I SEMI ANTICHI a cura di Angelo Bianchi, erborista

I SEMI ANTICHI di Angelo Bianchi

Molti cibi che arrivano sulle nostra tavola sono in gran parte prodotti dall’industria. Per soddisfare ed anche per imporre certi criteri esclusivamente commerciali, viene ritenuto necessario pianificare le colture in modo che si abbiano piante adatte alla raccolta, alla conservazione ed alla trasformazione delle derrate e che tengano conto delle esigenze dei processi di lavorazione e commercializzazione delle grosse catene commerciali.

        Questa prassi assai diffusa non prevede, se non in minima parte, la salvaguardia dell’ambiente, la biodiversità genetica.  Il risultato di questa tendenza impone, tra l’altro, che i piccoli coltivatori siano dipendenti dalle sementi ( in larga parte ibridi e OGM) controllate dai grandi complessi agroindustriali ( per es. Monsanto ed altri) e costretti poi di conseguenza ad utilizzare i prodotti di sintesi di cui le stesse industrie sono produttrici. Infatti tali sementi avendo in qualche modo perso la naturale robustezza e rusticità, a causa delle manipolazioni atte a privilegiarne la produttività, necessitano per essere coltivate, trattamenti massicci di pesticidi per combatterne le avversità e necessitano anche apporti notevoli di concimi chimici per sostenerne la crescita e lo sviluppo.
         Tra i piccoli agricoltori si è diffusa la volontà di controbattere questa tendenza dell’industria agroalimentare e si è cercato di recuperare varietà di sementi che possano garantire la biodiversità, il sapore e la salubrità del cibo, e , non ultima, la possibilità di autoprodursi le sementi necessarie, cercando di svincolarsi, per quanto possibile, dalla morsa dei condizionamenti imposti dall’agroindustria.
          Questi agricoltori, insieme ad alcuni ricercatori universitari, hanno cercato di recuperare semi di orticole e di cereali accantonati, nei tempi recenti, perché meno produttivi e meno adatti alle colture intensive anche se notevolmente resistenti alle avversità ed in  grado di produrre piante particolarmente ricche di valori nutritivi.
           Questa ricerca riguarda soprattutto le varietà locali adatte per uno specifico terreno e clima, assolutamente diverse delle sementi costruite per la monocoltura che invece sono le stesse per differenti climi, terreni e latitudini.
            Nei casi di particolari avversità climatiche oppure di avversità causate da parassiti e crittogame, le monocolture vengono praticamente distrutte in modo assai grave, in quanto tutte le piante sono sottoposte allo stesso rischio, mentre nel caso di una promisquità di diverse varietà ci saranno alcune piante che soccomberanno, ma altre invece che riusciranno a resistere e quindi a garantire in ogni caso il raccolto. Alcuni agricoltori si sono attrezzati anche per fornire alla popolazione locale prodotti provenienti da queste varietà “antiche” ed a garantire quindi alimenti assai più ricchi di valori nutritivi, esenti da residui tossici e rispettosi dell’ambiente e della biodiversità.
              Questa piccola rete “commerciale” inoltre permette di limitare i trasporti che creano non pochi danni all’ambiente e notevoli spese che vanno ad incidere in maniera sostanziale sul prezzo del prodotto.
               Attraverso questi semplici meccanismi si può cercare in qualche modo di modificare le abitudini e gli acquisti delle persone, in gran parte condizionati dalla pubblicità e dalle mire di chi ha come scopo solo l’interesse economico.
Angelo Bianchi
Erborista

FLORA E VEGETAZIONE NEL VOLTERRANO del dott. Juri David Bettini

Il seguente articolo del dott. Juri Bettini, rivisitato da “Il Sillabario” 4-1996  e  1-1997, inserti della Comunità di Pomarance, è stato ristrutturato e corretto.

Per leggere l’articolo in pdf, cliccare su:

BETTINI0001

Per vedere la TAV. 1 e la BIBLIOGRAFIA cliccare su :

TABELLA 1_art_Juri

 

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Altrimenti cercare di leggere di seguito:
juri10001

juri0002

RIFLESSIONI SU UN ESEMPIO DI ANALISI STATISTICA CON R: MM DI PIOGGIA CADUTI IN CIASCUN ANNO DAL 1907 AL 1990 NELLA ZONA DI LARDERELLO (POMARANCE, Pisa) ED ALTRO; precisazioni su Regressioni lineari, Intervalli di confidenza ed altro, oltre al modo più o meno ortodosso di procedere; del dott. Piero Pistoia

PREMESSA

Post in via di sviluppo; fase iniziale di un processo che si costruisce nell’andare.

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA :

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

Questi ‘racconti’ di Statistica applicata di fatto sono modelli che automatizzano percorsi nell’analisi dei dati.

R è un programma potente e gratuito, continuamente aggiornato in tempo reale nelle principali Università del mondo. Sono disponibili centinaia di manuali gratuiti e migliaia di packages per tutte le esigenze.

Per vedere gli outputs anche grafici,  le istruzioni (quando pronte girano!) possono essere riportate, con copia incolla, per es, prima sul Blocco Note o direttamente sulla console di R. Nel procedere potremmo anche decidere di alternare le istruzioni ai grafici (vedremo). Nota bene: prima di incollare in R, è necessario ripulire il piano di lavoro di R, premendo dal MENU MODIFICA ‘Pulisci console’ e poi dal MENU VARIE ‘Rimuovi tutti gli oggetti’

Questi primi dati di Larderello sono stati ripresi dalla “COMUNITA’  DI POMARANCE 1-1991” consegnati alla Redazione da Mauro Fanfani, allora Tecnico presso il laboratorio ENEL.

Quelli di Volterra furono forniti dal dott. Juri Bettini.

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RIFLESSIONI SU UN ESEMPIO DI ANALISI STATISTICA CON R: MM DI PIOGGIA CADUTI IN OGNI ANNO DAL 1907 AL 1998 NELLA ZONA DI LARDERELLO (POMARANCE, Pisa). POSSIBILITA’ DI TRASFERIRE, CON POCHE MODIFICHE, IL PROCESSO SU ALTRE ANALOGHE SERIE STORICHE (Es., Volterra 1956-1986)

PRECISAZIONI SU REGRESSIONI LINEARI, MEDIE MOBILI, TESTS STATISTICI, INTERVALLI DI CONFIDENZA, FORECASTS ED ALTRO, OLTRE AL MODO PIU’ O MENO ORTODOSSO DI PROCEDERE.
dott. Piero Pistoia

 Versioni del lavoro

PIOGGE_ANN_FORECAST_20_1_7.45

PIOGGE_ANN_20_1_LAPREVISIONE_ore17.45

PIOGGE_ANN_OUTPUTS_19.10

Si evidenziano i  files richiamati e si copiano sulla console di R: iniziano automaticamente a girare; se incontrano un grafico si fermano in attesa di un tasto premuto o un click del mouse, permettendo di stampare o memorizzare il grafico stesso. Volendo possiamo anche con copia-incolla trasferire pezzi dell’articolo, per es., da un grafico all’altro. Infine è possibile ricopiare le istruzione direttamente sulla console di R.

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PARTE PRIMA CON INSERIMENTO DI OTTO PAGINE DI GRAFICI (FIG. 1-8) RIPRESI DAGLI OUTPUTS

Si ‘guarda’ dentro i dati ‘provocandoli’ con le istruzioni di R!

#ESEMPIO DI ANALISI STATISTICA CON IL LINGUAGGIO R: MILLIMETRI
#DI PIOGGIA CADUTI IN CIASCUN ANNO DAL 1907 Al 1990
#A LARDERELLO E DAL 1956 AL 1986 A VOLTERRA.
#PRECISAZIONI SU INTERVALLI DI CONFIDENZA ED ALTRA STATISTICA
#dott. Piero Pistoia
#IN QUESTO PRIMO INTERVENTO SI PROPONGONO UNA SERIE DI AZIONI
#MESSE IN ATTO PER PORRE PUNTI INTERROGATIVI AI DATI
#DA ANALIZZARE. NEI GRAFICI SI ‘LEGGONO’ LE RISPOSTE RESE DAI DATI.

#I dati originali erano a scansione mensile, ma noi inizieremo
#ad analizzare i dati annuali ottenuti sommando i 12
#valori mensili delle piogge per ogni anno.

#Se volessimo esprime un’ipotesi sulla pioggia caduta nell’anno
#in un certo intervallo di anni, quella più immediata
#è che la quantità di essa costruisca nel tempo una serie
#stazionaria, senza uniformità interne, (assenza di trend,
#fluttuazioni di circa uguale ampiezza) perché sosterremmo
#che sommare le entità mensili ridurrebbe le oscillazioni
#stagionali di tutti i livelli, mentre non è così immediato
#pensare a fenomeni atmosferici e/o astronomici che
#possano attivare oscillazioni annuali periodi o non periodiche
#(come, per es. i cicli undecennali delle macchie solari…)

library(“UsingR”); library(“TTR”);library(“tseries”);
library(“graphics”);library(“forecast”)
#Le librerie, se non esistono già nella biblioteca attuale della
#versione, devono essere prima caricate dal Menù.

par(ask=T)
par(mfrow=c(2,2))

#Da prove preliminari si evidenzia che nella serie originale di
#Larderello esistono almeno tre autliers: nel 1913
#(636 sostituito da 736.2), nel 1915 (1505.5 sostituito
#da 1145) e 1972 (539.2 sostituito da 739.2), pensando ad una
#serie più armonica internamente (gli autliers, essendo ‘accideni’
#isolati pesano meno nel forecast).

#Con pochi cambiamenti possiamo analizzare meccanicamente diverse
#serie storiche fornendo il vettore dati:
#proponiamo la serie di Larderello di 84 dato a partire dal 1907
#e quella di Volterra di 30 dati a partire dal 1956

#::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

Piogge_annuali_1907_1990=

c(1174,915.7,1204.1,1203.6,891.5,950.6,836.2, 960.6,1145.5,
1142.2,1156.3,876.4,1045.9,968.0,750.8, 878.3,
719.5, 720.7, 1045.7,1198.1,904.2,1142.0,958.0,
914.4,952.1,1141.8,1023.1,966.6,1013.0,823.1,1138.1,
763.1,1102,1083.0,949.3,1054.2,741.2,804.9,814.8,964.6,
1236.2,829.6,1086.2,782.9,1153.8,877.8,780.4,799.4,800.7,
863.8,760.7,821.6,753,1175.6,873,857.4,1192.6,1276.4,
1117.3,1251.2,742.4,1023.8,1107.4,845.6, 769.4,739.2,
782.7,799.2,985.6,1163.4,826.0,880.4,1067.7,923.6,903.6,
856.6,855.6,1010.4,842.1,891.7,1061.8,783,739.3,1009.6)
#si chiude o si apre il vettore dati per analizzare un’altra serie

piogann907990=ts(Piogge_annuali_1907_1990) #si chiude per altro
#vettore dati dello stesso nome yt0
yt0=piogann907990 #si chiude o si apre
t=c(907:990)#si chiude o si apre
#::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
#Di seguito analizziamo la serie di Volterra di trenta dati dal 1956.
#Da prove precedenti consideriamo 2 autliers 1960 (1253)e 1984 (1156)
#interpolando con 1000 e 950 rispettivamente

#yt0=c(727,766,804,839,1000,892,866,968,957,1002,1042,727,954,1012,869,678,851,655,698,858,988,
#671,932,991,841,781,837,813,950,733,821) piogge annuali Volterra 1956-1986
#t=c(956-986) #si apre o si chiude
#yt0=ts(yt0) #si apre o si chiude

#Fig. 1 -> quattro grafici sulla stessa pagina: 1)(yt0,Time); 2)acf(yt0);
#3)hist(yt0); 4)punti dati e retta di regressione

#3)hist(yt0); 4)punti dati e retta di regressione

piogge_lard_FIG0001

ts.plot(yt0)

#Osservando il grafico dei dati ad occhio ci turba notare un certa tendenza
#delle piogge a diminuire nel tempo,
#falsificando le aspettative se il fenomeno fosse corroborato.

acf(yt0)

hist(yt0)

#Osservando il grafico dei coefficienti di auto-correlazione h,
#sembra chiaramente che all’interno della serie
#non ci siano legami di causalità avvallando le aspettative.

#Applichiamo comunque un modello di regressione lineare semplice
#ai dati per un controllo.
# INIZIO DELL’ELABORAZIONE DEI DATI

# Si prova a cercare il package Using-R
#library(“UsingR”)
#library(“TTR”)

# Fitta i dati delle piogge col tempo in anni e fornisce gli autputs

t=c(1:length(yt0))
result=simple.lm(t,yt0)
summary(result)

#FIG. 2 -> #plot (result) fitta 4 grafici per l’analisi dei residui:

piogge_lard_FIG0002

#1)Nel primo (Residual,fitted) si osserva la diffusione dei dati intorno
#alla linea y=0 e il trend che non è ovvio. 2)Nel secondo (Normal qqplot),
#i residui sono gaussiani se questo grafico segue da vicino la linea
#tratteggiata.

plot(result)
par(mfrow=c(1,1)) #da ora si plotta grafico per grafico.
fit=lm(yt0~t)
attributes(fit)
summary(fit)
fit$coefficients
fit$resid

#plot(lm(yt0~t))
pre=predict(fit)# valori sulla retta
pre # valori predetti

#FIG. 3 -> acf(pre)

piogge_lard_FIG0003

acf(pre)
# Plotta i dati e la linea di regressione
ts.plot(yt0)
abline(fit)
#Opppure:plot(t,yt0); abline(result)
yt1=yt0-pre

#FIG. 4 -> nel piano cartesiano “yt0,time” viene disegnato l’intervallo
#di confidenza al 90% per la media. Ci sono due tipi di intervallo,
quello di ‘confidenza per la media’ e quello per la ‘predizione individuale’,
#naturalmente più grande. Consideriamo questi intervalli al 90%. Nel secondo
#vengono riportati ambedue gli intervalli

piogge_lard_FIG0004

# INTERVALLI DI CONFIDENZA
#1
summary(fit)
#2
predict(fit,data.frame(t=sort(t)),level=.90, interval=”confidence”)
#3
ci.lwr=predict(fit,data.frame(t=sort(t)),level=.90,interval=”confidence”)[,2]
#4
points(sort(t),ci.lwr,type=”l”)
#5
ci.upr=predict(fit,data.frame(t=t),level=.90, interval=”confidence”,add=T)[,3]
#6
points(sort(t),ci.upr,type=”l”)

#FIG. 5 -> punti-dati con i due intervalli, di confidenza e di previsone, al 90%

piogge_lard_FIG0005

# Si possono usare comandi di più alto livello del package UsingR di VENABLE
fit=simple.lm(t,yt0)
summary(fit)
simple.lm(t,yt0,show.ci=T,conf.level=0.90,pred=T) #fa un po’ casino!

#FACCIO DELLE PROVE DI ‘SMUSSAMENTO’

#Elimino una parte del contenuto dei files piogann908990
# (yt0) con una media mobile di ordine 5, pesata con 1,2,3,2,1 (Media Mobile 3*3)
#con comandi di basso livello e osservo quello che accade
#(confrontare con media  mobile semplice 5)
#—————————

#SMUSSO5 pesato 1,2,3,2,1 (3*3)
m5=c()
for(i in 2:length(yt0)){
m5[i] =(yt0[i-2] +2* yt0[i-1] + 3*yt0[i] +2* yt0[i+1] + yt0[i+2])/9}
#prova a plottare m5
m5=ts(m5)
m5 # smusso5 la yt0 3*3; elimino dall’originale ciò che non è random!?

L’idea era solo sperimentare en passant, smussando con m5!

Da notare è che d’improvviso ho trovato cancellati i pesi dell’m5,                                                                           sbilanciando risultati e grafici!!

#——————————
#Secondo ‘pezzo’ per cambiare vettore dati da sottoporre al prog.
#::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

#Attenzione! devo fare modifiche per scegliere fra i due vettori dati
#da analizzare
m5=m5[3:82] #per Volterra (31 dati) va da 3 a 29; PER LARDERELLO (84 DATI)
#DA 3 A 82
n5=length(m5)
yt=yt0[3:82] #in yt ci sono da 3 a 82 dati yt<yt0; per Volterra 3-29
#::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

par=(mfrow=c(2,2))

yt
nyt=length(yt)
nyt
par(mfrow=c(2,2))

ts.plot(m5)
acf(m5)

yt_m5=yt-m5 #m5 e yt hanno la stessa lunghezza per cui si possono sottrarre
yt_m5 #originale meno m5_smussata

ts.plot(yt_m5)
lines(m5)

acf(yt-m5) # auto-correlazione di yt-smussamento 3*3

#Analizzo il vettore dati yt-m5 cercando la retta di regressione
t1=c(1:length(m5))
fit1=lm(yt_m5~t1)
summary(fit1)

La retta di regressione non esiste!

#FACCIO DELLE PROVE DI ‘SMUSSAMENTO’

——————————————————

# FIG. 6 -> 4 grafici sulla stesso piano: 1)graf. m5 (smusso 5 pesato 12321,3*3);
# 2)acf(m5); 3)graf. yt1=yt-m5 (yt è yt0 di lunghezza pari a m5 per sottrarre);
# 4)acf(yt1).

piogge_correzione_18_10001

OSSERVAZIONI FUORI NORMA

Da osservare l’acf della serie yt-m5 : il picco fuori range può essere considerato dovuto a un caso accidentale come 1 su 20? e le oscillazioni smorzate dell’ acf di m5 non suggeriscono niente? Le armoniche di Fourier potrebbero ‘suonare’ qualcosa? Ritengo che non siano fuori luogo (anche se azzardate e deboli, ma cariche di significati scientifici, K. Popper,  ipotesi ‘tentative’ o Tentative Theory) su oscillazioni super-annuali  (di periodo circa 5, 11..?) relative ad armoniche rilevanti (si controllino anche i grafici di Fig. 7)

_________________________________

#TENTATIVI DI SMUSSAMENTO con SMA per raccogliere informazioni su                                                        #eventuali cicli super-annuali spesso periodici da analizzare con Fourier

piog3=SMA(yt0,n=3) #opero un semplice smussamento di ordine 3
piog5=SMA(yt0,n=5) # opero ora un semplice smussamento di ordine 5
piog8=SMA(yt0,n=8)
#piog11=SMA(yt0,n=11)
piog12=SMA(yt0,n=12) #opero un semplice smussamento di ordine 12
#piog15=SMA(yt0,n=15)

#ts.plot(piog3)
#ts.plot(piog5)
#ts.plot(piog8)
#ts.plot(piog12)

#smussa l’originale yt0 con 4 ordini (5 pesato 12312; 5;8;12)
par(mfrow=c(2,2))

#4 risultati dello smussamento di yt0: m5, 5, 8, 12

#FIG. 7 -> 4 grafici di smussamento sulla stessa pagina: 1)yt0 smussato m5;
#2)yt0 smussato 5; 3)yt0 smussato 8; 4)yt0 smussato 12.

piogg_18_10005

ts.plot(yt0)
lines(m5,col=”orange”,lwd=2)
ts.plot(yt0)
lines(piog5,col=”orange”,lwd=2)
ts.plot(yt0)
lines(piog8,col=”blue”,lwd=2)
ts.plot(yt0)
lines(piog12,col=”red”,lwd=4)

#Osservando le ‘lisciature’ della curva_dati originale, sarebbe

#interessante sottoporre i vettori dati degli #smussamenti alla

#funzione del PERIODOGRAMMA (scritta dal dott. PIERO PISTOIA

#e testata e riportata nei diversi posts relativi ad esempi statistici a

#cura dello stesso scrivente: in particolare vedere “UN PARZIALE

#PERCORSO DI BASE SULL’ANALISI DI UNA SERIE STORICA

#REALE” dove tale funzione in .jpg è trasferibile e funzionante);

# per la ricerca di armoniche rilevanti.

#Non sembra così strano pensare ad influenze, per lo più

#periodiche,  del Cosmo esterno sulla nostra atmosfera, con periodi

#maggiori di un anno terrestre. Anche l’Analisi di Fourier  scritta

#col Mathematica di Wolfram, in più occasioni utilizzata dallo

#stesso autore, potrebbe essere uno strumento di controllo efficace.

