1-62): assenza di correlazione interna. la statistica di LIN-MUDHOLKAR, per la gaussiana, per alfa=0.05 e r=+/- 0.403 ricavato dalle tabelle, ha il valore -0.0416, cioè cade all’interno dell’intervallo di r, per cui non posso rifiutare l’ipotesi nulla: la distribuzione dei residui così calcolati è da considerarsi gaussiana. Forse è proprio l’effetto di non aver esplicitata la serie CLTR  con il calcolo del TREND a favorire la compatibilità dei residui alle ipotesi iniziali.

MODELLO DI REGRESSIONE LINEARE SEMPLICE  (RLS) E TESTS RELATIVI.

ADEGUAMENTO DEL MODELLO DI REGRESSIONE ALLA POPOLAZIONE. COEFFICIENTI DELLA RETTA ED R-q

TEST SU R-q E LA F DI FISHER , TESTS SUI COEFFICIENTI DELLA RETTA, INTERVALLO DI CONFIDENZA.

RESIDUO DELLA REGRESSIONE E L’AFFIDABILITA’.

Applichiamo invece  a y1t o y1ts (APPENDIX3, TABELLA N.2, col.2;  TABELLA N.2, col.3) )  un modello di regressione per separare il TREND dai loro contenuti.  Proviamo una regressione lineare con la sola variabile, il tempo, misurato in mesi (un solo regressore, k1=1 nelle tabelle DW), senza preoccuparci per ora se tale modello sia idoneo. Lo controlleremo dall’analisi dei residui. Se sono rispettate le assunzioni di linearità, una buona misura dell’adeguamento del modello lineare ai dati è il Coefficiente di Determinazione R-quadro. La sua radice quadrata R è il Coefficiente di correlazione di Pearson detto anche Multiple-R. Se R-q è 1, significa che tutte le osservazioni cadono sulla retta di regressione; se  zero, nessuna associazione lineare fra le variabili, anche se può esserci una relazione non lineare. R-q può così essere interpretato come la proporzione della variazione di y ‘spiegata’ dal modello , come precisato in altre occasioni. Su y1t o su y1ts, si opera con una regressione lineare calcolando bo e b1 ed ottenendo in ambedue i casi, come era prevedibile, differendo le due serie per la sola componente casuale, la stessa retta di regressione seguente (APPENDIX3, TABELLA N.3, col.8 e  APPENDIX3, TABELLA N.4, col.3 per i valori previsti):

y_predetto = TREND = TREND’ = 0.051 + 0.00005*t

Vedere  APPENDIX3, TABELLA N.3, col.5, per i risultati intermedi al fine del cacolo dei coefficienti della retta.

Nel nostro caso  R-q = 0.44, cioè il modella spiega il 44% della variazione complessiva della variabile dipendente. Per controllare l’ipotesi  nulla che nella popolazione non esista relazione lineare (R-q_pop.=0), si procede con l’analisi della varianza. Per tutti i particolari dei ‘conti’ che seguono vedere, per es.,  il Post ‘Un percorso verso il periodogramma’ su questo stesso BLOG. Seguendo le indicazioni riportate nel paragrafo relativo a questo argomento nel Post  su nominato, si ottiene la seguente tabella:

                                                       GL          SOMMA DEI QUADRATI          MEAN SQUARE

Variazione di regressione       1                              0.00435                                       0.00435

Variazione residuale                58                           0.00559                                       0.000096

TOT                                                                         0.00994

da cui: Somma quadrati reg./Somma quadrati tot = 0.44, cioè R-quadro.

La statistica  F di Fisher che permette di saggiare l’ipotesi nulla: R-quadro pop.=0, è 0.00435/0.000096 = 45.31, da cui, riportata sulle tavole con 1 e 58 gradi di libertà (GL), si ricava una significanza per F minore di 0.00001, per cui si respinge l’ipotesi nulla e nella popolazione esisterà con alta probabilità una relazione lineare.

Procedendo ancora a prove incrociate si può testare l’ipotesi che  b1_pop. =0; si calcola la statistica T per b1: pendenza/errore standard_pend, ottenendo ERb1=7.31*10^-5 perché b1=0.000492, risulta T=6.73, che dalle tabelle relative per 58 gradi di libertà (GL=N-2) si ha una significanza per T di 0.0000..<<0.05, per cui si respinge l’ipotesi nulla che la pendenza della popolazione sia zero (quindi esiste dipendenza lineare).

Procedendo, nell’intervallo di confidenza al 95% per la pendenza non potrà allora il valore zero. Infatti calcolando ESb1 come suggerito da altri interventi (0.000073), l’intervallo di confidenza al 95% per beta1 risulta (con 58 GL):

b1-1.96*ESb1 <=  beta1 <=  b1+ 1.96*ESb1

0.00492-0.00014 <= beta1 <= 0.00492+0.00014

0.00035 <= beta1 <=0.00063

Si vede chiaramente come i vari tests, se affidabili, confermano la presenza di un trend lineare nei dati.

Togliendo da y1t la serie del trend, si otterrà la serie CLRD ( APPENDIX3, TABELLA N.4, col.4) con l’eventuale ciclo + la componente casuale (random) I residui della regressione, per il modo con cui abbiamo proceduto, sono proprio i valori della serie CLRD. E’ prevedibile che questa serie, se davvero includerà una componente ciclica significativa,non risulterà rispetterà almeno qualche condizione fra quelle ipotizzate sui residui (indipendenza, varianza costante…). procederemo ad investigare questa serie sui residui. Applicando ad essi il programma CORR, otteniamo il grafico, GRAF. N.5 a) correlogramma) e 5b (periodogramma), il test per l’indipendenza di Durbin Watson e quello per la normalità di Lin Mudholkar. Il valore di DW è risultato 1.378, che (N=60, K’=1 e alfa =0.05) esce a sinistra dell’intervallo 1.55-1.62 e quindi l’autocorrelazione è positiva, mentre il test per la gaussiana (rischio 0.05, N=60, r=+/-0.403, fornisce rc=-0.0298, cioè all’inteno dell’intervallo, per cui non posso rifiutare l’ipotesi nulla (la serie ha distribuzione gaussiana). Graficando i residui standardizzati con la variabile pred pure standardizzata, si ottiene il   GRAF. N. 6 a dove non appaiono patterns evidenti. Dal GRAF. N.6 b invece, ottenuto riportando i residui per ogni unità di tempo, si evidenzia una qualche variazione della varianza dei residui (eteroscedasticità, variazione a clessidra). Allora i tests che fanno riferimento al comportamento della popolazione universo (in particolare gli F-tests) possono non essere affidabili e quindi incerto il modello di regressione usata.

Al termine dell’analisi con un modello di regressione lineare semplice, tenteremo ulteriori approfondimenti alla ricerca di un maggiore R-quadro, ma specialmente di una maggior concordanza dei residui alle condizioni iniziali (linearità, normalità, indipendenza, omoscedasticità).

stat_period_corr0001

stat_period_corr0002


 

i

stat_reg_mlr_blog0001

10 – SECONDA PARTE IN SINTESI

SECONDA PARTE IN SINTESI: UN ALTRO TENTATIVO SULLA CACCIA AI RESIDUI (senza passare attraverso una regresssione)

SCRIPTS IN BLOCCO NOTE:  DA COPIARE DIRETTAMENTE SULLA CONSOLLE DI R

# Intanto trascriviamo nel vettore yt i 60 dati della conc. As da cui partire. Impariamo poi a calcolare con R gli altri 5 vettori dati che faranno parte dell'analisi della nostra serie
# reale e quindi della nostra esercitazione. Calcoliamo come primo vettore Mt (media mobile di ordine  12 su yt.

yt=c(.033,.043,.051,.059,.061,.063,.053,.036,.046,.056,.063,.048,.053,.043,.066,.053,.082,.06,.08,.076,.056,.036,.05,
.053,
.056,.058,.061,.063,.065,.068,.0815,.095,.079,.063,.069,.074,.08,
.0765,.073,.0695,.066,.093,.083,.073,.063,.074,.067,.06,.086,.08,.073,.067,.089,.064,.087,.079,.07,.065,.06,.063)

t=1

#Come primo passo grafichiamo i dati e osserviamo se ci sono regolarità all'interno (trend, oscillazioni), precisiamo le ipotesi con un correlogramma ed un periodogramma, I dati sono mensili: Ipotizziamo comunque una oscillazione di periodo 12.

# Calcoliamo, come primo vettore, Mt (media mobile centrata e pesata di ordine 12 su yt).

yt=as.vector(yt) ; n=length(yt); Mt=c()
for(t in 7:n){Mt[t] = (yt[t-6]/2+yt[t-5]+yt[t-4]+yt[t-3]+yt[t-2]+
yt[t-1]+yt[t]+yt[t+1]+yt[t+2]+yt[t+3]+yt[t+4]+yt[t+5]+(yt[t+6])/2)/12}
Mtc=Mt[7:54]

mt=filter(yt,filter=rep(1/13,13))
# calcolo della Mm col comando filter di R: confrontare i due risultati
mt #OK

# in Mt ci sono i 48 (60-12) dati Media mobile di yt, da cui costruisco i 12 Fattori Stagionali (FStag) 
facendo la media dei 4 gennaio, dei 4 febbraio ecc. a partire da luglio, perchè Mt iniziava con luglio.
FSTag0 = matrix(Mtc, ncol=12, byrow=T)
# matrice di 4 righe (valori dei 12 mesi dei 4 anni) e 12 colonne con in ognuna le 4 conc. dei mesi dello stesso nome a partire da un luglio.
FStag1=colMeans(FSTag0)
#  in FStag1 trovo le 12 medie dei 4 mesi dello stesso nome (inizio luglio, fine giugno)
FStag=c(FStag1[7:12], FStag1[1:6]) # da controllare! Ordino da gennaio. OK
ESAs=rep(FStag,5) # EFFETTO STAGIONALE As
ESAs # 60 dati
Yt1=yt-ESAs # Ciclo+Trend+Random
Yt1 # 60 dati
Yt1c=Yt1[3:58]
Yt1s=c()
for(i in 1:60){Yt1s[i]=(Yt1[i-2]+2*Yt1[i-1]+3*Yt1[i]+2*Yt1[i+1]+
Yt1[i+2])/9}
Yt1s=as.vector(Yt1s) # smusso Yt1 con Mm 3*3

ns=length(Yt1s) # più corto di 4 elementi
Yt1s # yt1 senza random; cioè Ciclo+Trend

par(ask=T)

Yt1s=Yt1s[3:(ns-2)]

RD=Yt1c-Yt1s # forse si tratta solo di random: il Ciclo?

#Riportiamo in una tabella 1 5 vettori dell'analisi su yt

#data <- data.frame(t,yt,ESAs,Yt1,RD)

# Facciamo i 5 correlogrammi dei vettori trovati: yt, ESAs, Yt1, Yt1s, RD
coyt=acf(yt)
coyt
coESAs=acf(ESAs)
coESAs
coYt1=acf(Yt1)
coYt1s=acf(Yt1s)
coYt1s
coRD=acf(RD)
coRD
# Interessante abbinare il correlogramma con il periodogramma e da controllare i correlogrammi con il programmino scritto dall'autore


RISULTATI DEL PROGRAMMA PRECEDENTE (come si vede gira senza errori!)


> # Interessante abbinare il correlogramma con il periodogramma.
> # Intanto trascriviamo nel vettore yt i 60 dati della conc. As da cui partire. Impariamo poi a calcolare con R gli altri 5 vettori dati che faranno parte dell'analisi della nostra serie
 # reale e quindi della nostra esercitazione. Calcoliamo come primo vettore Mt (media mobile di ordine  12 su yt.

> 
> yt=c(.033,.043,.051,.059,.061,.063,.053,.036,.046,.056,.063,.048,.053,.043,.066,.053,.082,.06,.08,.076,.056,.036,.05,
+ .053,
+ .056,.058,.061,.063,.065,.068,.0815,.095,.079,.063,.069,.074,.08,
+ .0765,.073,.0695,.066,.093,.083,.073,.063,.074,.067,.06,.086,.08,.073,.067,.089,.064,.087,.079,.07,.065,.06,.063)
> 
> t=1
> 
> #Come primo passo grafichiamo i dati e osserviamo se ci sono regolarità all'interno (trend, oscillazioni), precisiamo le ipotesi con un correlogramma ed un periodogramma, I dati sono mensili: Ipotizziamo comunque una oscillazione di periodo 12.
> 
> # Calcoliamo, come primo vettore, Mt (media mobile centrata e pesata di ordine 12 su yt).
> 
> yt=as.vector(yt) ; n=length(yt); Mt=c()
> for(t in 7:n){Mt[t] = (yt[t-6]/2+yt[t-5]+yt[t-4]+yt[t-3]+yt[t-2]+
+ yt[t-1]+yt[t]+yt[t+1]+yt[t+2]+yt[t+3]+yt[t+4]+yt[t+5]+(yt[t+6])/2)/12}
> Mtc=Mt[7:54]
> 
> mt=filter(yt,filter=rep(1/13,13)) # 13 o 12?
> # calcolo della Mm col comando filter di R: confrontare i due risultati
> mt #OK
Time Series:
Start = 1 
End = 60 
Frequency = 1 
 [1]         NA         NA         NA         NA         NA         NA
 [7] 0.05115385 0.05192308 0.05369231 0.05384615 0.05561538 0.05553846
[13] 0.05684615 0.05861538 0.06015385 0.05938462 0.05892308 0.05815385
[19] 0.05876923 0.05915385 0.06053846 0.06030769 0.06123077 0.06015385
[25] 0.06180769 0.06296154 0.06319231 0.06373077 0.06626923 0.06811538
[31] 0.07019231 0.07176923 0.07292308 0.07357692 0.07380769 0.07596154
[37] 0.07711538 0.07646154 0.07400000 0.07361538 0.07392308 0.07323077
[43] 0.07415385 0.07415385 0.07388462 0.07342308 0.07492308 0.07476923
[49] 0.07430769 0.07400000 0.07376923 0.07392308 0.07284615 0.07253846
[55]         NA         NA         NA         NA         NA         NA
> 
> # in Mt ci sono i 48 (60-12) dati Media mobile di yt, da cui costruisco i 12 Fattori Stagionali (FStag) facendo la media dei 4 gennaio, dei 4 febbraio ecc. a partire da luglio, perchè Mt iniziava con luglio.
> FSTag0=matrix(Mtc, ncol=12, byrow=T)
> # matrice di 4 righe (valori dei 12 mesi dei 4 anni) e 12 colonne con in ognuna le 4 conc. dei mesi dello stesso nome a partire da un luglio.
> FStag1=colMeans(FSTag0)
> #  in FStag1 trovo le 12 medie dei 4 mesi dello stesso nome (inizio luglio, fine giugno)
> FStag=c(FStag[7:12], FStag1[1:6]) # da controllare! Ordino da gennaio. OK
> ESAs=rep(FStag,5) # EFFETTO STAGIONALE As
> ESAs # 60 dati
 [1] 0.06147115 0.06221154 0.06285577 0.06317308 0.06323077 0.06334615
 [7] 0.05878846 0.05965385 0.06022115 0.06050962 0.06085577 0.06113462
[13] 0.06147115 0.06221154 0.06285577 0.06317308 0.06323077 0.06334615
[19] 0.05878846 0.05965385 0.06022115 0.06050962 0.06085577 0.06113462
[25] 0.06147115 0.06221154 0.06285577 0.06317308 0.06323077 0.06334615
[31] 0.05878846 0.05965385 0.06022115 0.06050962 0.06085577 0.06113462
[37] 0.06147115 0.06221154 0.06285577 0.06317308 0.06323077 0.06334615
[43] 0.05878846 0.05965385 0.06022115 0.06050962 0.06085577 0.06113462
[49] 0.06147115 0.06221154 0.06285577 0.06317308 0.06323077 0.06334615
[55] 0.05878846 0.05965385 0.06022115 0.06050962 0.06085577 0.06113462
> Yt1=yt-ESAs # Ciclo+Trend+Random
> Yt1 # 60 dati
 [1] -0.0284711538 -0.0192115385 -0.0118557692 -0.0041730769 -0.0022307692
 [6] -0.0003461538 -0.0057884615 -0.0236538462 -0.0142211538 -0.0045096154
[11]  0.0021442308 -0.0131346154 -0.0084711538 -0.0192115385  0.0031442308
[16] -0.0101730769  0.0187692308 -0.0033461538  0.0212115385  0.0163461538
[21] -0.0042211538 -0.0245096154 -0.0108557692 -0.0081346154 -0.0054711538
[26] -0.0042115385 -0.0018557692 -0.0001730769  0.0017692308  0.0046538462
[31]  0.0227115385  0.0353461538  0.0187788462  0.0024903846  0.0081442308
[36]  0.0128653846  0.0185288462  0.0142884615  0.0101442308  0.0063269231
[41]  0.0027692308  0.0296538462  0.0242115385  0.0133461538  0.0027788462
[46]  0.0134903846  0.0061442308 -0.0011346154  0.0245288462  0.0177884615
[51]  0.0101442308  0.0038269231  0.0257692308  0.0006538462  0.0282115385
[56]  0.0193461538  0.0097788462  0.0044903846 -0.0008557692  0.0018653846
> Yt1c=Yt1[3:58]
> Yt1s=c()
> for(i in 1:60){Yt1s[i]=(Yt1[i-2]+2*Yt1[i-1]+3*Yt1[i]+2*Yt1[i+1]+
+ Yt1[i+2])/9}
> Yt1s=as.vector(Yt1s) # smusso Yt1 con Mm 3*3
> 
> ns=length(Yt1s) # più corto di 4 elementi
> Yt1s # yt1 senza random; cioè Ciclo+Trend
 [1]            NA            NA -1.255983e-02 -6.694444e-03 -3.708333e-03
 [6] -4.989316e-03 -9.090812e-03 -1.287073e-02 -1.140385e-02 -8.274573e-03
[11] -5.727564e-03 -8.419872e-03 -9.424145e-03 -1.017735e-02 -4.337607e-03
[16] -1.027778e-03  5.958333e-03  8.455128e-03  1.157585e-02  6.129274e-03
[21] -2.070513e-03 -1.060791e-02 -1.194979e-02 -9.530983e-03 -5.979701e-03
[26] -3.955128e-03 -2.004274e-03 -2.777778e-05  3.902778e-03  1.089957e-02
[31]  1.874252e-02  2.179594e-02  1.809615e-02  1.216987e-02  1.027244e-02
[36]  1.208013e-02  1.424252e-02  1.326709e-02  1.032906e-02  9.861111e-03
[41]  1.273611e-02  1.806624e-02  1.824252e-02  1.524038e-02  1.026282e-02
[46]  7.836538e-03  7.827991e-03  9.913462e-03  1.368697e-02  1.393376e-02
[51]  1.377350e-02  1.130556e-02  1.384722e-02  1.478846e-02  1.779808e-02
[56]  1.546261e-02  1.159615e-02  5.836538e-03            NA            NA
> 
> par(ask=T)
> 
> Yt1s=Yt1s[3:(ns-2)]
> 
> RD=Yt1c-Yt1s # forse si tratta solo di random: il Ciclo?
> 
> #Riportiamo in una tabella 1 5 vettori dell'analisi su yt
> 
> #data <- data.frame(t,yt,ESAs,Yt1,RD)
> 
> # Facciamo i 5 correlogrammi dei vettori trovati: yt, ESAs, Yt1, Yt1s, RD
> coyt=acf(yt)
Aspetto per confermare cambio pagina...
> coyt


Autocorrelations of series ‘yt’, by lag

     0      1      2      3      4      5      6      7      8      9     10 
 1.000  0.541  0.395  0.223  0.302  0.221  0.330  0.281  0.150  0.102  0.150 
    11     12     13     14     15     16     17 
 0.248  0.255  0.308  0.197  0.099 -0.006  0.042 
> coESAs=acf(ESAs)
Aspetto per confermare cambio pagina...
> coESAs

Autocorrelations of series ‘ESAs’, by lag

     0      1      2      3      4      5      6      7      8      9     10 
 1.000  0.542  0.187 -0.111 -0.349 -0.460 -0.455 -0.423 -0.309 -0.102  0.146 
    11     12     13     14     15     16     17 
 0.433  0.800  0.434  0.150 -0.088 -0.276 -0.362 
> coYt1=acf(Yt1)
Aspetto per confermare cambio pagina...
> coYt1s=acf(Yt1s)
Aspetto per confermare cambio pagina...
> coYt1s

Autocorrelations of series ‘Yt1s’, by lag

    0     1     2     3     4     5     6     7     8     9    10    11    12 
1.000 0.908 0.757 0.610 0.519 0.457 0.396 0.326 0.271 0.256 0.277 0.317 0.335 
   13    14    15    16    17 
0.321 0.263 0.198 0.145 0.123 
> coRD=acf(RD)
Aspetto per confermare cambio pagina...
> coRD

Autocorrelations of series ‘RD’, by lag

     0      1      2      3      4      5      6      7      8      9     10 
 1.000 -0.308 -0.166 -0.187  0.222 -0.198  0.195  0.066 -0.089 -0.097  0.014 
    11     12     13     14     15     16     17 
 0.004 -0.029  0.147  0.043 -0.114 -0.071  0.046 
> # Interessante abbinare il correlogramma con il periodogramma: da fare.

