TRE BREVI LEZIONI SUI VEGETALI: EVOLUZIONE, RIPRODUZIONE SESSUATA E SINTESI CLOROFILLIANA del dott. Piero Pistoia

Da continuare

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA :

 

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PER UNA PRIMA LETTURA SUI CONCETTI DI MEIOSI E MITOSI:  leggere il post ‘Passeggiata floristica Parte Sesta’

CENNI ALLA FOTOSINTESI CLOROFILLIANA

 (Letture e pensieri così come vengono, ripresi a spirale) a cura di Piero Pistoia 

PREMESSA

La fotosintesi clorofilliana è un meccanismo che fornisce nutrimento ed energia e quindi è condizione necessaria e spesso sufficiente per mantenere in vita la pianta e la vita sulla terra. Infatti dalla sua efficienza dipendono la garanzia della riproduzione di tutti i viventi e la continuità stessa della vita.

Le piante verdi sono organismi autotrofi, cioè riescono, a partire da composti inorganici (sali minerali del terreno, acqua e anidride carbonica), a formare composti organici che servono a mantenere e costruire il loro corpo (organicazione): da H2O+CO2 si arriva ad un composto del gruppo degli zuccheri che può condensarsi in amido e insieme a sostanze nitriche e ammoniacali darà composti azotati. Gli animali in genere sono invece eterotrofi, cioè riescono solo a organizzare il materiale costruito dagli autotrofi. Il processo di organicazione del materiale inorganico è permesso da un insieme complesso di reazioni chimiche non ancora completamente capite che si chiama fotosintesi clorofilliana. La fotosintesi perciò è il processo mediante il quale la materia organica, immersa in una atmosfera di ossigeno, si oppone alla sua completa e veloce “combustione” in CO2 + H2O. La respirazione stessa è una specie di “combustione controllata” che l’organismo è riuscito a ‘progettare’ durante la sua evoluzione e utilizzare per i suoi fini.

Ma per passare da materiali semplici (inorganici) a quelli complessi, che si configurano come “mattoni” per costruire la materia vivente, c’è bisogno di un grosso quantitativo di energia, ma anche un “meccanismo strutturato”  progettato e costruito dall’evoluzione per utilizzarla in un processo mirato a tale lavoro.  La pianta cattura tale energia da una sorgente storicamente inesauribile: il sole. La cosa sembra semplice, ma in effetti, in generale, scaldare più molecole semplici (quelle inorganiche) al sole non provoca nessuna reazione utile, come nessun oggetto si muove se ci limitiamo a trasformare acqua in vapore (vedere il 2° principio della termodinamica)! Fu la perplessità espressa da Leonardo da Vinci nel film ‘Non ci resta che piangere’ alla banale spiegazione di Troisi e Benigni (un maestro ed un bidello provenienti dal futuro) su come funzionasse la macchina a vapore; si limitavano ad indicargli un caminetto acceso ed una pentola d’acqua che bolliva (sic!). Una caricatura non banale del mondo culturale di oggi.

RACCONTO A LIVELLO ZERO

E’ necessario così prima capire che cosa si intende per ossidazione e riduzione, perché la maggior parte dei passaggi nel processo fotosintetico sono reazioni di ossido-riduzione. E’ inoltre richiesta una minima conoscenza della chimica elementare. Una molecola chimica si ossida quando cede elettroni e si riduce quando ne acquista; nelle reazioni dove entrano in gioco ossigeno e idrogeno, una combinazione con ossigeno significa ossidazione e con idrogeno riduzione (infatti, per es., se l’elemento Ca (neutro,  ossidazione 0) si combina con l’elemento ossigeno (neutro) a dare CaO, cioè Ca(2+) O(2-), si vede che si è ossidato cedendo due elettroni negativi; si dice anche che è aumentato il suo numero di ossidazione da 0 a 2, mentre O si riduce. L’ossidazione è una specie di piccola combustione e libera energia nei dintorni; la riduzione invece ne assorbe. Una molecola che si riduce acquista dentro di sé  energia chimica. Così l’energia solare può essere catturata da molecole che si riducono e trasportata da una molecola all’altra in una catena di ossido-riduzioni con salti energetici in discesa (vedere schemi dei due sistemi fotosintetici). Cerchiamo di capire. la luce spacca una molecola di acqua (fase luminosa della fotosintesi) liberando ossigeno molecolare ( da H2O – i due idrogeno del composto hanno numero di ossidazione 2+ – si formano 2H+ (cioè due protoni, atomi di idrogeno senza elettroni); mentre l’ossigeno passa da -2 a zero 1/2*O2). Durante la fase al buio della fotosintesi avrò disponibili varie molecole di ATP e NADPH ad alta energia chimica costruite durante la fase luminosa (vedere schema Z) che saranno capaci di operare le reazioni chimiche di riduzione ad alto assorbimento energetico richiesto dal  passaggio dall’inorganico all’organico. Rimane comunque il problema sul modo in cui la luce  del sole riesca a spaccare la molecola d’acqua; sembra che l’energia luminosa ecciti una molecola di clorofilla, contenuta nelle parti verdi della pianta (fase luminosa), portandola ad uno stato altamente energetico (salto di elettroni su livelli elevati) così da determinare la scissione dell’acqua, bombardata da quanti di ‘luce’ opportuni, quando ritorna al suo stato iniziale, con il conseguente passaggio dell’energia  anche ai trasportatori di elettroni liberati fino alla zona dove sarà utilizzato per i processi di organicazione del carbonio (ciclo di Calvin). Così all’interno di cellule opportune delle parti verdi della pianta (cloroplasti), che contengono vari tipi di clorofille,  avvengono complicate reazioni di ossido-riduzione in due sistemi fotosintetici, vedere dopo foto (fase luminosa), che conducono alla formazione di molecole di trasporto ricche di energia nei loro legami chimici (ATP e NADPH, vedere dopo) che, nella fase oscura (ciclo di CALVIN), serviranno a costruire le molecole carboniose (organicazione della CO2) utili a produrre poi protidi, lipidi…

Nella scissione dell’acqua si libera ossigeno nell’atmosfera. Un riassunto sulle tappe principali del processo fotosintetico è dato  nel così detto “SCHEMA H” di fig. 11 della T. sinottica e ‘SCHEMA ZETA’ che cercheremo di illustrare meglio. Vedremo meglio anche introducendo la distinzione fra  la fotosintesi delle piante di tipo C3 e di tipo C4 ed accennando ai vari  passaggi ipotetici che, per ora, non sono completamente conosciuti.

Come già accennato le piante verdi sono autotrofe, cioè riescono a produrre molecole organiche complesse (con alta energia nei loro legami) a partire da semplici composti inorganici ed acqua (poveri di energia) con in  più energia luminosa che bilanci almeno la differenza.

Per far questo utilizzano un meccanismo chimico a struttura complessa ancora non completamente compreso, la fotosintesi clorofilliana, che avviene all’interno delle cellule delle foglie verdi dette cloroplasti o plastidi entro cui è contenuta la clorofilla nelle sue diverse forme. Attraverso complicate reazioni durante la fase luminosa, in particolare di ossido-riduzione nel trasferimento energetico, che avvengono in due fotosistemi collegati, vengono prodotte molecole energetiche come l’ATP e NADPH, che serviranno poi alle altre cellule del cloroplasto per sintetizzare nel Ciclo di Calvin, le molecole carboniose, zuccheri, cioè i mattoni di partenza per produrre proteine, lipidi, ….

Il processo globale sembra essere sintetizzato con la reazione:

nCO2 + nH2O + nNhn (?) → (CH2O)n + nO2

Energia per ogni mole = Nh

N=numero di Avogadro=6*10^23 molecole/mole; h=costante di Plank=6.62*10^(-34) joule*sec; ν=frequenza del fotone

IL CLOROPLATO


fotosintesi2_plastidi0001

Questo processo avviene appunto nei cloroplasti o plastidi (simili a mitocondri, gli organuli_fabbrica dell’energia cellulare). Un cloroplasto è un organello all’interno delle cellule delle foglie o delle parti verdi, circondate da una doppia membrana che racchiude un mezzo semifluido, lo stroma. Nello stroma vi è un sistema di membrane ripiegate a formare dischetti, detti tilacoidi (vedi fig. IL CLOROPLASTO ). Un gruppo di tilacoidi sovrapposti formano delle pile in cilindretti detti grana (plurale di granum). Nello spessore della membrana dei tilacoidi ci sono tutti i pigmenti: dalle clorofille nelle loro diverse forme (verdi), ai carotenoidi (gialli rossi porpora) …. Nella parte della membrana dei tilacoidi che contiene anche i trasportatori di elettroni, gruppi di pigmenti formano, insieme ad una sequenza di molecole (catena fotosintetica), i due SISTEMI FOTOSINTETICI II e I.

RACCONTO DI PRIMO LIVELLO

Il racconto è in via di costruzione e correzione.

Questo primo livello precisa brevemente i diversi stadi della fotosintesi clorofilliana. Cerca di esplicitare alcuni passaggi delle reazioni, a partire dalla foto-scissione dell’acqua, che avvengono nei due  fotosistemi durante la fase luminosa (vedere schema Z) e precisa alcuni processi  del ciclo di CALVIN. Nelle ore diurne sulla superficie dei tilacoidi (vedere schema relativo) si attivano molti pigmenti, costituiti da clorofilla-a e l’insieme dei  pigmenti-antenna  in particolare la clorofilla b.  La clorofilla-a assorbe direttamente dalla luce del sole una data lunghezza d’onda che le compete, e dai pigmenti-antenna, dopo che sono stati attivati dall’energia solare, una lunghezza d’onda analoga. Essa si ossida liberando 2 elettroni che passano ad un accettore primario di elettroni che riducendosi acquisisce un alto livello energetico di partenza per il processo. Sotto questi due impulsi energetici,  la clorofilla-a riuscirà a ‘rompere’ anche una molecola d’acqua  in 1 atomo di ossigeno, in due ioni H+(protoni) e  due elettroni che ricaricheranno di energia al momento giusto la molecola di clorofilla-a. Si formerà anche una molecola di ossigeno che andrà a contribuire al 21% di ossigeno nell’aria. I due protoni dell’acqua completeranno infine la riduzione dell’ ADP in ATP e dell’NADP in NADPH, che si troveranno carichi di energia alla fine del processo. Nel contempo dall’accettore primario ad alta energia si distacca una catena di ossido-riduzione con il passaggio in una successione dei due elettroni ricevuti ad una serie di molecole, ognuna delle quali  si ossida (una specie di ‘sbruciacchiamento’) riducendo la successiva che a sua volta si carica di energia, ma ad un livello ancora inferiore e così via, mentre la maggior parte dell’energia liberata ad ogni passaggio va a ridurre trasversalmente una mole di ATP che immagazzina energia per gli altri scopi della pianta. (da rivedere)

UNO SGUARDO FUNZIONALE  ALL’INTERNO DI UN CLOROPLASTO

I DUE SISTEMI FOTOSINTETICI: SCHEMA ZETA

cloroplasto a2

cloroplato b2

LA FOTOLISI DELL’ACQUA, LA ‘POMPA PROTONICA’ E il ‘MECCANISMO CHEMIOSMOTICO’ DEGLI IONI IDROGENO (Ipotesi chemiosmotica di Mitchell). 

Seguire lo scritto sui disegni molto approssimati, ‘INTERNO DI UN CLOROPLATO  a e b, sopra riportati

L’energia luminosa assorbita direttamente e, di riflesso indirettamente convogliata ad imbuto, dalla clorofilla-a (diventata una specie di trappola per l’energia), tramite i pigmenti antenna, provoca salti di alcuni suoi elettroni (per es. 4 se la fotolisi interessa 2 molecole di acqua ossidate a O2) a livelli energetici superiori e subito dopo si ossida trasferendo tali elettroni eccitati  ad un accettore primario che si riduce caricandosi a sua volta di energia. Definiamo risonanza induttiva un percorso per cui una molecola eccitata può trasferire la sua energia ad un’altra molecola adiacente che resta anch’essa eccitata. Così, anche se la clorofilla-a del fotosistema II non può assorbire direttamente quelle frequenze assorbite invece dai pigmenti antenna, quest’ultimi tramite fluorescenza e risonanza induttiva riemettono quanti luce con una lunghezza d’onda conforme alla clorofilla-a (680 nanometri). Il fotosistema II è siglato appunto P680. Nel contempo 4 fotoni sprigionati dal ‘cuore’, centro di reazione del P680  (?), colpiscono 2 molecole di acqua ossidandole a O2  (che si perderanno in atmosfera) con liberazione, nell’intorno, di  4 protoni (ioni H+), man mano trascinati nel lume del tilacoide,  e 4 elettroni che andranno a ricoprire i 4 vuoti interni aperti nella clorofilla-a, che aveva perso 4 elettroni.

La corrente di elettroni lungo i trasportatori sulla membrana del tilacoide ‘pompa’  gli ioni H+, liberati dai quanti di luce nell’ossidazione dell’acqua, nello spazio interno (lume) del tilacoide. Così la densità degli H+ aumenta ed il PH diminuisce nel lume del tilacoide rendendo più acido l’ambiente rispetto allo STROMA del cloroplasto. Gli H+, spinti poi dal gradiente elettrochimico, possono uscire nello stroma fino ad incontrare, uscendo attraverso un canale proteico dove è attivo un enzima per la sintesi  di ATP e NADPH, le molecole da ridurre ADP e NADP+ di ritorno dal Ciclo di Calvin, venendo a favorire questa sintesi.


DA CONTINUARE

fotosintesi_plastidi10001IL RACCONTO DI SECONDO LIVELLO: la ‘piccola’ evoluzione fotosintetica

Durante l’evoluzione delle piante, ad un certo punto del loro albero filetico, la vita che evolve riesce ad attivare un primo processo fotosintetico a clorofilla detto C3. La pianta C3 è una fotosintetica di primo ‘tentativo’, nel senso che, forse per una leggera modifica ambientale, si troverà, almeno in alcune zone, in difficoltà. L’evoluzione del processo fotosintetico può essere considerata nell’ambito delle ‘piccole’ evoluzioni o a corto raggio, rispetto alla generale evoluzione delle piante, anche se ‘sommatorie integrate’ di eventi evolutivi a corta raggio ‘indirizzeranno’ la grande evoluzione. La pianta C3 è una fotosintetica che fornisce come primo prodotto organicato un composto a tre atomi di carbonio (triosio). In effetti questa pianta, in funzione della disponibilità  di CO2, che diminuisce aumentando la temperatura ambientale, insieme al loro rapporto CO2/O2, può incepparsi in corrispondenza del funzionamento di un enzima (il rubisco, RuBP), che invece di legarsi  alla CO2 , si lega a O2 bloccando il ciclo di Calvin al buio e quindi non ‘organica’ la CO2, entra in foto-respirazione invece di foto-sintetizzare, ‘bruciando’ molecole energetiche invece di costruirle. In effetti l’enzima Rubisco (RuBP) è poco efficiente nel discriminare fra CO2 e O2 , per cui, quando la temperatura dell’aria raggiunge per es., 27-30 °C a salire,  la CO2 in atmosfera diventa sempre più rarefatta, il rapporto CO2/O2 diminuisce, il Rubisco tende sempre più a legarsi con l’O2 e sempre meno con la CO2. E’ allora che l’enzima entra in difficoltà nell’iniziare l’ “organicazione” (cioè trasformare la molecola inorganica  CO2 in una molecola organica più complessa ricca di energia) – es., emblematico: per ottenere un esoso come il glucosio alla fine del ciclo – si rafforza la fase di foto-respirazione, tendendo ad esaurire la riserva di molecole energetiche, invece di costruirle, bloccando o indebolendo, nel migliore dei casi, il ciclo di Calvin. Se la situazione non cambiasse, la pianta soffrirebbe fino a morire. L’evoluzione, a temperatura ambientale elevata (clima caldo-arido), tenderà allora ad intervenire cercando di rafforzare la concentrazione di CO2  dove sta agendo l’enzima, onde impedire il blocco del ciclo di Calvin. Appariranno così le prime ‘piante intermedie C3-C4’ e poi le C4, inventando un meccanismo che permetta durante la fase oscura, a stomi aperti, la raccolta di molecole CO2 (attraverso l’aggancio con un composto chimico) anche nelle cellule parenchimatiche del mesofillo, trasferendole alle cellule dei cloroplasti,  per poi convogliarle alle cellule fotosintetiche, per rendere la CO2  disponibile all’enzima Rubisco (dopo una una reazione di idrolisi sul composto precedentemente accennato) e continuare il percorso C3 fino alla ‘organicazione’ della CO2. Le piante C4 sono una correzione evolutiva (ancora in trasformazione?) delle piante C3. E’ nelle piante CAM (di clima caldo e secco)  che il processo si perfeziona in un meccanismo che risparmia acqua, diviso in due tempi; nel primo, al buio a stomi aperti (bassa traspirazione), si raccoglie e si accumula la CO2 nei vacuoli delle cellule dei cloroplasti; nel secondo tempo, alla luce ma a stomi chiusi (risparmio acqua), continua il vecchio processo C3, col l’enzima Rubisco che aggancia le molecole, questa volta, di CO2 dai vacuoli, ora in concentrazione giusta e procede al buio col ciclo di Calvin. Insomma, la pianta C3, perfettamente funzionante quando la composizione atmosferica era quella di una volta, ora con il mutare delle temperature medie e delle concentrazioni di CO2 e O2 nell’aria e con la diminuzione del loro rapporto dovuti all’inquinamento, si trova fortemente disadattata per cui si è riattivato il processo evolutivo.

DA INTEGRARE E CONTINUARE associando i  grafici.

CONFLITTI ANCHE NELLA DIDATTICA SCIENTIFICA del dott. prof. Antonino Drago, Università di Pisa

INSERISCO L’ART. IN PDF CON UN LINK ESTERNO:

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IN .ODT:

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ALTRIMENTI LEGGERE DIRETTAMENTE L’ART. UN PO’ MENO ORDINATO:

L’INTRODUZIONE DEL CONFLITTO ANCHE NELLA DIDATTICA SCIENTIFICA 
di Antonino Drago, Università di Pisa
  1. La nascita e lo sviluppo del conflitto intellettuale

La nostra cultura didattica è interna alla cultura occidentale, che a sua volta, è figlia della cultura greca, quella che anche nella scultura rappresentava idee fissate di cose astrattizzate. Il conflitto delle idee era estraneo ad essa, non tanto perché non l’avesse mai pensato (ricordiamo che per Eraclito tutto era conflitto), ma perché la prima esperienza di conflitto intellettuale che aveva subito (la crisi dei sofisti che dimostravano il vero e poi il falso) li ha spinti a restaurare la sicurezza nella razionalità. Ciò ha portato a costruire o un mondo di idee assicurate dalla metafisica (le idee platoniche) o un sistema sicuro perché onnicomprensivo (quello di Aristotele), tanto da includere anche la teoria delle leggi con cui la mente ragiona (logica) e la teoria della teoria, che deve avere la forma deduttiva.

Il conflitto intellettuale perciò nasce dopo il mondo intellettuale greco. In particolare nasce nella scienza quando nel sec. 17° la matematica introduce il concetto di infinito nella Fisica in una maniera molto robusta (analisi degli infinitesimi). Si crea il conflitto tra il nuovo mondo (scientifico) e il vecchio mondo della antica Grecia, che volontariamente si era chiuso all’idea dell’infinito; e si crea il conflitto tra cultura scientifica e cultura umanistica, perché questa cerca di restare nel finito tipico dell’umano soggettivo.1

Poi la rivoluzione francese ha generalizzato il conflitto dentro la cultura (oltre che nella società); e non a caso poi questo movimento fu represso per un intero periodo dalla politica della restaurazione di quella pace intellettuale che c’era prima. Infine è stato Marx che nella teoria della società ha introdotto il conflitto tra gruppi sociali. Questo processo storico dell’intellettualità occidentale poi si è ribaltato sul soggetto; Freud, (mettendo da parte l’anima umana della scolastica, divisa nei tre elementi armonici: memoria, intelligenza e volontà) ha introdotto il conflitto di tre componenti della personalità umana, irriducibili e incompatibili tra loro Es, Io e Super-io. Infine, anche nel luogo privato dei potenti industriali, la fabbrica, è entrato ufficialmente il conflitto: è dall’inizio del sec. XX che si ammettono legalmente i sindacati, preposti a interpretare e risolvere i conflitti collettivi degli operai col padronato.

Possiamo concludere che la cultura moderna, in opposizione a quella antica, è caratterizzata essenzialmente dal conflitto.

  1. L’introduzione del conflitto nella didattica in generale

Quanto di questo travaglio millenario della cultura (occidentale) è stato recepito dalla didattica scolastica?

Sembra poco o niente. Anzi si può sostenere che la scuola, in corrispondenza ad un disegno autoritario che vuole tutto “in pace”, giunge a mutilare anche la cultura scientifica quando questa include dei conflitti. Infatti, perché a scuola non si insegna logica? Forse non è una scienza? Eppure lo era già nel medio evo, quando veniva insegnata nel famoso “trivio” (grammatica, retorica e logica). Poi dal 1848 la logica è diventata addirittura una scienza matematizzata. Così pure, non è forse una scienza l’economia? Lo afferma autorevolmente l’Università, che ci ha istituito una Facoltà (Scienze economiche). Come pure ha istituito Scienze Politiche. Ma allora perché tuttora non si insegnano queste materie nei licei italiani? Può essere discutibile che si insegnino le scienze politiche, ma non che si elimini la logica.

La risposta alla domanda precedente è: perché quelle sono materie conflittuali: perciò non possono essere insegnate ex-cathedra con affermazioni tali che, se lo studente le ripete allo stesso modo, viene approvato, altrimenti viene bocciato. Infatti la scienza logica è essenzialmente conflittuale: dopo la nascita della logica matematica (1848) alla fine del secolo XIX è nata prima la logica matematica modale, poi quella intuizionista, poi quella minimale, ecc. Questo conflitto è evidente sin dalla operazione logica più importante nei ragionamenti, la implicazione. Nella logica classica la implicazione è chiamata “materiale”, perché permette che dal falso segua il vero, il che non corrisponde affatto al senso intuitivo che la nostra mente dà all’implicazione. La logica modale è nata proprio per cambiare questa formalizzazione. Se a scuola si insegnasse una sola logica, qualsiasi studente potrebbe trovare in libreria libri sulle logiche non classiche, impararle e poi in classe contestare l’insegnante sulla unicità della logica insegnatagli.

Quindi si insegna solo ciò che è sicuro e che preserva l’immagine di una scienza “in pace”, che dà solo risposte univoche e indiscutibili.

Ma ci sono stati dei fatti storici che hanno smosso dalla fissità statica secolare questa situazione della didattica scientifica, per accettare il conflitto almeno dentro la struttura didattica.

Il primo fatto è stato quello della riforma della scuola media inferiore nel 1963. Prima quella scuola era sì divisa da quella di avviamento, ma non per motivi culturali, ma di classe. Cioè nella struttura scolastica il conflitto c’era, ma come conseguenza del più ampio e forte conflitto sociale. Nella scuola di avviamento (al lavoro, il più presto possibile) non c’era cultura; l’unica cultura era quella delle persone benestanti; essa passava nella scuola media con il latino, in modo da preparare gli studenti alla cultura greco-romana insegnata al liceo classico, o al più, nel liceo scientifico (quel liceo che aveva creato una variante, ancora sub judice, includente la cultura scientifica,.

Ma quando c’è stata la riforma della scuola media unica, il conflitto è entrato nelle scuole medie, in ogni classe. Poiché il latino è diventato a scelta, il percorso precostituito della cultura greco-romana ha perso importanza e la cultura è diventava un fenomeno per la massa, nella quale si potevano incrociare tanti tipi di cultura; tanto per cominciare, quella classica e quella scientifica, che ora non poteva essere più tenuta sub judice. Di fatto, poi fu la cultura dei mass media a prendere il sopravvento su tutta la cultura della scuola media; e i mass media avevano una pluralità di culture (o subculture: quiz, sport, varietà, spettacoli, cultura tradizionale, ecc.).

(In quel tempo anche l’Università ha tolto quegli sbarramenti ai diplomati degli istituti tecnici e magistrali che prima imponevano la cultura greco-romana anche ai futuri medici e fisici. Anche i professori universitari hanno dovuto adattarsi ad una pluralità di formazioni di base).

Poi la struttura scolastica è stata sconvolta dai “decreti delegati” del 1974; essi hanno accettato il conflitto nell’organizzazione della vita scolastica: gli studenti sono stati riconosciuti come un soggetto collettivo che a pieno titolo partecipa alle decisioni scolastiche e può contestarle per legge. Uno studente che continuava a studiare leggi scientifiche, assicurate come indiscutibili, però nell’ambito scolastico poteva mettere in discussione tutta la organizzazione e tutte le dispozioni del preside. A mio giudizio, tuttora la scuola non si è ripresa da questa scossa destabilizzante i vecchi equilibri. Ma non si è ripresa anche perché non ha portato fino il fondo la accettazione del conflitto, cioè nella cultura scolastica.

