LA POESIA ‘ Non chiederci la parola’ di E. Montale: commenti di F. Gherardini, P. Fidanzi, P. Pistoia

NON CHIEDERCI LA PAROLA

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 COMMENTO DELE DOTT. PROF. FRANCESCO GHERARDINI

Tre quartine di varia lunghezza con rima baciata nelle prime due e alternata nell’ultima, con versi endecasillabi e alessandrini (vv. 2 e 10). Presenza di alcune figure retoriche: enjambements (vv. 3-4 croco/perduto), similitudine (v. 10 storta sillaba secca come un ramo), anafora (v.12 ciò…ciò), rima interna (siamo…vogliamo),epifonema finale.

Celeberrima lirica, da  mezzo secolo letta e commentata in scuole di ogni ordine e grado, sminuzzata, sviscerata in ogni sua parte, suggestiva  perché fissa la condizione umana e spinge anche alla riflessione storico-filosofica; al punto che , dopo tante dissezioni forse non resterebbe ad un nuovo commentatore che produrre “citazioni” di esegeti più o meno noti. Un’ avvertenza:    sostiene Edoardo Sanguineti  [Ideologia e linguaggio, Milano, 2001]  che  il primo gesto di chi spiega  è citare, ma il discorso critico finisce sempre  al di là del  testo e delle citazioni  perché “il commentatore parla di sé: non spiega il classico, ma si spiega”. E’ grosso modo quello che  sta accadendo anche a me  in un percorso accidentato di riflessione interiore.

Già dal titolo le domande si affollano: “Non chiederci”. Imperativo negativo. Chi chiede a chi? Chiederci equivale chiedere a noi. Noi  chi? Chi sono i noi? I coetanei del poeta? L’intera  sua generazione? I poeti del suo tempo? Ci sono forse persone che  pretendono da questi poeti una parola definitiva? I poeti l’hanno già cercata/trovata? L’hanno già espressa e quando? La riflessione sottesa ai versi non riguarda evidentemente lui soltanto, ma molti; Montale usa sempre riferimenti al plurale (chiederci, domandarci, possiamo, siamo, vogliamo). La lirica ha dunque  un’attinenza speciale alla realtà di  quel tempo, gli anni venti, i primi anni venti del  “secolo breve”?

Montale  scrisse il testo  nel luglio 1923 e lo pubblicò – eliminando qualche variante   dissonante “croco/ di margherita” sostituito con “croco/ perduto” –  nel 1925 in “Ossi di seppia”. Il 1923. L’anno in cui Freud pubblicava “Das Ich und das Es” e Svevo “La coscienza di Zeno”; l’anno del Putch nazista di Monaco di Baviera e dell’assassinio di Don Minzoni; l’anno in cui nasceva la Costituzione sovietica dopo il terribile bagno di sangue del primo conflitto mondiale e della Rivoluzione d’Ottobre;  un anno in cui emergeva prepotentemente la  crisi dell’Io e si manifestava già con sufficiente chiarezza la barbarie dei Totalitarismi; un tempo nel quale esplodeva la crisi della Ragione, mentre avanzava, tracotante e sicuro di sé, un Nuovo di cui pochi avevano compreso il pericolo. E’ allora una poesia “politica”? Qualcuno l’ha sostenuto, Montale l’ha sempre negato (”Leopardi non si è mai occupato di politica”). Resta il fatto che a posteriori spesso è stata interpretata sotto questa luce.

La poesia si  articola in tre quartine, che forse potrebbero meglio essere rappresentate come una sorta di  sillogismo (III) con la premessa maggiore [Noi, alcuni uomini (poeti?), non abbiamo  certezze taumaturgiche], la minore [Altri ne hanno fin troppe] e la conclusione [Noi possiamo solo dire ciò che non vogliamo]. “Nessuno chieda a me / alla mia generazione di spiegare come e perché il mio animo sia così privo di  certezze, né pretenda da me parole di fuoco  ”afferma  in sostanza Montale nella prima quartina. Il poeta è ben consapevole  del suo stato d’animo; sa di non possedere verità, di vivere in un mondo e in un tempo in cui  ogni certezza assoluta è crollata o sta crollando, in cui  vacillano la Religione, i valori Assoluti e la Ragione è  in piena crisi; un tempo in cui il Dubbio  domina e sovrasta la scena, perfino nelle Scienze, nella matematica. In quegli anni non si capisce più neppure quale sia la realtà materiale circostante; che evapora: l’atomismo  diventa la tesi filosofica fondamentale per lo studio della realtà; la costituzione atomica della materia con i sempre più nuovi e numerosi costituenti [di questi anni è la scoperta di elettroni e protoni], con la prevalenza  degli spazi interatomici, dà l’idea di una materia inafferrabile e mutevole senza che si possa giungere a un punto fermo. Questa concezione scientifica finisce per estendersi  alla società , atomismo diventa pluralismo, ci si apre all’idea di una pluralità di elementi etici ed esistenziali senza che vi sia la prevalenza di nessuno; si avvia un indirizzo ontologico che vede la conoscenza come approssimazione continua, come processo; una conoscenza di natura congetturale, ipotetica, probabilistica senza più certezze universali. Si afferma anche un’idea critica nei confronti dello storicismo e dell’ idea positivistica/marxista di progresso infinito, di un’ideologia che potrebbe  portare al dogmatismo, all’autoritarismo, al totalitarismo.

La poesia di Montale si muove in questo mare, risente di questa temperie culturale. Il poeta confessa la sua inquietudine  insieme con l’incapacità di comprenderla fino in fondo. Così  nella seconda quartina rileva, con una punta di invidia e insieme di disprezzo, che  mentre  in molti  è presente il “male di vivere”, ci sono soggetti sicuri di sé, concentrati sul proprio interesse personale, individualistico e capaci di aggregare  altre persone, soggetti che non si rendono neppure conto della loro “ombra”  ossia del loro lato oscuro e  della loro precarietà.  Come non pensare a quanto gli sta accadendo intorno; spuntano gli interpreti del “volksgeist”, nascono i nuovi regimi totalizzanti e totalitari, che si basano su valori non negoziabili a priori e sulla “convinzione coatta”, costruita con l’uso della forza ; viene contestata e annientata la pur traballante democrazia.

Infine la conclusione. Non c’è una formula magica che possa sconfiggere il male di vivere, che è connaturato con l’esistenza stessa dell’uomo, né che possa  vincere il dubbio; noi uomini (ma anche i poeti) possiamo soltanto abbozzare  qualche risposta, avanzare nel dubbio sempre incombente qualche proposta, ma in definitiva possiamo dire semplicemente ciò che non vogliamo essere e ciò che desideriamo che non accada.  La verità non è data, va ricercata proprio grazie al dubbio metodico: questa è la condizione umana e da questo ambito l’uomo non può, ma anche non deve uscire; non ci sono verità assolute, incontrovertibili, definitive; alla verità ci si avvicina per gradi ed è sempre provvisoria; l’uomo deve avere la consapevolezza piena dei suoi limiti (qualche storta sillaba) e di una ricerca che non ha fine, deve vivere nel e del dubbio. Non c’è nessuna catarsi, né nessun “uomo nuovo”, ma solitudine esistenziale e parzialità. Non ci sono parole che possano assolverci dall’obbligo di pensare, di lasciare spazio alle nostre emozioni, alla nostra sensibilità, anche se molti presuntuosi e superficiali, che non conoscono neppure se stessi e la realtà difficile che li circonda, credono di avere e diffondono sicurezze incrollabili. Non c’è  nessun poeta, nessun vate, in grado di fornire la parola risolutiva!