L’EPILOGO

SEGUONO ULTERIORI APPROFONDIMENTI: 

APPLICAZIONE DI UNA REGRESSIONE LINEARE MULTIPLA (RLM) OPPORTUNA (variabili "dummy").
 
COME CALCOLARE LA F DI FISHER NELLE REGRESSIONI RLM.
 
COME CALCOLARE L'ERRORE STANDARD SUI COEFFICIENTI DI REGRESSIONE NELLA RML
 
COME SI APPLICA UNA REGRESSIONE LINEARE MULTIPLA PESATA (RLMP)
 
CHI VOLESSE ESERCITARSI SU ESEMPI RELATIVI AL CALCOLO MATRICIALE APPLICATO ALL'ANALISI DI DATI    SPERIMENTALI CERCARE IN QUESTO SITO "TIPS DI SCIENZA" (in particolare sui "conti" relativi alla   regressione lineare multipla (MLR). 
LO SCRITTO CHE SEGUE E' L'ULTIMA TRANCE DELL'ARTICOLO ORIGINALE CHE RIGUARDA GLI ULTERIORI        APPROFONDIMENTI,ELENCATI SOPRA, SCRITTO ANCORA DALLO SCRIVENTE, RIVISITATO E INTERPRETATO CON R   IN QUESTO POST. I RIFERIMENTI COME 1.1.2.2 ECC. RIGUARDANO RIMANDI A SUOI PARAGRAFI SPECIFICI. DATA LA NATURA A 'ZIBALDONE LEOPARDIANO DISPERSO' DI QUESTO LAVORO A GETTO ROBINSONIANO CI PROPONIAMO DI INSERIRE LA SECONDA PARTE DELL'ORIGINALE PRIMA DELLE APPENDICI. DOVREMMO SCANNERIZZARLO MEGLIO! 

11-L'EPILOGO

stat13_ridot
reg_MLR_blog0003

reg_MLR_blog0004

14

15

stat10001

stati0002

reg_MLR_blog0007

reg_MLR_blog0008

stat_reg_mlr_blog0001

i

durbin watson0008

i

GRAF. N.9

durbin watson0009

i

durbin watson0010

12 -APPENDICE1

APPENDICE1

Il correlogramma ed il test di Durbin-Watson. ([3], 949-953)

Ammettiamo che il lettore conosca il Coefficiente di Correlazione lineare di Pearson, ovvero date N paia di osservazioni su due variabili X  e Y, tale Coefficiente di Correlazione  fra esse e dato:

r =  Σi(Xi- Xm)*(Yi – Ym)/SQR[ Σi(Xi-Xm)^2 * Σi(Yi – Ym)]

Quest’idea viene trasferita alle serie storiche per vedere se osservazioni successive sono correlate.

Date N osservazioni X1, X2,………Xn , in una serie storica discreta possiamo considerare N-1 paia di osservazioni (X1,X2), (X2,X3), . . . ,(X(n-1),Xn), le cui prime osservazioni di ogni paio costituiscono la prima variabile e le seconde, la seconda variabile. Se si applica la formula precedente, dove Xi sarebbe Xt e Yi sarebbe Y(t+1), mentre Xm sarebbe la media della prima variabile (da t=1 a t=N-1) e Ym sarebbe la media della seconda variabile (da t=2 a t=N,  in ambedue i casi il numero degli elementi sarebbe N-1. Si otterrebbe una formula complessa con due medie diverse che vengono invece calcolate ambedue sulla serie originaria di numerosita N. Si usa cosi la formula approssimata scritta sotto, estesa al caso in cui si voglia trovare la correlazione tra serie di osservazioni a distanza H fra loro (slittate di h termini o di lag h)

I coefficienti di auto-correlazione rh , dove h=0,1,2…q e q è minore ad uguale a (N-2)/2, sono coefficienti di correlazione, calcolati per ogni valore di h, che misurano la concordanza o la discordanza tra i valori di una serie storica e quelli della stessa però slittati di h unità di tempo (lag h), consentendo di analizzare la sua struttura interna, ossia i legami fra i termini della stessa ([8] 18-20).

 rh = Σi[(y(t)-ym)(y(t+h)-ym)]/[(n-h)*Σj(y(t)-ym)^2/n)] dove i va da t=1…n-h e j va da t=1 … n

in alcuni testi viene abolito il fattore n/(n-h).

Tale formula presenta la semplificazione di poter   utilizzare una media unica per le Yt (quella dei dati originali), presupponendo una situazione stazionaria ([8] pag.19 e [2] pag.133). In particolare r0 = 1 (lag h =0, nessun slittamento) e gli altri rh assumono valori fra +1 (completa concordanza) e -1 (totale discordanza). Il correlogramma è la rappresentazione grafica dei coefficienti di auto-correlazione in funzione degli slittamenti (lags h) e permette di vedere se la serie storica possiede qualche regolarità interna.

CENNI DI LETTURA DEI CORRELOGRAMMI

-I coeff. di autocorr. di dati random hanno distribuzione campionaria che può essere approssimata da una curva gaussiana con media zero ed errore standard 1//N. Questo significa che il 95% di tutti i coeff. di autocorr. , calcolati da tutti i possibili campioni estratti, dovrebbero giacere entro un range specificato da: zero +/- 1.96 errori standard. I dati cioè della serie saranno da considerarsi random se questi coefficienti saranno entro i limiti:

-1.96 (1/√n)≤ rh  ≤ +1.96 (1/√n);       la fascia dell’errore:   +/- 2/√n

Per l’interpretazione dei correlogrammi vedere ([8] 20-25) da cui ricaviamo le seguenti informazioni.

– Una serie storica completamente casuale, cioè i cui successivi valori sono da considerarsi tutti indipendenti fra loro (non correlati), tutti i valori di rh  (eccetto r0 che è sempre +1, correlazione della serie con se stessa) oscilleranno accidentalmente intorno allo zero entro la fascia dell’errore. Se l’idea iniziale era questa in effetti  5 su 100 valori di rh potrebbero superare la fascia dell’errore e se plotto il correlogramma, 19 su 20 valori di rh potrebbero cadere all’interno della fascia, ma ci si potrebbe aspettare che uno possa eesere significativo sulla media. Insomma anche se la serie è casuale, ogni tanto verso lag più elevati potrebbero apparire picchi significativi. Se abbiamo a che fare con un numero elevato di coefficienti, potrebbero apparire risultati non aspettati. Questo rende il correlogramma uno strumento di investigazione incerto.

– I coeff. di autocorr. per i dati stazionari (assenza di TREND) vanno velocemente a zero dopo il 4° o 5° lag di tempo e  sono significativamente diversi da zero per i primi lag. Anche su correlogrammi,  ai lags più bassi, si possono notare coefficienti di autocorrelazione positivi rapidamente decrescenti e per i lag successivi  oscillazioni intorno allo zero. Ciò significa che esiste nella serie una persistenza di valori a breve termine, nel senso che se la grandezza in studio ha valore più elevato della media in un mese, lo sarà anche in uno o due mesi successivi e così per valori inferiori alla media.

-Se la serie storica presenta oscillazioni, anche il correlogramma tende ad assumere valori positivi e negativi, oscillando con lo stesso periodo della serie fino a smorzarsi ai lags più elevati. Se es. esiste un componente stagionale di periodo 12 mesi, nei dintorni del coefficiente di lag 12 ci sarà una zona significativamente diversa da zero.

– Nelle serie non stazionarie (presenza di TREND) i valori di rh non scendono velocemente a zero, ma si mantengono significativi per più valori del lag e solo se l’effetto del TREND è paragonabile alle altre eventuali relazioni presenti nei dati è possibile intuirle nel grafico (GRAFICO. N.2)

IL TEST DI DURBIN WATSON

Così la lettura dei correlogrammi talora può risultare ardua. Un modo veloce, affidabile e quantitativo per testare l’ipotesi che esista all’interno di una serie storica correlazione fra i suoi termini, cioè i termini non siano indipendenti, è somministrare alla serie il test di Durbin Watson ([8] 18-20), la cui statistica è espressa dalla formula:

d =∑ (ei – ei-1)2 /∑ ei2

La sommatoria al numeratore inizia dal 2° termine (i=2) e coinvolge ni termini . La statistica d varia da 0 a 4 e quando l’ipotesi nulla è vera (autocorrelazione assente) d dovrebbe essere vicino a 2. Il test permette di decidere di respingere l’ipotesi nulla, di accettarla o essere inconclusivo. Utilizzando la tabella opportuna   (allegata a queste note) si ottengono i valori critici di dl e du che servono per la decisione: all’interno dell’intervallo dl-du, la situazione è incerta; a sinistra di dl , si respinge l’ipotesi nulla. Vedremo in seguito come si calcola d con R e come si usa la tabella.

Il programma CORR, scritto in Qbasic, riportato in nota, permette il calcolo dei coefficienti di autocorrelazione con l’errore (un qualsiasi programma di grafica permetterà di costruire il correlogramma) e il calcolo della statistica di D. W.  Abbiamo già visto (vedere  programminosul correlogramma) come operare anche con il linguaggio R.

13 – APPENDICE2

APPENDICE2

Programmi in Qbasic e tabelle

PROGRAMMA CORR (coefficienti di autocorrelazione, il test di Durbin Watson, il test di Lin Mudholkar, Analisi spettrale per il periodogramma

programma_period0001

 

programma_period0002
programma_period0003
programma_period0004
durbin watson_blogpag60001

 

i

durbin watson0002

i

durbin watson_blogpag60001

durbin watson0003

i

durbin watson0004

i

durbin watson0005

i

durbin watson0006

i

durbin watson0007

i

stat_reg_mlr_blog0001

durbin watson0008

GRAF. N.9

durbin watson0009

i

durbin watson0010

programma_period0005

i

durbin watson0003

durbin watson0001

14 – APPENDICE3

APPENDIX3

TABELLE  DEI RISULTATI

reg_tabelle_blog0001

i

reg_tabelle_blog0003

i

reg_tabelle_blog0004

i

reg_tabelle_blog0005

15 – APPENDICE4

APPENDIX4

ANALISI, CON IL LINGUAGGIO R, DELLA SERIE STORICA TRIMESTRALE RIVISITATA E AMPLIATA CON PERIODOGRAMMI E RISULTATI

period_det_trim3

FIG.1-20001
FIG.2'-3
FIG.4-6
FIG.8-11
FIG.7


FIG.120001

DA CAMBIARE:

> rm(list=ls(all=TRUE))
> #SCRIPTS IN R
>
> library(graphics)
> library(tseries)

‘tseries’ version: 0.10-32

‘tseries’ is a package for time series analysis and computational
finance.

See ‘library(help=”tseries”)’ for details.

> library(stats)
> #library(UsingR)
> library(lattice)
> library(lmtest)
Carico il pacchetto richiesto: zoo

Attaching package: ‘zoo’

The following objects are masked from ‘package:base’:

as.Date, as.Date.numeric

>
> w=c(0.033,0.043,0.051,0.059,0.061,0.063,0.053,0.036,0.046,0.056,0.063,0.048,0.053,0.043,
+ 0.066,0.053,0.082,0.06,0.08,0.076,0.056,0.036,0.05,0.053,0.056,0.058,0.061,0.063,0.065,
+ 0.068,0.0815,0.095,0.079,0.063,0.069,0.074,
+ 0.08,0.0765,0.073,0.0695,0.066,0.093,0.083,
+ 0.073,0.063,0.074,0.067,0.06,0.086,0.08,0.073,0.067,0.089,0.064,0.087,0.079,0.07,0.065,0.06,.063)
>
> par(ask=T)
>
> par(mfrow=c(1,3))
>
> trim=matrix(w,ncol=3,byrow=T)
>
>
> medietrim=rowMeans(trim)
>
> medietrim
[1] 0.04233333 0.06100000 0.04500000 0.05566667 0.05400000 0.06500000
[7] 0.07066667 0.04633333 0.05833333 0.06533333 0.08516667 0.06866667
[13] 0.07650000 0.07616667 0.07300000 0.06700000 0.07966667 0.07333333
[19] 0.07866667 0.06266667
>
> # FIG.1
> ts.plot(medietrim,type=”l”,main=”FIG.1″) #finchè non lo sostituisco posso usare abline
Aspetto per confermare cambio pagina…
>
> w1=c(1:20)
> regtrim=lm(medietrim~w1)
> abline(regtrim)
>
> summary(regtrim)

Call:
lm(formula = medietrim ~ w1)

Residuals:
Min 1Q Median 3Q Max
-0.015979 -0.005078 0.001069 0.006031 0.019235

Coefficients:
Estimate Std. Error t value Pr(>|t|)
(Intercept) 0.0503921 0.0041790 12.058 4.67e-10 ***
w1 0.0014127 0.0003489 4.049 0.000752 ***

Signif. codes: 0 ‘***’ 0.001 ‘**’ 0.01 ‘*’ 0.05 ‘.’ 0.1 ‘ ’ 1

Residual standard error: 0.008996 on 18 degrees of freedom
Multiple R-squared: 0.4767, Adjusted R-squared: 0.4476
F-statistic: 16.4 on 1 and 18 DF, p-value: 0.0007524

>
> val_pred_w=predict(regtrim) #calcolo i 20 valori predetti dalla prima regressione
> length(val_pred_w)
[1] 20
>
>
> detrend_trim=medietrim-val_pred_w
> detrend_trim
1 2 3 4 5
-0.0094714286 0.0077825815 -0.0096300752 -0.0003760652 -0.0034553885
6 7 8 9 10
0.0061319549 0.0103859649 -0.0153600251 -0.0047726817 0.0008146617
11 12 13 14 15
0.0192353383 0.0013226817 0.0077433584 0.0059973684 0.0014180451
16 17 18 19 20
-0.0059946115 0.0052593985 -0.0024865915 0.0014340852 -0.0159785714
>
> #FIG.2
> plot(detrend_trim,type=”l”, main=”FIG.2″)
>
>
> detrend_trim
1 2 3 4 5
-0.0094714286 0.0077825815 -0.0096300752 -0.0003760652 -0.0034553885
6 7 8 9 10
0.0061319549 0.0103859649 -0.0153600251 -0.0047726817 0.0008146617
11 12 13 14 15
0.0192353383 0.0013226817 0.0077433584 0.0059973684 0.0014180451
16 17 18 19 20
-0.0059946115 0.0052593985 -0.0024865915 0.0014340852 -0.0159785714
>
> trim1=matrix(detrend_trim,ncol=4,byrow=T)
> medietrim1=colMeans(trim1)
> medietrim1_5anni=rep(medietrim1,5)
>
> #FIG.3
> plot(medietrim1_5anni,type=”l”,main=”FIG.3″)
>
> medietrim1_5anni
[1] -0.0009393484 0.0036479950 0.0045686717 -0.0072773183 -0.0009393484
[6] 0.0036479950 0.0045686717 -0.0072773183 -0.0009393484 0.0036479950
[11] 0.0045686717 -0.0072773183 -0.0009393484 0.0036479950 0.0045686717
[16] -0.0072773183 -0.0009393484 0.0036479950 0.0045686717 -0.0072773183
>
> par(mfrow=c(2,2))
>
> #FIG.4
> acf(medietrim1_5anni,main=”FIG.4″)
Aspetto per confermare cambio pagina…
>
> valAdjtrim=medietrim-medietrim1_5anni #trend_ random
>
>
> fitadj_trim=lm(valAdjtrim~w1)
>
> fitadj_trim

Call:
lm(formula = valAdjtrim ~ w1)

Coefficients:
(Intercept) w1
0.049678 0.001481

>
> summary(fitadj_trim)

Call:
lm(formula = valAdjtrim ~ w1)

Residuals:
Min 1Q Median 3Q Max
-0.0136886 -0.0044597 -0.0006167 0.0058313 0.0146327

Coefficients:
Estimate Std. Error t value Pr(>|t|)
(Intercept) 0.049678 0.003486 14.251 3.03e-11 ***
w1 0.001481 0.000291 5.088 7.67e-05 ***

Signif. codes: 0 ‘***’ 0.001 ‘**’ 0.01 ‘*’ 0.05 ‘.’ 0.1 ‘ ’ 1

Residual standard error: 0.007504 on 18 degrees of freedom
Multiple R-squared: 0.5899, Adjusted R-squared: 0.5671
F-statistic: 25.89 on 1 and 18 DF, p-value: 7.671e-05

>
> #FIG.5
> plot(valAdjtrim,type=”l”,main=”FIG.5″)
> abline(fitadj_trim)
>
> #ANALISI RESIDUI
>
>
> dwtest(fitadj_trim, alternative=”two.sided”)

Durbin-Watson test

data: fitadj_trim
DW = 1.9024, p-value = 0.6301
alternative hypothesis: true autocorrelation is not 0

> #forse potremo interpolare l’elemento 11
>
> #FIG.6
> res=resid(fitadj_trim)
> plot(res,type=”l”, main=”FIG.6″)
>
> #FIG.7
> acf(res, main=”FIG.7″)
>
> par(mfrow=c(2,2))
> #FIG.8-12
> plot(fitadj_trim)
Aspetto per confermare cambio pagina…
>
>
>

Far girare il precedente programma. Applicare a detrend_trim il periodogramma  e trasformare in formula analitica l’oscillazione o le ascillazioni e provare a toglierla(toglierle) da medietrim (a da detrend _trim) per vedere se spariscono dal loro periodogramma i picchi rilevanti. E’ un buon metodo incrociato di testare il Periodogramma rivisitato.