  1. L’introduzione del conflitto nella didattica scientifica

La didattica scientifica è stata sconvolta proprio quando la cultura scientifica ha incominciato ad emanciparsi dalla posizione subordinata verso la cultura umanistica; allora è stato introdotto il conflitto almeno pedagogico. Questa è la storia dello Sputnik: curiosamente un oggetto missilistico è stato decisivo per la cultura scolastica.

Nel 1958 i russi, per primi, inviarono un satellite nello spazio; per di più lo Sputnik era grosso. Gli statunitensi stavano dormendo sonni tranquilli perché quando alla fine della guerra invasero la Germania sconfitta, si preoccuparono di catturare i massimi scienziati missilistici del tempo, in particolare von Braun, l’inventore delle famose V-1 e V-2 che avevano terrorizzato Londra. Grande fu quindi la loro sorpresa nel vedersi scavalcare nella gara spaziale. Dopo un anno dallo Sputnik, riuscirono ad inviare nello spazio a malapena un satellite di appena tre kg.

Il problema non era solo sportivo, ma era addirittura esistenziale. Infatti nei primi anni ’50 le due superpotenze avevano capito che, se in una guerra avessero usato le armi nucleari che esse possedevano, avrebbero creato un inferno sulla Terra, quindi anche per gli stessi vincitori. Perciò avevano concordato di sfidarsi piuttosto (o almeno, in prima battuta) su terreni meno disastrosi. La prospettiva della guerra militare fu sostituita dalla gara economica-tecnologica; i popoli si sarebbero convinti della giustezza del sistema o comunista o capitalista giudicando quale dei due sistemi avrebbe dato loro i benefici maggiori. Il comunismo era sicuro di vincere, perché la interpretazione (marxista) della storia dava il proletariato come la nuova classe destinata al potere mondiale.

Quindi la vittoria URSS dello Sputnik significava l’inizio della fine storica del capitalismo e del potere mondiale degli USA. Negli USA il momento fu drammatico; per reagire, essi cercarono di comprendere perché non aveva funzionato l’avere dalla loro von Braun. Allora notarono che sì, negli USA c’era un insuperato vertice di cervelli, ma la base di scienziati e tecnici era relativamente ristretta rispetto alla grande base di laureati nei corsi brevi dei Tecnicum russi; che quindi avevano sopperito alla qualità con la quantità.

Allora gli USA si posero il problema di aumentare il gettito del loro sistema scolastico nelle materie scientifiche. Il problema era grave, perché quello è un Paese estremamente liberista, che vede l’intervento statale come fumo negli occhi; figurarsi nel sistema educativo! Si risolse il problema convocando i migliori scienziati e facendoli applicare alla produzione di nuovi testi per le high school USA, testi da propagandare come i più avanzati possibile. Fu allora che nacquero i libri che poi sono restati classici: il PSSC (Physical Science Study Committee), il BSSC per la biologia, il MSP (Mathematics School Project)2 Dopo qualche anno anche l’Inghilterra intervenne, iniziando il progetto Nuffield. Questo progetto didattico sperimentò i nuovi testi per i vari rami scientifici in maniera collettiva, con riunioni annuali degli insegnanti che li adottavano. In Europa l’OCSE (organizzazione di cooperazione economica), in vista di una maggiore competitività economica, premette sui Ministeri dei vari Paesi affinché venisse adottata la cosiddetta “insiemistica”, cioè la ideologia matematica del Bourbaki nelle scuole.3 In Italia essa ebbe poco successo (portò a qualche modifica laterale dei testi scolastici); ma in Francia l’insegnamento della matematica fu stravolto, costringendo gli studenti delle elementari e medie a diventare incomprensibili ai loro genitori su questa materia.4

Come riassumere questa modificazione radicale della didattica scientifica? I vecchi metodi da insegnamento erano da catechismo: formule da imparare a memoria. In contrasto, la nuova didattica voleva rendere attraente la materia; non più matematica da inghiottire, non più formule dentro riquadri da saper applicare direttamente a primo colpo, non più solo figure geometriche e solo le essenziali. Invece, pistolotti motivazionali (“La fisica vale bene una vita”, “La fisica è bella”, “Se faccio, capisco”, ecc.), libri a colori, con figure in quantità e con fotografie (e magari fumetti e strisce di comics), proposta didattica la più possibile coinvolgente, insegnanti estroflessi e simpatici, svalutazione della esattezza dei risultati del lavoro dello studente per premiare invece il suo interessamento, ecc.. Tanto che il libro di testo non era più per lo studente, ma per l’insegnante; che così diventava il vero operaio della situazione, mentre lo studente viveva esperienze di gruppo (esperimenti) o intellettuali.

In sintesi, questa novità era la introduzione della pedagogia attiva nelle materie scientifiche; che finallora invece erano state funzionali ad una dura selezione per quelli che erano nati “piccoli scienziati”, o avevano il “pallino” della scienza. Di fatto, i contenuti erano rimasti quelli di prima, salvo aggiustamenti per facilitare l’apprendimento (nel PSSC fu anticipata la termodinamica-meccanica statistica perché si scoprì che così le ragazze imparavano meglio), o innovazioni per avvicinare lo studente alle notizie di giornale sulle nuove scoperte scientifiche (in Fisica si metteva qualcosa sull’atomo e magari sul nucleo; in biologia, si misero le prime novità del dopoguerra).

In breve, la nuova didattica scientifica voleva compiere una rivoluzione pedagogica nella didattica scientifica. Ci sarebbe riuscita se la riforma fosse stata obbligatoria. Ma, a cominciare dagli USA, il cui liberismo non poteva permettersi imposizioni didattiche, essa restò sempre compresente con la vecchia didattica; generando così, nell’insegnamento scientifico scolastico, un conflitto nei metodi educativi di insegnamento: il nuovo contro il vecchio (che all’Università è stato ancora più resistente).

Dopo circa cinquant’anni da questi avvenimenti, la situazione non è sostanzialmente mutata. Sempre c’è il conflitto tra pedagogie diverse; i programmi hanno sì introdotto molte innovazioni nei programmi didattici; ma sempre si sono mantenuto esclusi i conflitti esistenti all’interno dalle materie scientifiche. Per intendersi, talvolta si è anche introdotta la logica, ma solo per la parte più banale e senza far vedere quelle sue insufficienze che hanno fatto nascere le logiche matematiche alternative. In definitiva, il progetto autoritario della didattica scientifica ancora una volta non ha ammesso che lo studente, e neanche l’insegnante, discutessero sulla scienza, oltre che ripetere sempre la stessa la scienza.

In sintesi, il conflitto, che la didattica scientifica manteneva fuori dalla porta, è entrato dalla finestra della organizzazione scolastica e della pedagogia; ma è stato accuratamente lasciato all’esterno della “legge scientifica”, che è dura come prima.

  1. La matematica del conflitto

Eppure la scienza aveva già ammesso il conflitto al suo interno; lo si diceva prima riguardo la logica; nei primi anni del ‘900 c’erano stati i conflitti (almeno temporanei) durante le crisi della fisica e della matematica, crisi che avevano fatto sorgere teorie scientifiche del tutto in opposizione alle teorie scientifiche del passato glorioso e anche trionfalista.

Ma addirittura, dall’inizio del ‘900 è nata anche la matematica dei conflitti, benché a prima vista è una contraddizione in termini il mettere assieme la matematica, che è il mondo della precisione, con i conflitti, che è il regno della irrazionalità.5 Infatti così è sembrato per millenni, (benché già Pitagora avesse proclamato che “Tutto è numero”).

La contraddizione non è apparsa insuperabile ad un giovane quacchero, Lewis F. Richardson, il cui fratello era morto in guerra, e che, come obiettore di coscienza, lavorava in una infermeria della I guerra mondiale. Egli era un fisico, che si interessava professionalmente di meteorologia: un campo di fenomeni quanto mai complessi e apparentemente imprevedibili. Ma lui sapeva che anche la metereologia era soggetta ad una formalizzazione matematica. Con questa idea guida, Richardson propose per primo una formalizzazione della corsa agli armamenti e, in generale, dei fenomeni competitivi.

L’idea è semplice; invece di considerare una sola equazione differenziale alla volta, egli ha accoppiato due equazioni differenziali (o anche, due equazione a differenze finite); in modo che gli aumenti o le decrescite della variabile della prima equazione differenziale, dipendessero dagli aumenti o dalle decrescite dell’altra variabile, quella della seconda equazione differenziale.

dx/dt = ky – ax + g;……………dy/dt = lx – by + h

Che dicono queste equazioni? La prima dice che il primo Paese aumenta i suoi armamenti x a causa degli armamenti y del Paese confinante, salvo essere limitato dall’aver già raggiunto un livello molto alto e dall’avere stimoli o limiti (g) dovuti a ideali o a difficoltà (ad es. economiche).6 Analogamente per la seconda equazione.

Risolvere questo sistema è un po’ complicato; ma lo si semplifica se ci chiediamo quando avverrà che i due Paesi saranno soddisfatti della crescita già ottenuta e quindi non avranno più incrementi; cioè, se consideriamo nulle le variazioni dei primi membri. Così la matematica si riduce a quella delle equazioni di due rette; delle quali si può cercare il punto di incontro; quando esso c’è (comunque lontano), indica che la corsa agli armamenti dei due Paesi può trovare un punto d’incontro, quindi tutto il sistema è in equilibrio. Altrimenti i due Paesi sono condannati a correre all’infinito per accumulare spasmodicamente ulteriori quantità di armi distruttive.

Le pubblicazioni di Richardson (compreso un libro) ebbero un discreto successo; ma momentaneo. Lui stesso lasciò questo argomento di studio, per riprenderlo solo quando, negli ultimi anni ’30, un’altra guerra sembrò imminente.

E’ solo dopo la seconda guerra mondiale che questo settore di studi incominciò a svilupparsi, anche per la concomitante crescita della teoria dei giochi (competitivi). Questa era iniziata negli anni ’20 per opera di padri illustri: Emilio Borel e Janos Neumann. Dal 1944, data del famoso libro di Neumann e Morgenstein7, c’è stato un forte interesse degli economisti per questo nuovo argomento di studio; tanto che da un po’ di tempo è diventato materia corrente di studio universitario.

La teoria dei giochi include giochi a variabili anche continue (così è nata con Borel); ma i suoi problemi più interessanti concettualmente si hanno quando si usano variabili discrete. Nella sua forma più semplice un gioco è dato da otto numeri interi che vengono comparati tra loro per vedere qual è il più grande e il più piccolo; questa formalizzazione poteva nascere anche nella mente di Archimede. Eppure la sua capacità di sintesi è grande, perché, come ha sottolineato un altro quacchero famoso, A. Rapoport,8 la teoria dei giochi ha il concetto di strategia, il quale sintetizza un numero qualsiasi di mosse (le quali non vengono neanche prese in considerazioni dalla teoria). Quindi la teoria dei giochi è una teoria da capi o da generali, piuttosto che una teoria da subordinati o esecutori delle singole mosse (così come sono di solito le teorie matematiche).

Già la teoria dei giochi a due giocatori, ognuno dei quali ha solo due strategie possibili, può dare dei tremendi rompicapo, anche dal punto di vista filosofico, perché alcuni giochi danno luogo a veri e propri paradossi. I giochi più semplici sono i giochi a somma zero, là dove un giocatore vince tutto quello che perde l’avversario e solo quello. Per questi giochi Neumann ha dato un teorema (del minimax) che assicura sempre la strategia ottima.. Esso suggerisce ad ogni giocatore di scegliere il massimo delle sue vincite minime; quindi dà un criterio cautelativo, da mezzo bicchiere vuoto.

Ma i conflitti a somma zero sono poco interessanti, perché schiacciano la creatività di un gioco in un formalismo troppo schematico (tutto il mondo è racchiuso nel conflitto tra i due). Questa creatività riappare con i giochi a somma non zero, dove ambedue i giocatori possono anche vincere assieme o perdere assieme (ovviamente, grazie al coinvolgimento di terzi; che però nel gioco formale non fanno mosse e quindi, come giocatori, non esistono).

E’ da sottolineare che questa modifica rappresenta il cambiamento effettivo avvenuto nella storia delle guerre. Quando i Romani vincevano, le loro perdite erano trascurabili e i guadagni (il bottino) erano tutti a carico del perdente. Ora invece (seconda guerra mondiale, Jugoslavia) chi vince è costretto ad aiutare chi perde (per evitargli tracolli economici che trascinerebbero anche il vincitore); o addirittura chi vince, vince solo con il suo esercito, mentre la sua popolazione resta disastrata o distrutta (ad es. il Vietnam del Nord rispetto agli USA).

Per dare almeno un cenno di questo grande campo di ricerca, esaminiamo un suo gioco: il famosissimo dilemma del prigioniero, su cui c’è una ampia letteratura, sia matematica che filosofica.9 A causa di un delitto, la polizia arresta due delinquenti, che sa che quasi sicuramente l’hanno commesso; ma non ne ha le prove. Li pone in due celle separate, dove ognuno ha due strategie: confessare (C) o non confessare (NC). La matrice del gioco (ottenuta sovrapponendo le due matrici dei pagamenti per i due giocatori) è la seguente (i numeri contano solo come scala di preferenze).

Tab. 1: GIOCO DEL DILEMMA DEL PRIGIONIERO 

                    C                    NC

C                -5, -5              5, -10

NC            -10, 5               0, 0

Il caso (-5, -5) è il risultato della confessione di ambedue: indica la loro giusta condanna. Il caso (5, -10) significa che se il secondo non confessa e il primo sì, questi è premiato dalla polizia come “collaboratore”, mentre il tribunale raddoppia la giusta pena al secondo perché questi non ha confessato. Analogamente il caso (-10, 5). Ma se nessuno dei due confessa, la polizia, rimasta senza prove, li deve liberare: (0,0).

Ora, qualsiasi regola che scelga la strategia in modo cautelativo (e anche la regola matematica di Neumann) porta i due a scegliere C, cioè la coppia di strategie (C,C), che fa ottenere (-5, -5); quando invece è evidente che (NC,NC) è la coppia migliore, perché dà (0, 0). Ma quest’ultima strategia richiede la cooperazione tra i due, al di là di ogni dubbio o diffidenza. Da qui il conflitto di due razionalità opposte; quella cautelativa matematizzata, e quella cooperativa ma non basata su prove formali.

Questo gioco è eccezionale. Tutta la scienza tradizionale esclude i paradossi e le contraddizioni; cosicché non si ragiona mai su un conflitto di razionalità diverse. La teoria dei giochi invece lo può fare, mediante questo gioco particolare (e vari altri).10

Si noti che la stessa corsa agli armamenti, che Richardson aveva formalizzato con due equazioni differenziali, qui viene formalizzata con otto numeri; basta sostituire A (armarsi) a C, e NA (non armarsi) a NC. La struttura logica delle soluzioni di Richardson è la stessa di questo gioco: le nazioni si dissanguano per armarsi, a causa della diffidenza reciproca; benché sia evidente che, se cooperassero senza armarsi, ambedue ci guadagnerebbero molto.

Per di più, adesso il gioco rappresenta anche la strategia cooperativa ed il suo contrasto radicale con la strategia bellica. Come si vede, la semplificazione drastica del formalismo matematico non ha impoverito la rappresentazione della realtà, ma anzi l’ha arricchita. Ciò va contro l’aspettativa generale degli scienziati, e può essere elemento di riflessione per qualsiasi applicazione della matematica (ad es. la termodinamica e la chimica, la cui matematica è semplice, sono forse meno universali, nel loro campo di fenomeni, della meccanica, la cui matematica è sofisticata?).11

Ci sono poi altre formalizzazioni dei fenomeni conflittuali, ad es. la formalizzazione statistica dei conflitti mortali e guerre. Essa è molto istruttiva, perché mostra che le guerre si distribuiscono nella storia (e sotto tutti i parametri possibili) secondo una distribuzione che si chiama poissoniana, quella che è tipica dei fenomeni casuali: cioè (come sempre hanno detto i saggi) le guerre, viste sui tempi lunghi, sono fenomeni storici casuali!12 I professori di storia lo sanno?

Inoltre si può mostrare che anche la fisica ha la capacità di insegnare conflitti. Per brevità, su questo tema rimando ad altre pubblicazioni.13

  1. Il conflitto in logica: la sua didattica

Ma tutto ciò è forse difficile da insegnare? Forse richiede conoscenza tecniche superiori, o capacità intellettuali che solamente i più bravi della classe possono avere? La pubblicazione degli Insegnanti Nonviolenti dimostra che questo non è vero; tanto che riporta come E. Castelnuovo ha trovato una maniera di insegnare la poissoniana alle scuole elementari!

E se anche fosse vero che ciò che precede è difficile da insegnare, certamente non lo è il conflitto più interessante, quello che riguarda direttamente la nostra mente: il conflitto nella logica. Esso può essere insegnato appena si acquisti conoscenza della lingua che si usa; esso, anzi, favorisce quell’esercizio logico di sintassi che la scuola si sforza di insegnare attraverso una serie di regole specifiche.

Nel passato la logica classica ha dominato fino al punto da quasi escludere ogni altra logica. Ma, come si diceva dianzi, nel secolo XX la ricerca di logica matematica ha chiarito che esistono più logiche, che sono altrettanto importanti. Inoltre ha chiarito che la legge discriminante tra la logica classica e (quasi tutte) le altre logiche è quella della doppia negazione, piuttosto che quella del terzo escluso.14

Nel seguito sfrutteremo questo avanzamento. Basta notare che nei testi scientifici ci sono frasi doppiamente negate, le quali non sono equivalenti alle corrispondenti positive per mancanza di evidenza nella realtà (FDN); quindi appartengono alla logica non classica, perché per loro non vale la legge della doppia negazione. Ad esempio, la frase: “E’ impossibile il moto che non ha fine” (anche nel seguito le negazioni verranno sottolineate per facilitare il lettore nel riconoscerle nelle FDN) non è equivalente all’affermazione: “Ogni moto ha una fine”, perché questa seconda frase, essendo affermativa, è obbligata a dare a priori le prove operative del luogo e del momento finale della fine del moto; a causa dell’imprevedibile attrito ciò non è possibile.

Se un autore scientifico usa FDN, ciò significa che egli ragiona in logica non classica; la quale ovviamente introduce ad un mondo intellettuale del tutto differente da quello della logica classica.

Nei testi originali di Freud e di Marx si trovano molte FDN. In particolare si trovano in uno scritto molto breve e leggibile da chiunque, in cui Freud ha espresso il metodo della psicanalisi.15 Freud evoca la scena usuale della stanza dell’analista: il paziente, steso sul lettino, racconta i suoi sogni; egli dice ad es. che ha sognato di essere andato a trovare la madre; ma ad un certo punto dell’incontro, avvenuto in cucina, la madre l’ha fatto tanto arrabbiare che gli è venuta voglia di prendre un coltello sul tavolo e di ammazzarla; ma, aggiunge il paziente: “Però io non volevo ammazzare mia madre”. L’analista deve cogliere al volo questa negazione e, a sua volta, deve negare quella frase: “Non è vero che il paziente non voleva ammazzare la madre”. Infatti, dice Freud, la negazione linguistica è il segnale di un processo di negazione interiore (soppressione e rimozione) di un trauma, che ancora tormenta il paziente; e che, come tutte le cose inconsce, viene a galla solo quando il suo Io allenta la pressione oppressiva, in particolare nei sogni.

Quello che fa l’analista (negare la negazione del paziente) pone un inizio, un principio di quel metodo di indagine sul paziente che può risolvere il conflitto psichico; quindi un principio metodologico. (Oltre che sul lavoro del singolo analista sui sogni del singolo paziente, Freud ha teorizzato più in generale sui sogni di tutti i pazienti; allora il suo principio metodologico è espresso da un’altra FDN: Non è vero che i sogni non siano realtà).

Questa differenza tra logiche differenti è semplice, alla portata di tutti i livelli della didattica, anche della quinta elementare. Essa inoltre è utile per eliminare gli abusi di linguaggio (del tipo: “Non c’è nessuno”; che invece dovrebbe essere: “Non c’è alcuno”; oppure “Non mi hai dato niente!”; invece di “Non mi hai dato alcunché”), o a sottintendere pezzi importanti della frase. Ad es., Popper. “La scienza è fallibile [a causa di esperimenti negativi]”; Jonas: “L’etica della paura [del suicidio dell’umanità]”; in modo da avere una precisa corrispondenza tra pensiero e linguaggio, tale che la mente possa aver fiducia nelle parole che esprimono il suo pensiero.

Poi si può notare che in logica c’è un conflitto ancor più ramificato; ad esempio esaminare (nel liceo) la differenza tra implicazione materiale e implicazione intuitiva; e poi studiare i rimedi che si possono portare (secondo le diverse logiche). Allora finalmente lo studente potrebbe affrontare la logica non in quella maniera scorretta che viene suggerita dalla filosofia mediante qualche idea del sillogismo aristotelico e poi con la fumosa dialettica di Hegel (o con quella tutta da riconoscere di Marx; si ricordi che su diamat = materialismo dialettico, si è fondato un regime di potere, l’URSS, che ha dominato le menti delle persone di metà del mondo per il periodo di tre generazioni).

Ancor più in generale, è chiaro che se si ragiona con FDN, non si può ragionare deduttivamente da poche frasi prese come assiomi certi. Ogni FDN (vedasi ad esempio quella del moto perpetuo, o quelle di Freud), indicano una ricerca, non una sicurezza; una induzione, non una deduzione. Induzione a che fine? A quello di risolvere un grande problema; che nella termodinamica, dove l’impossibilità del moto perpetuo è servita a fondare quasi tutta al teoria, è “Non è vero che il calore non è lavoro”; e nella meccanica che ha usato lo stesso principio, è il problema di conoscere le caratteristiche principali del movimento; in Freud è quale sia il trauma del paziente; e in Marx il problema è come superare storicamente il capitalismo. Ecco che allora appare una novità ancor più importante: il conflitto nella logica è la espressione più precisa di un conflitto più generale, quello tra due tipi di organizzazione di una teoria: o una organizzazione deduttiva, che ricava tutte le verità dalla verità delle poche proposizioni iniziali (principi-assiomi), o una organizzazione che, in maniera induttiva, cerca e trova un nuovo metodo che risolva un dato problema.

In definitiva, la organizzazione della teoria non è più solo quella deduttiva indicata da Aristotele, ma è anche quella induttiva. Allora capiamo che è molto importante chiarire che esiste un conflitto in logica, perché altrimenti non saremo mai padroni della nostra mente, né sapremmo in quale organizzazione del pensiero ci troviamo. In particolare, stando attenti alla presenza di FDN, si ha un nuovo metodo di analisi logica, che permette di decidere sia se l’autore ragioni o no con precisione logica in logica non classica, sia che tipo di ragionamento egli segua, sia che organizzazione egli abbia dato alla sua teoria.

  1. Il conflitto nella didattica della fisica e nella didattica della chimica

Ma esistono conflitti all’interno delle scienze della natura?

Consideriamo la scienza che si insegna nelle scuole superiori. Essa cerca giustamente di qualificarsi al livello di teorie scientifiche; infatti, che di più educativo e formativo dell’insegnare a quali altezze intellettuali è giunta la mente umana, partendo dai dati di fatto sperimentali?

Queste teorie contengono in maniera essenziale la matematica. Nelle scuole giustamente si insegna almeno quel minimo livello di matematica col quale poter introdurre le teorie scientifiche più importante (anche se non le più recenti). Ad es., la didattica della fisica insegna l’ottica geometrica; questa richiede la conoscenza di quasi solamente la geometria euclidea, che si impara sin dalla scuola elementare. Si noti che questa geometria, giustappunto per lo spirito dei greci antichi, non usa l’infinito, ma solo l’illimitato; ovvero l’infinito solo potenziale (cioè l’infinito che è approssimabile ma mai è raggiungibile). E’ vero che nell’ottica la formula delle lenti sottili può portare l’immagine all’infinito; ma qui si tratta di un infinito virtuale, perché riguarda non l’oggetto materiale o la lente, ma l’immagine che è immateriale.

Invece poi la meccanica classica richiede concetti matematici più avanzati; chi fa il liceo scientifico deve imparare i concetti (approssimativi) di derivata e integrale. Essi sono nati mediante gli infinitesimi dx e dt; che sono numeri definiti come inferiori a qualsiasi altro numero superiore a 0; ovvero, come l’inverso del numero infinito. Quindi questo è l’infinito che è un numero come qualsiasi altro; o è il punto finale di una retta, anche se nessuno è mai arrivato là).16 In definitiva, nell’insegnamento della fisica si nasconde un conflitto sul tipo di matematica usata: o la matematica (solo finita o) basata sul solo infinito potenziale, o la matematica basata sull’infinito in atto.