Questa conclusione (l’epifonema) che ha indotto i critici a parlare di “angoscia esistenzialistica” e di “teologia negativa”, di una mentalità pessimistica scaturita dalla sua intransigenza morale, dal suo sentirsi un isolato, un uomo perennemente perplesso e in fondo cinico, oggi possiamo valutarla in un modo meno drammatico; Montale ha tratteggiato la realtà effettuale, quella realtà (il vero) che sfugge ad ogni  tentativo razionale di penetrarne la segreta essenza, di trovarne il senso ultimo.

Ad illuminare questa realtà  è uscito nel 1979  un saggio di Jean François Lyotard (nato nel 1924!)“ La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, una nuova visione della società fondata sulla fine delle credenze nei sistemi speculativi ed emancipativi assoluti e una disillusione e liquidazione del progetto dell’Aufklarung” ; un pamplhet  suggestivo e paradossalmente chiarificatore. Lyotard, il teorico della postmodernità,  non prova alcun rimpianto per l’unità e la totalità perduta (il monismo contrapposto all’atomismo). Egli ritiene  che si debba  prendere atto del  processo in corso, contribuire alla sua affermazione  attraverso pratiche di “regionalizzazione” dei campi del sapere, sono finite le credenze e i sistemi emancipativi assoluti, insieme con la concezione cumulativa del sapere, sono ormai liquidate le Ideologie; la società è sempre più complessa; è impossibile conoscere tutto, siamo nell’ epoca che Max Weber definì del “disincanto”. Allora diventa indispensabile ritrovare/riconoscere la positività : essa sta in ciò che è molteplice, frammentato, polimorfo e instabile.

Queste tesi  si contrappongono  con forza a sistemi di pensiero globalizzanti (es. le fedi religiose, il  marxismo); sono finiti i grandi sistemi teorici.  “Quella che stiamo vivendo è una stagione sconvolgente, attraversata da mutamenti rapidissimi, che lasciano in piedi le condizioni di stabilità per tratti brevissimi, lo spazio di un mattino travolto dalle trasformazioni scientifico-tecnologiche. Ciò che definisce l’essenza della condizione post-moderna, è proprio la negazione della capacità umana di chiarificazione: questa condizione si fonda sul disconoscimento della sussistenza di valori ultimi, in grado appunto di chiarire, cioè di fondare, giustificare, legittimare un qualsiasi ordinamento della società, di motivare e orientare comportamenti, di conferire un senso unitario e quindi un’effettiva intelligibilità alla vita umana e alla società. […] Il sapere postmoderno produce l’ignoto, ovverosia conosce la “regionalità” delle proprie conoscenze e le “catastrofi” in cui cade nel momento in cui tenti di comprendere più di quanto le sia consentito dai propri strumenti e dal proprio “localismo”.”

E Zygmunt Bauman (nato nel 1925!) precisa ancora meglio che non ci sono più contorni nitidi,  definiti, fissati una volta per tutte; anche le relazioni umane sono diventate precarie, gli uomini non si vogliono più sentire ingabbiati; non c’è nessun mondo perfetto e nessuna ideologia è capace di crearlo…e nel 2003 in TV in poche battute  attacca  l’idea dell’armonia e del consenso universale, la considera superata: ”in essa c’è un odore davvero spiacevole di tendenze totalitarie…alla fine questa è un’idea mortale perché se davvero ci fosse armonia e consenso che bisogno ci sarebbe di tante persone sulla Terra? Ne basterebbe una, lui o lei  avrebbe tutta la saggezza, tutto ciò che è necessario, il bello, il buono, il saggio, la verità. Penso che si debba  essere realisti. Probabilmente dobbiamo considerare incurabile la diversità   del modo di essere umani, si può essere persone in tanti modi e questa è una benedizione.”.

Alla luce di queste considerazioni anche la chiusa  “negativa” di Montale cambia aspetto.  “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,/sì qualche storta sillaba e secca come un ramo./Codesto solo oggi possiamo dirti,/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.” diventa un invito a vivere in un mondo “vero”.

Dott. Prof. FRANCESCO GHERARDINI

COMMENTO DEL DOTT.  PAOLO FIDANZI ALLA POESIA “NON CHIEDERCI LA PAROLA” di E. MONTALE

Non chiederci la parola…… è un osso di seppia( 1925-1928) particolarmente suggestivo, forse il più indicativo della fase iniziale della poesia montaliana, impegnato nella ricerca di nuova musicalità (Minstral di Debussy) e coinvolto nel pre-esistenzialismo d’incipit (botroux , bergson….) quale era e forse rimane a lungo la caratteristica principale della sua spinta creatrice. D’altra parte Montale afferma come sua prerogativa, e siamo già nel 1971, in un’auto intervista sul Corriere della Sera di un lasciarsi scrivere da qualcuno.”IN UN CERTO SENSO IO MI LASCIO SCRIVERE….DA LUI, E NON E’ NECESSARIO DARE UN SIGNIFICATO MISTICO AL MIO INTERLOCUTORE. TUTTAVIA E’ VERO CHE IO SOTTINTENDO SEMPRE LA PRESENZA DI QUALCUNO CHE IL LETTORE PUO’ IDENTIFICARE A PIACER SUO.”
Ecco arrivati al soggetto del primo verso della nostra poesia”NON CHIEDERCI……”, che ci introduce nella richiesta di chiarezza (parola) che il poeta fa a se stesso e agli altri riguardo all’essenza dell’animo umano, ma ancora più precisamente riguardo al senso della nostra vita.
Studia e scandaglia lo spazio preferito (un’umile polveroso prato) per declamare qualcosa che altro non può essere che sillabato, (l’auroralità infantile di zanzottiana memoria), seppur modulando il ritmo e addolcendo l’armonia. Ma questo non basta che a denunciare la vana sicurezza dell’uomo moderno (ah, l’uomo che se ne va sicuro…) che pur nella sua goffa cominicazione resta preso dalla solitudine di massa che ha sostituito l’idea sentimento dell’uomo originale con l’idea-mente alla ricerca della sopravvivenza fisica e materiale.
E termina con la desolante certezza, non c’è grande ottimismo ancora in questo Montale, neppure quello suggerito dalla ragione, chiedendo che l’uomo sia risparmiato dalla constatazione dura della sua impossibilità e del suo limite. Ma in questo percorso è costretto invece ad ammettere qualcosa, anche se è solo negazione, ritrovando però, nel dubbio esistenziale la speranza che un domani qualcosa possa cambiare:” solo questo OGGI possiamo dirti..”
Tanto è vero che a distanza di quasi cinquanta anni dalla scrittura degli “Ossi” Montale alla domanda:”Come guardi oggi al tuo libro giovanile? E’ molto cambiato il tuo raporto con il mondo, da allora?” risponde:”SONO UN PO’ MENO PESSIMISTA (PER ME) MA MOLTO DI PIU’ PER QUANTO RIGUARDA IL MONDO. IL MONDO E’ NATO DA UN’ESPLOSIONE(IL BIG BANG DI UNA MIA POESIA) O DA UN’INTENZIONE? NESSUNA DELLE DUE IPOTESI SODDISFA. TUTTAVIA UNA VOLTA ELABORATO IL CONCETTO DI DECENZA, IO HO ACCETTATO COME OBBLIGO QUESTO CONCETTO.”