16 – APPENDICE5

APPENDIX5

IL SENSO COMUNE, L’INSEGNAMENTO SCIENTIFICO ED I SAPERI PREPOSTI ALLE SCELTE – UN PRIMO APPROCCIO OPERATIVO ALL’ANALISI DI FOURIER COL SUPPORTO DEL COMPUTER  del dott. Piero Pistoia

0 – LA PREMESSA

MATH_FOURIER_PREMESSA1- Piero Pistoia

BIBLIOGRAFIA DELLA PREMESSA

four_bibl0001

1 – L’ARTICOLO GUIDA

L’articolo sull’analisi di fourier su dati reali e simulati col Mathematica di Wolfram 4.2                 dott. Piero Pistoia

artfouart-math in pdf

Seguirà la diretta trascrizione

 

 2 – IL PROGRAMMA CON ESERCITAZIONI

Analisi di serie storiche reali e simulate dott. Piero Pistoia

ATTENZIONE! le linee di programma attive non sono incluse fra apici. Cambiando opportunamente le inclusioni di linee nei diversi segmenti del programma, si possono fa girare i diversi esempi, e proporne di nuovi.

 

A0-Esempio N.0

ANALISI DELL’ESEMPIO N° 0

Le linee attive di questo esempio sono state evidenziate

Si trascriva manualmente o con copia/incolla i seguenti scripts  sulla consolle del MATHEMATICA DI WOLFRAM (vers. non superiore alla 6.0); si evidenzi e si batta shift-enter: si otterranno i risultati ed i grafici non inseriti.

"Si forniscono diversi vettori di dati sperimentali di esempio immessi 
    direttamente o tramite Table; per renderli attivi basta eliminare agli 
    estremi le virgolette.Se l'analisi diventa più complessa rispetto ad una 
ricerca di armoniche di Fourier a confronto con la serie iniziale, si può 
utilizzare il SEGMENTO DELLE REGRESSIONI (lineare e quadratica) per ottenere 
yg2 ed il SEGMENTO DELLE ARMONICHE RILEVANTI (yg3 e yg4) individuate in una 
prova precedente. Abbiamo da sostituire il nome di qualche vettore e aprire o 
chiudere (cancellando o inserendo virgolette) istruzioni nei diversi segmenti 
del programma secondo ciò che vogliamo fare. In yg1 c'è il vettore dati 
iniziale. In yg2 c'è il vettore detrendizzato. In yg3, quello delle armoniche 
rilevanti. In v, il vettore di Fourier fornito dall'analisi. Altri segmenti 
su cui intervenire: IL GRAFICO ygf dove va inserita la variabile (ygi) da 
confrontare con Fourier (v); il segmento di IMPOSIZIONE NUMERO ARMONICHE m; 
il segmento di SCELTA VARIABILI DA SOTTOPORRE A FOURIER (ygi); il segmento 
per cambiare la variabile nell'ERRORE STANDARD. In ogni esempio si accenna 
alle modifiche specifiche da apportare ai diversi segmenti";


"ESEMPIO N.0";
"Esempio illustrativo riportato alle pagine 3-4 dell'art.: imporre il numero \
di armoniche m=1 oppure 2 nel segmento relativo e confrontare il grafico ygf \
che gestisce la variabile yg1 dei dati seguenti, con quello di v (ygf1); \
controllare infine i risultati con i dati del testo";

yt=N[{103.585, 99.768, 97.968, 99.725, 101.379, 99.595, 96.376, 96.469, \
100.693, 104.443}]

"ESEMPIO N.1"
"Si sottopongono a Fourier i dati tabellati seguenti(yg1). Si confrontano yg1 \
(tramite ygf) e v di Fourier(tramite ygf1); calcolo automatico di m";
 "yt=N[Table[100+4 Sin[2 t/21 2 Pi-Pi/2]+3 Sin[4 t/21 2 Pi+0]+6 Sin[5 t/21 2 \
Pi-1.745], {t,21}]]"

"Si detrendizza yg1 seguente ottenendo yg2 (si liberino le istruzioni del \
segmento TREND), che poniamo come variabile in ygf (si inserisca nella sua \
espressione); si sottopone yg2 a Fourier (v) nel segmento "SCELTA VETTORE \
DATI"; confrontiamo ygf1 (grafico di v) e ygf; inserire variabile yg2 \
nell'espressione errore"  
"yt=N[Table[100+4 Sin[2 t/21 2 Pi-Pi/2]+3 Sin[4 t/21 2 Pi+0]+6 Sin[5 t/21 2 \
Pi-1.745]+0.5 t + (Random[]-1/2),{t,21}]]";

"ESEMPIO N.2";
"Si utilizza il vettore originale yg1 e si confronta con v di Fourier (ygf \
con ygf1), come nell'esempio N.1, prima parte; m automatico. Esempio \
interessante per controllare come Fourier legge i dati"
"yt=Table[N[Sin[2 Pi 30 t/256]+.05t+(Random[]-1/2)],{t,256}]"

"ESEMPIO N.3";
"Come l'esempio N.2. Ci insegna come Fourier <sente> i coseni"
"yt=N[Table[100+4 Cos[2 t/21 2 Pi-Pi/2]+3 Cos[4 t/21 2 Pi+0]+6 Cos[5 t/21 2 \
Pi-1.745],{t,21}]]";

"ESEMPIO N.4";
"Come il N.2. Ci assicura del funzionamento del programma"
"yt= N[Table[100+3 Sin[2 Pi 2 t/21+ Pi/2],{t,1,21}]]";
"I dati successivi sono stati campionati da Makridakis combinando l'esempio \
precedente ed un random (pag. 402, [])";
"yt={106.578,92.597,99.899,97.132,93.121,95.081,102.807,106.944,100.443,95.\
546,103.836,107.576,104.658,91.562,91.661,97.984,111.195,100.127,94.815,105.\
009,110.425}";

"ESEMPIO N.5"
"Prima parte.
Si detrendizza il vettore dati yg1, liberando, nel segmento TREND, il calcolo \
dei coefficienti B0 e B1 della retta interpolante, trovando yg2 che \
inseriremo in ygf nel segmento GRAFICO DA CONFRONTARE CON FOURIER. Calcolo \
automatico di m. Nel segmento SCELTA VETTORE PER FOURIER, poniamo yg2 in yt e \
nella formula dell'ERRORE STANDARD. Si fa girare il programma una prima volta \
e si osservano quali sono le armoniche rilevanti. Di esse si ricopiano i  \
parametri trovati (numero armonica, ampiezza, fase), con i quali  si \
tabellano le 4 armoniche rilevanti, trascrivendole nel segmento ARMONICHE \
RILEVANTI.
Seconda parte.
Nel segmento ARMONICHE RILEVANTI si tabellano le espressioni di queste 4 \
armoniche, si sommano i relativi vettori in yg3. Si liberano queste 4 \
armoniche e il loro vettore somma yg3. Si pone poi la variabile yg3 in ygf \
per confrontare yg3 con v (risultato di Fourier su yg2). Calcolo automatico \
di m. Si sceglie per Fourier la variabile yt=yg2. Nel segmento dell'ERRORE si \
pone yg3 e si rilancia il programma una seconda volta. E' un modo per \
cogliere le uniformità periodiche all'interno di dati storici"

"yt=N[{0.0330,0.0430,.0510,.0590,.0610,.0630,.053,.036,.0460,.0560,.0630,.\
0480,.0530,.0430,.0660,.053,.0820,.0600,.0800,.0760,.0560,
.0360,.0500,.053,.0560,.0580,.0610,.0630,.0650,.0680,.0815,.095,
.0790,.0630,.0690,.0740,.0800,.0765,.0730,.0695,.0660,.0930,.0830,
.0730,.0630,.0740,.0670,.06,.0860,.0800,.0730,.0670,.0890,.0640,
.0870,.079,.0700,.0650,.0600,.0630}]"

"Le successive righe sempre attive"
yg1=yt
n=Length[yt];

"SEGMENTO DELLE REGRESSIONI"

"f[x_]:=Fit[yt,{1,x,x^2},x]"
"f[x_]:=Fit[yt,{1,x},x]"

"yt1=N[Table[f[t],{t,60}]]?"
"La precedente istruzione dà problemi"

"Trovo l'ordinata all'origine e la pendenza"
"B0=f[x]/.x\[Rule]0"
"f1=f[x]/.x\[Rule]1"
"B1=f1-B0"
"B2=B0+B1 t"

"Un secondo modo di trovare B0 e B1";

"xt=Table[i, {i, 1, n}]";
"a=xt yt";
"Sxy=Apply[Plus, xt yt]";
"Sx=Apply[Plus, xt]";
"Sy=Apply[Plus, yt]";
"xq=xt^2";
"Sxq=Apply[Plus, xq]";
"yq=yt^2";
"qSx=Sx^2";
"B1=(n Sxy-Sx Sy)/(n Sxq-qSx)";
"B0=Sy/n-B1 Sx/n";
"B2=B0+B1 t";

"Tabello la retta"

"yt1=N[Table[B2,{t,n}]]"
"yt1=Flatten[yt1]"
"In yt1 ci sono i dati relativi alla retta di regressione"
"In yg2 c'è il vettore detrendizzato dei dati iniziali"
"yg2=yt-yt1"

"SEGMENTO DELLE ARMONICHE RILEVANTI"

"y4=Table[N[.004(Sin[.1333 Pi t+6.266])],{t,60}]";
"y5=Table[N[.007(Sin[.1667 Pi t+4.782])],{t,60}]";
"y8=Table[N[.004(Sin[.2667 Pi t+4.712])],{t,60}]";
"y9=Table[N[.004(Sin[.3000 Pi t+3.770])],{t,60}]";

"yg3=N[y4+y5+y8+y9]";

"In yg3 c'è il vettore dati di tutte le armoniche considerate rilevanti da \
precedente analisi. Se il programma passa da questo punto,
    ha senso misurare per es. la differenza con il vettore di tutte le \
armoniche di Fourier sui dati detrendizzati yg2";

"yg4= N[yg3+yt1]";

"In yg4 c'è il vettore di tutte le componenti considerate rilevanti compreso \
il trend. Ha senso un confronto fra i dati iniziali Yg1 o v (vettore di \
Fourier) e Yg4 "

" IL GRAFICO ygf E' DA CONFRONTARE CON QUELLO DI FOURIER ygf1"
" La variabile nel ListPlot successivo rappresenta il vettore da confrontare \
con la combinazione di armoniche di Fourier applicato ad un vettore dati. yg \
rappresenta il grafico di tale vettore"
"In ygi (i=1,2...) ci va il vettore da confrontare con v"

ygf=ListPlot[yg1,PlotJoined\[Rule]True,PlotRange\[Rule]Automatic,
    				   GridLines\[Rule]{Automatic,Automatic},
    AxesLabel\[Rule]{"Tempo","Dati \
(unità)"},PlotLabel\[Rule]FontForm["DOMINIO  DEL TEMPO",{"Times",12}]]

"CALCOLO AUTOMATICO DEL NUMERO ARMONICHE"
ny=Length[yg1]
n=ny;m=Mod[n,2]
If[m>0,  m=(n-1)/2, m=n/2-1]
"IMPOSIZIONE MANUALE NUMERO ARMONICHE"
m=1
"m=2"

"SCELTA VETTORE DATI DA SOTTOPORRE A FOURIER"
"IN yt CI SONO I DATI CHE VOGLIO ANALIZZARE CON FOURIER E L'ANALISI E' POSTA \
IN v"
"Se voglio analizzare con Fourier i dati iniziali:"
yt=yg1
"Se voglio analizzare i dati detrendizzati:"
"yt=yg2"
"Se voglio analizzare i dati relativi alle armoniche considerate rilevanti:"
"yt=yg3"
"Se voglio analizzare i dati di tutte le componenti rilevanti:"
"yt=yg4"

"VALORI DEL PARAMETRO ak="

"Calcolo gli ak con il comando Sum, sommando cioè gli n prodotti yt * la \
funzione coseno, per t=1 a n; faccio questo per ogni valore di k (da k=0 a \
n/2)tramite Table"

a1=Table [Sum[yt[[t]] Cos[2 Pi k t/n],{t,1,n}],{k,0,m}];
a=2*a1/n;

"Divido per due il primo elemento, per ottenere ao=media; Sopprimo poi il \
primo elemento"
a0=a[[1]]/2
a=Delete[a,1]
a=Chop[%]

"VALORI DEL PARAMETRO bk="

"Calcolo ora bk con la funzione seno con lo stesso procedimento di ak"
b1=Table[Sum[yt[[t]] Sin[2 Pi i t/n],{t,1,n}],{i,1,m}];
b=2 b1/n
b=Chop[%]
"Mentre ao/2 rappresenta la media, bo è sempre nullo"
b0=0

"AMPIEZZE ="

"Con ak e bk calcolo le ampiezze e le fasi dell'f(t) iniziale; Individuo il 
vettore dei numeri da mettere sulle ascisse nel dominio della frequenza 
(i/n o n/i) e con i vettori xi e yi 
costruisco la lista {xi,yi}; disegno infine i plots"
ro=Sqrt[a^2+b^2]
ro=N[Chop[%]]
ro=Flatten[ro]


Theta={}
i=1
While[i<m+1,
    f2=Abs[a[[i]]/b[[i]]];
    f2=180/Pi ArcTan[f2];
    If[b[[i]]>0 && a[[i]]>0 , Theta=N[Append[Theta,f2]]];
    If[b[[i]]<0 && a[[i]]>0, Theta=N[Append[Theta,180-f2]]];
    If[b[[i]]<0 && a[[i]]<0, Theta=N[Append[Theta,180+f2]]];If[b[[i]]>0 && a[[
    i]]<0, Theta=N[Append[Theta,360-f2]]];
    If [(a[[i]]==0 && b[[i]]==0),Theta=N[Append[Theta,0]]]; 
     If[((
    b[[i]]<0 || b[[i]]>0) && a[[i]]\[Equal]0),Theta=N[Append[Theta,0]]];
    
     If[b[[i]]\[Equal]0 && a[[i]]>0 ,Theta=N[Append[Theta,90]]];
    If[b[[i]]\[Equal]0 && a[[i]]<0, Theta=N[Append[Theta,-90+360]]]; i++];

"FASE ="

Theta=Theta

"Theta=N[ArcTan[a,b]*180/Pi]"

"RISULTATI DI FOURIER"
v=Table[a0+Sum[(a[[k]] Cos[2 Pi k t/n]+b[[k]] Sin[2Pi  k \
t/n]),{k,1,m}],{t,1,n}];

"GRAFICO RISULTATI DI FOURIER (ygf1)"
ygf1=ListPlot[v,PlotJoined\[Rule]False,GridLines\[Rule]{Automatic,Automatic},
    PlotLabel\[Rule]FontForm["GRAFICI  DI CONTROLLO",{"Times",12}]]

"CONFRONTO"
ygf2=Show[ygf,ygf1,PlotRange\[Rule]{Automatic,Automatic}]

"Calcolo l'ERRORE STANDARD DELLA STIMA"

ESS=Sqrt[Apply[Plus,(yg1-v)^2]/(n-2)]

"x=N[Table[i,{i,1,m}]]";
"c1=x";
Length[x];
Length[ro];
"For[i=1,i<m,i++,j=i*2;c=c1;yi=ro[[i]];
  c=Insert[c,yi,j];c1=c]";
"d1=Partition[c,2]";
Needs["Graphics`Graphics`"]
BarChart[ro]
ListPlot[ro, PlotJoined\[Rule]True,PlotRange\[Rule]All, 
  GridLines\[Rule]{Automatic,Automatic},AxesOrigin\[Rule]{0,
          0},AxesLabel\[Rule]{"Cicli in n dati", "Ampiezza \
"},PlotLabel\[Rule]FontForm["DOMINIO  DELLA FREQUENZA",{"Times",12}]]
"c1=x";
"For[i=1, i<m,i++,j=i*2;c=c1;yi=Theta[[i]];
  c=Insert[c,yi,j];c1=c]";
"d2=Partition[c,2]";
ListPlot[Theta, PlotJoined\[Rule]True,PlotRange\[Rule]All, \
GridLines\[Rule]{Automatic,Automatic},AxesOrigin\[Rule]{0,0},
  AxesLabel\[Rule]{"Frequenza","Fase"}]

———————————————————————————–

A1-Esempio N.1

————————————————————————

A2-Esempio N.2

math_es_20001

math_es_20002

math_es_20003

math_es_20004



math_es_20005

math_es_20006

math_es_20007

RISULTATI ESEMPIO 2

math_es_20008
math_es_20009


math_es_20010

math_es_20011

math_es_130001
math_es_20011
math_es_130001
math_es_150001



math_es_20016

A5-Esempio N.5

 

Serie detrendizzata delle concentrazioni As 

ANALISI DEI DATI REALI DELL’ESEMPIO N° 5

priodogramma0001

L’IDEA E’ QUESTA:

– SUI SESSANTA DATI DELLA CONCENTRAZIONE ARSENICO (yt, GRAF. N.1) IN ALCUNE SORGENTI DELLA CARLINA (PROV. SIENA), SI FA UNA REGRESSIONE LINEARE ED I SUOI  60 VALORI PREDETTI  SI SOTTRAGGONO DA yt, OTTENENDO LA SERIE DETRENDIZZATA.

– QUEST’ULTIMA SI SOTTOPONE AL PERIODOGRAMMA CHE, IN USCITA, PERMETTE DI CALCOLARE LE SUE COMPONENTI ARMONICHE.

– SOMMANDO LE COMPONENTI ARMONICHE RILEVANTI PIU’ I VALORI DEL TREND E SOTTRAENDO TALE SOMMA DALLA SERIE ORIGINALE yt, SI OTTERRA’ LA “STIMA DELL’ERRORE STANDARD” CHE DA’ UN’IDEA DELLA BONTA’ DEL PROCESSO.