#Si potrebbe anche riportare la Funzione _Periodogramma

#direttamente su questo post, per ogni possibile, anche futuro,

#utilizzo su qualsiasi vettore_dati.

par(mfrow=c(1,1))

#FIG. 8 -> 4 grafici di smussamento sullo stesso piano cartesiano (yt0,Time)

piogge_correzione_18_10006

#Confronto 6 curve in un unico grafico (yt0,pre,m5,piog5,piog8,piog12)
ts.plot(yt0)
lines(pre)
lines(m5,col=”orange”,lwd=2)
lines(piog5,col=4,lwd=2)
lines(piog8,col=”blue”,lwd=2)
lines(piog12,col=”red”,lwd=4)
#Riflettiamo sullo smussamento interessante 12: sembra che esso tolga cicli super-annuali
#da investigarne in qualche modo le armoniche con fourier
# LA STATISTICA DI DURBIN WATSON

library(tseries)
y=yt0
n=length(y)
result=c()
result1=c()
for(t in 2:n){
result[t]=(y[t]-y[t-1])^2
}
result=result[2:n]
a=sum(result)
for(t in 1:n)
result1[t]=y[t]
b=sum(y)
dw=a/b
dw

#Possiamo usare anche funzioni di più alto livello caricando qualche #libreria nuova

#(‘lmtest’; attenzione alla versione di R!)

#PARTE SECONDA E IL PACKAGE ‘forecast’; si aggiungono
#6 pagine di grafici ripresi dagli outputs relativi

#Ci permettiamo di prendere un momento di riflessione in questo
#scorcio iniziale della PARTE SECONDA del nostro lavoro di
#’lettura’ dei dati. La retta di regressione apparsa ad occhio sui dati,
#dopo la regressione con i minimi quadrati di fatto ‘spiega’ ben poco
#del nostro campione (R-quadro trascurabile), ma se consideriamo
#le ‘statistiche campionarie T’ relative ai suoi coefficienti e le
#inseriamo sulle ascisse delle rispettive distribuzioni di Student,
#conosciute sotto l’ipotesi nulla, ci accorgiamo che probabilmente
#quella retta ‘esiste anche nell’Universo di tutti i campioni riferiti
#alla nostra ricerca. Così,nonostante questa retta non così ovvia,
#riteniamo ipoteticamente che: “se eliminiamo dai dati originali
#yt0, i valori della retta (pre), yt1=yt0-pre, già e ‘ricondizioniamo’
#il campione aggiungendo la media dei valori (cioè la media di yt0
#o di pre), otteniamo un valore migliore dell’originale almeno per
#l’applicazione del nostro modello di forecast (Simple Exponential
#Smoothing), cioè si rispetterebbero meglio i criteri di applicazione
#(omogeneità delle fluttuazioni col tempo, assenza di correlazioni
#interne…insomma migliore Stazionarietà)”. Tale ipotesi verrebbe
#controllata a posteriori con l’analisi dei residui. Basterà attribuire i
#valori della variabile ‘campione-condizionato’ alla variabile
#originale yt0 e procedere a far girare il programma successivo di
#previsione( yt0=campione-condizionato). Tale prova la qualche                                                                                 #lettore, se vorrà.

#yt1 era il vettore dei dati originali (yt0) meno le ordinate della retta
#(pre)

Myt0=mean(yt0); Mpre=mean(pre); Myt1=mean(yt1)

Myt0

Mpre

Myt1

#Dal plot di yt1

#Possiamo notare dal plot di yt1 che esiste un livello costante
#situato in corrispondenza ad valore di zero per la media; le
#fluttuazioni sembrano rimanere grossolanamente costanti nel
#tempo. E’ possibile probabilmente considerare la serie stazionaria,
#per cui si può tentare di usare un modello addittivo e uno
#’Smoothing Esponenziale Semplice’ per il forecast, forse con
#maggiore ‘matching’ di prima. Naturalmente bisogna
#’ricondizionare’ yt1 (centrata intorno alla media zero) alla serie
#originale. Riteniamo di poterlo fare aggiungendo ai valori di yt1, la
#media dei valori predetti ovvero dei valori originali; procederemo
#poi al solito a controllare questa scelta dal risultato (rilevanza del
#forecast)

Mpre=mean(pre)

yt0_condizionato=yt1+Mpre

#plotto yt0_condizionato insieme a yt0

FIG. 9′

ts.plot(yt0)
lines(yt0_condizionato,col=”blue”,lwd=2)

#Pongo:

#yt0=yt0_condizionato #per immettere nel processo_forecast i dati
#da cui si è tolto  il trend rettilineo di dubbia rilevanza

#Noi però intanto riguardiamo il grafico originale yt0 da sottoporre,

#con A. Coghian, (A LITTLE BOOK OF R FOR TIME SERIES; release

#0.2), ad un processo di previsione.

ts.plot(yt0)

piogge_forecast0001

——————————————-

#PARTE SECONDA: LA PREVISIONE
#PREMESSA SUL ‘SIMPLE EXPONENTIAL SMOOTHING (SES)’
par(ask=T)
par(mfrow=c(1,1))

#Piogge_annuali_1907_1990=

c(1174,915.7,1204.1,1203.6,891.5,950.6,836.2, 960.6,1145.5,
1142.2,1156.3,876.4,1045.9,968.0,750.8, 878.3,
719.5, 720.7, 1045.7,1198.1,904.2,1142.0,958.0,
914.4,952.1,1141.8,1023.1,966.6,1013.0,823.1,1138.1,
763.1,1102,1083.0,949.3,1054.2,741.2,804.9,814.8,964.6,
1236.2,829.6,1086.2,782.9,1153.8,877.8,780.4,799.4,800.7,
863.8,760.7,821.6,753,1175.6,873,857.4,1192.6,1276.4,
1117.3,1251.2,742.4,1023.8,1107.4,845.6, 769.4,739.2,
782.7,799.2,985.6,1163.4,826.0,880.4,1067.7,923.6,903.6,
856.6,855.6,1010.4,842.1,891.7,1061.8,783,739.3,1009.6)
#Ridefiniamo yt0
#yt0= Piogge_annuali_1907_1990

#FIG. 9
#ts.plot(yt0)

#Le righe dei commenti associati al programma che segue devono essere
#scorciate (con cancelletti all’inizio) se vogliamo far girare il tutto dalla console di R!
#come accade nella prima parte di questo post; in caso contrario vanno riscritte le linee di programma
#in successione sulla console di R

#Il metodo del Semplice ‘Lisciare’ Esponenziale è raccomandato quando 1) i dati non
#presentano un trend ‘esplicito’ e, 2) non è coglibile una stagionalità.

#Da precisare che non si ha ‘trend esplicito’ anche quando si ha, sì, un cambiamento di livello
#o media nel corso del tempo fuori del random, ma tale evento si presenta poco regolare e
#intuibile, scarsamente razionalizzabile in un trend ‘esplicito’

#Sono almeno tre i possibili interventi nei processi di forecast del metodo SES , due
#praticamente immediati, il metodo ‘ingenuo’ , o ‘naive methods’, ‘average methods’
#(per prevedere è importante solo l’ultima osservazione che rimane costante nel tempo
#di previsione), l’altra, il metodo della ‘Media’ (i valori predetti sono tutti uguali alla media
#dei valori che servono per prevedere) e il terzo, più mediato, usa medie pesate, che tengono conto
#dei valori pesandoli in maniera diversa; quelli più lontani sempre meno di quelli più vicini
#secondo una curva esponenziale.

#Fra i modelli del terzo tipo utilizzeremo due modelli di HoltWinters con le funzioni di R HoltWinters()
#e forecast.HoltWinters(); per es., per Larderello: valori annuali 1907-1990; per Volterra valori
#annuali 1956-1986.

#RIASSUMIAMO IL PROCESSO

#Poiché riteniamo di avere una serie storica a cui si può applicare un modello addittivo con fluttuzioni
#pressochè costanti pressochè costanti e che possiede un livello che si mantiene, pensiamo, uguale
#nel tempo (valore medio) e nessuna stagionalità, possiamo usare uno dei tanti modelli SES (Simple
#Exponential Smoothing), per brevi previsioni future, cioè un mezzo per stimare i livelli previsti nei
#punti correnti col tempo.

#Se usiamo però un SES predittivo che utilizza la funzione HoltWinters() di R, sono necessari,
#per questo modello due parametri da immettere nell’argomento, beta e gamma che nella fattispecie
#dobbiamo uguagliare a FALSE (si cambia il loro valore, per es., per casi con trend e/o stagionalità),
#mentre calcola da sé il terzo parametro alfa, che controlla lo smoothing (alfa vicino a zero significa
#che diamo più peso ai dati recenti). Come outputs abbiamo il valore di alfa e tutti i valori previsti
#corrispondenti ai dati delle misurazioni originali (nella fattispecie 84) con cui è possibile costruire
#la curva di previsione all’interno dei dati.

#La funzione di HoltWinters() memorizza gli outputs in una lista di ‘oggetti’ da richiamare contenuta
#nella variabile ‘yt0previsti’ da noi scelta. Così la funzione HW() scrive i valori previsti (ed altro) in
#uno dela lista degli ‘oggetti’ (fitted, SSE…) contenuti nella variabile yt0previsti calcolata, per cui
#essi si troveranno nella variabile yt0previsti$fitted. Gli ‘errori della previsione’ si calcolano
#sottraendo dai valori predetti quelli osservati e l’oggetto SSE (Sum of Squared Errors),
#rappresenta una misura dell’accuratezza del forecast, fornito sempre dalla HW( ), che
# invece verrà richiamato da yt0previsti$SSE.

#E’ interessante notare che è necessario scegliere un valore iniziale di partenza per il calcolo
#dei livelli previsti; se questo valore non viene esplicitato il programma sceglie il primo valore
#dei dati.

#Ci sono anche dei processi per aiutarci a scegliere questo valore.

#Possiamo immettere però anche questo primo valore scelto da noi, aggiungendo il
#parametro ‘1.start’ nell’argomento della funzione HoltWinters(),

#HoltWinters(yt0, beta=FALSE, gamma=False, 1.start=X)

yt0previsti=HoltWinters(yt0,beta=FALSE, gamma= FALSE)
yt0previsti

#HoltWinters exponential smoothing without trend and without seasonal
#component.

yt0previsti$fitted

plot(yt0previsti)

FIG: 10

piogge_forecast0002

#La funzione HoltWinters() calcola i forecasts solo per i dati originali (nella
#fattispecie quelli da 1907 a 1990). Se vogliamo prevedere alcuni dati futuri
#(es., 8) è necessario scaricare il package di R ‘forecast’ , tramite library(‘forecast’),
#il quale contiene la funzione nuova ‘forecast.HoltWinters()’, che memorizzerà l’output
#nella variabile da noi scelta yt0previsti2 e aggiungeremo nel suo argomento
#’yt0previsti, h=8′
yt0previsti2 = forecast.HoltWinters(yt0previsti, h = 8)

#Con la funzione plot.forecast messa disposizione dalla libreria scaricata possiamo stampare
#le predizioni ottenute con la funzione forecast.HoltWinters():

plot.forecast (yt0previsti2)

#La funzione forecast.HoltWinters() dà la previsione per ogni anno con un intervallo di
#predizione all’80% (fascia arancionee) e al 95% (fascia gialla).

library(“forecast”)

FIG. 11

piogge_forecast0003

#La funzione HoltWinters() calcola i forecasts solo per i dati originali (nella
#fattispecie quelli da 1907 a 1990). Se vogliamo prevedere alcuni dati futuri
#(es., 8) è necessario scaricare il package di R ‘forecast’ , tramite library(‘forecast’),
#il quale contiene la funzione nuova ‘forecast.HoltWinters()’, che memorizzerà l’output
#nella variabile da noi scelta yt0previsti2 e aggiungeremo nel suo argomento
#’yt0previsti, h=8′
yt0previsti2 = forecast.HoltWinters(yt0previsti, h = 8)

#Con la funzione plot.forecast messa disposizione dalla libreria scaricata possiamo stampare
#le predizioni ottenute con la funzione forecast.HoltWinters():

plot.forecast (yt0previsti2)

#La funzione forecast.HoltWinters() dà la previsione per ogni anno con un intervallo di
#predizione all’80% (fascia arancionee) e al 95% (fascia gialla).

acf(yt0previsti2$residuals, lag.max=20)

FIG. 12

piogge_forecast0004


#Osservando l’acf dei residui può accadere che qualche ordinata superi la zona permessa
#(dove c’è assenza di autocorrelazione). Può essere che uno o due segmenti escano dai
#’significance bounds’. restando incerti se, fra 1-20 lags, ci sia qualche correlazione significativa.
#Per una conferma attiviamo il test in R di Ljung-Box-test che usa la funzione “ Box-test()”

#della libreria(stats):

#Box-test(yt0previsti2$residuals, lag=20, type=”Ljung-Box”)
#IL TEST DI LJUNG-BOX

#Se il p-value supera 0.05 di poco ci sarà una piccola certezza di qualche correlazione interna,
#che decideremo se sia dovuta al caso.

#E’ buona idea controllare anche la costanza della varianza e la normalità della distribuzione
#dei residui. Per la costanza della varianza facciamo il plot dei residui con il tempo.

plot.ts(yt0previsti2$residuals)

#Appare un grafico che presenta una successive di fluttuazioni col tempo. Può accadere a vista
#che in alcune parti del tempo l’ampiezza di esse risulti leggermente divers da quella di altre parti.
#Sarà da decidere se riteniamo che sia circa costante sostenendo l’ipotesi della uguaglianza
#della varianza col tempo

FIG: 13

piogge_forecast0005

#Per controllare infine se gli errori di previsione siano a distribuzione gaussiana con media zero,
#faremo in un istogramma (area coperta=1) degli errori con sovrapposta una curva gaussiana
#con media zero e deviazione standard pari a quella della distribuzione degli errori di previsione.
#Per far questo, di seguito viene riportata la routine di Avril Coghian di cui l’autore si sente debitore
#di questo scritto.

#Basta, dalla console di R, richiamare la funzione, scritta ad hoc, plotForecastErrors() con l’argomento
#’yt0previsti2$residuals’:

#INIZIO FUNZIONE PERSONALE
#plotForecastErrors=function(forecasterrors)

plotForecastErrors=function(forecasterrors)
{
#faccio un istogramma degli errori di previsioni

mybinsize=IQR(forecasterrors)/4
mysd=sd(forecasterrors)
mymin=min(forecasterrors)-mysd*5
mymax=max(forecasterrors)+mysd*3

#Genero una distribuzione di dati gaussiana con media zero e standard deviation
#pari a mysd

mynorm=rnorm(10000,mean=0, sd=mysd)
mymin2=min(mynorm)
mymax2=max(mynorm)

if (mymin2<mymin){mymin=mymin2}
if (mymax2>mymax){mymax=mymax2}

#Faccio un istogramma rosso degli errori di previsione con un gaussiana
#sovrapposta.

mybins=seq(mymin,mymax,mybinsize)
hist(forecasterrors, col=”red”, freq=FALSE,breaks=mybins)

#freq=F assicura che l’area sotto l’istogramma è = 1.
#genera una gaussian con media zero e standard deviation mysd

myhist = hist(mynorm,plot=FALSE, breaks=mybins)

#plotto una gaussiana blu sopra l’istogramma ddegli errori di previsione:

points(myhist$mids,myhist$density, type=”l”,col=”blue”,lwd=2)
}
#FINE FUNZIONE
plotForecastErrors(yt0previsti2$residuals )

#Possiamo usare questa funzione per costruire un istogramma con gaussiana
#degli errori di previsione per qualsiasi predizione delle
#piogge!
FIG. 14

piogge_forecast0006

e cambiando scala verticale:

piogge_correzione_18_10007

#Da controllare se la distribuzione degli errori è grossolanamente centrata

#sullo zero, se è più o meno distribuita come una gaussiana, se è ‘skewed’
#da una parte rispetto alla curva normale, ecc.

#Comunque, a mio parere, è da sottolineare che questi nostri racconti di
#statistica nel loro articolarsi, non di rado si imbattono in scelte volontarie
#ed intuitive su grandezze in gioco e questo suggerisce che non è necessario
#poi in generale un atteggiamento troppo intransigente e restrittivo nelle
#valutazioni sulla rilevanza delle ipotesi.

——————————————-

40 916.8477 916.8477

POMARANCE: UNA BREVE PASSEGGIATA ‘FLORISTICA’ (FLORA POVERA, ERBACCE…), A SCANSIONE MENSILE, PARTE SECONDA a cura di Angelo Bianchi, erborista, dott. Piero Pistoia, ‘coordinator’, e Sofia, esperta sul campo e buona fotografa.

piero-pistoia-curriculumok (#)

POST DA RIVEDERE E CORREGGERE

NDC dott. Piero Pistoia

Continua il monitoraggio botanico-educativo delle piante selvatiche, a scansione mensile, lungo un percorso, alla periferia del paese di Pomarance, che, inserito nel paesaggio floristico della Val di Cecina, ne riflette le sue caratteristiche botaniche essenziali. Data la vicinanza delle Scuole, potrebbe, nel tempo, se mai la Buona Scuola diventerà attiva, essere utilizzato anche per passeggiate scolastiche culturali ad uso didattico – infatti la comunicazione non sarà meramente descrittiva, ma spesso inserita in un processo costruttivo di ricerca/scoperta, cioè nei contesti delle OSSERVAZIONI SCIENTIFICHE scolastiche – e in generale come stimolo all’osservazione guidata della Natura Spontanea della zona, e non solo (se è vero che tutta la vegetazione italiana e delle Nazioni limitrofe, circa nella stessa fascia di latitudine, risente mediamente del clima dell’area mediterranea). circa alla stessa fascia di latitudine risente mediamente del clima dell’area mediterranea). Questa comunicazione culturale può così ravviare il concetto di diversità biologica e attivare una interazione più diretta e positiva con il mondo della Natura. E questo è CULTURA! forse più significativa e formativa di altre e senza consumare risorse.

Abbiamo dovuto terminare l’articolo sulla passeggiata ‘floristica’, perché era impossibile modificarlo ed espanderlo ulteriormente, cosa che invece faremo in un nuovo post considerandolo SECONDA PARTE dell’altro.

N.B. SE NON E’ ESPLICITATO ALTRIMENTI, TUTTE LE  FOTO, SCRITTI E COMMENTI SONO DEL COORDINATORE PIERO PISTOIA

UNA BREVE PASSEGGIATA ‘FLORISTICA’ (FLORA POVERA) SECONDA PARTE

CONTINUANO NDC

LA REALTA’ DA VICINO E DA LONTANO

COME NELLA PRIMA PARTE I TESTI QUALIFICATI DI RIFERIMENTO PER QUESTO LAVORO SONO PRINCIPALMENTE I SEGUENTI (consigliamo i lettori di  procurarseli per i riferimenti, la lettura, l’approfondimento di questo post e la qualificazione delle biblioteche personali!):

EUGENIO BARONI “GUIDA BOTANICA D’ITALIA” Ed. CAPPELLI

PIETRO ZANGHERI “FLORA ITALICA Vol. I-II-III” Ed. CEDAM        

SANDRO PIGNATTI “FLORA D’ITALIA Vol. I-II-III” Ed. EDAGRICOLE

EDUARD THOMMEN “ATLAS DE POCHE DE LA FLORE SUISSE” EDITIONS BIRKHAUSER BALE.