Dott. Paolo Fidanzi

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NOTE E RIFLESSIONI AL MARGINE DELLA POESIA DI MONTALE ”NON CHIEDERCI LA PAROLA”
Il significato filosofico
di Piero Pistoia

In generale ritengo che le idee spesso espresse sul senso filosofico della poesia di Montale siano condivisibili e d’altro canto riassumano la nota tendenza della Filosofia della Conoscenza attuale.
Mi piace però ancora pensare che il “tacere” (<<Di quello di cui non si può parlare si deve tacere>>, settima ed ultima proposizione del “Tractatus logico-philosophicus”) di Wittgenstein si riferisca all’impossibilità di un’analisi logica delle esperienze del mistico, lasciando aperte altre possibilità. D’altra parte sarebbe forse da distinguere 1) il modo in cui il mistico attua l’esperienza, 2) il contenuto e la descrizione dell’esperienza e 3) il significato di essa: non sono un esperto e non so se questi tre aspetti siano da considerarsi allo stesso modo dal punto di vista del linguaggio. Non dovrebbero essere trascurate inoltre le esperienze degli Sciamani (Lucien Levy-Bruhl “La mentalità primitiva” Einaudi, 1966).
Credo anche che le società moderne per loro natura non abbiano mai investito sufficienti energie e risorse in questi campi di ricerca.
Spesso nelle esperienze mistiche e forse magiche, dove per pochi secondi soggetto e oggetto si fondono nella stessa unità primordiale, le descrizioni sono vaghe e soggettive: “il Tao che può essere espresso non è il vero Tao”. Ma, per esempio, nel caso della situazione di Einfuhlung (immedesimazione) nella ricerca scientifica, mi sembra, che le cose siano leggermente diverse (si pensi all’ipotesi creativa che risolve un problema cruciale del mondo). Se questo fosse vero, forse sarebbe possibile non solo pronunciare qualche sillaba, ma balbettare qualche parola e sarebbe già qualcosa in termini di principio.
Comunque il ricercatore non accetterà mai l’idea che ciò che cerca non esista, al massimo potrà convenire di non essere ancora riuscito a guardare nel posto giusto fra un’infinità di posti in cui cercare.
Ma forse siamo davvero intrappolati in un “trabocchetto per mosche” (Wittgenstein), costituito da una bottiglia la cui sommità è un imbuto rovesciato. Dall’interno l’unica apertura appare alla mosca come la soluzione meno probabile e la più irta di ostacoli e da essa distoglie l’attenzione. E’ meno gravoso organizzarsi all’interno della trappola che trovare la via.
Come uscire allora da questa trappola che, metaforicamente, rappresenta la nostra inadeguatezza nella soluzione dei problemi conoscitivi? Data la configurazione, le soluzioni andranno cercate nei luoghi più improbabili, fuori dalle credenze comunemente accettate, al di là delle abitudini di pensiero, negando cioè tutto ciò che compone il nostro attuale sistema di riferimento: la soluzione è infatti dove c’è più rischio. Non per niente spesso ci si accorge poi che ogni fatto che sia stato oggetto di rifiuto più astioso e viscerale e limitato dalle repressioni più crudeli, stranamente, possedeva la sconcertante capacità di porre problemi insidiosi, ma che schiudevano nuove vie.
All’interno, quindi, il quadro concettuale appare coerente e privo di contraddizioni: il sistema di credenze, “dentro”, si auto-giustifica continuamente e tutti gli atti (osservazione, giudizio, valutazione…) vengono compiuti dal punto di vista particolare del sistema stesso. Se vogliamo uscire è necessario inventare un nuovo e inusitato sistema di certezze da cui “guardare” la situazione: E’ allora che riusciamo a individuare improvvisamente l’apertura. Una volta usciti ci troviamo però in un’altra trappola che ingloba la prima e così via all’infinito: ciò che progredisce è solo l’adeguatezza delle teorie (fitting e non matching) che diventano sempre più funzionali ai nostri fini.
E’ possibile con un atto creativo (mistico o magico o di altra natura non logica) uscire dall’insieme indefinito di “trappole per mosche”? Non lo so; il Costruttivismo Radicale ed altri che hanno interpretato la poesia di Montale affermano di no; io spero di sì.
Questa configurazione indeterminata di trappole includenti sarebbe poi la conseguenza di un’ unica trappola inesorabile, cioè l’impossibilità totale della distinzione fra soggetto e oggetto. L’Io stesso è la visione dell’Universo, affermava il premio Nobel per la Fisica Schroedinger. Il confine di separazione fra Io e Universo si perde in frattali indefiniti e la sua ricerca rincorre descrizioni, di descrizioni, di descrizioni…. La poesia di Montale, sottolinea questa impossibilità di raggiungere tale limite da “dentro” (Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe…) e da “fuori” (Non domandarci la formula che mondi possa aprirti…).

Quindi come nell’incisione: “Galleria di Stampe” di Escher (vedere figura anche cercando Galleria di Stampe nel Blog), l’Io, in basso, osserva un mondo (nave e fila di case lungo costa), che si trasforma nel substrato che lo produce (casa d’angolo in alto a destra dove si apre proprio la galleria dov’è l’Io che guarda). Non esiste alcun luogo da dove uscire: se tentassi di farlo (risalire all’inizio di un mio pensiero o idea) mi troverei nel bel mezzo di un frattale in continua regressione, perdendomi in una infinità di dettagli e interdipendenze (il circolo interminabile che sfuma nello spazio vuoto al centro della figura).
Ma allora il Paradosso non è semplicemente una curiosità intellettuale, ma si nasconde fra le pieghe dello stesso atto conoscitivo: correndo lungo un ramo di iperbole, non è da escludere che, in questi contesti, i due professori-medici (il Corvo e la Civetta) del libro  ‘Pinocchio’, spesso ricordati con maestria e precisione, avessero ragione ambedue sulla strana diagnosi circolare sul burattino.
Da questo insieme compenetrato e circolare di Io e Universo è mai possibile saltar “fuori”? Dio è in grado di trarci da questa trappola in cui ci troviamo inesorabilmente da sempre? Sta qui il Guadagno nell’ammettere ogni tanto, contro il “Rasoio di Occam” (Non est multiplicanda entia praeter necessitatem“), anche se a probabilità quasi zero, qualche Messaggero di Dio che ci illumini. O forse anche Dio fa parte di questo circolo e non esiste realtà “là al di fuori” del ciclo? O, ancora, Dio potrebbe far parte di un Circolo a livello superiore inglobante il precedente (Dio-Creazione-Dio), fornendo altri significati all’Universo?
Lo stesso grande filosofo e mistico Plotino non incoraggiò forse a guardare in se stessi anziché all’esterno, perché da dentro è possibile contemplare il Nous (Spirito-Intelletto), che è divino, nel quale è scritta la struttura profonda dell’Universo? Dopo millenni e millenni di dibattiti, argomentazioni, teorie, modelli, meditazioni, contemplazioni, immedesimazioni sofferte, miti e religioni, speranze, è questa l’unica e ultima risposta: che siamo dentro una trappola senza possibilità di uscita definitiva? Sarebbe veramente il massimo dell’ironia se fosse l’unica proposizione linguistica che un mistico possa formulare,
senza contraddire Lao Tse, forse che l’Io costruisce un mondo “a propria immagine” più o meno “adeguato”, senza essere consapevole di farlo, poi “sente” questo mondo, “esterno” e indipendente da sé stesso, infine costruisce l’Io a fronte della realtà di quel mondo ritenuto oggettivo!
Le conseguenze positive che ne derivano sul piano sociale (tolleranza, e pluralismo, responsabilità personale, distacco dalle proprie percezioni e valori a favore di altri…), certamente non bilanciano l’ambito circolare in cui rimane imprigionata la creatività umana.
Il testo sul Costruttivismo Radicale (Vàrela ed altri), a cui nell’articolo faccio continuamente riferimento, ora per descrivere, ora per commentare e argomentare, è: A.V. “La Realtà inventata” Feltrinelli, 1990.
Per evitare fraintendimenti, vorrei infine sottolineare che lo scopo ultimo di questi interventi, volutamente provocatori, non è tanto quello di raccontare o insegnare qualcosa, ma è quello di suscitare perplessità fino a perturbare e quindi suscitare curiosità tali da spingere, in principal modo i giovani intellettuali, a leggere i titoli indicati o le opere degli autori nominati ed altri simili  (libri disponibili in qualsiasi Biblioteca Comunale che si rispetti), anche al solo scopo di poter affermare che ne ho travisato completamente i significati.