Si trascriva manualmente i seguenti scripts  sulla consolle del MATHEMATICA DI WOLFRAM (vers. non superiore alla 6.0); si evidenzi e si batta shift-enter: si otterranno i risultati e grafici riportati alla fine di questo programma (si noti in particolare il grafico ampiezza-numero armoniche eseguito sulla serie detrendizzata, dove è evidente il picco all’armonica n°5)

Period_con_math0001

Period_con_math0002

period_con_math10001

period_con_math10002

period_con_math10003

——————————————————————–

RISULTATI DEL PROGRAMMA ESEMPIO N.5 (conc. As detrend)

Period_con_math20001

Period_con_math20002

Period_con_math20003x

Period_con_math20004

Period_con_math20005x

Period_con_math20006

Period_con_math20007x

A4-Esempio N.4

Mathematica0001

ANALISI DELL’ESEMPIO N° 4 CON RISULTATI E GRAFICI (DATI SIMULATI)

Mathematica0002

Mathematica0003

Mathematica0004 - Copia

Mathematica0005 - Copia

Mathematica0006

Mathematica10001

Mathematica10002

Mathematica10003

Mathematica10004

Mathematica20001 - Copia

Mathematica20002 - Copia

Mathematica20003

Mathematica20004

A6-Esempio N.6

Oscillazione mensile ozono a Montecerboli (Pomarance,Pi); 2007-2011

fouroz20001

fouroz20002

fouroz20004

fouroz20006

fouroz20005

fouroz20006

fouroz20007
fouroz2008
fouroz2009

RISULTATI GRAFICI OZONO

fouroz20010

———————————————————————————-

ESEMPIO N° 5 CHE USA LE ARMONICHE RILEVANTI MESSE IN FORMULA IN UNA PRE-PROVA

FOUART-articolo-Piero Pistoia-in pdf

—————————————

four_art1 da correggere

four_art2

four_art3

four_art4

four_art5

four_art6

four_art7

four_art8

four_art9

four_art10

four_art11

four_art12

four_art13

four_art14

four_art15

four_art16

four_art17

four_art18

fuor_art19 da correggere

ANCORA UNA RIFORMA DELLA SCUOLA: MONDO SCOLASTICO E MONDO DEL LAVORO, UN RAPPORTO DIFFICILE del dott. Piero Pistoia; post aperto

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA
 
piero-pistoia-curriculumok (0)
 
 
Articolo trasferito da LA RICERCA, Loescher Editore Torino, 15 ottobre 1987
Questo articolo è piaciuto al blog Agenda19892010 come comunicato il 31-5-2015 da WordPress all’Amministratore con una e-mail 

PREMESSA

Nel lontano 1987 scrivevamo su questo problema, già ritenuto urgente, e dopo quasi trent’anni siamo punto e a capo! In questo lontano articolo si prospettano possibili larvate ipotesi di soluzione da mettere alla prova, naturalmente mai attivate, anche perché, nelle sedi opportune, non fu  certamente letto e figuriamoci se verrà letto oggi. In queste  sedi comunque. a nostro avviso, sembra scarseggiare l’intuito necessario 1) per prevedere nel futuro ( ma mancano anche i dati necessari su cui basarci!), e 2) per strutturare un conseguente progetto che sia efficace sui due versanti (scuola e  lavoro), al fine di realizzare l’obbiettivo. Non si riesce ad imparare niente dalla storia, perché non siamo riusciti a ‘misurare’ (non abbiamo dati statistici rilevanti!) gli svariati interventi robinsoniani  fatti nel passato, per poi aggiustare il tiro nell’andare. Sempre a nostro avviso, infatti, ci siamo preoccupati poco di raccogliere ed analizzare dati statistici sui numerosi progetti educativi tentative messi in atto nel corso degli anni, per poter usare i rilevanti nelle previsioni. Mi verrebbe da pensare che anche alla prossima riforma saremo punto e a capo, vista la tendenza, focalizzata dai quotidiani, verso il lavorare di più rispetto al lavorare meglio! Sulla base di queste considerazioni sono indotto a ritenere  che l’articolo  da me scritto nel lontano 1987, sia oggi più attuale di ieri, a riprova del fatto che in quasi trentanni si è mosso quasi niente!

La premessa è in corso di correzione e modifica.

 

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TRE MODI DI COMUNICAZIONE CULTURALE del dott. Piero Pistoia, post aperto

Se vuoi ingrandire lo scritto cliccaci sopra

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA:

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POSSIBILI ESPERIMENTI DI COMUNICAZIONE CULTURALE

di Piero Pistoia

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LE EMOZIONI POETICHE DI PIERO PISTOIA: commenti a più voci (dott.ssa. Stefania Ragoni e docente Andrea Pazzagli); post aperto

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I commenti che seguono sono stati trasferiti dall’inserto ‘Il Sillabario’

ASPETTI DIONISIACI DELLA POESIA

DI PIERO PISTOIA

Dott.ssa  STEFANIA RAGONI 

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IL MITO E LA POESIA DI PIERO PISTOIA

Insegnante ANDREA PAZZAGLI 

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SENTIMENTO DELLA NATURA DI PIERO PISTOIA

 di ANDREA PAZZAGLI

La filosofia, dicevano i Greci, promana dallo stupore che pervade l’uomo di fronte al mondo, al libero manifestarsi (alèteia) di quella phisys che non si lascia mai completamente comprendere dalla ragione calcolante della scienza, della tecnica, delle metafisiche razionalistiche.

Non diverso dal filosofo è il poeta: è poeta chi sempre di nuovo sa meravigliarsi e dire la sua meraviglia davanti allo spettacolo del mondo, sempre uguale eppure sempre diverso, se nuovo sa essere l’occhio che lo contempla.

A ciò probabilmente pensava anche pascoli quando paragonava i poeti ai fanciulli (poetica del fanciullino); i poeti ed i fanciulli condividono la prerogativa di sapersi ancora stupire, sanno, ancora, non essere banali e non rendere banale il mondo circostante.

Questi pensieri si affacciano alla mente mentre leggo o ascolto le poesie di Piero Pistoia. Sono versi, appunto, mai banali e riescono ad esprimere, spesso con forte efficacia, un senso di profonda partecipazione all’Essere, di comunione con la Natura ( intesa nell’accezione greca di phisys, non quella oggettivante dei Positivisti) non facile da trovarsi. Non c’è in questi versi alcuna imitazione di D’Annunzio e dei suoi panismi, piuttosto l’espressione del legame fra noi e ed il mondo, tra noi e la Natura, che, una volta, era forse dato dal senso comune, ma che, oggi, solo le parole della poesia sanno ancora esprimere. La campagna, il bosco, il fiume, i declivi, le piagge: ecco i luoghi della poesia di Pistoia, luoghi dove ora va a caccia e che, nella memoria e nei versi, tuttavia si confondono con quelli, geograficamente e temporalmente lontani, dell’infanzia già remota. Luoghi, visioni: ma, va notato che, per Pistoia il dato visivo non è mai isolato, si arricchisce, si sostanzia di altre sensazioni, più forti, più carnali, più animali quasi, soprattutto uditive e olfattive. Chi (e anche Pistoia è fra questi) ha varcato il limite della maturità, raramente è esente da una vena di nostalgia per un passato sentito perduto e irrecuperabile: nostalgia si respira in effetti anche in talune di queste poesie, ma senza che mai divenga tono dominante, che mai riesca a spegnere la corposa energia di vivere che rimane tratto distintivo.

Resta da dire del linguaggio poetico. Non voglio azzardare giudizi ed analisi, ma credo che i lettori converranno nel riconosce la sciolta, agile eleganza di questi versi che, senza riferimenti troppo espliciti, mostrano però come l’autore abbia fatto propria la lezione della poesia del primo Novecento.

Gli interessi scientifici  di Pistoia, le sue incursioni in svariati campi del pensiero, non sono senza eco nelle sue poesie: numerosi i rimandi a teorie scientifiche e matematiche, frequenti le parole tratte da vocabolari settoriali. Ma (ed è questa una riprova della solidità del linguaggio poetico dell’autore) queste parole. questi rimandi, non stridono affatto, si inseriscono anzi nel contesto, lo arricchiscono e ne fanno esempio della necessità, oggi centrale, di ibridare discipline, esperienze e vocabolari.

LE POESIE DI PIERO PISTOIA SUL BLOG SONO RAGGRUPPATE, FRA L’ALTRO, ALLE SEGUENTI VOCI (tags)

Riflessioni non conformi

Poesie di paese

Fatica di vivere

Memoria memoria…

Poesie di caccia e Natura

Poesie di “cose” del mito

Solo rassegnazione

Tempi perduti

APPUNTI DI BOTANICA: LE CAMOMILLE DELLA VAL DI CECINA ED ALTRE PIANTE OFFICINALI E MOLTO ALTRO; del dott. Piero Pistoia; post aperto

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA

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ART. IN COSTRUZIONE DA TEMPO! LA VIA SI FA CON L’ANDARE E NON SEMPRE LA VIA FACILE E’ LA VERA VIA; NOI  FACCIAMO AL MEGLIO QUELLO CHE POSSIAMO, SE SBAGLIAMO SI CORREGGE!camomille0003

PRESENTAZIONE DELL’ARTICOLO

 

La presente nota, che si inserisce in un discorso a più ampio raggio di riscoperta e rivalutazione dell’ambiente naturale, vuole focalizzare alcuni problemi emergenti nelle interazioni folclore-cultura simbolica, extrascolastico-scolastico, cultura di massa-cultura disciplinare, aprendo in prospettiva possibilità per una comunicazione culturale efficace. Essa sottolinea, attraverso la ricerca e la raccolta di alcune piante officinali, si possa non solo ritrovare il gusto della tradizione legata al ciclo delle epoche e delle stagioni, ma anche recuperarla attraverso la mediazione della cultura strutturata ( si impara consapevolmente a conoscere perchè quella pianta è diversa dalle altre, perchè possiede quelle proprietà, perchè non si trova in tutti i terreni…). In questo modo la disciplina scolastica potrà uscire dall’ambito ristretto dell’aula per entrare nella casa, nel bar, nella piazza, fornendo modelli di interpretazione e spiegazione e quindi suscitando interessi diversi da quelli spesso alienanti dell’industria culturale.

La riscoperta del folclore e della tradizione, se mediate attraverso il filtro qualificante delle strutture disciplinari, non solo innesca il processo di emancipazione, ma offre, da una parte, l’oppurtunità di un impiego più proficuo del tempo libero, specialmente da parte dei giovani e dall’altra, la consapevolezza della necessità di un rispetto senza condizioni dell’ambiente in tutte le sue componenti, animate ed inanimate.

Infine, in una piccola comunità come la nostra, un discorso di questo tipo ampliato e reso continuativo (dalla camomilla ed altre piante officinali ai funghi, dal comportamento alla conoscenza delle abitudini di certi tipi di selvaggina, ecc.) potrebbe rappresentare forse anche un’occasione per avvicinare la saggezza dell’anziano con i suoi modelli di interpretazione del mondo, con quelli forse più mediati del giovane scolasticizzato, favorendo una maggiore comprensione fra i due mondi.

 

INTRODUZIONE

Alcune piante officinali vengono ancora raccolte nella Val di Cecina specialmente nelle campagne, anche se con frequenza minore rispetto a qualche anno fa, secondo certe modalità e certi riti che rimandano ad una cultura-folclore tramandata oralmente, ma non trascurabile per qualsiasi discorso di comunicazione culturale-educativa.

L’articolo si pone come tentativo di una riscoperta, da una parte, di certe usanze sempre più disconosciute dalle nuove generazioni e dall’altra, di un inserimento nella cultura di base-folclore per aprirla ad un apporto sempre più simbolico.

Tutti conoscono la “camomilla”. Certamente ognuno almeno una volta ne ha bevuto l’infuso (1) e nei giorni vicini a San Giovanni, 24 giugno, (almeno qualche anno fa quando il clima era più stabile) molti lasciavano il paese per le stazioni di raccolta che ognuno conosceva da sempre, anche per tradizione. Era proprio il giorno di San Giovanni quella della raccolta delle piante officinali. Nei tempi ancora più lontani il 24 giugno maghi e streghe di riversavano nella campagne a mezzogiorno astronomico a raccogliere l’iperico (Iperycum perforatum) e le altre erbe “magiche”. Ma le antiche usanze hanno una loro ragione scientifica: proprio in quel giorno  forse la radiazione solare in media è più intensa alle nostre latitudini, se qualche giorno prima, il 21 giugno (solstizio d’estate), i raggi del sole incidevano perpendicolarmente  a 23,5° di latitudine nord   (Tropico del cancro) e lo sfasamento temporale è dovuto forse all’inerzia al trasferimento di calore all’ambiente. A mezzogiorno, perchè la sintesi clorofilliana (appendix 1) è al massimo. Altri consigliano invece la raccolta delle erbe al sorgere del sole, quando certamente i processi di ossido_riduzione (appendix 1) sono meno intensi, e la pianta è forse “meno viva”. Sembra anche che non si debbano recidere le erbe con oggetti metallici, forse per possibili reazioni chimiche negative fra metallo e succhi vegetali; si consiglia così uno strumento di osso o di plastica inerte. Se è vera la nostra ipotesi però potrebbe servire bene  anche un paio di forbici o coltello di buon acciaio inox per sezionare.  Ma al di là di un discorso sul rispetto che si deve portare a qualsiasi organismo vivente, non si deve escludere però, nell’accumulo dei principi attivi nella pianta, anche uno sfasamento nel tempo, variabile da pianta a pianta, a) rispetto al mezzogiorna astronomico 2 ) rispetto alla fioritura, tenendo conto che una fase del processo clorofilliano avviene al buio e la sintesi dipende essenzialmente dalla zona verde della pianta (appendix 1).

Ma torniamo alla camomilla, cioè alle “camomille”, perchè con la parola camomilla si indicano piante di diverso tipo sia a livello botanico: camomilla comune (Matricaria camomilla), camomilla romana ecc., sia a livello industriale (le varie specie che si prestano a sofisticare la camomilla vera). Molti parenti insomma della “vera” camomilla, dalle “margherite” ai “crisantemi”, hanno avuto il nome di camomilla s.l., aprendo possibilità a falsificazioni e sofisticazioni, da una parte, e a convinzioni errate dall’altra. Si tratta come vedremo  di alcune specie del genere Anthemis (Anthemis cotula, Anthemis arvensisi) con foglie frastagliate finemente fino a diventare simili a quelle della camomilla vera, ma anche di specie, che sembra non abbiano nulla a che spartire con la camomilla neppure nell’aspetto esteriore, appartenenti al genere Chrysantemum (C. leucantemum, C. parthenium, C. corymbosum), le cui foglie sono meno settate o addirittura intere. anche nelle nostre zone anche in qualche modo si riflette questa polisemia del nome: si raccolgono infatti almeno due tipi di piante col nome “camomilla” (la “piccola” e la “grande” camomilla). Ma veniamo a precisare concetti e problemi.

 

TAVOLA SINOTTICA RELATIVA ALL’ARTICOLO

 
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POSIZIONE SISTEMATICA DELLE “CAMOMILLE”

 

Per capire l’inserimento della camomilla i una strutura di piante più o meno imparentate, è necessario parlare del fiore in generale e di alcune infiorescenze in particolare: quella a capolino e quella a corimbo.

IL FIORE, IL CAPOLINO ED IL CORIMBO

Il fiore delle piante superiori (Fanerogame Angiosperme, cioè piante a fiori i cui ovoli sono protetti in ovari) è una struttura (fig. 1, della T. sinottica)) che deriva da foglie che hanno subito particolari trasformazioni nel corso dell’evoluzione, divenendo completamente diverse da quelle poste sul fusto, formando pezzi come a) lo stame che alla sommità porta l’antera, dove si forma il polline, che si configura come un organismo maschile pluricellulare (forse analogo al fuco delle api), che darà poi luogo al gamete maschile, detto anterozoo, analogo allo spermatozoo degli animali superiori, b) il pistillo che nell’ovario nasconde l’ovolo, individuo femminile, nel quale si differenzia il gamete femminile (oosfera, analogo all’uovo degli animali superiori) e in generale alla periferia del complesso, dall’interno verso l’esterno, c) una corona di foglie delicate a colori vivaci (petali) che costituisce la corolla ed una di foglie meno vistose che costituisce il calice, che però talora è assente. Tutti questi pezzi fiorali sono situati all’estremità di una rametto foglifero più o meno corto (peduncolo) che ha la cima dilatata a formare una specie di piedistallo che si chiama talamo. Se i petali sono saldati otteniamo le corolle gamopetale (altrimenti dialipetale). Tra le corolle gamopetale, per i nostri scopi, ricordiamo la corolla tubolosa (petali saldati a tubo) e la corolla ligulata (fig. 6, della T. sinottica), i cui petali saldati insieme, formano una linguetta molto espansa, ma solo da una parte del fiore.

Alcune piante recano un solo fiore, altre ne hanno molti, ma solitari, in altre ancora essi risultano raggruppati secondo particolari regole, in infiorescenze. Le infiorescenze che ci interessano per il nostro discorso sono: il capolino ed il corimbo.

Infiorescenza a capolino

Molti piccoli fiori, l’uno accanto all’altro, sono inseriti su un grosso talamo comune, ora piano, ora concavo o convesso, con superficie nuda o provvista di pagliette più o meno trasparenti (fig.2, a;b della t. sinottica e fig. 5, b;c della T. sinottica). Il ricettacolo è poi avvolto da un involucro (facente funzione di un calice comune) formato da foglie modificate (brattee), talora spinescenti. I fiori del capolino, se regolari e simmetrici, sono tubolosi, se irregolari sono ligulati (fig.6, T. sinottica). Se esistono i due tipi sulla stessa infiorescenza, i ligulati si trovano al bordo del capolino ed i tubolosi al centro e le linguette assumono funzione vessillare (attirano gli insetti). Il fiore delle margherite, delle camomille e dei girasoli, per es., ha proprio questo aspetto e quelli che vengono comunemente indicati come petali, in effetti sono le linguette a direzione centrifuga dei fiori ligulati periferici.

Infiorescenza a corimbo

E’ costituito da fiori, sostenuti da peduncoli di diversa lunghezza, inseriti ad altezze diverse sull’asse principale, che vengono a raggiungere circa lo stesso livello (fig. 3, T. sinottica). Il peduncolo fiorale si distingue da qualsiasi altro rametto perchè non porta foglie ed è inserito all’ascella di una foglia normale o di una brattea. talora rametti con foglie alla cui estremità si situa un fiore (0 una infiorescenza), inseriti a diversa altezza sull’asse principale, sembrano conformarsi a corimbo; in effetti si tratta di falso-corimbo.

LE “ASTERACEE” E RICONOSCIMENTO IN GENERALE DELLE CAMOMILLE

Le piante che sono raccolte nella Val di cecina come camomilla hanno tutte qualcosa in comune: posseggono un “fiore” che non è un vero fiore e se lo osserviamo con una lente di ingrandimento si presenta costituito da un gran numero di piccoli fiori direttamente attaccati (sessili) su un bottoncino (talamo) sostenuto da un peduncolo; al margine, il talamo è “orlato” da”falsi” petali bianchi, formando un complesso di fiori che si chiama come già accennato “infiorescenza a capolino”. Le piante che presentano questa infiorescenza si chiamano “Asteracee o Composite“. Se continuiamo ad osservare  con la lente il capolino, si nota anche (fig. 6), come già detto che i piccoli fiori al bordo (fiori a linguetta, ligulati) sono diversi da quelli al centro (fiori a tubo, tubolosi). Ma il problema centrale è individuare le due specie di camomilla, sottolineandone le caratteristiche i riconoscimento in confronto a quelle di specie affini.

 

LE FOTO E DISEGNI DELLE CAMOMILLE SONO STATI RIPRESI DA INTERNET: SI RINGRAZIANO INTANTO GLI AUTORI (da precisare)  LE FIGURE RIPORTATE  COMUNQUE VERRANNO SOSTITUITE DA FOTOGRAFIE  QUANDO DISPONIBILI

 

RICONOSCIMENTO SUL CAMPO DELLA PRIMA SPECIE DI CAMOMILLA E SUA DISTINZIONE DALLE SPECIE AFFINI

TAV. 1

Matricaria chamomilla, Wikipedia

Matricaria recutita plate 182 in A. Masclef: Atlas des plantes de France Paris (1891)

matricaria_chamomilla_scheda_botanica

TAV. 2

Anthemis cotula

http://www.ct-botanical-society.org

anthemiscotu

Non è così facile per i non raccoglitori abituali riconoscere la “piccola” camomilla, la “vera” camomilla, cioè la Matricaria camomilla. Nella nostra zona spesso vivono, l’una accanto all’altra, piante molto simili alla camomilla, come l’ Anthemis cotula (camomilla mezzana, falsa camomilla) e l’Anthemis arvensis (camomilla bastarda, rara dalle nostre parti) e alcune specie del genere Matricaria che non sono ‘camomille’. Le differenze a prima vista non sono molto evidenti (fig. 4;5, T. sinottica), anche per la presenza di varietà di cotola che tende ad erigere i rami verso l’alto con foglie sempre più filiformi (differenze probabilmente dovute all’esposizione).