Ovviamente, nelle varie teorie fisiche questi due tipi di infinito danno luogo a concetti molto diversi. Ad esempio, in meccanica è essenziale il tempo come variabile continua, con cui si calcolano le derivate e gli integrali dell’analisi infinitesimale; mentre invece la termodinamica, che non ha bisogno di infinitesimi e di infiniti, usa una matematica elementare: il suo tempo è solo quello dualistico del prima-dopo una trasformazione.

Così pure il concetto di spazio comporta un analogo conflitto; tra il concetto che vale nella ottica e nella meccanica, cioè quello che riguarda l’infinito universo, matematizzato con tre assi cartesiani; e il concetto di spazio della termodinamica, che è tutto diverso: è racchiuso in un volume di misura data (sempre finita).

Ma chi spiega ciò allo studente? Gli si insegnano le teorie differenti, e differentemente fondate, solo per i loro risultati e presentando i loro concetti teorici come se ogni volta fossero calati dal cielo.

Ma allora ci accorgiamo che con la precedente analisi abbiamo individuato due conflitti che sono nei fondamenti di una teoria scientifica: quello sul tipo di infinito (o potenziale o in atto) e quello sulla organizzazione della teoria; questo secondo è equivalente a quello su due tipi di logica: o classica per la deduttività, o non classica (con le FDN) per l’induzione. Questi due conflitti possono essere visti in maniera più concreta nelle due grandezze fisiche che di solito sono basilari, tempo e spazio: il tempo continuo o quello prima/dopo; o lo spazio infinito, o quello confinato.

In sintesi:

1° i fondamenti di una teoria scientifica hanno sempre due conflitti, non sovrapponibili tra loro.

2° Ogni conflitto è dovuto ad un concetto filosofico – o l’infinito, o l’organizzazione – che poi, nella storia della scienza, è stato oggettivato e formalizzato mediante una specifica teoria scientifica: rispettivamente, la matematica (dell’infinito) e la logica matematica.

3° Ogni conflitto nasce perché ognuno dei due concetti filosofici è suddiviso in due scelte possibili:

– l’infinito in atto (IA) o potenziale (IP), che sono alla base rispettivamente della matematica classica e della matematica costruttiva;

– l’organizzazione assiomatica (OA) o problematica (OP), basate rispettivamente sulla logica classica e sulla logica non classica.

4° In ogni conflitto, le due scelte sono incompatibili tra loro e le teorie con scelte differenti sono tra loro incommensurabili.

5° Complessivamente, tutte le teorie scientifiche esprimono, con le loro scelte, quattro modelli di teoria scientifica, che seguono quattro tipi di razionalità scientifiche, separati dalle loro incommensurabilità.

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Tab. 2: I FONDAMENTI DELLA SCIENZA

Infinito Infinito in Atto Matematica Classica
Infinito Potenziale Matematica Costruttiva
Organizzazione Organizzazione per Assiomi Logica Classica
Organizzazione su un Problema Logica non classica

In definitiva, questa chiarificazione comporta che l’insegnamento di una teoria scientifica chiarisca i due conflitti fondamentali che stanno alla sua base.

Da questo punto di vista, come risulta l’attuale insegnamento della Fisica nelle scuole superiori? Sorprendentemente, appare a prima vista che le teorie fisiche da insegnare sono quattro: ottica geometrica, meccanica, termodinamica, elettromagnetismo. Sono esse ordinabili secondo le quattro coppie di scelte sui due conflitti? Si!

Tab. 3: I QUATTRO MODELLI DI TEORIA SCIENTIFICA E LE QUATTRO TEORIE FISICHE

OA

OP

IA

Meccanica di Newton

Elettricità e Magnetismo

traiettoria, linea di forza

IP

Ottica geometrica

Termodi-namica

distanze, processi

spaz. assoluto, sistema di rif.

campo, sistema

(In corsivo sono indicate le grandezze fisiche che più rappresentano una particolare scelta compiuta dalle teorie fisiche di quella riga o quella colonna.

In altri termini: i didatti della fisica sono stati così sagaci che, tra le tante teorie fisiche che potevano scegliere di insegnare, hanno scelto proprio quelle che rappresentano i quattro modelli di teoria scientifica, cioè tutte le coppie di scelte possibili sui suddetti conflitti. Quindi questi didatti, attraverso le loro teorie, di fatto hanno intuito i fondamenti della loro teoria scienza.17 Ma non se ne sono accorti; perciò non dichiarano la loro scoperta agli studenti. Anzi, si sforzano di presentare la fisica come unitaria, nonostante (come indica la doppia freccia nella tabella) l’accostamento di meccanica e termodinamica strida, a causa della loro incommensurabilità.

Se si esamina la didattica della chimica, si nota che essa ha sofferto il conflitto sul tipo di organizzazione. La didattica tradizionale considerava la chimica per come essa era nata: basata sul problema di quali siano gli elementi costitutivi della materia, da trovare induttivamente, mediante l’esame della miriade di tutte le reazioni possibili tra le sostanze; cioè è nata come teoria OP. Infatti essa ha usato sistematicamente le FDN; ad es., “La materia non è divisibile al non finito”; Lavoisier e Dalton: “Chiameremo elemento quella sostanza che ancora non siamo riusciti a scomporre”.

Invece, da qualche decennio, per essere più rapidi nell’avvicinare la chimica del XX secolo (quantistica), quasi sempre si insegna chimica assiomaticamente: si illustra l’atomo come se fosse una pallina (immagine impossibile, secondo la meccanica quantistica!) e poi si dà la classificazione dei suoi livelli atomici, per così presentare deduttivamente tutti gli elementi possibili. Questo conflitto tra OP e OA nella didattica è rimasto vivo, perché c’è anche un movimento contrario, per tornare alla didattica precedente. Ma senza che il conflitto sia stato indicato agli studenti.

Diversa è la situazione dell’insegnamento universitario di chimica. Lì i chimici didatti sono stati anche loro sagaci nel saper individuare quattro teorie che, di fatto, indicano i conflitti fondamentali e le articolazioni delle possibili scelte.18 Anche qui, però, non se ne sono accorti e non lo dicono agli studenti.

Tab. 4: I QUATTRO MODELLI DI TEORIA SCIENTIFICA E LE QUATTRO TEORIE CHIMICHE

IA

IP

OA

Chimica Quantistica

Chimica Fisica

OP

Cinetica Chimica

Chimica Classica

7. La didattica della matematica solo apparentemente è senza conflitti

Purtroppo la didattica scientifica che manca all’appello è quella della matematica, la didattica scientifica che più di tutte dovrebbe dare le direzioni alla cultura scientifica; anzi, oggi essa è la didattica più oscura. Certo, questa didattica deve fare anche da supporto alle altre didattiche scientifiche; q quindi deve occuparsi di molte teorie. Ma ciò non le dovrebbe impedire di insegnare che cosa è una teoria matematica in tutta generalità, cioè secondo i quattro modelli di teoria scientifica. Invece questa didattica si è accontentata del primo modello di teoria scientifica che è nato nella storia della scienza, quello euclideo; e poi ha cercato semplicemente di attenersi sempre a quello; sia imitandone, ogni volta che è stato possibile, la sua OA, come se fosse l’unica organizzazione; sia riferendosi il più possibile al finito, così come fa la n geometria euclidea con riga e compasso.

Sappiamo bene che la prima operazione è stata possibile fino ad oggi, perché nella storia non c’è stato uno scienziato autorevole che abbia proposto, mediante una nuova teoria importante, una teoria matematica esattamente in una OP. In realtà, ci sono stati: Lobacevsky, che con questa organizzazione ha proposto proprio la prima geometria non euclidea;19 e Kolmogoroff, che così ha proposto per la prima volta la formalizzazione della logica non classica, l’intuizionista.20 Ma ambedue non erano coscienti di questa loro novità, o almeno non l’hanno dichiarata; perciò è passata inosservata agli altri scienziati (oltre al fatto che anche i loro lavori sono stati quasi ignorati dagli storici).

La seconda operazione è stata più tormentata. Perché quando i matematici moderni sono arrivati ad inventare la analisi infinitesimale, che usava l’IA, giustamente si sono entusiasmati dei risultati strabilianti che ottenevano con essa. Ma allora è nato un conflitto: questa matematica era in opposizione con la matematica di riga e compasso, essenzialmente, finita. Il conflitto si è esteso alla didattica: come insegnare la matematica, restando legati al finitismo di riga e compasso, pur sapendo che quella avanzata è l’analisi infinitesimale? D’altra parte, come insegnare solo quest’ultima, che ha avuto fondamenti equivoci per due secoli e che comunque impone di scegliere l’IA, che nelle scuole superiori è chiaramente un concetto difficile da far capire agli studenti? Anzi, esso è impresentabile come concetto basilare della scienza, che pretende di essere galileianamente sperimentale, in opposizione all’apriorismo dell’aristotelismo e all’idealismo di Platone.

Qui sta tutta la storica irresolutezza della didattica della matematica; che alla fine va a insegnare un misto di concetti, spezzoni di teorie, anche una teoria, la geometria euclidea, che però è antiquata, rispetto alle teorie della modernità.21 Questo tipo di didattica può essere rappresentato, almeno fino agli anni dello Sputnik, dalla Fig. 2. Ogni freccia di una teoria indica, col punto di partenza, le scelte effettive di quella teoria, e, con il punto di arrivo, le scelte che appaiono allo studente. Si notino le tante frecce, ognuna indicante la equivocità della didattica sui fondamenti di quella teoria, e si noti l’incrocio turbinoso delle frecce. E’ chiaro che la tentazione dell’insegnante di matematica è di fare ignorare che nella didattica della matematica c’è un grande problema di fondamenti.

Questa oscurità della didattica della matematica esiste perché i matematici, ritenendo che la loro scienza è esente (dal rapporto con la realtà concreta e quindi anche) dai conflitti, la concepiscono idealmente, come un mondo “in pace”, dove tutto ha il suo posto o lo avrà sicuramente tra breve. Questa loro opinione impedisce una chiarificazione della didattica, che è molto semplice e a basso costo didattico: insegnare l’algebra booleana, che è una struttura matematica molto attraente, perché può essere vista come teoria: dei circuiti elettrici, delle leggi della logica, degli insiemi (senza necessità di vederli infiniti), dei reticoli, dei numeri a base binaria, ormai molto usati; e al liceo un esempio molto semplice di struttura algebrica, perché è simmetria ed ha il merito di introdurre a definire i numeri razionali come campo.

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Essa darebbe una chiara teoria IP, perché ivi tutto è finito, e OP, perché nelle leggi della logica possono essere poste (come all’origine storica) come risultato della ricerca sul problema delle regole del ragionamento. Al suo confronto, sarebbe facile comprendere le scelte di ogni altra teoria insegnata. E la didattica così potrebbe svolgere un chiaro percorso didattico sui fondamenti della matematica tutta.

7. Conflitto e sua conciliazione per saper lavorare dentro il pluralismo

A mio parere, se non si affronta la problematica dei fondamenti, l’insegnamento scientifico resta subordinato alla cultura dei mass media (a incominciare dalle riviste divulgative, per finire alle trasmissioni TV); che è più attraente non solo perché è più facile, ma anche perché è conflittuale in tutto, anche nell’informazione scientifica. Alla cultura scolastica anche scientifica resta il ruolo di concedere quel pezzo di carta che poi permette di arrivare ad una professione remunerata (come il ruolo degli esami che nella Cina antica permettevano di diventare mandarino).

In particolare, si formano esecutori incoscienti del senso culturale delle operazioni mentali che essi eseguono; si inculca l’assenso all’ipse dixit. In altri termini, cioè si arriva ad una specie di tradimento della scientificità galileiana, oltre che della fiducia degli studenti; i quali si aspetterebbero di essere trattati da persone razionali e desiderose, da persone di lì a poco adulte, capaci di assumersi le loro responsabilità di saper vivere in pieno la vita culturale della società moderna.

Ma, mi sembra di sentire una obiezione: “Ma tutti questi conflitti non fanno altro che confondere le idee agli studenti.”

Certamente non si può imparare la critica dei concetti, se prima quei concetti non sono stati appresi. Quindi non si possono studiare i fondamenti di una casa se non si sa qual è la casa che si sta esaminando. Ma una volta che la costruzione didattica dei concetti scientifici è finita, è autoritario lasciare agli studenti la coscienza del semplice muratore, che ha messo assieme i pezzi di quella casa, senza fargli sapere a che progetto essa corrispondeva e perché le linee risultanti sono state concepite in quella maniera. Qui c’è tutta la differenza tra esecutori e persone coscienti. Non credo che ci sia una valida esigenza sociale che gli studenti in massa debbano avere una mentalità solo esecutrice; se non l’esigenza del “grande fratello” di Orwell.

Né vale la scusante che lo studente può ricostruirsi da solo quella che è la problematica di fondo, sia nella logica che nei fondamenti. E’ come dire che mangiando torte, alla fine si riesce ad imparare la ricetta con cui esse sono state fatte. La via diretta è piuttosto quella di una didattica che sa presentare e affrontare gli argomenti per i loro contenuti culturali principali, non per gli aspetti laterali, quelli più tecnici e ripetitivi. Certo, qui un insegnante avrebbe ragione a ricordare che l’Università non dà la preparazione a tutto questo; perciò, nella attuale latitanza dei programmi ministeriali e della preparazione universitaria, l’insegnante dovrebbe assumersi tutta la responsabilità di innovare autonomamente la didattica. Ma io credo che, se l’insegnante aspira minimamente ad essere una persona di cultura, e non un impiegato esecutivo che semplicemente si fa gradire dagli studenti, certamente si impegnerà in quell’attività che lo riabilita come educatore, ai suoi occhi e agli occhi degli studenti.

Certo, l’insegnante dovrebbe scendere dal piacevole e comodo dislivello che gli permette di parlare ex cathedra (sia pure condizionato dal libro di testo); sui fondamenti dovrebbe diventare un uomo di cultura, che sa indirizzare gli studenti dentro una realtà conflittuale. Ma che cosa dovrebbe desiderare di più un insegnante se non proprio questo? E che dovrebbero chiedere di più i giovani, se non essere aiutati nella loro formazione umana e culturale, che passa essenzialmente attraverso molti conflitti? Tanto più ciò vale per quegli studenti che poi all’Università proseguiranno nello studio di materie scientifiche, dove, a ragion veduta della formazione alla professione, il tecnicismo prevarrà.

E’ da notare che l’attuale situazione da superare è stata creata da operazioni culturali avvenute nel passato e oggi non più rimesse in discussione, nonostante non siano di onore per la attuale cultura. E’ stata la Rivoluzione francese che, sin dalla Éncyclopédie, ha sostenuto il primato della ragione, al fine positivo di aver la forza d’animo e la forza sociale di abbattere i poteri assoluti che dominavano la società europea. La lotta contro i giganti che i sans culotte (detto modernamente: “i senza potere”) dovevano fare poteva basarsi solo sulla ragione; perciò essi hanno così tanto sostenuto il primato della ragione da farne un assoluto e una Dea.

La successiva restaurazione, che non poteva tornare esattamente alla situazione precedente, prese in contropiede il movimento innovatore: ne accettò il primato della ragione e della scienza, ma lo subordinò al potere sociale esistente. L’aver fatto gli studi all’Università per entrare sia nella ricerca sia nella carriera dell’Università, le riviste che pubblicano articoli di ricerca solo se esaminati da altri colleghi autorevoli, la società degli scienziati, sono tutte caratteristiche che sono nate in quel tempo e che hanno formato quella si autodefiniva la “comunità scientifica”.22 Cosicché, mentre prima i gestori della ragione illuministica erano tutte le persone, compresi i popolani; dopo, i gestori della ragione sono state le comunità degli scienziati; cioè solo le persone autolegittimantesi in gruppo ed autorizzate dal potere sociale, il quale (anche se democratico) dava a quella ragione le direzioni, i limiti e i vincoli. Il tutto all’interno dell’idea che la ragione è unica per tutti (così come aveva creduto la rivoluzione francese, essendo all’inizio del suo uso sociale).

Né poi il sorgere del movimento operaio ha cambiato la situazione. Sia perché esso si è basato più che sulla ragione individuale, sulla ideologia collettiva perché solo essa era scientifica, non quella individuale. Sia perché, Engels, convinto che il progresso avrebbe portato necessariamente alla vittoria del proletariato, ha determinato un’alleanza del movimento operaio con l’ala radicale della borghesia, quella che anticipava quel progresso.23 Al centro di questo accordo, c’era proprio la unicità della ragione. Poi la seconda Internazionale socialdemocratica stabilì che, mentre le scienze sociali erano internamente divise, perché lì c’era l’alternativa scientifica del marxismo, invece la scienza della natura era unica, per proletari e capitalisti. Non si accorse che così la scientificità della ideologia operaia andava a confondersi con una generica scientificità, sulla quale l’accademia poteva giovare a piacimento.

Poi la negli anni ’50 USA e URSS, impegnandosi nella comune gara economica-tecnologica ribadirono la unicità della scienza. Che negli anni ’60 fu contestata dagli studenti, che gridarono “La scienza non è neutrale!”; senza però riuscire ad avere conseguenze istituzionali.

Quindi ci sono precise circostanze storiche che hanno fatto nascere il dogma della unicità della ragione; il quale è rimasto e oggi si mantiene perché non ci sono state mai grosse forze sociali che lo abbiano messo in discussione. Troppi politici oggi preferiscono l’irrazionalismo o il relativismo; e troppi filosofi preferiscono fare la filosofia dei sentimenti.

Fortunatamente da qualche decennio è sorto un movimento ecologico che ha chiesto un progresso diverso, tale che darci una migliore qualità della vita piuttosto che una maggior quantità di vita (consumistica). Nella gente si è diffusa la coscienza che si può e si deve “fermare il progresso scientifico”, come quello delle centrali nucleari (referendum negativi in molti Paesi, a incominciare da quello dell’Austria nel 1976). Si è anche capito che questa nuova politica discende da una innovazione politica radicale del secolo XX: la nascita di un metodo nonviolento nel risolvere i conflitti: prima Gandhi con la liberazione dell’India e poi le liberazioni nonviolente dei popoli dell’Est nel 1989 hanno dimostrato che esiste un’altra razionalità nel risolvere le guerre; una razionalità che è diversa da quella scientifica tecnologica che ha portato alla folle corsa alle armi (ad es. nucleari, ma anche batteriologiche e metereologiche) che minaccia cupamente il suicidio dell’umanità.

D’altronde non era difficile capire che ci sono più razionalità sulla base della esperienza generale: la ragione greca non aveva mai messo in conto la razionalità femminile, che certamente non è quella maschile. E noi l’abbiamo visto in precedenza (par. 5): non la filosofia o la ideologia politica, ma la logica matematica porta a differenti razionalità, formalizzate rigorosamente in logiche diverse e incompatibili tra loro. Le varie scienze pure: la razionalità della termodinamica non è quella della meccanica di Newton.

Ma allora come si sceglie sulla scienza? Lo abbiamo visto considerando i quattro modelli di teoria scientifica. E quale è il risultato di queste scelte? Non l’irrazionalismo, o l’indifferentismo, o la vita dei soli sensi; ma il pluralismo di un numero preciso di razionalità, in accordo con quella enorme esperienza storica che è stata la scienza occidentale; esperienza che, una volta conosciuta nei suoi fondamenti, resta come guida sapienziale per l’umanità.

Ma allora il problema vero non è se la ragione sia unica, ma il suo legame con l’etica (delle scelte). In Occidente la scienza ha sempre subordinato l’etica, invitando la gente a “saper convivere con il progresso” senza resistergli; cioè, ad adeguarsi ad esso anche se comportava profondi cambiamenti di modelli di vita (si pensi ad esempio a come l’ingresso della automobile ha cambiato la vita della gente: così tanto che il suo possesso anticipa e precostituisce il formare la propria famiglia; oppure si pensi a come ha cambiato la mente della gente lo stare quattro ore al giorno (media europea) davanti alla TV, o l’avere un cellulare per passare un gran parte della vita per comunicare con persone lontani; e per dire che cosa?). La giustificazione presentata alla gente che essa deve accettare di buon grado il “costo umano del progresso”, anche se in Italia ci sono 5.000 morti l’anno per incidenti stradali e che ci sono le morti programmate (statisticamente) a causa dell’uso della radioattività in mille applicazioni sociali (ad es. impedire che le patate diano getti). Il tutto giustificato con il fatto che la ragione è unica, quindi la scienza è unica, quindi non ci sono alternative a questo progresso tecnologico e sociale.

Allora il salto culturale che è da fare può essere rappresentato dalla seguente tabella, dove si vedono i due rapporti scienza-etica che si confrontano. Il contrasto dei due atteggiamenti sta tutto sulla collocazione dell’unità: se su una costruzione intellettuale, incomprensibile dai fruitori e incontrollabile dalla società; oppure sul genere umano, e quindi la solidarietà con le persone.

Tab. 3: DUE ATTEGGIAMENTI SU SCIENZA ED ETICA: L’OCCIDENTALE E IL NONVIOLENTO

Occidentale

Nonviolento

SCIENZA

Unità della scienza (tra teorie scientifiche non esistono conflitti irriducibili): “La” scienza Le teorie scientifiche hanno tra loro conflitti che sono irriducibili

CONFLITTO

Ci sono conflitti umani che non sono risolvibili senza distruggere una delle parti E’ impossibile che un qualsiasi conflitto non sia risolubile, data la unità del genere umano

1 Questo punto è stato messo in luce molto bene da A. Koyré: Dal mondo chiuso all’universo infinito, Feltrinelli, Milano, 1970.

2 In proposito è utile l’articolo di P. Cerreta e A. Drago: “50 anni di didattica della fisica, Il tempo nella scuola, 7 (1992) aprile, 14-17.

3 A. Drago e G. Forni: “A chi serve l’insiemistica?” Scuola Documenti, n.14 (1978), 40-48.

4 Anche negli USA l’insiemistica fu di moda. Contro di essa scrisse M. Kline: “Why John does not add”.

5 Una rassegna di questi argomenti, tale da essere presentata agli studenti delle scuole superiori, è in Insegnanti nonviolenti: Matematica della guerra, Ed. Gruppo Abele, Torino, 1987. Per gli insegnanti è utile A. Drago: “La matematica è senza conflitti? Matematica dei conflitti e conflitti in matematica”, Atti Fond. Ronchi, 55 (2000) 243-259.

6 Note bibliografiche su Richardson e alcuni articoli originali sul tema sono in J. R. Newman (ed.): The World of Mathematics, Schuster, New York, 1956, vol.II, 1238-1265. Una biografia scientifica di Richardson: O.M: Ashford: Prophet or Professor?, Hilger, Bristol, 1985.

7 J. von Neumann, O. Morgenstein: Theory of games and economic behavior, Princeton U. P. . I cinquant’anni della nascita di questa teoria sono stati celebrati con l’assegnazione del premio Nobel per l’economia.

8 Di A. Rapoport è classico: Strategia e Coscienza, Bompiani, Milano, 1963. I libro illustra la teoria dei giochi ad un livello più intelligente ed approfondito di quello dei tanti libretti in libreria con questo titolo; ed è anche una applicazione del gioco più famoso, il dilemma del prigioniero, ai rapporti USA-URSS.

9 Questo gioco ha formalizzato il contenuto di una novella (a rigore, la teoria dovrebbe introdurre il gioco giustificando la scala di preferenze rappresentata poi dalla tabella; io qui semplifico, riferendomi ai significati intuitivi che la novella fa associare ai numeri).

10 In letteratura questi paradossi vengono dati per risolti mediante la teoria degli equilibri di Nash. Ma, come lo stesso teorema di Minimax, essa è basata su operazioni non costruttive, che cioè si appellano all’infinito in atto. Vedasi il mio: “Finite game theory according to constructive, Weyl’s elementary, and set-theoretical mathematics”, Atti Fond. Ronchi, 57 (2002) 421-436.

11 A Drago, G. Toraldo: “Il dualismo discreto-continuo nella storia delle teorie matematiche della guerra”, in S. D’Agostino, S. Petruccioli (eds): Atti V Conv, Naz. Storia Fisica, Acc. dei XL, Roma, 1985, 375-382.

12 Un articolo originale è riportato in J. R. Newman: op. cit.. In A. Drago: “La matematica…,”, op. cit., c’è una breve illustrazione. In Insegnanti nonviolenti: op. cit., è riportato un altro caso interessante di statistica dei conflitti.

13 A. Drago e A. Pirolo: “Urto, teorie meccaniche e nonviolenza”, in A. Drago, M. Soccio (ed.): Per un modello di difesa nonviolento, Editoria Univ, Venezia, 1995, 192-208. A Drago e A. Sasso: “Entropia e difesa”, in G. Stefani (ed.): Una strategia di pace: La difesa popolare nonviolento, Fuorithema, Bologna, 1993, 153-162; A. Drago: “Modelli logici, matematici e fisici dei conflitti e delle loro soluzioni”, in M. Zucchetti (ed.): Contro le nuove guerre. Scienziati e scienziate contro la guerra, Odradek, Roma, 2000, 73-81.

