UN ESEMPIO DI TRASFORMAZIONE DEL PAESAGGIO: CASCINA (PI) dell’accademico dott. prof. Paolo Ghelardoni

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PREMESSA

DA QUESTA RICERCA ESEMPLARE DI GEOGRAFIA ECONOMICA APPLICATA potremmo ENUCLEARE UN PACCHETTO DI PROTOCOLLI OD UNA SCALETTA DI PROCESSI ‘INSEGNATIVI’ COME GUIDA ALL’ANALISI PAESAGGISTICA DI ALTRI PAESI DELLA TOSCANA E NON SOLO.

Anonimo

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LE TRASFORMAZIONI RECENTI DEL PAESAGGIO A CASCINA (Pisa,Italy)

Dell’Accademico dott. Prof Paolo Ghelardoni, titolare della cattedra di Geografia Economica (Università di Pisa)

Uno dei problemi sempre più avvertiti dalla pubblica opinione è la trasformazione del paesaggio nel proprio territorio e di conseguenza i tentativi per proteggerlo. La necessità di salvaguardare il paesaggio era già stata considerata fondamentale dai nostri padri costituenti in quanto l’articolo 9 della Costituzione Italiana recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della nazione”. Ed anche il nuovo Titolo Quinto della Costituzione assegna allo stato la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali (tit..117). Anche per la Convenzione Europea del Paesaggio, questo deve essere integrato nelle politiche di pianificazione del territorio; vi deve partecipare il pubblico, tanto che vi è chi parla di paesaggio democratico, cioè di paesaggio che appartiene a tutti (costruito con l’apporto di tutta la popolazione). Per questo è necessario accrescere la sensibilità della società civile al valore del paesaggio; si devono promuovere ricerche sistematiche volte a conoscere il proprio territorio tenendo conto dei valori attribuiti dalle popolazioni interessate.

Per parlare del paesaggio è necessario fornirne una definizione, anche se non è facile darne una che sia veramente completa e accettabile da tutti. Ad esempio per i turisti innamorati della Toscana, il paesaggio toscano viene definito bello, armonioso, meraviglioso, dai bei colori mutevoli con le stagioni; questo perché è basato su un ideale di vita felice, di un idillio agreste e mitico ispirato al Rinascimento di cui la nostra regione conserva tante memorie architettoniche. Se dobbiamo darne una definizione generalmente accettata, il paesaggio toscano è quello “dove l’opera dell’uomo si è impressa in una solida architettura rurale di linee sobrie ed eleganti, in una secolare sistemazione dei campi che filari di viti e olivi dividono in una trama ordinata, opera della mezzadria alla quale sono legati gli ordinamenti colturali, le dimore ed altri aspetti paesistici; la viabilità, data da una rete di piccole strade, con filari di cipressi nei viali di accesso alle case e alle ville, completa il quadro caratteristico”. Questo è il concetto generale del paesaggio toscano che si manifesta nelle forme più tipiche nelle zone collinari della regione.

Siamo quindi in un paesaggio umanizzato, in cui l’uomo ha trasformato gli aspetti naturali in un territorio derivato con campi, strade, corsi di fiume deviati, boschi mutati nelle loro essenze. Dove si è avuto un fitto popolamento il quadro originario è quasi completamente scomparso. Il paesaggio umanizzato diventa un documento di cultura di quella popolazione che lo ha elaborato nel tempo. Occorre d’altra parte precisare che il paesaggio naturale, quello rimasto intatto e prezioso da ricercare e da conservare è oggi praticamente inesistente; si può trovare in limitate aree dell’Appennino (es. alcune zone delle Foreste Casentinesi) o in alcuni Parchi Alpini.

Nel complesso generale di quello toscano, quello del comune di Cascina rappresenta un tipo particolare di paesaggio della pianura.

Come impianto generale, almeno dal punto di vista fisico, in quest’area occorre risalire alla Centuriazione Romana. Come è noto, i Romani quando avevano conquistato un territorio, per accentuarne il possesso e l’autorità, vi insediavano i militari che lo avevano conquistato; e l’insediamento avveniva con un perfetto sistema agrimensorio basato sulla suddivisione del terreno in centurie, corrispondenti a quadrati di 710 metri di lato (mezzo miglio romano), affidate ad un singolo soldato; ai lati della centuria si aprivano le terre comuni, cioè strade, scoli, fossi; nella piana di Pisa questa suddivisione si è verificata nel I-II secolo a.C. Ed è ancor oggi ben rintracciabile nella topografia dell’area, anche se ben poche sono le “immaginette” (o marginette) le figure votive collocate nei secoli passati agli incroci tra i cardines e i decumani, quali invocazioni per la protezione dei lavori agricoli; talvolta queste testimonianze sono state tolte perché intralciavano la “libera” edificazione o si trovano ubicate nelle mura di una abitazione. La prosecuzione della centuriazione sulla riva destra dell’Arno e la sua scomparsa in alcune aree presso il fiume stesso ci testimoniano le variazioni del suo corso.

Nel corso dei secoli l’insediamento umano, il sistema della proprietà, dell’amministrazione, l’economia agricola si sono profondamente modificati per guerre, trasformazioni politiche, ordinamenti economici diversi. Tuttavia di quel periodo si sono mantenute le fondamentali strutture del territorio per quanto riguarda alcuni nuclei d’insediamento, la rete stradale minore, l’orientamento dei fossi, la regolazione dei corsi d’acqua (ne sono esempi il Fosso Ceria, il Fosso della Mariana, il Fosso del Nugolaio, il Fosso di San Lorenzo a Pagnatico, tutti orientati nel senso meridiano della centuriazione, diretti verso le aree a quote più basse della piana di Pisa).

Con il Granducato di Toscana si consolida l’asse viario Pisa-Firenze (la Tosco-Romagnola) che si discosta dalla centuriazione per un tracciato più breve tra questi due centri importanti. Lungo questa strada si collocano gli insediamenti più recenti, con gli edifici più importanti e le residenze dei proprietari terrieri.

Infatti una volta realizzatosi il Granducato di Toscana, molti ricchi commercianti e borghesi prevalentemente fiorentini investirono i loro guadagni nello sfruttamento delle terre toscane, dapprima intorno a Firenze poi gradualmente in tutta la Toscana. Nel comune di Cascina varie ville-fattoria e palazzi segnarono l’insediamento di queste famiglie gentilizie che possedevano grandi aziende agricole; ma vi era anche un gran numero di piccole e piccolissime proprietà; nelle grandi dominava il metodo della mezzadria per la valorizzazione agricola del territorio . Come è noto con questo sistema il proprietario del fondo agricolo finanziava la costruzione della casa rurale, le sementi, le attrezzature, il bestiame, mentre la famiglia del mezzadro forniva il lavoro; al raccolto si aveva la divisione a metà. Questo sistema aziendale ha improntato il paesaggio toscano tipico caratterizzato dalla casa rurale sul fondo, dalla coltivazione di vite e olivo tipica delle zone collinari, dallo sfruttamento intensivo di tutta la terra disponibile con colture alternate in grado di fornire sostentamento alla famiglia e con il lavoro esteso ai 365 giorni dell’anno ; non molto diversa è stata l’organizzazione del lavoro nella piana di Pisa e quindi nel comune di Cascina, almeno nella sua parte più fertile, quella centro-nord.

Nel Cascinese la mezzadria, insieme ad una consistente parte di piccoli proprietari terrieri, era fortemente sviluppata a partire dal Sette-Ottocento. L’insediamento era basato sulla casa rurale, un edificio generalmente in muratura a due piani collegati da una scala esterna, con a piano terra la stalla, il magazzino, la carraia, il forno, la tinaia, mentre al primo piano si trovavano la cucina e le camere (diverse per alloggiare una o più famiglie di solito numerose). Il terreno, in prevalenza suddiviso in stretti rettangoli separati da fossi, annoverava la coltivazione di cereali (con filari di viti ai margini), di ortaggi, di frutteti e di vari prodotti che fornissero alimentazione per tutto l’anno.

Nel territorio cascinese con la costruzione della ferrovia Leopolda alla metà dell’Ottocento si accentuò una sorta di separazione tra la parte meridionale, caratterizzata da estesi campi coltivati a cereali e radi insediamenti e quella a nord della ferrovia con terreni più parcellizzati ad agricoltura intensiva con elevata densità abitativa; le buone produzioni di grano venivano in parte esportate attraverso il porto di Livorno.

Progressivamente la mezzadria, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, non risultava più corrispondente allo spirito dei tempi; il lavoro stava diventando sempre più importante, per cui la suddivisione dei raccolti era pian piano passata al 60% per i mezzadri e 40% ai proprietari; il lavoro nell’industria e nel terziario, con un reddito sicuro e con ferie pagate, rispetto a quello nell’agricoltura, attirava principalmente i giovani, anche perché considerato socialmente più dignitoso di quello dei campi. Tutto questo ha prodotto una fuga dalle campagne soprattutto negli anni Sessanta e Settanta anche per la stessa abolizione del contratto di mezzadria (1964). Quindi anche nel cascinese l’abbandono delle campagne è stato molto consistente in quegli anni.

Il comune di Cascina ha visto progressivamente diminuire gli addetti all’agricoltura (fino al 1961 era un comune prevalentemente agricolo) per diventare un comune ormai centrato sui servizi, oltre ad aver attraversato un periodo caratterizzato da un fiorente sviluppo del mobilificio. In effetti prima della seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi questo comune era celebrato soprattutto per questa attività con “mobili in stile” che caratterizzavano la sua produzione di buon livello.

Tuttavia, se molti cascinesi si trasformavano in lavoratori dell’industria e dei servizi e si trasferivano nelle città sedi del lavoro (Pisa, Livorno, Pontedera), la popolazione di Cascina aumentava per effetto del bilancio naturale, cioè i nati superavano consistentemente i morti; inoltre negli anni Cinquanta e Sessanta si è verificata anche una immigrazione di sostituzione dovuta soprattutto ad agricoltori provenienti dalle colline a sud della provincia, ma anche da altre regioni, come i marchigiani in un primo tempo e successivamente siciliani e sardi, per cui i residenti aumentavano ad un ritmo sostenuto, tanto che questi dai 29 mila del 1951 superano i 38 mila già nel 2001.

Questo incremento demografico è stato quasi regolare nell’intervallo considerato; in pratica si è avuto un incremento intercensuario in media di 2000 residenti; ma negli ultimi anni l’aumento dei residenti è stato più consistente tanto che al 2011 i residenti sono 44.553 quindi oltre 6.000 in più del precedente censimento e poi 45.320 al 31 dicembre 2014. Fino al 1975 il bilancio naturale era positivo, poi da quell’anno il tasso di mortalità è stato sempre superiore al tasso di natalità. L’incremento negli ultimi anni del numero dei residenti è dato essenzialmente dal prevalere degli immigrati sugli emigrati con valori consistenti del tasso di immigrazione negli ultimi dieci anni. E’ il comune di Pisa che fornisce circa il 40% dei nuovi residenti a Cascina, seguito da quello di San Giuliano con valori vicini al 10%.

In conseguenza Cascina risulta il comune più densamente abitato della provincia di Pisa.

La piramide delle età dei residenti mostra una massima consistenza nelle classi dai 35 ai 50 anni e una forte strozzatura delle classi giovanili inferiori ai 25 anni negli anni Ottanta, con un chiaro riferimento alla diminuzione della natalità che rimane costantemente bassa con una debole ripresa negli anni recenti dovuta significativamente alle nascite dei cittadini stranieri.

Questi ultimi costituiscono oltre il 7% degli abitanti (rispecchiando la media nazionale) ed hanno fatto registrare un incremento consistente nelle residenze con una variazione significativa nelle componenti nell’ultimo decennio; se infatti nel 2002 erano i Senegalesi (380) a prevalere sugli Albanesi (238) seguiti dai Marocchini, al 31 dicembre 2014 sul totale degli stranieri (3.464) gli Albanesi sono quasi un terzo (990) seguiti dai Romeni (640), dai Senegalesi (391), dai Marocchini (382) e poi dagli Ucraini (119), con una prevalenza delle femmine tranne che per gli Albanesi.

Negli anni Sessanta e Settanta dal comune di Pisa provengono quasi un terzo dei nuovi immigrati, mentre Campania e Sicilia dominano fra le provenienze degli immigrati di altre regioni. Si stava verificando un ridimensionamento degli addetti all’agricoltura e si espandevano gli insediamenti produttivi del settore mobiliero e di altri comparti, in particolare quello della maglieria. Il comprensorio del mobile, che aveva in Cascina il suo centro principale con la produzione di mobili di tipo artistico-artigianale, riusciva a sfondare sul mercato interno e su quello internazionale per un suo “stile” ben conosciuto, ma dagli anni Ottanta la sua produzione prevalentemente artigianale basata su microaziende, priva di ricambio generazionale e di programmazione, non reggeva più alla concorrenza basata su moderne strutture di centri di vendita e di esposizione; in tal modo una fonte di lavoro su cui contava Cascina veniva a ridursi drasticamente obbligando alla ricerca di nuove forme di impiego.

Data da quegli anni la “questione mobile” a Cascina, a cui aveva cercato di favorire il rilancio l’Amministrazione Comunale con il “progetto legno” per dare continuità a questa produzione e sviluppando una commercializzazione dei prodotti attiva anche a livello internazionale; tuttavia i vari progetti sono naufragati nel generale atteggiamento individualistico degli artigiani cascinesi gelosi della propria autonomia, non comprendendo la necessità di superare le congiunture sfavorevoli mediante associazionismo e cooperativismo e facendosi sfuggire grosse opportunità di rilancio internazionale ( come avvenne con la richiesta di una grossa commessa di ambienti per le olimpiadi di Mosca del 1980 lasciata perdere per indecisione). Anche grazie a questa riduzione dell’attività tipica di Cascina si aveva quindi la trasformazione del territorio comunale in centro rivolto particolarmente alle attività terziarie con i relativi impieghi.

In sintesi sono queste le trasformazioni del sistema economico cascinese che si sono succedute nel dopoguerra: -rapido sviluppo industriale e arretramento dell’agricoltura (1950-60); -primi cenni del rallentamento delle produzioni mobiliere (1960-70); – fase di declino industriale (anni Ottanta); – rapido sviluppo del settore terziario con forte rilancio del commercio (1990-2000); mantenimento del settore commerciale con ristagno occupazionale (2000- 2014).

La forte riduzione dell’agricoltura incide sul paesaggio agricolo che si trasforma da una struttura costituita da stretti campi rettangolari ad una con larghe superfici irregolari, più adatte ad una agricoltura meccanizzata. La conduzione diretta con salariati e compartecipanti raggiunge il 95% con una forte riduzione delle aziende che nel comune dalle 1637 del 1970 si riducono a 560 nel 2000; nello stesso arco di tempo la superficie agricola scende da 5420 ha a 4250 (tesi Valbona). Negli ultimi decenni in sostanza si registra la prevalenza di microaziende, ma è in aumento la grande superficie aziendale (oltre i 50 ha), con forme colturali di tipo estensivo e prevalenza di part-time.

Anche il comune di Cascina ha quindi registrato il fenomeno dell’urbanizzazione, cioè l’aumento consistente della popolazione delle città e dei centri abitati più cospicui per l’attrazione da questi esercitata sulle aree vicine per la presenza di maggiori servizi di ogni tipo, più facilità di impiego, più attrattive per il tempo libero, più vita moderna.

L’incremento dei residenti non ha interessato solo il centro storico di Cascina e il suo intorno immediato, ma data la facilità di comunicazioni (treno, autobus, buona rete stradale) un consistente sviluppo edilizio si è registrato tra Pisa e Cascina, combinandosi l’espansione pisana con quella del nostro centro; si è quindi poco per volta occupato ogni spazio edificabile da ambedue i lati della Tosco-Romagnola, poi lungo il reticolato ancora evidente della centuriazione, colmando in gran parte lo spazio compreso tra la golena dell’Arno e la ferrovia per Firenze, in molti casi superandola verso sud, in particolare dove già si trovavano nuclei abitati storici, come Titignano, Visignano, San Prospero, San Lorenzo a Pagnatico, Marciana e Latignano. Questo continuum abitativo è stato definito da alcuni come la “conurbazione Pisa-Pontedera”, in quanto anche oltre Cascina e fino a Pontedera non c’è quasi soluzione di continuità nello sviluppo edilizio. Dal 1951 al 2011 la superficie comunale urbanizzata aumenta del 77%, particolarmente nei poli di Navacchio e di San Frediano (tesi Valbona.).