Tutte queste specie presentano infatti fiori agli estremi dei rami in forme di capolini gialli con pseudo petali bianchi, a loro volta riuniti in un corimbo o falso-corimbo molto lasso. Anche la convessità del capolino non è una caratteristica di classificazione sicura: varia più o meno con la  stessa modalità in tutte le  specie. le stesse foglie che , bi-tri-pennato-sette tendono a divenire filiformi nella M. camomilla, presentano una tendenza analoga per certe forme di cotola (cotola più eretta). Il carattere invece distintivo centrale per il ricercatore rimane il talamo che in sezione presenta un vuoto in forma di cono acuto (fig. 2 a, della Tavola sinottica e Tav. 1), mentre il talamo della A. cotula e dell’ A. arvensis è nettamente pieno (fig. 5 c; T. sinottica). Il fiore della camomilla acquista così l’aspetto delicato e cedevole alla pressione delle dita. Come carattere di distinzione secondario indichiamo l’odore: il profumo aromatico della camomilla vera si distingue nettamente dal fetore della maleodorante cotola e della quasi inodora A. arvensis. Un terzo elemento di distinzione, anche se meno accessibile, lo scopriamo nella presenza sul talamo, privato dei fiori (questa operazione è più facile quando il capolino è più maturo), di piccole formazioni simili a squamette nella cotola (prevalentemente nella parte superiore, fig. 5 c) e nell’ A. arvensis, mentre sono completamente assenti nella camomilla.

ASTERACEAE A CLASSIFICAZIONE INCERTA

Foto di Asteraceae eseguite da Piero Pistoia, forse ancora una cotula, per puzzo e pagliette sopra il ricettacolo, anche se lacinie foglie non filiformi (Maggio-Giugno, dal Ponte di Ferro a sinistra verso podere S. Giovanni subito prima del bivio per impianti Granchi, sopra strada a destra)

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genere anthemis (?)

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Genere anthemis(?); campione raccolto da Montecerboli per la Perla circa a metà strada fra bivio Montecerboli e deviazione per Serrazzano, sulla destra.

Foto di Asteraceae forse del genere Matricaria, non succedanee della camomilla, eseguite da Piero Pistoia, classificate da Angelo Bianchi, Erborista (Maggio-Giugno, lungo strada Gabbri). L’infiorescenza è tendenzialmente a CORIMBO?

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MATRICARIA (?); Infiorescenza tendenzialmente a CORIMBO?

Foto scattata da Pf. Bianchi di fiori degli individui precedenti

foto gabbri

 

RICONOSCIMENTO SUL CAMPO DEL SECONDO TIPO DI ‘CAMOMILLA’ E SUA DISTINZIONE DALLE SPECIE AFFINI

TAV. 3

Chrysantemum leucantemum

da Wikipedia, l’enciclopedia libera (it.wikipedia/wiki/Leucantemum_vulgare)

Planche de botanique de Jaume Saint-Hilaire

Chrysanthemum_leucanthemum0

Leucanthemum_vulgare_-_DESC_-_Thome

COPYRIGHT SCADUTO

Due Foto di Crysantemum leucantemum di CRISTINA MORATTI

Leucantemum....... (1)

Leucantemum....... (2)

 Non c’è nessuna possibilità di confusione nel riconoscimento fra “piccola” e “grande” camomilla (Chysantemum leucantemum nel linguaggio dei botanici), se non altro per il taglio della pianta e del fiore molto più grandi, per il talamo per il talamo piccolo e solo leggermente convesso e le foglie praticamnete intere; insomma sono due oggetti molto diversi. E’ comunque anche abbastanza facile riconoscere questo crisantemo dagli altri pià simili in dimensione. Il leucantemo presenta una foglia (fig. 7; T. sinottica e TAV. 1) oblunga un po’ dilatata alla base più o meno leggermente dentata (“simile alla foglia dell’olivo” dicono i nostri vecchi), mentre per es., il C. corimbosum ha foglie pennato sette (fig. 8 b; T. sinottica) e in alcune varietà bipennatosette e il C. parthenium ha fogli da pennatofide a pennatosette (fig. 9; T. sinottica), ma fiori più piccoli, a linguette più corte e larghe. Ma cerchiamo di precisare alcuni di questi aspetti e distinzioni.

 

Chrysantemum leucantemum

Pianta erbacea annua con fiori ligulati non sviluppati di colore bianco (il centro del capolino è giallo). Ha fusti eretti più alti della vera camomilla, poco ramificati  che sorreggono capolini terminali, sempre più grandi della M. chamomilla, con fiori del disco tubolosi e gialli e quelli del bordo ligulati e bianchi. Le foglie inferiori sono lungamente picciolate (fig. 8 a; T. sinottica e TAV. 3) e le altre sessili (fig. 8 b; T. sinottica) di forma oblunga spatolata con dimensioni decrescenti lungo i rami laterali e dentate leggermente al margine. La pianta fresca è praticamente inodora, ma acquista l’odore classico della camomilla, anche se meno intenso, dopo che i capolini sono stati seccati all’ombra.

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Foto di Piero Pistoia: il C. leucantemum

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Foto di piero Pistoia: fiori e foglie (tendenzialmente a spatola) del C. leucantemum

Chrysantemum corimbosum

Fiore simile al C. leucantemum. I capolini sono avvicinati in una struttura corimbosa rada e povera; nei posti dove si trova si dice di esso che non è camomilla perchè i fiori “non sono da soli”, volendo significare che la pianta possiede infiorescenza a corimbo, mentre il leucantemo si presenta spesso come un solo ramo fiorifero, anche se talora presenta più rami a falso-corimbo (ogni rametto fiorifero infatti ha le foglie, per cui non si configura come peduncolo). La pianta in osservazione ha foglie a perimetro allungato bipennatosette a lacinie quasi lineari con fiori più grandi della camomilla vera e simili al leucantemo: ha per questo le caratteristiche di qualche varietà di C. corymbosum.

 

TAB. 4

Chrysantemum parthenium

https://www:google.it/?gws_rd=ssl#q=chrysantemum+parthenium

commons.wikipedia.org/wiki/File:Chrysanthemum_parthenium_-_Flora_Batava_-_Volume_v10.jpg

Chrysanthemum_parthenium

 

IN QUALI TERRENI SI DEVONO CERCARE LE DUE CAMOMILLE

Il controllo delle ipotesi prospettate in questo paragrafo  derivano da scarse osservazioni dirette, visto anche il numero limitato di stazioni floristiche visitate; per cui dovrebbero essere raccolti ulteriori dati.

L’autore ha tovato la Matricaria chamomilla in terreni argillosi acidi del neoautoctono (appendix 2), meglio se azotati e/o nei terreni silicei (pietrisco e terre a diaspri e, anche se meno vigorosamente in calcari silicei e calcari palombini); allo scrivente sembra addirittura  che nel secondo caso il fattore azoto influisca molto meno. Nei terreni (appendix 2) a gabbro e diabase alterati (rocce verdi dell’alloctono trasgressivo e/o calcarei o su terricci derivati da substrato calcareo (calcari detritici conchigliari  del Pliocene medio, volgarmente e localmente detti “tufo”) ci sembra  inutile cercare la M.  chamomilla.

Anche il C. leucantemum si trova raramente in terreni gabbrici basici, preferisce i pendii argillosi e scarsamente azotati, come sulle terre di riporto delle scarpate lungo le strade, sugli argini calancosi, nei dintorni dei fori dell’Enel, sempre in terre argillose e secche. Forse la sua sopravvivenza è meno critica sul calcare. Lo scrivente, per quello che vale, non ha mai trovato insieme le due specie di camomilla (forse anche per la rarità della Matricaria).

Il C. corymbosum si trova invece in terreno gabbrico e questo potrebbe essere un ulteriore elemento di distinzione.

 

CENNI ALLA UTILIZZAZIONE DELLE “CAMOMILLE” NELLA MEDICINA POPOLARE

Questo paragrafo verrà aggiornato in itinere.

Si accennerà ora alle proprietà officinali della Matricaria camomilla postulando che la “grande” camomilla abbia proprietà analoghe anche se meno efficaci.

Sono officinali i fiori da seccare all’ombra in ambiente ventilato; contengono un’essenza di composizione complessa il cui principio attivo fondamentale però è ritenuto sia l’azulene. L’azulene è una sostanza caratterizzata da una molecola con formula grezza C10 H8; è un isomero del naftalene (comune naftalina), e la sua struttura deriva dalla condensazione di un anello a cinque con uno a sette atomi di carbonio (fig. 10 a  della T. sinottica). Nella camomilla esiste uno speciale azulene: il camazulene, capace di stimolare le funzioni dei sistemi preposti al mantenimento della sanità dei tessuti sia interni che esterni, favorendo i processi riparativi. Si capisce così come la camomilla sia impiegata in cosmesi, nella terapia cicatrizzante, nelle gastriti ed in alcune malattie della pelle. Il naftalene a sua volta è un idrocarburo aromatico (C10H8) con struttura derivata dalla condensazione di due nuclei del benzene (in commercio benzolo, termine fondamentale della serie degli idrocarburi aromatici) (fig. 10 b). Il colorante giallo della camomilla è dovuto invece a glucosidi flavonici. Il glucoside corrisponde ad una formula composta da uno zucchero semplice con un gruppo detto aglicone, di aspetto diverso che caratterizza il composto: se l’aglicone è uno steroide, abbiamo i glucosidi cardiocinetici (Digitale, Adonide, Oleandro…), se è un derivato dell’alcol salicilico, abbiamo i glucosidi della serie salicilica (corteccia del salice, Pioppo, Betulla…) ecc. Nel nostro caso l’aglicone è un flavone o soui derivati ed il composto presenta allora effetto diuretico e diaforetico e promuove in alcuni casi la crescita in resistenza dei capillari e la diminuzione della loro permeabilità (vitamina O). E’ da notare che all’azione di questi composti forse si affianca quella analgesica di qualche altro glucoside ancora  poco conosciuto che agirebbe direttamente sulle terminazioni nervose.

Un pizzico di fiori di camomilla secchi (un cucchiaio da minestra colmo) per una tazza d’acqua da far bollire per due minuti circa (il semplice infuso talora non è efficace) preso prima di addormentarci, è un buon rimedio nelle nevralgie, mal di testa e manifestazioni dolorose dell’apparato digerente. Il decotto (1) (due pizzichi di camomilla per tazza tenuti a bollire per 5-6 minuti) è un ottimo rimedio se usato per sciacqui e gargarismi, nelle infiammazioni della bocca, mal di denti e mal di gola. In un numero imprecisato di decotti  e infusi entra la camomilla per esercitare azione affiancante alle droghe. Citerò solo un decotto per sciacqui e gargarismi sperimentato dal sottoscritto che ha dato risultati ottimi nel mal di gola: Una manciata di foglie di salvia (5 gr), 4 foglie di menta (piperita o comune), un rametto fiorito con tre o quattro foglie di malva, un pizzico di camomilla, in un tazza di acqua e far bollire per 5-6 minuti.

 

COME SI RACCOGLIE LA CAMOMILLA

Poichè la droga corrisponde ai soli fiori, basta staccare i capolini con le dita aperte infilate delicatamente fra i fusti, senza danneggiare le pianticelle in maniera da far continuare la fioritura fina alla disseminazione. Raccogliere l’intera pianta significa diminuire la potenza della stazione di raccolta e, specialmente per la M. camomilla che è una pianta non molto diffusa nelle nostre zone, si rischia di farla completamente scomparire dalla Val di Cecina.

 

DOVE SI PUO’ RACCOGLIERE CAMOMILLA

Fra le  stazioni della M. camomilla che lo scrivente conosce ricordo: a Saline, oltre la fabbrica ENI andando verso Volterra; prima del podere S. Giovanni venendo dal ponte di ferro, ma, a causa di lavori, oggi la stazione è sparita;  oltre Libbiano, lungo la strada di Monterufoli, prima della bandita.

La “grande” camomilla è più diffusa e si può raccogliere in generale nelle zone aride di riporto; la stazione più ricca è situata oltre il bivio per la Leccia, andando verso Serrazzano; sulle scarpate e campi lungo la strada (purtroppo ultimamente lavori nei dintorni del bivio hanno cancellato la stazione floristica). L’autore ha trovato invece  a giugno del 2015 il leucantemum oltre Ponteginori, venendo verso Saline: dopo 100-200 m dalla rotonda, a destra sotto strada in un campo incolto (stazione a rischio). Per chi volesse osservare la varietà del corimboso, esso si trova oltre la “Casina Seconda”, sotto Micciano sul gabbro.

 

 

CONLUSIONI

L’autore spera di essere riuscito, almeno in parte, nel tentativo di lanciare un ponte fra folclore e cultura simbolica, fra mondo delle teorie del senso comune e strutture disciplinari, fra mondo della scuola e cultura richiesta dal vivere quotidiano, aprendo anche alcune prospettive alla soluzione dei problemi posti dall’educazione permanente.

 

APPENDICI

Questo paragrafo verrà aggiornato in itinere.

Appendix 1: alcuni aspetti del processo fotosintetico e cenni alla sua evoluzione a corto raggio.

I disegni sotto riportati, replicati più volte su Internet in svariati altri interventi e appunti di diversi autori di altri blogs, sono stati ritrasferiti rivisitati anche su questo. Se ci sono problemi verranno soppressi.

CENNI ALLA FOTOSINTESI CLOROFILLIANA  (Appunti e pensieri così come vengono, ripresi a spirale)

 

PREMESSA

La fotosintesi clorofilliana è un meccanismo che fornisce nutrimento ed energia e quindi è condizione necessaria e spesso sufficiente per mantenere in vita la pianta e la vita sulla terra. Infatti dalla sua efficienza dipendono la garanzia della riproduzione di tutti i viventi e la continuità stessa della vita.

Le piante verdi sono organismi autotrofi, cioè riescono, a partire da composti inorganici (sali minerali del terreno, acqua e anidride carbonica), a formare composti organici che servono a mantenere e costruire il loro corpo (organicazione): da H2O+CO2 si arriva ad un composto del gruppo degli zuccheri che può condensarsi in amido e insieme a sostanze nitriche e ammoniacali darà composti azotati. Gli animali in genere sono invece eterotrofi, cioè riescono solo a organizzare il materiale costruito dagli autotrofi. Il processo di organicazione del materiale inorganico è permesso da un insieme complesso di reazioni chimiche non ancora completamente capite che si chiama fotosintesi clorofilliana. La fotosintesi perciò è il processo mediante il quale la materia organica, immersa in una atmosfera di ossigeno, si oppone alla sua completa e veloce “combustione” in CO2 + H2O. La respirazione stessa è una specie di “combustione controllata” che l’organismo è riuscito a ‘progettare’  durante la sua evoluzione e utilizzare per i suoi fini.

Ma per passare da materiali semplici (inorganici) a quelli complessi, che si configurano come “mattoni” per costruire la materia vivente, c’è bisogno di un grosso quantitativo di energia, ma anche un “meccanismo strutturato”  progettato e costruito dall’evoluzione per utilizzarla in un processo mirato a tale lavoro.  La pianta cattura tale energia da una sorgente storicamente inesauribile: il sole. La cosa sembra semplice, ma in effetti, in generale, scaldare più molecole semplici (quelle inorganiche) al sole non provoca nessuna reazione utile, come nessun oggetto si muove se ci limitiamo a trasformare acqua in vapore (vedere il 2° principio della termodinamica)!

RACCONTO A LIVELLO ZERO

E’ necessario così prima capire che cosa si intende per ossidazione e riduzione, perché la maggior parte dei passaggi nel processo fotosintetico sono reazioni di ossido-riduzione. E’ inoltre richiesta una minima conoscenza della chimica elementare. Una molecola chimica si ossida quando cede elettroni e si riduce quando ne acquista; nelle reazioni dove entrano in gioco ossigeno e idrogeno, una combinazione con ossigeno significa ossidazione e con idrogeno riduzione (infatti, per es., se l’elemento Ca (neutro,  ossidazione 0) si combina con l’elemento ossigeno (neutro) a dare CaO, cioè Ca(2+) O(2-), si vede che si è ossidato cedendo due elettroni negativi; si dice anche che è aumentato il suo numero di ossidazione da 0 a 2, mentre O si riduce. L’ossidazione è una specie di piccola combustione e libera energia nei dintorni; la riduzione invece ne assorbe. Una molecola che si riduce acquista dentro di sé  energia chimica. Così l’energia solare può essere catturata da molecole che si riducono e trasportata da una molecola all’altra in una catena di ossido-riduzioni con salti energetici in discesa (vedere schemi dei due sistemi fotosintetici). Cerchiamo di capire. La luce spacca una molecola di acqua (fase luminosa della fotosintesi) liberando ossigeno molecolare ( da H2O, i due idrogeno del composto hanno numero di ossidazione 2+,  si formano 2H+ (cioè due protoni, atomi di idrogeno senza elettroni), che rimangono liberi; mentre l’ossigeno passa da -2 a zero: 1/2*O2; si dice che l’acqua si è ossidata liberando due protoni). Durante la fase al buio della fotosintesi avrò disponibili varie molecole di ATP e NADPH ad alta energia chimica costruite durante la fase luminosa (vedere schema Z) che saranno capaci di operare le reazioni chimiche di riduzione ad alto assorbimento energetico richiesto dal  passaggio dall’inorganico all’organico. Rimane comunque il problema sul modo in cui la luce  del sole riesca a spaccare la molecola d’acqua; sembra che l’energia luminosa ecciti una molecola di clorofilla, contenuta nelle parti verdi della pianta (fase luminosa), portandola ad uno stato altamente energetico (salto di elettroni su livelli elevati) così da determinare la scissione dell’acqua, bombardata da quanti di ‘luce’ opportuni, quando ritorna al suo stato iniziale, con il conseguente passaggio dell’energia  anche ai trasportatori di elettroni liberati fino alla zona dove sarà utilizzato per i processi di organicazione del carbonio (ciclo di Calvin). Così all’interno di cellule opportune delle parti verdi della pianta (cloroplasti), che contengono vari tipi di clorofille,  avvengono complicate reazioni di ossido-riduzione in due sistemi fotosintetici, vedere dopo foto (fase luminosa), che conducono alla formazione di molecole di trasporto ricche di energia nei loro legami chimici (ATP e NADPH, vedere dopo) che, nella fase oscura (ciclo di CALVIN), serviranno a costruire le molecole carboniose (organicazione della CO2) utili a produrre poi protidi, lipidi…

Così, nella scissione dell’acqua si libera ossigeno nell’atmosfera. Un riassunto sulle tappe principali del processo fotosintetico è dato  nel così detto “SCHEMA H” di fig. 11 della T. sinottica e ‘SCHEMA ZETA’ che cercheremo di illustrare meglio. Vedremo meglio  introducendo anche la distinzione fra  la fotosintesi delle piante di tipo C3 e di tipo C4 ed accennando ai vari  passaggi ipotetici che, per ora, non sono completamente conosciuti.

Come già accennato le piante verdi sono autotrofe, cioè riescono a produrre molecole organiche complesse (con alta energia nei loro legami) a partire da semplici composti inorganici ed acqua (poveri di energia) con in  più energia luminosa che bilanci almeno la differenza.