VENGONO ANCHE CONSULTATE DUE GROSSE ENCICLOPEDIE SUL REGNO VEGETALE, L’UNA EDITA DA VALLARDI E L’ALTRA DA RIZZOLI; E SVARIATI ALTRI TESTI SECONDARI DI DIVERSE CASE EDITRICI CHE NOMINEREMO QUANDO NECESSARIO.

A questi testi si farà continuamente riferimento esplicito e si spera che Autori ed Editori permetteranno di trasferire qualche disegno schematico di chiarimento dai loro testi a questo post, il cui unico obiettivo è e rimarrà solo quello di ‘costruire’ e comunicare didatticamente cultura, per quanto ci riesce, sempre del tutto gratis. Questo blog e auto-finanziato e non ha alcun fine di lucro. Comunque siamo disponibili nell’immediato a qualsiasi intervento su questo post su avvertimento (al limite, se necessario, anche a sopprimerlo!)

Il testo teorico di riferimento sarà:

Carlo Cappelletti “BOTANICA, Vol.  I° e Vol II°”, UTET

LA PARTE PRIMA RIPORTAVA IL ‘DIARIO’ DELLE PASSEGGIATE FINO AL 10 DI OTTOBRE 2016 DA CUI RIPARTIAMO.

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ASTER linòrysis (Astro spillo d’oro) e margheritine

Oggi 10 ottobre 2o16 ho posto un indicatore in lega di alluminio,a 4-5 metri dopo il secondo ingresso  alla proprietà del P. Sant’Anna, sull’argine sinistro fra i cipressi, per indicare una stazione  ancora in fiore di Galatelle (Aster linòsyris).

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SCORCIO DI PROPRIETA’ DEL P. SANT’ANNA (si nota un tronco di cipresso tagliato)

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Intanto si è interrotta la discussione sulle piantine fotografate pochi giorni fa in via del Poderino, subito sotto strada vicino alla rete dello stadio; è stato rasato tutto il prato sopra il campo sportivo, eccetto una piccola area vicino alla rete (presso il tratto terminale del sentiero lungo rete).

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A sinistra, verticilli di Asterelle, diffuse le Mercurelle, al centro e in basso forse Borago, il tutto immerso in una specie di ‘liana strisciante’  a foglie circa triangolari 2pennate (?) (da precisare meglio le espressioni).

Scendendo per Sant’Anna, sull’argine a sinistra, a circa 10 metri dalla strada sterrata  per il P. San Pietro, ho fotografato ampie rosette a foglia larga tendenzialmente ovale, ma leggermente più stretta verso il picciolo (una specie di piccola racchetta da tennis), lucide e glabre sulla faccia superiore e piccole felci.

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Segue ingrandimento della precedente. Chiocciola sulla sinistra. Piccola felce da classificare.

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Diametro rosetta circa 5 volte la lunghezza di una foglia di quercia secca. Lamina della foglia glabra sopra con nervi prominenti e reticolati, attenuata nel picciolo.

Si allega la foto di una pagina ripresa da un interessante libro, con schizzi originali affiancanti lo scritto sintetico e rilevante, a firma di due ricercatrici dell’Istituto Botanico dell’ Università di Pisa,  A.M. Pagni e G. Corsi, stampato da Arti Grafiche Pacini Mariotti, Pisa.

verbenaca0004

Altra foto di rosetta a foglie più grandi pure tendenzialmente ovali (anch’esse si strizzano leggermente  verso il picciolo), glabre sulla faccia superiore,  scattata  a circa 20 metri dopo il bivio per San Pietro sempre sul versante sinistro.

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Come prima ‘ipotesi tentativa’ potrebbe trattarsi di una PRIMULACAEA Primula autunnale (?).

Primula acaulis, Occhio di civetta, con fusto nullo; foglie tutte basali  oblanceolato-spatolate; lunghezza foglie alla fioritura fino a 10 cm, dopo, grandi fino al doppio con apice arrotondato e, allo stadio della foto, margine debolmente dentellato.

VEDERE LO SCHEMA IN  S. Pignatti (Edagricole, op.cit.)

LEGGERE LA RIFLESSIONE SU QUESTE ROSETTE RIPORTATA IL 20 FEBRAIO 2016: NON E’ ESCLUSO CHE SI TRATTI (seconda ipotesi tentativa) INVECE DI B. officinalis; ma le ipotesi continuano.

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ANCORA NDC

Sull’argine all’inizio della proprietà del P. Sant’Anna ho fotografato delle pianticelle appena nate in cui 6-8 foglioline verde chiaro messe a stella, si susseguono lungo il caule. Come prima ipotesi, potremmo avere a che fare con  Asperule (Stelline del prato).

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Pianticelle appena nate in mezzo a foglie di quercia secche e di edera e forse qualche Asperula(?) adulta.

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Asperule (?) appena nate raggruppate al piede di una bonariensis con ‘ciuffi’ di semi; si notano foglie di edera e forse qualche stella di Asperula(?) adulta. Foto scattata nei pressi del cartello indicante l’estinto Verbascum tapsus nella sterrata verso Poggio Bianco.

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Foto di campioni di Asperula (?) ‘nascente’ e matura (?); si nota il fusto quadrangolare; la successione di nodi verticillati a 6-8 foglioline oblunghe-lanceolate e uninervie; presenza di rami all’inizio dei verticilli; si intravedono pietre siliceo-calcedoniose-magnesitiche. Nella adulta le foglie sono puntate.

NELLA PARTE QUINTA SOFIA  CHIARIRA’ QUESTE OSSERVAZIONI COL PUNTO INTERROGATIVO DEL COORDINATORE SULLE PRESUNTE ASPERULE: si tratta in effetti di due specie diverse!

Oggi 18 ottobre 2014 la presunta Asperula sta invadendo il percorso; si espande l’ Erba Querciola o Camedrio  (Teucrium camedris) all’inizio del cespuglieto sull’argine che fa da confine alla proprietà del P. Sant’Anna pochi metri dopo la bordatura a Pistacaea lentiscus; presso il cartello della Borago, insieme alla Mercurella e alla iniziale rosetta di B. officinalis (?), fotografai (vedere LA PRIMA PARTE di questo articolo) una piantina che ipotizzai essere una Euphorbiacaea (verrà fotografata anche in futuro); bene, questa piantina sta colonizzando il bordo strada a destra, andando verso il P. Sant’Anna. Le Asterae:  Inule, gli Aster squamatum, i Conyza bonaryensis, i Senecio, le Pulycaree, …, stanno maturando pappi e semi là dove erano nate. Il Verbascum tapsus rimane ancora assente. Una successione di rosette di Malva e Verbascum sinuatum accompagna il bordo destro del tratto di  strada (una cinquantina di metri) che dai cipressi davanti a P. Poggio Bartolino scende verso il bivio per il P. Mirto.

Subito prima dell’entrata alla proprietà Sant’Anna, nel campo a destra vicino al bordo strada (inizio sentiero per San Piero) e nata una Composita forse già studiata, la Cotha pictoris (da controllare) in mezzo a pianticelle di  Aster squamatum mature e ombrellifere forse di Carota selvatica (da aggiungere foto).

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La Composita Chota ed i pappi dello Aster (=Symphyotricum) squamatum

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Si vedono anche alcune infiorescenze di Ombrellifera

Una piccola piantina da classificare con piccoli ‘fiorellini’ bianchi (infiorescenze? di Composite? di Crucifere? vedremo ) terminali con rami forse a spirale a foglie strette lanceolate (da approfondire con osservazioni e foto più specifiche), è stata fotografata sul poggetto del Ponso, a tre, quattro metri, nel verso di San Vittore, dal cespuglio di Ballotta nigra; nasce in mezzo a Labiate (Menta, Nepitella…), a rosette a foglie più grandi e spesse leggermente dentate in basso spatolate (da osservare più attentamente), a piantine pentafille a foglie ellittiche leggermente seghettate di dimensioni diverse  (Potentille?) e ad altro.

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Rosette di base (sinistra) a foglie spesse e tomentose sempre più strette verso il picciolo e forse spatolate e avvolgenti

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Erba di campo a sinistra verso l’alto e forse Mercurella

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In alto e alto a sinistra, rosette a foglie spesse sempre più strette verso il picciolo e forse spatolate e avvolgenti

Oggi 19 ottobre ho rivisitato il poggetto il Ponso le rosette a foglie spesse spatolate e leggermente avvolgenti iniziano a fiorire; di certo si tratta di Composita; un fiore addirittura ha semi senza  pappi, dai quali sembra plausibile che il genere sia una Calendula, già fotografata e classificata tempo fa da Cristina.

 

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La piantina  associata alla Calendula, osservando bene  fiorellini e foglie, assomiglia alla Crucifera  già classificata da Cristina Lipidium graminifolium.                              ————————————————

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Calendula attuale sul Ponso

 

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Foglie spatolate ed avvolgenti della Calendula, rametto di Cornus sanguinea e di Lipidium  graminifolium. DI SEGUITO VEDERE GLI SCHEMI NUMERATI SOTTO:

 

1106 Lipidium graminifolium

2007 Cornus sanguinea

GLI SCHEMI 1106 e 2007 sono visibili in E. Thommen  (op.cit.)

Il Cornus sanguinea è fiorito alla curva dell’incrocio fra via dei Filosofi e Sant’Anna.

Per trovare la specie della nostra Calendula bisognerà attendere di fotografarne i semi, come precisato nella PRIMA PARTE. In effetti la classificazione delle specie di questo genere non è facile ed è fondata sulla forma degli acheni riportata appunto nella PRIMA PARTE dell’articolo ripresa da S. Pignatti (op. citata). La foto che segue sono le foto degli acheni della nostra Calendula all’attuale maturazione. Il fatto che ci siano nel capolino acheni di vario tipo farebbe pensare ad una Calendula del gruppo delle C. arvensis, ipotesi avvalorata anche dalla forma delle foglie. Vedremo.

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Attendiamo che la maturazione delle nostre Calendule sia definitiva per poter riprovare. A sinistra un gruppo di semi più esterni a destra un gruppo di più interni. In quelli di sinistra, contando dal basso in senso orario, il 1° ed il 3° sono dello stesso tipo del 5° e 7° rovesciati.

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Foglie e capolino e rametto con semi della Calendula

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I semi interni sono ad anello senza sovrastrutture. Sembrano assenti all’esterno quelli con rostro. Al centro sembrerebbe che i fiori fossero stati sterili. Comunque in questa Composita sono assenti i pappi.

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E’ apparsa una ‘rosetta a foglie larghe’ lucide e glabre sulla faccia superiore anche sull’argine prima del Ponsino. Sono piantine che stanno nascendo ora.

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Oggi 22 -Ottobre 2014 ho rivisitato la Calendula in fiore sul Ponso. I semi sembrano più maturi e quelli spinati appaiono con tendenza a formare un rostro. Questo corroborerebbe l’ipotesi di una Calendula arvensis; anche se le foto non sono così chiare. Aspetteremo ancora qualche giorno.

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Ecco infine un fiore aperto di Calendula ( foto di Sofia):

Sofia_fiore_aperto di Calendula

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Dal P.Ponsino verso il P. Sant’anna, sul lato destro della strada, si notano continue fioriture di Mercurella e dell’Euphorbiacaea da classificare

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Euforbiacea da classificare

FINE NOTE DEL COORDINATORE

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CRISTINA_25_OTTOBRE_15

PRIMO COMMENTO DI CRISTINA MORATTI ALL’ULTIMA PARTE DEL LAVORO FLORISTICO

Ho visto le nuove foto riguardanti la  passeggiata e devo dire che alcune piantine per ora non sono di facile comprensione e individuazione. (Per me)

Concordo con te quando riconosci come “Asperula” le piccole roselline di foglioline verdi.

Sono contenta che tu abbia individuato anche la Calendula, anche se non completamente classificata.

Cornus sanguinea, in seconda fioritura autunnale….e tutte le altre già viste in precedenza.

Riguardo invece all’Euphorbiacea che hai fotografato, non saprei per ora definirne la varietà.

Come pure la rosetta di foglie che tu descrivi come “Primula autunnale”.

“A gatto”, con la sola sensazione del gatto, secondo me non è affatto una Primulacea, ma finché non emette qualche altro particolare, direi che non saprei classificarla. Mi verrebbe in mente forse un’Asteracea, ma molto “a caso”!

Queste benedette  piantine, dopo l’autunno mite che hanno subito, sono come impazzite, fioriscono quando meno te lo aspetti e germogliano tutte fuori tempo, senza rispetto delle stagioni. Questo secondo me le modifica anche un po’ nelle caratteristiche e la loro identificazione diventa più difficoltosa. In una foto mi pare di aver individuato  un rametto di Robbia….ma si vedrà!

___________________________________

 

Ripensando a lungo alla piantina con rosetta di foglie rassomiglianti alla primula, 

ho l’impressione che si tratti di un’Asteracea, però non avendo per consulto, l’opera di Sandro Pignatti, dovresti controllare tu, se potesse essere una “Inula bifrons ” (Enula alata). 

Riguardo l’Euphorbiacea forse…Euphorbia minore (=peplis)

____________________________________________

NDC

Sulle  rosette a foglia larga, forse conviene aspettare che crescano per pronunciarci con più cognizione di causa rispetto alla grossolana ipotesi di Primula autunnale. 

Oggi 26 nov. 2016 ho ricontrollato le piantine di Euforbia nel tratto Ponsino-Sant’Anna lungo il fossetto a destra, fotografando piantine in loco e particolari su campioni.

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Uno dei primi ramoscelli lungo il caule

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Piantina senza radici. Si rompe circa a metà il caule centrale, che consideriamo nodo zero,  nodo con tre foglie da dove si staccano tre rami.

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Parte inferiore prima della divisione in tre rami dove si vedono foglioline con peduncolo e simmetriche

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Il nodo considerato zero è dove da un verticillo di  tre foglie partono tre rami; se ne  stacca uno dei tre, quello più grosso (riportato sotto); latte dalla ferita.

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Ad ogni nodo, ogni ramo si divide in due rami all’ascella di due foglie opposte, ognuno dei quali  si divide ancora al nodo successivo in altri due rami più brevi, fino al successivo nodo con le solite due foglioline più piccole, alle cui ascelle si inseriscono due rametti più piccoli e così via fino ai rametti fioriferi. Un processo dicotomico quasi perfetto.Vedremo schemino.

 

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Rametto staccato vicino al fiore.

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Piantina dell’Euforbia intera; si nota, a circa a metà, un nodo a tre foglioline dove avviene la divisione del caule in tre rametti terminali. Lungo i tre rametti ai  nodi le foglioline opposte sono asimmetriche rispetto al nervo centrale e sessili, mentre quelle dei rametti prima del nodo zero sono tendenzialmente simmetriche, sub-ovali e lungamente picciolate, leggermente più piccole delle superiori asimmetriche. Nella piantina sembra che i rametti e foglie prima del nodo zero appassiscano prima degli altri, dando un aspetto a piccolo pino.

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LE FOGLIOLINE DELLA EUFORBIACEA e un rametto prima del nodo zero

SCHEMINO DAL NODO ZERO (da immettere)

schizzo_euforbiacea0001

L’aspetto caratteristico della piantina deriva dalla crescita quasi-dicotomica degli ultimi elementi che si ripete a frattale – sarebbe possibile scrivere un programma (es., in basic), per disegnarla – e dall’appassimento precoce dei rametti sotto il nodo zero.

Il frutto è costituito da tre globuletti (forse corrispondenti a tre semi) saldati distinguibili (dim. max circa 1 mm) con un leggera cresta longitudinale; il seme porta sulla parte sup. una specie di piccola rete a maglie nere 4*4 e l’inf. con due piccoli rettangoli scuri allungati nel senso delle creste. Ad un estremo di questi piccoli globuli si nota un piccolo (0.2-0.3 mm) triangolo a lati concavi, scuro.

Intanto sull’Euphorbia peplus, la prima ipotesi tentativa, S. Pignatti (op.cit.) così si esprime “Fusti robusti serpeggianti sulla sabbia. Foglie grassette e molto asimmetriche”.  P. Zangheri (op. cit.) dal canto suo afferma che i fusti sono carnosi, ingrossati ai nodi  e prostrati. Di contro, per le informazioni ricavate sul campo, sembra che l’Euforbia in studio sia piantina delicata con caule eretto liscio che diminuisce dopo ogni nodo, foglie tenere e sottili anche se talora asimmetriche in alto. Nelle zone di falsificazione ricaviamo informazioni utili per la successiva ipotesi.  Cristina è d’accordo sulla descrizione. Resta ancora da classificare.

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Ho inoltre ricontrollato sul poggetto del Ponso la piantina di Calendula con capolino che porta i semi per seguire la loro maturazione, con le seguenti foto.

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Due semi periferici di Calendula con rostro

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Semi di Calendula e delicata Euforbiacea

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Da notare: 1- semi assenti al centro del talamo per fiori sterili; 2 – nel guscio esterno del capolino, quattro semi esterni ‘globulari’ di cui due mostrano verso l’interno ciascuno un’apertura a ‘fica spalancata’ e verso l’esterno una cresta divisoria sul dorso forse spinosa e altri semi grossi spinosi si alternano ai precedenti di cui uno sulla destra verso l’alto mostra chiaramente un rostro sollevato; 3 – nello strato più interno, una quindicina di semi chiusi ad anello non spinosi con leggere grinze trasversali nodulari. Le foto sono un po’ sbiadite; però, confrontate con  le altre precedenti, sembra che in effetti nel contorno del capolino ci siano almeno altri tre semi con rostri e forse qualche anello non ben chiuso spinato (?): forse la fruttificazione non è ancora completata. Inoltre  ci sembra che i rostrati e gli spinati precedano, alternativamente a ridosso, nella stessa serie, i ‘globolosi’, se ruotiamo in senso antiorario.

 

Cercheremo ora di separare i semi per posizione sul capolino fotografandoli, se possibile, ordinandoli nella posizione originale, a questo secondo stadio di maturazione. Comunque attenderemo la maturazione definitiva per cui lasciamo aperto il problema.