14 D. Prawitz and P.-E. Malmnaess: “A survey of some connections between classical, intuitionistic and minimal logic”, in A. Schmidt and H. Schuette (eds.): Contributions to Mathematical Logic, North-Holland, Amsterdam, 1968, 215-229; J.B. Grize: “Logique” in J. Piaget (ed.): Logique et connaissance scientifique, Éncyclopédie de la Pléiade, Gallimard, Paris, 1970, 135-288, pp. 206-210; M. Dummett: Elements of Intuitionism, Claredon, Oxford, 1977. Una mia illustrazione è: “Il ruolo della logica non classica nei fondamenti e nella didattica della scienza”, A. Repola Boatto (ed.): Pensiero scientifico, Fondamenti ed Epistemologia, IRRSAE Marche, Ancona, 1997, 191-209 e “Traduzione, doppia negazione ed ermeneutica”, Studium, 99 (2003) 769-780.

15 S. Freud: “La negazione” (1925), in Opere, Boringhieri, 1980, vol. X; per una interpretazione di questo scritto mediante le doppie negazioni, si veda A. Drago e E. Zerbino: “Sull’interpretazione metodologica del discorso freudiano”, Riv. Psicol., Neurol. e Psichiatria, 57 (1996) 539-566.

16 Si noti che la successiva fondazione dell’analisi, data da Cauchy e Weierstrass, quella di definire il limite mediante la tecnica dell’ε-δ, non ha eliminato affatto l’infinito in atto; vedasi E.G. Kogbetlianz: Fundamentals of Mathematics from an Advanced Point of View, New York : Gordon & Breach, 1968, App. II.

17 Per maggiori particolari si veda il mio articolo: “Lo schema paradigmatico della didattica della Fisica: la ricerca di un’unità tra quattro teorie”, Giornale di Fisica, 45 n. 3 (2004) 173-191.

18 Maggiori particolari nell’articolo di C. Bauer e mio: “Didattica della chimica e fondamenti della scienza”, Atti XI Conv. Naz. Storia e Fondamenti della Chimica, Acc. Naz. Sci. XL, 123, vol. 29, 2005, Torino, 2005, 353-364.

19 Vedansi i lavori S. Cicenia e A. Drago: “Didattica delle geometrie non euclidee: quali proposte?”, Period. Matem., 63 (1987) 23-42; “La logica non classica nella geometria non euclidea di Lobacevskij”, B. Rizzi et al. (eds.): Matematica moderna e insegnamento, Ed. Luciani, Roma, 1993, 434-442; “The organizational structures of geometry in Euclid, L. Carnot and Lobachevsky. An analysis of Lobachevsky’ s works”, In Memoriam N. I. Lobachevskii, 3, pt. 2 (1995) 116-124; La Teoria delle Parallele secondo Lobacevskij (con inclusa la traduzione e cura di I. N. Lobacevskij: Untersuchungen der Theorien der Parallelellineen, Finkl, Berlino, 1840), Danilo, Napoli, 1996,

20 A. Drago: “A.N. Kolmogoroff and the Relevance of the Double Negation Law in Science”, in G. Sica (ed.): Essays on the Foundations of Mathematics and Logic, Polimetrica, Milano, 2005, 57-81.

21 Per maggiori particolari vedasi il mio articolo: “La Tradizionale didattica della Matematica tra astrattismo e strumentalismo”, in G. Ferrillo (ed.): Atti convegno sulla didattica delle scienze, Aversa, 2008 (in stampa).

22 Si veda la eccellente descrizione data da J. Ben-David: Il ruolo dello scienziato nella società, Il Mulino, Bologna, 1974.

23 Marx, che era stipendiato da Engels, non fu d’accordo ed ebbe il coraggio di scriverlo ne La critica del programma di Gotha (1875), Ed. Riuniti, 1974 (Gotha era la città dove c’era il congresso della socialdemocrazia che avrebbe deciso questa alleanza).

CONSIDERAZIONI SULLE GEOMETRIE NON EUCLIDEE del Dott. Antonino Drago, Università di Pisa

NDC

Abbiamo ricevuto dal dott. Antonino Drago  i suoi due pregevoli interventi già pubblicati sulla rivista ‘MATEMATICAMENTE‘ e riportati in due files, da inserire direttamente nel nostro Blog. Rimarranno in questo Post separato per qualche tempo per renderli più visibili, poi li inseriremo insieme agli altri in un unico Post (Geometria e Natura) dedicato alle Geometrie  non Euclidee ed altro, secondo il nostro criterio che ‘guarda’ lo stesso oggetto culturale da più punti di vista, per renderlo meglio assimilabile.

Rimaniamo disponibili a inserire nel nostro Blog anche gli altri articoli scientifici che il dott. Drago vorrà inviarci (es., articoli sulla didattica ed epistemologia della matematica e fisica, sull’insegnamento della relatività e della teoria dei quanti…; anche riproporre lavori già pubblicati, se possibile).

Anonimo

(dott. Piero Pistoia, NDC)

tonino drago 1

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UN ESEMPIO DI TRASFORMAZIONE DEL PAESAGGIO: CASCINA (PI) dell’accademico dott. prof. Paolo Ghelardoni

Questo articolo è piaciuto al blog Briciolanellatte, come comunicato  il 4-5-2015 da WordPress all’Amministratore con una e-mail 

PREMESSA

DA QUESTA RICERCA ESEMPLARE DI GEOGRAFIA ECONOMICA APPLICATA potremmo ENUCLEARE UN PACCHETTO DI PROTOCOLLI OD UNA SCALETTA DI PROCESSI ‘INSEGNATIVI’ COME GUIDA ALL’ANALISI PAESAGGISTICA DI ALTRI PAESI DELLA TOSCANA E NON SOLO.

Anonimo

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Per vedere un parziale curriculum del Prof. Ghelardoni :

GHELARDONI PROF PAOLO_ BREVE CURRICULUM1

Chi vuole vedere l’articolo in odt chiccare su:

PAOLO_GHELARDONI_CASCINA_PAESE

Chi vuole vedere l’articolo in pdf cliccare su:

PAOLO_GHELARDONI_CASCINA_PAESE

ALTRIMENTI:

ghelardoni_foto1

LE TRASFORMAZIONI RECENTI DEL PAESAGGIO A CASCINA (Pisa,Italy)

Dell’Accademico dott. Prof Paolo Ghelardoni, titolare della cattedra di Geografia Economica (Università di Pisa)

Uno dei problemi sempre più avvertiti dalla pubblica opinione è la trasformazione del paesaggio nel proprio territorio e di conseguenza i tentativi per proteggerlo. La necessità di salvaguardare il paesaggio era già stata considerata fondamentale dai nostri padri costituenti in quanto l’articolo 9 della Costituzione Italiana recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della nazione”. Ed anche il nuovo Titolo Quinto della Costituzione assegna allo stato la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali (tit..117). Anche per la Convenzione Europea del Paesaggio, questo deve essere integrato nelle politiche di pianificazione del territorio; vi deve partecipare il pubblico, tanto che vi è chi parla di paesaggio democratico, cioè di paesaggio che appartiene a tutti (costruito con l’apporto di tutta la popolazione). Per questo è necessario accrescere la sensibilità della società civile al valore del paesaggio; si devono promuovere ricerche sistematiche volte a conoscere il proprio territorio tenendo conto dei valori attribuiti dalle popolazioni interessate.

Per parlare del paesaggio è necessario fornirne una definizione, anche se non è facile darne una che sia veramente completa e accettabile da tutti. Ad esempio per i turisti innamorati della Toscana, il paesaggio toscano viene definito bello, armonioso, meraviglioso, dai bei colori mutevoli con le stagioni; questo perché è basato su un ideale di vita felice, di un idillio agreste e mitico ispirato al Rinascimento di cui la nostra regione conserva tante memorie architettoniche. Se dobbiamo darne una definizione generalmente accettata, il paesaggio toscano è quello “dove l’opera dell’uomo si è impressa in una solida architettura rurale di linee sobrie ed eleganti, in una secolare sistemazione dei campi che filari di viti e olivi dividono in una trama ordinata, opera della mezzadria alla quale sono legati gli ordinamenti colturali, le dimore ed altri aspetti paesistici; la viabilità, data da una rete di piccole strade, con filari di cipressi nei viali di accesso alle case e alle ville, completa il quadro caratteristico”. Questo è il concetto generale del paesaggio toscano che si manifesta nelle forme più tipiche nelle zone collinari della regione.

Siamo quindi in un paesaggio umanizzato, in cui l’uomo ha trasformato gli aspetti naturali in un territorio derivato con campi, strade, corsi di fiume deviati, boschi mutati nelle loro essenze. Dove si è avuto un fitto popolamento il quadro originario è quasi completamente scomparso. Il paesaggio umanizzato diventa un documento di cultura di quella popolazione che lo ha elaborato nel tempo. Occorre d’altra parte precisare che il paesaggio naturale, quello rimasto intatto e prezioso da ricercare e da conservare è oggi praticamente inesistente; si può trovare in limitate aree dell’Appennino (es. alcune zone delle Foreste Casentinesi) o in alcuni Parchi Alpini.

Nel complesso generale di quello toscano, quello del comune di Cascina rappresenta un tipo particolare di paesaggio della pianura.

Come impianto generale, almeno dal punto di vista fisico, in quest’area occorre risalire alla Centuriazione Romana. Come è noto, i Romani quando avevano conquistato un territorio, per accentuarne il possesso e l’autorità, vi insediavano i militari che lo avevano conquistato; e l’insediamento avveniva con un perfetto sistema agrimensorio basato sulla suddivisione del terreno in centurie, corrispondenti a quadrati di 710 metri di lato (mezzo miglio romano), affidate ad un singolo soldato; ai lati della centuria si aprivano le terre comuni, cioè strade, scoli, fossi; nella piana di Pisa questa suddivisione si è verificata nel I-II secolo a.C. Ed è ancor oggi ben rintracciabile nella topografia dell’area, anche se ben poche sono le “immaginette” (o marginette) le figure votive collocate nei secoli passati agli incroci tra i cardines e i decumani, quali invocazioni per la protezione dei lavori agricoli; talvolta queste testimonianze sono state tolte perché intralciavano la “libera” edificazione o si trovano ubicate nelle mura di una abitazione. La prosecuzione della centuriazione sulla riva destra dell’Arno e la sua scomparsa in alcune aree presso il fiume stesso ci testimoniano le variazioni del suo corso.

Nel corso dei secoli l’insediamento umano, il sistema della proprietà, dell’amministrazione, l’economia agricola si sono profondamente modificati per guerre, trasformazioni politiche, ordinamenti economici diversi. Tuttavia di quel periodo si sono mantenute le fondamentali strutture del territorio per quanto riguarda alcuni nuclei d’insediamento, la rete stradale minore, l’orientamento dei fossi, la regolazione dei corsi d’acqua (ne sono esempi il Fosso Ceria, il Fosso della Mariana, il Fosso del Nugolaio, il Fosso di San Lorenzo a Pagnatico, tutti orientati nel senso meridiano della centuriazione, diretti verso le aree a quote più basse della piana di Pisa).

Con il Granducato di Toscana si consolida l’asse viario Pisa-Firenze (la Tosco-Romagnola) che si discosta dalla centuriazione per un tracciato più breve tra questi due centri importanti. Lungo questa strada si collocano gli insediamenti più recenti, con gli edifici più importanti e le residenze dei proprietari terrieri.

Infatti una volta realizzatosi il Granducato di Toscana, molti ricchi commercianti e borghesi prevalentemente fiorentini investirono i loro guadagni nello sfruttamento delle terre toscane, dapprima intorno a Firenze poi gradualmente in tutta la Toscana. Nel comune di Cascina varie ville-fattoria e palazzi segnarono l’insediamento di queste famiglie gentilizie che possedevano grandi aziende agricole; ma vi era anche un gran numero di piccole e piccolissime proprietà; nelle grandi dominava il metodo della mezzadria per la valorizzazione agricola del territorio . Come è noto con questo sistema il proprietario del fondo agricolo finanziava la costruzione della casa rurale, le sementi, le attrezzature, il bestiame, mentre la famiglia del mezzadro forniva il lavoro; al raccolto si aveva la divisione a metà. Questo sistema aziendale ha improntato il paesaggio toscano tipico caratterizzato dalla casa rurale sul fondo, dalla coltivazione di vite e olivo tipica delle zone collinari, dallo sfruttamento intensivo di tutta la terra disponibile con colture alternate in grado di fornire sostentamento alla famiglia e con il lavoro esteso ai 365 giorni dell’anno ; non molto diversa è stata l’organizzazione del lavoro nella piana di Pisa e quindi nel comune di Cascina, almeno nella sua parte più fertile, quella centro-nord.

Nel Cascinese la mezzadria, insieme ad una consistente parte di piccoli proprietari terrieri, era fortemente sviluppata a partire dal Sette-Ottocento. L’insediamento era basato sulla casa rurale, un edificio generalmente in muratura a due piani collegati da una scala esterna, con a piano terra la stalla, il magazzino, la carraia, il forno, la tinaia, mentre al primo piano si trovavano la cucina e le camere (diverse per alloggiare una o più famiglie di solito numerose). Il terreno, in prevalenza suddiviso in stretti rettangoli separati da fossi, annoverava la coltivazione di cereali (con filari di viti ai margini), di ortaggi, di frutteti e di vari prodotti che fornissero alimentazione per tutto l’anno.

Nel territorio cascinese con la costruzione della ferrovia Leopolda alla metà dell’Ottocento si accentuò una sorta di separazione tra la parte meridionale, caratterizzata da estesi campi coltivati a cereali e radi insediamenti e quella a nord della ferrovia con terreni più parcellizzati ad agricoltura intensiva con elevata densità abitativa; le buone produzioni di grano venivano in parte esportate attraverso il porto di Livorno.

Progressivamente la mezzadria, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, non risultava più corrispondente allo spirito dei tempi; il lavoro stava diventando sempre più importante, per cui la suddivisione dei raccolti era pian piano passata al 60% per i mezzadri e 40% ai proprietari; il lavoro nell’industria e nel terziario, con un reddito sicuro e con ferie pagate, rispetto a quello nell’agricoltura, attirava principalmente i giovani, anche perché considerato socialmente più dignitoso di quello dei campi. Tutto questo ha prodotto una fuga dalle campagne soprattutto negli anni Sessanta e Settanta anche per la stessa abolizione del contratto di mezzadria (1964). Quindi anche nel cascinese l’abbandono delle campagne è stato molto consistente in quegli anni.

Il comune di Cascina ha visto progressivamente diminuire gli addetti all’agricoltura (fino al 1961 era un comune prevalentemente agricolo) per diventare un comune ormai centrato sui servizi, oltre ad aver attraversato un periodo caratterizzato da un fiorente sviluppo del mobilificio. In effetti prima della seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi questo comune era celebrato soprattutto per questa attività con “mobili in stile” che caratterizzavano la sua produzione di buon livello.

Tuttavia, se molti cascinesi si trasformavano in lavoratori dell’industria e dei servizi e si trasferivano nelle città sedi del lavoro (Pisa, Livorno, Pontedera), la popolazione di Cascina aumentava per effetto del bilancio naturale, cioè i nati superavano consistentemente i morti; inoltre negli anni Cinquanta e Sessanta si è verificata anche una immigrazione di sostituzione dovuta soprattutto ad agricoltori provenienti dalle colline a sud della provincia, ma anche da altre regioni, come i marchigiani in un primo tempo e successivamente siciliani e sardi, per cui i residenti aumentavano ad un ritmo sostenuto, tanto che questi dai 29 mila del 1951 superano i 38 mila già nel 2001.

Questo incremento demografico è stato quasi regolare nell’intervallo considerato; in pratica si è avuto un incremento intercensuario in media di 2000 residenti; ma negli ultimi anni l’aumento dei residenti è stato più consistente tanto che al 2011 i residenti sono 44.553 quindi oltre 6.000 in più del precedente censimento e poi 45.320 al 31 dicembre 2014. Fino al 1975 il bilancio naturale era positivo, poi da quell’anno il tasso di mortalità è stato sempre superiore al tasso di natalità. L’incremento negli ultimi anni del numero dei residenti è dato essenzialmente dal prevalere degli immigrati sugli emigrati con valori consistenti del tasso di immigrazione negli ultimi dieci anni. E’ il comune di Pisa che fornisce circa il 40% dei nuovi residenti a Cascina, seguito da quello di San Giuliano con valori vicini al 10%.

In conseguenza Cascina risulta il comune più densamente abitato della provincia di Pisa.

La piramide delle età dei residenti mostra una massima consistenza nelle classi dai 35 ai 50 anni e una forte strozzatura delle classi giovanili inferiori ai 25 anni negli anni Ottanta, con un chiaro riferimento alla diminuzione della natalità che rimane costantemente bassa con una debole ripresa negli anni recenti dovuta significativamente alle nascite dei cittadini stranieri.

Questi ultimi costituiscono oltre il 7% degli abitanti (rispecchiando la media nazionale) ed hanno fatto registrare un incremento consistente nelle residenze con una variazione significativa nelle componenti nell’ultimo decennio; se infatti nel 2002 erano i Senegalesi (380) a prevalere sugli Albanesi (238) seguiti dai Marocchini, al 31 dicembre 2014 sul totale degli stranieri (3.464) gli Albanesi sono quasi un terzo (990) seguiti dai Romeni (640), dai Senegalesi (391), dai Marocchini (382) e poi dagli Ucraini (119), con una prevalenza delle femmine tranne che per gli Albanesi.

Negli anni Sessanta e Settanta dal comune di Pisa provengono quasi un terzo dei nuovi immigrati, mentre Campania e Sicilia dominano fra le provenienze degli immigrati di altre regioni. Si stava verificando un ridimensionamento degli addetti all’agricoltura e si espandevano gli insediamenti produttivi del settore mobiliero e di altri comparti, in particolare quello della maglieria. Il comprensorio del mobile, che aveva in Cascina il suo centro principale con la produzione di mobili di tipo artistico-artigianale, riusciva a sfondare sul mercato interno e su quello internazionale per un suo “stile” ben conosciuto, ma dagli anni Ottanta la sua produzione prevalentemente artigianale basata su microaziende, priva di ricambio generazionale e di programmazione, non reggeva più alla concorrenza basata su moderne strutture di centri di vendita e di esposizione; in tal modo una fonte di lavoro su cui contava Cascina veniva a ridursi drasticamente obbligando alla ricerca di nuove forme di impiego.

Data da quegli anni la “questione mobile” a Cascina, a cui aveva cercato di favorire il rilancio l’Amministrazione Comunale con il “progetto legno” per dare continuità a questa produzione e sviluppando una commercializzazione dei prodotti attiva anche a livello internazionale; tuttavia i vari progetti sono naufragati nel generale atteggiamento individualistico degli artigiani cascinesi gelosi della propria autonomia, non comprendendo la necessità di superare le congiunture sfavorevoli mediante associazionismo e cooperativismo e facendosi sfuggire grosse opportunità di rilancio internazionale ( come avvenne con la richiesta di una grossa commessa di ambienti per le olimpiadi di Mosca del 1980 lasciata perdere per indecisione). Anche grazie a questa riduzione dell’attività tipica di Cascina si aveva quindi la trasformazione del territorio comunale in centro rivolto particolarmente alle attività terziarie con i relativi impieghi.

In sintesi sono queste le trasformazioni del sistema economico cascinese che si sono succedute nel dopoguerra: -rapido sviluppo industriale e arretramento dell’agricoltura (1950-60); -primi cenni del rallentamento delle produzioni mobiliere (1960-70); – fase di declino industriale (anni Ottanta); – rapido sviluppo del settore terziario con forte rilancio del commercio (1990-2000); mantenimento del settore commerciale con ristagno occupazionale (2000- 2014).

La forte riduzione dell’agricoltura incide sul paesaggio agricolo che si trasforma da una struttura costituita da stretti campi rettangolari ad una con larghe superfici irregolari, più adatte ad una agricoltura meccanizzata. La conduzione diretta con salariati e compartecipanti raggiunge il 95% con una forte riduzione delle aziende che nel comune dalle 1637 del 1970 si riducono a 560 nel 2000; nello stesso arco di tempo la superficie agricola scende da 5420 ha a 4250 (tesi Valbona). Negli ultimi decenni in sostanza si registra la prevalenza di microaziende, ma è in aumento la grande superficie aziendale (oltre i 50 ha), con forme colturali di tipo estensivo e prevalenza di part-time.

Anche il comune di Cascina ha quindi registrato il fenomeno dell’urbanizzazione, cioè l’aumento consistente della popolazione delle città e dei centri abitati più cospicui per l’attrazione da questi esercitata sulle aree vicine per la presenza di maggiori servizi di ogni tipo, più facilità di impiego, più attrattive per il tempo libero, più vita moderna.

L’incremento dei residenti non ha interessato solo il centro storico di Cascina e il suo intorno immediato, ma data la facilità di comunicazioni (treno, autobus, buona rete stradale) un consistente sviluppo edilizio si è registrato tra Pisa e Cascina, combinandosi l’espansione pisana con quella del nostro centro; si è quindi poco per volta occupato ogni spazio edificabile da ambedue i lati della Tosco-Romagnola, poi lungo il reticolato ancora evidente della centuriazione, colmando in gran parte lo spazio compreso tra la golena dell’Arno e la ferrovia per Firenze, in molti casi superandola verso sud, in particolare dove già si trovavano nuclei abitati storici, come Titignano, Visignano, San Prospero, San Lorenzo a Pagnatico, Marciana e Latignano. Questo continuum abitativo è stato definito da alcuni come la “conurbazione Pisa-Pontedera”, in quanto anche oltre Cascina e fino a Pontedera non c’è quasi soluzione di continuità nello sviluppo edilizio. Dal 1951 al 2011 la superficie comunale urbanizzata aumenta del 77%, particolarmente nei poli di Navacchio e di San Frediano (tesi Valbona.).

CONURBAZIONE_PIANA_PISA

Poco per volta le trasformazioni edilizie portano al ridimensionamento di quella che rappresentava la struttura urbanistica delle frazioni componenti il comune di Cascina, la “corte”, che ha origini assai lontane nel tempo, come dimostrano i toponimi ricorrenti in questa zona,ad es. San Lorenzo alle Corti, Case Corti, Via di Corte, ecc. Questa struttura, tipica delle zone rurali, si caratterizza per l’orientamento a sud dei vani e per la presenza di spazi interni alla corte, un tempo adibiti ad uso agricolo. Ed essa segna le caratteristiche di quasi tutti gli edifici più antichi, tanto che anche i numerosi palazzi padronali, presenti nella zona, mantengono generalmente lo schema a corte, con un ingresso principale sulla pertinenza ed uno di servizio. Tuttavia diventando esclusivo luogo di residenza, la fisionomia originaria si è perduta; spesso il frazionamento della “corte” ha trasformato il complesso in case “a schiera”, eliminando uno degli elementi caratteristici di tale struttura, lo spazio comunitario di pertinenza; quando non si sono stravolte del tutto le caratteristiche tipiche della struttura ricavando terrazzi di aspetto stridente o trasformando la carraia in salone con infissi improbabili.

Buona parte della domanda insediativa si rivolge verso nuove abitazioni, ma c’è anche una netta tendenza al riuso del patrimonio storico esistente e alla ristrutturazione di edifici del dopoguerra, anche per le restrizioni imposte all’eccessiva edificazione.

Il più recente Piano Strutturale, per salvare almeno ciò che resta del paesaggio agricolo, ha stabilito la permanenza di fasce verdi longitudinali intermedie all’insediamento definendole “invarianti”, quindi territorio non edificabile, una sorta di intervallo, varchi agricoli, nel continuum edificato.

Questa crescita demografica e conseguentemente edilizia del comune di Cascina, che si accentua negli ultimi 20 anni, è motivata da un successivo fenomeno demografico: la controurbanizzazione. Dopo la forte corsa alla città degli anni Sessanta e Settanta, a partire dagli anni Ottanta si verifica un movimento inverso; la popolazione cittadina si allontana dai grandi centri abitati perché cominciano a svilupparsi fenomeni negativi che inducono alla fuga dalla città. Il consistente sviluppo edilizio dei decenni precedenti ha provocato una eccessiva cementificazione; il forte incremento della motorizzazione ha provocato un traffico notevole portatore di inquinamento, rumore, vita convulsa, difficoltà di relazioni; anche lo sviluppo della microcriminalità ha generato insicurezza. La ricerca di una vita ambientale migliore induce a rivolgersi alla campagna per soddisfare un bisogno di verde, di vita tranquilla, di abitazioni più ampie preferibilmente con giardino, di assenza di rumori e di inquinamento; quella che viene definita “una vita a misura d’uomo” . E’ quindi per queste motivazioni che la città di Pisa inizia a perdere abitanti; dopo aver toccato il massimo nel 1981 con oltre 104 mila residenti, in trenta anni scende a poco più di 86 mila. Questa diaspora si spande sui comuni limitrofi, Vecchiano, San Giuliano, Calci in piccola parte, ma in maggior consistenza su Cascina.