Per far questo utilizzano un meccanismo chimico a struttura complessa ancora non completamente compreso, la fotosintesi clorofilliana, che avviene all’interno delle cellule delle foglie verdi dette cloroplasti o plastidi entro cui è contenuta la clorofilla nelle sue diverse forme. Attraverso complicate reazioni durante la fase luminosa, in particolare di ossido-riduzione nel trasferimento energetico, che avvengono in due fotosistemi collegati, vengono prodotte molecole energetiche come l’ATP e NADPH, che serviranno poi alle altre cellule del cloroplasto per sintetizzare nel Ciclo di Calvin, le molecole carboniose, zuccheri, cioè i mattoni di partenza per produrre proteine, lipidi, ….

Il processo globale sembra essere sintetizzato con la reazione:

nCO2 + nH2O + nNhn (?) → (CH2O)n + nO2

Energia per ogni mole = Nh

N=numero di Avogadro=6*10^23 molecole/mole; h=costante di Plank=6.62*10^(-34) joule*sec; ν=frequenza del fotone

IL CLOROPLATO


fotosintesi2_plastidi0001

Questo processo avviene appunto nei cloroplasti o plastidi (simili a mitocondri, gli organuli_fabbrica dell’energia cellulare). Un cloroplasto è un organello all’interno delle cellule delle foglie o delle parti verdi, circondate da una doppia membrana che racchiude un mezzo semifluido, lo stroma. Nello stroma vi è un sistema di membrane ripiegate a formare dischetti, detti tilacoidi (vedi fig. IL CLOROPLASTO ). Un gruppo di tilacoidi sovrapposti formano delle pile in cilindretti detti grana (plurale di granum). Nello spessore della membrana dei tilacoidi ci sono tutti i pigmenti: dalle clorofille nelle loro diverse forme (verdi), ai carotenoidi (gialli rossi porpora) …. Nella parte della membrana dei tilacoidi che contiene anche i trasportatori di elettroni, gruppi di pigmenti formano, insieme ad una sequenza di molecole (catena fotosintetica), i due SISTEMI FOTOSINTETICI II e I.

RACCONTO DI PRIMO LIVELLO

Il racconto è in via di costruzione e correzione.

Questo primo livello precisa brevemente i diversi stadi della fotosintesi clorofilliana. Cerca di esplicitare alcuni passaggi delle reazioni, a partire dalla foto-scissione dell’acqua, che avvengono nei due  fotosistemi durante la fase luminosa (vedere schema Z) e precisa alcuni processi  del ciclo di CALVIN. Nelle ore diurne sulla superficie dei tilacoidi (vedere schema relativo) si attivano molti pigmenti, costituiti da clorofilla-a e l’insieme dei  pigmenti-antenna  in particolare la clorofilla b.  La clorofilla-a assorbe direttamente dalla luce del sole una data lunghezza d’onda che le compete, e dai pigmenti-antenna, dopo che sono stati attivati dall’energia solare, una lunghezza d’onda analoga. Essa si ossida liberando 2 elettroni che passano ad un accettore primario di elettroni che riducendosi acquisisce un alto livello energetico di partenza per il processo. Sotto questi due impulsi energetici,  la clorofilla-a riuscirà a ‘rompere’ anche una molecola d’acqua  in 1 atomo di ossigeno, in due ioni H+(protoni) e  due elettroni che ricaricheranno di energia al momento giusto la molecola di clorofilla-a. Si formerà anche una molecola di ossigeno che andrà a contribuire al 21% di ossigeno nell’aria. I due protoni dell’acqua completeranno infine la riduzione dell’ ADP in ATP e dell’NADP in NADPH, che si troveranno carichi di energia alla fine del processo. Nel contempo dall’accettore primario ad alta energia si distacca una catena di ossido-riduzione con il passaggio in una successione dei due elettroni ricevuti ad una serie di molecole, ognuna delle quali  si ossida (una specie di ‘sbruciacchiamento’) riducendo la successiva che a sua volta si carica di energia, ma ad un livello ancora inferiore e così via, mentre la maggior parte dell’energia liberata ad ogni passaggio va a ridurre trasversalmente una mole di ATP che immagazzina energia per gli altri scopi della pianta. (da rivedere)

UNO SGUARDO FUNZIONALE  ALL’INTERNO DI UN CLOROPLASTO

I DUE SISTEMI FOTOSINTETICI: SCHEMA ZETA (P. Pistoia)

cloroplasto a2

cloroplato b2

LA FOTOLISI DELL’ACQUA, LA ‘POMPA PROTONICA’ E il ‘MECCANISMO CHEMIOSMOTICO’ DEGLI IONI IDROGENO (Ipotesi chemiosmotica di Mitchell). 

Seguire lo scritto sui disegni molto approssimati, ‘INTERNO DI UN CLOROPLATO  a e b, sopra riportati

L’energia luminosa assorbita direttamente e, di riflesso indirettamente convogliata ad imbuto, dalla clorofilla-a (diventata una specie di trappola per l’energia), tramite i pigmenti antenna, provoca salti di alcuni suoi elettroni (per es. 4 se la fotolisi interessa 2 molecole di acqua ossidate a O2) a livelli energetici superiori e subito dopo si ossida trasferendo tali elettroni eccitati  ad un accettore primario che si riduce caricandosi a sua volta di energia. Definiamo risonanza induttiva un percorso per cui una molecola eccitata può trasferire la sua energia ad un’altra molecola adiacente che resta anch’essa eccitata. Così, anche se la clorofilla-a del fotosistema II non può assorbire direttamente quelle frequenze assorbite invece dai pigmenti antenna, quest’ultimi tramite fluorescenza e risonanza induttiva riemettono quanti luce con una lunghezza d’onda conforme alla clorofilla-a (680 nanometri). Il fotosistema II è siglato appunto P680. Nel contempo 4 fotoni sprigionati dal ‘cuore’, centro di reazione del P680  (?), colpiscono 2 molecole di acqua ossidandole a O2  (che si perderanno in atmosfera) con liberazione, nell’intorno, di  4 protoni (ioni H+), man mano trascinati nel lume del tilacoide,  e 4 elettroni che andranno a ricoprire i 4 vuoti interni aperti nella clorofilla-a, che aveva perso 4 elettroni.

La corrente di elettroni lungo i trasportatori sulla membrana del tilacoide ‘pompa’  gli ioni H+, liberati dai quanti di luce nell’ossidazione dell’acqua, nello spazio interno (lume) del tilacoide. Così la densità degli H+ aumenta ed il PH diminuisce nel lume del tilacoide rendendo più acido l’ambiente rispetto allo STROMA del cloroplasto. Gli H+, spinti poi dal gradiente elettrochimico, possono uscire nello stroma fino ad incontrare, uscendo attraverso un canale proteico dove è attivo un enzima per la sintesi  di ATP e NADPH, le molecole da ridurre ADP e NADP+ di ritorno dal Ciclo di Calvin, venendo a favorire questa sintesi.


DA CONTINUARE

fotosintesi_plastidi10001IL RACCONTO DI SECONDO LIVELLO: la ‘piccola’ evoluzione fotosintetica

Durante l’evoluzione delle piante, ad un certo punto del loro albero filetico, la vita che evolve riesce ad attivare un primo processo fotosintetico a clorofilla detto C3. La pianta C3 è una fotosintetica di primo ‘tentativo’, nel senso che, forse per una leggera modifica ambientale, si troverà, almeno in alcune zone, in difficoltà. L’evoluzione del processo fotosintetico può essere considerata nell’ambito delle ‘piccole’ evoluzioni o a corto raggio, rispetto alla generale evoluzione delle piante, anche se ‘sommatorie integrate’ di eventi evolutivi a corta raggio ‘indirizzeranno’ la grande evoluzione. La pianta C3 è una fotosintetica che fornisce come primo prodotto organicato un composto a tre atomi di carbonio (triosio). In effetti questa pianta, in funzione della disponibilità  di CO2, che diminuisce aumentando la temperatura ambientale, insieme al loro rapporto CO2/O2, può incepparsi in corrispondenza del funzionamento di un enzima (il rubisco, RuBP), che invece di legarsi  alla CO2 , si lega a O2 bloccando il ciclo di Calvin al buio e quindi non organica la CO2, entra in foto-respirazione invece di foto-sintetizzare, ‘bruciando’ molecole energetiche invece di costruirle. In effetti l’enzima Rubisco (RuBP) è poco efficiente nel discriminare fra CO2 e O2 , per cui, quando la temperatura dell’aria raggiunge per es., 27-30 °C a salire,  la CO2 in atmosfera diventa sempre più rarefatta, il rapporto CO2/O2 diminuisce, il Rubisco tende sempre più a legarsi con l’O2 e sempre meno con la CO2. E’ allora che l’enzima entra in difficoltà nell’iniziare l’ “organicazione” (cioè trasformare la molecola inorganica  CO2 in una molecola organica più complessa ricca di energia) – es., emblematico: per ottenere un esoso come il glucosio alla fine del ciclo – si rafforza la fase di foto-respirazione, tendendo ad esaurire la riserva di molecole energetiche, invece di costruirle, bloccando o indebolendo, nel migliore dei casi, il ciclo di Calvin. Se la situazione non cambiasse, la pianta soffrirebbe fino a morire. L’evoluzione, a temperatura ambientale elevata (clima caldo-arido), tenderà allora ad intervenire cercando di rafforzare la concentrazione di CO2  dove sta agendo l’enzima, onde impedire il blocco del ciclo di Calvin. Appariranno così le prime ‘piante intermedie C3-C4’ e poi le C4, inventando un meccanismo che permetta durante la fase oscura, a stomi aperti, la raccolta di molecole CO2 (attraverso l’aggancio con un composto chimico) anche nelle cellule parenchimatiche del mesofillo, trasferendole alle cellule dei cloroplasti,  per poi convogliarle alle cellule fotosintetiche, per rendere la CO2  disponibile all’enzima Rubisco (dopo una una reazione di idrolisi sul composto precedentemente accennato) e continuare il percorso C3 fino alla ‘organicazione’ della CO2. Le piante C4 sono una correzione evolutiva (ancora in trasformazione?) delle piante C3. E’ nelle piante CAM (di clima caldo e secco)  che il processo si perfeziona in un meccanismo che risparmia acqua, diviso in due tempi; nel primo, al buio a stomi aperti (bassa traspirazione), si raccoglie e si accumula la CO2 nei vacuoli delle cellule dei cloroplasti; nel secondo tempo, alla luce ma a stomi chiusi (risparmio acqua), continua il vecchio processo C3, col l’enzima Rubisco che aggancia le molecole, questa volta, di CO2 dai vacuoli, ora in concentrazione giusta e procede al buio col ciclo di Calvin. Insomma, la pianta C3, perfettamente funzionante quando la composizione atmosferica era quella di una volta, ora con il mutare delle temperature medie e delle concentrazioni di CO2 e O2 nell’aria e con la diminuzione del loro rapporto dovuti all’inquinamento, si trova fortemente disadattata per cui si riattiva il processo evolutivo.

DA INTEGRARE E CONTINUARE associando i  grafici.

 

Appendix 2: cenni alle formazioni rocciose nei dintorni di Pomarance

Su una serie toscana ridotta dove sono rimaste solo le formazioni evaporitiche, calcari dolomitici e quarziti del Trias (si pensi che la serie toscana completa terminava col Macigno Oligocenico!), si sovrappongono le falde alloctone liguri e al di sopra si situano le formazioni del così detto Neoautoctono (vedere articolo su questo blog cliccando: neoautoctono e vedere anche articolo dello scrivente: Geologia di Pomarance, pubblicato sul numero unico della Comunità, se lo trovate!).

A partire dall’alto, il Neoautoctono (Miocene sup-Pliocene) è costituito prevalentemente da calcari detritici, conglomerati, argille e gessi; l’alloctono ligure è costituito,  specialmente dal complesso ofiolitifero (gabbri, diabasi e serpentine), argille, calcari silicei e diaspri, calcari palombini e calcari marnosi.

Faglie ed erosione hanno messo a nudo nelle diverse parti del paese le diverse formazioni.

 

NOTE

1) INFUSO – Si getta dell’acqua bollente su fiori, foglie o radici e si lasciano in infusione per qualche minuto. Se le parti della pianta sono delicate bastano pochi minuti (addirittura per piante delicatissime, come il crescione, si utilizza acqua tiepida), altrimenti si lascerà in infusione per 10-20 minuti. In alcuni casi è necessario mantenere in ebollizione l’acqua per qualche minuto (camomilla non trattata). per la camomilla industriale (Bonomelli) bastano 4 minuti in infusione.

DECOTTO – Si lasci bollire l’erba in acqua per alcuni minuti (in media 5-6 gr in 100 gr d’acqua per 5-6 minuti.

BIBLIOGRAFIA da aggiornare

Alcuni testi consultati:

Zangheri – Flora italica vol. 1°, vol 2° – Cedam, Padova

E. Thommen – Atlas de poche dela flore suisse – Birkhauser bale

C. Cappelletti – Botanica 1° – Utet

G. Negri – Nuovo erbario figurato – Hoepli

W. Thomson – salute della terra – Idea Libri, Milano

F. Bianchini et al. – Le piante della salute – Mondadori

M. Messegue – Il mio erbario – Mondadori

Giorgio da Cartosio – La salute nelle piante e nelle erbe – Ed. Paoline

D. Manta et al. – Le erbe nostre amiche Vol. 1°, 2° 3° – Ed. Ferni, Givra

E. G. Vaga – Raccogliere le erbe aromatiche e medicinali – De Vecchi

U. Pratolongo – Chimica vegetale ed agraria – Ramo editoriale agricoltori

-In herbis salus- a cura della Ditta Minardi – Bagnacavallo (RA)

PIERO PISTOIA

APPUNTI DIDATTICI PER UNA RICERCA SULLA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA NEL SECOLO XVII (a cavallo del 1600): una specie di ‘dispensa interna’ da distribuire ad alunni ed insegnanti; del dott. Piero Pistoia; post aperto ad altri interventi

INTERVENTO  IN COSTRUZIONE….

QUESTI APPUNTI SONO STATI SCRITTI, ENUCLEANDOLI DAI TESTI DI RIFERIMENTO, PER SERVIRE COME SPUNTI DI DISCUSSIONE IN UNA SERIE DI LEZIONI SUL SEICENTO IN UN TRIENNIO DELLA SCUOLA MEDIA SUPERIORE DA SVOLGERSI A PIU’ VOCI (DOCENTI DI FISICA, LETTERATURA, FILOSOFIA E CHIMICA)

OGNI CONCETTO PROPOSTO VERREBBE CHIARITO E AMPLIATO NELLE LEZIONI  E NEL SUCCESSIVO DIBATTITO. A cura del dott. Piero Pistoia

INTRODUZIONE

Le grandi idee anticipatrici della rivoluzione scientifica del secolo XVII°

La Rivoluzione Scientifica del secolo XVII°, che segna una rottura profonda col passato dell’umanità ed inaugura l’epoca  nella quale noi stessi viviamo, non può essere interpretata correttamente senza un riferimento ai grandi cambiamenti economico-sociali, religiosi, culturali, che, già a partire IV° e V°, ruppero l’orizzonte della società e dell’umanità medioevali, introducendo fermenti potenti e destinati ad operare rivolgimenti sempre più profondi nella vita sociale e nel pensiero.

In sintesi potremmo dire che a livello sociale ciò che emerge sempre più chiaramente è la crisi del vecchio ordinamento feudale e l’affermarsi sulle sue macerie dello stato nazionale e della monarchia assoluta che trovano la loro forza principale nell’alleanza fra il monarca e la borghesia mercantile.

Tutto questo è un processo non lineare, non obbedisce ad un rapporto deterministico fra struttura produttiva e sovrastruttura politico-statuale: ad esempio l’Italia che è un paese la cui base produttiva è tecnologicamente più avanzata e che si pone fra il 1300 e il 1500 all’avanguardia economica, non riesce a costituire una stato moderno e questo rappresenterà un elemento di fragilità che, unitamente alla crisi economica dei secoli seguenti, la porterà ad una fase di decadenza.

Comunque è in Italia che si afferma e dà i suoi frutti più significativi quel profondo rivolgimento culturale che è rappresentato dall’Umanesimo e dal Rinascimento.

A prescindere dai problemi inerenti la distinzione fra i due momenti il contributo complessivo apportato alla cultura umanistico-rinascimentale può identificarsi nei seguenti aspetti:

a) l’affermarsi dell’autonomia del mondo umano rispetto al fondamento religioso come si esprime nel concetto di bellezza assunta quale fine esclusivo dell’operare estetico e del concetto di potere quale fine esclusivo dell’operare politico (Machiavelli);

b) nella riproposta del pensiero antico in tutti i suoi aspetti non più filtrato dai pensatori cristiani, ma ripreso direttamente alle fonti originali; ciò  rompe l’unità culturale del Medio Evo e pone le basi per lo sviluppo della libertà di pensiero (si pensi al Pomponazzi e al Valla…); inoltre il neoplatonismo rinascimentale con il discorso sulla magia pone le basi di una filosofia naturalista e accentua d’altra parte il tentativo i ricercare nella Natura stessa le sue leggi attraverso la matematica. Contemporaneamente in Germania esplode la Riforma Protestante ad opera di Martin Lutero e Giovanni Calvino.

Per certi aspetti può sembrare che le teorie teologiche dei riformatori, con il loro ribadire l’assoluta dipendenza del’uomo da Dio, rappresentino un momento di reazione e non i progresso. Tuttavia non è così. La tesi protestante, dal momento che assoggetta con più forza l’uomo al volere di un Dio remoto, di fatto lo svincola, attraverso il concetto di libero esame delle Scritture, dal potere vicino e reale della Chiesa e ne esalta l’autonomia di giudizio e libertà. In più si consideri come la diffusione dell’istruzione elementare conseguente alla necessità di far leggere la Bibbia a tutti i fedeli abbia creato, per così dire’ un terreno diffuso assai più fertile per il sorgere della mentalità scientifica.

Di fronte alla Riforma, la Chiesa cerca di correre ai ripari  e di restaurare la tradizione attraverso la Controriforma. La Controriforma e l’invasione spagnola pongono praticamente fine all’esperienza rinascimentale in Italia. Tuttavia lo spirito rinascimentale trova la sua ultima e particolarmente coraggiosa espressione nella filosofia della Natura (Telesio, Bruno e Campanella) che traduce in termini di teoria filosofica lo spirito rinascimentale e rivendica apertamente il valore della libertà di pensiero. Questi uomini pagarono duramente di persona.

IL QUADRO CULTURALE IN CUI I REALIZZO’ LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA

All’inizio del seicento la cultura europea era ancora in gran parte legata alla tradizione aristotelica formatasi nel Medio Evo, tradizione che aveva le sue roccaforti nell’insegnamento accademico ed universitario, nonchè nel sostegno che riceveva  da parte della Chiesa alla cui teologia la teoria aristotelica, filtrata da Tomismo, faceva supporto.

La visione aristotelica della realtà si caratterizza essenzialmente per i seguenti aspetti

a) Una concezione gerarchica e piramidale dell’Universo, dalla materia bruta, potenza senza forma, alle piante dotate di anima vegetativa, agli animali forniti anche dell’anima sensitiva, all’uomo in cui, accanto a quella vegetativa e sensitiva, esiste anche l’anima razionale, fino alle intelligenze pure e angeliche e a Dio, forma pura, motore immobile, causa incausata;

b) una concezione della scienza che vuole descrivere l’essenza delle cose, non si contenta di capire “come” un certo fenomeno avviene, ma pretende di arrivare al “perché” del fenomeno; strettamente connesso a questo è l’aspetto antropomorfico di molte delle “spiegazioni” fornite dalla scienza aristotelica (i corpi pesanti cadono perché spinti a raggiungere il loro logo ideale, naturale…);

c) la riconferma dell’antinomia primitiva fra un “cielo” ed una “terra”, che dà  luogo ad una convinzione secondo cui le leggi scientifiche scoperte per la terra non valgono per il cielo e viceversa;

d) l’incapacità di trovare un aggancio fra teoria ed esperienza, per cui il metodo della scienza aristotelica è il metodo logico-deduttivo, fondato sul sillogismo e sulle altre figure della logica aristotelica stessa.