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Poco per volta le trasformazioni edilizie portano al ridimensionamento di quella che rappresentava la struttura urbanistica delle frazioni componenti il comune di Cascina, la “corte”, che ha origini assai lontane nel tempo, come dimostrano i toponimi ricorrenti in questa zona,ad es. San Lorenzo alle Corti, Case Corti, Via di Corte, ecc. Questa struttura, tipica delle zone rurali, si caratterizza per l’orientamento a sud dei vani e per la presenza di spazi interni alla corte, un tempo adibiti ad uso agricolo. Ed essa segna le caratteristiche di quasi tutti gli edifici più antichi, tanto che anche i numerosi palazzi padronali, presenti nella zona, mantengono generalmente lo schema a corte, con un ingresso principale sulla pertinenza ed uno di servizio. Tuttavia diventando esclusivo luogo di residenza, la fisionomia originaria si è perduta; spesso il frazionamento della “corte” ha trasformato il complesso in case “a schiera”, eliminando uno degli elementi caratteristici di tale struttura, lo spazio comunitario di pertinenza; quando non si sono stravolte del tutto le caratteristiche tipiche della struttura ricavando terrazzi di aspetto stridente o trasformando la carraia in salone con infissi improbabili.

Buona parte della domanda insediativa si rivolge verso nuove abitazioni, ma c’è anche una netta tendenza al riuso del patrimonio storico esistente e alla ristrutturazione di edifici del dopoguerra, anche per le restrizioni imposte all’eccessiva edificazione.

Il più recente Piano Strutturale, per salvare almeno ciò che resta del paesaggio agricolo, ha stabilito la permanenza di fasce verdi longitudinali intermedie all’insediamento definendole “invarianti”, quindi territorio non edificabile, una sorta di intervallo, varchi agricoli, nel continuum edificato.

Questa crescita demografica e conseguentemente edilizia del comune di Cascina, che si accentua negli ultimi 20 anni, è motivata da un successivo fenomeno demografico: la controurbanizzazione. Dopo la forte corsa alla città degli anni Sessanta e Settanta, a partire dagli anni Ottanta si verifica un movimento inverso; la popolazione cittadina si allontana dai grandi centri abitati perché cominciano a svilupparsi fenomeni negativi che inducono alla fuga dalla città. Il consistente sviluppo edilizio dei decenni precedenti ha provocato una eccessiva cementificazione; il forte incremento della motorizzazione ha provocato un traffico notevole portatore di inquinamento, rumore, vita convulsa, difficoltà di relazioni; anche lo sviluppo della microcriminalità ha generato insicurezza. La ricerca di una vita ambientale migliore induce a rivolgersi alla campagna per soddisfare un bisogno di verde, di vita tranquilla, di abitazioni più ampie preferibilmente con giardino, di assenza di rumori e di inquinamento; quella che viene definita “una vita a misura d’uomo” . E’ quindi per queste motivazioni che la città di Pisa inizia a perdere abitanti; dopo aver toccato il massimo nel 1981 con oltre 104 mila residenti, in trenta anni scende a poco più di 86 mila. Questa diaspora si spande sui comuni limitrofi, Vecchiano, San Giuliano, Calci in piccola parte, ma in maggior consistenza su Cascina.

Dal dopoguerra agli inizi del XXI secolo la struttura della popolazione attiva cascinese ha subito cambiamenti profondi. Se nel complesso lievissimo è stato l’aumento percentuale degli attivi, si è registrato un crollo del settore primario passati dal 34,6 % nel 1951 al 2,1 % del 2001, con il settore secondario passato dal 41,9% al 31% nello stesso intervallo di tempo, mentre gli attivi del terziario sono passati dal 18,9 % al 59,5%; confermando il rapido sviluppo del commercio tra gli anni Novanta e l’inizio del secolo successivo.

L’incremento delle abitazioni si sviluppa come un’onda che procede dal confine del comune di Pisa per portarsi progressivamente verso il centro di Cascina e oltre, scavalcando ben presto la ferrovia a sud in quello che era il dominio quasi assoluto dei campi.

Questo sviluppo tumultuoso dell’edilizia nel nostro comune ha trasformato decisamente il paesaggio. Nei primi anni della crescita demografica dei comuni della piana di Pisa si assiste ad una speculazione selvaggia; fino al 1973 si può costruire derogando dalle regole, per cui si costruisce quasi ovunque con piani regolatori sommari o inesistenti, non tenendo alcun conto del paesaggio esistente. L’aspetto edilizio tipico costituito da abitazioni con due piani fuori terra vede svilupparsi frequenti case a 3 o 4 piani, ma talvolta anche a 6 piani fino a 9 (quasi dei minigrattacieli); si sono costruite nuove strade con carreggiata più ampia di quelle precedenti; si è registrato l’insediamento di nuove industrie pur concentrate in ampie zone artigianali e industriali (tra Cascina e l’Arnaccio e nella zona del Nugolaio dalla ferrovia alla superstrada) e ampie zone commerciali; la centuriazione in molte zone è stata cancellata (rimangono solo alcune delle marginette più grandi), molti fossi sono stati colmati; gran parte delle case tipiche della mezzadria sono state trasformate in villette adattando alcuni vani alle esigenze moderne (spesso la carraia modificata in ampio salone vetrato), talvolta con alti muri di cinta, mentre nelle aree più isolate le case rurali sono state abbandonate alla rovina.

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Fortunatamente si sono salvate dal degrado molte ville storiche abbastanza frequenti nel nostro territorio, generalmente ristrutturate ma conservandone l’aspetto originario. Sono infatti molte le ville o fattorie costruite generalmente nell’Ottocento dai proprietari terrieri più benestanti che i discendenti hanno provveduto a mantenere senza eccessivi ammodernamenti.

Il paesaggio agrario risulta notevolmente trasformato e notevolmente ridotto rispetto alla situazione dell’immediato dopoguerra; la trama dei campi rettangolari stretti e allungati ,separati da piccoli fossi con filari di viti o di alberi da frutto sul confine, è ora caratterizzata , come si è detto, da ampie estensioni, prive di fossi e di piante legnose, più adatte ai mezzi meccanici con più uniformità di colture; queste talvolta hanno visto l’introduzione di nuove specie estranee alla tradizione contadina locale, promosse dalla Politica Agricola Comunitaria e facilitate da incentivi (come la coltura del girasole). La caratteristica varietà di colture tipica dei tempi della mezzadria, è ora sostituita da poche varietà più valide commercialmente, data anche la nuova struttura proprietaria dei campi.

Alcune aree del territorio cascinese, meno adatte alle coltivazioni, nei decenni passati con il boom edilizio sono state utilizzate come cave per la fornitura di argilla per alcune fornaci di laterizi o per estrarne sabbia; ridottasi la richiesta per il rallentamento delle nuove costruzioni, molte di queste cave (tranne i pochi esempi di laghetti per la pesca) sono state trasformate in discariche abusive e solo parzialmente ripristinate a norma di legge, comunque aree generalmente perdute come suolo coltivabile.

La trasformazione più consistente è quella che ha interessato il territorio compreso tra Visignano e il casello della superstrada di Navacchio, un’ampia fascia rettangolare limitata ad est dalla strada del Nugolaio mentre ad ovest tende ad allargarsi nella zona in vicinanza della superstrada. Qui si sono insediate da tempo attività artigianali nella parte settentrionale a partire dalla ferrovia, ma negli ultimi quindici anni si sono estese, con ampie superfici, le attività commerciali. Per primi si sono trasferiti in quest’area due grandi magazzini, sorti inizialmente a Titignano lungo la Tosco-Romagnola nella forma un tempo caratteristica di “stalle” (Cipolli e Desio & Robè), ampliatisi lungo la Via del Nugolaio (Mercatone Uno l’ex Cipolli e il nuovo Desio & Robè); successivamente la zona ha registrato notevoli afflussi di clientela con la costruzione dell’ipermercato Ipercoop, nel cui edificio si sono ubicati anche Obi e Unieuro; negli ultimi anni come altre strutture commerciali si sono poi avuti gli insediamenti di “Mondo Convenienza “, di “Decathlon” , di “Maisons du monde”, di “Piazza Italia”, di “Iper Moda Factory”, di “Arcaplanet”, di centri di fitness, di carrozzerie e alcuni magazzini all’ingrosso.

Questa concentrazione di attività commerciali e di servizio in quest’area trova motivazione sia nella facile raggiungibilità per strade e per superstrada con possibilità di ampi parcheggi, sia nella sua localizzazione nella zona centrale di un territorio che ha, a trenta/quaranta minuti di percorso auto, i centri di Viareggio, Lucca, Pontedera, Collesalvetti e Livorno con il loro ampio intorno; in sostanza l’area commerciale del Nugolaio può essere raggiunta da un bacino di utenza potenziale che si avvicina ai 500 mila clienti. In alcuni periodi dell’anno, particolarmente dedicati allo shopping, l’afflusso di auto congestiona tutta l’area e rende evidente la forte attrattiva commerciale di tutto il complesso.

Cascina, in effetti, è diventata insieme a Pisa (la zona commerciale del Nugolaio dista 6/7 chilometri dalla città) la zona baricentrica dei servizi dell’Area Vasta della costa toscana.

La crescita della superficie urbanizzata pur nella frammentazione degli insediamenti ha dato luogo alla formazione di una gerarchia territoriale, di cui possiamo distinguere due livelli. Un primo è dato dai centri principali lungo la Tosco romagnola già consolidati negli anni Cinquanta come Navacchio-Casciavola, San Frediano e Cascina, cresciuti e densificati anche per mezzo delle intersezioni stradali. La gamma di servizi urbani qui presenti è molto ricca e vede continuamente svilupparsi nuove forme attrattive quali servizi di ristorazione (bar, ristoranti e pizzerie), negozi di abbigliamento, agenzie immobiliari, sportelli bancari, scuole, servizi alla persona, palestre e fitness.

Un secondo livello è dato da una quindicina di centri minori sviluppatisi nelle intersezioni stradali più lontane dalla Tosco-romagnola, dotate di un minor numero di servizi, con la diffusa struttura delle villette a schiera; per molti di questi centri l’espansione è dovuta all’ampliamento di un piccolo nucleo storico originario.

Si è generata così una città reticolare articolata sul tracciato della centuriazione col massimo degli insediamenti tra l’Arno e la ferrovia per Firenze.

Potremmo considerare questo processo di espansione col termine di sprawl considerato come fenomeno di crescita urbana non pianificato (guidato dal mercato o abusivo) in cui la città, in questo caso di non grandi dimensioni, si espande fisicamente nel proprio intorno, che ha carattere agricolo, attraverso forme di insediamento a bassa densità, discontinue nello spazio, miste urbano /rurale.

Questa forte espansione edilizia ha determinato un consistente consumo di spazio agricolo con conseguenze importanti dal punto di vista ambientale. Generalmente oggi l’agricoltura viene considerata un’attività che oltre a produrre risorse alimentari ha anche la funzione di mantenere l’ambiente senza stravolgerlo; in sostanza l’agricoltore conosce le buone pratiche di conservazione dell’ambiente e quindi svolge oggi anche la funzione di “curatore dell’ambiente”.

Inoltre si diffonde sempre più il concetto di “impronta ecologica”, che viene definito come “la superficie agricola produttiva necessaria ad ogni essere umano per vivere, consumare e assorbire i rifiuti prodotti”. Ed anche se i calcoli per misurarla sono complessi e vengono spesso aggiornati con nuovi parametri, si calcolano in 4,2 ettari quelli necessari ad ogni persona per la propria impronta ecologica; ma in Italia già da tempo tale produttività è di soli 1,5 ettari pro capite, quindi il nostro paese è fortemente deficitario per questo aspetto e purtroppo il consumo di spazio agricolo per l’espansione edilizia e commerciale continua in maniera esponenziale. Alcune statistiche ci confermano che nel nostro paese si consumano in media 43 ettari di terreno al giorno con conseguente riduzione delle produzioni agricole. Stenta ancora a diffondersi il concetto che la terra è un “bene comune”, un bene primario a cui deve avere accesso chiunque.

La terra è un bene inestimabile necessario per lo sviluppo sostenibile; dobbiamo lasciare quindi ai nostri discendenti un territorio non troppo diverso da quello che ci hanno lasciato i nostri padri.

Bibliografia.

Gianni G.-Quercioli C., Il comune di Cascina. Pisa,Felici Editore,2001.

Valbona F.,Crescita e diffusione urbana nella piana di Cascina.Tesi in Urbanistica, Univ. di Empoli,2010.

Redi F.,Cascina I.Edilizia medievale e organizzazione del territorio. Pisa,Pacini,1984.

Pasquinucci M.-Garzella G.-Ceccarelli Lemut M.L.,Cascina II.Dall’antichità al Medioevo. Pisa, Pacini,1986.

Pazzagli R.,Cascina III. Economia e Socità dal ‘600 al ‘900. Pisa, Pacini,1985.

Cristiani Testi M.L.,Cascina IV. L’arte medievale a Cascina e nel suo territorio. Pisa, Pacini, 1987.

Mazzanti Re., Lineamenti di geomorfologia della pianura di Pisa. In Pisa e la sua Piana a cura di Cecchella A. e Pinna M., vol.I.Pisa, C.S.E.F.,1997.

Granchi S. (a cura di), Cascina: la città il territorio. Pontedera, Bandecchi e Vivaldi,1993.

Dott. Prof. Paolo Ghelardoni

(docente di ruolo all’Università di Pisa)

DEL DOTT. PROF. PAOLO  GHELARDONI  POSSIAMO LEGGERE SU QUESTO BLOG ANCHE:

“GEOLOGIA DEL PAESAGGIO, INSEDIAMENTO UMANO IN VAL di CECINA”

INSEGNAMENTO DELLA FISICA: una riflessione sulle possibilità educative e di insegnamento della fisica nelle intersezioni Scuola Media-Scuola Superiore, Biennio-Triennio; del dott. Piero Pistoia, docente di ruolo ordinario in fisica

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA, al termine del post

 

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Premessa- Riassunto

PARTE PRIMA

FINALITA’ EDUCATIVE INDIVIDUABILI NEL BIENNIO DELLA SCUOLA SUPERIORE

PARTE SECONDA

STATO DELLO SVILUPPO COGNITIVO AL BIENNIO SUPERIORE: “ZONE DI CONFINE” ED “AREA DI SVILUPPO” DELL’APPRENDIMENTO

Bibliografia

Leggi in pdf:

INS. FISICA_BIENNIO_INTERFACCE_parti 1-2

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PARTE TERZA

INSEGNAMENTO DELLA FISICA NEL QUADRO PIU’ VASTO DELLA PREPARAZIONE DI UN ITINERARIO CURRICOLARE:  RICERCA MOTIVATA, RAPPORTO STRUTTURA DISCIPLINARE  – PROBLEMI SOCIALI, INTERDISCIPLINARITA’

Bibliografia

Leggi in pdf:

insegnamento-della-fisica-31 (9)

insegnamento-della-fisica-31 (1)


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PARTE QUARTA

ALCUNI ASPETTI DELLA DIDATTICA SCIENTIFICA; NEI LORO RIFLESSI EPISTEMOLOGICI

Bibliografia

PARTE QUINTA

UNA PROPOSTA MODULARE PER INSEGNARE FISICA NELLA ZONA DI FRONTIERA (METODO DI APPRENDIMENTO)

Bibliografia

Leggi in pdf:

INS_FISICA_BIENNIO_INTERFACCE_parti 4-5 in pdf

 

LETTERA AL DOTT. ANGELO MARRUCCI SUL CAP. I° DEL LIBRO DI E. SEVERINO “GLI ABITATORI DEL TEMPO” del dott. Piero Pistoia

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA:

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Nel lontano 1994 l’amico dott. Angelo Marrucci, allora direttore della Biblioteca di Volterra,  mi propose di scrivere il mio personale pensiero sul cap. I° del saggio di E. Severino “Gli abitatori del tempo”, Armando, 1978. Il 3-6-1994 gli consegnai il seguente scritto ‘a braccio’, che mi aveva richiesto (la mia conoscenza ufficiale ‘timbrata e certificata’ del linguaggio filosofico rimandava alla preparazione del Liceo Classico, diluita nel tempo da più di 60 anni). Oggi il dott. Angelo permane solo nel ricordo. Comunque, per quel che vale, dovunque esso si trovi in questo strano Cosmo multidimensionale, possa egli riposare per sempre in pace. Ho ritrovato questo scritto solo oggi per caso, nel mettere ordine in  un enorme raccoglitore (30 cm circa di apertura), fra i tanti negli scaffali, stipato di fogli di appunti, fotocopie, commenti, riassunti di letture,  abbozzi di programmi e programmazioni, relazioni culturali, progetti di ricerche… un guazzabuglio a più dimensioni che copre una parte del mio percorso di vita. Non so perché questa lettera mi abbia colpito emotivamente, ma rileggendola, anche per gli interrogativi che poneva, ho deciso di condividerla (in specie con me stesso) sul blog.