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IL PROBLEMA DELLA SPECIE ED ARGOMENTAZIONE CRITICA

SEGUIRE SUI TESTI DI RIFERIMENTO

I semi non completamente chiusi a cerchio alla periferia del talamo, nel continuare la maturazione, si trasformerebbero in semi con rostro o in  semi  anulari? I cimbiformi, sono i ricurvi, alati, spinosi, senza becco (tipo A di S. Pignatti; vedere Parte Prima) . Quelli del tipo B sono i rostrati, con un rostro o becco, senza ali, spinati nella parte basale e non nel becco. Gli anulari (tipo D), i più interni, sono spesso chiusi ad anello, senza spinule nè becco. I nostri ‘globulari’, così come descritti, sono quelli del tipo C? Dallo schema di Pignatti, non riuscivo a capire bene come erano i nostri globulari! In effetti sembrano arcuati con noduli sul dorso (non spine) e di lato hanno due ali a semiglobo. Pignatti afferma pure che la C. arvensis ha semi del tipo A, tipo B e tipo D e non di tipo C. D’altro canto P. Zangheri (op. cit.) afferma che la C. arvensis <<ha frutti esterni mai alati (?), ma arcuati e aculeati sul dorso>>, come a dire che quelli di tipo A non sarebbero all’esterno (vedere sui testi schemi riportati di seguito n. 4974 e 5434). Sembrerebbe che non tutti gli esterni abbiano il rostro, basterebbe che fossero arcuati e aculeati! Allora i nostri semi globulari esterni sono del tipo C (5433) abbondanti nella C. officinalis (5432), ma non presenti nella arvensis? Sembra di No, perché sono spinati; ovvero di tipo A (arcuati, alati e spinosi). Rimane il fatto che non possono essere all’esterno, cosa che in effetti la foto falsificherebbe! Osservare  anche schema dell’C. arvensis (2808) di E. Thommen (op.cit.), con i tre tipi di semi (globulari in seconda fila).

Calendula: rametto terminale e semi all’attuale maturazione che, se continua, vedremo di capire. Intanto C. arvensis per S. Pignatti ha acheni esterni rostrati, i medi cimbiformi ed i più centrali anulari, come nello schema 2808! E’ il nostro caso?

Vari tipi di acheni da S. Pignatti (op. cit., Edagricole); PARTE PRIMA

Sotto alcuni semi di Calendula

VEDERE ZANGHERI “Flora Italica  II” CEDAM:

5432 -> capolino fruttifero di C. officinalis.

5433 -> Calendula officinalis : frutto esterno; corrisponde al tipo C di Pignatti?

5434 -> Calendula arvensis: frutto esterno

5435 -> Calendula maritima: frutto esterno

Calendula: rametto terminale e semi all’attuale maturazione che, se continua, vedremo di capire. Intanto C. arvensis, per S. Pignatti, ha acheni esterni rostrati D), i medi cimbiformi (A) ed i centrali anulari (B)! E’ il nostro caso?

 

4972 -> Calendula arvensis: capolino in fruttificazione; sei semi arcuati e spinosi esterni di cui 4 con rostro? Quelli senza rostro sono di tipo A?

Se l’argomentazione critica non continua o lasciamo che se la sbrighi il lettore, oppure … aspettiamo la maturazione finale del fiore se la stagione lo permetterà!

Il protocollo sperimentale a questo punto è: “Se il seme globulare è del tipo A (cimbiforme), nel capolino si assestano, alla periferia, i semi del tipo B (rostrato) e quelli del tipo A e più al centro del tipo D (anulare)“. Allora l’ìpotesi ora probabile è: Calendula arvensis? Sì, se si ammette che la presenza alla periferia di semi A e B (come nella foto) sia dovuta a cause contingenti come scarso spazio a disposizione durante la fruttificazione. Fiori corrispondenti ad A e B, pur separati su due file, provocherebbero nel corso della fruttificazione un ammassarsi alla periferia!

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In questo scorcio di novembre le Aster linòsyris stanno costruendo i loro semi piumosi.

E’ stata tagliata l’erba in via dei Filosofi, un bel campione di ‘erbacce’ del nostro percorso, e alla curva con Sant’Anna (scomparso il Cornus sanguinea fiorito sulla curva).

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Oggi 29 novembre 2016 sto cercando una piantina, non molto alta, Composita con capolini a ‘pennellino’ ad infiorescenza rada a corimbo, che mi è sembrato di intravedere fra le erbe rimaste di Via dei Filosofi e, scendendo, subito dopo Sant’Anna a destra nel precedente percorso. Ecco le foto

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Involucro senza stipule a corona

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Piantina da classificare (ipotesi: fam. Composite e gen. Senecio)

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Foglie lisce e spesse, più chiare di sotto,  prese a diverse altezze del caule; più piccole vicino al corimbo. Tendenzialmente spatolate avvolgenti.

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Da confrontare sul testo (Vol.II) le ipotesi con gli schemi d1 E. Zangheri (op.cit.) di specie di Senecio, numerati sotto.

5375 -> Senecio viscosus (cima fiorita e foglie); stipule aperte a stella all’involucro

5376 ->Senecio vulgaris (cima fiorita e foglie); senza stipule all’involucro.

 

403 -> Capolino di Senecio vulgaris 

VEDERE ANCHE GLI SCHEMI NEL TESTO DI THOMMEN EDUARD (op. cit.) di specie rilevanti di Senecio, numerati sotto:

2792 -> Senecio vulgaris

2793 -> Senecio silvaticus

2794-> Senecio viscosus

403 -> Senecio vulgaris capolino

Lo scrivente NDC propone come sua ultima ipotesi corroborata sui dati a disposizione: fam. Compositae, gen. Senecio, specie: S. vulgaris. Cristina Moratti approva.

Si attendono altre discussioni.

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Oggi 1° Dicembre 2016 ho notato due piantine isolate di Verbasco delle falene (Verbascum blattaria); una è sull’argine della proprietà Sant’Anna in basso vicino al fossetto.

Al Ponso le Calendule stanno crescendo e alcune sono fiorite. Anche le rosette di Cerinthe sono in piena crescita. Speriamo che i fiori di Calendula arrivino a fruttificare per il controllo delle ipotesi proposte. Sarebbe interessante anche studiare la loro distribuzione sul capolino, dalla periferia (ligulati)… verso l’interno… al centro (tubulosi).

In via dei Filosofi, scendendo sul lato destro, è fiorito anche un Asterisco.

Sono di nuovo diffuse in Novembre, fin da primavera,  le salvie selvatiche con oscillazioni in frequenza nel tempo e nello spazio, ancora da classificare. Segue foto di una foglia basale di salvia.

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Foglia basale della nostra salvia: foglie basali con picciolo 2-5 cm, lamina ellittica con tre-quattro lobi più o meno profondi; foglie cauline progressivamente sessili; altezza max 50 cm. Verticilli sulla spiga fiorifera  ravvicinati

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S

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FOGLIE DELLE ROSETTE DI BASE della salvia nel percorso al Ponso

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ROSETTA DI BASE CON RESTI DI ASTERISCUS

VEDERE GLI SCHIZZI RIPRESI IN P. Zangheri (op.cit.) numerati sotto:

4281 -> Fiore di Salvia pratensis

4282 -> Foglia di base di S. pratensis

4283 -> Foglia di base di S. pratensis var. ceratophylloides

4284 -> Fiore di Salvia verbenaca

4285 -> Foglia di S. verbenaca

4286 -> Foglia di S. verbenaca subsp clandestina

4287 -> Foglia verbenaca subsp multifida

VEDERE ANCHE SCHIZZO IN  S. Pignatti (op.cit.)

Ipotesi di classificazione (rapporto corolla/calice, forma delle foglie, frequenza verticilli sulla spiga…): fam: Labiata; gen: Salvia; sp: S. verbenaca

Si consiglia per  ulteriore riscontro SCHIZZI di E. THOMMEN (op.cit.):

2257 -> S. pratensis

2258 ->S. verbenaca

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Foglie a cuore strettamente fascianti su rametti laterali

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ANCORA NDC

Cristina Moratti sostiene che le Salvie del nostro percorso possano essere classificate come S. pratensis; io sono invece più colpito dalla forma delle foglie (anche la sottospecie della pratensis sembra avere l’estremità della foglia diversa e più stretta di  quella dei campioni del nostro percorso (vedere schema Zangheri). Si rimette la scelta al lettore. Si allega la foto di una pagina ripresa da un interessante libro, con schizzi originali affiancanti lo scritto sintetico e rilevante, a firma di due ricercatrici dell’Istituto Botanico dell’ Università di Pisa,  A.M. Pagni e G. Corsi, stampato da Arti Grafiche Pacini Mariotti, Pisa.

 verbenaca0001

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Oggi 11 dicembre 2016 ho notato una discreta fioritura di Calendula scendendo  a sinistra vicino agli ultimi cipressi di Poggio Bartolino. Sono della stessa specie tutte le Calendule incontrate nel percorso. Alcune infiorescenze stanno maturando semi. Siamo in attesa per capire meglio. E’ stata distrutta o disvelta la rosetta a foglia larga vicina al guscio di chiocciola e sopra le piccole felci, quella a circa 10 metri, scendendo, prima del viottolo per il podere San Pietro (da qualche giorno non esiste più neppure il cartello in legno con l’indicazione del podere!); le altre sembrano lente a sviluppare; ne sono apparse però altre sull’argine del Ponsino.

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Piccola felce (circa 10 cm) posta sotto rosetta a foglie larghe ora distrutta + chiocciola. La classificazione di questa felcetta con relative argomentazioni si può leggere nella Parte Sesta.

 

Posto con chiocciola sbiadita dove esisteva rosetta a foglie larghe

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Non sono riuscito a ritrovare le due piccole piantine col fiore appena nato di Verbasco delle falene.

 

Oggi 12 dicembre, guardando con più attenzione presso  Pg. Bartolino il prato sotto i cipressi, si nota una esplosione di piantine di Calendule e in rosetta, in fiore e a semi maturi per almeno una decina di metri quadri.

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Il fiore a ligule chiuse indica la vicina maturazione.

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Decine e decine di piantine di Calendula con fiori maturi

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LE CALENDULE C. arvensis

Oggi 13 dicembre 2016 ho notato nell’area delle Calendule, davanti a Poggio Bartolino, sotto i cipressi, una ulteriore estesa di Calendule fiorite e in seme; sembra che la stagione abbia accelerato la ‘seminazione’ (infatti molti capolini stanno perdendo in poco tempo  i semi). La descrizione dei semi e la loro distribuzione sul capolino rimane quella precedente; si mantiene così la nostra scelta della specie come C. arvensis (Cristina è concorde). Stanno diffondendosi per ogni dove, spesso associate ad Aster squamatum e a Conyza bonariensis, rosette con foglie leggermente seghettate_puntate, tendenzialmente lanceolate (max 15 cm) e forse decorrenti_spatolate. Diffuse sull’argine del Ponsino e altrove. Per ogni dove appare vita vegetale spontanea, lì c’è!

 

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Foglie basali di rosetta nuova, lanceolate_puntate, vellutata al tatto, radice a fittone

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Radice a fittone

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Rosetta di base. Si tratta della Composita Crepis?

Rosetta verde tenue di foglioline pelose forse Erigeron bonariensis o sumatrensis (ipotesi di Sofìa). Ma le foglie della bonariensis sono uninervie?

Ecco una rosetta ripresa da un libro  da Sofia di E. sumatrensis, a foglie plurinervie seghettate con punte verso l’alto. come quelle del percorso. Erigeron sumatrensis sembra l’ipotesi più plausibile per ora.

Erigeron_sumatrensis

 

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ALTRA ROSETTA NUOVA di Composita (erba di campo) DA CLASSIFICARE, (presso Poggio Bartolino); forse Tarassaco (?) o una Bunias erutago ? Rosetta appiattita al suolo foglie pennato sette con segmenti tendenzialmente triangolari e rivolti verso il basso, con  parte terminale ovoidale. Ipotesi Sofìa: genere Urospermum, specie U. dalechampii. Abbastanza plausibile, ma vedremo quando e se fiorisce.

sofia_18_12_urospermum0001

5752 -> Urospermum dalechampii

Si allega la foto di una pagina ripresa da un interessante libro, con schizzi originali affiancanti lo scritto sintetico e rilevante, a firma di due ricercatrici dell’Istituto Botanico dell’ Università di Pisa,  A.M. Pagni e G. Corsi, stampato da Arti Grafiche Pacini Mariotti, Pisa, che ringraziamo.

ERBE DI CAMPO0005'

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Oggi 18-12 Sofìa ha fotografato un’Asteracea fiorita, da mangiare:

Sofia_18_12_asteracea_eduleAsteracea edule, foglie di base piuttosto irregolari più o meno lobate

sofia_1812_asteracea_fiore_ligule

Asteracea_ edule con ligule gialle del capolino tendenzialmente rettangolari con all’estremità 4-5 piccoli lobi

sofia_18_12_asteracea_involucro

Asteracea involucro dell’infiorescenza. Ipotesi Sofia: Reichardia picroides

Ci permettiamo ancora di allegare la foto di una pagina ripresa da un interessante libro, con schizzi originali affiancanti lo scritto sintetico e rilevante, a firma di due ricercatrici dell’Istituto Botanico dell’ Università di Pisa,  A.M. Pagni e G. Corsi, stampato da Arti Grafiche Pacini Mariotti, Pisa che ringraziamo.

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sofia_18_12_robinia_frutti

Sofia: Rubia peregrina, Robbia selvatica, frutti.

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Sofia sempre il 18 dicembre sotto Sant’Anna fotografa l’ Anemone hortensis  (si trova poco dopo P. Bartolino, salendo,  a sinistra …

 

Sofia_18_12_anemone

… e <<rigogliose dagli argini e dai fossetti>> le foglie di Arum italicum

Sofia_18_12_arumFotografa poi l’Aster Galatella linòrysis con i capolini ricoperti da pappi, vicino all’indicatore in alluminio:

Sofia_18_12_A. linòrysis_pappi

L’ultima posizione di Sofia sull’Euforbiacea <<delicata ingannevole, per cui sono ritornata sulla prima ipotesi: Euforbia peplus (Euforbia minore). Credo che non sempre abbia doverosamente fusti estremamente arrossati e coriacei, ma nella prima fase dello sviluppo…mettiamoci pure fuori stagione,…si può mostrare anche particolarmente esile come la nostra “ignota”!>> e … diciamo pure eretta! Ma si vedrà.

A fine Dicembre 2016 si ha un’esplosione di vita verde nel percorso comprese le erbe di campo che normalmente si raccolgono in Primavera. Il 28 Dicembre Sofia ha ‘raccontato’ il suo ‘denso’ percorso valorizzato da belle foto.

IL RACCONTO DI SOFIA

“Ho cercato di fare delle foto alle piante che ho potuto osservare in un giretto di qualche ora fa.

Viste diverse varietà di Asteracee in zona S.Anna e lungo tutto il tratto, ma fino a che non emettono un fiore, alcune per me sono di difficile identificazione.

Ti invio a più riprese qualche immagine:

La prima è quella che comunemente viene chiamata “Cicoria selvatica”, Cichorium intybus, (ed è  un ottimo commestibile),……….        

cichorium intybus

…….come la “aspraggine”, Helminthia (=Picris) echioides, nelle tre foto successive, compreso un timido fiore fuori stagione. Anche questa, malgrado la sua rugosità è apprezzata, naturalmente dopo cottura.

Helminthotheca echioides(3)

Helminthotheca echioides (2)

Helminthotheca echioides (1)

Ho osservato questo genere di piante su tutto il percorso. In particolare nella zona di S. Anna.

Si allega la foto di una pagina ripresa da un interessante libro, con schizzi originali affiancanti lo scritto sintetico e rilevante, a firma di due ricercatrici dell’Istituto Botanico dell’ Università di Pisa,  A.M. Pagni e G. Corsi, stampato da Arti Grafiche Pacini Mariotti, Pisa che ringraziamo.

 

ERBE DI CAMPO0002_

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La Plantago lanceolata, è la comune piantaggine, buona da mangiare e rimedio antico del mal di denti.

plantago lanceolata (1)

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Il Sonchus oleraceus è quello che qui a Pomarance e dintorni viene chiamato “mosciolo”, pure questo tra i migliori da mangiare cotti, talvolta crudo quando é tenero.

sonchus oleraceus (1)

sonchus oleraceus (2)

sonchus oleraceus(3)

Due foto un po’ sbiadite di P. Pistoia con Mosciolo (?) ed altre pianticelle erbacee da individuare, scattate sotto S. Anna, il 1° di gennaio, nei dintorni dell’Erba morella.

OLYMPUS DIGITAL CAMERASonchus oleraceus

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Sonchus oleraceus (?) che ‘abbraccia’ una Mercurella

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La Geraniacea da classificare, che comincia ad emettere gruppi di foglioline  si trova proprio sotto l’argine di S.Anna.

Geraniacea

 

Foto di Piero sull’argine del Ponsino, nella zona dei Moscioli in mezzo alla vetriola.

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Cespugli di Pistacea lentisco, mostrano le piccole drupe rosse, nelle immediate vicinanze del “Ponso”. Sul lato sx della discesa. (Quale discesa? siamo su un poggio!).

Sofia precisa: dx e sx  sono rispetto alla linea di percorso nel verso dal Ponsino al Ponso e giù fino al P. Il Mirto.

Pistacea lentiscus

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La Silene latifolia, invece è proprio davanti al Ponso, sempre sul lato sx (?), (in vari esemplari a poca distanza tra loro).

Sofia precisa: dx e sx  sono rispetto alla linea di percorso nel verso dal Ponsino al Ponso e giù fino al P. Il Mirto.

Silene latifolia

Silene latifolia (3)

Silene latifolia(2)

Silene latifolia

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Intermezzo argomentativo di piero pistoia (NDC)

PROBLEMA

  La S. latifolia per Pignatti ha calice subsferico e petali spesso rosei. La S. alba (=Lycnis alba) ha fusto prostrato o ascendente, foglie ellittico-lanceolate, petali candidi con unghia e lembo spatolato e bilobo su metà lunghezza. Calice piriforme; capsula con 10  denti. Faremo la foto della capsula quando possibile

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Sempre il 28 dicembre 2016 di Sofia

Ho fotografato l’Euforbiacea proprio vicino il pelago,…..

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Intermezzo di piero pistoia (NDC)

Invece ho notato un’Euforbiacea,  a circa 30 metri dal pelago, venendo da S. Anna, a sinistra della strada e a circa 20 metri dall’ultimo fabbricato dello stesso podere. E’ la stessa?

La nuova Euforbia(?) di Piero pistoia

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Euforbia (si intravede al centro sinistra e centro destra) con altre pianticelle (Filipendula exapetala, Moscioli, margherite ecc.) da scoprire.

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Euforbia con Bellis perennis?

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A colpo d’occhio: stelo prostrato-eretto singolo che, nel corso dello sviluppo,  termina ad ombrella fino a 5 segmenti con i fiori; foglie oblunghe, non opposte, leggermente dentate alla sommità, si allungano verso il caule e, assottigliandosi a spatola, diventano decorrenti; aumentano in dimensioni e si alternano a spirale destrorsa, mentre le spire tendono ad avvicinarsi, salendo lungo la parte più eretta del caule, aumentando in densità; tendono anche a divenire sempre più tondeggianti (più larghe e più brevi); nella parte prostrata sono più piccole. Radice a fittone. Da osservarne meglio lo sviluppo. Tentativo di ipotesi: una varietà toscana di una Euphorbia nicaeensis? (presente anche sul serpentino).

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Foglie lungo il caule (le più allungate in basso)

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Alcune foto con l’Euforbia si intravedono rosette attaccate al suolo con foglie del tipo:

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Si tratta di Lapsana communis ?

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Sofia continua….

…..mentre ho notato il Ranuncolo (Ranunculus ficaria) solo poco dopo il Ponsino, lato sx della strada, anche se in piccoli esemplari ho avuto modo di notarlo sotto Il Ponso (a dx).
Ranunculus ficaria

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Servizio fotografico completo per l’Erba morella (Solanum nigrum), rinvenuta sotto l’argine pochissimi metri prima del Ponsino. Peccato che con l’avvicinarsi della stagione fredda, non ce la farà sicuramente a maturare i suoi frutti. Ci accontentiamo di vederli ancora verdi, con l’apprezzato ospite sotto le sue foglie.