Dal dopoguerra agli inizi del XXI secolo la struttura della popolazione attiva cascinese ha subito cambiamenti profondi. Se nel complesso lievissimo è stato l’aumento percentuale degli attivi, si è registrato un crollo del settore primario passati dal 34,6 % nel 1951 al 2,1 % del 2001, con il settore secondario passato dal 41,9% al 31% nello stesso intervallo di tempo, mentre gli attivi del terziario sono passati dal 18,9 % al 59,5%; confermando il rapido sviluppo del commercio tra gli anni Novanta e l’inizio del secolo successivo.

L’incremento delle abitazioni si sviluppa come un’onda che procede dal confine del comune di Pisa per portarsi progressivamente verso il centro di Cascina e oltre, scavalcando ben presto la ferrovia a sud in quello che era il dominio quasi assoluto dei campi.

Questo sviluppo tumultuoso dell’edilizia nel nostro comune ha trasformato decisamente il paesaggio. Nei primi anni della crescita demografica dei comuni della piana di Pisa si assiste ad una speculazione selvaggia; fino al 1973 si può costruire derogando dalle regole, per cui si costruisce quasi ovunque con piani regolatori sommari o inesistenti, non tenendo alcun conto del paesaggio esistente. L’aspetto edilizio tipico costituito da abitazioni con due piani fuori terra vede svilupparsi frequenti case a 3 o 4 piani, ma talvolta anche a 6 piani fino a 9 (quasi dei minigrattacieli); si sono costruite nuove strade con carreggiata più ampia di quelle precedenti; si è registrato l’insediamento di nuove industrie pur concentrate in ampie zone artigianali e industriali (tra Cascina e l’Arnaccio e nella zona del Nugolaio dalla ferrovia alla superstrada) e ampie zone commerciali; la centuriazione in molte zone è stata cancellata (rimangono solo alcune delle marginette più grandi), molti fossi sono stati colmati; gran parte delle case tipiche della mezzadria sono state trasformate in villette adattando alcuni vani alle esigenze moderne (spesso la carraia modificata in ampio salone vetrato), talvolta con alti muri di cinta, mentre nelle aree più isolate le case rurali sono state abbandonate alla rovina.

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Fortunatamente si sono salvate dal degrado molte ville storiche abbastanza frequenti nel nostro territorio, generalmente ristrutturate ma conservandone l’aspetto originario. Sono infatti molte le ville o fattorie costruite generalmente nell’Ottocento dai proprietari terrieri più benestanti che i discendenti hanno provveduto a mantenere senza eccessivi ammodernamenti.

Il paesaggio agrario risulta notevolmente trasformato e notevolmente ridotto rispetto alla situazione dell’immediato dopoguerra; la trama dei campi rettangolari stretti e allungati ,separati da piccoli fossi con filari di viti o di alberi da frutto sul confine, è ora caratterizzata , come si è detto, da ampie estensioni, prive di fossi e di piante legnose, più adatte ai mezzi meccanici con più uniformità di colture; queste talvolta hanno visto l’introduzione di nuove specie estranee alla tradizione contadina locale, promosse dalla Politica Agricola Comunitaria e facilitate da incentivi (come la coltura del girasole). La caratteristica varietà di colture tipica dei tempi della mezzadria, è ora sostituita da poche varietà più valide commercialmente, data anche la nuova struttura proprietaria dei campi.

Alcune aree del territorio cascinese, meno adatte alle coltivazioni, nei decenni passati con il boom edilizio sono state utilizzate come cave per la fornitura di argilla per alcune fornaci di laterizi o per estrarne sabbia; ridottasi la richiesta per il rallentamento delle nuove costruzioni, molte di queste cave (tranne i pochi esempi di laghetti per la pesca) sono state trasformate in discariche abusive e solo parzialmente ripristinate a norma di legge, comunque aree generalmente perdute come suolo coltivabile.

La trasformazione più consistente è quella che ha interessato il territorio compreso tra Visignano e il casello della superstrada di Navacchio, un’ampia fascia rettangolare limitata ad est dalla strada del Nugolaio mentre ad ovest tende ad allargarsi nella zona in vicinanza della superstrada. Qui si sono insediate da tempo attività artigianali nella parte settentrionale a partire dalla ferrovia, ma negli ultimi quindici anni si sono estese, con ampie superfici, le attività commerciali. Per primi si sono trasferiti in quest’area due grandi magazzini, sorti inizialmente a Titignano lungo la Tosco-Romagnola nella forma un tempo caratteristica di “stalle” (Cipolli e Desio & Robè), ampliatisi lungo la Via del Nugolaio (Mercatone Uno l’ex Cipolli e il nuovo Desio & Robè); successivamente la zona ha registrato notevoli afflussi di clientela con la costruzione dell’ipermercato Ipercoop, nel cui edificio si sono ubicati anche Obi e Unieuro; negli ultimi anni come altre strutture commerciali si sono poi avuti gli insediamenti di “Mondo Convenienza “, di “Decathlon” , di “Maisons du monde”, di “Piazza Italia”, di “Iper Moda Factory”, di “Arcaplanet”, di centri di fitness, di carrozzerie e alcuni magazzini all’ingrosso.

Questa concentrazione di attività commerciali e di servizio in quest’area trova motivazione sia nella facile raggiungibilità per strade e per superstrada con possibilità di ampi parcheggi, sia nella sua localizzazione nella zona centrale di un territorio che ha, a trenta/quaranta minuti di percorso auto, i centri di Viareggio, Lucca, Pontedera, Collesalvetti e Livorno con il loro ampio intorno; in sostanza l’area commerciale del Nugolaio può essere raggiunta da un bacino di utenza potenziale che si avvicina ai 500 mila clienti. In alcuni periodi dell’anno, particolarmente dedicati allo shopping, l’afflusso di auto congestiona tutta l’area e rende evidente la forte attrattiva commerciale di tutto il complesso.

Cascina, in effetti, è diventata insieme a Pisa (la zona commerciale del Nugolaio dista 6/7 chilometri dalla città) la zona baricentrica dei servizi dell’Area Vasta della costa toscana.

La crescita della superficie urbanizzata pur nella frammentazione degli insediamenti ha dato luogo alla formazione di una gerarchia territoriale, di cui possiamo distinguere due livelli. Un primo è dato dai centri principali lungo la Tosco romagnola già consolidati negli anni Cinquanta come Navacchio-Casciavola, San Frediano e Cascina, cresciuti e densificati anche per mezzo delle intersezioni stradali. La gamma di servizi urbani qui presenti è molto ricca e vede continuamente svilupparsi nuove forme attrattive quali servizi di ristorazione (bar, ristoranti e pizzerie), negozi di abbigliamento, agenzie immobiliari, sportelli bancari, scuole, servizi alla persona, palestre e fitness.

Un secondo livello è dato da una quindicina di centri minori sviluppatisi nelle intersezioni stradali più lontane dalla Tosco-romagnola, dotate di un minor numero di servizi, con la diffusa struttura delle villette a schiera; per molti di questi centri l’espansione è dovuta all’ampliamento di un piccolo nucleo storico originario.

Si è generata così una città reticolare articolata sul tracciato della centuriazione col massimo degli insediamenti tra l’Arno e la ferrovia per Firenze.

Potremmo considerare questo processo di espansione col termine di sprawl considerato come fenomeno di crescita urbana non pianificato (guidato dal mercato o abusivo) in cui la città, in questo caso di non grandi dimensioni, si espande fisicamente nel proprio intorno, che ha carattere agricolo, attraverso forme di insediamento a bassa densità, discontinue nello spazio, miste urbano /rurale.

Questa forte espansione edilizia ha determinato un consistente consumo di spazio agricolo con conseguenze importanti dal punto di vista ambientale. Generalmente oggi l’agricoltura viene considerata un’attività che oltre a produrre risorse alimentari ha anche la funzione di mantenere l’ambiente senza stravolgerlo; in sostanza l’agricoltore conosce le buone pratiche di conservazione dell’ambiente e quindi svolge oggi anche la funzione di “curatore dell’ambiente”.

Inoltre si diffonde sempre più il concetto di “impronta ecologica”, che viene definito come “la superficie agricola produttiva necessaria ad ogni essere umano per vivere, consumare e assorbire i rifiuti prodotti”. Ed anche se i calcoli per misurarla sono complessi e vengono spesso aggiornati con nuovi parametri, si calcolano in 4,2 ettari quelli necessari ad ogni persona per la propria impronta ecologica; ma in Italia già da tempo tale produttività è di soli 1,5 ettari pro capite, quindi il nostro paese è fortemente deficitario per questo aspetto e purtroppo il consumo di spazio agricolo per l’espansione edilizia e commerciale continua in maniera esponenziale. Alcune statistiche ci confermano che nel nostro paese si consumano in media 43 ettari di terreno al giorno con conseguente riduzione delle produzioni agricole. Stenta ancora a diffondersi il concetto che la terra è un “bene comune”, un bene primario a cui deve avere accesso chiunque.

La terra è un bene inestimabile necessario per lo sviluppo sostenibile; dobbiamo lasciare quindi ai nostri discendenti un territorio non troppo diverso da quello che ci hanno lasciato i nostri padri.

Bibliografia.

Gianni G.-Quercioli C., Il comune di Cascina. Pisa,Felici Editore,2001.

Valbona F.,Crescita e diffusione urbana nella piana di Cascina.Tesi in Urbanistica, Univ. di Empoli,2010.

Redi F.,Cascina I.Edilizia medievale e organizzazione del territorio. Pisa,Pacini,1984.

Pasquinucci M.-Garzella G.-Ceccarelli Lemut M.L.,Cascina II.Dall’antichità al Medioevo. Pisa, Pacini,1986.

Pazzagli R.,Cascina III. Economia e Socità dal ‘600 al ‘900. Pisa, Pacini,1985.

Cristiani Testi M.L.,Cascina IV. L’arte medievale a Cascina e nel suo territorio. Pisa, Pacini, 1987.

Mazzanti Re., Lineamenti di geomorfologia della pianura di Pisa. In Pisa e la sua Piana a cura di Cecchella A. e Pinna M., vol.I.Pisa, C.S.E.F.,1997.

Granchi S. (a cura di), Cascina: la città il territorio. Pontedera, Bandecchi e Vivaldi,1993.

Dott. Prof. Paolo Ghelardoni

(docente di ruolo all’Università di Pisa)

DEL DOTT. PROF. PAOLO  GHELARDONI  POSSIAMO LEGGERE SU QUESTO BLOG ANCHE:

“GEOLOGIA DEL PAESAGGIO, INSEDIAMENTO UMANO IN VAL di CECINA”

INSEGNAMENTO DELLA FISICA: una riflessione sulle possibilità educative e di insegnamento della fisica nelle intersezioni Scuola Media-Scuola Superiore, Biennio-Triennio; del dott. Piero Pistoia, docente di ruolo ordinario in fisica

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA, al termine del post

 

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Questo articolo è piaciuto al blog Briciolanellatte come comunicato il 4-5-2015 da WordPress all’Amministratore con una mail 

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Premessa- Riassunto

PARTE PRIMA

FINALITA’ EDUCATIVE INDIVIDUABILI NEL BIENNIO DELLA SCUOLA SUPERIORE

PARTE SECONDA

STATO DELLO SVILUPPO COGNITIVO AL BIENNIO SUPERIORE: “ZONE DI CONFINE” ED “AREA DI SVILUPPO” DELL’APPRENDIMENTO

Bibliografia

Leggi in pdf:

INS. FISICA_BIENNIO_INTERFACCE_parti 1-2

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PARTE TERZA

INSEGNAMENTO DELLA FISICA NEL QUADRO PIU’ VASTO DELLA PREPARAZIONE DI UN ITINERARIO CURRICOLARE:  RICERCA MOTIVATA, RAPPORTO STRUTTURA DISCIPLINARE  – PROBLEMI SOCIALI, INTERDISCIPLINARITA’

Bibliografia

Leggi in pdf:

insegnamento-della-fisica-31 (9)

insegnamento-della-fisica-31 (1)


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PARTE QUARTA

ALCUNI ASPETTI DELLA DIDATTICA SCIENTIFICA; NEI LORO RIFLESSI EPISTEMOLOGICI

Bibliografia

PARTE QUINTA

UNA PROPOSTA MODULARE PER INSEGNARE FISICA NELLA ZONA DI FRONTIERA (METODO DI APPRENDIMENTO)

Bibliografia

Leggi in pdf:

INS_FISICA_BIENNIO_INTERFACCE_parti 4-5 in pdf

 

LETTERA AL DOTT. ANGELO MARRUCCI SUL CAP. I° DEL LIBRO DI E. SEVERINO “GLI ABITATORI DEL TEMPO” del dott. Piero Pistoia

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA:

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Nel lontano 1994 l’amico dott. Angelo Marrucci, allora direttore della Biblioteca di Volterra,  mi propose di scrivere il mio personale pensiero sul cap. I° del saggio di E. Severino “Gli abitatori del tempo”, Armando, 1978. Il 3-6-1994 gli consegnai il seguente scritto ‘a braccio’, che mi aveva richiesto (la mia conoscenza ufficiale ‘timbrata e certificata’ del linguaggio filosofico rimandava alla preparazione del Liceo Classico, diluita nel tempo da più di 60 anni). Oggi il dott. Angelo permane solo nel ricordo. Comunque, per quel che vale, dovunque esso si trovi in questo strano Cosmo multidimensionale, possa egli riposare per sempre in pace. Ho ritrovato questo scritto solo oggi per caso, nel mettere ordine in  un enorme raccoglitore (30 cm circa di apertura), fra i tanti negli scaffali, stipato di fogli di appunti, fotocopie, commenti, riassunti di letture,  abbozzi di programmi e programmazioni, relazioni culturali, progetti di ricerche… un guazzabuglio a più dimensioni che copre una parte del mio percorso di vita. Non so perché questa lettera mi abbia colpito emotivamente, ma rileggendola, anche per gli interrogativi che poneva, ho deciso di condividerla (in specie con me stesso) sul blog.

NB lo scritto è ancora in via di revisione e precisazione, in particolare nella individuazione delle parti dell’originale trasferite in esso.

 

ENTE ESSERE SEVERINO

 

Sono trascorsi molti anni e questo scritto è rimasto privo di un dibattito a seguire, disperso e  sgualcito  in una miriade di scartoffie senza senso che fra poco finiranno, come tutto, in discarica! e… il contenuto dell’articolo rimarrà non completamente compreso (un percorso culturale interrotto).

LA GEOTERMIA E’ UN’ENERGIA PULITA? E GLI IMPIANTI A “CICLO BINARIO”? Alcuni aspetti del problema e suggerimenti; a cura del tecnico Giovanni Borghetti; post aperto.

IN BREVE: ALCUNI PUNTI FERMI SULLA GEOTERMIA del tecnico Giovanni Borghetti

La geotermia può essere definita un’energia pulita? La risposta non può essere nè sì e né no: dipende dal tipo di fluido geotermico e dipende dal tipo di impianto di sfruttamento. Che cos’è la geotermia? Con geotermia si intende lo sfruttamento del calore, contenuto nei fluidi prelevati dalle profondità della terra. Il calore prelevato dai fluidi geotermici può essere sfruttato tale e quale (vedi teleriscaldamento) oppure trasformato in energia meccanica e quindi, elettrica. Parlando nello specifico di produzione geo-termoelettrica, quali sono i fattori che concorrono a determinare se la geotermia può essere considerata pulita o no? Prima di tutto il tipo di fluido. I fluidi geotermici sono sempre costituiti da acqua e vapore in varie percentuali (titolo del vapore), da gas incondensabili (prevalentemente CO2) e da altri elementi (boro, zolfo, mercurio, arsenico…), in funzione delle rocce attraversate. Relativamente agli inquinanti contenuti nel fluido geotermico non si può fare molto: spesso la soluzione è non realizzare impianti in quelle aree dove i fluidi sono particolarmente inquinati. Oppure, realizzare impianti che abbattono tali inquinanti o che non li usano direttamente per il ciclo di centrale e, quindi, non li mettono in contatto con l’atmosfera. Relativamente agli impianti dove si abbattono le principali sostanze inquinanti, sono ormai diffusi nel mondo, gli impianti di abbattimento dell’Idrogeno Solforato (H2S) che, pur non avendo una riconosciuta pericolosità per la salute e l’ambiente, ha uno sgradevole odore di “uova marce”. ENEL ha dotato le sue centrali geo-termoelettriche di impianti di abbattimento polivalenti, denominati AMIS; tali impianti, concepiti e realizzati da ENEL, riescono ad abbattere, quasi completamente, Mercurio e H2S. Resta l’emissione della CO2, contenente piccolissime quantità di altri gas. Rispetto alla produzione di elettricità mediante combustibili fossili, c’è da dire che la quantità di CO2 prodotta dalla geotermia, a parità di energia prodotta, è molto piccola. Le centrali dotate di torri refrigeranti “ad umido” hanno anche un pennacchio che fuoriesce da tali torri refrigeranti. Anche se tale pennacchio è costituito prevalentemente da vapore acqueo, viene spesso immaginato come fonte di grande inquinamento e, quindi, crea allarme. E anche se è vero che tale pennacchio tende a salire e disperdersi nell’atmosfera, è pur vero che una pur piccola quantità di goccioline di fluido geotermico (drift) viene trascinata e può ricadere nei dintorni dell’impianto. L’adozione di torri refrigeranti del tipo “a secco” può eliminare totalmente il problema.

La soluzione che elimina alla radice qualunque tipo di inquinamento ambientale è basata su impianti a “ciclo binario” dove, dal fluido geotermico, viene soltanto prelevata una parte del calore contenuto e poi reiniettato, con tutti i suoi inquinanti, solidi e gassosi, nella falda profonda, da cui era stato prelevato. Il resto della centrale (circuito secondario) è completamente separato dal circuito geotermico (primario). Questo tipo di impianti permette di sfruttare, entro certi limiti, qualunque fluido geotermico (acqua, vapore, miscele acqua-vapore) e, a fronte di un rendimento termico più basso e costi di investimento maggiori, offre il vantaggio di essere a impatto zero sull’ambiente. Ovviamente, l’impatto dovuto alla presenza dell’impianto, delle strade e linee di trasporto del fluido, nonché delle linee elettriche, dell’impatto dovuto alle fasi di perforazione e montaggio dell’impianto e successive manutenzioni, sono elementi che possono essere minimizzati ma non eliminati.

Chi volesse approfondire la tematica, può trovare su Internet un’ampia trattazione; a titolo indicativo, si riportano i collegamenti a due siti Internet ma, facendo una ricerca, esistono molti altri siti dove trovare notizie sull’argomento.

http://www.unionegeotermica.it/

http://www.geothermalenergy.it/content/home

 

UNA RIFLESSIONE NDC (note del coordinatore: Piero Pistoia)

La reiniezione ad alte profondità della componente gassosa non condensabile, a parte l’energia non trascurabile necessaria per la compressione,  è così facile e scontata, se non vogliamo provocare alcun inquinamento in aria?

Per chiarirci le idee si accettano tutte le risposte e/o altre riflessioni! 
Da inviare (in odt, doc o pdf) all'e-mail:  ao123456789vz@libero.it ovvero pfbianchi@hotmail.com. 

SCORIE DI VITA del dott. Paolo Fidanzi; capitoli a seguitare

SCORIE DI VITA

Un romanzo senza capo nè coda, un centinaio di capitoli senza titolo, scollegati tra di loro e scritti male. (Parodia dell’autobiografia postuma di Mark Twain)

CAPITOLO

Decisi improvvisamente di partecipare al premio, la prima volta che pensavo seriamente di scrivere un romanzo, un piccolo romanzo, qualcosa che almeno assomigliasse a un romanzo, uno di quelli brevi che avevo letto. Non sono un grande lettore di romanzi, no, decisamente sono un lettore di poesia, la sento più forte, mi lega alle cose con maggiore intimità. Penso che sia così perché non riesco a leggere romanzi che non siano scritti con periodi brevi, che siano fulmine e tuono nello stesso tempo, che mi aiutino a sognare e a ricordare. Qualcuno ha detto che non esiste differenza tra sogni e i ricordi, quando appartengono alla stessa persona. E’ difficile distinguere le due realtà.

Dovevo trovare velocemente una storia da raccontare, dare corpo alle vicende, scegliere un incipit semplice ma efficace, fare una premessa, sviluppare una sequenza di immagini e di suoni, di passaggi che potessero contenere gli abbozzi di un esito felice, sicuramente felice, perché a me piacciono le storie che finiscono bene. Dovevo adottare uno stile personale con cui raccontare, magari prendendo a prestito qualcosa di già sperimentato e che subito aveva fatto presa su di me alla prima lettura. Ecco, cominciavo a sentire l’urgenza di procedere spedito senza un filo troppo logico ma secondo il fluire delle parole degli spazi dei contrappunti delle figure e dei colori, secondo il fluire di coscienza dell’Ulisse Joyssiano, delle sfilate improvvise di aggettivi e sostantivi, di avverbi e consonanti e vocali, e ancora tutto quello che sortiva dall’immaginazione. Pensai alla scrittura di Giuseppe Berto, alla sua cadenza incalzante, senza punteggiatura il ritmo tenuto solo dal sali e scendi delle parole in un discorso più o meno comprensibile anche se poco lineare. Pensai che la prima cosa da fare fosse quella di liberarsi dalla paura di essere giudicato. Pensai che avrei potuto usufruire dell’esperienza accumulata nei miei primi cinquantasei anni e che un pittore comincia a dirsi pittore dopo i sessanta anni. Forse anche uno scrittore, o forse no. Dovevo riempire molte pagine,almeno 15000 battute, che messe di seguito dessero il senso di un romanzo. Potevo scegliere davvero se affidarmi più al sentimento o alla ragione, se dare un taglio tecnico, saggistico o lasciar scorrere appunto liberamente gli oggetti e le cose su una specie di scala mobile pronta a calamitare le sensazioni più originali e nascoste al semplice apparire.

Decisi di lasciarmi andare e vennero fuori un paio di pagine tremendamente arruffate, sgrammaticate e incomprensibili, lontane persino al più sperimentale linguaggio poetico:

  • maremma impestata troia della Sitrì possibile che anche stasera non ci sia una notizia buona a questo telegiornale e che non parlino altro che di morti decapitati bruciati di mogli morte ammazzate di figlioli che si drogano che saltano i terrazzi perché vogliono ribellarsi e preferiscono morire e punire i loro genitori e la scuola perché tutti abbiano rimorsi… e sempre la guerra i bimbi che muoiono di fame, gli immigrati, i negri che potrebbero rimanere a casa sua, accidenti a chi non vuol essere razzista e invece lo è più degli altri.
  • e poi via non si può vedere quanto rubano i politici e anche la Corte dei Conti dice che la sanità è malata e non c’è più rimedio per il popolo italiano fatto di ex eroi e parecchi ladri. Una matassa intrugliata insomma, speriamo bene che qualcuno ci tiri fuori dal baratro ma ci credo poco, non ci si capisce più niente. Il senso comune il bene del paese, tutte cose ora vuote di senso, e noi qui a cercare appunto il senso della vita.

Non potevo continuare a scrivere un romanzo in questo modo. Decisamente mancava la storia e poi tutto questo mio arrovellarmi sullo stile era dovuto al fatto che non sapevo scrivere e volevo farlo per forza, chissà quale torto subito avessi voluto compensare. E poi tutto così in fretta con la furia come compagna e il dolore di testa, tutto in una notte come fossi uno scrittore russo, un Dostoewskji delle “memorie del sottosuolo” o di “povera gente”.

Due gatti della ciurma che abita con me Ringo e Stella si addormentarono ai lati del piccolo computer, ignare sentinelle di una prova d’autore improponibile ad un pubblico di lettori relativamente ragionevoli. La speranza era solo di essere capito nel manifestare un dissenso tardivo verso una società alla quale forse non avevo mai aderito completamente ma nella quale mi ero mimetizzato come essere conformista, furbescamente adattato. Il gatto e la gatta continuarono a dormire tutta la notte e al mattino erano comparse oltre cento pagine già scritte. Come se le avessi buttate giù durante il sonno descrivendo sconclusionatamente i più bizzarri e improbabili avvenimenti i più strani paesaggi e specifiche descrizioni d’interni :- i pennelli nel vasetto di vetro spuntavano come fiori il cannocchiale a cinquanta ingrandimenti si reggeva sul treppiedi di latta il vaso cinese in terracotta con i disegni blu era sul tavolo accanto a tanti vasetti di colore acrilico e una pietra di fiume colorata di verde e blu separava un pennello da un vaso bianco pieno di tinta acrilica bianca, un portafotografie con la cornice rossa conteneva la foto di Paolo e Francesca al mare che si baciavano e che dicevano il nostro amore è come musica, un pezzo di un vecchio carillon fatto come un telefono antico era appoggiato a un vaso di terracotta quadrato con tutti i pennelli dentro e qualche penna a sfera, una bottiglia di plastica di acqua minerale era mezza piena e una scatolina Pelikan con l’inchiostro blu per i timbri si vedeva appena apparire dietro la bottiglia. Tre Cd e il telecomando dello stereo facevano ombra alla testa rossa e buonissima della gatta Stella, alla parete davanti al divano c’erano due diplomi di laurea e di specializzazione con le cornici di ciliegio e subito sopra un gancio per un televisore piccolo quasi sospeso in aria e una piantana alta con un cerchio di cartone colorato e pieno di rose a coprire una lampadina sbilenca. Poi c’era una lunga fila di libri che non finiva più.