NB lo scritto è ancora in via di revisione e precisazione, in particolare nella individuazione delle parti dell’originale trasferite in esso.

 

ENTE ESSERE SEVERINO

 

Sono trascorsi molti anni e questo scritto è rimasto privo di un dibattito a seguire, disperso e  sgualcito  in una miriade di scartoffie senza senso che fra poco finiranno, come tutto, in discarica! e… il contenuto dell’articolo rimarrà non completamente compreso (un percorso culturale interrotto).

LA GEOTERMIA E’ UN’ENERGIA PULITA? E GLI IMPIANTI A “CICLO BINARIO”? Alcuni aspetti del problema e suggerimenti; a cura del tecnico Giovanni Borghetti; post aperto.

IN BREVE: ALCUNI PUNTI FERMI SULLA GEOTERMIA del tecnico Giovanni Borghetti

La geotermia può essere definita un’energia pulita? La risposta non può essere nè sì e né no: dipende dal tipo di fluido geotermico e dipende dal tipo di impianto di sfruttamento. Che cos’è la geotermia? Con geotermia si intende lo sfruttamento del calore, contenuto nei fluidi prelevati dalle profondità della terra. Il calore prelevato dai fluidi geotermici può essere sfruttato tale e quale (vedi teleriscaldamento) oppure trasformato in energia meccanica e quindi, elettrica. Parlando nello specifico di produzione geo-termoelettrica, quali sono i fattori che concorrono a determinare se la geotermia può essere considerata pulita o no? Prima di tutto il tipo di fluido. I fluidi geotermici sono sempre costituiti da acqua e vapore in varie percentuali (titolo del vapore), da gas incondensabili (prevalentemente CO2) e da altri elementi (boro, zolfo, mercurio, arsenico…), in funzione delle rocce attraversate. Relativamente agli inquinanti contenuti nel fluido geotermico non si può fare molto: spesso la soluzione è non realizzare impianti in quelle aree dove i fluidi sono particolarmente inquinati. Oppure, realizzare impianti che abbattono tali inquinanti o che non li usano direttamente per il ciclo di centrale e, quindi, non li mettono in contatto con l’atmosfera. Relativamente agli impianti dove si abbattono le principali sostanze inquinanti, sono ormai diffusi nel mondo, gli impianti di abbattimento dell’Idrogeno Solforato (H2S) che, pur non avendo una riconosciuta pericolosità per la salute e l’ambiente, ha uno sgradevole odore di “uova marce”. ENEL ha dotato le sue centrali geo-termoelettriche di impianti di abbattimento polivalenti, denominati AMIS; tali impianti, concepiti e realizzati da ENEL, riescono ad abbattere, quasi completamente, Mercurio e H2S. Resta l’emissione della CO2, contenente piccolissime quantità di altri gas. Rispetto alla produzione di elettricità mediante combustibili fossili, c’è da dire che la quantità di CO2 prodotta dalla geotermia, a parità di energia prodotta, è molto piccola. Le centrali dotate di torri refrigeranti “ad umido” hanno anche un pennacchio che fuoriesce da tali torri refrigeranti. Anche se tale pennacchio è costituito prevalentemente da vapore acqueo, viene spesso immaginato come fonte di grande inquinamento e, quindi, crea allarme. E anche se è vero che tale pennacchio tende a salire e disperdersi nell’atmosfera, è pur vero che una pur piccola quantità di goccioline di fluido geotermico (drift) viene trascinata e può ricadere nei dintorni dell’impianto. L’adozione di torri refrigeranti del tipo “a secco” può eliminare totalmente il problema.

La soluzione che elimina alla radice qualunque tipo di inquinamento ambientale è basata su impianti a “ciclo binario” dove, dal fluido geotermico, viene soltanto prelevata una parte del calore contenuto e poi reiniettato, con tutti i suoi inquinanti, solidi e gassosi, nella falda profonda, da cui era stato prelevato. Il resto della centrale (circuito secondario) è completamente separato dal circuito geotermico (primario). Questo tipo di impianti permette di sfruttare, entro certi limiti, qualunque fluido geotermico (acqua, vapore, miscele acqua-vapore) e, a fronte di un rendimento termico più basso e costi di investimento maggiori, offre il vantaggio di essere a impatto zero sull’ambiente. Ovviamente, l’impatto dovuto alla presenza dell’impianto, delle strade e linee di trasporto del fluido, nonché delle linee elettriche, dell’impatto dovuto alle fasi di perforazione e montaggio dell’impianto e successive manutenzioni, sono elementi che possono essere minimizzati ma non eliminati.

Chi volesse approfondire la tematica, può trovare su Internet un’ampia trattazione; a titolo indicativo, si riportano i collegamenti a due siti Internet ma, facendo una ricerca, esistono molti altri siti dove trovare notizie sull’argomento.

http://www.unionegeotermica.it/

http://www.geothermalenergy.it/content/home

 

UNA RIFLESSIONE NDC (note del coordinatore: Piero Pistoia)

La reiniezione ad alte profondità della componente gassosa non condensabile, a parte l’energia non trascurabile necessaria per la compressione,  è così facile e scontata, se non vogliamo provocare alcun inquinamento in aria?

Per chiarirci le idee si accettano tutte le risposte e/o altre riflessioni! 
Da inviare (in odt, doc o pdf) all'e-mail:  ao123456789vz@libero.it ovvero pfbianchi@hotmail.com. 

SCORIE DI VITA del dott. Paolo Fidanzi; capitoli a seguitare

SCORIE DI VITA

Un romanzo senza capo nè coda, un centinaio di capitoli senza titolo, scollegati tra di loro e scritti male. (Parodia dell’autobiografia postuma di Mark Twain)

CAPITOLO

Decisi improvvisamente di partecipare al premio, la prima volta che pensavo seriamente di scrivere un romanzo, un piccolo romanzo, qualcosa che almeno assomigliasse a un romanzo, uno di quelli brevi che avevo letto. Non sono un grande lettore di romanzi, no, decisamente sono un lettore di poesia, la sento più forte, mi lega alle cose con maggiore intimità. Penso che sia così perché non riesco a leggere romanzi che non siano scritti con periodi brevi, che siano fulmine e tuono nello stesso tempo, che mi aiutino a sognare e a ricordare. Qualcuno ha detto che non esiste differenza tra sogni e i ricordi, quando appartengono alla stessa persona. E’ difficile distinguere le due realtà.

Dovevo trovare velocemente una storia da raccontare, dare corpo alle vicende, scegliere un incipit semplice ma efficace, fare una premessa, sviluppare una sequenza di immagini e di suoni, di passaggi che potessero contenere gli abbozzi di un esito felice, sicuramente felice, perché a me piacciono le storie che finiscono bene. Dovevo adottare uno stile personale con cui raccontare, magari prendendo a prestito qualcosa di già sperimentato e che subito aveva fatto presa su di me alla prima lettura. Ecco, cominciavo a sentire l’urgenza di procedere spedito senza un filo troppo logico ma secondo il fluire delle parole degli spazi dei contrappunti delle figure e dei colori, secondo il fluire di coscienza dell’Ulisse Joyssiano, delle sfilate improvvise di aggettivi e sostantivi, di avverbi e consonanti e vocali, e ancora tutto quello che sortiva dall’immaginazione. Pensai alla scrittura di Giuseppe Berto, alla sua cadenza incalzante, senza punteggiatura il ritmo tenuto solo dal sali e scendi delle parole in un discorso più o meno comprensibile anche se poco lineare. Pensai che la prima cosa da fare fosse quella di liberarsi dalla paura di essere giudicato. Pensai che avrei potuto usufruire dell’esperienza accumulata nei miei primi cinquantasei anni e che un pittore comincia a dirsi pittore dopo i sessanta anni. Forse anche uno scrittore, o forse no. Dovevo riempire molte pagine,almeno 15000 battute, che messe di seguito dessero il senso di un romanzo. Potevo scegliere davvero se affidarmi più al sentimento o alla ragione, se dare un taglio tecnico, saggistico o lasciar scorrere appunto liberamente gli oggetti e le cose su una specie di scala mobile pronta a calamitare le sensazioni più originali e nascoste al semplice apparire.

Decisi di lasciarmi andare e vennero fuori un paio di pagine tremendamente arruffate, sgrammaticate e incomprensibili, lontane persino al più sperimentale linguaggio poetico:

  • maremma impestata troia della Sitrì possibile che anche stasera non ci sia una notizia buona a questo telegiornale e che non parlino altro che di morti decapitati bruciati di mogli morte ammazzate di figlioli che si drogano che saltano i terrazzi perché vogliono ribellarsi e preferiscono morire e punire i loro genitori e la scuola perché tutti abbiano rimorsi… e sempre la guerra i bimbi che muoiono di fame, gli immigrati, i negri che potrebbero rimanere a casa sua, accidenti a chi non vuol essere razzista e invece lo è più degli altri.
  • e poi via non si può vedere quanto rubano i politici e anche la Corte dei Conti dice che la sanità è malata e non c’è più rimedio per il popolo italiano fatto di ex eroi e parecchi ladri. Una matassa intrugliata insomma, speriamo bene che qualcuno ci tiri fuori dal baratro ma ci credo poco, non ci si capisce più niente. Il senso comune il bene del paese, tutte cose ora vuote di senso, e noi qui a cercare appunto il senso della vita.

Non potevo continuare a scrivere un romanzo in questo modo. Decisamente mancava la storia e poi tutto questo mio arrovellarmi sullo stile era dovuto al fatto che non sapevo scrivere e volevo farlo per forza, chissà quale torto subito avessi voluto compensare. E poi tutto così in fretta con la furia come compagna e il dolore di testa, tutto in una notte come fossi uno scrittore russo, un Dostoewskji delle “memorie del sottosuolo” o di “povera gente”.

Due gatti della ciurma che abita con me Ringo e Stella si addormentarono ai lati del piccolo computer, ignare sentinelle di una prova d’autore improponibile ad un pubblico di lettori relativamente ragionevoli. La speranza era solo di essere capito nel manifestare un dissenso tardivo verso una società alla quale forse non avevo mai aderito completamente ma nella quale mi ero mimetizzato come essere conformista, furbescamente adattato. Il gatto e la gatta continuarono a dormire tutta la notte e al mattino erano comparse oltre cento pagine già scritte. Come se le avessi buttate giù durante il sonno descrivendo sconclusionatamente i più bizzarri e improbabili avvenimenti i più strani paesaggi e specifiche descrizioni d’interni :- i pennelli nel vasetto di vetro spuntavano come fiori il cannocchiale a cinquanta ingrandimenti si reggeva sul treppiedi di latta il vaso cinese in terracotta con i disegni blu era sul tavolo accanto a tanti vasetti di colore acrilico e una pietra di fiume colorata di verde e blu separava un pennello da un vaso bianco pieno di tinta acrilica bianca, un portafotografie con la cornice rossa conteneva la foto di Paolo e Francesca al mare che si baciavano e che dicevano il nostro amore è come musica, un pezzo di un vecchio carillon fatto come un telefono antico era appoggiato a un vaso di terracotta quadrato con tutti i pennelli dentro e qualche penna a sfera, una bottiglia di plastica di acqua minerale era mezza piena e una scatolina Pelikan con l’inchiostro blu per i timbri si vedeva appena apparire dietro la bottiglia. Tre Cd e il telecomando dello stereo facevano ombra alla testa rossa e buonissima della gatta Stella, alla parete davanti al divano c’erano due diplomi di laurea e di specializzazione con le cornici di ciliegio e subito sopra un gancio per un televisore piccolo quasi sospeso in aria e una piantana alta con un cerchio di cartone colorato e pieno di rose a coprire una lampadina sbilenca. Poi c’era una lunga fila di libri che non finiva più.

Questa volta Paolo aveva accettato di fare la mostra di pittura solo per creare consenso alle sue nuove opere. Era consapevole di proporre cose ostiche al grande pubblico, una specie di logo che avrebbe dovuto affermarsi nel tempo. Non erano gli ulivi blu e neppure le marine tirreniche fredde e violacee e neppure i cavalli arruffati lanciati in corse frenetiche. Erano le ombre bianche, qualcosa che si opponeva alle radici scure e forti dei suoi ulivi blu, era la mancanza e l’assenza da riempire a memoria. Qualcosa che teneva nello sfondo l’animo umano corroso e colorato, grattato e sporcato dal tempo e dalle responsabilità. Era il tentativo di mettere un po’ d’ordine attraverso i tratti neri che tracciavano formelle nel quadro. Era un’arte che andava spiegata e indirizzata verso una nuova metafisica. Quegli oggetti del quotidiano, tazzine, bicchieri, bottiglie, vasi e pentolame che Paolo avrebbe voluto stampare sulle stoffe per i modelli delle collezioni di moda di Francesco, camicie borse e scarpe comprese le cravatte, e non aveva ancora sentito il bisogno di dare soddisfazione a quell’arte grezza e vivace, inquieta con i suoi bianchi ma rilassante per i colori. L’arte che Paolo caparbiamente esponeva qua e là per l’Italia, senza successo, quasi inosservata. O giudicata fredda. Se Francesco fosse tornato in Italia, ma sempre più difficile sembrava che questo accadesse avrebbe sicuramente apprezzato il lavoro incessante e potente della fashion director della OVS, una signora splendida e intelligente che oltre a pensare di rivestire persone pienotte aveva anche scelto stoffe semplici e cascanti con colori simil coloniali macchiati di rossi sfocati e suggellati dai baige in ogni rifinitura. E tutto questo a prezzi davvero accessibili. Paolo pensò di informare Francesco e di metterlo in contatto con la OVS a Londra. Chissà se questa possibilità di coniugare l’estro la bellezza e la qualità con un prezzo accessibile alle persone normali, avrebbe interessato l’estroso ragazzo che forse aveva deciso di rimanere a vita a Londra.

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Oggi ho sentito di nuovo il peso dell’impossibilità gravarmi sulla volontà di agire.

Difficoltà varie, da poco superato positivamente il punto di rimbalzo dopo aver toccato il fondo, sento di aver perso terreno sul piano dell’organizzazione del mio lavoro, sento di essere ancora più solo a combattere per una rivoluzione culturale, piccola, ma necessaria per stimolare la crescita dell’informazione e per raggiungere risultati buoni in poco tempo, prima insomma che si vanifichino gli sforzi fatti prima, come se fosse possibile rimandare in aria e più lontana la palla senza che questa dopo una prima spinta tocchi di nuovo terra. Qualcosa nel continuum dell’impegno necessario a raggiungere l’organizzazione idonea per lo svolgimento di un’attività complessa come l’assistenza sanitaria territoriale, si era inceppata. Ma non per caso o per mancanza di un progetto definito, solo per abbandono voluto scientemente da parte di chi il progetto lo aveva accettato e condiviso apparentemente con convinzione ed entusiasmo. Sono stato abbandonato, o forse di proposito portato, nel mezzo di un guado necessario quanto profondo quel tanto da far sparire ogni prova di passaggio umano.

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Dopo almeno due anni di mancanza la neve torna di nascosto, silenziosa e lieve, di notte quando tutti dormono pensare che il giorno si diceva sì, vai ormai non nevica più davvero. E invece è nevicato. Stamani le colline le siepi e gli ulivi erano carichi e gonfi di coltre bianca, i rami piegati che non sembrava possibile quella cosa lieve e bianca pesasse in quel modo tanto da rompere e sfinire rami grossi, con il sole giganti e ora umiliati spossati e molti di loro schiantati e spezzati accasciati al suolo o sopra altri rami più robusti o sopra motorini lasciati all’aperto o sopra automobili incautamente fuori dai garagi, auto di campagna abituate al vento e alle intemperie, e quasi felici di restare al calduccio sotto la neve, pronte a esplodere di sole non appena le nuvole fossero scomparse e i raggi gialli riavessero riacquistato la forza di scaldare quel pezzetto di mondo. Da dopo che a casa e intorno girano i nostri gatti, rossi neri e bianchi e neri e grigi non si è visto più un pettirosso. Sono dispiaciuto e penso che anche quello che si affacciava sul balcone della siepe lungo lungo un ramo sporgente sia stato afferrato da un gatto e sia sparito. Non si vedono neppure le cinciallegre. Comincio a pensare che i gatti se sono troppi spadroneggiano nel loro territorio sia a bassa che a quota media e che rovistano dentro le siepi magari distruggendo i nidi nuovi. Restano solo quelli delle processionarie ma a dire il vero quelli proprio in cima ai rami, inarrivabili. Anche le serpi sono sparite e dell’unica vipera che ho scoperta, seppure ci sia la probabilità che l’abbia uccisa decapitandola o quasi con la pala d’acciaio, non si è visto traccia.