Solanum nigrum(1)

Solanum nigrum(2)

Solanum nigrum(3)

Solanum nigrum

Ancora una foto dell’Erba morella scattata da Piero Pistoia il 1° gennaio 2016 subito prima del  Ponsino sull’argine a destra venendo da Pomarance, vicino al bordo strada (forse la stessa di Sofia)

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DIARIO DI SOFIA

OGGI 13 Gennaio 2015,

le avverse condizioni del tempo, non invitavano certo nei giorni passati alla ricerca delle nostre piantine.

Oggi, nelle poche ore di sole della giornata ho avuto modo di fare una passeggiata nel solito percorso.

A dir la verità non ho trovato niente di nuovo, o di interessante, ho solo avuto modo di fotografare tre arbusti presenti varie volte sul lato sinistro nella discesa che arriva fino a Poggio Bianco.

L’Alaterno, ignaro che siamo ancora all’inizio di gennaio, prova a mettere i primi boccioli.

ALATERNO

Mentre il Ligustro, insieme alle sue bacche nere, conserva ancora alcune delle sue foglie …..semicaduche

LIGUSTRO

Infine l’Olmo campestre mostra le prime gemme.

Olmo campestre

Nel tratto in discesa, che da Poggio Bianco porta al Mirto, un colorato anticipo di primavera.

ANEMONE stellata

PERVINCA maggiore

Sofia

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La passeggiata di Sofia del 18 gennaio 2016

Ultimamente anche le nostre piantine, sembra che risentano del clima pungente di questi giorni.

Ieri sono andata di nuovo lungo tutto il percorso, ma non ho visto nessuna novità da segnalare.

Ti invio lo stesso una foto della rosetta di foglie del Verbascum sinuatum che ho notato nella discesa poco dopo San Domenico, sul lato dx della strada proseguendo verso il Mirto.

Altra cosa curiosa che non avevo visto altre volte (sempre nella discesa che porta al Mirto) è una Roverella, Quercus pubescens, a suo tempo bersaglio di un fulmine.

Lo so che non fa parte di quella “flora minore” presa in considerazione, ma ho finalmente potuto osservare che effettivamente trattiene le sue foglie ormai secche fino a questo periodo. Ciò la contraddistingue tra le altre specie di Quercia e ne rende più facile l’identificazione.

Quercus pubescens

Verbascum sinuatum

 

Sofia

24 GENNAIO

Durante la passeggiata di oggi ho avuto modo di notare questa piccola piantina fiorita.

Suppongo che si tratti della Veronica persica, specie appartenente al gruppo di Veronica agrestis.

La si può notare lungo tutto l’intero percorso, ma le piante che mostrano una più evidente fioritura,

sono quelle che si trovano nelle zone più soleggiate. In special modo all’inizio della discesa che conduce al

podere Mirto.

I fiori della pianta rimangono chiusi nelle giornate nuvolose o comunque con poca luce.

VERONICA1

 

VERONICA2

VERONICA3

SOFIA

 


NOTE DEL COORDINATORE

OGGI E’ IL 28 GENNAIO 2016 e siamo andati a cercare nel nostro percorso la Veronica fotografata da Sofia (ipotesi proposta V. persica). In effetti l’alto ingrandimento usato è probabile che deformi l’aspetto delle gracili e tenere pianticelle che potrebbero apparire più spesse e ‘grasse’ del reale ed i fiori molto più grandi. Scendendo lungo il tratto di via dei Filosofi, a destra a metà percorso circa, si notano associazioni di piantine simili che fotografiamo. Anche davanti al P. Ponsino sotto l’argine a destra, scendendo, appaiono freschi strati prostrati agganciati a radici filiformi lungo i primi nodi, a caule sottile strisciante anche per circa 40 cm, forse di Veronica. Stesse piantine sono diffuse per un buon tratto a Poggio Bartolino al bivio per il Poder Nuovo, scendendo in coincidenza dell’indicazione per il Mirto per qualche decina di metri sulla sinistra della strada (forse è qui che Sofia ha fatto le sue belle foto ingrandite). In tutti i casi i fiori erano per lo più chiusi per la stagione e il fresco della mattina. E’ da precisare che due sono i cartelli che indicano il podere il Mirto distanti qualche centinaio di metri a partire da Poggio Bartolino. Ci sembra che Le Veroniche siano in espansione, come altre pianticelle come le Euforbie della seconda specie , di cui è stata proposta come prima ipotesi E. nicaeensis (quelle della prima sembrano in difficoltà, la cui ipotesi iniziale era E. peplis). Su  queste due ipotesi, per ora nessuna argomentazione ulteriore.

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QUALI ALTRE PIANTICELLE SI VEDONO NELLA FOTO? Nominarle ed indicarne la posizione

 

 

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Le foglie sono brevemente peduncolate (due hanno perduto il peduncolo); la base della foglia è tendenzialmente concava (incavata in dentro). la lunghezza dei peduncoli diminuisce lungo il caule.

DA CONTINUARE CON L’ARGOMENTAZIONE

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Riguardo alle Euforbie (E. nicaeensis? ) si notano diffuse specialmente  scendendo dal P. Sant’Anna verso il ‘pelago’ di San Vittore, per circa 20-30 metri da ambo i lati della strada e lungo il tratto, salendo oltre Sant’Anna,  sulla sinistra fino alle rosette di Borrago (?).

 

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Controllare la foto precedente con Euforbia e rosette di erbe di campo (forse Composite) da interpretare. Quella appiattita al suolo è della stessa specie  della foto sotto, ripresa a Poggio Bartolino qualche tempo fa (fine dicembre) che Sofia classificò?

Ipotesi Sofìa: genere Urospermum, specie U. dalechampii

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Da notare la scomparsa di un indicatore in alluminio (Borago officinalis) subito dopo il Ponsino scendendo a destra. Era quasi nel fossetto, non poteva dare noia! Ma forse era necessario richiedere un permesso ufficiale per apporlo?

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Ecco le presunte foglie basali di B. officinalis senza il loro cartello indicativo.

Forse la pianta genitrice, in piena estate, col cartello scomparso, è rappresentata nello stesso posto dalla foto successiva:

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OGGI E’ IL 29 GENNAIO 2016 e siamo di nuovo sul percorso. Si scattano foto ad una piantina a caule sottile lungo e gracile incapace di sostenerla, tendenzialmente strisciante, le cui foglie ovali-lanceolate che tendono ad abbracciare il caule, terminano in tre filamenti o cirri ciascuna, in continuità con la nervatura centrale (?), per attaccarsi. Chi sa perché mi fa pensare ad una Papilionacea. Siamo ad una ventina di metri dal secondo cartello per il Mirto, scendendo verso Poggio Bianco. La piantina  sta diffondendosi su ambo i lati .

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Pianticella da classificare

 

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OGGI 30 GENNAIO ancora sul percorso con le seguenti foto sulla presunta Papilionacaea (Fagacaea) che sta espandendosi anche più il alto nella zona delle Pervinche.

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STRANEZZA!

Le  foglie superiori terminano con tre filamenti per sostenersi!

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Il genere potrebbe essere una Vicia (Veccia)?

NESSUNA VICIA NEI TESTI CONTROLLATI SEMBRA ABBIA FOGLIE CHE TERMINANO NEI FILAMENTI DI SOSTEGNO! SOLO I CAULI ALL’ESTREMITA’ PRESENTANO QUESTA CARATTERISTICA (a meno che le foglie superiori non presentino caratteristiche di ramo). DA APPROFONDIRE L’ARGOMENTO….

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Per la prima volta ci sembra di avere incontrato la Capsella bursa-pastoris con frutti a cuore, ma nelle due foto non riusciamo a individuarla. Siamo  in via dei filosofi scendendo circa a metà tratto, sulla destra.

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In alto dalla parte centro-destra sembra di scorgere i frutti a cuore peduncolati della Capsella.

Infine la Calendula continua la sua generosa espansione insieme ad altro. Siamo in un altro periodo di espansione floristica.

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OGGI 31 GENNAIO ancora sul percorso a controllare la Capsella.

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Le foglie basali ovali-lanceolate tendenzialmente spatolate della Capsella irregolarmente partite e più grandi delle superiori, progressivamente più intere e amplessicauli. I fiorellini sono sfuocati.

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Si vedono male i frutti

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Si intravedono i frutti al centro in alto poco a destra

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Ecco la piantina isolata e fotografata: foto foglie, frutti e infiorescenza

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VEDERE NEL TESTO lo Schizzo di C. bursa-pastoris in E. Thommen 0p.cit.

 

e nel testo di S. Pignatti op. cit.

 

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Davanti ad San Domenico sul basso argine del podere si nota un’esplosione di rosette di ‘erbe di campo’. Le foto sono state numerate per la classificazione.

N.1

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N.2

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N.3

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N.4

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N.5

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N.6

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N.7

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N.8

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N.9

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N.10 – Foto precedentemente proposta riportata per confronto (eseguita dopo P. Sant’Anna, lungo il campo con rete di recinzione).

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Sarebbe opportuno fare una visita specifica davanti al P. San Domenico per investigare queste e tante altre ‘erbe di campo’  che si presentano a rosette separate.


NDC

OGGI 4 GENNAIO 2016 individuo alcune Veroniche a corolla aperta (diam. circa 1 cm) con 5 lobi (freq. rara)  in Via dei Filosofi:

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Un lobo è più chiaro e più piccolo, gli altri con tracce centrifughe azzurro-lilacino.

In tutti i casi un lobo sembra più chiaro, inoltre i quattro o cinque lobi hanno forme e superfici diverse

Per una discussione critica sulla Veronica

I fusti sono sdraiato_ascendenti o sdraiato_diffusi?  Sono radicanti e intrecciati fra loro? Le foglie suborbicolari sono più lunghe che larghe o più rotondeggianti? I peduncoli dei fiori sono due volte la lu. della foglia o più lunghi?  Se prevale l’essere il fusto sdraiato, diffuso, con radici ai nodi e intrecciato con altri e la forma della foglia a più lungo peduncolo, è da sostenere come seconda ipotesi da proporre alla critica, Veronica filiformis. La prima ipotesi era V. persica. Mancano i riferimenti alle capsule, visto che non sono ancora mature.

VEDREMO

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Sempre in Via dei Filosofi ho fotografato una piantina erbacea a rosetta di base florida e ‘densa’ a foglie larghe sinuato-crenulate_dentate, con fiorellini fucsia a corolla dialipetala; petali, lu. max circa 7 mm. Tale piantina sta diffondendosi in vari luoghi, es., dopo il Ponsino verso P. Sant’Anna, a destra dove esisteva l’indicazione per la Borago.

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Da classificare: peduncoli fiorali tendenzialmente ad ombrella

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Da classificare: foglia di rosetta di base (lu. 7 cm) con lungo peduncolo peloso che dà un fiore a corolla dialipetala a 5 petali ‘stretti’ color fucsia (dim.7 mm). Da notare il bordo sinuato_ondulato con lobi crenati e in particolare l’ultimo lobo superiore che sovrasta e si sovrappone il/al primo inferiore, scavalcando il peduncolo rimanendo beante in aria.

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OGGI 7 Febbraio 2016 la rosetta di base già fotografata e individuata come una Borago officinalis (?) sulla scarpata del Podere Ponsino, vicino alla strada, sta fiorendo!

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LA REALTA’ DA VICINO E DA LONTANO

Ho raccolto anche una delle piantina più sviluppate di Euforbia del secondo tipo (proposte due ipotesi) per osservarla meglio. Le due velenose euforbie incontrate almeno fin’ora hanno una struttura quasi matematica (trasformabile in formula o in algoritmo informatico), ed è stranamente cosa rara perché l’universo è denso di oggetti come vortici e strutture caotiche e non di cristalli e altri oggetti ordinati, e la matematica e la fisica funzionano in ambiti, nel tempo e nello spazio, estremamente ridotti del Cosmo reale, in particolare nei teatri in cui fu ed attiva l’evoluzione delle specie. Ciò rimanda al pensiero del grande Wolfram, inventore del potente programma Mathematica e sostenitore che l’universo non ‘costruisca’ se stesso tramite le leggi della matematica e della fisica, offrendo in alternativa i suoi algoritmi per costruire la forma degli alberi, delle nuvole, degli esseri viventi, dei monti, i contorni delle coste,… , anche se non ancora per comprendere l’arte s.l. e la poesia o l’evento magico coglibile nello sguardo delle femmine a primavera o nelle corolle spalancate per gli occhi multipli degli insetti. E’ di quest’ultimi ‘oggetti’ che è colmo l’Universo! In alternativa c’è la lobby dei fisici teorici della Meccanica Quantistica Relativistica (MQR), che dopo la scoperta della particella di Higgs (la particella di Dio), che ha permesso di dotare (finalmente) le particelle elementari di massa, hanno sfornato sul mercato una ridda di testi più o meno divulgativi sugli sviluppi di questa ostica e per certi versi ‘magico-misteriosa’ disciplina, avendo come obiettivo ultimo, precisare che cosa sia la ‘Realtà’ del Cosmo. Per i curiosi di questi grandi misteri, poco accessibili ai non eletti, si allega un intermezzo che parla, in una breve sintesi grossolana, della Natura e della Realtà.

Ho raccolto l’Euforbia, dicevo, davanti al 1° cartello per il mirto, a Poggio Bartolino, ed è del 2° tipo (per l’Euforbia già proposte almeno due ipotesi). Cercherò di descriverla come mi riesce.

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INTERMEZZO SULLA REALTA’ DELL’UNIVERSO

Realtà_da_vicino _e _da_ lontano

dott Piero Pistoia docente di Fisica

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OGGI 8 FEBBRAIO 2016 Sofia ha guardato le ultime foto e proposto ‘Teorie Tentative’ (TT) sugli ultimi punti interrogativi; di seguito i suoi commenti:

Per quanto riguarda l’identificazione delle rosette delle Asteracee da te fotografate, finchè non si decidono a emettere qualche fiore, per me è quasi impossibile dire con certezza di che specie si possa trattare. Sicuramente sono tutte commestibili e con probabilità i loro capolini saranno tutti di colore giallo, ma per ora non so nulla di più.

La piccola pianta con fiore color malva, è sicuramente appartenente alle Geraniaceae. Il genere dovrebbe essere un ‘Erodium’. La specie è molto più complicata da individuare, dato che in Italia l’Erodium è presente con una decina, con caratteristiche similari.

Viene comunemente chiamato ‘Becco di gru’ per via della forma del suo frutto, che ricorda un lungo becco.

Visto il tipo di foglie della pianta, da te fotografate e descritte, si potrebbe azzardare ad un ‘Erodium malacoides‘, poiché è anche il più comune in tutta la Penisola.

Però direi che potrebbe essere confuso con il somigliantissimo ‘E. alnifolium‘, presente specialmente in Toscana e poche altre regioni del sud.

La roverella e la rovere, sono difficilissime da identificare, dato che non solo si ibridano facilmente, ma le caratteristiche talvolta diventano solo sfumature. Negli esemplari adulti, che vegetano in ambienti ampi, la rovere si distingue nel portamento, meno nodoso e contorto del tronco e più compatto nella forma della chioma. Un elemento che può aiutare sono sicuramente le foglie. La roverella, nella pagina inferiore è fittamente cotonosa, pubescente, molto, molto più della rovere. Ma l’elemento ‘invernale’ che porta con facilità al loro riconoscimento, è il fatto che la roverella trattiene gran parte delle sue foglie secche sulla pianta, almeno fino a gennaio.

La roverella colpita dal fulmine si trova appena cominciamo a scendere verso il Mirto, sulla ns dx, dopo una trentina di m.

Non sei riuscito ad individuarla, perché la parte sbruciacchiata (sicuramente non di recente) si vede solamente se scendi nel campo sottostante. Ero andata lì per fotografare  una pervinca fiorita e della cicoria che raccolsi per cucinare. E’ facile scendere fino al campo, perché si intravede tra l’erba una specie di stradina.
Ciao per ora e, appena posso farò un giretto come al solito.

Sofia

Ps: sarebbe bello davvero fare in modo di poter indirizzare e interessare i ragazzini, verso il rispetto e la conoscenza delle piante……anche semplicemente un po’ a gatto!

OGGI 20 FEBBRAIO 2016 ho fotografato ancora le Veroniche davanti al prima cartello per il Mirto e, scendendo, a qualche  decina di metri dallo stesso cartello, una piccola rosetta, sulla sinistra, di Verbascum tapsus (per ora unico in tutto il percorso) davanti alla deviazione per il campo sotto strada.

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Verbascum tapsus

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Veroniche: è cresciuta forse una varietà (o nuova specie di Veronica? o una specie diversa?) a  foglie sfumate in lilla-violaceo a caule forse più eretto; i fiori erano chiusi purtroppo. A primo impatto mi sembrava una Salvia, anche se non ho visto le foglie pennato incise sulla rosetta.

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Veroniche con piantine di Euforbia, Pervinca non fiorita e una rosetta di erba di campo

Sofia il giorno 20-2-2016

In realtà la piccola erbacea che definisci una ‘salvia’, è sicuramente una Lamiacea. Per quanto riguarda l’identificazione della specie,

il compito mi sembra più arduo, dato che delle Lamiacee, fanno parte numerose specie e tante piuttosto simili.

….per orientarci, azzardiamo con un Lamium amplexicaule!!!

DA GUARDARE QUESTE ASSOCIAZIONI DI PIANTICELLE FOTOGRAFATE IL 24-2. In particolare pianticelle con foglie tendenzialmente triangolari (crescendo i lati diventano sempre più concavi) puntate seghettate-lobate con venatura centrale biancastra, appartenenti, forse, alle Composite (Sofia esprime dubbi su questa ipotesi di classificazione!). Per ora, lasciamola fiorire.

OGGI PRIMO MARZO sta fiorendo, ho notato in un verticillo alcuni fiori bianchi  a corolla tubolosa lunga circa 2 cm che si restringe verso la base in un piccolo tubo, a sezione costante, lungo un cm, il sopra è espanso e diviso in tre parti una centrale più grande bifida curvata verso l’interno e due laterali a guisa di ali, dall’aspetto di una labiata ma… dovrò controllare meglio.

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Le piantine delle foto sono strettamente associate a Senecio, Veronica, Lunaria, ‘erbe di campo’, Edera ed altro; come si spiegano queste ed altre strette   associazioni fotografate? Hanno un ‘senso’ o sono casuali?

Nel percorso, queste pianticelle si notano alla base del palo che regge la rete all’angolo della proprietà Scarciglia sull’incrocio Via del Poderino-Via Mazzolari.

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Caule cavo con sezione che diminuisce verso l’alto

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Da osservare il calice…

Sofia commenta le fotografie precedenti

Per mille motivi diversi, oltre alle avverse condizioni del tempo, non sono più riuscita ad andare

nel ‘percorso floristico’.

Via via però cerco di controllare ugualmente le piantine che inserisci nel blog.

Riguardo l’ultima piantina da te fotografata, direi con sicurezza che si tratta di una “Lamiacea”. Non so perché via via, venga modificato il nome della famiglia di appartenenza.

Personalmente, trovavo comodo e…simpatico quando venivano ancora chiamate “Labiate”. Osservando il tipo di fiore mi sembrava più naturale identificarlo con la forma delle labbra semiaperte.

Forse il significato di “Lamium” porta alla stessa identificazione, se si pensa che possa alludere alla figura di una ‘gola’ rassomigliante alla corolla del fiore.

Etimologia spicciola a parte, con buona probabilità, potrebbe trattarsi di un ‘Lamium  bifidum‘. Nella foto non si vede molto bene se il lobo superiore sia suddiviso in due. Il fiore dovrebbe anche presentare delle leggere striature vinate. Riguardo alle foglie, sembrano proprio corrispondere alla suddetta specie.