Proprio quest’ultimo aspetto appare ricco di particolari conseguenze, in quanto spiega il fallimento, o meglio la “non risolutività”, delle critiche speculative portate sia all’aristotelismo nel suo complesso sia a sue particolari dottrine scientifiche da parte di alcun scuole medioevali; in particolare dagli Occamisti.

Agli Occamisti (Occam stesso, Buridano e i loro seguaci continuatori) si deve ad esempio la così detta teoria dell’impeto che spiega il movimento, senza far intervenire intelligenze angeliche motrici delle stelle e dei pianeti, necessarie alla teoria aristotelica, che ammetteva  solo il movimento per contatto. Non est moltiplicanda entia praeter necessitatem. Ma la teoria dell’impeto rimase sempre in minoranza nelle Università; per la semplice ragione che essa, risultando metodo metologicamente omologo alla dottrina aristotelica del moto, doveva cedere le armi di fronte a quest’ultima che aveva dalle sue le forze della tradizione.

Un esempio ancor più importante nello stesso senso lo si può trovare nel carattere di disputa senza fine che inizialmente sembrò assumere anche la polemica fra la Teoria Geocentrica Tolemaica  inglobata nel “corpus” delle dottrine aristoteliche e la nuova Teoria Eliocentrica formulata da Copernico: solo le prove empiriche trovate da Galileo e le conferme matematiche elaborate da Keplero e poi “spiegate” dalla teoria di Newton, nell’ambito del nuovo metodo sperimentale, sanzioneranno, più tardi, la vittoria senza remissione dell’ipotesi copernicana  su quella tolemaica, anche se già nel corso del secolo stesso non mancano le prime intuizioni sulla relatività del movimento e dei punti di vista (Lebnitz).

Questa cultura accademica, chiusa nel castello stregato delle sue certezze, non è tuttavia affatto rappresentativa della cultura degli inizi del seicento nella sua interezza: al di fuori di essa esistono altre realtà culturali.

In primo luogo lo sviluppo dell’artigianato da una parte e dell’ingegneria dall’altra, producono una nuovo cultura in cui, allo stato latente, si ritrovano potenzialità che, poi, la moderna cultura scientifica svilupperà pienamente. Gli artigiani erano sempre esistiti, anche nell’antichità e nel medio Evo: peraltro ora nel XV e XVI secolo l’artigianato assume forme più complesse che, a lungo andare, esigono non solo l’applicazione pratica e la tradizione orale, ma tentativi di sistemazione teorica, di esplicitazione di principi che sono alla base dei vari procedimenti tecnici. Nasce, in questo modo una letteratura artigiana che, sempre più esplicitamente, rivendica in significato del ricorso all’esperienza che produce anche  alcune scoperte scientifiche. Le produce però quasi per caso mancandole del tutto un’adeguata consapevolezza metodologica e teorica: insomma la cultura artigiana non trova ali capaci di volare abbastanza in alto e recidere i legami troppo stretti con la pratica.

Paralleli sono gli sviluppi, realizzatisi specialmente nell’Italia rinascimentale, dell’ingegneria e della meccanica e dei quali le figure più rappresentative sono senza dubbio quelle di L. da Vinci, di N. Tartaglia e del fiammingo Stevino. Ciò che è importante nel contributo da ingegneri e architetti è, senza dubbio, l’uso nuovo che essi fanno della matematica: la matematica era concepita dai greci e sulla loro orma dai medioevali come scienza degli enti puri, priva di qualsiasi aggancio con la pratica e la misurazione; gli ingegneri e gli architetti rinascimentali ne fanno, invece, uno strumento pratico e la usano per la prima volta nella misura.

Tuttavia questo nuovo uso della matematica non è sufficiente da solo a configurare il metodo scientifico:  lo stesso Leonardo non può in alcun modo considerarsi il fondatore del moderno metodo scientifico.

Vi è poi da considerare una terza componente culturale: la filosofia rinascimentale della Natura (Telesio, Bruno e Campanella). Non riteniamo di doverci soffermare su di essa, malgrado l’importanza della rottura con l’aristotelismo, perché trattandosi di una speculazione essenzialmente metafisica, legata ad un concetto mistico di esperienza, questa filosofia ha un peso marginale nello sviluppo del metodo scientifico.

Le nuove filosofie che sorgono nel seicento rappresentano tutte un tentativo di trovare un nuovo e più efficace rapporto fra la teoria  e l’esperienza,fra il mondo dei dotti da una parte e quello degli artigiani e degli ingegneri dall’altra, dal momento che la mentalità ormai cambiata rifiuta di affidarsi alla sola ragione speculativa degli antichi e dei medioevali.

IL SISTEMA FILOSOFICO EMPIRISTA

Una prima elaborazione in questo senso è rappresentato dall’empirismo inglese, che, sorto con Bacone, fu poi continuato da Locke e si risolse, un secolo più tardi, nello scetticismo pragmatico di Hume.

Due sono i postulati fondamentali della concezione empirista. Il primo postulato è rappresentato dalla convinzione che ogni conoscenza derivi dall’esperienza acquistata dalla mente attraverso i sensi secondo la nota formulazione di Locke della “tabula rasa”: in altre parole non esistono che giudizi sintetici a posteriori. Qualsiasi proposizione non direttamente basata su dati dei sensi ha la sua origine o nella memoria o in una certa elaborazione dei dati sensoriali tramite il linguaggio.

Tuttavia l’affermazione del primato dell’esperienza rischierebbe di restare sterile e di far ricadere gli empiristi nella tradizione artigianale e negli errori dell’empirismo greco con la conseguente impossibilità di costruire leggi generali della scienza, se non fosse introdotto un secondo postulato: il Principio di Induzione, grazie al quale si crede di poter generalizzare a partire da casi singoli. Il metodo dell’induzione elaborato da Bacone ha caratteristiche qualitative e in ciò e il segno del suo rapporto esclusivo con la tradizione artigianale, trascurando il rapporto con ingegneri e architetti in direzione della matematica. Esso consiste nella classificazione secondo attributi dei fatti dell’esperienza che permette poi, attraverso la costatazione di aspetti comuni riguardanti l’attributo posseduto, di risalire a proposizioni di carattere generale (leggi di Natura).

Peraltro proprio questo motivo dell’induzione che sembra essere  la forza dell’empirismo moderno introduce al suo interno una profonda contraddizione: come sottolinea con forza Hume l’induzione non è mai giustificabile né in termini empirico-sintetici né in termini analitico-razionali.   Il problema affacciato da Hume è  molto serio : esso ha suggerito a Kant la pseudo-soluzione dell’introduzione dei giudizi sintetici a priori,  successivamente ha trovato una parziale soluzione in termini del probabilismo invocato dai neopositivisti moderni; infine si è chiarito nella moderna prospettiva epistemologica proposta da Popper che lo risolve in una nuova versione del metodo scientifico.

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GALILEO ED IL SORGERE DEL METODO DELLA SCIENZA FISICA

Se da un a parte il metodo razionale tradizionale che, nonostante partisse (o presumesse di partire) da “princìpi necessari ed evidenti” ed utilizzasse i metodi della logica, portava invece a dispute filosofiche a non finire, senza riuscire a far luce sulle questioni trattate; dall’altra il metodo induttivo-qualitativo baconiano, trascurando l’utilizzazione della matematica, lasciava ancora in notevole indeterminazione il rapporto teoria-fatti, portando a risultati i scarso valore “intersoggettivo”.

In questo contesto Galilei si accorse da una parte che  i  “princìpi necessari ed evidenti” della tradizione non potevano essere precisati in maniera matematica, per cui si “deduceva”  da proposizioni in effetti vaghe e nebbiose, dall’altra rimaneva imprecisato il rapporto fra le esperienze e le ipotesi indotte, per cui, generalmente, più ipotesi, anche in contraddizione, sembravano essere ugualmente accettabili dall’esperienza (Bacone, per es., non riuscì col suo metodo a decidere sui due sistemi del mondo).

D’altro canto, nella soluzione di problemi, anche se ben più circoscritti, sembrava che l’aritmetica, geometria e la statica archimedea fornissero risultati soddisfacenti, anche in rapporto con gli accadimenti naturali. Quindi sembrò a Galileo che le incertezze ed i dubbi nella conoscenza del mondo fossero in qualche modo imputabili  al trascurare o comunque ad una utilizzazione errata, nella ricerca delle leggi naturali, del metodo matematico. Già ingegneri ed architetti utilizzavano la matematica nella misura e per ricavare semplicemente leggi empiriche riguardanti certi aspetti della meccanica.

Una prima conseguenza dell’uso della matematica condizionò Galileo verso la precisazione del concetto di esperimento come “fenomeno semplificato”. Il passaggio da esperienza ad esperimento implica una rottura qualitativa di una certa importanza, se si pensa che nel passato il concetto di esperimento scientifico non era conosciuto. Si parlava infatti di osservazione, descrizione dell’osservazione, misurazioni empiriche, ma non di “esperimento”. L’esperimento era un modo inventato da Galileo per interrogare la Natura in maniera che la Sua risposta fosse a)  “intellegibile” e b ) il più possibile indipendente dall’uomo stesso. L’esperimento è infatti un intervento attivo, quasi di “costrizione”, sulla Natura del fenomeno perché si realizzino i punti precedenti. Si osserva il fenomeno naturale sul quale influiscono una quantità indefinita di fattori, molti dei quali addirittura sconosciuti: poi si “costruisce”  in laboratorio un fenomeno nuovo (secondo particolari accorgimenti suggeriti, per es., dalla precisione degli strumenti a disposizione, per facilitare la misura, come quello di utilizzare un piano inclinato per studiare la caduta libera), sul quale agiranno solo alcuni fattori, appartenenti anche a quello naturale, scelti dallo sperimentatore (la scelta, alquanto arbitraria, è in parte condizionata e da parametri individuati da uno studio precedente e dalla ” domanda” che si vuol porre alla Natura; certamente verranno trascurati come “inessenziali” i fattori sconosciuti). Se vogliamo poi che la Natura ci “risponda” sul carattere di alcuni dei fatti trascurati nel primo esperimento, “inventiamo” un altro fenomeno da “costruire” in laboratorio, ove agiranno i detti fattori e ricaveremo le uniformità che governano questo secondo aspetto del fenomeno naturale. Chiaramente si ammette che sovrapponendo i due risultati  si possa rilevare il meccanismo del fenomeno complesso che ha luogo quando non vi sia interferenza da parte dell’uomo. Grazie ad eventi artificiali realizzati negli esperimenti, i fenomeni complessi della Natura vengono analizzati sulla base delle loro parti costitutive.

Mentre le correnti neoplatoniche  e neopitagoriche cercano di attribuire numeri ai fenomeni singoli tramite il valore “magico” dei numeri che rappresentavano certi fenomeni  per loro “virtù”, per cui studiando la distribuzione dei numeri si potevano ricavare  le proprietà dei fenomeni, Galileo riesce a compenetrare esperienza e numero tramite la misura. Così la “domanda” viene posta in termini di relazione matematica ammettendo che “le relazioni che intercorrono fra grandezze naturali, possono essere ricondotte a relazioni fra numeri che rappresentano le loro misure”.

L’uso della matematica limitò anche il campo di indagine sulla natura; infatti Galileo non si rivolse alle “massime questioni” e ai problemi generali riguardanti i “perché” dell’Universo, ma spostò invece l’asse della sua ricerca verso il “come” (non le “cause”, ma le “passioni” del moto). La sua indagine si limitò a studiare  una sottoclasse della classe dei moti dell’Universo: il moto dei gravi, giungendo alla soluzione di alcune questioni importanti del moto naturale degli oggetti nei dintorni della terra, inserendole per la prima volta in una teoria scientifica.

Galileo utilizzò il metodo matematico in due forma:

1 – Cercò ipotesi che potessero essere traducibili in simboli matematici e, seguendo e perfezionando il metodo degli ingegneri, tradusse, attraverso l’esperimento e la misura, in matematica le “proposizioni sperimentali, cercando poi dall’ipotesi matematica di partenza di dedurre un’altra confrontabile con quella sperimentale (nel moto di caduta dei gravi propose all’inizio due ipotesi: v=kt  v=ks).

2 – Fece della matematica uno strumento che utilizzo come veicolo di “spiegazione” fra teoria e dati in un sistema teorico scientifico. Utilizzò cioè la matematica per spiegare fenomeni nuovi a partire dai postulati della sua teoria, inquadrando le diverse proposizioni sperimentali in un “corpo” di conoscenze organico e coerente. La scienza non deve solo descrivere ma anche spiegare. Galileo in quest’ultimo senso non si limita a trovare la legge, ma costruire una struttura razionale scientifica che permetta di unificare le diverse leggi sperimentali in un unico sistema di “spiegazione”.  L’importanza di Galileo è di avere impostato il problema in questo senso, anche se il suo sistema riguardava solo una zona di conoscenza molto limitata; non riuscì, ad es., ad inserire neppure la legge dell’isocronismo delle piccole oscillazioni del pendolo, da lui scoperta, rimanendo così un dato bruto.

L’uso della matematica sembra imposta a Galileo dalla natura: la natura parla il linguaggio matematico, capibile dalla ragione umana (Platonismo galileiano). Oggi ci siamo resi conto che è l’osservatore che impone alla Natura, tramite l’esperimento, di parlare il linguaggio matematico, comprensibile dalla mente umana; questo è un altro modo di esprimere il postulato della “comprensibilità della Natura”.

Le ipotesi, gli assiomi, le definizioni generali non sono ricavati dall’esperienza e solo raramente trovano controllo diretto nell’esperimento: spesso anzi sono lontani dall’esperienza stessa. Basta che le “proposizioni” dedotte matematicamente da tali assiomi abbiamo conferma sperimentale, perché tutto il sistema teorico acquisti significato scientifico. In tal modo la verità o falsità dei postulati è riposta nelle verità o falsità degli “accidenti” da essi edotti. Non ha più significato il problema se essi siano “necessari ed evidenti” anzi Galileo stesso considererà i suoi postulati poco evidenti. In generale Galileo ammetteva tacitamente che i suoi postulati, anche se in ultima analisi fornivano proposizioni conformi a quelle sperimentali, potessero essere scarsamente evidenti, tanto da ammirare “l’eminenza dell’ingegno di quelli che… hanno fatto forza tale ai propri sensi, che abbiano possuto antepor quel che il discorso gli dettava”  (il postulato; nella fattispecie, il Sistema Copernicano) ” a quello che le sensate esperienze gli mostravano apertissimamente contrario” Più oltre si meraviglia come sia stato possibile in Aristarco e Copernico che ” la ragion abbia possuto far tanta violenza al senso”, da far loro accettare che la terra e gli altri pianeti girassero intorno al  sole. E’ spesso il senso e l’esperienza comune, che controllate dalla cultura media del tempo, impediscono e ostacolano la costruzione orizzontale della struttura della scienza. Sembra addirittura che si plauda  ad Aristarco ed a Copernico per aver proceduto “controinduttivamente”; e se è vero che proprio con la dinamica  ed il telescopio di Galileo, i dettami del senso vengono a favorire la teoria copernicana, questo nuovo “senso” è  “superiore e più eccellente” di quello comune e alla utilizzazione di esso Galileo giunge solo perché con la ragione era riuscito a rifiutare i dettami dell’esperienza comune del suo tempo!

La lontananza delle “proposizioni mentali” dall’esperimento, in apparenza talora contrarie all’esperienza, presentando tuttavia la possibilità del loro controllo, lascia aperta alla scienza la possibilità di superare le costrizioni della tradizione religiosa e di quella filosofica, direttrici lungo le quali operava il “principio di autorità” e per le quali il riferirsi all’esperienza significava, se mai avesse avuto significato far riferimento esclusivo al senso comune. Che cos’è allora che suggerisce i princìpi all’intelletto?  Occorre una mente geniale, orientata a lunga riflessione sui problemi in studio (einfunlhung = immedesimazione) ed anche un po’ di fortuna.

Ci domandiamo  ora infine a che punto Galileo fosse convinto che il controllo delle ipotesi riposasse solo sui dati empirici, ottenuti da strumenti allora ben poco precisi. Come già accennato, alcuni interpreti dell’opera di galileo a tendenza neo-platonica sostengono che la garanzia della scientificità derivasse a Galileo da fonti diverse dal dato empirico, come la fiducia istintiva nella semplicità e conoscibilità della Natura, nel concetto di simmetria ecc. Se poi la realtà così investigata rappresentasse la “vera” realtà è un problema che Galileo sembra risolvere in maniera positiva, tramite la distinzione fra qualità primarie e secondarie, anche se sembra non sia suo intendimento pronunciarsi sull’essenza metafisica della realtà.

Lo studio di Galileo si rivolge al movimento degli oggetti sottoposti alla forza di gravità nelle vicinanze della terra, siano essi stati in caduta libera o su traiettoria prestabilite o lanciati.

Prima di Galileo, la caduta dei gravi veniva spiegata tramite il sorgere sull’oggetto di una forza dovuta alla “necessità” di giungere al proprio luogo (teoria aristotelica) o al proprio ” affine” (teorie neoplatoniche). La velocità acquisita veniva considerata proporzionale alla forza e inversamente proporzionale alla resistenza: v=kF/fr; e si ammetteva che fr fosse sempre diversa da zero (orror vacui). Qualcuno passò anche al logaritmo, v=klog(F/fr) per render ragione della quiete. Comunque anche il moto uniforme e rettilineo aveva bisogno di una forza. Il lancio dei proietti veniva spiegato come dovuto ad una azione successiva nel tempo dell’ impetus iniziale (teoria dell’impetus) o di una spinta a contatto da tergo dovuta all’aria che si richiudeva (teoria aristotelica del movimento) e della forza di gravità. Nel 500 infatti, per spiegare la natura della traiettoria, alcuni pensarono di far agire contemporaneamente impetus e gravità.

I postulati della teoria di Galileo furono:

1 – la diretta proporzionalità fra velocità all’istante e tempo nella caduta libera dei gravi, ovvero i gravi in caduta libera si muovono di moto uniformemente accelerato;

2 – la velocità acquistata o perduta da un mobile, vincolato a muoversi lungo una traiettoria prestabilita, quando passa da un punto all’altro, è quella stessa che acquisterebbe o perderebbe discendendo o salendo lungo un tratto verticale uguale alla differenza di quota. Su tale postulato si basa l’equivalenza relativa al tipo di moto fra tutti i piani inclinati (compreso il verticale). Da esso si deduce inoltre, in un esperimento teorico,  che in assenza di forza il corpo perdurerebbe per sempre di moto circolare uniforme (formulazione errata del suo Principio d’Inerzia). Da quest’ultima affermazione, leggermente modificata, discende chiaramente il principio di Relatività Galileiano, per cui tutti gli oggetti appartenenti ad uno “spazio” che si muova di moto uniforme (rettilineo non precisato) non intervengono fenomeni che possono far capire di essere in movimento. Con ciò si veniva a superare anche la più forte obiezione avanzata dai Tolemaici contro il sistema copernicano (e contro Aristarco da Samo), per cui un corpo lanciato verticalmente in aria, se la terra si muovesse doveva necessariamente ricadere spostato verso occidente.