Piero Pistoia

La poesia onesta del prof. Roberto Veracini

La poesia onesta

(Il tempo lento della poesia)

Vorrei partire da un’affermazione di Umberto Saba (“Ai poeti resta da fare la poesia onesta”), che per me è ancora oggi – anzi, soprattutto oggi –  condivisibile.

Ma che cosa s’intende per poesia onesta?  Per esempio una poesia che non ha paura del sentimento e di tutto ciò che esso comporta: è importante ricercare il sentimento (ma in senso forte, romantico, direi) perché credo sia quello che dà un senso effettivo alla vita, al di là della facile retorica; non bisogna aver paura di esprimerlo, perché la vita è comunque passione, sofferenza, gioia e tutto questo va espresso con forza, con coraggio, senza mai passare quel limite, oltre il quale si scade nel sentimentalismo, l’arte cinica di voler commuovere (il confine talvolta è quasi impercettibile, il rischio incombente, ma  necessariamente da correre)…Una poesia onesta è una poesia che s’immerge nella realtà e cerca di coglierne l’essenza, una poesia nuda, autentica, perché è solo l’autenticità che dà profondità…Una poesia insieme semplice e intensa, leggera e profonda, come il cielo evocato da Edmond Jabès negli occhi abbassati di chi scrive (“Mentre scrivi hai gli occhi rivolti in basso, ma il cielo è nei tuoi occhi”)…Una poesia che si oppone alla superficialità, alla fretta, al pressappochismo, una poesia che si sofferma sulle cose, guarda, ascolta, prende il suo tempo, un tempo lento, lentissimo…

Il tempo della poesia è inevitabilmente sovversivo, specie nella realtà che stiamo vivendo,  perché è un tempo verticale, va in profondità, non scorre via, ma si pianta nelle persone e nelle cose, mette radici, produce memoria, richiama agli elementi fondamentali dell’esistenza, a qualcosa di solido, di vero, a qualcosa che resta comunque (v. Foscolo). Il tempo della poesia è un tempo lungo, che fa sedimentare le emozioni, le quali si ripresentano – nella loro forma – quando loro stesse vogliono; come scrive Giovanni Giudici:”Un poema si può mettere giù anche in cinque minuti. Ma chissà da quanto tempo sarà stato in viaggio. Chissà da quanto si prolungava il processo di incubazione dal quale sarebbe poi affiorato il composto, e in apparenza naturalissimo, ordine di suoni, ritmi, parole, concetti, immagini e sentimenti in cui il poema consiste”. E’ così che, sempre secondo Giudici, “quasi sempre ci accade di scrivere non tanto il poema che vorremmo quanto invece il poema che ci viene, che viene a noi dalle sue imprendibili lontananze”.

Proprio per questo il ruolo del poeta (il “minatore” che scava nell’animo umano, come scrive Giorgio Caproni) oggi è quello del resistente, spesso irriso e diffamato, o comunque incompreso da una società anestetizzata, che non ha tempo, non s’interroga sulle cose, non accetta dubbi, inquietudini, passioni, non è interessata a nessuna “imprendibile lontananza”: la sua stessa presenza è destabilizzante, fonte inaccettabile di turbamento. Ma al poeta resta da fare la poesia onesta, sempre, e questo lo porta alla completa, devastante immersione nella realtà, e nel contempo alla sua ineluttabile evasione verso un mondo necessariamente “altro”.

DIPINTO CON GLI OLIVI BLU (80*120, 2008) di P. FIDANZI: inserito nel soggiorno della famiglia Pistoia

COMMENTO IN VIA DI COSTRUZIONE

Ulivi Blu, dipinto (80*120) di P. Fidanzi; colline di Pomarance e Rocca Sillana (scorcio sala di Gabriella Pistoia)

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COMMENTO IN VIA DI COSTRUZIONE

Il quadro del dott. P. Fidanzi, inserito in questo scorcio di ambiente familiare,

è visibile più chiaramente nei posts “immagine 155-opt1” e “Paesaggi con ulivi blu e colline”.

(cercare: ‘Ulivi blu’).

 

Nuvole apparse improvvise di farfalle blu, richiamate dalle terre lontane del “nondove”, avvolgono gli ulivi vibranti del dipinto. Scambiano messaggi criptati attraverso i neri tronchi affilati e gli strani origami delle loro nere ombre fuliggine, con l’ocra chiara delle crete e sabbie di questo terreno pliocenico aperto. Poi lo sguardo, guidato da una stringente prospettiva, sprofonda nella valle e risale lentamente, a mosaico, verso una successione di colline lontane allineate che, più o meno scure, nella coinvolgente prospettiva, sbiadiscono, infine, sotto la stretta striscia di cielo terso e luminoso, quasi uno stretto portale per altre dimensioni, senza per altro confondersi con esso, allungando così ulteriormente, in prospettiva, il paesaggio sulla terra. E ci racconta di storie come nelle cantilene delle “conte” antiche o in certi sogni ambigui, mentre l’oggetto materico magicamente si fa lieve e si attivano ricordi lontani mediati e velati di leggera nostalgia. L’ansia più greve si allevia del tempo presente fremente ad iperboli. Fra ombre e luci, chiari e scuri siamo costretti a soffermarci a ‘respirare’ il quadro, forse per capire dove si nasconde il trucco di questo reale-irreale paesaggio..

Il dipinto è anche reale infatti; attraverso l’uliveta di Volterra guarda verso le colline di Pomarance che si evidenziano, a partire da sinistra, con il picco della Rocca di Sillano, il paese di Pomarance ed I Gabbri, muovendo verso destra. Ma l’atmosfera di sogno che, labile, fluisce dal blù della chioma degli alberi, che dialoga senza voce con gli origami delle ombre, carica di un’emozione pacata il dipinto per noi umani di queste terre, maturati alla cultura di queste colline attraverso un nuovo e strano neodarwinismo.
E’ il poeta-pittore che riesce a trasferire sulla tela il suo spirito che è anche il nostro, di osservatori meravigliati.

anonimo (ovvero NDC piero pistoia)

Si sta cercando una via conclusiva!

Ma la cosa che più colpisce è il suo effetto di insieme, di impatto che,  pur utilizzando oggetti e strumenti pittorici come l’albero dell’ulivo nella realtà contorto, il nero magico delle sagome di fossi ed ombre, una fuga trascinante nella prospettiva ed altro, sortisce poi di fatto un quadro arioso, luminoso, aperto alla speranza. che sembra in qualche modo rinnovare l’antica alleanza come sancì l’arcobaleno delle lontane scritture.

anonimo1 (ovvero Claudia Pistoia)

… come sancì l’arcobaleno delle lontane scritture

Chi vuol vedere la foto del prof. A. Cunsolo clicchi qui  sotto

Arcobaleno e Noé

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SCORCIO DEL PAESAGGIO REALE

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Non a caso più di una decina di anni fa Paolo Fidanzi scriveva:

PAESAGGIO

L’acuto dell’ulivo è stemperato

dall’azzurro fogliame lanceolato.

E l’uliveto intero si diffonde

sulle onde dei tuoi verdi pensieri.