Comunemente si chiama anche ‘falsa ortica’.

Sofia

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Le rosette fotografate i primi di ottobre 2015 (prima ipotesi una Primulacea; seconda ipotesi una Composita) non sono mai fiorite e ad un controllo ora sulla forma delle foglie a superficie ruvida venata  a piccoli lobi squadrati rialzati, farebbe pensare trattarsi invece di una Borraginacea della specie B. officinalis!

 

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POMARANCE: UNA BREVE PASSEGGIATA ‘FLORISTICA’ (flora povera) A SCANSIONE MENSILE ALLA PERIFERIA DEL PAESE, PARTE PRIMA a cura di Angelo Bianchi, Cristina Moratti, dott. Piero Pistoia

Questo progetto è piaciuto al blog Agenda19892010 come comunicato il 2-6-2015 da WordPress all’Amministratore con una e-mail.  E’ piaciuto anche al blog Briciolanellatte come comunicato il 9-6-2015 da WordPress all’Amministratore con una mail.

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PREMESSA

ATTENZIONE: QUALORA, IN QUESTO ARTICOLO PUBBLICATO SU INTERNET, ALCUNE FOTO (non sappiamo il perché!) NON APPAIANO, LASCIANDO SPAZI BIANCHI, O APPAIONO, MA A BASSA RISOLUZIONE, BASTA CLICCARE SU ESSI PER FAR APPARIRE LE FOTO INGRANDITE E CHIARE! PER TORNARE INDIETRO ANNULLARE IL CARICAMENTO DELLA FOTO.

N.B. – SE NON PRECISATO ALTRIMENTI, TUTTE LE FOTO, PROGETTI, SCRITTI, ARGOMENTAZIONI E COMMENTI SONO DEL COORDINATORE PIERO PISTOIA

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA:

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CHI E’ L’AUTORE (traccia): Curriculum di Piero Pistoia

Piero Pistoia, diplomato negli anni ’50 presso il Liceo Classico Galileo Galilei di Pisa, è dottore in Scienze Geologiche con  110/110 e lode, discutendo una tesi di geofisica e, da borsista, ha lavorato e pubblicato presso l’Istituto di Geologia Nucleare di Pisa, misurando le età degli “strani” graniti associati alle ofioliti (1) e studiando i serbatoi di gas e vapori della zona di Larderello. Successivamente ha scritto una cinquantina di articoli pubblicati a stampa, a taglio didattico-epistemologico, di cui circa la metà retribuiti secondo legge,  dagli editori Loescher, Torino, (rivista “La Ricerca”), La Scuola di Brescia (“Didattica delle Scienze”), a controllo accademico ed altri, affrontando svariati problemi su temi scientifici: dall’astrofisica all’informatica, dall’antropologia culturale all’evoluzione dell’uomo, dalla fisica alla matematica applicata e alla statistica con il supporto di migliaia di linee di svariati programmi in linguaggi come Mathematica di Wolfram, R, SPSS, dalla geologia applicata al Neoautoctono toscano, dall’origine dell’Appennino alla storia delle ofioliti, alle mineralizzazioni delle antiche cave in Val di Cecina (in particolare su calcedonio, opale e magnesite) ecc..  En passant, ha scritto qualcosa anche sul rapporto Scienza e Poesia, sul perché la Poesia ‘vera’ ha vita infinita (per mere ragioni logiche o perché coglie l’archetipo evolutivo profondo dell’umanità?); ha scritto alcuni commenti a poesie riprese da antologie scolastiche e,  infine decine di ‘tentativi’ poetici senza pretese. Molti di tali lavori sono stati riportati su questo blog. (2)

NOTE

(1) L’età dei graniti delle Argille Scagliose, associati alle ofioliti, al tempo alla base della falda in movimento, corroborò sia l’ipotesi che esse fossero ‘strappate’ dal basamento ercinico durante i complessi  eventi che costruirono la catena appenninica, sia, indirettamente, rafforzò la teoria a falde si ricoprimento nell’orogenesi appenninica. Fu escluso così che il granito associato alle ofioliti derivasse, almeno non in tutti i casi, da una cristallizzazione frazionata (serie di Bowen) da un magma basico od ultrabasico.

(2) Piero Pistoia ha superato concorsi abilitativi nazionali, al tempo fortemente selettivi (cioè non frequentò mai i famigerati Corsi Abilitanti, fortemente voluti dai sindacati dei docenti!), per l’insegnamento, in particolare, nella Scuola Superiore per le seguenti discipline: Scienze Naturali, Chimica, Geografia, Merceologia, Agraria, FISICA e MATEMATICA. Le due ultime materie sono maiuscole per indicare che Piero Pistoia in esse, in tempi diversi, fu nominato in ruolo, scegliendo poi la FISICA, che insegnò praticamente per tutta la sua vita operativa.

Pochi anni prima che l’ITIS di Pomarance fosse aggregato al Commerciale di Volterra, il dott. prof. Piero Pistoia fu nominato Preside Incaricato dal Provveditorato agli studi di Pisa, ottenendo il massimo dei voti sulla attività svolta.

Così la parte scritta di questo Post, nel bene e nel male, è a cura di Piero Pistoia che auspica critiche, suggerimenti, correzioni, integrazioni.

NEL MALE CI SI CORREGGE! SE E DOVE SI CORREGGE, SPECIALMENTE LI’, SI IMPARA!

COL TEMPO FORSE FAREMO DEGLI INDICI E DEI RIMANDI INIZIALI PER MUOVERCI NON IN MANIERA SERIALE ALL’INTERNO DEL POST

Procederemo al solito discutendo e argomentando non tanto per ‘comunicare’ quanto per ‘costruire’ insieme questo tipo di conoscenza come suggerisce Foerster. L’obbiettivo è esclusivamente didattico-culturale, per cui questo materiale può essere utilizzato da tutti gratuitamente nel modo che scegliamo (eccetto i disegnetti  schematici trasferiti dai testi di riferimento); in particolare, auspichiamo venga scoperto e utilizzato in qualche modo dalla Scuola.  

I TRE CURATORI ‘COSTRUISCONO’ IN TEMPO REALE PER  CUI NON GARANTISCONO CHE I CONCETTI, SEMPRE IN VIA DI APPROFONDIMENTO E MODIFICA, POSSANO ESSERE DEFINITIVI E CORRETTI

I TESTI QUALIFICATI DI RIFERIMENTO PER QUESTO LAVORO SONO PRINCIPALMENTE I SEGUENTI (consigliamo i lettori di  procurarseli per i riferimenti, l’approfondimento di questo post e la qualificazione delle biblioteche personali!) :

EUGENIO BARONI “GUIDA BOTANICA D’ITALIA” Ed. CAPPELLI

PIETRO ZANGHERI “FLORA ITALICA Vol. I-II-III” Ed. CEDAM        

SANDRO PIGNATTI “FLORA D’ITALIA Vol. I-II-III” Ed. EDAGRICOLE

EDUARD THOMMEN “ATLAS DE POCHE DE LA FLORE SUISSE” EDITIONS BIRKHAUSER BALE.

Si allegano anche foto di qualche pagina ripresa da un interessante libro, con schizzi originali affiancanti lo scritto sintetico e rilevante, a firma di due ricercatrici dell’Istituto Botanico dell’ Università di Pisa,  A.M. Pagni e G. Corsi, stampato da Arti Grafiche Pacini Mariotti, Pisa che ringraziamo.

VENGONO ANCHE CONSULTATE DUE GROSSE ENCICLOPEDIE SUL REGNO VEGETALE, L’UNA EDITA DA VALLARDI E L’ALTRA DA RIZZOLI; E SVARIATI ALTRI TESTI SECONDARI DI DIVERSE CASE EDITRICI CHE NOMINEREMO QUANDO NECESSARIO.

A questi testi si farà continuamente riferimento esplicito e si spera che Autori ed Editori permetteranno di trasferire qualche disegno schematico di chiarimento dai loro testi a questo post, il cui unico obiettivo è e rimarrà solo quello di ‘costruire’ e comunicare didatticamente cultura, per quanto ci riesce, sempre del tutto gratis. Questo blog non ha alcun fine di lucro ed è auto-finanziato. Comunque siamo disponibili nell’immediato a qualsiasi intervento su questo post su avvertimento (al limite, se necessario, anche a sopprimerlo!)

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UNA DEDICA NECESSARIA (NDC: Piero Pistoia)

La mia idea di scegliere un percorso botanico accessibile alle Scuole fu discussa in una serie di incontri  sul rapporto Scuola/Natura con un genuino naturalista empatico e poeta locale, il maestro Giuseppe Zanella, che dedicò tutta la vita a studiare i comportamenti di animali e vegetali con grande intuito, sensibilità e rispetto per la Natura e l’Universo. Fece numerose pubblicazioni per importanti case editrici e articoli per note enciclopedie. Stavamo per iniziare in concreto il lavoro, quando sfortunatamente si ammalò irreversibilmente. Di questo personaggio, secondo me, di rilevante spessore, mi rimane un grande e affettuoso ricordo di amicizia e di stima e mi sento di dedicare questo nostro lavoro floristico alla Sua memoria.

Dott. PIERO PISTOIA, coordinatore.

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POST SPERIMENTALE IN VIA DI COSTRUZIONE – Intanto  iniziamo con un primo tentativo di percorso. Sul percorso mensilmente si osserveranno, si fotograferanno e descriveranno per la classificazione le nuove piantine ‘che vediamo’ e ad ‘ogni giro’ cercheremo anche di descrivere alcune di ‘quelle di base’. Possibilmente su ogni piantina verrà attivata una discussione anche tornando indietro. Chiaramente il ciclo mensile copre 12 mesi, ma… ogni anno si rinnova, per cui questo post rimarrà aperto all’infinito, naturalmente finché  gli autori non si stancheranno!

LA CARTINA DEL PERCORSO

fiori0001fiori0002Il podere da cui inizia (o finisce) la vicinale Sant’Anna (nel senso che è riportata l’indicazione ufficiale) si chiama P. Poggio Bartolino, subito prima della deviazione Podernuovo-Poggio Bianco.

Un’erbaccia spontanea abbondante in settembre-ottobre 2015 è stata oggetto di discussione sulla sua classificazione: Erigeron bonariensis o Conyza bonariensis (=Erigeron linifolium)? Per anticipare o rivedere le argomentazioni del coordinatore P. Pistoia, cliccare sulla parola ‘calda’ di seguito (in effetti sembra che Erigeron bonariensis non appaia nei testi consultati).

ERIGERON o CONYZA?
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ALTHEA cannabina

Per vedere altri schemi per la sua classificazione, controllare il anche link ‘Althea cannabina’ nella PARTE QUARTA, per un confronto con Malva alcea.

ALCUNE FOTO IN ANTEPRIMA

   (Le foto di Cristina Moratti sono riportate anche sul blog “La carrozza del Gambini”)

 Quattro Foto di due piantine (Orchidea apifera, Erba vajola) del percorso sperimentale eseguite da Cristina Moratti

ophrys apifera (1)

ophrys apifera (2)Ophrys apifera (fioritura maggio)

 Cristina ha fotografato l’orchidea vicino al P. San Domenico


erba-vajola-1

erba-vajola-2

La Borraginacea Cerinthe maior, è stata classificata da Angelo Bianchi, Erborista. Si notano sulle foglie tracce di strutture ghiandolari.

La Cerinthe si poteva vedere, poco tempo fa, nel tratto, a sinistra del percorso,  in cui la strada vicinale di Sant’Anna, dopo breve salita oltre il P. Il Ponso, piega scendendo verso Poggio Bartolino; sarebbe stata presente dalla primavera all’autunno, come accadde lo scorso anno.

Cerinthe major L. Boraginaceae - Erba vaiola - (ok)

In effetti a fine Maggio 2015 la stazione a Cerinthe è stata soppressa; era nata sul percorso del trattore. La rivedremo il prossimo anno? O forse prima?

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LA ROSASEA FILIPENDULA (SPIRAEA) exapetala

Due Foto di una piantina (Filipendula) del percorso sperimentale, di Cristina Moratti e Piero Pistoia rispettivamente

filipendula spirea

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Si tratta della  Rosacea Filipendula (Spiraea) exapetala, classificata da Piero Pistoia; la piantina era diffusa praticamente lungo tutto il percorso, in particolare davanti a Poggio Bartolino (prima del taglio dei margini); fioritura nella seconda metà di Maggio; da giugno sembra scomparsa sono rimaste solo le tracce delle foglie basali.

Quella che segue è la foto di Cristina Moratti di una Crucifera (Brassicacaea) del genere Alyssum caratteristica delle ofioliti (A. bertolonii), che fa parte di una interessante stazione floristica fotografata (una ventina di pianticelle che vivono o vivono anche sulle ofioliti) e classificata e commentata dalla stessa Cristina sul blog “La carrozza del Gambini”. Questa pianticella viene riportata in questo percorso sperimentale perché mi sembra che fosse quella che  in autunno del 2014 stranamente faceva, se ben mi ricordo, bella vista sul lato destro della strada Sant’Anna una decina di metri prima che deviasse scendendo verso Poggio Bartolino ed alcune anche davanti allo stesso podere Sant’Anna. L’ipotesi, se fosse stato un Alisso, fu che qualche cercatore di funghi del posto calpestando gli ofioliti (leggere su questo blog il post a più voci sulla ‘strana storia’ di queste rocce) della macchia di Monterufoli abbia riportato semi su questa bancata argillosa a ciottoli silicei del Neoautoctono (se vuoi approfondire cerca ‘Neoutoctono’ su questo blog)! Attualmente nel percorso non ho notato pianticelle simili a quella che nel ricordo mi sembrava un Alyssum; vedremo in autunno se ricrescerà, in modo da poter controllare! Sarebbe interessante comunque che Cristina, agganciando una mappa topografica, da fornire nel suo blog, ad una strada percorribile con la macchina,  descrivesse il posto di questa stazione con una tolleranza di qualche metro, in maniera che possa essere resa visitabile ad hoc. Per es., una scolaresca nelle ore di lezione della mattinata potrebbe, come obbiettivo didattico specifico, visitarla in qualche ora e tornare a lezione.

DIGRESSIONE PER ASSIMILARE LE IDEE E CORREGGERE QUELLE CHE CREANO FAILLANCE

Digressione sulle piante delle ofioliti e in particolare sull’Alissum. La proposta sarebbe di costruire un articolo scritto in Word o con Open Office dal titolo per es. “Osservazione, descrizione e classificazione delle piantine endemiche delle Ofioliti”. Dopo il titolo si potrebbe inserire dal menù del word processor scelto una o più foto di insieme. …..Successivamente si inserisce nel testo, per es., la foto dell’Alissum, e si scrivono nel testo sotto quali sono le caratteristiche importanti per la classificazione inserendo ogni volta le loro foto (forma delle foglie, distribuzione sul caule, foto del fiore singolo ecc.) e questo in successione per ogni piantina. E’ un lavoro lungo da fare a ‘pezzi’ aggiornando con calma!

Alyssum bertolonii

 PREMESSA a cura del dott. Piero Pistoia

L’idea è di scegliere un percorso di circa un’ora andata e ritorno (consistente con l’utilizzo anche da parte delle scolaresche) che “apra” alla campagna, meglio se già utilizzato dai cittadini per passeggiate, footing, ecc..  Immaginiamo di dividerlo  in tratti con riferimenti topologici riconoscibili e che abbiano significato per le pianticelle della flora spontanea che qui vivono (almeno finchè il Comune non deciderà di tagliare l’erba ai margini della strada). L’idea si basa anche sull’ipotesi che le piantine, anche se tagliate, abbiano una probabilità superiore a quella fornita dal caso di ricrescere circa nella stessa zona. Come primo tentativo, abbiamo scelto una successione di tratti che  partendo dall’inizio di via Mazzolari, zona verde davanti alla proprietà Scarciglia (stazione floristica a Salvia sclarea ed altro; si vedano, per es. al recinto, i cartelli alle varie piante della macchia mediterranea), attraverso via del Poderino, scende a via dei Filosofi e, verso sud-est, incrocia la strada chiusa che porta a sud verso il Podere Sant’Anna, il P. San Vittore e il P. Il Ponso e, oltre il poggetto, scende verso sud-est fino a Poggio Bartolino dove ha termine la vicinale  Sant’Anna e poi ancora verso sud nella strada sterrata che porta al bivio per il Podere Il Mirto e a Poggio Bianco (vedere la carta topografica riportata di questi posti).

Durante la costruzione, introdurremo, quando si rendono disponibili, le foto delle diverse pianticelle mese per mese da riordinare di volta in volta, attribuendole ai diversi tratti di strada.

Le seguenti due sezioni della carta topografica del paese di Pomarance (scala originale 1=5000) che contengono il percorso descritto evidenziato in giallo, sono state  integrate con i nomi dei tratti di strada, che compongono il percorso stesso ed altro (individuazione scuole, edifici rilevanti, riferimenti alla posizione floristica ecc.). Per la carta topografica e per la gentilezza e disponibilità dimostrate dobbiamo ringraziare il tecnico dell’Ufficio del Comune, la geometra Signora Cabiria Pineschi Gazzarri. Da notare come la carta non sia aggiornata; è poco evidenziato, per es., scendendo per la vicinale Sant’Anna, a circa un centinaio di metri dall’incrocio con Via dei Filosofi, sulla destra lo stradello per il P. San Pietro (da aggiungere).

LA CARTINA DEL PERCORSO

fiori0001

fiori0002

Il podere da cui inizia la vicinale Sant’Anna (nel senso che è riportata l’indicazione ufficiale) si chiama P. Poggio Bartolino, subito prima della deviazione Podernuovo-Poggio Bianco.

Le foto immesse non sono ottimali, ma non sono definitive; ne cercheremo di migliori.

DIARIO FLORISTICO DA AGGIORNARE NEL CORSO DEL MESE DI MAGGIO 2015

DIARIO FLORISTICO AGGIORNATO GIORNO PER GIORNO NEL CORSO DEL MESE DI GIUGNO 2015

ALLA FOTO DI UN ELEMENTO EMBLEMATICO DI OGNI SPECIE (O GENERE) VERRA’ AGGIUNTA UNA BREVE SCHEDA TRASFERIBILE,  UTILE PER LA SUA IDENTIFICAZIONE

TUTTE LE FOTO, CHE NON RIPORTANO IL NOME  DI UN AUTORE, SONO STATE SCATTATE DA PIERO PISTOIA

– rara la salvia selvatica

– A partire da giugno della Filipendula rimangono praticamente solo le foglie

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La Filipendula a giugno

LA GENTIANACAEA CHLORA perfoliata

– Primi di giugno fioritura della Chlora perfoliata oltre il cartello per podere Il Mirto, scendendo verso Poggio Bianco a metà del tratto; da fare foto. Sull’argine destro, a scendere, dinanzi al P. Sant’Anna.

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Chlora con foglie di Filipendula

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La Gentianacaea Chlora perfoliata

Non individuata ancora la Gentianacea Erytraea centaurium, vista in estate un anno fa.