Forse per colpa o merito dei tanti gatti che abbiamo. Ad Andrea garba la neve, le scuole sono chiuse e tutti gli studenti felici si riversano a fare pallate o dormono di più, o fanno oggi centinaia di fotografie al paesaggio e si godono lo straniante clima nevoso. I piccoli polloni d’olivo che ho piantato nei vasi per farne dei bonsai sono rammolliti e solo due penso sopravviveranno, perché erano già attaccati” e avevano messo qualche fogliolina nuova e verde chiaro. Con Andrea s’è spalato la neve per due ore per uscire dalla nostra stradetta in discesa con l’utilitaria. Ci s’aveva le gomme da neve ma questa superava dieci centimetri e s’impantanava tra le ruote e la carrozzeria e faceva zeppa e le ruote giravano a vuoto.

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Effettivamente sono successe varie cose prima che mi tornasse la voglia di scriverle. Sissi per esempio, la gattina nera nana, che non cresce più perchè ha cominciato a seminare semini bianchi dal di dietro come se fosse pollicino, per ritrovare la strada. Ho sentito il veterinario, non ci sono problemi ma una purghetta gliel’ ho data e per tre giorni è rimasta fuori di casa senza che lei ne capisse il motivo. Ogni tanto le facevo le coccole perché non s’impermalisse. Ma in realtà lei cercava solo un po’ di tacchino crudo da mangiare con foga dopo averlo portato fuori tiro dagli altri gatti. OGGI SI E’ CONVINTA CHE LA PINETA FOSSE IL POSTO MIGLIORE PER TRASCORRERE LA GIORNATA. Noncurante dei nidi di processionaria sopra la testa, ben confezionati attorno alle cime dei pini, anche perché di sicuro dalla sua posizione non li vede, di sicuro, scorrazza in lungo e in largo passando e ripassando sopra il piccolo ponte di legno che supera la fossetta di decantazione delle acque che arrivano dall’alto passando, subito dopo la collina di Poggio alle Croci sotto la strada statale 68 che da Siena raggiunge Volterra. Poi si ferma nel piazzale davanti casa e sale sul muretto sotto gli ulivi (c ‘è anche un bonsai di ulivo che devo portare in ambulatorio alla Casa della Salute) dal quale vede è consumata e il legno quasi irreparabile da quanto il vento e il sale marino l’ha torturato. Sissi sa bene di non poterla raggiungere perché intramezzo c’è una specie di fossato che confina dalla parte opposta alla finestra con una ringhiera robusta dalla quale è impossibile spiccare un balzo tale da potermi raggiungere, magari rompendo anche il vetro, senza calcolare bene la distanza e senza avere appoggio necessario. Decisamente, VISTA ANCHE LA PICCOLA STAZZA, NON CI PROVA NEMMENO. MI GUARDA da lontano e ogni tanto si nasconde dietro qualche foglia del leccio peloso che ha fatto una discreta siepe nella longitudine del piazzale più distante dallo studio. Ha piovuto tutta la mattina, poco, come se non piovesse e improvvisamente, da ieri che sembrava primavera, oggi siamo in pieno inverno, come ci ricorda il calendario. E’ domenica e siamo in attesa di sgranare qualcosa di buono, sembra che cuociano in forno due oratelle con le patate. Sissi ha già mangiato e oggi di sicuro dovrà accontentarsi di qualche lisca da spolpare quel tanto che ci rimarrà attaccato.

Ho fatto per la prima volta da mesi una mezz’oretta di ciclette programmata da Silvia e ho preso atto di essere diventato un blocco rigido dal cingolo pelvico in giù. I più elementari esercizi fisici che vengono proposti per stirare i muscoli e sgranchire gli arti sono per me prove disumane e anche molto umilianti. Trascorrere sei sette ore al giorno seduto in posizioni anche sbagliate, così mi dicono, mi ha trasformato in un anguria con piccole gambe anchilosate. Prima di sedermi alla tavola del pranzo mi ascolto qualche brano del nuovo cd di ALLEVI, che per lo meno mi stuzzica la mente. Quella mente che ha detta della moderna Psichiatra, fondata sugli sviluppi delle neuroscienze è sempre più collegata al cervello. Sono sempre più convinto (anche se la convinzione è una finzione ) che tra l’infinitesimamente piccolo e l’infinitesimamente grande non ci siano differenze, come se fossero fotocopie ora ridotte ora aumentate. Ci aiuta in queste riflessioni l’ultimo libretto pubblicato da Adelphi “le sette lezioni di fisica”….di non so quale autore.

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Ho ripreso ad occuparmi di politica in modo serio. Un tentativo probabilmente patetico, oggi come oggi, di riscattare le preponderanti ingiustizie sociali ed anche personali che ognuno di noi subisce nei vari ambiti del vissuto sociale. Ho anche mantenuto la sede provinciale del nostro partito a Pisa e ne abbiamo aperta una piccola a livello comunale e intercomunale a -Volterra. Abbiamo segnato un punto per non arrendersi a certa evidenza, per fare un audit sul nostro futuro e proporre nuove linee guida per una serena convivenza tra gli esseri viventi, in particolare umani, e tra essi e il nuovo “paesaggio”da costruire e preservare con ponderata attenzione.

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Una scrittura minimalista necessaria a sciogliere i nodi della mente ecco cosa mi aspetta e mi diverte, cosa mi avvicina all’universalità del linguaggio. Questo quotidiano che sfugge al tempo stesso del suo passaggio perché invisibile e appositamente nascosto da intrecci di spazio e di azioni complesse irrompe nella mia scrittura e si propone ai lettori che incautamente non hanno ancora smesso di leggermi. Salutoni a loro e andiamo avanti. Mi aspetto un cenno una risposta, come ebbi a dire, un rimando di palla. Di nuovo cari saluti, che valgono per sempre.

Alla mia sinistra sul tavolo c’è una piccolissimo quadretto che incornicia l’immagine della città di Praga sotto la neve. Ha una certa profondità, quasi fatta a sbalzo. Non è una fotografia ma un’operina d’arte compiuta. Ci sono anche due persone accanto ad un muretto in primo piano rispetto a un ponte, caratteristico di PRAHA.

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E riprovai una profonda tenerezza per quella gatta stupenda e mamma di quattro gattini, Matisse, Picasso, Nina e Einstain, che dopo averli tolti dal terrazzo  nemmeno un giorno a ballettare davanti casa nel giardino ed erano già spariti e non si sapeva dove fossero e invece primo di tutti Einstain se l’era svignata per i campi a cercare il posto dove erano nati perché dopo almeno due mesi Rosina li aveva portati da me sul terrazzo e  avevo provato ad addomesticarli tenendoli chiusi per quindici giorni nella cameretta di Cristian e degli ospiti e ci giocavo tutte le sere e pulivo la lettiera di continuo ma loro avevano sporcato il muro. Pensavo che Einstain fosse quello più docile perchè giocava sempre e si faceva prendere facilmente, un po’ meno Nina, ma anche lei stava spesso ferma sui quadri a prendere il sole con Rosina e si faceva accarezzare, pensavo che ormai una volta messi sul terrazzo a prendere il sole senza che potessero uscire fossero ancor più addomesticati e invece sbagliavo perchè ora erano tutti spariti e non si sapeva dove fossero o dove Rosina li avesse portati. Così ieri dopo che la gatta era venuta a implorare qualcosa da mangiare le ho riempito la pancia di cibo e lei quando è uscita di casa ha preso subito la strada del campo con l’erba tagliata, all’opposto del campo con l’erba alta laggiù fino a un grande capannone dove quasi sicuramente aveva partorito, e poi di corsa a tratti si fermava e mi guardava e io la seguivo deciso a raggiungere i gattini mentre lei pareva proprio mi ci volesse portare. Arrivati in fondo al campo  e’ entrata in un viottolo tra le cespite sotto un leccio, tra erba alta e terra che scendeva in una lunga scarpata con salti di mezzo metro e buche immaginate nel terreno, come fossero tane per volpi, e allora mi sono fermato sull’erba del campo e vedevo tra gli alberi il paesaggio con i poggi di Micciano, la Sassa e lontano Guardistallo e Casole e avanti, prima del cielo ,una fetta di mare lucente perchè il sole a quell’ora di sera nel tramonto colora di giallo l’acqua che finisce proprio  all’orizzonte a lambire il celeste dell’aria. Rosina era ormai sparita e avendo perso la speranza di vedere i gattini tornai a casa. Il giorno dopo nello stesso posto ero di nuovo ad aspettare. Rosina non c’era ma poi tra i rovi e i rami delle arbusti scorsi due orecchie ritte e rosse, piccole, e più in basso un petto bianco di gatto che mi osservava attento da lontano era Einstain, provai a chiamarlo facendo un breve fischio leggero e lui si mosse venendomi incontro, subito dietro arrivava Matisse e Nina, mi avevano riconosciuto e siccome Rosina li aveva lasciati soli corsero felici forse affamati un po’ titubanti verso di me scansando i fili d’erba con le zampine rosse e bianche. ,quando improvvisamente sulla mia sinistra dal costone del calanco risaliva Rosina ,spuntò in lontananza e vedevo la testa e il collo, si fermò a guardare mi riconobbe e continuando a camminare veloce rasente il costone s’infilò nel viottolo che portava, di nuovo in discesa tra i rovi, al covo familiare. Aveva in bocca un topo e subito Einstain che se n’era accorto per primo sparì da me per raggiungere mamma e mangiarselo. Mi ricordai che lo aveva addestrato sul terrazzo a uccidere e mangiare i topi di campagna che quell’anno erano numerosissimi in giro qua e la’, e qualcuno veniva anche in casa. Rosina non la vidi più quella sera e i tre gattini rimasero  a mangiare quello che  probabilmente gradivano più dei topi e avevano anche bevuto dalla ciottola d’acqua che avevo lasciato sull’erba. Pensai che Rosina fosse gelosa dei suoi cuccioli che avesse voluto tenerli lontani dalle persone e dagli atri gatti, che si fosse ricordata delle precedenti figliole Isotta e Mafalda che s’erano donate , lasciandola nella più triste disperazione. Nei giorni seguenti sentivo Rosina lamentarsi e chiamare con il breve gorgoglìo della gola i sui mici. Li aveva portati vicino casa sotto una siepe di aleandro e di abeti. C’erano i covi fatti ma vuoti. E’ rimasto Picasso , testimone di quella cucciolata.

Gli altri, Nina compresa, sono scomparsi e la sera, nei campi sotto casa, una volpe si aggira e una grossa faina si rizza sulle gambe posteriori.

CAPITOLO CON PREMESSA

PREMESSA

-Leggo su un quotidiano che la moda ci salverà.In un momento di crisi globale dove sono trascurate le fondamentali questioni legate ai diritti dei lavoratori e alla possibilità che i giovani possano trovare un’occupazione se non stabile almeno utile a sopravvivere, in un momento dove in maniera confusa ma evidente si parla di guerra mondiale, di intrecci perversi nel sistema socioeconomico mondiale, in un momento in cui è in crisi la specie umana in termini di evoluzione possibile, forse indirizzata verso l’autodistruzione, un’ancora di salvezza   può essere rappresentata dalla creatività giovanile,

Dalla capacità imprenditoriale di trasformare la bellezza e la gioa di sentirsi a posto, ok, indossando alcune vesti rispetto ad altre di esprimere con gli abiti la propria personalità piuttosto che attraverso l’ostentazione di uno stile di vita impostato all’odio e alla violenza. Perchè la moda è bellezza e armonia, è ritrovo dell’anima che si confronta con lo spirito universale del vivere con gli altri. E la moda non vuol dire lusso esclusione o discriminazione; la moda è l’interpretazione di un sentimento alto rivolto agli altri esseri umani. Non è narcisimo , ne presunzione, non è sentirsi ulitizzatori finali di un prodotto finale. E’ partecipazione a un percorso di ricerca d’individualità e d’inserimento sociale attraverso un meccanismo di riconoscimento non verbale delle proprie caratteristiche di personalità. La moda unisce gruppi di appartenenza ampi che possono differenziarsi infinitamente. La moda si può esercitare con pochi soldi poche possibilità economiche, pochi retaggi culturali, rivitalizza e genera speranza . La moda ha un ruolo forte nella motivazione giovanile oltre che nel creare stereotipi culturali anche nel presentarsi come trampolino per raggiungere un livello sempre maggiore di consapevolezza rispetto alla risposta che ogni essere umano può opporre alla malvagità altrui e alle avversità della vita. La moda infatti incarna lo stile di vita molto meglio di qualsiasi altra categoria di esperienza quotidiana.

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Francesco era un ragazzo sveglio, non ancora raggiunta la maggiore età. Qualche disturbo comportamentale velava le sue giornate. Aveva una sorella maggiore, Silvia, che si era sempre occupata di lui , da quando i loro genitori erano morti in un incidente stradale, cinque anni prima. Silvia faceva l’infermiera e aveva una mezza giornata libera da dedicare a Francesco. Lo faceva volentieri, anche se aveva per ora sacrificato la sua vita privata , rinunciando ad una relazione stabile . Si vedeva comunque con Paolo che spesso rimaneva a casa loro e conosceva abbastanza bene  Francesco. Si parlava spesso di moda e di come si poteva aprire un negozietto in franchaise , magari solo moda maschile , magari cominciare a seguire qualche corso professionale, provare a utilizzare tutti quegli strani disegni di camicie e pantaloni che Francesco fin da piccolo aveva accumulato, rigorosamente appoggiate l’una all’altra e racchiuse ogni dieci con un nastro rosso. ( doveva ancora diplomarsi, ed era tra l’altro indietro di una paio d’anni, per diventare geometra) Dalla sua camera era sparito qualsiasi oggetto o libro che rimandasse luce o bagliori, se illuminato. Insomma tutta carta opaca e sfoglie di compensato non riflettente. Francesco si innervosiva se gli arrivava un bagliore o un iperriflesso nel raggio d’azione del suo campo visivo, almeno nella lettura ravvicinata . Soprattutto quando doveva concentrarsi su qualcosa che gli andava a genio. Parlava spesso di look giovanile di anelli e di orecchini da donna. Ne aveva preso di mira uno , di Silvia, che una volta era dovuta andare a cambiarselo altrimenti Francesco non smetteva di giocarci. Silvia gli diceva di stare fermo, cosa mai aveva quell’orecchino . Era rosso, a Francesco piacevano le cose rosse però lo eccitavano: doveva manipolarle o almeno stropicciarle un pò liberamente. Se si trovava per strada, cosa abbastanza rara ,da solo non poteva resistere di fronte ai rossetti di alcune signore e faceva finta di niente ma s’incupiva e se non poteva andare a toccare quelle labbra dipinte. Naturalmente non avrebbe potuto se non difficilmente dopo spiegazioni di terzi alle signore sul suo comportamento. Una volta a Silvia era riuscito, essendo con lui ,convincere una sua amica a farsi dare una strusciatina alle labbra sulle quali aveva un rossetto rosso brillante, quello che a Francesco piaceva di più. Nei suoi tentativi di disegnare abiti quando arrivava a colorali non usava mai il rosso seppur gli piacesse perché poi doveva subito ripulire il foglio stropicciandolo. Si sapeva che il rosso trasmette un’ emozione di rabbia, erano riusciti anche a comunicare con i colori attraverso una terapia CAT (terapia cognitiva affettiva) che  permette di usare il fumetto come mezzo d’espressione e i colori per trasmettere le principali emozioni: rosso per la rabbia, blu per la tristezza, verde per la felicità . Ma il verde Francesco non lo usava mai preferiva il bianco di fronte al quale poteva avere un comportamento neutro, gli dava serenità anziché angoscia. Cercava un bianco che facesse contrasto con il nero che avesse un po di nero intorno, insomma gli piacevano i disegni vergati con il lapis o il carboncino sulle superfici bianche. Anche la sua cameretta studio era dipinta di bianco e le pareti , quelle libere dai mobili le aveva riempite di schizzi e modelli di ogni dimensione, fino in cima al soffitto. Paolo un giorno gli portò una rivista dove si  sceglieva tra tanti designer che presentavano le loro collezioni in bianco e nero. Francesco passò molti giorni a sfogliare quella rivista. Restava sempre intrappolato tra due foto che descrivevano un’abbigliamento semplice e delicato, senza troppe sovrastrutture. Aveva ragione un commentatore ,quel designer, FAITH, una donna credo, lo aveva colpito, sembrava sapesse leggere nel suo cervello, cosa molto difficile poichè Francesco era completamente all’oscuro della mente degli altri e non lasciava spazi per entrare nella sua. Ma da come teneva la pagina aperta e da come guardava quei disegni, quei dress di seta , impalpabili che somigliavano ai suoi schizzi sulle pareti , si capiva bene che in entrambi c’erano immagini di purezza un puro espresso, appunto, come si leggeva(3), attraverso il colore bianco e nero.