 

L’albero dell’olivo è nella realtà contorto come nell’immaginario collettivo e nelle menti tormentate degli artisti. Da notare il diverso effetto psicologico emanato dal quadro di Paolo e da quello, riportato sotto, di Vincent (forse, addio alla speranza).

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Paesaggi con ulivi blu e colline del Dott. Paolo Fidanzi

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Incremento con queste foto il materiale pittorico diciamo rappresentativo di “un filone” tra i diversi da me esplicitati , relativo al figurato moderno “dalla macchia al Contemporaneo” come direbbe Il gallerista Sbrana di Pisa , nella cui galleria sono “artista in permanenza”

paolo fidanzi

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IL FERITO di ROBERTO VERACINI

Il ferito

(un’idea della poesia)

Penso che tutti i poeti, finché tali, siano sempre in crisi

(E. Montale)

Il poeta è sempre ferito, si nutre della sua ferita, che non si rimargina

perché è la ferita del mondo: vive e rappresenta questa condizione fino in fondo

e lo fa con gli strumenti che gli sono propri, i versi.

Per questo il poeta è anche il narciso, perché il peso di questa condizione è estremo e la ferita ha bisogno di incensi (veri o falsi) per essere sopportabile.

Ma il poeta è anche il disperato, quando la ferita si rivela insanabile e l’incenso svanisce, mostrando gli aspetti cupi e irrimediabili della realtà, la futilità delle cose e quindi dell’arte, che non basta più. Il poeta è il sopravvissuto quando riscopre dalle macerie un segno ancora dell’esistenza e se lo porta con sé per sempre, perché tutto è ancora possibile, sempre.

Il poeta è il solitario del tempo, che riconosce e da cui è riconosciuto, ma tutto questo non appare, perché scoprire è meglio che far vedere, e il poeta vive del suo stupore e del modo in cui riesce a farlo sentire.

E comunque il poeta resta il ferito, cercato e abbandonato, osannato e deriso, e la sua ferita è il mondo, che rappresenta ma non sa capire, perché il poeta ha in sé l’orizzonte intero e il suo limite. Non necessariamente in quest’ordine.

Roberto Veracini

NUOVA METAFISICA del Dott. PAOLO FIDANZI

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Mi pare che il pittore, oggi, possa  meglio svuotarsi di uno stato cosciente del pensiero, per esempio di una sua particolare necessità di esprimersi e di comunicare, attraverso l’accenno ad una realtà oggettiva  disvelata da pochi precisi particolari non necessariamente importanti alla comprensione di qualcosa di definito e certo. In questo l’haiku nella sua immediatezza e provvisorietà, nel suo cercare” il millesimo” più che “l’unita” del reale, aiuta la libertà espressiva perchè non vuole la comprensione ma offre la possibilità si espandere la propria conoscenza, magari attraverso l’immaginazione o la fantasia.

Stessa cosa avviene in pittura attraverso la nuova metafisica delle  mie “ombre bianche” delle quali mi servo come fossero haihu  colorati, dove non è il colore dello sfondo quello che conta,  non è che il significante poetico, cioè lo spazio vuoto tra parola e parola, tra verso e verso, il substrato sul quale l’haiku  viene descritto .

Conta semmai la forma delle cose -oggetti e l’assenza della loro  ombra “ombre bianche” che offrono agli osservatori possibili scenari di liberta’.

Seguono ora gli haiku:

1

CON ATTENZIONE

SI SCIOLGONO I NODI

DELLA PAZIENZA

2

IN UNA GOCCIA

ANCORA LA PROMESSA

DI UN MARE CALMO

3

SOPRA GLI ULIVI

NEL TEMPO DI LOCUSTE

ANCHE I GATTI

4

PERCHE’ RESTARE

IL VENTO MI SOSPINGE

COME UNA FOGLIA

5

RICORDI ANTICHI

SCONFINATE TRISTEZZE

PAROLE NUOVE

6

SONO ESPLOSI

I SUSINI QUEST’ANNO

FIORI SU FIORI

7

FALSE RAGIONI

PROFUSE CON L’INGANNO

EDUCAZIONE

8

E’ QUASI SERA

SETTE GATTI LOTTANO

PER UNA FOGLIA

9

FRA TANTE FOGLIE

SOLO UNA SI MUOVE

VENTO DISTRATTO

10

CIELO STELLATO

NUOVA METAFISICA

DELLA POESIA

11

ANCHE IL SUSINO

SELVATICO HA BACCHE

CHE RISPLENDONO

12

ALL’IMPROVVISO

OLTRE IL MURO DI LUCE

SPUNTANO I CACHI

Paolo  Fidanzi

POESIE DI PAESE di Piero Pistoia

 PRIMO GIUGNO A POMARANCE

(Il sarcasmo della piazza)

di Piero Pistoia

Breve libello poetico in risposta al tacito Editto ‘condominiale’ per uniformare i giardinetti di paese

di Piero Pistoia

Sono a Pomarance tutto il giorno oggi.

In via Mazzolari due argini di verde.

Liberi a fare anima.

 

Gli uomini piccoli ricamano geometrie

in giardini pelati rapati costretti.

Come le idee. Quelle loro. Naturalmente.

Macchia mare cielo rispettano forme.

Non geometrie!

Galileo aveva forse torto!?

 

Ma qualcuno farà la spia. Certamente.

In questo paese. Anche sul nulla.

Più che altrove. Forse.

 

Vedere qualsiasi sia è confermare.

In questo paese ideatore di Etica.

Col sarcasmo di piazza.

 

Il Certo al servizio dell’aspettativa (1).

Il Vero dell’invidia (2).

La Cultura del potere (3).

La Presunzione della ricchezza (4).

E giurano :<<La Norma è questa!!!

Se non è così si brucia’ i libri!>> (5).

 

In chi, assiduo, lo cerca alberga il Male.

In chi lo vede …. spesso!

Più che altrove. Certamente.

Per meno di trenta denari. Molto meno.

Prima che il gallo canti.

 

Arriverà la guardia femmina con la sola Ragione.

Sua e del Codice. Le è congeniale.

 

Divino Ermes dove sei nascosto!? (6)

 

La stagione è avanzata per le piante.

Forse rimanderemo a Settembre.

Non prometto nulla. Farò quello che posso.

In questo ambito senza contesto!

NOTE


  1. Nel processo di conoscenza, non si deve cercare di verificare ipotesi, ma di falsificarle! perché questo è il solo percorso logico verso la Verità, vista come concetto regolativo.



  2. Diventa Vero ciò che ‘inventa’ l’invidia.



  3. Potere è Cultura e indirizza la Cultura ai suoi fini.



  4. Ma non è solo il Potere ad assimilare a sé la Cultura!



  5. Potere e ricchezza vengono identificati con la Cultura vigente! Possono così reinterpretare, indirizzare ed utilizzare la Cultura ai loro fini.



  6. Hermes ‘vede’ il magico nella Natura e non geometrie e rende umano il dio della bellezza e della ragione solare codificate (Apollo). Gli dei migrano da questi banali giardinetti in cerca di ‘posti’ più ‘sacri’ e complessi per nascondersi ed Hermes ne traccia i sentieri.