Questa volta Paolo aveva accettato di fare la mostra di pittura solo per creare consenso alle sue nuove opere. Era consapevole di proporre cose ostiche al grande pubblico, una specie di logo che avrebbe dovuto affermarsi nel tempo. Non erano gli ulivi blu e neppure le marine tirreniche fredde e violacee e neppure i cavalli arruffati lanciati in corse frenetiche. Erano le ombre bianche, qualcosa che si opponeva alle radici scure e forti dei suoi ulivi blu, era la mancanza e l’assenza da riempire a memoria. Qualcosa che teneva nello sfondo l’animo umano corroso e colorato, grattato e sporcato dal tempo e dalle responsabilità. Era il tentativo di mettere un po’ d’ordine attraverso i tratti neri che tracciavano formelle nel quadro. Era un’arte che andava spiegata e indirizzata verso una nuova metafisica. Quegli oggetti del quotidiano, tazzine, bicchieri, bottiglie, vasi e pentolame che Paolo avrebbe voluto stampare sulle stoffe per i modelli delle collezioni di moda di Francesco, camicie borse e scarpe comprese le cravatte, e non aveva ancora sentito il bisogno di dare soddisfazione a quell’arte grezza e vivace, inquieta con i suoi bianchi ma rilassante per i colori. L’arte che Paolo caparbiamente esponeva qua e là per l’Italia, senza successo, quasi inosservata. O giudicata fredda. Se Francesco fosse tornato in Italia, ma sempre più difficile sembrava che questo accadesse avrebbe sicuramente apprezzato il lavoro incessante e potente della fashion director della OVS, una signora splendida e intelligente che oltre a pensare di rivestire persone pienotte aveva anche scelto stoffe semplici e cascanti con colori simil coloniali macchiati di rossi sfocati e suggellati dai baige in ogni rifinitura. E tutto questo a prezzi davvero accessibili. Paolo pensò di informare Francesco e di metterlo in contatto con la OVS a Londra. Chissà se questa possibilità di coniugare l’estro la bellezza e la qualità con un prezzo accessibile alle persone normali, avrebbe interessato l’estroso ragazzo che forse aveva deciso di rimanere a vita a Londra.

CAPITOLO

Oggi ho sentito di nuovo il peso dell’impossibilità gravarmi sulla volontà di agire.

Difficoltà varie, da poco superato positivamente il punto di rimbalzo dopo aver toccato il fondo, sento di aver perso terreno sul piano dell’organizzazione del mio lavoro, sento di essere ancora più solo a combattere per una rivoluzione culturale, piccola, ma necessaria per stimolare la crescita dell’informazione e per raggiungere risultati buoni in poco tempo, prima insomma che si vanifichino gli sforzi fatti prima, come se fosse possibile rimandare in aria e più lontana la palla senza che questa dopo una prima spinta tocchi di nuovo terra. Qualcosa nel continuum dell’impegno necessario a raggiungere l’organizzazione idonea per lo svolgimento di un’attività complessa come l’assistenza sanitaria territoriale, si era inceppata. Ma non per caso o per mancanza di un progetto definito, solo per abbandono voluto scientemente da parte di chi il progetto lo aveva accettato e condiviso apparentemente con convinzione ed entusiasmo. Sono stato abbandonato, o forse di proposito portato, nel mezzo di un guado necessario quanto profondo quel tanto da far sparire ogni prova di passaggio umano.

CAPITOLO

Dopo almeno due anni di mancanza la neve torna di nascosto, silenziosa e lieve, di notte quando tutti dormono pensare che il giorno si diceva sì, vai ormai non nevica più davvero. E invece è nevicato. Stamani le colline le siepi e gli ulivi erano carichi e gonfi di coltre bianca, i rami piegati che non sembrava possibile quella cosa lieve e bianca pesasse in quel modo tanto da rompere e sfinire rami grossi, con il sole giganti e ora umiliati spossati e molti di loro schiantati e spezzati accasciati al suolo o sopra altri rami più robusti o sopra motorini lasciati all’aperto o sopra automobili incautamente fuori dai garagi, auto di campagna abituate al vento e alle intemperie, e quasi felici di restare al calduccio sotto la neve, pronte a esplodere di sole non appena le nuvole fossero scomparse e i raggi gialli riavessero riacquistato la forza di scaldare quel pezzetto di mondo. Da dopo che a casa e intorno girano i nostri gatti, rossi neri e bianchi e neri e grigi non si è visto più un pettirosso. Sono dispiaciuto e penso che anche quello che si affacciava sul balcone della siepe lungo lungo un ramo sporgente sia stato afferrato da un gatto e sia sparito. Non si vedono neppure le cinciallegre. Comincio a pensare che i gatti se sono troppi spadroneggiano nel loro territorio sia a bassa che a quota media e che rovistano dentro le siepi magari distruggendo i nidi nuovi. Restano solo quelli delle processionarie ma a dire il vero quelli proprio in cima ai rami, inarrivabili. Anche le serpi sono sparite e dell’unica vipera che ho scoperta, seppure ci sia la probabilità che l’abbia uccisa decapitandola o quasi con la pala d’acciaio, non si è visto traccia.

Forse per colpa o merito dei tanti gatti che abbiamo. Ad Andrea garba la neve, le scuole sono chiuse e tutti gli studenti felici si riversano a fare pallate o dormono di più, o fanno oggi centinaia di fotografie al paesaggio e si godono lo straniante clima nevoso. I piccoli polloni d’olivo che ho piantato nei vasi per farne dei bonsai sono rammolliti e solo due penso sopravviveranno, perché erano già attaccati” e avevano messo qualche fogliolina nuova e verde chiaro. Con Andrea s’è spalato la neve per due ore per uscire dalla nostra stradetta in discesa con l’utilitaria. Ci s’aveva le gomme da neve ma questa superava dieci centimetri e s’impantanava tra le ruote e la carrozzeria e faceva zeppa e le ruote giravano a vuoto.

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Effettivamente sono successe varie cose prima che mi tornasse la voglia di scriverle. Sissi per esempio, la gattina nera nana, che non cresce più perchè ha cominciato a seminare semini bianchi dal di dietro come se fosse pollicino, per ritrovare la strada. Ho sentito il veterinario, non ci sono problemi ma una purghetta gliel’ ho data e per tre giorni è rimasta fuori di casa senza che lei ne capisse il motivo. Ogni tanto le facevo le coccole perché non s’impermalisse. Ma in realtà lei cercava solo un po’ di tacchino crudo da mangiare con foga dopo averlo portato fuori tiro dagli altri gatti. OGGI SI E’ CONVINTA CHE LA PINETA FOSSE IL POSTO MIGLIORE PER TRASCORRERE LA GIORNATA. Noncurante dei nidi di processionaria sopra la testa, ben confezionati attorno alle cime dei pini, anche perché di sicuro dalla sua posizione non li vede, di sicuro, scorrazza in lungo e in largo passando e ripassando sopra il piccolo ponte di legno che supera la fossetta di decantazione delle acque che arrivano dall’alto passando, subito dopo la collina di Poggio alle Croci sotto la strada statale 68 che da Siena raggiunge Volterra. Poi si ferma nel piazzale davanti casa e sale sul muretto sotto gli ulivi (c ‘è anche un bonsai di ulivo che devo portare in ambulatorio alla Casa della Salute) dal quale vede è consumata e il legno quasi irreparabile da quanto il vento e il sale marino l’ha torturato. Sissi sa bene di non poterla raggiungere perché intramezzo c’è una specie di fossato che confina dalla parte opposta alla finestra con una ringhiera robusta dalla quale è impossibile spiccare un balzo tale da potermi raggiungere, magari rompendo anche il vetro, senza calcolare bene la distanza e senza avere appoggio necessario. Decisamente, VISTA ANCHE LA PICCOLA STAZZA, NON CI PROVA NEMMENO. MI GUARDA da lontano e ogni tanto si nasconde dietro qualche foglia del leccio peloso che ha fatto una discreta siepe nella longitudine del piazzale più distante dallo studio. Ha piovuto tutta la mattina, poco, come se non piovesse e improvvisamente, da ieri che sembrava primavera, oggi siamo in pieno inverno, come ci ricorda il calendario. E’ domenica e siamo in attesa di sgranare qualcosa di buono, sembra che cuociano in forno due oratelle con le patate. Sissi ha già mangiato e oggi di sicuro dovrà accontentarsi di qualche lisca da spolpare quel tanto che ci rimarrà attaccato.

Ho fatto per la prima volta da mesi una mezz’oretta di ciclette programmata da Silvia e ho preso atto di essere diventato un blocco rigido dal cingolo pelvico in giù. I più elementari esercizi fisici che vengono proposti per stirare i muscoli e sgranchire gli arti sono per me prove disumane e anche molto umilianti. Trascorrere sei sette ore al giorno seduto in posizioni anche sbagliate, così mi dicono, mi ha trasformato in un anguria con piccole gambe anchilosate. Prima di sedermi alla tavola del pranzo mi ascolto qualche brano del nuovo cd di ALLEVI, che per lo meno mi stuzzica la mente. Quella mente che ha detta della moderna Psichiatra, fondata sugli sviluppi delle neuroscienze è sempre più collegata al cervello. Sono sempre più convinto (anche se la convinzione è una finzione ) che tra l’infinitesimamente piccolo e l’infinitesimamente grande non ci siano differenze, come se fossero fotocopie ora ridotte ora aumentate. Ci aiuta in queste riflessioni l’ultimo libretto pubblicato da Adelphi “le sette lezioni di fisica”….di non so quale autore.

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Ho ripreso ad occuparmi di politica in modo serio. Un tentativo probabilmente patetico, oggi come oggi, di riscattare le preponderanti ingiustizie sociali ed anche personali che ognuno di noi subisce nei vari ambiti del vissuto sociale. Ho anche mantenuto la sede provinciale del nostro partito a Pisa e ne abbiamo aperta una piccola a livello comunale e intercomunale a -Volterra. Abbiamo segnato un punto per non arrendersi a certa evidenza, per fare un audit sul nostro futuro e proporre nuove linee guida per una serena convivenza tra gli esseri viventi, in particolare umani, e tra essi e il nuovo “paesaggio”da costruire e preservare con ponderata attenzione.

CAPITOLO

Una scrittura minimalista necessaria a sciogliere i nodi della mente ecco cosa mi aspetta e mi diverte, cosa mi avvicina all’universalità del linguaggio. Questo quotidiano che sfugge al tempo stesso del suo passaggio perché invisibile e appositamente nascosto da intrecci di spazio e di azioni complesse irrompe nella mia scrittura e si propone ai lettori che incautamente non hanno ancora smesso di leggermi. Salutoni a loro e andiamo avanti. Mi aspetto un cenno una risposta, come ebbi a dire, un rimando di palla. Di nuovo cari saluti, che valgono per sempre.

Alla mia sinistra sul tavolo c’è una piccolissimo quadretto che incornicia l’immagine della città di Praga sotto la neve. Ha una certa profondità, quasi fatta a sbalzo. Non è una fotografia ma un’operina d’arte compiuta. Ci sono anche due persone accanto ad un muretto in primo piano rispetto a un ponte, caratteristico di PRAHA.

CAPITOLO

E riprovai una profonda tenerezza per quella gatta stupenda e mamma di quattro gattini, Matisse, Picasso, Nina e Einstain, che dopo averli tolti dal terrazzo  nemmeno un giorno a ballettare davanti casa nel giardino ed erano già spariti e non si sapeva dove fossero e invece primo di tutti Einstain se l’era svignata per i campi a cercare il posto dove erano nati perché dopo almeno due mesi Rosina li aveva portati da me sul terrazzo e  avevo provato ad addomesticarli tenendoli chiusi per quindici giorni nella cameretta di Cristian e degli ospiti e ci giocavo tutte le sere e pulivo la lettiera di continuo ma loro avevano sporcato il muro. Pensavo che Einstain fosse quello più docile perchè giocava sempre e si faceva prendere facilmente, un po’ meno Nina, ma anche lei stava spesso ferma sui quadri a prendere il sole con Rosina e si faceva accarezzare, pensavo che ormai una volta messi sul terrazzo a prendere il sole senza che potessero uscire fossero ancor più addomesticati e invece sbagliavo perchè ora erano tutti spariti e non si sapeva dove fossero o dove Rosina li avesse portati. Così ieri dopo che la gatta era venuta a implorare qualcosa da mangiare le ho riempito la pancia di cibo e lei quando è uscita di casa ha preso subito la strada del campo con l’erba tagliata, all’opposto del campo con l’erba alta laggiù fino a un grande capannone dove quasi sicuramente aveva partorito, e poi di corsa a tratti si fermava e mi guardava e io la seguivo deciso a raggiungere i gattini mentre lei pareva proprio mi ci volesse portare. Arrivati in fondo al campo  e’ entrata in un viottolo tra le cespite sotto un leccio, tra erba alta e terra che scendeva in una lunga scarpata con salti di mezzo metro e buche immaginate nel terreno, come fossero tane per volpi, e allora mi sono fermato sull’erba del campo e vedevo tra gli alberi il paesaggio con i poggi di Micciano, la Sassa e lontano Guardistallo e Casole e avanti, prima del cielo ,una fetta di mare lucente perchè il sole a quell’ora di sera nel tramonto colora di giallo l’acqua che finisce proprio  all’orizzonte a lambire il celeste dell’aria. Rosina era ormai sparita e avendo perso la speranza di vedere i gattini tornai a casa. Il giorno dopo nello stesso posto ero di nuovo ad aspettare. Rosina non c’era ma poi tra i rovi e i rami delle arbusti scorsi due orecchie ritte e rosse, piccole, e più in basso un petto bianco di gatto che mi osservava attento da lontano era Einstain, provai a chiamarlo facendo un breve fischio leggero e lui si mosse venendomi incontro, subito dietro arrivava Matisse e Nina, mi avevano riconosciuto e siccome Rosina li aveva lasciati soli corsero felici forse affamati un po’ titubanti verso di me scansando i fili d’erba con le zampine rosse e bianche. ,quando improvvisamente sulla mia sinistra dal costone del calanco risaliva Rosina ,spuntò in lontananza e vedevo la testa e il collo, si fermò a guardare mi riconobbe e continuando a camminare veloce rasente il costone s’infilò nel viottolo che portava, di nuovo in discesa tra i rovi, al covo familiare. Aveva in bocca un topo e subito Einstain che se n’era accorto per primo sparì da me per raggiungere mamma e mangiarselo. Mi ricordai che lo aveva addestrato sul terrazzo a uccidere e mangiare i topi di campagna che quell’anno erano numerosissimi in giro qua e la’, e qualcuno veniva anche in casa. Rosina non la vidi più quella sera e i tre gattini rimasero  a mangiare quello che  probabilmente gradivano più dei topi e avevano anche bevuto dalla ciottola d’acqua che avevo lasciato sull’erba. Pensai che Rosina fosse gelosa dei suoi cuccioli che avesse voluto tenerli lontani dalle persone e dagli atri gatti, che si fosse ricordata delle precedenti figliole Isotta e Mafalda che s’erano donate , lasciandola nella più triste disperazione. Nei giorni seguenti sentivo Rosina lamentarsi e chiamare con il breve gorgoglìo della gola i sui mici. Li aveva portati vicino casa sotto una siepe di aleandro e di abeti. C’erano i covi fatti ma vuoti. E’ rimasto Picasso , testimone di quella cucciolata.

Gli altri, Nina compresa, sono scomparsi e la sera, nei campi sotto casa, una volpe si aggira e una grossa faina si rizza sulle gambe posteriori.

CAPITOLO CON PREMESSA

PREMESSA

-Leggo su un quotidiano che la moda ci salverà.In un momento di crisi globale dove sono trascurate le fondamentali questioni legate ai diritti dei lavoratori e alla possibilità che i giovani possano trovare un’occupazione se non stabile almeno utile a sopravvivere, in un momento dove in maniera confusa ma evidente si parla di guerra mondiale, di intrecci perversi nel sistema socioeconomico mondiale, in un momento in cui è in crisi la specie umana in termini di evoluzione possibile, forse indirizzata verso l’autodistruzione, un’ancora di salvezza   può essere rappresentata dalla creatività giovanile,

Dalla capacità imprenditoriale di trasformare la bellezza e la gioa di sentirsi a posto, ok, indossando alcune vesti rispetto ad altre di esprimere con gli abiti la propria personalità piuttosto che attraverso l’ostentazione di uno stile di vita impostato all’odio e alla violenza. Perchè la moda è bellezza e armonia, è ritrovo dell’anima che si confronta con lo spirito universale del vivere con gli altri. E la moda non vuol dire lusso esclusione o discriminazione; la moda è l’interpretazione di un sentimento alto rivolto agli altri esseri umani. Non è narcisimo , ne presunzione, non è sentirsi ulitizzatori finali di un prodotto finale. E’ partecipazione a un percorso di ricerca d’individualità e d’inserimento sociale attraverso un meccanismo di riconoscimento non verbale delle proprie caratteristiche di personalità. La moda unisce gruppi di appartenenza ampi che possono differenziarsi infinitamente. La moda si può esercitare con pochi soldi poche possibilità economiche, pochi retaggi culturali, rivitalizza e genera speranza . La moda ha un ruolo forte nella motivazione giovanile oltre che nel creare stereotipi culturali anche nel presentarsi come trampolino per raggiungere un livello sempre maggiore di consapevolezza rispetto alla risposta che ogni essere umano può opporre alla malvagità altrui e alle avversità della vita. La moda infatti incarna lo stile di vita molto meglio di qualsiasi altra categoria di esperienza quotidiana.

CAPITOLO

Francesco era un ragazzo sveglio, non ancora raggiunta la maggiore età. Qualche disturbo comportamentale velava le sue giornate. Aveva una sorella maggiore, Silvia, che si era sempre occupata di lui , da quando i loro genitori erano morti in un incidente stradale, cinque anni prima. Silvia faceva l’infermiera e aveva una mezza giornata libera da dedicare a Francesco. Lo faceva volentieri, anche se aveva per ora sacrificato la sua vita privata , rinunciando ad una relazione stabile . Si vedeva comunque con Paolo che spesso rimaneva a casa loro e conosceva abbastanza bene  Francesco. Si parlava spesso di moda e di come si poteva aprire un negozietto in franchaise , magari solo moda maschile , magari cominciare a seguire qualche corso professionale, provare a utilizzare tutti quegli strani disegni di camicie e pantaloni che Francesco fin da piccolo aveva accumulato, rigorosamente appoggiate l’una all’altra e racchiuse ogni dieci con un nastro rosso. ( doveva ancora diplomarsi, ed era tra l’altro indietro di una paio d’anni, per diventare geometra) Dalla sua camera era sparito qualsiasi oggetto o libro che rimandasse luce o bagliori, se illuminato. Insomma tutta carta opaca e sfoglie di compensato non riflettente. Francesco si innervosiva se gli arrivava un bagliore o un iperriflesso nel raggio d’azione del suo campo visivo, almeno nella lettura ravvicinata . Soprattutto quando doveva concentrarsi su qualcosa che gli andava a genio. Parlava spesso di look giovanile di anelli e di orecchini da donna. Ne aveva preso di mira uno , di Silvia, che una volta era dovuta andare a cambiarselo altrimenti Francesco non smetteva di giocarci. Silvia gli diceva di stare fermo, cosa mai aveva quell’orecchino . Era rosso, a Francesco piacevano le cose rosse però lo eccitavano: doveva manipolarle o almeno stropicciarle un pò liberamente. Se si trovava per strada, cosa abbastanza rara ,da solo non poteva resistere di fronte ai rossetti di alcune signore e faceva finta di niente ma s’incupiva e se non poteva andare a toccare quelle labbra dipinte. Naturalmente non avrebbe potuto se non difficilmente dopo spiegazioni di terzi alle signore sul suo comportamento. Una volta a Silvia era riuscito, essendo con lui ,convincere una sua amica a farsi dare una strusciatina alle labbra sulle quali aveva un rossetto rosso brillante, quello che a Francesco piaceva di più. Nei suoi tentativi di disegnare abiti quando arrivava a colorali non usava mai il rosso seppur gli piacesse perché poi doveva subito ripulire il foglio stropicciandolo. Si sapeva che il rosso trasmette un’ emozione di rabbia, erano riusciti anche a comunicare con i colori attraverso una terapia CAT (terapia cognitiva affettiva) che  permette di usare il fumetto come mezzo d’espressione e i colori per trasmettere le principali emozioni: rosso per la rabbia, blu per la tristezza, verde per la felicità . Ma il verde Francesco non lo usava mai preferiva il bianco di fronte al quale poteva avere un comportamento neutro, gli dava serenità anziché angoscia. Cercava un bianco che facesse contrasto con il nero che avesse un po di nero intorno, insomma gli piacevano i disegni vergati con il lapis o il carboncino sulle superfici bianche. Anche la sua cameretta studio era dipinta di bianco e le pareti , quelle libere dai mobili le aveva riempite di schizzi e modelli di ogni dimensione, fino in cima al soffitto. Paolo un giorno gli portò una rivista dove si  sceglieva tra tanti designer che presentavano le loro collezioni in bianco e nero. Francesco passò molti giorni a sfogliare quella rivista. Restava sempre intrappolato tra due foto che descrivevano un’abbigliamento semplice e delicato, senza troppe sovrastrutture. Aveva ragione un commentatore ,quel designer, FAITH, una donna credo, lo aveva colpito, sembrava sapesse leggere nel suo cervello, cosa molto difficile poichè Francesco era completamente all’oscuro della mente degli altri e non lasciava spazi per entrare nella sua. Ma da come teneva la pagina aperta e da come guardava quei disegni, quei dress di seta , impalpabili che somigliavano ai suoi schizzi sulle pareti , si capiva bene che in entrambi c’erano immagini di purezza un puro espresso, appunto, come si leggeva(3), attraverso il colore bianco e nero.

Paolo gli aveva fatto vedere anche un suo nuovo quadro, dove tra il molto rosso brillante,spiccavano ,come fosse tagliato da una riga d’incomprensione, due linee sottili nere. Quel motivo per caso lo ritrovarono in un modello di abito maschile in una collezione di Versace.Francesco non si esprimeva molto sul suo futuro ma Paolo capiva bene che non poteva fare grandi cose .-Se spedissimo una decina dei tuoi schizzi disegnati sulla carta, quelli che tieni in camera un pacchetto o due almeno, -disse Paolo ,- a quel concorso di designer che promuove la Camera della Moda di Milano… -Francesco sorrise- e Paolo- sembra che i primi dieci saranno invitati nella famosa boutique di Londra, “ BIBA” mi pare si chiami. Se arrivi li allora si che  potrai aprire un negozio a Volterra !

Francesco si mise a raccontare un sogno che aveva fatto quella notte, aveva visto scendere una palla gialla e rossa proprio sulla pineta dietro casa e poi aveva  visto una porticina che si apriva e due omini rossi che agitavano le braccia mentre lo guardavano .Francesco s’era svegliato impaurito anche se un’altra sua grande passione erano gli ufo, e ci credeva davvero e diceva che gli altri non si rendevano conto degli ufo e loro prima o poi ci avrebbero presi e portati via oltre le nuvole e le montagne della Carlina. Stefania diceva che erano tutti discorsi inutili ,che Francesco caso mai doveva finire di studiare e poi andare a lavorare per mantenere il suo futuro, che anche lei vedeva piuttosto grigio. Intanto su tutta l’Europa e anche in Italia persisteva una tremenda crisi economica e  Paolo sperava di vendere qualche quadro a qualcuno che contasse davvero che gli facesse fare il salto di qualità ,tutti gli dicevano bravo, aveva già avuto un discreto successo ma la gente non comprava, i galleristi cercavano di sopravvivere facendo mostre personali e collettive, spesso indulgevano anche troppo sulla qualità delle opere esposte. Insomma s’inventavano qualcosa per dire che quel pittore li era forte, che l’altro sarebbe entrato in un giro internazionale e cosi’ via, ma nessuno osava dirlo: la crisi era generale e l’arte appariva davvero come un lusso .Solo in un ristretto giro di affari tra miliardari avvenivano gli acquisti e gli scambi di opere d’arte, il giro era breve e pochi gli artisti che ne favevano parte, non solo perchè bravi, ma anche perchè costruiti da grandi galleristi in alcune città d’Italia , d’Europa e del mondo. Basilea per esempio, le fiere si consumavano attraverso flussi cospicui di ricchezza.