3 – Principio di interdipendenza dei movimenti simultanei. Galileo spiega la traiettoria non verticale dei gravi come risultante dalla combinazione contemporanea di un moto orizzontale uniforme e di uno uniformemente accelerato verticale.

a) Scarsità dello strumento matematico (che non permise, per es., a galileo di inquadrare e ritrovare a partire dai suoi postulati le legge del pendolo).

b) Eccessiva restrizione dei Princìpi.

Nessun collegamento fra meccanica terrestre e meccanica celeste (impedito probabilmente dalla formulazione errata del suo Principio di Inerzia).

d) Ammissione tacita di uno spazio e tempo assoluti.

Huyghens provvide a ” spiegare” con i postulati di Galileo, i problemi particolari lasciati insoluti. Newton estese i principi, ottenendo una unificazione fra meccanica terrestre e meccanica celeste. L’ultimo punto rimase per secoli e secoli oscuro fino all’avvento della relatività einsteniana.

Infine  è da precisare che altre questioni particolari studiate da Galileo non furono mai inquadrate in una teoria scientifica fino al nostro secolo: come per es., quella riguardante l’uguaglianza del periodo del pendolo per oggetti di peso diverso, o, per il II° postulato, il fatto che oggetti diversi cadendo liberamente posseggano la stessa accelerazione (se cadono dalla stessa altezza impiegano lo stesso tempo).

Infine accenniamo al famoso Principio di Continuità di Galileo di grande fecondità scientifica, una specie di metodo mentale che sottende tutto il lavoro scientifico galileiano. Galileo adattava gradualmente i suoi pensieri ai fatti, tenendo fermi  questi pensieri fino alle estreme conseguenze. Variava nella mente gradualmente le circostanze di un caso particolare in studio, tenendo ferma nello stesso tempo l’idea già formulata su esso. Un metodo potente ed economico che facilita la comprensione di tutti i fenomeni naturali con fatica intellettuale minima.

LE CORRENTI RAZIONALISTICHE NELLA FILOSOFIA E NELLA SCIENZA DEL 1600

CARTESIO

Il sorgere e l’affermarsi del metodo sperimentale sulla scena culturale del 1600 provoca la crisi definitiva del pensiero metafisico e del razionalismo tradizionale.

Gli enti metafisici, i postulati su cui si basava tutto l’edificio dell’aristotelismo, dimostravano di non aver affatto quel carattere di necessità e di universalità che si erano attribuiti.  D’altronde anche il sistema di deduzione dalle “verità” prime di “verità” ulteriori si era imostrato inadeguato con la sua necessità continua di far intervenire enti e principi animistici, dei quali la scienza moderna stava dimostrando l’inutilità (Occam).

In questo contesto sorge dal mondo culturale dotto il grande disegno di fondazione i una metafisica razionalistica che non solo non contrasti con la scienza moderna, ma ne sia sostegno. Iniziatore e artefice i tale  tentativo fu Descartes. Questi si pone come l’altra direzione speculare, opposta e complementare, a quella di Bacone Come l’uno aveva ripreso la tradizione artigiana ignorando la matematica, l’altro riprende la tradizione dotta ignorando l’esperienza. Questo impedisce ad entrambi di intravedere il fecondo contatto fra i due mondi trovato da Galileo.

Il procedimento di Descartes consiste nell’eliminare, attraverso il dubbio metodica, tutto quanto nella vecchia metafisica e nel razionalismo tradizionale vi era di superfluo, cercando quei principi primi che, per la loro immediata evidenza alla ragione, avessero carattere di idee chiare e distinte.

La prima di queste idee che secondo Descartes sfugge ad ogni dubbio scettico è l’idea dell’Io: l’Io che dubita e quindi pensa, si pone per lui come evidenza indubitabile. Occorre subito far notare che tale evidenza è solo intuitiva e psicologica, deriva più che altro dalla volontà di autorassicurarsi da un’ansia di stabilità del soggetto stesso, ossia da fattori psicologici non logici. Cartesio ritiene inoltre che all’Io sia presente un’altra verità innata, quella di Dio e tale verità, siccome non può derivare dall’esperienza, deve essere per forza stata messa dalla mente umana da Dio stesso di cui quindi si afferma l’esistenza, come II° postulato del sistema. Ma l’affermazione dell’esistenza di Dio serve a sua volta per fondare la veridicità del mondo esterno a la mente umana, perché altrimenti Dio sarebbe ingannevole, ciò contraddice  l’idea di perfezione implicita nel concetto di Dio. Una volta dimostrata l’esistenza del reale e la possibilità di un rapporto positivo fra la mente ed il mondo, Cartesio costruisce una cosmologia centrata tutta su di un rigoroso dualismo, quello fra res cogitas (pensiero)  e res estensa (materia), definendo in termini razionali le qualità fondamentali di quest’ultimi: estensione, forma e movimento. E’ importante sottolineare questo aspetto, perché, grazie ad esso, Cartesio è riuscito ad immaginare un universo pieno, in quanto estensione è materia, un universo in cui non c’è più bisogno di una agente antropomorfico, giacché il movimento non ha più bisogno di cause, un universo in cui vengono espulse anche la forza e la massa, in quanto al tempo di Cartesio questi due concetti contenevano troppi residui antropomorfici. Viene fuori così un mondo di natura geometrica, matematica e cinematica, privo della dimensione dinamica, Il grande merito storico di Cartesio, quello che fa di lui l’altro padre della scienza moderna, sta nell’avere per sempre cacciato dalla Natura gli spiriti; la res cogitans è separata radicalmente dall’universo fisico e quindi anche dal suo corpo: tutto ciò che dipende dalla relazione mente-corpo e mente-universo, come le cause secondarie (odore, sapore, colore…) non ha nessun significato per la comprensione della materia da parte del pensiero (fisica meccanicistica). Descartes ritiene così di poter costruire una fisica a carattere completamente razionalista, dedotta logicamente dalle qualità prime della materia e a tale costruzione egli mette in effetti mano edificando una costruzione teorica per più aspetti ingegnosa.

Cartesio partì dal postulato che  l’estensione creata da Dio possedesse un movimento rotatorio, in quanto esso era il solo movimento possibile in un universo inteso come totalità. Tale movimento rotatorio porta per attrito a creare vortici interni, generando tre tipi fondamentali di materia:  quella costituente il sole e le stelle (particelle piccole di forma sferica, prima materia), quella costituente lo spazio interplanetario (particelle piccole angolose, seconda materia), e quella costituente i pianeti (frammenti pesanti, terza materia). La gravità e quindi la caduta dei gravi ed i moti planetari, che per la prima volta vengono unificati in un unico  ordine di fenomeni a differenza di Galileo, vengono spiegati in definitiva entro questo ordine di idee da Huyghens come dovuti allo “sforzo che compie questa materia fluida (seconda materia) per allontanarsi dal centro e disporre nei posti dove abbandona quei corpi che non possono seguire questo movimento” (dimostrazione del secchio ruotante con pezzetti di ceralacca).

Tuttavia questo edificio ha numerosi punti deboli, il principale dei quali è da considerarsi la sua inadeguatezza al progetto iniziale di una fisica completamente dedotta: infatti è facile vedere come nella pratica scientifica Cartesio anziché dedurre logicamente faccia spesse volte ricorso all’esperienza quotidiana attraverso analogie esplicative. D’altro canto il ruolo dell’esperimento nel sistema cartesiano è ridotto solo a strumento di conferma delle idee fornite ed elaborate dalla teoria e non ha insomma potere di falsificazione sistematica. Questo mette la fisica cartesiana più indietro di quella di Galileo che attraverso l’esperimento aveva  trovato ben altre  rigorosità. A Cartesio in effetti, e questo lo avvicina a Bacone, nonostante l’ostentata esaltazione della matematica, manca un rapporto positivo proprio con questa, quel rapporto che avrebbe fatto della sua teoria una teoria scientifica. In generale Cartesio cercò di inserire in questa struttura esplicativa anche tutti gli altri fenomeni fisici conosciuti. In effetti tale   trasformazione fu operata a alcuni grandi continuatori delle teorie cartesiane, come Huyghens, ma a questo punto le teorie cartesiane furono falsificate e progressivamente abbandonate a favore di quella newtoniana.

SEGUE ELENCO DEI TESTI CONSULTATI

ALLEGATO A QUESTI APPUNTI L’AUTORE PREPARO’ ANCHE UNA SERIE DI DOMANDE RELATIVE ALLA MATERIA TRATTATA PER FOCALIZZARE UN PERCORSO

QUESTIONARIO DA UTILIZZARE NELLA PROGRAMMAZIONE DELLA RICERCA E DELLA RIFLESSIONE SULL’EPOCA DELLA PRIMA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA

1 – Qual era all’inizio del seicento il problema centrale che verrà che verrà poi affrontato da tutte le nuove filosofie?

2 – Quali furono le tre principali linee culturali che cercarono di risolvere il problema precedente?

3 – Quali furono i due postulati su cui si basava la concezione empirica?

4 –  Che cosa si intende per principio di induzione?

5 – L’Empirismo inglese riuscì a riassorbire il dualismo teoria-esperienza, mondo dei dotti- mondo degli artigiani?

6 – Perché Bacone F. non è da considerarsi il fondatore del metodo scientifico moderno?

7 – Quali furono le critiche portate al principio di induzione ed in che modo si tenta di superare, nel corso del tempo, le contraddizioni in esso implicite?

8 – Perché deducendo correttamente dai “Principi necessari ed Evidenti” medioevali non si arrivava a proposizioni capaci di decidere fra le diverse dispute filosofiche?

9 – Quali furono gli avvenimenti che indirizzarono Galileo verso una utilizzazione nuova e più efficiente della matematica nel metodo scientifico?

10 – Quali furono le conseguenze della utilizzazione sistematica della matematica nella ricerca delle leggi della Natura?

11- Nel quadro del superamento del dualismo pensare-operare, teoria -fatti, ipotesi-esperienza, che ruolo ha giocato l’utilizzazione della matematica? (Far riferimento ai Neoplatonici e neopitagorici, agli architetti e ingegneri e a Galileo).

12 – Che cosa si intende per esperimento? Che differenza passa allora fra esperienza ed esperimento? E’ vero che prima di galileo veniva trascurata l’esperienza? Quali furono i motivi per cui l’esperimento prima di Galileo non era conosciuto?

13 – Galileo utilizzò la matematica in due forme; Quali?

14 – Che cosa significa che la scienza oltre a “descrivere” deve anche “spiegare”?

15 – Galileo riuscì a “spiegare” tutto il suo lavoro fisico? Quali leggi “empiriche” trovate da Galileo rimasero allo stadio di “dato bruto”? Perché?

16 – Che significato attribuiva Galileo al fatto che l’uso della matematica “funzionava” nello studio della Natura? Oggi come la pensiamo?

17 – Le ipotesi “sparate” da Galileo erano ricavate dall’esperienza? Trovavano conferma diretta nell’esperienza? I suoi postulati erano “necessari ed evidenti”?

18 – Qual era allora l’unica condizione a cui dovevano sottostare le sue ipotesi perché potessero essere considerate “scientifiche”?

19 – I dati sperimentali che Galileo forniva, avevano il significato di esperienza nel senso comune?

20 – Quale fu il vantaggio di utilizzare “proposizioni mentali” che, lontane da esperienze ed esperimenti, presentassero però il carattere di proposizioni scientifiche, nella costruzione e sviluppo della scienza fisica?

21 -Che cos’è che suggerisce all’intelletto i “principi”, se non l’esperienza? Da dove derivava a Galileo la garanzia della scientificità del suo metodo e la fiducia nei suoi risultati? (da pensare che i dati empirici e gli strumenti usati a quel tempo erano molto poco precisi!). La realtà così investigata era la realtà “oggettiva”?

22 – In cosa consisteva il famoso Principio di Continuità di Galileo.

DOTT. PIERO PISTOIA

(materia)

ESEMPI DI ANALISI STATISTICA APPLICATA: LA ‘CERCA’ DI UNICORNI: date di nascita e di morte, correlate alle fasi lunari e ad altro; del dott. Piero Pistoia; intermezzi pitture di Gabriella Scarciglia

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA

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   DATA DI NASCITA E FASI

LUNARI

INTERMEZZI: LE TRE “LUNE” DI GABRIELLA SCARCIGLIA

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PREMESSA GENERALE A QUESTO POST A TAGLIO STATISTICO

Fasi guidate e TROUBLE del ricercatore che ‘tenta di guardare’ all’interno di un oggetto complesso, per ‘sbrogliare’ la matassa di un migliaio di dati relativi alle date di nascita e di morte in Val di Cecina, da classificare secondo vari criteri, onde trovare correlazioni, per es., con le fasi lunari, i sette giorni della settimana, i dodici mesi dell’anno, maschi e femmine…., attraverso ipotesi di lavoro successive.

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Seguendo i percorsi tracciati nel link precedente, consideriamo, al termine del processo di ricerca, due soli gruppi di dati, il primo dei quali (CAMPIONE n.1) rappresenta le date di nascita  di persone decedute fra maggio 1976 e marzo 1992 (822 casi), considerando solo quelle comprese fra il 1880 ed il 1925 (risultate 741), venendo così a trascurare 81 casi. Questi dati sono stati ripresi dal prezioso Registro dei Defunti della Parrocchia di S. Giovanni Battista di Pomarance (Pi), messo a disposizione dell’autore dall’allora proposto Don Piero Burlacchini, che si ringrazia per la gentile preziosa collaborazione.

Il secondo Gruppo (CAMPIONE n. 2)  è costituito da 444 date di nascita (11980-1991) riprese dal Registro delle Vaccinazioni dell’USL della Val di Cecina. Un ringraziamento particolare va alla Signora Fulvia Gronchi Borghetti, ostetrica,  per avere ricopiato direttamente a mano dal detto Registro le date di nascita al tempo attuali (444 casi).

Ringraziamo altresì l’amico prof. Vasco Pineschi  per aver riportato in ‘bella copia’ i grafici del risultato.

I diversi gruppi di date scelti in successione per questa ricerca  vengono via via sottoposti a vari programmi di lettura e classificazione dati, in Qbasic (LUNFRE), scritti da Piero Pistoia, simili, per es., al contenuto del link  seguente:

NASCO2

Vi facciamo vedere, per esempio, anche il risultato ottenuto da uno di questi programmi, da sottoporre ad una analisi statistica successiva in cerca di correlazioni.

 

BREVE COMMENTO AL PROGRAMMA DATI1.BAS

Di tratta di una routine in QB per immettere contemporaneamente in tre file i dati relativi a nascita, morte , sesso, età e per richiamarli.

Due di questi file sono di tipo random ed uno è sequenziale. I tre file vengono aperti all’inizio e chiusi alla fine della fase di immissione o della fase richiamo dati. Per i file random è necessario specificare anche il nome ed il tipo delle variabile immesse.

DT0.DT → file random che contiene il giorno-mese-anno di morte, l’età, il sesso, il giorno-mese-anno di nascita. E un file BINARIO

ET.DT → file random che contiene l’anno di morte e l’età. E’ un file BINARIO.

TE.DT → file sequenziale che contiene l’anno di morte e l’età. E’ un file ASCII.

In tal modo di due file ET.DT e TE.DT contengono gli stessi dati, solo che uno è scritto in BINARIO e l’altro in ASCII.

E possibile aggiungere a questi due file anche il SESSO per ogni età.

ALGORITMO PER IL CALCOLO DELLA ETA’

(Subroutine 100 del programma accessibile con il link al termine del commento)

L’età viene calcolata prendendo i GIORNI GIULIANI (Subroutine 1000, vedere programma nel linK sotto), relativi ad ogni data di nascita e di morte, sottraendoli per ottenere i GIORNI DI DURATA DELLA VITA.

Conoscendo l’anno di nascita ed i giorni di vita, l’algoritmo procede secondo le fasi seguenti:

1 – Aumento di 1 l’anno di nascita e controllo se è BISESTILE  (vedere NOTA) con una ulteriore subroutine.

2 – Sottraggo in successione dai giorni di vita, 365 (o 366 se l’anno in oggetto risulta bisestile) e per ogni sottrazione sommo 1 in un contatore.

3 – Ad ogni sottrazione controllo se il numero dei giorni di vita restanti è inferiore a 365 (o 366), giorni dell’anno su cui stiamo lavorando. Finché tale numero risulta maggiore, si torna al punto 1, continuando a sommare 1 all’anno di nascita, passando quindi al punto 2 e 3.

4 – Quando si esce (numero di giorni di vita restanti (< di 365 o 366), nel contatore c’è un numero senza decimali (intero) equivalente agli ANNI DI VITA o ETA’.

5 – I giorni di vita che restano rappresentano la frazione di anno, che posso calcolare dividendo questo numero di giorni di vita per 365 (o 3666, se l’ultimo anno del conto è bisestile).

6 – Sommo infine alla frazione di anno, il numero di anni di vita, ottenendo l’ETA’ cercata, in anni e frazioni di anno.

NOTA: anni bisestili

 Anno Tropico -> è l’intervallo di tempo che trascorre fra due successivi passaggi del sole, considerato che si muova a velocità angolare costante, all’equinozio di primavera. L’anno tropico, che è poi l’anno del senso comune, è più breve dell’anno siderale (perché l’equinozio (gamma) si muove incontro al sole ed è più breve del tempo che il sole impiega a percorrere un arco di 50”. 26
360° -> 1 296 000″
Anno Siderale -> è il periodo di rivoluzione della terra attorno al sole ed è pari a 365.256360 giorni solari medi.
L’Anno Tropico = Anno Siderale * (1 – 50”.27 / 1 296 000″) =365.24220 giorni solari medi
L’Anno Tropico presenta alcuni inconvenienti per le frazioni di giorno di cui bisogna tener conto.
Si è definito così l’anno civile che inizia sempre col principio esatto di un giorno medio ed è composto di un numero intero di giorni medi. Si può così ottenere una buona approssimazione, per l’anno civile all’anno tropico, considerando il civile pari a 365 e un 1/4 giorni solari medi.
Il problema del calendario si risolve facendo uguale a 365 giorni la durata dell’anno civile ed inserendo ogni 4 anni un anno bisestile di 366 giorno.
Ma rispetto all’anno tropico ogni 400 anni si ha:
365 1/4 * 400 -> 365*4000 + 100 giorni medi , anziché:
365.24222 * 400 -> 365 * 400 + 96.88 giorni medi.
Quindi ogni 400 anni si devono sopprimere 3 giorni, se non si vuole che la data del 21 Marzo anticipi.superi l’equinozio di primavera.
Così nel 1582 si dovettero sopprimere 10 giorni (il giorno dopo il 4 ottobre 1582 fu così il 15 invece del 5).
D’allora in poi gli anni indicati da un numero terminante con 2 zero (che prima erano tutti bisestili) fossero bisestili solo se tale numero fosse anche divisibile per 400, effettuando così la soppressione di 3 giorni ogni 400 anni.

Il precedente commento è relativo al programma in basic di Piero Pistoia, accessibile con il link:

NASCITA_MORTE_ETA_DATI1

 

Da continuare…..

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PRIMA LUNA

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SECONDA LUNA

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TERZA LUNA
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NOTA PREMESSA