Piero Pistoia

Ma

“Anche se vieni da altri ferito nulla ti serve a legartela al dito, perché, sovente, chi umilia di più vorrebbe avere le cose che hai tu!!! da GIROSBLOG” e, d’altra parte…”OMNIA MEA MECUM SUNT!” dai LATINI

(quando è il momento la reinseriremo e… lo abbiamo fatto)

Se vogliamo intendere il senso di Posto sacro nei giardini, leggere il Post <<Poesie di ‘Cose’ del Mito>>

Piero Pistoia

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AL  BAR DI PRIMA MATTINA

poesiola di Piero Pistoia

(…quando, al tempo, ci alzavamo all^alba per la caccia”perversa” allo spollo, per eludere le speranze di vita, briose al nuovo sole, di selvatici come la beccaccia, il beccaccino od il tordo e, con queste sensazioni critiche nell’anima, ci capitava di soffermarci ad osservare, in chiave un po’ ironica e spesso bastarda, la piccola umanità che si raccoglieva, silenziosa e arricciata sui propri problemi e tiramenti, al bar d^angolo)

Per vedere la poesia clicca su:

NIHIL, perché ….. non riesco a ritrovarla per ora!

Sono passati anni ormai e non sono in grado di riscriverla; fu infatti compilata, al tempo, in un angolo del bar in ombra, curvo dietro il fucile nella custodia, posto sdraiato sul tavolino, guardandomi intorno . . . .

Eppure mi sembrava di averla pubblicata anche da qualche altra parte. . . . .

FATICA DI VIVERE: POESIE di Piero Pistoia

Curriculum di piero pistoia:

piero-pistoia-curriculumok (#)

1-VITA
2-MEGLIO CREDERCI
3-LA VIA DELLA SOPRAVVIVENZA
4-LA PARABOLA DEI TALENTI

1-VITA

Di gravità
impossibili gradienti.
Scura la macchia incombe.
Improbabile fortuna
schiude sentieri.

L’ulivo cavo:
il segreto
la Chiave perduta,
la Porta,
il Prezzo.

Vortica
lo Strano Attrattore:
Divergenze negative
pulsano
tremolanti entropie.

La Vita
con i denti s’aggrappa.
Da sempre,
i Cristi sono segnati!
Pagano il prezzo.

(Piero Pistoia)

2-MEGLIO CREDERCI

Non tornerò più
a casa mia.
Solo,
verrò sepolto
lassù
dove l’umana storia
le Forche pose(1).

In cimiteri lontani
in ansia attendono
i miei morti.

Fredda tramontana
bisbiglia
da Volterra
parole straniere.

Linguaggi sconosciuti,
infìdi,
la vita inventano,
tragica
gratuita
senza senso.

Il Reale riscrivono
squallide Profezie.

Sentieri
a fatica dischiusi,
interrotti sempre,
ad uno, ad uno.

Per fare ed avere niente,
ingiusto è il prezzo.

Dalla Sacra Rupe(2)
sempre,
sui ladri di cose,
cala il perdono.

Giochi perfidi, umani,
ladri inetti di anime,

(mobbing perverso?)

dello stesso argento,
ripagherà il Cosmo?

Meglio crederci!

(1)Poggio alle Forche, presso il cimitero del paese
(2)Il Golgota

(Piero Pistoia)

3-LA VIA DELLA SOPRAVVIVENZA
Densi nodi
linee sdrizzano curve.
La tessitura incidono
alternativa
dell’Universo:
percorsi connotati di Vita.

Diaspri aguzzi,
aspre grotte,
scoscese,
umide zolle
faticose,
rattai,
dov’è la ghiaia
che’l torrente sbatte:
lampi affilati d’entropia.

Cupi
esplodono
spasmi d’energia perduta:
scadente era il progetto?
Fortunati conoscitori
di percorsi geodetici
per facili obiettivi,
sempre nella mano
sta la fortuna!
Tabula non specchia l’anima “rasa”!

Appare domani
la critica troppo greve
dell’errore:
teorie, modelli
rischiano
la via della sopravvivenza.

(Piero Pistoia)

4-LA PARBOLA DEI TALENTI

Poi distribuì talenti a “quanti”(1)
il Creatore.

Nello spazio quantizzato
o dovunque era.

Anche alle umane generazioni.

“Quanti” da uno, tre, cinque… talenti:
ad ognuna… iI Generoso (2).

Oggi
penombre
mobili
sulla parete di sala.

Gli Avi
da sbiadite foto
prendono anima
e lontani si affrettano.

Balzan dal Dentro
ovunque erano.

La mia stirpe.

Occhi densi
si affannano ovunque.
Dov’è la via?
dov’è…dov’è…dov’è!

Da dentro
ansia nuova
sul sentiero della vita…
da un solo talento!
Inattesa…preme
la mente la spina il cuore.

E tutti loro col “quanto” originale
dinanzi al Creatore?

Forse.

Rifletto:
energia vitale spesa
da un talento a due
come da cinque a dieci?
Equazione esponenziale? (3)

Io non riuscirò mai
a mantenere il mio!

Generosità!
Giustizia!
Misericordia!
Umanità!

Probabile nuova legge
inumana, invece.

Siamo quello che nasci!

Disse un saggio.

Non gli individui!
Solo “quanti primi” più densi,
verranno mantenuti! (4)

I facili scalatori di sentieri!?

O forse la Parca fila per loro
sentieri già spianati?

Ci sono ombre nel mito!

Ma allora la spirale umana,
iperbolica,
preparerà la Sua fine!

NOTE

(1)La distribuzione alle generazioni avvenne
a pacchetti (quanti) più o meno ‘densi’ di
talenti. Così alcune generazioni ebbero
più talenti di altre …
(2)Matteo 25,15
(3)Che curva aveva in mente il Creatore?

(4) <<Resti quello che nasci”,  “Non si rischia di scendere quando si parte da sopra, non si riesce a salire quando si parte da sotto” dal saggio di F. Fubini, Mondadori, 2018; riportato da A. Cazzulli  nel ‘Corriere della sera’, 29 gennaio 2018.

(Piero Pistoia)
18 – agosto – 2012

CONCETTO DI ENANTIODROMIA ERACLITEA E SUE IMPLICAZIONI di Piero Pistoia e Gabriella Scarciglia

Per leggere il curricolo di piero pistoia cliccare sotto:

piero-pistoia-curriculumok (#)

Testo rivisitato da ‘Il Sillabario’ n. 3 1998

INTERMEZZO: breve poesia di Antonio machado

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COMMENTO ALLA POESIA “PAROLA” di S. Quasimodo; a cura di P. Fidanzi, F. Gherardini, N. Pistolesi, P. Pistoia

PAROLA

Tu ridi che per sillabe mi scarno
e curvo cieli e colli, azzurra siepe
a me d’intorno, e stormir d’olmi
e voci d’acque trepide;
che giovinezza inganno
con nuvole e colori
che la luce sprofonda.
Ti so. In te tutta smarrita
alza bellezza i seni,
s’incava ai lombi e un soave moto
s’allarga per il pube timoroso,
e ridiscende in armonia di forme
ai piedi belli con dieci conchiglie.
Ma se ti prendo, ecco:
parola tu pure mi sei e tristezza.

Salvatore Quasimodo

COMMENTO del Dott. PAOLO FIDANZI

Abbiamo una poesia “PAROLA” tratta da Oboe Sommerso, seconda raccolta quasimodiana che introduce un nuovo genere poetico, un ermetismo personale privato dell’ansia metafisica dell’ermetismo classico, un genere criptico, che deve essere intuito e indovinato fondato essenzialmente sulla poetica della parola. Dove la parola è tutto e si scava in essa e fuori di essa smuovendo sillabe, in un logorio faticoso della ricerca del ritmo, del tempo d’attesa, del significato profondo di una sovrapposizione fonetica a determinati mutamenti dello stato d’animo. Ma Quasimodo, spinto dalla forte valenza sociale del suo sentire quotidiano che porterà alle poesie di Giorno dopo Giorno, facendolo uscire, appunto, dall’ermetismo delle sue prime tre raccolte, ”Acque e terre, Oboe sommerso e Erato e Apollion, comincia a subire il peso della parola quasi subito: ”IL TUO DONO TREMENDO DI PAROLE SIGNORE SCONTO…., dice in Erato e Apollion. Ma ancor più sorprendente è trovare una prima incrinatura, lo spunto emergente di una abiura della poetica della parola, come dice Petrucciani, proprio nella nostra poesia “PAROLA”. Poichè pur avendo evocato la figura femminile, la donna, una bellissima donna nuda, con linee di una classica e tuttavia morbida scultura, avverte con una cadenza sconsolata, la pungente amarezza della “predestinazione nominalistica”: anche la donna si trasfigura in parola poetica, così come la natura e il divino e tutto ciò che il poeta tocca, ”re Mida sui generis”.