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La sera di Pasqua s’andava a cena da Zia Delvina

C’erano miei genitori e Silvano il mio cugino il figliolo di zia, con Cinzia, la sua figliola che aveva più o meno la mia età . Il mio cugino bono era Silvano che aveva la stessa età di babbo perchè zia Delvina lo aveva fatto quando la mia nonna Cesira fece i babbo. Praticamente Silvano aveva la stessa età di babbo e lo doveva chiamare zio. Quando arrivava il tramonto sull’albero alto e quasi secco davanti casa si appollaiavano tre o quattro faraone e quelle sono state le ultime volte che ho visto le faraone dormire all’aperto.

Si mangiava la stracciatella e “gli americani”,dolci fatti con il rosso delle uova. Non mancavano i cialdoni riempiti di crema fatta sempre con le uova delle galline che raspavano tutt’intorno alla casa.

A volte si passava la notte lì al podere Lagrimana e si andava a vedere il granaio, vicino alle camere e il giorno dopo ci si buttava sopra alle balle di crine e di grano e ci si divertiva a guardare fuori della finestrina e si vedevano i campi in fondo al podere con il noce gigante che stava in piedi da decenni e regalava migliaia di noci dolcissime perchè col vento cascavano nel campo .Oppure se si bacchiavano venivano giù a decine e decine. In fondo a quei campi c’era una stradina dalla quale partivano di qua e di la piccoli filari di viti che avevano grandi ciocche di uva ,qualcuna trebbiano bianco, qualcuna fragola nera. E poi più in basso dopo aver superato un altro campo o due un po in discesa si arrivava in “PELAGA”, un oasi di freschezza d’estate ,dove c’era uno piccolo pelago alimentato da una vena d’acqua sorgiva. Ci saltavano ranocchi e salamandre , tutte colorate di arancio e nero, e poi si vedeva una distesa di foglie di zucca di cetriolo di melanzane e tante canne più o meno mature e tanti fusti di quelle piante con i manicotti marroncini in cima , piante aquatiche per eccellenza. Anche sull’acqua si distendevano le nifee e qualcuna era fiorita e allora mi ricordavo i bei quadri, grandissimi ,dipinti da Monet nel suo ultimo periodo di vita. Sopra il pelago , o stagno, vegliava un leccio enorme e forse più di uno e lasciava ombra dappertutto anche su di noi che ci spingeva di corsa fino a una filatina di peschi che facevano tantissimi frutti di polpa bianca e fuori erano rosa e rossi. Qualche pesco invece, che s’intercalava tra i filari di viti, era più robusto e tarchiato e dalle sue belle foglie verdi lanceolate rosseggiavano davvero alcune pesche giganti di polpa gialla che non si poteva fare a meno di staccarne una e di mangiarla subito , anche se zio Corrado avrebbe brontolato. Non ce ne importava , cosi come brontolava se si piluccava gli acini delle ciocche d’uva. Non lo sopportava perché gli faceva andare a male la vendemmia.

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Potrei intitolare questo mio lavoro – divagazioni e ricordi- oppure -scorie di vita- perché non potrà mai diventare un romanzo e a questo punto credo di non avere nemmeno più la necessità o la capacità di scriverlo ora un romanzo. Bisogna che mi liberi da ricordi, fatti personali e altri sentiti o letti nel mare magnum di articoli libri e testimonianze che ho accumulato nel tempo preso dai miei studi scolastici e universitari poi legati ad attività culturali varie dalle quali sono stato preso e nelle quali mi sono coinvolto. Per esempio potrebbe essere interessante proporre al pubblico fututo dei miei lettori una sintesi D’INFORMAZIONI che contengono di per se alti livelli emotivi attivabili dai singoli lettori. Potrei scegliere di raccontare cose avvenute nel tempo e nello spazio, cose che mi hanno colpito e generato sorpresa ed interesse che mi hanno stimolato a saperne di più, ad ampliare le mie conoscenze :

LETTERATURA E POESIA

-Si dice che Simenon non abbia usato più di duemila parole in tutta la sua carriera letteraria. Lui stesso conferma che quando piove basta scrivere che piove.

-In molti sanno che Alfonso Gatto era un poeta e anche un pittore.”In pochi che Salvatore Quasimodo oltre ad essere un poeta fosse anche un pittore e avesse dipinto spendide “gouaches”

(La gouache si tratta dell’acquerello, che ha l’acqua esplicita, solo che i colori nella gouache, invece di essere stemperati nella gomma arabica, sono sciolti in altri ingredienti). Quasimodo e Gatto sono stati anche grandi critici d’arte nella Milano del dopo-guerra.

-Il poeta Mario Luzi , nel suo volume “TRAME” ha scritto un racconto di tre pagine su un viaggio fatto a Volterra.

-Nel 1988 per lanciare un libro si cominciarono ad usare le tecniche all’americana dove per ogni autore e di conseguenza , per ogni tipo di pubblico, si studiava una tattica.”(1)Da solo il libro non si vende. Senza la spinta iniziale, oggi non partirebbe neanche la- DIVINA COMMEDIA-”

-Alberto Bevilacqua, che era un fanatico della cancelleria e un collezionista di biciclette da corsa, diceva di scrivere a penna con una scrittura minutissima ritrovandosi così in mezza pagina mi ritrovo con tre cartelle già fatte.Aveva come portafortuna una preziosa scatoletta in avorio scolpito con al centro le sue iniziali in oro.

-Interessante la recensione del libro LA MIA FEDEA di LEONE TOLSTOJ pubblicato nel 1984, e poco conosciuto in Italia: Tolstoj dice che dopo 35 anni di vita vissuti da nichilista, nel senso di mancante di ogni fede, dopo aver passato anni a occuparsi dei Vangeli , scoprì il vero e semplice messaggio di Cristo ,ricevendo serenità e felicità. Questo avvenne attraverso la lettura del passo del V capitolo del Vangelo secondo Matteo, versetto 39: ”Vi hanno detto: occhio per occhio, dente per dente; ma io vi dico: non opponete resistenza al male” Dice Tolstoj che per anni saltava queste parole per leggere solo quelle dopo ”se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli la sinistra….E sempre esse mi si configuravano come una richiesta di sofferenza e di sacrifici, impropria alla natura umana..ma oggi ho capito le parole sulla non resistenza alla malvagità, ho chiarito che Cristo non esagera nulla e non pretende alcuna sofferenza per la sofferenza, ma soltanto dice quello che dice con molta precisione e chiarezza sostiene: non resistete al male, e così facendo sappiate in anticipo che vi può essere gente che dopo avervi percosso su una guancia, non incontrando resistenza, vi percuoterà anche sull’altra; voi tuttavia non opponete resistenza al male. Fate ugualmente del bene a coloro che vi percuoteranno e che vi recheranno offesa.”

-Nel 1925 PIERO GOBETTI stampa gli OSSI DI SEPPIA di Eugenio Montale.Dice Prezzolini:

“Fui io a convincere Gobetti perplesso a pubblicare questo giovane poeta che in seguito s’è andato sempre migliorando man mano che si spogliava di certe artificiosità della lingua per vestirsi di una semplicità esemplare”.

-Si legge(1) che Umberto Eco ,il professore di Semiotica che ha scritto nel 1980 IL NOME DELLA ROSA ,venduto in ben oltre dieci milioni di copie, possieda quasi cinquantamila libri, che non preferisca nessuna squadra di calcio , che scriva i suoi libri al computer e che abiti in una casa della vecchia Milano, tappezzata di quadri di Baj, Capogrossi,Schifano e Pericoli…che abbia una moglie tedesca di nome Renate.

-”(1) lo sapevate che il giovane Carducci maltrattava i libri?”E che Nicola Zanichelli ,il fondatore della casa editrice, patriota e autodidatta aveva rifiutato un libro ,invendibile,-SPIGOLATURE FILOLOGICHE ED ERUDITE- del poeta, ma che poi due anni dopo ebbe inizio la loro straordinaria collaborazione?”(1)

-Luciano de Crescenzo tiene nel suo studio incorniciate le copertine delle traduzioni dei suoi libri. Dalla finestra del salotto della sua casa di Roma si vede il campanile del Campidoglio.

-Qualcuno si è chiesto se il grande scrittore, medico, Louis -ferdinad-Celine , l’autore dello straordinario “viaggio al termine della notte”  vada giudicato in base anche al suo detestabile comportamento politico e morale.Oppure no.” per Celine l’antisemitismo è soltanto una metafora dell’odio per il mondo?..Per Celine l’ebreo rappresentava il prototipo del potere? Gide scriveva: Celine eccelle nell’invettiva, la userebbe a proposito di ogni cosa. L’ebraismo è solo un pretesto, il pretesto più facile e banale..”(1)

-La Bianca Maria Fabrotta l’ho conosciuta a Pisa alla presentazione di un suo libro, qualche anno fa, probabilmente un rapporto sofferto con la poesia a quello che ho scoperto della sua vita, aveva tentato la via della narrativa con pochissimo successo e alla poesia ritornava. Si comportò non bene con me e Veracini che la invitò a partecipare al suo premio “Ultima Frontiera” Snobbò decisamente il nostro foglio di poesia”edito da Felici, prova di una poesia popolare distribuito al di fuori delle librerie con buoni risultati non compresi del tutto dall’editore FELICI.

-STORIA E PROVERBI

-ELENCO DI AUTORI LATINI: Eutropio, Cornelio Nepote, Marziale, Seneca, Publio Sirio, Vegezio..

PROVERBI

-Agnosco veteris vestigia fiammae: conosco i sintomi dell’amore antico. Dante la tradusse in purg.XXXcanto 48 in “Conosco i segni dell’antica fiamma”

beati pauperes spiritu!”:Beati gli umili di cuore.

carminam non dante panem”:le poesie non danno il pane

festina lente”:affrettati len è quella che corona l’opera.

non virtute hostium,sed amicorum perfidia decidi”: non al valore dei nemici, ma alla perfidia degli amici debbo la mia rovina.

numquam est fidelis cum potente societas”:l’alleanza con il potente non è mai sicura.

medice cura te ipsum” :medico cura te stesso

vox populi,vox dei”: voce di popolo, voce di Dio

-L’inziatore dell’architettura rinascimentale fu Filippo Brunelleschi il cui capolavoro fu la cupola della chiesa di S.Maria del fiore a Firenze

-il Masaccio, morto solo a 27 anni fu il maestro della prospettiva,che egli aveva appreso dal Brunelleschi-. La sua pittura rivoluzionò il campo dell’arte del ‘400 e alle sue tele si ispirarono moltissimi artisti che vennero dopo di lui.

-Carlo Magno(768) re dei franchi imparò a scrivere solo a tarda età ma ebbe vivo il senso dell’arte e della cultura

-Le armature rinascimentali erano: l’abito di ferro, le armi da botta o mazze ferrate, le armi bianche ,la spada decorata, armi da spettacolo, l’elmo da torneo; armi difensive, la corazza e la celata, chiamata anche barbuta: era un elmo senza cimiero e con visiera mobile .

-Il 4 giugno 1783 un enorme pallone di dodici metri di diametro , chiamato dal cognome dei costruttori, MONGOLFIERA, salì fino a duemila metri fra gli applausi di una folla delirante di gioia

-Nel campo della moda la Francia dettò legge nel periodo che va dalla fine del 1700 e l’inzio dell’1800. La rivoluzione francese spazzò via parrucche e trine e semplificò le linee degli abiti.

Nel clima di uguaglianza proprio della rivoluzione anche la moda contribuì a livellare le diverse classi sociali. Nella moda maschile comparvero i primi elementi della moda moderna: il cappello a cilindro la giacca abbottonata, mentre tra il popolo apparivano i pantaloni lunghi .

-Carlo III di Durazzo è stato Re di Napoli dal 1381 al 1386

-Avignone è una città della Francia, sul Rodano, sede dei papi dal 1305 al 1377

-Brianson è la più alta città (in senso di altitudine) della Francia.

-La Bastiglia è la fortezza di Parigi adibita a prigione di stato, presa d’assalto e demolita dal popolo il 14/luglio/1789.

-La prima lega lombarda fu costituita dall’accordo fra i principali comuni italiani contro il Barbarossa, stipulato a Pontida il 7 aprile 1167

-La seconda lega lombarda fu costituita dall’accordo fra i principali comuni italiani contro Federico II

La prima Repubblica italiana nacque con Napoleone Bonaparte dal 1802 al 1805

La seconda repubblica Repubblica italiana ebbe inizio con il referendum del 02 giugno 1946

-La prima automobile al mondo fu la SIEGFRID MARCUS del 1865

-L’ ONU è un organismo internazionale fondato da cinquanta nazioni a San Francisco il 26 giugno 1945 con lo scopo di garantire la pace e la sicurezza nel mondo

-il fascismo è stato un movimento politico italiano totalitario fondato da Benito Mussolini nel 1921.Ebbe il governo dal 28 ottobre del 1922(marcia su Roma)(2)fino alla sua caduta(25 luglio 1943)

-il monte Sabotino è un monte sulla destra dell’Isonzo,occupato dalle truppe italiane nel 1916(prima guerra mondiale)

CAPITOLO

Ho ripreso una copia di Millelibri antico del 1992, sono attratto dalle vecchie riviste sono interessanti e i loro contenuti di solito mi sorprendono sono proiettati nel futuro più che nel passato e per questo sono attuali. Trovo dentro un opuscolo relativo al servizio di referenza micologica e prevenzione delle intossicazioni della trascorsa USL 15 quella che comprendeva la sola Val di Cecina , ed era compresa nella Comunità Montana omonima. C’e’ il decalogo del cercatore di funghi , al primo punto si legge: “ ricorda che i funghi, oltre ad essere un incomparabile ornamento del bosco, sono indispensabili alla sua vita, perchè molte specie (i funghi simbionti) aiutano le piante ad assorbire dal terreno le sostante minerali di cui hanno bisogno; ed altre specie (i funghi saprofiti) aiutano i batteri a degradare le sostanze organiche marciscenti nel terreno, restituendole al mondo inorganico sotto forma di acqua, anidride carbonica e sali minerali, elementi che formeranno nuovo alimento a successive generazioni di piante, assicurando il ripetersi del ciclo biologico del regno vegetale.” Trovo il discorso interessante forse perchè mi ha spiazzato da quello che pensavo di leggere su Tuttolibri.

Al punto 5:” non credere che un fungo buono (ad es. un porcino) possa divenire velenoso se cresciuto in vicinanza di ferri vecchi, pezzi di cuoio o altro: è una delle erronee credenze popolari più diffuse”. Come è vero che spesso si prendono per buone cose che ci fanno credere vere! Siamo spesso dei creduloni.

Non sono un cercatore di funghi. Mi c’imbatto. Anni fa siamo andati con Cristian in un bosco vicino a Pomarance “nella CASA” a cercare pinaroli. Quelli di macchia sono più bianchi e sodi. E saporiti.

Si tornava da nonna Iolanda con i panieri pieni. Si lavavano in garage e nonna li faceva sotto pesto nelle vaschette con l’olio e il prezzemolo. Poi ci si metteva sotto il ciliegio a prendere il sole. Quel ciliegio che per decine di primavere ha dato frutti golosi già a fine maggio e che ora è tagliato e non c’è più. E neppure nonna Iolanda c’è Più. E Nonno Mario era già morto prima che Cristian nascesse. L’autunno e i funghi portano questi ricordi. E altri ancora..

Riprendo a leggere millelibri e trovo un articolo favoloso scritto da Enrico La Stella che traccia una biografia di salvatore Quasimodo, il nobel malinconico e potente che nel 1959 sorprese tutti, di sicuro Montale e Ungaretti, nel ricevere il prestigioso riconoscimento e che andò a Stoccolma con l’amante lasciando a casa la moglie. Quasimodo ,che a mio parere resta il più vivido esempio di come si faccia poesia e di come ci si possa servire della sua forza comunicativa. Un poeta che accosta la passione e l’audacia al sentimeto civile, pronto a smascherare l’altrui debolezza, intellettuale,con estrema chiarezza:” Debenedetti mi elogia, ma su di me non scrive una riga”,”e ancora” “Quella cornacchia di Ungaretti”, diceva”che sta sempre a sparlare di me, e pensare che quando presiedevo il premio Etna sono stato io a battermi per farglielo vincere, invece quello pensa solo a farmi la guerra..”” e il nostro caro Eusebio (così gli amici chiamavano Eugenio Montale,) non si contenta di bere il brodo grugnendo come un maiale, ma proprio lui, che quando non gli davo ombra mi scriveva”Quasimoduccio mio” adesso mi sparla dietro da quel bottegaio ligure che è.”

Continuo a leggere e trovo un bellissimo articolo , moderno, sul Macchiavelli dove mi si dice di leggere IL PRINCIPE  e subito dopo LA MANDRAGOLA ,per rendermi conto della loro  singolare contrapposizione.

da riguardare

Alle 9.30 di questa mattina  di settembre, dopo una notte piena di temporali e di pioggia caduta, dispersa in tutta la vallata,in una stradetta di campagna,lontano da Volterra,che entra come un ago nei campi e tra le colline, una donna anziana con “una crocchia” bianca,una vestaglia azzurra e bianca e le pantofole, cammina lentamente e sembra che vada a far chiocciole. Una nuvola densa che sfuma sulle cime dei poggi incornicia questo calmo paesaggio fatto di crete e cespugli, di un verde che varia e di qualche cipresso appuntito. L’aria e’ pulita e un pezzo di cielo celeste s’apre a ovest di CHIASSALE.

Quel piccolo gregge di ulivi che si adagiano sul versante basso del podere quasi nascosto dai cipressi, sotto S. Cipriano, sono gli stessi che avevo dipinto dieci anni fa in uno dei miei primi quadri acrilici. Ora si presentano cresciuti, scossi dalla pioggia, i loro colori più vivi e mi sembrano più discosti tra loro. Più ampie le chiazze d’erba gialla a separarli. E più celeste il cielo sopra di loro,con qualche nuvola bianchissima. Sulla sinistra, in alto, LE BALZE, con la BADIA CAMALDOLESE, non hanno mai acceso in me immagini fitte di bellezza. Le ho sempre guardate nella loro statica espressione. Non sono mai riuscito a dipingerle, una volta sola ci ho provato senza esito. Forse le rimuovo perchè mi fanno paura.

Il cielo invece è un vortice di luce e d’ombra, un rotolare di fumo e pane fresco. Una prova d’autore ben riuscita.

CAPITOLO

Ora tocca alla pittura…… ma prima racconto una sensazione provata stamani mentre andavo a fare una visita a Mazzolla. Vicino al paese dopo aver sceso un piccolo dislivello con la mia nuova panda e dopo avere esternato alla famiglia che avevo appena lasciata dopo la visita il mio grande apprezzamento per i frutti dei cachi, un bellissimo gatto nero inizia ad attraversarmi la strada, da sinistra a destra proprio come nel mio antico immaginario avevo registrato segno di sventure e di sfortuna. Penso un po’, avrei giurato fino ad oggi che mi sarei fermato dopo innumerevoli gesti propiziatori la fortuna e caccia jella. Ho pensato ancora, pochissimo, e mi è apparsa davanti la mia cara gatta nera Syssi, che con i suoi dentini asimmetrici sembra un vampiro o un oggetto non identificato . Ho sentito un fremito come se la paura e la superstizione sparissero, come se avesse attraversato la strada una bella creatura che sa dare tanto affetto e lo vuole .E allora ho proseguito più tranquillo, sarà quel che sarà. Grazie Sissy La pittura dicevo, mi ha preso cinque o sei anni della mia creatività mi è sembrato di aver trovata una strada dritta da percorrere con serenità e in piena libertà. Un mezzo buono per distrarmi, da autodidatta e per recuperare le immagini di un mondo desiderato, interiore, attraverso l’opera d’arte da compiere, il quadro da risolvere, per guardarlo da fuori come non fosse mio . Cercare in esso un’oggettività dei sentimenti , esporlo alla vista e al giudizio del pubblico. Avvertire il flusso continuo , più o meno impetuoso dell’emozione che va e torna dallo sguardo al cuore e alla mente e che rimbalza e torna agli occhi il più delle volte stupiti o ingannati dagli strani giochi della luce e della prospettiva. Ho esposto in varie gallerie, sono diventato artista in permanenza in una di queste, ho partecipato a un solo premio e sono stato finalista con un mio quadro, pubblicato su Arte Mondadori numero settembre 2012.Poi ho capito che se volevo andare avanti dovevo impiegare molto più tempo nella pittura, e molte più risorse economiche e molta più testa .  Allora mi sono fermato, mi sono divertito a giocare a fare il pittore,  ho rischiato di invadere territori altrui, come con la poesia e la politica. Ho continuato a lavorare modestamente giorno dopo giono a fare il medico della mutua e ho ripreso un mio vecchio progetto letterario e ho pensato di fare un nuovo  libro di poesie, una nuova raccolta antologica. E di provare a scrivere qualcosa in modo diverso, una serie di prose poetiche o prose brevi, articolate magari in un continuum che possa nascondere un’abbozzo di storia al suo interno. Insomma mi sono dedicato ad un passaggio creativo più consono al mio mestiere. Ho  persino elaborato un manualetto di counselling  a posta  per il medico di famiglia. CAPITOLO I gatti maschi si comportano quasi sempre come fossero in cerca di una madre, cercano coccole e stanno vicino alle persone cn questo scopo.Le gatte invece si comportano quasi sempre come fossero in cerca di cuccioli da coccolare o per giocare con loro e mettersi a disposizione dei loro bisogni. Per questo ho notato che i maschi gatti entrano in sintonia più con le donne e le femmine invece più con gli uomini. Naturalmente esiste anche una propensione tra gli esseri umani in tal senso. Gli uomini sono più accoglienti con le gatte, e le donne con i gatti.E’ un’ipotesi di studio, magari gli etologi potrebbero darmi una risposta precisa. O forse no. CAPITOLO Francesco era arrivato a Londra con l’aereo . Era partito da Pisa , scalo a Milano e dopo qualche ora GIà nel centro della Cyti . Con lui c’erano Paolo e Silvia. Francesco aveva paura di volare . Aveva preso la decisione di non assumere ansiolitici anche se per due volte era stato sul punto di scendere dall’aereo, prima che tirassero su la scaletta e anche dopo, quando pensò di sfondare il vetro dal quale vedeva la terra allontanarsi sempre di più e una macchia grigia scurissima farsi di fronte all’aereo. Questo da Milano a Londra. Una volta scesi chiesero a un taxista di portarli alla boutique BIBA  ma l’uomo, un signore di mezz’età con un cappello grigio in testa fino agli orecchi  domandò in quale negozio volevano andare perchè boutique BIBA non voleva dir niente. Allora Francesco tirò fuori dalla tasca del cappotto un foglio dove c’era l’indirizzo preciso . Vogliamo andare in Abingdon Rood . Va bene rispose il taxista in italiano allora a Kensinton London, ci vorranno un paio d’ore. Ad attenderli c’era una signora di mezza età, carina che subito invitò Francesco in un ampio locale e senza perdere tempo lo invitò a lasciar lì i suoi disegni e passò subito a illustrare certe idee, compresa la possibilità di sviluppare una nuova linea di borse griffate.Francesco si smarrì immediatamente perchè nel salone, seppure ampio ,c’erano molte persone che parlavano contemporaneamente e alzavano un rumore di fondo insopportabile. Non riusciva a capire quasi niente di quello che la signora gli diceva tanto che Silvia doveva ripetergli le cose. E poi non si aspettava di essere così rapidamente investito d’ impegni. D’altra parte era lì per mostrare la sua prima collezione in bianco e nero …. ma di seguito gli vennero in mente i bei modelli di borsa per l’estate di Franco Gabrielli , quelle con tutte le barche bianche sul mare con le scritte rosse e pensò di fare una prova con il fondo nero e le ombre bianche dei quadri metafisici di Paolo, che seguiva zitto zitto tutta la situazione. A Francesco gli vennero subito in testa anche modelli di scarpe a zeppa alta bianche con “ frange borchiate” nere. Si disse che avrebbe dovuto stupire quegli inglesi con qualcosa di forte basato su contrasti eccessivi, contrari all’aplomb inglese. Parlottarono ancora una decina di minuti con due signore che si erano avvicinate incuriosite dai disegni che intanto Francesco aveva ripreso e riposto nella sua grande cartella trasparente. La sfilata si sarebbe tenuta la settimana prossima e Avrebbero potuto,intanto che sarebbero dovuti restare a Londra tutti e tre, lui Silvia e Paolo , approfittare del tempo rimasto per visitare qualcosa di Londra che non fossero i soliti siti turistici, quelli del  turismo mordi e fuggi per intendersi. Gli sarebbe piaciuto capire la giornata tipo di uno studente universitario, per esempio,o quella di un insegnante o quella di un operaio addetto alla manutenzione della metropolitana. Insomma aveva umili aspettative , ma significative al fine di trarne ispirazione per le sue future, se ce ne fossero state, collezioni di camicie e di cappelli da donna.