Paolo gli aveva fatto vedere anche un suo nuovo quadro, dove tra il molto rosso brillante,spiccavano ,come fosse tagliato da una riga d’incomprensione, due linee sottili nere. Quel motivo per caso lo ritrovarono in un modello di abito maschile in una collezione di Versace.Francesco non si esprimeva molto sul suo futuro ma Paolo capiva bene che non poteva fare grandi cose .-Se spedissimo una decina dei tuoi schizzi disegnati sulla carta, quelli che tieni in camera un pacchetto o due almeno, -disse Paolo ,- a quel concorso di designer che promuove la Camera della Moda di Milano… -Francesco sorrise- e Paolo- sembra che i primi dieci saranno invitati nella famosa boutique di Londra, “ BIBA” mi pare si chiami. Se arrivi li allora si che  potrai aprire un negozio a Volterra !

Francesco si mise a raccontare un sogno che aveva fatto quella notte, aveva visto scendere una palla gialla e rossa proprio sulla pineta dietro casa e poi aveva  visto una porticina che si apriva e due omini rossi che agitavano le braccia mentre lo guardavano .Francesco s’era svegliato impaurito anche se un’altra sua grande passione erano gli ufo, e ci credeva davvero e diceva che gli altri non si rendevano conto degli ufo e loro prima o poi ci avrebbero presi e portati via oltre le nuvole e le montagne della Carlina. Stefania diceva che erano tutti discorsi inutili ,che Francesco caso mai doveva finire di studiare e poi andare a lavorare per mantenere il suo futuro, che anche lei vedeva piuttosto grigio. Intanto su tutta l’Europa e anche in Italia persisteva una tremenda crisi economica e  Paolo sperava di vendere qualche quadro a qualcuno che contasse davvero che gli facesse fare il salto di qualità ,tutti gli dicevano bravo, aveva già avuto un discreto successo ma la gente non comprava, i galleristi cercavano di sopravvivere facendo mostre personali e collettive, spesso indulgevano anche troppo sulla qualità delle opere esposte. Insomma s’inventavano qualcosa per dire che quel pittore li era forte, che l’altro sarebbe entrato in un giro internazionale e cosi’ via, ma nessuno osava dirlo: la crisi era generale e l’arte appariva davvero come un lusso .Solo in un ristretto giro di affari tra miliardari avvenivano gli acquisti e gli scambi di opere d’arte, il giro era breve e pochi gli artisti che ne favevano parte, non solo perchè bravi, ma anche perchè costruiti da grandi galleristi in alcune città d’Italia , d’Europa e del mondo. Basilea per esempio, le fiere si consumavano attraverso flussi cospicui di ricchezza.

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La sera di Pasqua s’andava a cena da Zia Delvina

C’erano miei genitori e Silvano il mio cugino il figliolo di zia, con Cinzia, la sua figliola che aveva più o meno la mia età . Il mio cugino bono era Silvano che aveva la stessa età di babbo perchè zia Delvina lo aveva fatto quando la mia nonna Cesira fece i babbo. Praticamente Silvano aveva la stessa età di babbo e lo doveva chiamare zio. Quando arrivava il tramonto sull’albero alto e quasi secco davanti casa si appollaiavano tre o quattro faraone e quelle sono state le ultime volte che ho visto le faraone dormire all’aperto.

Si mangiava la stracciatella e “gli americani”,dolci fatti con il rosso delle uova. Non mancavano i cialdoni riempiti di crema fatta sempre con le uova delle galline che raspavano tutt’intorno alla casa.

A volte si passava la notte lì al podere Lagrimana e si andava a vedere il granaio, vicino alle camere e il giorno dopo ci si buttava sopra alle balle di crine e di grano e ci si divertiva a guardare fuori della finestrina e si vedevano i campi in fondo al podere con il noce gigante che stava in piedi da decenni e regalava migliaia di noci dolcissime perchè col vento cascavano nel campo .Oppure se si bacchiavano venivano giù a decine e decine. In fondo a quei campi c’era una stradina dalla quale partivano di qua e di la piccoli filari di viti che avevano grandi ciocche di uva ,qualcuna trebbiano bianco, qualcuna fragola nera. E poi più in basso dopo aver superato un altro campo o due un po in discesa si arrivava in “PELAGA”, un oasi di freschezza d’estate ,dove c’era uno piccolo pelago alimentato da una vena d’acqua sorgiva. Ci saltavano ranocchi e salamandre , tutte colorate di arancio e nero, e poi si vedeva una distesa di foglie di zucca di cetriolo di melanzane e tante canne più o meno mature e tanti fusti di quelle piante con i manicotti marroncini in cima , piante aquatiche per eccellenza. Anche sull’acqua si distendevano le nifee e qualcuna era fiorita e allora mi ricordavo i bei quadri, grandissimi ,dipinti da Monet nel suo ultimo periodo di vita. Sopra il pelago , o stagno, vegliava un leccio enorme e forse più di uno e lasciava ombra dappertutto anche su di noi che ci spingeva di corsa fino a una filatina di peschi che facevano tantissimi frutti di polpa bianca e fuori erano rosa e rossi. Qualche pesco invece, che s’intercalava tra i filari di viti, era più robusto e tarchiato e dalle sue belle foglie verdi lanceolate rosseggiavano davvero alcune pesche giganti di polpa gialla che non si poteva fare a meno di staccarne una e di mangiarla subito , anche se zio Corrado avrebbe brontolato. Non ce ne importava , cosi come brontolava se si piluccava gli acini delle ciocche d’uva. Non lo sopportava perché gli faceva andare a male la vendemmia.

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Potrei intitolare questo mio lavoro – divagazioni e ricordi- oppure -scorie di vita- perché non potrà mai diventare un romanzo e a questo punto credo di non avere nemmeno più la necessità o la capacità di scriverlo ora un romanzo. Bisogna che mi liberi da ricordi, fatti personali e altri sentiti o letti nel mare magnum di articoli libri e testimonianze che ho accumulato nel tempo preso dai miei studi scolastici e universitari poi legati ad attività culturali varie dalle quali sono stato preso e nelle quali mi sono coinvolto. Per esempio potrebbe essere interessante proporre al pubblico fututo dei miei lettori una sintesi D’INFORMAZIONI che contengono di per se alti livelli emotivi attivabili dai singoli lettori. Potrei scegliere di raccontare cose avvenute nel tempo e nello spazio, cose che mi hanno colpito e generato sorpresa ed interesse che mi hanno stimolato a saperne di più, ad ampliare le mie conoscenze :

LETTERATURA E POESIA

-Si dice che Simenon non abbia usato più di duemila parole in tutta la sua carriera letteraria. Lui stesso conferma che quando piove basta scrivere che piove.

-In molti sanno che Alfonso Gatto era un poeta e anche un pittore.”In pochi che Salvatore Quasimodo oltre ad essere un poeta fosse anche un pittore e avesse dipinto spendide “gouaches”

(La gouache si tratta dell’acquerello, che ha l’acqua esplicita, solo che i colori nella gouache, invece di essere stemperati nella gomma arabica, sono sciolti in altri ingredienti). Quasimodo e Gatto sono stati anche grandi critici d’arte nella Milano del dopo-guerra.

-Il poeta Mario Luzi , nel suo volume “TRAME” ha scritto un racconto di tre pagine su un viaggio fatto a Volterra.

-Nel 1988 per lanciare un libro si cominciarono ad usare le tecniche all’americana dove per ogni autore e di conseguenza , per ogni tipo di pubblico, si studiava una tattica.”(1)Da solo il libro non si vende. Senza la spinta iniziale, oggi non partirebbe neanche la- DIVINA COMMEDIA-”

-Alberto Bevilacqua, che era un fanatico della cancelleria e un collezionista di biciclette da corsa, diceva di scrivere a penna con una scrittura minutissima ritrovandosi così in mezza pagina mi ritrovo con tre cartelle già fatte.Aveva come portafortuna una preziosa scatoletta in avorio scolpito con al centro le sue iniziali in oro.

-Interessante la recensione del libro LA MIA FEDEA di LEONE TOLSTOJ pubblicato nel 1984, e poco conosciuto in Italia: Tolstoj dice che dopo 35 anni di vita vissuti da nichilista, nel senso di mancante di ogni fede, dopo aver passato anni a occuparsi dei Vangeli , scoprì il vero e semplice messaggio di Cristo ,ricevendo serenità e felicità. Questo avvenne attraverso la lettura del passo del V capitolo del Vangelo secondo Matteo, versetto 39: ”Vi hanno detto: occhio per occhio, dente per dente; ma io vi dico: non opponete resistenza al male” Dice Tolstoj che per anni saltava queste parole per leggere solo quelle dopo ”se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli la sinistra….E sempre esse mi si configuravano come una richiesta di sofferenza e di sacrifici, impropria alla natura umana..ma oggi ho capito le parole sulla non resistenza alla malvagità, ho chiarito che Cristo non esagera nulla e non pretende alcuna sofferenza per la sofferenza, ma soltanto dice quello che dice con molta precisione e chiarezza sostiene: non resistete al male, e così facendo sappiate in anticipo che vi può essere gente che dopo avervi percosso su una guancia, non incontrando resistenza, vi percuoterà anche sull’altra; voi tuttavia non opponete resistenza al male. Fate ugualmente del bene a coloro che vi percuoteranno e che vi recheranno offesa.”

-Nel 1925 PIERO GOBETTI stampa gli OSSI DI SEPPIA di Eugenio Montale.Dice Prezzolini:

“Fui io a convincere Gobetti perplesso a pubblicare questo giovane poeta che in seguito s’è andato sempre migliorando man mano che si spogliava di certe artificiosità della lingua per vestirsi di una semplicità esemplare”.

-Si legge(1) che Umberto Eco ,il professore di Semiotica che ha scritto nel 1980 IL NOME DELLA ROSA ,venduto in ben oltre dieci milioni di copie, possieda quasi cinquantamila libri, che non preferisca nessuna squadra di calcio , che scriva i suoi libri al computer e che abiti in una casa della vecchia Milano, tappezzata di quadri di Baj, Capogrossi,Schifano e Pericoli…che abbia una moglie tedesca di nome Renate.

-”(1) lo sapevate che il giovane Carducci maltrattava i libri?”E che Nicola Zanichelli ,il fondatore della casa editrice, patriota e autodidatta aveva rifiutato un libro ,invendibile,-SPIGOLATURE FILOLOGICHE ED ERUDITE- del poeta, ma che poi due anni dopo ebbe inizio la loro straordinaria collaborazione?”(1)

-Luciano de Crescenzo tiene nel suo studio incorniciate le copertine delle traduzioni dei suoi libri. Dalla finestra del salotto della sua casa di Roma si vede il campanile del Campidoglio.

-Qualcuno si è chiesto se il grande scrittore, medico, Louis -ferdinad-Celine , l’autore dello straordinario “viaggio al termine della notte”  vada giudicato in base anche al suo detestabile comportamento politico e morale.Oppure no.” per Celine l’antisemitismo è soltanto una metafora dell’odio per il mondo?..Per Celine l’ebreo rappresentava il prototipo del potere? Gide scriveva: Celine eccelle nell’invettiva, la userebbe a proposito di ogni cosa. L’ebraismo è solo un pretesto, il pretesto più facile e banale..”(1)

-La Bianca Maria Fabrotta l’ho conosciuta a Pisa alla presentazione di un suo libro, qualche anno fa, probabilmente un rapporto sofferto con la poesia a quello che ho scoperto della sua vita, aveva tentato la via della narrativa con pochissimo successo e alla poesia ritornava. Si comportò non bene con me e Veracini che la invitò a partecipare al suo premio “Ultima Frontiera” Snobbò decisamente il nostro foglio di poesia”edito da Felici, prova di una poesia popolare distribuito al di fuori delle librerie con buoni risultati non compresi del tutto dall’editore FELICI.

-STORIA E PROVERBI

-ELENCO DI AUTORI LATINI: Eutropio, Cornelio Nepote, Marziale, Seneca, Publio Sirio, Vegezio..

PROVERBI

-Agnosco veteris vestigia fiammae: conosco i sintomi dell’amore antico. Dante la tradusse in purg.XXXcanto 48 in “Conosco i segni dell’antica fiamma”

beati pauperes spiritu!”:Beati gli umili di cuore.

carminam non dante panem”:le poesie non danno il pane

festina lente”:affrettati len è quella che corona l’opera.

non virtute hostium,sed amicorum perfidia decidi”: non al valore dei nemici, ma alla perfidia degli amici debbo la mia rovina.

numquam est fidelis cum potente societas”:l’alleanza con il potente non è mai sicura.

medice cura te ipsum” :medico cura te stesso

vox populi,vox dei”: voce di popolo, voce di Dio

-L’inziatore dell’architettura rinascimentale fu Filippo Brunelleschi il cui capolavoro fu la cupola della chiesa di S.Maria del fiore a Firenze

-il Masaccio, morto solo a 27 anni fu il maestro della prospettiva,che egli aveva appreso dal Brunelleschi-. La sua pittura rivoluzionò il campo dell’arte del ‘400 e alle sue tele si ispirarono moltissimi artisti che vennero dopo di lui.

-Carlo Magno(768) re dei franchi imparò a scrivere solo a tarda età ma ebbe vivo il senso dell’arte e della cultura

-Le armature rinascimentali erano: l’abito di ferro, le armi da botta o mazze ferrate, le armi bianche ,la spada decorata, armi da spettacolo, l’elmo da torneo; armi difensive, la corazza e la celata, chiamata anche barbuta: era un elmo senza cimiero e con visiera mobile .

-Il 4 giugno 1783 un enorme pallone di dodici metri di diametro , chiamato dal cognome dei costruttori, MONGOLFIERA, salì fino a duemila metri fra gli applausi di una folla delirante di gioia

-Nel campo della moda la Francia dettò legge nel periodo che va dalla fine del 1700 e l’inzio dell’1800. La rivoluzione francese spazzò via parrucche e trine e semplificò le linee degli abiti.

Nel clima di uguaglianza proprio della rivoluzione anche la moda contribuì a livellare le diverse classi sociali. Nella moda maschile comparvero i primi elementi della moda moderna: il cappello a cilindro la giacca abbottonata, mentre tra il popolo apparivano i pantaloni lunghi .

-Carlo III di Durazzo è stato Re di Napoli dal 1381 al 1386

-Avignone è una città della Francia, sul Rodano, sede dei papi dal 1305 al 1377

-Brianson è la più alta città (in senso di altitudine) della Francia.

-La Bastiglia è la fortezza di Parigi adibita a prigione di stato, presa d’assalto e demolita dal popolo il 14/luglio/1789.