Personalmente al di là della forza e della suggestione che in me determina il primo verso non ho sentito particolare riscontro emotivo in questa poesia. Non a caso riflette più la necessità di una sintesi espressiva del poeta se non la sua incapacità ad essere compreso in quella che poi si manifesterà essere la sua più matura vocazione. Ovvero La sua indignazione contro le ingiustizie umane e la sua laica pietas per il mondo “creato.”, insieme alla sua potente fonte nostalgica che lo accompagnerà nell’intero percorso umano ed esistenziale.

Dott. Paolo Fidanzi

Commento alla poesia del prof.  Francesco Gherardini

Ermes , figlio di Zeus e Maia, è il dio del Mistero, esperto nell’uso della parola; padre del  logos (cfr.     PlatoneCratilo, 407e-408d ), indubbiamente padre della cosiddetta poesia ermetica: alleggerita di nessi e strutture grammaticali , condensata, chiusa, oscura, ambigua, indecifrabile, difficile da disserrare, votata alla ricerca della purezza e della bellezza formale; non necessariamente collegabile a qualcosa di reale , se non ad una realtà piuttosto labile composta di sospiri, sentimenti, pensieri, intuizioni, suggestioni, parole ; un genere di poesia che si presta a più interpretazioni , magari anche fortemente contrastanti, ma – io credo pirandellianamente – tutte egualmente vere. Chi legge prova un’emozione diversa in funzione della sua sensibilità e del suo grado di cultura; molto spesso il lettore costruisce più di quello che il poeta non voglia dire o indicare, finendo perfino per arricchire il testo.

Offro la mia interpretazione per così dire del tutto “istintiva”.

Questa lirica , tratta da Oboe sommerso si intitola “PAROLA”; stando all’etimologia, il termine, deriva probabilmente dal latino “PARABOLA” , un vocabolo che ha una straordinaria pregnanza , un grandissimo spettro di significati quali Similitudine, Comparazione, Insegnamento; soltanto molto tardi assume il significato di “voce qualsiasi esprimente un concetto” , sostituendosi al termine “verbum”.

Salvatore Quasimodo, un amante del mondo classico, ha pensato questo titolo , forse indispensabile per ricercare il senso occultato di versi che preannunciano una similitudine, che stabiliscono l’ accostamento Poesia=Parola=Donna. Proprio la fanciulla , qui descritta, pare la trasfigurazione della poesia (o viceversa) . La poesia come la seducente giovinetta è attraente, richiede amore, passione e dedizione, e alla fine può rivelarsi evanescente, leggerissima, privata della capacità di cogliere la realtà oggettiva fuori di noi così come la fanciulla resta “smarrita in sé” o svanisce.

Il poeta gioca certamente anche sulla pluralità di significati del vocabolo “parola”; nella vasta gamma che va da “ voce” a “insegnamento” , forse anche nel senso di “parabola evangelica”. Qualcosa da comprendere e trasmettere. Quasimodo si rivolge direttamente ad una giovane donna, forse la “fanciulletta” bella e pudica, amata nell’ infanzia , morta precocemente, a lei che conosce le sue fatiche letterarie e che sorride/ride dei suoi sforzi , dei suoi tentativi di “scarnificare”, di togliere il superfluo alla parola e di costruire attorno a sé un mondo ideale, piegato ,”curvato”, da lui stesso alle sue proprie esigenze; un mondo virtuale ; in definitiva un meraviglioso inganno che la luce (ossia la realtà/ la verità cfr. Apocalisse, Giov.3,19 ) fa sprofondare, distrugge.

Questa fanciulla sorride al nostro autore/ anzi ride di lui, delle sue fatiche; crede e non crede al suo estro poetico, alla sua fame di emozioni e di rappresentazioni, alla sua vis poetica. Ma sa bene che la poesia lo attira irresistibilmente così come del resto fa lei, che lo affascina con la sua bellezza carnale, i suoi seni turgidi, le sue movenze timorose e sensuali , l’armonia delle sue forme. [Il linguaggio si fa assai allusivo e simbolico]. Ma alla fine anche lei, alla prova dei fatti (quando ti prendo) si rivela una costruzione sui generis, una parola, un mero insieme di consonanti e vocali, di pensieri e di suoni (flatus vocis) e ciò genera e rende ancora più amara la tristezza, perché il poeta non riesce a trovare la concretezza, a conoscere la realtà e a darle un senso.

Il poeta siciliano non istituisce alcuna effettiva relazione col mondo esterno, come avviene in altre raccolte. L’ambiente è indeterminato, collocato in un tempo indefinito, solo apparentemente reale (i colli, la siepe, gli olmi, l’acqua), in realtà impalpabile, fatto di suoni e di colori che affondano nella luce. Oltre alla donna e al poeta, l’unico essere vivente è una pianta, l’olmo; forse una scelta casuale, forse un richiamo voluto al fatto che l’olmo nel linguaggio magico,esoterico, simbolizza le aspirazioni e l’intuizione interiore. Del resto nelle piante Quasimodo trasferisce le sue emozioni, ad esse attribuisce i suoi propri sentimenti; gli olmi che stormiscono rivelano la sua ansiosa ricerca di qualcosa al di là del mondo fenomenico e le acque trepide personificano la sua agitazione nervosa.

Poniamo attenzione ai verbi che usa il poeta .

Nella prima strofa adopera Mi scarno ( scarnifico, riduco all’osso, tolgo tutto ciò che è esteriore, superfluo abbellimento, orpello) , Curvo (piego alla mia volontà, ai miei desideri anche la natura naturans trepidante, partecipe, che mi circonda), Inganno ( mi prendo gioco della giovinezza, dell’inesperienza tramite le tinte -nuvole e colori- del dolore e della gioia che la ragione-la luce- si incarica di far sprofondare, di distruggere, di ridurre a routine, a banalità ). Essi spiegano il suo lavorio intellettuale, più o meno velleitario alla luce dell’atteggiamento ironico della ragazza. Nella seconda strofa seguono verbi finemente descrittivi del corpo femminile e della sua postura ( s’incava, s’allarga, ridiscende) simili a quelli che uno storico dell’arte utilizzerebbe per tratteggiare minuziosamente il panneggio e l’ atteggiamento di una statua greca.

Con quel Ti so premesso al primo verso della seconda strofa il poeta mostra di (credere di ) conoscere a fondo e di saper apprezzare la sua interlocutrice, ma con ti prendo si passa fin troppo bruscamente dall’immagine che si pensava reale alla realtà “effettuale” e il sogno svanisce senza tante spiegazioni. La bella donna si riduce a parola; flatus vocis?!