CAPITOLO

Quattro calzini , la gatta cieca, bella, di tre colori, ma un po’ anzianotta, ha fatto due gattini rossi e li ha posizionati sotto la siepe prima di arrivare alla tettoia per le auto, sulla destra. Li ho visti subito e me li ha fatti guardare da vicino. Non li ho toccati però , considerato che il tempo era bello ho pensato di lasciarli in pace per un giorno o due. Poi invece ha cominciato a piovere e quattro calzini li ha spostati e non sapevo dove e non avevo il tempo di cercarli perchè dovevo andare a lavoro. Così sono passati cinque o sei giorni che la gatta arrivava, miagolava come al solito, mangiava croccantini, perchè l’umido le piace poco, e poi spariva . Dopo altri dieci giorni, almeno ,ho deciso di andare a vedere se fossero vivi o se l’acqua li avesse portai via attraverso il tubo di cemento in fondo alla siepe. Non li ho trovati. Dopo due giorni sono entrato nel capanno di Maria Rosa, sempre dietro la siepe ,e  ho cominciato a guardare meglio nelle cassette negli angoli, tra i vasi dei fiori, vuoti ,e i legni.Niente. Poi ho visto quattro calzini uscire da un bidone di plastica nero con dentro alcuni sacchi di terriccio e una risacca nel fondo. E c’erano i gattini, al sicuro e asciutti, solo che già troppo inselvatichiti, avevano paura e cominciavano a soffiare.Ho pensato di prenderli e di  tenerli in casa qualche ora. Lì per lì mi soffiavano ,poi  si sono accoccolati in braccio e siamo andati  in casa. Anastasia li ha messi sulla sua coperta di pelo arricciato caldo e loro, felici, anche se un po’ sospettosi ,sono stati buoni e hanno anche dormito . Sono un maschio e una femmina. Bellissimi , tutti rossi, col faccione simpatico  lui e col faccino più dispettoso lei. Lui Gougain, lei di nuovo Matisse, come la gattina grigia figlia di Rosina che dovemmo regalare per forza perchè i gatti erano troppi e si rischiava di fare una colonia felina all’ ” Albizzino”.Quattro calzini, ora che ho preso l’abitudine di portare i gattini in casa tutti i giorni qualche ora, aspetta fiduciosa e tranquilla il momento che li rimetto nel secchio  e dopo averli riconosciuti li allatta. Di noi si fida.

CAPITOLO

Le processionarie sono scese dai pini, un prurito generalizato pervade i nostri corpi in particolare i nostri arti scoperti poichè la primavera ha giocato lo scherzo di somigliare all’estate e il caldo, umido, s’e’ affacciato sulla nostra Valle del Cecina e sulle nostre Colline Metallifere. Leggo sulla stampa dell’ultimo film di Woody Allen, che sembra tornato al suo antico splendore. Leggo che niente s’inventa comunque nel cinema, come nel giornalismo ,come in letteratura. Conta solo il talento ,secondo Allen imparare è secondario. La creatività non ha fine . Quando si manifesta può usare di tutto, se prende in prestito qualcosa la utilizza per uno scopo nuovo.

Così Francesco studiava il verso di presentare una sfilata calda e colorata per quell’estate, cercando di catturare “le luci del mediterraneo” per esportarle almeno in tutta l’Europa.

Chiome perfette di signore maldestre, sognando l’odore del mare ,che andavano mese dopo mese verso la ricerca di un trattamento intensivo del corpo per rimettersi in forma, magari trattandolo bene ricoprendolo con panni leggeri e morbidi, accoglienti e freschi.E così anche Paolo imparò l’arte di mixare la frutta e la verdura in un beverone , uno Smooties su misura. E poi ne fotografava le forme e i colori per trarne immagini nutrienti alla vista e allo spirito. Insieme, con Francesco stavano per affrontare l’agone modaiolo delle coste tirreniche dalla Sicilia alla Liguria.

Per quell’anno decisero di non seguire la stella della riviera Adriatica.

Ogni giorno Francesco comprava tre o quattro quotidiani ed era per dare un senso a questa sua abitudine che decise di fare una specie di dossier moda attraverso le notizie che ci trovava,recenti e spesso stimolanti nei contenuti. Partiva da uno spunto banale, leggero che a piacimento poteva essere approfondito attraverso le mille possibilità che la curiosità gli offriva.

Gli sembrava un peccato sprecare tutte quelle piccole idee o ipotesi di notizia che i giornalisti si affannavano a pubblicare e voleva valorizzarle e renderle determinanti alla lettura come faceva Verga disseminando le sue opere di proverbi e modi di dire sicuramente legati alla sua terra di origine e alla sua personale conoscenza.

CAPITOLO

Una storia di borse fiorentine,il pitone e camoscio della “MANZONI” si ispira a un modello del 1996.Dalla Versilia alla maremma si va al mare tutto l’anno con le zeppe black ,di camoscio nero che si possono indossare dalla mattina alla sera, e i bichini hanno le piume stampatate e colorate. Ferragamo firma le emozioni, ci sono molte creme sontuose con i vasetti trasparenti che ammordiscono la pelle femminile. Essenze che uniscono accordi fioriti a texture legnose arricchite da sensuali note di frutta oppure ci sono deliziosi coffret di “signorina” tra i quali quello classico con profumo e body lotion. Per i bichini, se si resta sul macramè,da scegliere il due pezzi con top a fascia senza spalline e slip mossi da laccetti laterali.E poi nuovi marchi, Filles à Papa è belga,e le nuove sciarpe Suzusan e la nuova collezione vintage-glam firmata Giuliette Brown e Filippa Lager.

Eccoci all’evento Zegna alla fashion Week di Shanghai dove un film porta in Cina l’eleganza maschile : è un movie online che in breve tempo ottiene 20 milioni di passaggi. Bellissimi gli smalti Louboutin con lo smalto top “gli artigli Rosso Louboutin”.

Per le donne ma direi per tutti, visto che la faccenda tocca aspetti così delicati che abbisogna di ulteriore precisa e dettagliata informazione:

“Vic Matiè si è schierato contro la violenza sulle donne collaborando con l’associazione DOPPIA DIFESA fondata da Michelle Hunziker e dall’avvocato Giulia Buongiorno per offrire assistenza legale alle donne che hanno subito abusi. Il brand marchigiano ha donato per un’asta benefica un’esclusiva della collezione p/e 2015 indossata alla fashion week di Milano da Federica Pellegrini .Un tronchetto techno chic con il tacco di acciaio piegato a mano.”

VENEZIA

Alla Fondazione Cini coppe e lampadari del geniale designer Tomaso Buzzi.

La bellezza è nella differenza dice K.Costner a proposito del film contro il razzismo”Black

COMMENTO ALLA POESIA DI MONTALE “LETTERA A MALVOLIO” del dott. prof. Francesco Gherardini: post aperto

A opinioniWeb di Nicolini è piaciuto il seguente articolo, come comunicato all’Amministratore da WordPress con una mail del 13-09-2019

………………………………………

Riferimenti storici interessanti, notifica di libertà intellettuale, analogie che provano l’urgenza di riconsiderare l’intelligenza emotiva dell’essere umano. Questi elementi di forza e di bellezza sociale, trovo in questo articolo,colto, profondo ed estremamente attuale. Oggi di Pasolini c’è ancora qualche ombra, di Montale l’assenza e di Lennon il buio della luce. Un ossimoro che nasconde la speranza. Ma non la nega.

Dott. Paolo Fidanzi

COMMENTO ALLA POESIA DI E. MONTALE “LETTERA A MALVOLIO” del dott. prof. Francesco Gherardini

Clicca qui sotto:

lettera-a-malvolio in pdf

 

LETTERA A MALVOLIO

Non s’è trattato mai d’una mia fuga, Malvolio,
e neanche di un mio flair che annusi il peggio
a mille miglia. Questa è una virtù
che tu possiedi e non t’invidio anche
perché non potrei trarne vantaggio.

No,
non si trattò mai d’una fuga
ma solo di un rispettabile
prendere le distanze.

Non fu molto difficile dapprima,
quando le separazioni erano nette,
l’orrore da una parte e la decenza,
oh solo una decenza infinitesima
dall’altra parte. No, non fu difficile,
bastava scantonare scolorire,
rendersi invisibili,
forse esserlo. Ma dopo.

Ma dopo che le stalle si vuotarono
l’onore e l’indecenza stretti in un solo patto
fondarono l’ossimoro permanente
e non fu più questione
di fughe e di ripari. Era l’ora
della focomelia concettuale
e il distorto era il dritto, su ogni altro
derisione e silenzio.

Fu la tua ora e non è finita.
Con quale agilità rimescolavi
materialismo storico e pauperismo evangelico,
pornografia e riscatto, nausea per l’odore
di trifola, il denaro che ti giungeva.
No, non hai torto Malvolio, la scienza del cuore
non è ancora nata, ciascuno la inventa come vuole.
Ma lascia andare le fughe ora che appena si può
cercare la speranza nel suo negativo.
Lascia che la mia fuga immobile possa dire
forza a qualcuno o a me stesso che la partita è aperta,
che la partita è chiusa per chi rifiuta
le distanze e s’affretta come tu fai, Malvolio,
perché sai che domani sarà impossibile anche
alla tua astuzia.

In questi giorni ho riletto “La lettera a Malvolio “ del 1971; proprio mentre in TV si moltiplicavano le presenze di Federico Rampini che proponeva un suo libro “All you need is Love”; una sorta di prisma attraverso il quale vedere e capire il mondo reale, quello dell’economia, rileggendo i testi delle canzoni dei Beatles. Qualcosa di veramente originale e suggestivo, al punto che mi ha costretto a pensare ad un accostamento tra una celeberrima e conosciutissima canzone di John Lennon (“Imagine”) e la “Lettera a Malvolio”; per i contenuti, che un’armonia dolcissima non riesce a distruggere (come avviene spesso nel melodramma), ma che al contrario potenzia fino ad emozionarci parecchio. Tra i due testi – che definirei “utopici” – esistono delle analogie. Nei versi di Montale emerge l’utopia di un mondo a-ideologico, ricostruito e saldo sul piano etico, soprattutto grazie alla forza espressa dal rifiuto di omologarsi; nel secondo testo 1quella di un mondo basato sul rispetto delle differenze individuali ed etniche e in pace, fuori dalle ideologie politiche e religiose.

Montale, già senatore a vita, l’avevo visto a Pisa proprio nel 1971 durante una sua visita all’Università; una figura imponente, che mi è rimasta impressa nella mente anche per il suo aspetto fisico; assomigliava un po’ – forse anche per l’indiscussa saldezza sul piano morale – ad un grande uomo politico che avevo conosciuto quello stesso anno (Giorgio Amendola). Erano i tempi di “Satura”; Montale sembrava aver abbandonato la “poesia” per seguire una strada diversa, meno ermetica e più prosastica ed era stato il bersaglio delle frecce avvelenate di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, regista famoso e al centro dell’attenzione popolare proprio in quel tempo sia per il successo anche commerciale dei suoi films (Decameron, Racconti di Canterbury) sia per la radicalità delle sue posizioni politiche e l’asprezza dei suoi interventi. C’era poco da stupirsi; in quegli anni si era comunisti o anticomunisti, di destra o di sinistra, in modo davvero manicheo; visti con gli occhi di oggi, depurati dai grandissimi difetti, erano stati anni di grande fermento anche sotto il profilo etico: John Lennon cantava “immagina che non ci siano nazioni, niente per uccidere o morire, nessuna religione, immagina che tutti vivano la loro vita in pace”. Tutto era “militante”, anche la letteratura. Così, contro tutti quei critici che amano costruirsi l’Olimpo di poeti e letterati pacificati e in perenne armonia tra loro, si aprì ad opera di Pier Paolo Pasolini una feroce polemica tra lui e l’allora poeta nazionale, in odore di Premio Nobel (sarebbe arrivato quattro anni più tardi ).

P.P. Pasolini sulla rivista “Nuovi argomenti” aveva sostanzialmente attaccato Montale perché “pessimista metafisico”, negatore dell’idea di progresso, portatore dell’ideologia liberista che in fondo fissava il potere borghese come fatto naturale e non modificabile, falso moralista o moralista in malafede anche perché ad esempio aveva edulcorato l’immagine di Leopardi (nei fatti narcisista, egocentrico, megalomane, impotente, maniaco, pieno di allergie) dando l’idea di una straordinaria perfezione morale, con ciò disconoscendo di proposito la complessità della realtà umana. In definitiva non un uomo che si confrontava con i temi veri del suo tempo, ma un conservatore, fors’anche un reazionario; un personaggio pubblico – forse suo malgrado – che non prendeva partito rispetto alla realtà di quel periodo (le stragi, la guerra del Vietnam ecc.).

La “ Lettera a Malvolio” è la risposta. Per quattro strofe Montale si attribuisce un merito: quello di tenersi alla larga, di aver sempre preso le distanze dal mondo dei potenti di turno prima e dopo, durante il Fascismo e con l’avvento della Repubblica; chiarisce per quattro strofe che questo atteggiamento non era da tutti e non era stato di tutti; forse era stato più facile quando le separazioni tra bene e male erano nette, ma dopo si era creato un “ossimoro permanente”, una “focomelia concettuale”, con l’onore e l’indecenza stretti insieme; chi teneva le distanze e badava a mantenere alta la propria moralità finiva per essere semplicemente deriso o confinato nel più profondo silenzio. Nella quinta strofa, la più lunga, esce il ritratto del suo antagonista; un quadretto terribile: Pasolini sarebbe quello che ha furbescamente mescolato marxismo e cristianesimo, traendone grandi vantaggi e guadagni personali proprio mentre, apparentemente, ostentava la nausea per questo tipo di relazioni umane e di società..

Montale si dice orgoglioso del suo modo di essere: non ha mai voluto fuggire dalla realtà, piuttosto la sua è stata una “fuga immobile” (bell’ ossimoro ironico) e neppure ha avuto mai un fiuto particolare (quello che invece attribuisce al suo avversario) per tenersi vicino ai potenti. Il suo atteggiamento è stato esattamente il contrario di quella furbizia che – a suo dire – esercita il suo oppositore, quell’ arte cortigiana/servile che gli impedisce di vedere e tenere le giuste distanze; un’astuzia, che comunque in un auspicabile e diverso domani non sarà più esercitabile. Parole molto grosse, tanto più se indirizzate ad uno spirito libero, fortemente critico e senza paure come fu Pasolini.2

La conclusione di Montale in fondo però appare perfino ottimistica: è vero che ora, hic et nunc, a mala pena si può cercare la speranza nel negativo (cfr. Non chiederci la parola), ma questo atteggiamento di fermezza morale può essere stimolo per tanti e comunque “la partita resta aperta”.

Non tardò la replica di Pasolini con una poesia intitolata “L’impuro al puro”.

Non ho banda, Montale, sono solo.//Non ti rimprovero di aver avuto //Paura, ti rimprovero di averla giustificata.//Male forse ne voglio, ma il mio.//Ti ha ottenebrato la tua un po’ troppo //Musa oscura.//Astuto poi non lo sono://di solito è astuto chi ha paura.

Da questi otto versi emerge un chiaro riferimento biografico, un’insinuazione relativa all’argomento della “Paura”: il poeta ligure era sempre stato antifascista, vedeva nel fascismo un’offesa all’intelligenza e alla moralità; aveva firmato nel 1925 il Manifesto degli Intellettuali antifascisti, ma nel 1938 per timore di perdere il suo posto di lavoro al Gabinetto Vieusseux, si “costrinse” a chiedere l’iscrizione al Partito Fascista, iscrizione subito negata con conseguente licenziamento a Dicembre. Da qui il rimprovero di Pasolini a Montale: per aver tentato di giustificare questo gesto, non tanto per averlo fatto, come purtroppo tanti altri uomini semplici erano stati costretti dalle circostanze a fare.

Ma torniamo alla poesia.

Ha una forma del tutto irregolare, senza rima, con numerose assonanze; il poeta appare concentrato sulla concatenazione logica delle sue argomentazioni, sui concetti che intende esprimere; in molti hanno intravisto in questa lirica il suo testamento politico, morale, e culturale. Emerge con forza il tema degli ossimori che dominano la nostra vita e l’argomento della “focomelia concettuale”, ovvero della scarsa coerenza tra il “dover essere” e la “realtà effettuale”.

Certo risalta la figura di un uomo che non si fa grandi illusioni, che vede la realtà per quello che è, senza tanti infingimenti, un uomo forse poco impulsivo e molto realistico, ma passionale, con un bagaglio di valori etici e spirituali che ne fanno una sorta di roccia, inattaccabile.

Già dalla prima riga compare il personaggio di Malvolio = Pasolini . Si tratta di un’accusa crudele. Malvolio è un personaggio shakespeariano (La dodicesima notte ndr. quella dell’ Epifania), un maggiordomo segretamente innamorato della padrona, un po’ comico, un po’ puritano, molto ipocrita, al punto da falsamente disprezzare ogni divertimento e gioco; sostanzialmente uno sciocco e un presuntuoso arrogante che alla fine viene beffato. Beffardo e sferzante è l’accostamento di questo atteggiamento (flair: l’aver – più che un fiuto finissimo – la predisposizione a fare il cortigiano) col termine “virtù”: siamo sempre nel campo dell’uso sarcastico degli ossimori da parte di Montale. Questa “virtù” lui proprio non la possiede, neppure potrebbe esercitarla se l’avesse, tanto è contraria alla sua natura.

Nella seconda strofa il poeta sembra voler ribadire e rafforzare un concetto, rispondere a una domanda sottintesa; tutto il verso è dominato da un unico lemma : “no” ! Montale nega di avere avuto paura, di essere fuggito di fronte ai problemi e alle difficoltà; spiega nuovamente che quello che ha fatto è stato prendere le distanze, non volersi mescolare.

Facile prendere le distanze, mostrare la propria diversità, quando c’era da scegliere tra l’orrore del Fascismo e la decenza dell’Antifascismo, sostiene. Come non richiamare a questo punto almeno alla vicinanza di Montale a Piero Gobetti fin dal 1917, a colui che possiamo considerare come l’incarnazione stessa dell’idealismo e del moralismo di matrice risorgimentale. Ma sull’Antifascismo Montale lascia intuire un non troppo velato avvertimento (solo una decenza infinitesima) a non gonfiare di retorica la vicenda complessa e sotto certi aspetti ancora poco illuminata della Lotta di Liberazione; c’è forse un’allusione alla tragedia familiare di Pasolini (la morte del fratello partigiano per mano di altri partigiani) 3. Per distinguersi e prendere le necessarie distanze – dice Montale con grande onestà – bastava “scantonare scolorire rendersi invisibili, forse esserlo”; e ammette : “ho vissuto il mio tempo col minimum di vigliaccheria che era consentito alle mie deboli forze” (finta intervista, Intenzioni 1946).

Quella che segue è la parte più dolorosa della lirica: dopo che fu vinto il Fascismo, l’onore e l’indecenza si sposarono; dominava su tutto la “focomelia concettuale”. Il distorto – visto da un’altra ottica – era considerato dritto e per chi tentava di aprire bocca, criticare oppure opporsi , la cura era quella della derisione o della condanna al silenzio.

Al di là dei fatti concreti4 che possono essere facilmente ricordati, adombrati da queste parole, colpisce il richiamo alla focomelia. Proprio in quegli anni scoppiò in Italia e nel mondo il caso del farmaco Talidomide e dei suoi effetti devastanti sui feti. La medicina più evoluta e di avanguardia, nata dagli sforzi congiunti a livello mondiale, anziché curare finì per causare danni spaventosi e irreversibili sui nascituri. Una metafora tragica di quanto stava succedendo nel nostro paese, risorto dopo la lotta antifascista, avrebbe potuto vedere sbocciare le migliori intelligenze ed energie e invece era di nuovo allo sbando sul piano della moralità pubblica, in preda alla corruzione, al malaffare, al sottogoverno, nelle mani della criminalità organizzata e di estremismi politici devastanti. Un sintetico riferimento alla realtà che il Poeta percepiva in tutta la sua crudezza, che contrastava a modo suo e dalla quale non voleva fuggire, ma prendere le distanze, non essere contaminato.

L’ultima strofa è intessuta di richiami fin troppo personali alla vita e all’opera di Pasolini; (materialismo storico e pauperismo evangelico) come non pensare al “Vangelo secondo Matteo” , uscito nel 1964, visto da gran parte della critica cinematografica come l’avversione comune sia del cattolicesimo che del comunismo nei confronti del materialismo borghese o (pornografia e riscatto) alla sceneggiatura di dieci novelle del Decamerone, ambientate nel territorio napoletano, o ai Racconti di Canterbury oppure infine a Il fiore delle Mille e una notte, tutte pellicole allora individuate da gran parte della stampa nazionale e anche della critica cinematografica come intrise di insopportabile “pornografia”  . Un’attività cinematografica che, accanto alle critiche scontate, produceva denaro: per Montale Pasolini era colpevole di mostrarsi schifato verso un certo mondo che pure frequentava e dove si trovava a proprio agio (l’odore di trifola) senza sentire il lezzo del denaro (pecunia non olet).

Adesso – lo ripete da tanto tempo Montale – possiamo soltanto dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”… e basta con le ideologie ; non fuggo, resto immobile a testimoniare i miei valori, che serviranno a qualcuno per avere più forza perché il mondo può tornare a una sua rispettabilità, a una sua decenza. Sono davvero duri gli ultimi versi, ma proviamo ad accostare queste parole a quanto accade in questi giorni e in questi anni, ad esempio a quanto emerge dallo scandalo di Roma Capitale.

Al di là di ogni visione ideologica o religiosa, tornare almeno a un po’ di decenza “borghese” nei comportamenti sarebbe un passo in avanti considerevole.

1 immagina non esista paradiso//È facile se provi//Nessun inferno sotto noi//Sopra solo cielo//Immagina che tutta la gente//Viva solo per l’oggi//Immagina non ci siano nazioni//Non è difficile da fare//Niente per cui uccidere e morire//E nessuna religione//Immagina tutta la gente//Che vive in pace//Puoi dire che sono un sognatore//Ma non sono il solo//Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno//E il mondo vivrà in armonia//Immagina un mondo senza la proprietà//Mi chiedo se ci riesci/Senza bisogno di avidità o fame//Una fratellanza tra gli uomini//Immagina tutta le gente//Che condivide il mondo//Puoi dire che sono un sognatore //Ma non sono il solo//Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno//E il mondo vivrà in armonia.

Lennon

 

2 “C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti, è l’ideologia del consumo. Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi davanti alle loro ideologie hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo. […] La povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Il gran male dell’uomo consiste nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo …Il laicismo consumistico ha trasformato gli uomini in stupidi automi, adoratori di feticci [dal Testamento di Pasolini]

3 Guidalberto Pasolini  , nome di battaglia “Ermes“, morì appena diciannovenne nei fatti legati all’ eccidio di Porzus, controverso episodio , in cui diciassette partigiani delle Brigate Osoppo furono trucidati da partigiani comunisti.

4 In particolare il 1971 si ricorda per i tentativi di golpe (Sifar ,piano Solo, golpe Borghese), ma anche le nazionalizzazioni nell’Algeria liberata e il voto alle donne in Svizzera, l’ammissione degli anticoncezionali, il comunista Tito In Vaticano, l’apertura con Nixon dei rapporti Cina /Usa, l’opera di Basaglia, la nascita di Greenpeace e di Medici senza frontiere .

Dott. Prof, Francesco Gherardini

P. Fidanzi dice:
Riferimenti storici interessanti, notifica di libertà intellettuale, analogie che provano l’urgenza di riconsiderare l’intelligenza emotiva dell’essere umano. Questi elementi di forza e di bellezza sociale, trovo in questo articolo, colto, profondo ed estremamente attuale. Oggi di Pasolini c’è ancora qualche ombra, di Montale l’assenza e di Lennon il buio della luce. Un ossimoro che nasconde la speranza. Ma non la nega.

Dott. Paolo Fidanzi

OVIDIO: IL MITO DI DEUCALIONE E PIRRA, dott.ssa prof.ssa Eleonora Chiarugi-Peltenburg; post aperto ad altri interventi

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Eleonora Chiarugi -Peltenburg


POST SCRIPTUM di Piero Pistoia

CHI POSSIEDE UNA BUONA TRADUZIONE (per es., alla Monti) DEL TESTO LATINO DI QUESTA METAMORFOSI DI OVIDIO LA SPEDISCA A:

ao123456789vz@libero.it

O MEGLIO

Chi vuole cimentarsi nella traduzione, la spedisca allo stesso indirizzo; la passeremo poi ai poeti che cercheranno di trasformarla ‘alla Monti’

GRAZIE!

DEUCALIONE E PIRRA  dalle  Metamorfosi di Ovidio  Libro I°  313-415   (Testo Latino)

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