-La prima lega lombarda fu costituita dall’accordo fra i principali comuni italiani contro il Barbarossa, stipulato a Pontida il 7 aprile 1167

-La seconda lega lombarda fu costituita dall’accordo fra i principali comuni italiani contro Federico II

La prima Repubblica italiana nacque con Napoleone Bonaparte dal 1802 al 1805

La seconda repubblica Repubblica italiana ebbe inizio con il referendum del 02 giugno 1946

-La prima automobile al mondo fu la SIEGFRID MARCUS del 1865

-L’ ONU è un organismo internazionale fondato da cinquanta nazioni a San Francisco il 26 giugno 1945 con lo scopo di garantire la pace e la sicurezza nel mondo

-il fascismo è stato un movimento politico italiano totalitario fondato da Benito Mussolini nel 1921.Ebbe il governo dal 28 ottobre del 1922(marcia su Roma)(2)fino alla sua caduta(25 luglio 1943)

-il monte Sabotino è un monte sulla destra dell’Isonzo,occupato dalle truppe italiane nel 1916(prima guerra mondiale)

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Ho ripreso una copia di Millelibri antico del 1992, sono attratto dalle vecchie riviste sono interessanti e i loro contenuti di solito mi sorprendono sono proiettati nel futuro più che nel passato e per questo sono attuali. Trovo dentro un opuscolo relativo al servizio di referenza micologica e prevenzione delle intossicazioni della trascorsa USL 15 quella che comprendeva la sola Val di Cecina , ed era compresa nella Comunità Montana omonima. C’e’ il decalogo del cercatore di funghi , al primo punto si legge: “ ricorda che i funghi, oltre ad essere un incomparabile ornamento del bosco, sono indispensabili alla sua vita, perchè molte specie (i funghi simbionti) aiutano le piante ad assorbire dal terreno le sostante minerali di cui hanno bisogno; ed altre specie (i funghi saprofiti) aiutano i batteri a degradare le sostanze organiche marciscenti nel terreno, restituendole al mondo inorganico sotto forma di acqua, anidride carbonica e sali minerali, elementi che formeranno nuovo alimento a successive generazioni di piante, assicurando il ripetersi del ciclo biologico del regno vegetale.” Trovo il discorso interessante forse perchè mi ha spiazzato da quello che pensavo di leggere su Tuttolibri.

Al punto 5:” non credere che un fungo buono (ad es. un porcino) possa divenire velenoso se cresciuto in vicinanza di ferri vecchi, pezzi di cuoio o altro: è una delle erronee credenze popolari più diffuse”. Come è vero che spesso si prendono per buone cose che ci fanno credere vere! Siamo spesso dei creduloni.

Non sono un cercatore di funghi. Mi c’imbatto. Anni fa siamo andati con Cristian in un bosco vicino a Pomarance “nella CASA” a cercare pinaroli. Quelli di macchia sono più bianchi e sodi. E saporiti.

Si tornava da nonna Iolanda con i panieri pieni. Si lavavano in garage e nonna li faceva sotto pesto nelle vaschette con l’olio e il prezzemolo. Poi ci si metteva sotto il ciliegio a prendere il sole. Quel ciliegio che per decine di primavere ha dato frutti golosi già a fine maggio e che ora è tagliato e non c’è più. E neppure nonna Iolanda c’è Più. E Nonno Mario era già morto prima che Cristian nascesse. L’autunno e i funghi portano questi ricordi. E altri ancora..

Riprendo a leggere millelibri e trovo un articolo favoloso scritto da Enrico La Stella che traccia una biografia di salvatore Quasimodo, il nobel malinconico e potente che nel 1959 sorprese tutti, di sicuro Montale e Ungaretti, nel ricevere il prestigioso riconoscimento e che andò a Stoccolma con l’amante lasciando a casa la moglie. Quasimodo ,che a mio parere resta il più vivido esempio di come si faccia poesia e di come ci si possa servire della sua forza comunicativa. Un poeta che accosta la passione e l’audacia al sentimeto civile, pronto a smascherare l’altrui debolezza, intellettuale,con estrema chiarezza:” Debenedetti mi elogia, ma su di me non scrive una riga”,”e ancora” “Quella cornacchia di Ungaretti”, diceva”che sta sempre a sparlare di me, e pensare che quando presiedevo il premio Etna sono stato io a battermi per farglielo vincere, invece quello pensa solo a farmi la guerra..”” e il nostro caro Eusebio (così gli amici chiamavano Eugenio Montale,) non si contenta di bere il brodo grugnendo come un maiale, ma proprio lui, che quando non gli davo ombra mi scriveva”Quasimoduccio mio” adesso mi sparla dietro da quel bottegaio ligure che è.”

Continuo a leggere e trovo un bellissimo articolo , moderno, sul Macchiavelli dove mi si dice di leggere IL PRINCIPE  e subito dopo LA MANDRAGOLA ,per rendermi conto della loro  singolare contrapposizione.

da riguardare

Alle 9.30 di questa mattina  di settembre, dopo una notte piena di temporali e di pioggia caduta, dispersa in tutta la vallata,in una stradetta di campagna,lontano da Volterra,che entra come un ago nei campi e tra le colline, una donna anziana con “una crocchia” bianca,una vestaglia azzurra e bianca e le pantofole, cammina lentamente e sembra che vada a far chiocciole. Una nuvola densa che sfuma sulle cime dei poggi incornicia questo calmo paesaggio fatto di crete e cespugli, di un verde che varia e di qualche cipresso appuntito. L’aria e’ pulita e un pezzo di cielo celeste s’apre a ovest di CHIASSALE.

Quel piccolo gregge di ulivi che si adagiano sul versante basso del podere quasi nascosto dai cipressi, sotto S. Cipriano, sono gli stessi che avevo dipinto dieci anni fa in uno dei miei primi quadri acrilici. Ora si presentano cresciuti, scossi dalla pioggia, i loro colori più vivi e mi sembrano più discosti tra loro. Più ampie le chiazze d’erba gialla a separarli. E più celeste il cielo sopra di loro,con qualche nuvola bianchissima. Sulla sinistra, in alto, LE BALZE, con la BADIA CAMALDOLESE, non hanno mai acceso in me immagini fitte di bellezza. Le ho sempre guardate nella loro statica espressione. Non sono mai riuscito a dipingerle, una volta sola ci ho provato senza esito. Forse le rimuovo perchè mi fanno paura.

Il cielo invece è un vortice di luce e d’ombra, un rotolare di fumo e pane fresco. Una prova d’autore ben riuscita.

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Ora tocca alla pittura…… ma prima racconto una sensazione provata stamani mentre andavo a fare una visita a Mazzolla. Vicino al paese dopo aver sceso un piccolo dislivello con la mia nuova panda e dopo avere esternato alla famiglia che avevo appena lasciata dopo la visita il mio grande apprezzamento per i frutti dei cachi, un bellissimo gatto nero inizia ad attraversarmi la strada, da sinistra a destra proprio come nel mio antico immaginario avevo registrato segno di sventure e di sfortuna. Penso un po’, avrei giurato fino ad oggi che mi sarei fermato dopo innumerevoli gesti propiziatori la fortuna e caccia jella. Ho pensato ancora, pochissimo, e mi è apparsa davanti la mia cara gatta nera Syssi, che con i suoi dentini asimmetrici sembra un vampiro o un oggetto non identificato . Ho sentito un fremito come se la paura e la superstizione sparissero, come se avesse attraversato la strada una bella creatura che sa dare tanto affetto e lo vuole .E allora ho proseguito più tranquillo, sarà quel che sarà. Grazie Sissy La pittura dicevo, mi ha preso cinque o sei anni della mia creatività mi è sembrato di aver trovata una strada dritta da percorrere con serenità e in piena libertà. Un mezzo buono per distrarmi, da autodidatta e per recuperare le immagini di un mondo desiderato, interiore, attraverso l’opera d’arte da compiere, il quadro da risolvere, per guardarlo da fuori come non fosse mio . Cercare in esso un’oggettività dei sentimenti , esporlo alla vista e al giudizio del pubblico. Avvertire il flusso continuo , più o meno impetuoso dell’emozione che va e torna dallo sguardo al cuore e alla mente e che rimbalza e torna agli occhi il più delle volte stupiti o ingannati dagli strani giochi della luce e della prospettiva. Ho esposto in varie gallerie, sono diventato artista in permanenza in una di queste, ho partecipato a un solo premio e sono stato finalista con un mio quadro, pubblicato su Arte Mondadori numero settembre 2012.Poi ho capito che se volevo andare avanti dovevo impiegare molto più tempo nella pittura, e molte più risorse economiche e molta più testa .  Allora mi sono fermato, mi sono divertito a giocare a fare il pittore,  ho rischiato di invadere territori altrui, come con la poesia e la politica. Ho continuato a lavorare modestamente giorno dopo giono a fare il medico della mutua e ho ripreso un mio vecchio progetto letterario e ho pensato di fare un nuovo  libro di poesie, una nuova raccolta antologica. E di provare a scrivere qualcosa in modo diverso, una serie di prose poetiche o prose brevi, articolate magari in un continuum che possa nascondere un’abbozzo di storia al suo interno. Insomma mi sono dedicato ad un passaggio creativo più consono al mio mestiere. Ho  persino elaborato un manualetto di counselling  a posta  per il medico di famiglia. CAPITOLO I gatti maschi si comportano quasi sempre come fossero in cerca di una madre, cercano coccole e stanno vicino alle persone cn questo scopo.Le gatte invece si comportano quasi sempre come fossero in cerca di cuccioli da coccolare o per giocare con loro e mettersi a disposizione dei loro bisogni. Per questo ho notato che i maschi gatti entrano in sintonia più con le donne e le femmine invece più con gli uomini. Naturalmente esiste anche una propensione tra gli esseri umani in tal senso. Gli uomini sono più accoglienti con le gatte, e le donne con i gatti.E’ un’ipotesi di studio, magari gli etologi potrebbero darmi una risposta precisa. O forse no. CAPITOLO Francesco era arrivato a Londra con l’aereo . Era partito da Pisa , scalo a Milano e dopo qualche ora GIà nel centro della Cyti . Con lui c’erano Paolo e Silvia. Francesco aveva paura di volare . Aveva preso la decisione di non assumere ansiolitici anche se per due volte era stato sul punto di scendere dall’aereo, prima che tirassero su la scaletta e anche dopo, quando pensò di sfondare il vetro dal quale vedeva la terra allontanarsi sempre di più e una macchia grigia scurissima farsi di fronte all’aereo. Questo da Milano a Londra. Una volta scesi chiesero a un taxista di portarli alla boutique BIBA  ma l’uomo, un signore di mezz’età con un cappello grigio in testa fino agli orecchi  domandò in quale negozio volevano andare perchè boutique BIBA non voleva dir niente. Allora Francesco tirò fuori dalla tasca del cappotto un foglio dove c’era l’indirizzo preciso . Vogliamo andare in Abingdon Rood . Va bene rispose il taxista in italiano allora a Kensinton London, ci vorranno un paio d’ore. Ad attenderli c’era una signora di mezza età, carina che subito invitò Francesco in un ampio locale e senza perdere tempo lo invitò a lasciar lì i suoi disegni e passò subito a illustrare certe idee, compresa la possibilità di sviluppare una nuova linea di borse griffate.Francesco si smarrì immediatamente perchè nel salone, seppure ampio ,c’erano molte persone che parlavano contemporaneamente e alzavano un rumore di fondo insopportabile. Non riusciva a capire quasi niente di quello che la signora gli diceva tanto che Silvia doveva ripetergli le cose. E poi non si aspettava di essere così rapidamente investito d’ impegni. D’altra parte era lì per mostrare la sua prima collezione in bianco e nero …. ma di seguito gli vennero in mente i bei modelli di borsa per l’estate di Franco Gabrielli , quelle con tutte le barche bianche sul mare con le scritte rosse e pensò di fare una prova con il fondo nero e le ombre bianche dei quadri metafisici di Paolo, che seguiva zitto zitto tutta la situazione. A Francesco gli vennero subito in testa anche modelli di scarpe a zeppa alta bianche con “ frange borchiate” nere. Si disse che avrebbe dovuto stupire quegli inglesi con qualcosa di forte basato su contrasti eccessivi, contrari all’aplomb inglese. Parlottarono ancora una decina di minuti con due signore che si erano avvicinate incuriosite dai disegni che intanto Francesco aveva ripreso e riposto nella sua grande cartella trasparente. La sfilata si sarebbe tenuta la settimana prossima e Avrebbero potuto,intanto che sarebbero dovuti restare a Londra tutti e tre, lui Silvia e Paolo , approfittare del tempo rimasto per visitare qualcosa di Londra che non fossero i soliti siti turistici, quelli del  turismo mordi e fuggi per intendersi. Gli sarebbe piaciuto capire la giornata tipo di uno studente universitario, per esempio,o quella di un insegnante o quella di un operaio addetto alla manutenzione della metropolitana. Insomma aveva umili aspettative , ma significative al fine di trarne ispirazione per le sue future, se ce ne fossero state, collezioni di camicie e di cappelli da donna.

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Quattro calzini , la gatta cieca, bella, di tre colori, ma un po’ anzianotta, ha fatto due gattini rossi e li ha posizionati sotto la siepe prima di arrivare alla tettoia per le auto, sulla destra. Li ho visti subito e me li ha fatti guardare da vicino. Non li ho toccati però , considerato che il tempo era bello ho pensato di lasciarli in pace per un giorno o due. Poi invece ha cominciato a piovere e quattro calzini li ha spostati e non sapevo dove e non avevo il tempo di cercarli perchè dovevo andare a lavoro. Così sono passati cinque o sei giorni che la gatta arrivava, miagolava come al solito, mangiava croccantini, perchè l’umido le piace poco, e poi spariva . Dopo altri dieci giorni, almeno ,ho deciso di andare a vedere se fossero vivi o se l’acqua li avesse portai via attraverso il tubo di cemento in fondo alla siepe. Non li ho trovati. Dopo due giorni sono entrato nel capanno di Maria Rosa, sempre dietro la siepe ,e  ho cominciato a guardare meglio nelle cassette negli angoli, tra i vasi dei fiori, vuoti ,e i legni.Niente. Poi ho visto quattro calzini uscire da un bidone di plastica nero con dentro alcuni sacchi di terriccio e una risacca nel fondo. E c’erano i gattini, al sicuro e asciutti, solo che già troppo inselvatichiti, avevano paura e cominciavano a soffiare.Ho pensato di prenderli e di  tenerli in casa qualche ora. Lì per lì mi soffiavano ,poi  si sono accoccolati in braccio e siamo andati  in casa. Anastasia li ha messi sulla sua coperta di pelo arricciato caldo e loro, felici, anche se un po’ sospettosi ,sono stati buoni e hanno anche dormito . Sono un maschio e una femmina. Bellissimi , tutti rossi, col faccione simpatico  lui e col faccino più dispettoso lei. Lui Gougain, lei di nuovo Matisse, come la gattina grigia figlia di Rosina che dovemmo regalare per forza perchè i gatti erano troppi e si rischiava di fare una colonia felina all’ ” Albizzino”.Quattro calzini, ora che ho preso l’abitudine di portare i gattini in casa tutti i giorni qualche ora, aspetta fiduciosa e tranquilla il momento che li rimetto nel secchio  e dopo averli riconosciuti li allatta. Di noi si fida.

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Le processionarie sono scese dai pini, un prurito generalizato pervade i nostri corpi in particolare i nostri arti scoperti poichè la primavera ha giocato lo scherzo di somigliare all’estate e il caldo, umido, s’e’ affacciato sulla nostra Valle del Cecina e sulle nostre Colline Metallifere. Leggo sulla stampa dell’ultimo film di Woody Allen, che sembra tornato al suo antico splendore. Leggo che niente s’inventa comunque nel cinema, come nel giornalismo ,come in letteratura. Conta solo il talento ,secondo Allen imparare è secondario. La creatività non ha fine . Quando si manifesta può usare di tutto, se prende in prestito qualcosa la utilizza per uno scopo nuovo.

Così Francesco studiava il verso di presentare una sfilata calda e colorata per quell’estate, cercando di catturare “le luci del mediterraneo” per esportarle almeno in tutta l’Europa.

Chiome perfette di signore maldestre, sognando l’odore del mare ,che andavano mese dopo mese verso la ricerca di un trattamento intensivo del corpo per rimettersi in forma, magari trattandolo bene ricoprendolo con panni leggeri e morbidi, accoglienti e freschi.E così anche Paolo imparò l’arte di mixare la frutta e la verdura in un beverone , uno Smooties su misura. E poi ne fotografava le forme e i colori per trarne immagini nutrienti alla vista e allo spirito. Insieme, con Francesco stavano per affrontare l’agone modaiolo delle coste tirreniche dalla Sicilia alla Liguria.

Per quell’anno decisero di non seguire la stella della riviera Adriatica.

Ogni giorno Francesco comprava tre o quattro quotidiani ed era per dare un senso a questa sua abitudine che decise di fare una specie di dossier moda attraverso le notizie che ci trovava,recenti e spesso stimolanti nei contenuti. Partiva da uno spunto banale, leggero che a piacimento poteva essere approfondito attraverso le mille possibilità che la curiosità gli offriva.

Gli sembrava un peccato sprecare tutte quelle piccole idee o ipotesi di notizia che i giornalisti si affannavano a pubblicare e voleva valorizzarle e renderle determinanti alla lettura come faceva Verga disseminando le sue opere di proverbi e modi di dire sicuramente legati alla sua terra di origine e alla sua personale conoscenza.