Allora che cosa potrà volerci comunicare con questa “parola”/ “parabola”? Forse Quasimodo ci invita a capire che1) l’uomo è condannato a vivere, senza riuscire a sfuggire alla disintegrazione dei suoi sogni che 2) la solitudine e la tristezza sono le sue vere compagne nella vita. Una conclusione che marca indubbiamente un fortissimo contrasto con l’immagine preziosa, accattivante e felice, gioiosa ed eccitante della fanciulla che avrebbe meritato un epilogo meno pessimistico.

Prof  Francesco  Gherardini

Commento alla poesia “Parola” della prof.ssa Nara Pistolesi
Una parola-chiave apre e chiude il testo: “parola”, presente nel titolo e nell’ultimo verso e, chiaramente, fonte dell’ispirazione del poeta. La ‘parola’ è la poesia stessa e attraverso il testo sembra delinearsi il processo della creazione poetica dolcemente fuso con un’esperienza di vita profonda che può essere l’esperienza d’amore, ma rimane indeterminata. Questo percorso è scandito da tre fasi coincidenti con le strofe che vanno diminuendo gradualmente la loro lunghezza fino ad arrivare al distico finale, culmine del processo.

Di fronte ad un ‘tu’ che ride, emerge lo sforzo della creazione poetica (“per sillabe mi scarno”), la ricerca di parole e ritmi che sappiano esprimere l’io attraverso colori, suoni della natura. Tra l’io e il ‘tu’ sembra esserci lontananza, velata forse da una certa ironia (“Tu ridi”). Il “Ti so” che apre la seconda strofa indica la conoscenza profonda; il ‘sapere’ latino ha ritrovato qui il suo significato pieno: sento il tuo sapore, il tuo odore, gusto la tua bellezza e la tua armonia. Le immagini percorrono il corpo femminile cogliendo in particolar modo “l’armonia di forme”: alla ‘conoscenza’ della donna si può accostare la conoscenza, la percezione del ‘gusto’ della parola pura , secondo la poesia ermetica, la parola che sia essa stessa armonia e in quanto tale possa esprimere l’armonia della natura. “Ma se ti prendo”: ecco il momento del possesso in cui l’esperienza di vita e la parola sembrano unirsi profondamente, ma questa unione genera “tristezza”. E’ difficile intuire il perché di questo stato d’animo: forse la percezione dell’immensità dell’esperienza del possesso, forse la paura di perdere ciò che si è raggiunto con tanto sforzo, forse l’immagine posseduta appartiene al passato ed il suo possesso avvenuto attraverso la memoria genera tristezza malinconica, rimpianto.
Quest’ultima parola, posta in clausola e a chiusura della poesia, – per questo sicuramente importante per il poeta – ci può dare una chiave di lettura forse più precisa. L’immagine femminile si affaccia alla memoria, inizialmente distante. L’io poetico si sforza di raggiungerla attraverso la “parola”. Il graduale recupero del ‘sapore’ della donna apre la strada alla possibilità di cogliere la parola che sappia esprimere la sua bellezza e la sua armonia. Il possesso pieno del ricordo e quindi dell’immagine si trasforma in poesia e nel momento della pienezza del possesso la tristezza legata al rimpianto domina la pagina.
“La parola, come l’ultimo stadio d’una lunga e indefinita operazione d’avvicinamento … presa in una miracolosa trasparenza di tutte le variazioni, infine come sede generale del sentimento. La parola ancora come un’eco da suscitare, da saper suscitare”: così Carlo Bo interpreta in modo profondo il significato della ‘parola’ nella poesia di Quasimodo, nel saggio “Condizione di Quasimodo” (in Letteratura come vita , Milano 1994). Egli stesso definì la sua idea di letteratura nel 1938 con l’espressione “Letteratura come vita”: letteratura e vita sono “tutt’e due, e in egual misura, strumenti di ricerca e quindi di verità: mezzi per raggiungere l’assoluta necessità di sapere qualcosa di noi…”; tale concezione è stata considerata fondamentale per chiarire l’humus alla base della poesia cosiddetta ‘ermetica’ e si comprende così la capacità di questo critico di cogliere l’essenza della poesia di Quasimodo, in esame, scritta pressoché negli stessi anni. Ma la riflessione sull’importanza del rapporto profondo fra letteratura e vita, fra la parola e la vita va oltre l’esperienza poetica ‘ermetica’: mi vengono in mente due bellissime poesie rispettivamente all’inizio e alla fine del secolo scorso, che esprimono in modo esplicito l’esigenza profonda del legame inscindibile tra la parola e la vita interiore del poeta stesso, quel legame che nella poesia di Quasimodo emerge attraverso l’espressione del processo stesso della creazione poetica.

Commiato (da L’Allegria)

Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso

G. Ungaretti (Locvizza il 2 ottobre 1916)

 

M. Luzi, Vola alta, parola (da Per il battesimo dei nostri frammenti, 1985)

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…

La cosa e la sua anima? o la mia e la sua sofferenza?

(Prof.ssa Nara Pistolesi)

COMMENTO ALLA POESIA DI QUASIMODO “PAROLA” (anonimo)

Il poeta con i versi riesce a trasformare gli “oggetti” della Natura secondo i suoi desideri, trasferendoli in una dimensione magica, ma da lui fruibile e quindi per lui reale. Sembra spiegare in che senso si dice che la poesia trasforma il mondo naturale e umano, anche se in modo diverso e, a mio avviso, forse più potente della scienza, per la sua valenza soggettiva che può agire con piena libertà nel complesso (“curvo cieli e colli”, “giovinezza inganno” ecc.). E non è neppure vero che questi mondi di sogno non scambino energia col mondo reale!
Sembra che questo processo poetico del trasformare si avvicini, a diversi livelli, al balbettare di sillabe nei riti di maghi antichi, al bisbigliare in lingue sconosciute dei mistici medioevali invasi di Spirito durante il miracolo, alle antiche “conte” dei bimbi per disturbare il caso, alle speranze degli alchimisti, o, in definitiva a qualche processo noumenico che “non si può dire”, pescato nel vasto e tumultuoso oceano dell’irrazionale che sbatte l’isoletta razionale del grande logico Ludwig Witghenstein ( Tractatus Logico-Philosophicus).
“Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” recita l’ultima proposizione del Tractatus, la numero 7000. Ecco la mia parafrasi libera, difforme e volutamente provocatoria.

Tu ridi, ma io con la mia retorica iperbolica, i miei costrutti sintattici e impossibili neologismi (“per sillabe mi scarno”), piego cieli e colli come voglio, trasformo in azzurro siepi a me intorno, e i rumori della natura in dolci armonie. Tu ridi, ma io posso ingannare anche giovinezza con nuvole e colori dove la luce si perde e intimamente si confonde fornendo energia ai corpi umani. Ed è per questo e perché “ti so” (conosco i tuoi punti deboli), posso trasformare anche te, perplessa e timorosa, col potere della bellezza che plasma, in una splendida, dolce, armonica e voluttuosa Venere greca, da un’oscura sirena (forse una specie di “cozza” dai seni pendenti, dai lombi prominenti, dal pube spelacchiato…?) in una stupenda femmina umana che mantiene ancora dieci conchiglie ai piedi belli (forse residui madreperla di squame della coda?). Ma se ritorno, dallo scarnarmi per sillabe, alla parola, ti guardo al lume della ragione, “ti prendo” insomma, e mi ridiventi un triste racconto come eri. Che senso avrebbe “trasformare” la ragazza se non ne aveva bisogno? Il ‘denso’ cappello al commento a questa poesia del prof. Gherardini chiarisce come la nozione del vocabolo ‘PAROLA’ sia polisemica, possa cioè acquisire significati diversi, anche profondi, nei diversi autori, conducendo a possibili diverse interpretazioni.

(anonimo, nei posts di questo Blog, corrisponde a Piero Pistoia)