L’HIPERICUM perforatum

– si mantiene fiorito ancora Hipericum perforatum

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Hypericum perforatum

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IL PROBLEMA DELLA SCROPHULARIACAEA VERBASCUM blattaria

– fiorito da poco un verbasco (?), unico stelo glabro con foglie a triangolo isoscele a lati leggermente curvi e seghettati (?); più grandi ed ovali-ellittiche debolmente picciolate (non inserite direttamente sul ramo, ma tramite un corto peduncolo) quelle basali, sempre più piccole e sessili (inserite direttamente sul ramo) quelle superiori (foglie cauline) tendenti ad abbracciare  il caule con la parte inferiore; Verbascum blattaria? Il famoso Verbasco delle falene? Fare foto e classificare; questi individui sono visibili nel tratto verso Poggio Bianco dopo il cartello per il P. Mirto, a sinistra prima dello  stradello che scende a destra  nel campo. Sembra esista un solo esemplare, la settimana scorsa (10-6), in questo tratto, ne vidi 4 o 5. Oggi 18 giugno, questo esemplare è stato tagliato, mentre è visibile un’altra piantina col fiore  qualche metro sotto il tasso barbasso (vedere sotto) scendendo, a sinistra, sulla stessa sterrata (vedere foto).  Sembra siano appena nati altri esemplari in questi giorni in cima al poggetto sopra il P. Il Ponso, sulla sinistra salendo. Oggi (18) uno di essi ha messo il fiore.

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OLYMPUS DIGITAL CAMERASi notano in basso foglioline pentafille forse di Potentilla

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Sulla deviazione per il P.Mirto: Verbascum blattaria? vicino una Verbena non ancora in fiore

La foto che segue riporta un individuo di V. blattaria (?) del poggetto; si notano alcuni esemplari di Papaver rheas

La foto che segue è stata scattata l’anno scorso sullo stesso percorso e circa lo stesso periodo; assomiglia alla precedente?

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Verbascum blattaria (?) dell’anno scorso

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Verbasco (?) del 18-giugno dopo il tasso barbasso; ancora visibile l’Iperico perforatum

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Alcuni aspetti della pianticella Verbascum blattaria

Uno sguardo al futuro…….

Abbiamo fotografato, dopo anni (2 giugno 2019) ancora piantine di Verbascum blattaria nel nostro percorso, scendendo, davanti alla proprietà Sant’Anna….

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LA SCROPHULARIACAEA VERBASCUM thapsus

Di seguito in vegetazione un ‘individuo’ di Verbascum thapsus (con cartello in perallum) appare sempre sulla deviazione per Poggio Bianco a sinistra scendendo, a metà tratto.

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Verbascum tapsus scendendo nella sterrata qualche metro dopo l’entrata nel campo sul poggio a sinistra.

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Si nota la Chlora in fondo a destra della foto vicino ad un iperico; guardando lungo la strada si intravedono appena la cima e le foglie inferiori del tasso barbasso (ingrandire) e il ‘passello’ che devia sopra poggio.

Un altro esemplare fu presente per un paio d’anni passati sull’argine destro scendendo lungo la strada Sant’Anna, qualche decina di metri dopo la recinzione dell’uliveta sulla sinistra e qualche decina di metri prima del bivio per il P. Ponsino.

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SU E GIU’ NEL TEMPO: uno sguardo nel futuro…

SI AGGIUNGONO FOTO  DEL BARBASSO APPARSO DUE O TRE ANNI DOPO LA SUA TOTALE SCOMPARSA DALLA PASSEGGIATA (avvenuta circa nel 2017), PRATICAMENTE NELLO STESSO POSTO, scattate da Piero Pistoia.

SIAMO AL 3 FEBBRAIO 2019 e abbiamo scattato la seguente foto, scendendo verso il Ponsino a destra a metà argine:

CHI SA SE A PRIMAVERA-ESTATE DEL 2019 lo vedremo fiorito!

RIPORTIAMO ALTRE FOTO DI V. thapsus scattate intorno al 20 Aprile 2019 a seguire, scendendo verso il Ponsino sempre a destra sull’argine.

LE DUE SUCCESSIVE FOTO SONO STATE SCATTATE IL 13-05-2019 sullo stessa stessa pianta

La stessa pianta il 20 maggio 2019

Il 20-Giugno-2019, un mese dopo, il tasso precedente è ormai fiorito ed ha raggiunto almeno due metri di altezza come dalla foto successiva:

Mentre, tornati qualche giorno dopo il 20 maggio 2019, poco oltre il bivio per Il Ponsino sempre sulla sinistra della strada scendendo, l’erba qui è stata tagliata…. e la piantina che segue nata al bordo della strada è stata soppressa.

Vicino alla precedente rimangono, sotto strada, altre tre piantine che in estate speriamo di vederle invece fiorite, ma, prevedo, sarà improbabile; vedremo….

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Oggi, 24, giugno, 2019, subito dopo il Solstizio estivo, ho fotografato di nuovo le piantine del thapsus, davanti al P. Ponsino, sotto strada, due lontane si intravedono presso la quercia:

Le stesse due piantine che si intravedono vicine alla quercia precedenti, sono individuate nella foto scattata da Pier Francesco Bianchi il 27-06-2019

Seguono le foto che ho scattato sull’argine destro scendendo subito prima del Ponsino il 24- giugno-2019:

Nella precedente si intravede a destra il podere e lontano l’ingresso al podere.

Seguono ancora foto di Pier Francesco Bianchi del thapsus sull’argine e foto scattata dall’ingresso al podere, verso l’argine.

Si intravede il thapsus lontano sull’argine, e la casa e l’ingresso subito a sinistra.

Ancora una memoria dal futuro: siamo a giugno 2019

Chi volesse leggere questa breve memoria in pdf, cliccare sotto:

VERBASCUM thapsus,INTERVENTI MINIMALI E PROBLEMI PLANETARI – breve memoria

Altrimenti continuare a leggere:

VERBASCUM thapsus e la BIODIVERSITA’: breve memoria

PROPONGO UN PROCESSO MINIMALE PER LO PIU’ CULTURALE  PER ARGINARE LA SCOMPARSA DI SPECIE SULLA SUPERFICIE DELLA TERRA

Intervento a mosaico in ogni zona, che favorirebbe anche la consapevolezza culturale del problema della estinzione delle specie e  della Biodiversità (l’ONU attualmente ha valutato che otto milioni di specie sono a rischio)

Noi abbiamo seguito per più di due anni un percorso floristico in una zona più periferica del paese (lungo la vicinale Sant’Anna di Pomarance), scansionando i suoi margini mensilmente. I processi ed i risultati di questo ‘diario’ sono riportati in sette posts nel Blog ‘ilsillabario2013’.

Due o tre anni fa apparve una piantina, unica in tutto il percorso, di Verbascum thapsus, a cui avevano tagliato l’alto butto fiorifero (si trovava sull’argine destro, scendendo lungo la vicinale Sant’Anna, vicino al viottolo del Podere ‘Il Ponsino’). Esistevano, invece, allora come oggi, altre specie del genere Verbascum (il sinuatum, il blattaria…)

Andammo ad avvertire le guardie comunali per salvarla dai periodici tagli dell’erba. Questo intervento permise alla piantina lo sviluppo di due altri butti fioriferi, che raggiunsero la maturazione dei loro semi.

Dopo anni è riapparsa oggi (grosso modo nello stesso posto), una fiorente piantina di thapsus, e, giorni dopo, sono apparse altre piantine nei dintorni.

Siamo allora tornati presso l’ufficio delle guardie comunali ad avvertire della loro presenza. Se l’avvertimento verrà accolto, si moltiplicherà esponenzialmente il numero di piantine di questa specie, insieme alle molteplicità di microrganismi ed organismi al contorno, utili per la reciproca sopravvivenza, in una zona dove il thapsus era completamente assente.

Dal Comune ci hanno informato che ultimamente il responsabile del taglio dell’erba in questa sezione di strada è l’abitante del podere Il Ponsino; interpellato il 25-05-2019, ci ha assicurato che la piantina tabellata verrà risparmiata.

Un piccolissimo gesto moltiplicato all’infinito prima o poi fa la differenza, come insegna  l’analisi matematica (come la raccolta di una bottiglia di plastica abbandonata sul corso di un fiume, in un bosco …, o donare un tozzo di pane e formaggio, di vangelica memoria, ad uno che bussa alla tua porta…, o regalare una scatola di antibiotici ad una madre per il suo piccolo ammalato …, o sforzarsi di non utilizzare oggetti che scaricano in atmosfera concentrati di  elementi che distruggono la protezione del pianeta, ed altri gesti minimali che al limite potrebbero davvero risolvere gli immensi problemi planetari, oltre naturalmente a maturare, in termini educativi, la consapevolezza morale verso i bisogni degli altri umani ed del pianeta).

pieropistoia

Le seguenti foto sono state scattate il primo settembre 2019 da Pier Francesco Bianchi dove si vede la precedenta piantina di V. tapsus  in piena maturazione, in particolare quella grande sull’argine destro scendendo, subito prima dell’accesso al podere Ponsino;  ma anche le altre tre salvate davanti all’accesso stesso e subito dopo sulla sinistra sono maturate.

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Murex

LA COMPOSITA ACHILLEA millefolium

– continua la piena fioritura dell’Achillea millefolium, via del Poderino, davanti al cancello chiuso dello stadio con cartello in perallum (vedere foto) e davanti al P. San Vittore, prima della salita sulla vicinale Sant’Anna verso il Ponso insieme alle piante da giardino; ora ‘domina’ in altezza (vedere foto). Qualche piantina a sinistra sulla salita.

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… ora ‘domina’ in altezza…

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Confronto foglie achillea in alto e filipendula

CONFRONTO DELLE FOGLIE DI ACHILLEA E FILIPENDULA

Dal 20-04-2019, al 25-05, vari anni dopo la fioritura dell’Achillea delle foto precedenti, sono state riprese altre foto ‘in crescita’ nel fossetto davanti allo stesso podere San Vittore:

LA BORRAGINACAEA BORRAGO officinalis

-Sta sparendo la Borrago officinalis (vedere foto); presente da Maggio nel prato subito sotto strada di via del Poderino, ora tagliato e lungo la vicinale Sant’Anna scendendo, a destra lungo l’argine dove esisteva prima il Tasso Barbasso; l’argine è stato da poco ripulito. Appare un residuo (presenza di un indicatore in peralluman) una decina di metri dopo il bivio per il P. Il Ponsino.

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19-06: i resti della B. officinalis

Della Filipendula praticamente è cessata la fioritura e si vedono molte foglie basali e qualche raro fiore (diffusa nel percorso), si notano ceppi di Antemis cotha, la Nigella damascena sta fruttificando (grosse capsule con ancora qualche fiore), ridotte le pervinche (davanti cartello per P. Mirto), la Verbena che appena è iniziata a fiorire (prima settimana),  Ombrellifere, in particolare una specie, appena fiorite (10-6) diffuse nel percorso, in particolare all’inizio strada sterrata davanti al cartello per P. Mirto), e, ancora, Echium vulgare, le Campanule (diffuse), i finocchi selvatici (diffusi), i cardi (in particolare il Cardo dei lanaioli, Dipsacus fullonum, lungo la strada sterrata), la Cichoria entibo (diffusa velocemente), le Malve (diffuse), Composite che iniziano con un unico stelo breve rigido con grosso capolino e foglie lanceolate spesse e un po’ pelose e seghettate stanno crescendo (da classificare: vedere la classificazione  di C. Moratti nel mese di settembre), le Potentille gialle (in cima al poggetto), le Plantago con le specie maior e minor (diffuse), l’infestante Inula viscosa, l’Artemisia con le specie absinthium officinalis. Il giorno 18-6 davanti al P. Sant’Anna lungo la vicinale a ridosso dell’argine si notano varie e fresche piantine anche fiorite della labiata Camedrio (Teucrium camedris), la scarpata non è stata ancora tagliata, lo sarà fra breve! Il 19-6, lungo il tratto Via dei Filosofi, inizia la crescita di un  terzo Verbasco, con rosetta a foglie larghe e pelose che tendono ad ondulare al bordo (vedere dopo la classificazione). DA CONTINUARE.

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Resti della Filipendula

LA COMPOSITA ANTEMIS chota

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…si notano ceppi di Antemis chota (o chota pictoris?)

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Antemis cotha

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…, la Nigella damascena sta fruttificando…(foto da rifare)

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Fiore di Nigella damascena con fiori della Potentilla gialla (in uno dei quali si notano anche i sepali del calice)

IL PROBLEMA DELL’OMBRELLIFERA DI LUGLIO

…Ombrellifere (Umbelliferae, o Apiaceae) da poco fiorite…

Fusti eretti con steli non cavi (da controllare meglio), striati longitudinamente, leggermente spinati al tatto, sezione forse pentagonale (o triangolare?), 5 pedicelli fioriferi esterni più lunghi e 4 interni più brevi, forse uguali a due a due. Pianta ramificata di aspetto ‘delicato’ ed aperto. L’infiorescenza è composta da ombrelle di 9 peduncoli e da brevi ombrellette di una decina di fiori bianchi con alcuni piccoli petali (da precisarne numero e forma). La forma delle foglie è desumible dalle foto riportate. Per i frutti aspetteremo la maturazione. Oggi ( 18-6) sono maturati alcuni frutti, una decina o meno per ognuno dei peduncoli.

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L’OMBRELLIFERA TORILIS arvensis

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Da classificare! Piero Pistoia ipotizza che l’Ombrellifera del genere Tòrilis sembrerebbe  probabile rispetto alle griglie disponibili: foglie pennato_divise; ombrelle convesse senza involucro a 4-12 raggi con peduncoli oltre 5 mm; fiori terminali a fusti e rami; frutta (acheni) ad aculei uncinati diffusi sui due semifrutti; forse la specie è Tòrilis arvensis.

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Cinque peduncoli fioriferi dell’ombrella esterni più lunghi e quattro interni più brevi, forma di una foglia intermedia.

     

Torilis arvensis

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Semi di T. arvensis (?)

LA VERBENA officinalis

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La foto che precede è  una Verbena prima di fiorire (prima settimana)

La foto che segue è …..la Verbena che appena inizia a fiorire…(si intravedono Cardi)

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Potentilla gialla (Potentilla reptans) con 5 petali e 10 sepali, dei quali 5 appaiono da sopra del fiore

LA POTENTILLA gialla

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Potentilla: Foto da rifare

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Fiore di N. damascena con fiori di Potentilla

L’ARTEMISIA absinthium

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IL PROBLEMA DELLA COMPOSITA D’AGOSTO DA CLASSIFICARE

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…Composite che iniziano con un unico stelo breve rigido con grosso capolino e foglie lanceolate spesse e un po’ pelose e seghettate….

….e, ancora, la Borraginacaea Echium vulgare (erba viperina)…

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Non abbiamo incontrato ancora la Borraginacaea Anchusa

Seguono le foto del Cardo dei lanaioli (Dipsacus fullonum)

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Piantina del cardo

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Cardo dei Lanaioli?

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Frutti del cardo oggi 18-6

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Le grandi foglie opposte, che si saldano alla base, formano una coppa che raccoglie una piccola riserva di acqua piovano o di rugiada condensata

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Dipsacus fullonum

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Scabiosa, Knautia arvensis: foglia basale e superiore; foto della pianta da rifare

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Knautia arrvensis

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Cicoria: diffusa nel percorso

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Campanule

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Malva silvestrys

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Fiore di Cicoria e di Malva silvestre con foglia della malva

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SEGUONO LE FOTO DEL Camedrio

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Camedrio

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Camedrio

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L’Iperico perforato

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rametto di Iperico e di Camedrio

DIARIO FLORISTICO AGGIORNATO AD OGNI VISITA NEL CORSO DEL MESE DI LUGLIO 2015

Tutte le foto, se non sono nominati altri autori, sono di Piero Pistoia

Le Foto sotto della Pianticella X in fioritura in Luglio sono proposte per fare le osservazioni (sempre con ipotesi) insieme ai lettori, se ci sono, altrimenti fra noi, per classificarla. La sua stazione floristica si trova a destra, scendendo lungo la Vicinale di S. Anna, prima di una decina di metri dal bivio per il Ponsino. Fa vistosa presenza (oggi 22-luglio) sull’argine sinistro al bordo della ‘recinzione con riparo’ dell’uliveta, con altezze max fino a quasi 2 metri. Altra nuova piantina è la Silene, piccoli steli spesso affastellati, in Luglio in fiore, che crescono insieme all’Achillea ‘cartellata’ in Giugno, oggi con semi, presso il cancello chiuso da tempo del campo sportivo in via del Poderino. Ne vedremo le caratteristiche classificative. Rimangono ancora alcune pianticelle di Verbascum Blattaria sul poggio dopo il P. Ponso e davanti al P. S. Domenico (controllare le caratteristiche di classificazione); molto diffusa è ancora la Cicoria, l’altro Verbasco con foglie pelose larghe ondulate alla base (vedere foto rosetta di base) e con caule ramoso (quasi, a colpo d’occhio, a candelabro ebreo spaziale), ancora non nominato, ma presente anche a giugno, come vedremo. Il Verbascum tapsus, cartellato e nominato a giugno, si si sta spengendo con la siccità, insieme ad altre pianticelle di giugno morte o sofferenti (Plantago minor, il Camedrio, la Potentilla, l’Iperico, la Nigella, l’ombrellifera ‘Terentis’, la Chlora, il Camedrio che nel contempo era apparso anche sull’argine presso il bivio per il P. San Pietro,…); una pioggia a fine luglio potrebbe migliorare la situazione. In luglio una nuova Ombrellifera da studiare. Vedremo. Una nuova Asteracea, che somiglia al fiordaliso, è apparsa in luglio ed è visibile, scendendo lungo la sterrata per qualche centinaio di metri dopo un primo cartello per il P. Il Mirto, posto su una quercia a sinistra subito dopo P. Poggio Bartolino, distante 5-6 metri dal tasso barbasso ormai seccato sulla sinistra, ad una decina di metri dal ‘passello’ verso l’argine sempre a sinistra per il poggio; ancora da osservare e studiare. In giugno era apparsa sull’argine a sinistra una pianticella analoga subito prima del cancello del P. Poggio Bianco, al bivio per P. Il Mirto. Al podere Ponsino è apparsa improvvisa la pianta-fiore dell’Agave da ammirare!

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Agave fiorita

ALTHEA cannabina
ALTHEA cannabina

IL PROBLEMA DI UNA MALVACEA IN LUGLIO: L’ANTHEA cannabina

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Tavola delle caratteristiche da noi  osservate della Piantina X: le altezze delle piantine raggiungono oltre 1.5 metri; foglie alterne palminervie (da un centro alla periferia), sopra più lucide, stipolate; le foglie inferiori sono sub-orbicolari, le superiori 1-2 pennato-partite (polimorfismo fogliare); fiori con calicetto esterno più piccolo; calice interno più grande i cui sepali, sembra, andranno a costituire la capsula dei semi; i 5 petali, piuttosto larghi, tendenzialmente separati (corolla dialipetala), con unghia breve rispetto al lembo terminante piatto e crenato, sono alternanti alle punte del calice; nella capsula del seme, i semi singoli sono ‘agganciati’ a ‘ciambella (fig. 1789) Da aggiungere la descrizione dei colori del fiore, degli stami e dell’ovario.

DIGRESSIONE SULLE FOGLIE PALMINERVIE

La foglia si dice palmata o palminervia quando ha la forma di una mano a dita aperte e le nervature sono disposte come le dita a partire da un punto che può essere l’inserzione del picciolo. Le palminervie si dicono incise o lobate secondo la profondità e ampiezza delle divisioni.

Palmato-fise: incise fino a metà della distanza margine picciolo;

Palmato-partite :incise fino a 3/4;

Palmato-sette: incise fino all’inserzione del picciolo;

Palmato-lobate: sono foglie con bordi arrotondati, allargate alla base, incide fino a metà.