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Una storia di borse fiorentine,il pitone e camoscio della “MANZONI” si ispira a un modello del 1996.Dalla Versilia alla maremma si va al mare tutto l’anno con le zeppe black ,di camoscio nero che si possono indossare dalla mattina alla sera, e i bichini hanno le piume stampatate e colorate. Ferragamo firma le emozioni, ci sono molte creme sontuose con i vasetti trasparenti che ammordiscono la pelle femminile. Essenze che uniscono accordi fioriti a texture legnose arricchite da sensuali note di frutta oppure ci sono deliziosi coffret di “signorina” tra i quali quello classico con profumo e body lotion. Per i bichini, se si resta sul macramè,da scegliere il due pezzi con top a fascia senza spalline e slip mossi da laccetti laterali.E poi nuovi marchi, Filles à Papa è belga,e le nuove sciarpe Suzusan e la nuova collezione vintage-glam firmata Giuliette Brown e Filippa Lager.

Eccoci all’evento Zegna alla fashion Week di Shanghai dove un film porta in Cina l’eleganza maschile : è un movie online che in breve tempo ottiene 20 milioni di passaggi. Bellissimi gli smalti Louboutin con lo smalto top “gli artigli Rosso Louboutin”.

Per le donne ma direi per tutti, visto che la faccenda tocca aspetti così delicati che abbisogna di ulteriore precisa e dettagliata informazione:

“Vic Matiè si è schierato contro la violenza sulle donne collaborando con l’associazione DOPPIA DIFESA fondata da Michelle Hunziker e dall’avvocato Giulia Buongiorno per offrire assistenza legale alle donne che hanno subito abusi. Il brand marchigiano ha donato per un’asta benefica un’esclusiva della collezione p/e 2015 indossata alla fashion week di Milano da Federica Pellegrini .Un tronchetto techno chic con il tacco di acciaio piegato a mano.”

VENEZIA

Alla Fondazione Cini coppe e lampadari del geniale designer Tomaso Buzzi.

La bellezza è nella differenza dice K.Costner a proposito del film contro il razzismo”Black

Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 8.900 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 3 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

COMMENTO ALLA POESIA DI MONTALE “LETTERA A MALVOLIO” del dott. prof. Francesco Gherardini: post aperto

A opinioniWeb di Nicolini è piaciuto il seguente articolo, come comunicato all’Amministratore da WordPress con una mail del 13-09-2019

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Riferimenti storici interessanti, notifica di libertà intellettuale, analogie che provano l’urgenza di riconsiderare l’intelligenza emotiva dell’essere umano. Questi elementi di forza e di bellezza sociale, trovo in questo articolo,colto, profondo ed estremamente attuale. Oggi di Pasolini c’è ancora qualche ombra, di Montale l’assenza e di Lennon il buio della luce. Un ossimoro che nasconde la speranza. Ma non la nega.

Dott. Paolo Fidanzi

COMMENTO ALLA POESIA DI E. MONTALE “LETTERA A MALVOLIO” del dott. prof. Francesco Gherardini

Clicca qui sotto:

lettera-a-malvolio in pdf

 

LETTERA A MALVOLIO

Non s’è trattato mai d’una mia fuga, Malvolio,
e neanche di un mio flair che annusi il peggio
a mille miglia. Questa è una virtù
che tu possiedi e non t’invidio anche
perché non potrei trarne vantaggio.

No,
non si trattò mai d’una fuga
ma solo di un rispettabile
prendere le distanze.

Non fu molto difficile dapprima,
quando le separazioni erano nette,
l’orrore da una parte e la decenza,
oh solo una decenza infinitesima
dall’altra parte. No, non fu difficile,
bastava scantonare scolorire,
rendersi invisibili,
forse esserlo. Ma dopo.

Ma dopo che le stalle si vuotarono
l’onore e l’indecenza stretti in un solo patto
fondarono l’ossimoro permanente
e non fu più questione
di fughe e di ripari. Era l’ora
della focomelia concettuale
e il distorto era il dritto, su ogni altro
derisione e silenzio.

Fu la tua ora e non è finita.
Con quale agilità rimescolavi
materialismo storico e pauperismo evangelico,
pornografia e riscatto, nausea per l’odore
di trifola, il denaro che ti giungeva.
No, non hai torto Malvolio, la scienza del cuore
non è ancora nata, ciascuno la inventa come vuole.
Ma lascia andare le fughe ora che appena si può
cercare la speranza nel suo negativo.
Lascia che la mia fuga immobile possa dire
forza a qualcuno o a me stesso che la partita è aperta,
che la partita è chiusa per chi rifiuta
le distanze e s’affretta come tu fai, Malvolio,
perché sai che domani sarà impossibile anche
alla tua astuzia.

In questi giorni ho riletto “La lettera a Malvolio “ del 1971; proprio mentre in TV si moltiplicavano le presenze di Federico Rampini che proponeva un suo libro “All you need is Love”; una sorta di prisma attraverso il quale vedere e capire il mondo reale, quello dell’economia, rileggendo i testi delle canzoni dei Beatles. Qualcosa di veramente originale e suggestivo, al punto che mi ha costretto a pensare ad un accostamento tra una celeberrima e conosciutissima canzone di John Lennon (“Imagine”) e la “Lettera a Malvolio”; per i contenuti, che un’armonia dolcissima non riesce a distruggere (come avviene spesso nel melodramma), ma che al contrario potenzia fino ad emozionarci parecchio. Tra i due testi – che definirei “utopici” – esistono delle analogie. Nei versi di Montale emerge l’utopia di un mondo a-ideologico, ricostruito e saldo sul piano etico, soprattutto grazie alla forza espressa dal rifiuto di omologarsi; nel secondo testo 1quella di un mondo basato sul rispetto delle differenze individuali ed etniche e in pace, fuori dalle ideologie politiche e religiose.

Montale, già senatore a vita, l’avevo visto a Pisa proprio nel 1971 durante una sua visita all’Università; una figura imponente, che mi è rimasta impressa nella mente anche per il suo aspetto fisico; assomigliava un po’ – forse anche per l’indiscussa saldezza sul piano morale – ad un grande uomo politico che avevo conosciuto quello stesso anno (Giorgio Amendola). Erano i tempi di “Satura”; Montale sembrava aver abbandonato la “poesia” per seguire una strada diversa, meno ermetica e più prosastica ed era stato il bersaglio delle frecce avvelenate di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, regista famoso e al centro dell’attenzione popolare proprio in quel tempo sia per il successo anche commerciale dei suoi films (Decameron, Racconti di Canterbury) sia per la radicalità delle sue posizioni politiche e l’asprezza dei suoi interventi. C’era poco da stupirsi; in quegli anni si era comunisti o anticomunisti, di destra o di sinistra, in modo davvero manicheo; visti con gli occhi di oggi, depurati dai grandissimi difetti, erano stati anni di grande fermento anche sotto il profilo etico: John Lennon cantava “immagina che non ci siano nazioni, niente per uccidere o morire, nessuna religione, immagina che tutti vivano la loro vita in pace”. Tutto era “militante”, anche la letteratura. Così, contro tutti quei critici che amano costruirsi l’Olimpo di poeti e letterati pacificati e in perenne armonia tra loro, si aprì ad opera di Pier Paolo Pasolini una feroce polemica tra lui e l’allora poeta nazionale, in odore di Premio Nobel (sarebbe arrivato quattro anni più tardi ).

P.P. Pasolini sulla rivista “Nuovi argomenti” aveva sostanzialmente attaccato Montale perché “pessimista metafisico”, negatore dell’idea di progresso, portatore dell’ideologia liberista che in fondo fissava il potere borghese come fatto naturale e non modificabile, falso moralista o moralista in malafede anche perché ad esempio aveva edulcorato l’immagine di Leopardi (nei fatti narcisista, egocentrico, megalomane, impotente, maniaco, pieno di allergie) dando l’idea di una straordinaria perfezione morale, con ciò disconoscendo di proposito la complessità della realtà umana. In definitiva non un uomo che si confrontava con i temi veri del suo tempo, ma un conservatore, fors’anche un reazionario; un personaggio pubblico – forse suo malgrado – che non prendeva partito rispetto alla realtà di quel periodo (le stragi, la guerra del Vietnam ecc.).

La “ Lettera a Malvolio” è la risposta. Per quattro strofe Montale si attribuisce un merito: quello di tenersi alla larga, di aver sempre preso le distanze dal mondo dei potenti di turno prima e dopo, durante il Fascismo e con l’avvento della Repubblica; chiarisce per quattro strofe che questo atteggiamento non era da tutti e non era stato di tutti; forse era stato più facile quando le separazioni tra bene e male erano nette, ma dopo si era creato un “ossimoro permanente”, una “focomelia concettuale”, con l’onore e l’indecenza stretti insieme; chi teneva le distanze e badava a mantenere alta la propria moralità finiva per essere semplicemente deriso o confinato nel più profondo silenzio. Nella quinta strofa, la più lunga, esce il ritratto del suo antagonista; un quadretto terribile: Pasolini sarebbe quello che ha furbescamente mescolato marxismo e cristianesimo, traendone grandi vantaggi e guadagni personali proprio mentre, apparentemente, ostentava la nausea per questo tipo di relazioni umane e di società..

Montale si dice orgoglioso del suo modo di essere: non ha mai voluto fuggire dalla realtà, piuttosto la sua è stata una “fuga immobile” (bell’ ossimoro ironico) e neppure ha avuto mai un fiuto particolare (quello che invece attribuisce al suo avversario) per tenersi vicino ai potenti. Il suo atteggiamento è stato esattamente il contrario di quella furbizia che – a suo dire – esercita il suo oppositore, quell’ arte cortigiana/servile che gli impedisce di vedere e tenere le giuste distanze; un’astuzia, che comunque in un auspicabile e diverso domani non sarà più esercitabile. Parole molto grosse, tanto più se indirizzate ad uno spirito libero, fortemente critico e senza paure come fu Pasolini.2

La conclusione di Montale in fondo però appare perfino ottimistica: è vero che ora, hic et nunc, a mala pena si può cercare la speranza nel negativo (cfr. Non chiederci la parola), ma questo atteggiamento di fermezza morale può essere stimolo per tanti e comunque “la partita resta aperta”.

Non tardò la replica di Pasolini con una poesia intitolata “L’impuro al puro”.

Non ho banda, Montale, sono solo.//Non ti rimprovero di aver avuto //Paura, ti rimprovero di averla giustificata.//Male forse ne voglio, ma il mio.//Ti ha ottenebrato la tua un po’ troppo //Musa oscura.//Astuto poi non lo sono://di solito è astuto chi ha paura.

Da questi otto versi emerge un chiaro riferimento biografico, un’insinuazione relativa all’argomento della “Paura”: il poeta ligure era sempre stato antifascista, vedeva nel fascismo un’offesa all’intelligenza e alla moralità; aveva firmato nel 1925 il Manifesto degli Intellettuali antifascisti, ma nel 1938 per timore di perdere il suo posto di lavoro al Gabinetto Vieusseux, si “costrinse” a chiedere l’iscrizione al Partito Fascista, iscrizione subito negata con conseguente licenziamento a Dicembre. Da qui il rimprovero di Pasolini a Montale: per aver tentato di giustificare questo gesto, non tanto per averlo fatto, come purtroppo tanti altri uomini semplici erano stati costretti dalle circostanze a fare.

Ma torniamo alla poesia.

Ha una forma del tutto irregolare, senza rima, con numerose assonanze; il poeta appare concentrato sulla concatenazione logica delle sue argomentazioni, sui concetti che intende esprimere; in molti hanno intravisto in questa lirica il suo testamento politico, morale, e culturale. Emerge con forza il tema degli ossimori che dominano la nostra vita e l’argomento della “focomelia concettuale”, ovvero della scarsa coerenza tra il “dover essere” e la “realtà effettuale”.

Certo risalta la figura di un uomo che non si fa grandi illusioni, che vede la realtà per quello che è, senza tanti infingimenti, un uomo forse poco impulsivo e molto realistico, ma passionale, con un bagaglio di valori etici e spirituali che ne fanno una sorta di roccia, inattaccabile.

Già dalla prima riga compare il personaggio di Malvolio = Pasolini . Si tratta di un’accusa crudele. Malvolio è un personaggio shakespeariano (La dodicesima notte ndr. quella dell’ Epifania), un maggiordomo segretamente innamorato della padrona, un po’ comico, un po’ puritano, molto ipocrita, al punto da falsamente disprezzare ogni divertimento e gioco; sostanzialmente uno sciocco e un presuntuoso arrogante che alla fine viene beffato. Beffardo e sferzante è l’accostamento di questo atteggiamento (flair: l’aver – più che un fiuto finissimo – la predisposizione a fare il cortigiano) col termine “virtù”: siamo sempre nel campo dell’uso sarcastico degli ossimori da parte di Montale. Questa “virtù” lui proprio non la possiede, neppure potrebbe esercitarla se l’avesse, tanto è contraria alla sua natura.

Nella seconda strofa il poeta sembra voler ribadire e rafforzare un concetto, rispondere a una domanda sottintesa; tutto il verso è dominato da un unico lemma : “no” ! Montale nega di avere avuto paura, di essere fuggito di fronte ai problemi e alle difficoltà; spiega nuovamente che quello che ha fatto è stato prendere le distanze, non volersi mescolare.

Facile prendere le distanze, mostrare la propria diversità, quando c’era da scegliere tra l’orrore del Fascismo e la decenza dell’Antifascismo, sostiene. Come non richiamare a questo punto almeno alla vicinanza di Montale a Piero Gobetti fin dal 1917, a colui che possiamo considerare come l’incarnazione stessa dell’idealismo e del moralismo di matrice risorgimentale. Ma sull’Antifascismo Montale lascia intuire un non troppo velato avvertimento (solo una decenza infinitesima) a non gonfiare di retorica la vicenda complessa e sotto certi aspetti ancora poco illuminata della Lotta di Liberazione; c’è forse un’allusione alla tragedia familiare di Pasolini (la morte del fratello partigiano per mano di altri partigiani) 3. Per distinguersi e prendere le necessarie distanze – dice Montale con grande onestà – bastava “scantonare scolorire rendersi invisibili, forse esserlo”; e ammette : “ho vissuto il mio tempo col minimum di vigliaccheria che era consentito alle mie deboli forze” (finta intervista, Intenzioni 1946).

Quella che segue è la parte più dolorosa della lirica: dopo che fu vinto il Fascismo, l’onore e l’indecenza si sposarono; dominava su tutto la “focomelia concettuale”. Il distorto – visto da un’altra ottica – era considerato dritto e per chi tentava di aprire bocca, criticare oppure opporsi , la cura era quella della derisione o della condanna al silenzio.

Al di là dei fatti concreti4 che possono essere facilmente ricordati, adombrati da queste parole, colpisce il richiamo alla focomelia. Proprio in quegli anni scoppiò in Italia e nel mondo il caso del farmaco Talidomide e dei suoi effetti devastanti sui feti. La medicina più evoluta e di avanguardia, nata dagli sforzi congiunti a livello mondiale, anziché curare finì per causare danni spaventosi e irreversibili sui nascituri. Una metafora tragica di quanto stava succedendo nel nostro paese, risorto dopo la lotta antifascista, avrebbe potuto vedere sbocciare le migliori intelligenze ed energie e invece era di nuovo allo sbando sul piano della moralità pubblica, in preda alla corruzione, al malaffare, al sottogoverno, nelle mani della criminalità organizzata e di estremismi politici devastanti. Un sintetico riferimento alla realtà che il Poeta percepiva in tutta la sua crudezza, che contrastava a modo suo e dalla quale non voleva fuggire, ma prendere le distanze, non essere contaminato.

L’ultima strofa è intessuta di richiami fin troppo personali alla vita e all’opera di Pasolini; (materialismo storico e pauperismo evangelico) come non pensare al “Vangelo secondo Matteo” , uscito nel 1964, visto da gran parte della critica cinematografica come l’avversione comune sia del cattolicesimo che del comunismo nei confronti del materialismo borghese o (pornografia e riscatto) alla sceneggiatura di dieci novelle del Decamerone, ambientate nel territorio napoletano, o ai Racconti di Canterbury oppure infine a Il fiore delle Mille e una notte, tutte pellicole allora individuate da gran parte della stampa nazionale e anche della critica cinematografica come intrise di insopportabile “pornografia”  . Un’attività cinematografica che, accanto alle critiche scontate, produceva denaro: per Montale Pasolini era colpevole di mostrarsi schifato verso un certo mondo che pure frequentava e dove si trovava a proprio agio (l’odore di trifola) senza sentire il lezzo del denaro (pecunia non olet).

Adesso – lo ripete da tanto tempo Montale – possiamo soltanto dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”… e basta con le ideologie ; non fuggo, resto immobile a testimoniare i miei valori, che serviranno a qualcuno per avere più forza perché il mondo può tornare a una sua rispettabilità, a una sua decenza. Sono davvero duri gli ultimi versi, ma proviamo ad accostare queste parole a quanto accade in questi giorni e in questi anni, ad esempio a quanto emerge dallo scandalo di Roma Capitale.

Al di là di ogni visione ideologica o religiosa, tornare almeno a un po’ di decenza “borghese” nei comportamenti sarebbe un passo in avanti considerevole.

1 immagina non esista paradiso//È facile se provi//Nessun inferno sotto noi//Sopra solo cielo//Immagina che tutta la gente//Viva solo per l’oggi//Immagina non ci siano nazioni//Non è difficile da fare//Niente per cui uccidere e morire//E nessuna religione//Immagina tutta la gente//Che vive in pace//Puoi dire che sono un sognatore//Ma non sono il solo//Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno//E il mondo vivrà in armonia//Immagina un mondo senza la proprietà//Mi chiedo se ci riesci/Senza bisogno di avidità o fame//Una fratellanza tra gli uomini//Immagina tutta le gente//Che condivide il mondo//Puoi dire che sono un sognatore //Ma non sono il solo//Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno//E il mondo vivrà in armonia.

Lennon

 

2 “C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti, è l’ideologia del consumo. Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi davanti alle loro ideologie hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo. […] La povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Il gran male dell’uomo consiste nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo …Il laicismo consumistico ha trasformato gli uomini in stupidi automi, adoratori di feticci [dal Testamento di Pasolini]

3 Guidalberto Pasolini  , nome di battaglia “Ermes“, morì appena diciannovenne nei fatti legati all’ eccidio di Porzus, controverso episodio , in cui diciassette partigiani delle Brigate Osoppo furono trucidati da partigiani comunisti.

4 In particolare il 1971 si ricorda per i tentativi di golpe (Sifar ,piano Solo, golpe Borghese), ma anche le nazionalizzazioni nell’Algeria liberata e il voto alle donne in Svizzera, l’ammissione degli anticoncezionali, il comunista Tito In Vaticano, l’apertura con Nixon dei rapporti Cina /Usa, l’opera di Basaglia, la nascita di Greenpeace e di Medici senza frontiere .

Dott. Prof, Francesco Gherardini

P. Fidanzi dice:
Riferimenti storici interessanti, notifica di libertà intellettuale, analogie che provano l’urgenza di riconsiderare l’intelligenza emotiva dell’essere umano. Questi elementi di forza e di bellezza sociale, trovo in questo articolo, colto, profondo ed estremamente attuale. Oggi di Pasolini c’è ancora qualche ombra, di Montale l’assenza e di Lennon il buio della luce. Un ossimoro che nasconde la speranza. Ma non la nega.

Dott. Paolo Fidanzi

OVIDIO: IL MITO DI DEUCALIONE E PIRRA, dott.ssa prof.ssa Eleonora Chiarugi-Peltenburg; post aperto ad altri interventi

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Eleonora Chiarugi -Peltenburg


POST SCRIPTUM di Piero Pistoia

CHI POSSIEDE UNA BUONA TRADUZIONE (per es., alla Monti) DEL TESTO LATINO DI QUESTA METAMORFOSI DI OVIDIO LA SPEDISCA A:

ao123456789vz@libero.it

O MEGLIO

Chi vuole cimentarsi nella traduzione, la spedisca allo stesso indirizzo; la passeremo poi ai poeti che cercheranno di trasformarla ‘alla Monti’

GRAZIE!

DEUCALIONE E PIRRA  dalle  Metamorfosi di Ovidio  Libro I°  313-415   (Testo Latino)

ovidio0001ovidio0002 ovidio0003 ovidio0007

SCUSI,…HA DETTO GIARDINI DI PIETRE ZEN? ed altro del Dott. Prof. Angelo Cunsolo

GIARDINI DI PIETRE ZEN

Clicca sotto:

GIARDINI DI PIETRE ZEN in pdf

Copia/incolla non riesce a trasferire articolo e foto.

Come promesso dal prof Cunsolo, siamo in attesa delle didascalie  e commenti alle diapositive  in PowerPoint delle sue conferenze scientifiche sulla Fisica Nucleare, pubblicate su questo blog.

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ANGELO CUNSOLO PITTORE

Alcuni quadri di Angelo Cunsolo

 

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GRADITI COMMENTI CRITICI SULLE PITTURE

LA NUOVA SCUOLA E L’INSEGNAMENTO DEL LATINO del dott. prof. Renato Bacci

IMPORTANZA DEL LATINO

Ricordo che quando da insegnante presenziavo alla cerimonia di premiazione dello studente più bravo in latino, che ogni anno il locale Rotary club organizzava e organizza in memoria del nostro Aulo Persio Flacco, e di questo va dato al Rotary giusto merito, ero gioco forza tenuto a intrattenere i commensali ( dato che la consegna del premio avveniva nel corso di una cena di gala) sull’importanza e l’utilità dello studio del latino nella nostra scuola e più i premi si accavallavano negli anni più dovevo spremere le meningi per non dire nel corso della cerimonia quello che magari avevo già detto l’anno prima o due anni prima e così via. Oggi, sollecitato dall’amico prof. Piero Pistoia, mi trovo sostanzialmente ad affrontare lo stesso tema a distanza ormai di molti anni dall’ultima conviviale del Rotary perché tempora currunt, non necessariamente mala, per dirla con il buon Cicerone, ma currunt. Già allora ci si domandava in sostanza “ ma è utile studiare ancora a scuola una lingua morta” in una società fortemente tecnologica, dove l’inglese la fa da padrone, e per di più costantemente interessata a profondi e rapidi cambiamenti, nel costume , nella comunicazione, insomma in quella che si definisce tout court la società moderna? Non si potrebbe fare a meno del latino con tutte quelle declinazioni complicate, quelle coniugazioni, le perifrastiche, le eccezioni, che sono l’esatto contrario ad esempio della semplicità dell’espressione inglese, senza parlare poi della fatica che si richiede ai nostri studenti per tradurre la tanto temuta versione, temuta soprattutto agli esami di maturità? E quante volte poi mi sono sentito chiedere dai miei ragazzi “ professore ma alla fine a che serve questo latino, è utile a cosa?” Cinicamente spesso mi veniva da rispondere che intanto era utile a garantirmi uno stipendio a fine mese, ma è chiaro che non poteva essere questa la risposta. La domanda però era semplice e ben chiara e sottintendeva che con buona probabilità del latino si poteva fare tranquillamente a meno come materia di studio in una scuola e soprattutto in una società che fosse davvero al passo con i tempi. Ed è una domanda attuale ancora più oggi con i tempi che hanno visto rapidamente svilupparsi sempre più nuovi strumenti di apprendimento, quelli dell’informatica su tutti gli altri. Perché mi debbo rompere il capo per tradurre una versione quando tranquillamente trovo il testo già tradotto su qualche sito internet? Perché studiare vita, opere e pensiero di Seneca quando in un attimo trovo tutto sul computer se solo mi prende lo sfizio di attivare questa ricerca? Ed entro così in argomento anzitutto facendo una considerazione, che tutto o quasi, e mi rivolgo particolarmente agli studenti, che nel merito sono sicuramente abili, tutto si trova oggi attraverso il nostro computer, la risoluzione di un problema di matematica, un tema di italiano già svolto, gli avvenimenti con tanto di precise date e protagonisti di un periodo storico, e perfino, se si è abbastanza esperti, una buona traduzione di un testo che noi possiamo comporre, traduzione dall’italiano in qualsiasi lingua straniera. Allora, dico io, provocatoriamente si può fare a meno di studiare qualsiasi materia: E’ sufficiente apprendere come usare un computer o uno smartphone, che ce lo possiamo pure portare comodamente dietro, per avere la scienza, ogni scienza in tasca: Ma è davvero cosi? No. Il computer, questo idolo dei tempi moderni, ci può dare tante informazioni ci può assistere nella soluzione dei nostri problemi ma non può, fortunatamente dico io, sostituirsi al nostro cervello, al nostro modo di pensare, alla nostra sensibilità, alle nostre emozioni, al nostro essere uomini e donne in una società che ci chiede di convivere con altri uomini e donne fortunatamente, ancora aggiungo, uomini e donne tutti diversi gli uni dagli altri; meno male, se no ve lo immaginate che noia sarebbe la vita? E poi ci rendiamo conto che tutto ciò che troviamo in internet qualcuno ce lo ha pur messo con un atto di volontà individuale, per un motivo, con uno scopo, che hanno in misura maggiore o minore messo in moto e a frutto le sue conoscenze, competenze, gusti , passioni, insomma il suo essere uomo con una precisa identità, formazione, esperienza . E secondo voi quest’uomo è più ricco o più povero, culturalmente parlando, se è un po’ imbevuto di cultura classica e se oltre a saper usare il computer sa un po’ anche di latino? Perché faccio questa domanda? Perché non esiste l’uomo informatico, permettetemi questa espressione di sintesi, l’uomo moderno, e dall’altra parte l’uomo antico, attaccato alla tradizione, al mondo dei classici, esiste l’uomo che è un prodotto di sintesi di cultura umanistica e scientifica, di storia personale, di passioni e desideri, in cui cuore e cervello si muovono insieme, non necessariamente in contrasto tra loro, come in contrasto tra loro non sono cultura umanistica.e scientifica. Quella del contrasto tra la cultura umanistica e la cultura scientifica, come la rivendicazione nei diversi momenti storici del primato dell’una sull’altra è una vexata quaestio, insomma un tormentone, tanto vexata quanto fasulla. L’uomo è uno solo, è sempre stato un prodotto di unità, pensa e fa, e non ha bisogno della cultura umanistica per pensare e di quella scientifica per fare, ricorre più semplicemente a quella che è la sua cultura, intesa come esito di conoscenze, di capacità di elaborazione, di traduzione del pensiero in opera adoperando tutti gli strumenti che ha a disposizione. Allora è utile, in questa ottica, lo studio del latino? Certo. Ed a conferma posso portare dati oggettivi, scontati, ricorrenti, quando si vuol difendere, brutta parola in questo caso, il valore degli studi classici. Il latino è utile perché il solo esercizio di traduzione, nella sua complessità, attiva processi di selezione delle conoscenze, di scelta lessicale, grammaticale, sintattica, contenutistica che sono metodo riconvertibile in ogni attività di ricerca. E’ palestra formativa del comprendere, del trovare soluzioni e del sentire, intendo sentire dentro. Lo studio del latino fa riconquistare identità, ci racconta chi siamo da dove veniamo, dove possiamo andare. Provate a immaginare, per assurdo, messa al bando la conoscenza di questa lingua, cosa accadrebbe alle nostre biblioteche, diverrebbero contenitori di opere incomprensibili, sarebbe come dar loro fuoco; pensate cosa ne sarebbe del nostro patrimonio monumentale, dei nostri Musei tra l’altro enormi risorse economiche per il nostro Paese, si trasformerebbero in una caterva di sassi e in depositi di opere senza senso. Pensate a come verrebbero meno la fruizione la comprensione, il piacere di tanta letteratura, di tanta poesia, pur non scritta in lingua latina. Capiremmo Dante o Ariosto senza sapere di Virgilio, e Macchiavelli senza Tacito, Moliere senza Plauto, Skahespeare senza Seneca, o addirittura Pinocchio senza Apuleio? Pensate, ignorando il latino, cosa capiremmo del Rinascimento che ha segnato l’inizio dell’era moderna che è fiore all’occhiello della cultura italiana. Mettendo in soffitta lo studio del latino diventeremmo progressivamente un Paese ben più povero di quello che spending rewiew e spread ci fanno oggi prefigurare. Il latino è una irrinunciabile ricchezza nazionale e direi quantomeno mediterranea tanto più oggi che è accessibile a tutti. Perché non va dimenticato che per secoli il latino è stato la lingua e lo strumento del potere delle classi abbienti, la lingua che imbrogliava il povero Renzo di fronte a don Abbondio e all’ Azzeccagarbugli, il famoso latinorum, la lingua che emarginava i ragazzi di Barbiana, la lingua degli uomini e non delle donne, la lingua delle leggi oscure al popolino, la lingua rituale, comprensibile solo da pochi della Chiesa nella sua versione meno ecumenica. Ebbene proprio oggi che questa ricchezza è a disposizione di tutti avrebbe senso rinunciarvi in nome di un modernismo che così risulterebbe approssimativo che anziché portare luce e progresso finirebbe solo per sostituire tecnicismo al sapere? E a chi vede nel latino il vecchio che frena vorrei chiedere per quale motivo allora Paesi oggi in pole position nell’economia mondiale, tecnologicamente all’avanguardia mi riferisco a Cina e Giappone continuano a fare studiare nelle scuole la loro lingua antica che si esprime in faticosi e complessi ideogrammi che non si rinvengono sulla tastiera del nostro computer. Lo fanno perché sanno bene che nella consapevolezza della loro diversità della loro cultura e della loro storia sta il migliore investimento per il futuro delle rispettive comunità. E potrei continuare con molte altre scontate considerazioni per dimostrare quanto è ancora oggi utile il latino come strumento di promozione culturale. Basti pensare al concetto di humanitas che è nell’essenza della cultura latina, humanitas intesa come potenzialità espressiva, etica dell’uomo, come valorizzazione del suo essere individuo e cittadino, uomo che è mosso dalla curiositas quell’irrefrenabile desiderio di sapere, di conoscere, di non porsi limiti, di toccare Dio. C’è nella cultura latina quella migliore, quella vera, la voglia di andare sempre oltre, sempre avanti, un bisogno del nuovo, del miglioramento, del misterico, del bello che niente ha da invidiare ai nostri tempi moderni. C’è anche un profondo sentimento del rispetto della diversità basti pensare a come la religione politeistica romana accoglieva nel proprio Pantheon culti differenti, non originali dell’area italica. Non ricordo nella storia di Roma una sola guerra di religione prima della diffusione del Cristianesimo. Da allora ne abbiamo viste e ne vediamo molte di cui non c’è assolutamente bisogno in un mondo che necessariamente deve andare verso l’integrazione delle culture, la valorizzazione e il rispetto della diversità indispensabili alla convivenza in una società globale e multietnica. Nella cultura latina troviamo insomma una parte importante del nostro essere oggi e una buona prospettiva di quello che vorremmo essere domani. E ne dobbiamo essere consapevoli senza indulgere al culto delle origini. Noi italiani non siamo, come spesso si dice semplicisticamente, gli eredi dei figli della lupa, siamo il frutto di un sincretismo culturale che si è avvalso nel corso dei secoli del contributo di Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli e chi più ne ha ne metta per arrivare fino ad oggi alla evidente penetrazione nella nostra società di abitudini e modelli di vita di provenienza angloamericana. Siamo un prodotto complesso e di questa complessità la cultura classica è parte non esclusiva ma fondante da cui non possiamo prescindere pena un forte rischio di crisi di identità culturale. Ma mi piace chiudere questa dissertazione sulla nostra latinità in maniera paradossale supponendo per un attimo che dopo tutto quello che ho affermato e sostenuto questo benedetto latino non serva a niente e si possa tranquillamente considerare come facente parte oggi della categoria del superfluo. Mi viene in mente una bellissima frase di Oscar Wilde “ posso rinunciare a tutto, meno che al superfluo” Il superfluo è alla fine pur sempre quella cosa che per motivi misteriosi, non logici, si ama di più. Ognuno di noi è attaccato al suo superfluo. Se non ci fosse stato l’amore per il superfluo Van Gogh non si sarebbe imbrattato le dita di colore fin da ragazzino e non ci avrebbe regalato l’emozione che trasmettono i suoi dipinti, e così Mozart non avrebbe scritto musica e Garcia Lorca poesie. E così tutti i grandi autori latini invece di trasmetterci riflessioni, sentimenti passioni avrebbero potuto fare qualche altra cosa. Ci hanno lasciato invece tanta scienza, tanta storia, tanta miracolosa poesia. E’ un nostro patrimonio. Anche se fosse superfluo e non utile gustiamocelo e basta.

Prof. Renato Bacci

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