VEDERE GLI SCHIZZI numerati sotto NEL TESTO: Eduard Thommen “Atlas de poche de la flore suisse”, 1961, Editions Birkhauser Bale. Ringraziamo l’autore e l’editore se ci permettono di vederli in questo blog di frontiera fra scolastico ed extra scolastico, dove, senza fini di lucro, si tentano nuove vie di ‘costruire’ conoscenza, almeno nella nostra intenzione.

1789 Malva alcea con struttura a ‘ciambella’, come tutte le Malvaceae, dei  semi all’interno della capsula.

1790 Malva moschata.

1991 Malva silvestris.

L’ESPERTO, L’ERBORISTA ANGELO BIANCHI, HA SUGGERITO IL NOME PROBABILE DELLA FAMIGLIA E FORSE DEL  GENERE:

Famiglia: MALVACEAE

Genere: MALVA, ma vedremo meglio

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Cocche in struttura, calice e calicetto della piantina X

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Piantina X: anche cocche isolate glabre con chiare rughette trasversali

I DUE DISEGNI CHE SEGUONO si possono vedere  usando il numero nel testo: Pietro Zangheri “Flora Italica II”, pag. 77, CEDAM-PADOVA.

Questo blog è senza alcun fine di lucro, e tenta di sperimentare vie anche nuove per ‘costruire’ conoscenza.

2808: Anthaea cannabina (Malva canapina); calicetto con 7 punte e calice con 5 punte

2806: foglia medio-superiore della Althaea cannabina che ha foglie verdi lucide sopra e più pallide sotto, le inferiori sono palmato-partite a 5 lacinie, le medie e superiori palmato-sette (2806), antere rosso porporina; cocche (mericarpi glabr i) rugose sul dorso.

IL DISEGNO dell’ Altea cannabina  è visibile nel TESTO: Sandro Pignatti “Flora d’Italia vol. II”, Edagricole , alla trattazione della FAM. 90: Malvaceae (pag. 92).

Si lascia al lettore interessato l’onere di confrontare le caratteristiche osservate riportate nelle nostre foto e/o rilevate da lui stesso sul campo direttamente, con quelle riportate nei testi di filtro da noi nominati od altri a sua disposizione, onde ipotizzare una plausibile specie per la piantina X.

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Rametto terminale fiorito della pianticella X

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Parte centrale-terminale pianticella X

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Parte inferiore pianticella X

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Particolari Pianticella X in luglio

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Foglia abbastanza inferiore sopra e sotto

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Fiore, petalo, frutto e foglie centrali-sup.

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Fiore della Pianticella X da ingrandire

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Foto delle piantine X; sullo sfondo il sentiero per il Ponsino

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L’Ombrellifera di luglio (da classificare)

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Ombrellifera  X

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Aspetto dell”Ombrellifera X di Luglio; capolini che tendono a contrarsi a nido d’uccello

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Infiorescenza vista da sotto

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Infiorescenza vista da sopra; da notare la piccola formazione scura al centro

OLYMPUS DIGITAL CAMERAFoglie della Umbellifera di luglio; siamo in Attesa di fotografarne il seme

VERRA’ CLASSIFICA A SETTEMBRE DA CRISTINA

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SCROPHULARIACAEA VERBASCUM sinuatum

VERBASCO DIFFUSO IN LUGLIO

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VERBASCO diffuso a luglio

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Il Verbascum molto più diffuso di luglio nel percorso: rosetta basale

(vedere foto precedente)

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Rosetta basale del Verbasco sinuatum di luglio-agosto e foglie della Umbellifera di luglio

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L’esperto botanico, l’Erborista Angelo Bianchi ha classificato la nuova asteracea di luglio, prima individuata e segnata lungo il percorso e sotto fotografata, come Centaurea jacea (detta fiordaliso stoppione). La seguiremo anche in agosto e ne vedremo le caratteristiche. Sembra ci siano due sottospecie della C. jacea secondo la larghezza delle foglie: l’una max 1 mm e l’altra 6-7 mm (Cristina).

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Centaurea jàcea (fiordaliso stoppione). Esisterebbero (Cristina)  almeno due subspecie in funzione di foglie strette e  larghe.

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INTERMEZZO SULLA C. jacaea

Il 18-0tt. spedii a Cristina Anna una e-mail  di cui trascrivo una parte riguardante la jacea:

<<…ti allego qualche foto di due piantine, raccolte a distanza di pochi dm, che ho colto nella Macchia di Monterufoli ieri; probabilmente si tratta di una Composita e forse del genere Centauraea; per la specie si tratta di un’unica specie (per es., C. jacaea) o di due specie diverse? L’una ha foglie a lacinie (largh. max circa 1 mm); l’altra ha foglie lanceolate ruvide al tatto e leggermente spatolate (Largh. max  6-7 mm); circa uguali in lunghezza; forse stesso  stadio di fioritura…>>. Ecco le foto:

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Fine intermezzo

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IL PERCORSO E LE PIANTINE DI AGOSTO

ABBIAMO TENTATO GIA’ DI DESCRIVERE IL PERCORSO BOTANICO DI AGOSTO, MA CON SORPRESA LO SCRITTO E’ SCOMPARSO PER DUE VOLTE: PROVIAMO ANCORA UNA VOLTA!

In agosto si sono alternate settimane molto piovose ed altre di un caldo afoso. Questo ha permesso la ricrescita di alcune piantine scomparse o regredite in luglio e rifiorite a fine Agosto (per es., l’Iperico, la Plantago, alcune composite, ecc.). Altre sono esplose diffondendosi ovunque come la Verbena, i Finocchi, il Verbascum sinuatum. E’  fiorita un’altra Centaurea jacea verso il poggetto del Ponso, a sinistra salendo dal P. San Vittore. Lungo la strada dei Filosofi sta diffondendosi la Scrofulariacaea Linaria vulgare di agosto. (Vedere foto sotto). Da studiarne i particolari.

La Scrofulariacaea Linaria vulgare di Agosto

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La Scrofulariacaea Linaria

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Davanti al P. San Vittore è presente un denso cespuglio spinoso forse di Cirsium, una nuova pianticella di agosto (vedere foto sotto). Da studiarne i particolari.

L’Achillea millefolium di San Vittore ha i semi. mentre quella di via del Poderino, presso il cancello dello stadio, è stata tagliata insieme alla Silene e il cartello in peralluman è sparito! Ci auguriamo che non venga gettato in discarica, ma che serva al suo possessore per attivare la sua curiosità per questo mondo povero della botanica spontanea. Sarebbe la sua migliore fine, perchè è lo scopo per cui è stato costruito!

PROBLEMA DEL CIRSIUM DI AGOSTO

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L’Astreacaea Cirsium (?)  del P. San Vittore; ipotesi sul genere e sulla  specie (TT di Popper) di P. Pistoia: pannonicum o monspessulanum; da controllare (EE di Popper). Si confronti intanto con i disegni numerati sotto in E. Thommen (opera citata).

Disegnivisibili in Eduard Thommen (opera citata)

2835 – Cirsium monspessulanum

2836 – Cirsium pannonicum

In effetti le foglie non sono decorrenti al fusto e la ‘radice’ stolonica con semplici radicette! Forse l’ìpotesi non è corroborata! Vedremo tentativi successivi di ipotesi.

E’ stato interpellato il nostro erborista Angelo Bianchi, che ha avvallato l’ipotesi del genere (Cirsium) ed ha proposto come specie, C. arvense.

L’involucro a ‘bicchiere’, le  foglie pennatofide, la presenza di una infiorescenza aspetti notabili nei disegni forse potrebbero suggerire che la nostra pianticella possa essere una varietà del C. arvense. Una investigazione su un fiore singolo (presenza di 5 lacinie nella corolla), chiarirebbe intanto la questione del genere. Si apre una discussione.

DISCUSSIONE APERTA SULLA NOSTRA SPECIE DEL Cirsium

Piero Pistoia – In effetti, specialmente la parte alta della pianticella. che ad occhio presenta lunghi steli dei capolini, terminali  e solitari, e piccole e regolari foglie quasi intere (più oblungo-lanceolate) leggermente spinose, praticamente senza infiorescenze…, rendono il nostro Cirsium , almeno in apparenza, più elegante e meno selvatico del C. arvense di riferimento (vedere disegni); ciò si conferma anche osservando lo stesso involucro non a forma di bicchiere di vino (tozzo a pareti verticali o quasi), ma piccolo e delicatamente allungato mentre si restringe verso l’alto. Forse si può concludere che il nostro Cirsium arvense sia una varietà della specie standard. Insomma la nostra pianticella ha svariate  caratteristiche appartenenti alla zona di intersezione fra diverse specie di Cirsium e ciò mi porterebbe a formulare un’ipotesi fortemente azzardata, ma per questo profondamente scientifica (alta falsificabilità), cioè che si tratti di una nuova varietà.

Altri disegni da controllare in:

Eduard Thommen (opera citata)

2833 – Cirsium arvense

2834 – Cirsium palustre


…. e in Pietro Zangheri (opera citata)

5469 – Cirsium arvense; fiore singolo con ovario e pappo

5470 – Cirsium arvense; cima fiorita e foglie chiaramente pennatofide (incise fino a metà distanza bordo-asse

 

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CONFRONTARE I DISEGNI PRECEDENTI CON LE FOTO DEL CIRSIUM CHE SEGUONO (ESEGUITE DA P. PISTOIA)

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La foglia in basso a destra con 8 fori ha lunghezza 7.3 cm e larghezza max 1.8 cm

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Foglie inferiori pennatofide

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Foglie inferiori più pennatofide

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Capolino con foglie prese a diverse altezze sul caule

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Foglie tendenzialmente meno pennatofide (più ovali-lanceolate); capolini eleganti

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Capolini isolati su steli fioriferi

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Foto delle blattee dell’involucro (dim. L. da 2-3 a 10-11) del Cirsium; la  punta scura sembra che continui in un dorsale nera. Alla lente danno l’impressione visiva di un aglio stretto visto dal dorso.

INTANTO SIAMO ARRIVATI AI PRIMI DI  SETTEMBRE.

Gli ultimi temporali hanno modificato qualcosa nel percorso. Fra il P. Sant’Anna e P. San Vittore, in particolare presso il ‘pelago’ del P. San Vittore è esplosa la comunità della pianticella che abbiamo classificato come Centaurea jacea, che fa bella vista al bordo del piccolo laghetto del podere.

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IL FIORDALISO STOPPIONE : fiore lilla invece di celesteOLYMPUS DIGITAL CAMERA

Si stanno diffondendo rapidamente le gialle Linarie, mentre sta regredendo la fioritura del Verbasco a ‘candelabro’ e l’altra Scrofulariacaea Echium. Si iniziano a vedere i piccoli capolini gialli della Composita, già diffusa, Inula viscosa. Altre piccole composite hanno invaso il percorso da classificare. Sporadicamente è ricresciuto qualche Verbascum blattaria con un solo fiore e qualche Iperico giallo stellato; occhieggia ancora qualche fiore di Cicoria  insieme alle piante grigiastre con i suoi semi. L’Achillea, dove era rimasta, mostra i suoi frutti nerastri sporchi; si nota ancora qualche rara capsula di Nigella damascena. La piantina spinosa che abbiamo riferita al genere  Cirsium si è estesa per qualche metro quadro dal bordo strada verso il campo proprio davanti al P. San Vittore e sta ancora fiorendo in attesa di un nostro studio più approfondito sul seme ed il pappo ed altro. Al poggio Il Ponso, verso il campo, si notano fioriture abbondanti di Calamintha nepeta (armai diffusa ovunque) e qualche pianta rimasta da tempo di Salvia selvatica. Qua e là, dove erano, si nota ancora qualche Verbascum Blattaria ormai con i semi. Diffusa è anche la Verbena officinalis, il finocchio e anche l’Althea, nello stesso posto qualcuna ancora in fiore. Continua la diffusione dell’Ombrellifera di agosto che ancora dobbiamo classificare, perché nessuno fin’ora si impegnato a farlo.

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INIZIO PROPOSTA PER UNA TENDENZA A CAMBIARE ‘POLITICA’ NEL POST

Chi ha scritto fin’ora sul post, cercando di alimentare le discussioni ed ordinando le diverse informazioni e foto, ha problemi familiari e di tempo, per cui ha scambiato le seguenti email con la co-curatrice Cristina Anna Moratti, cercando di modificare la politica del post in corso.

PIERO P.-CR1-> contenuto inviato a Cristina per e-mail (DA RIPORTARE E CONTINUARE)

LA CLASSIFICAZIONE DELLA OMBRELLIFERA DI LUGLIO AGOSTO

Cristina Moratti, interpellata oggi (11-sett;11.30; oggetto: lavoro da svolgere sul percorso botanico), ha formulato un’ipotesi sull’Ombrellifera (Apiacea) di Luglio-Agosto ancora da classificare. Dovrebbe trattarsi di una Daucus carota non per le sue foglie molto variabili in questa specie*, ma per la presenza dei piccoli ‘fiorellini’ scuri al centro dell’infiorescenza, perché, afferma Cristina, ciò è tipico della carota selvatica, anzi è uno dei pochi segni che portano alla sua identificazione**. La pianta comunque, se stropicciata, profuma di carota. L’altra Asteracea con infiorescenza gialla, fotografata e descritta a giugno, ancora presente anche se rara, ma non ancora classificata, afferma ancora Cristina, potrebbe essere un Asteriscus spinosus (Pallenis spinosa).

CR-PIERO1 -> contenuto inviato da Cristina a Piero in risposta alla e-mail precedente (PIERO-CR1) (DA RIPORTARE E CONTINUARE)

*In effetti confrontare le foto delle foglie dell’Umbellifera  nel ‘diario’ di luglio con la Carota selvatica riportata sui testi di riferimento….

**Altri segni potrebbero essere la radice a fittone anche se non molto sviluppata, la contrazione dell’ombrella a nido di uccello, il numero dei raggi dell’ombrella e dei fiori per ogni raggio, la forma del seme, la forma delle stesse foglie ed altro. Vedere per es., gli schemi da riprendere dai testi di riferimento (potrebbero essere aggiunti). Vedere anche le tre foto successive della D. carota un po’ appassita fotografata oggi.

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D. carota radice

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D. carota: piantina media; rami e foglie

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D. carota: pianta terminale; rami, foglie e infiorescenze mature (ombrella completamente contratta). Sarebbe interessante riuscire a fare foto dei semi chiare. In molti casi la forma del seme è probabilmente l’elemento più decisivo nella classificazione.

Ci sono comunque oggi a settembre, altre composite ‘povere’, alcune molto diffuse, diverse  dall’Inula viscosa ed altro da classificare! (vedere foto sotto). Basta seguire il percorso, osservare, formulare le ipotesi e seguire i processi di controllo. 

PIERO-CR2 -> Su alcune foto  seguenti aggiunte a settembre (il procedere descritto dall’aforisma sul gatto) DA RIPORTARE E CONTINUARE

LE SUCCESSIVE SETTE FOTO RIGUARDANO UNA DELLE PIANTINE PIU’ DIFFUSE NEL PERCORSO

(La prima foto è di Cristina Anna Moratti)

Erigeron bonariensis piantina con pappi

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Composita

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Particolare della precedente. E la piantina a sinistra?

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composita uguale alla precedente. E la pianticella a sinistra e dietro?

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Composita uguale alla precedente. E la pianticella a sinistra e dietro?

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Composita uguale alla precedente

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Stessa della precedente

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Piantina con infiorescenza a ‘bruco scorpioide’; fiori bianchi a 5 petali (almeno nel ricordo)

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Uguale alla precedente

CR-PIERO2 -> e-mail sulle precedenti foto ed altre in settembre (DA RIPORTARE E CONTINUARE)

PIERO-CR3-> e-mail sulla sintesi sulla proposta, motivata anche da ragioni teoriche, per il cambiamento di politica sul post. (DA RIPORTARE E CONTINUARE)

TERMINE DELLA PROPOSTA PER UNA TENDENZA A CAMBIARE ‘POLITICA’ NEL POST

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ANCORA DA ORGANIZZARE LE FOTO DELLE E_MAIL DI CRISTINA

RIFLESSIONI CRITICHE E PERCORSI PER ACQUISIRE DIMESTICHEZZA EMPATIA ED EINFUNLUNG SULLE SPECIE PROPOSTE DA CRISTINA MORATTI

Cerchiamo di costruire le idee  di questi ‘oggetti’ nella mente a partire dalle ipotesi di Cristina

Osserviamo intanto da vicino l’Inula viscosa  o Cupularia viscosa (ceppica; da noi detta ceppita)

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Da notare le cime a pannocchia densa di fiori gialli

Inula viscosa pannocchia

Pianta perenne. suffruticosa con fusto eretto, legnoso alla base con foglie che si riducono salendo lungo il caule; capolini  (1-1.5 cm) numerosi con pannocchia ricca.

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RAMO FIORITO TERMINALE; FOGLIE INTERMEDIE; FORMA DELLE FOGLI E FIORE

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Foglie più o meno vischiose e oblungo-lanceolate debolmente crenate sessili o semi-abbraccianti; fiori con una decina di ‘petali’ al capolino (cioè petali dei fiori periferici esterni raggianti a linguette lunghe rispetto all’involucro – da descrivere e del quale ora manca la foto); se strofinata emette un odore aromatico poco gradevole; da continuare (aggiungere qualche disegno schematico).

SCHEMI DELL’Inula viscosa (seme e pianta) visibile nel TESTO DI P. Zangheri (Cedam; opera citata) e NEL TESTO DI S. PIGNATTI (Edagricole, opera citata)

Osserviamo anche la Composita gialla con fiori giallo-dorati spesso associata all’Inula che presenta molti più ‘petali’ intorno al capolino, con foglie quasi della stessa forma forse più minute e più rugose. Fusto senza rosetta basale; le foglie cauline tendono ad abbracciare il fusto con due orecchiette più o meno sporgenti (da controllare). Pianta lanoso-biancastra o mollemente tomentosa; radice non fittosa. L’ipotesi di Cristina Moratti è “Pulicaria dysenterica“, detta Incensaria comune.

Segue la bella foto di Cristina Anna Moratti del capolino della P. dysenterica

Pulicaria fiore

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VISIONARE LA Pulicaria dysenterica (5124) NELL TESTO DI P. ZANGHERI (Cedam, opera citata)

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Pulicaria dysenterica

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Ancora da approfondire

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Cristina Moratti ha classificato la piantina con infiorescenza a ‘bruco scorpioide’ come Heliantus europeus.

Eliotropio, Erba porraia; si incontra nel tratto mediano del percorso corrispondente a via dei Filosofi, scendendo sulla destra

Visionare i disegni schematici della pianticella precedente nei testi di P. Zangheri ed S. Pignatti (opera citata)

SI TRATTA di Borraginacea  cenerino pubescente, a fusti eretti fino a 40 cm; infiorescenza scorpioide densa; fiore a  calice partito, corolla imbutiforme bianca a cinque lobi;  fiori sessili; acheni rugosi.

SEGUONO ALTRE FOTO DELL’ELIOTROPIO

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Heliantus europeus

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SEGUE ANCHE LA BELLA FOTO DI CRISTINA ANNA MORATTI DELLA BORRAGINACEA DEL GENERE HELIANTUS, SPECIE H. europeum ESEGUITA  NEL PERCORSO A SETTEMBRE (particolare dell’infiorescenza).

Heliotropium infiorescenza

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QUI L’OBBIETTIVO CONYZA o ERIGERON?
CONYZA o ERGERON?

SEMPRE DI CRISTINA sono le due foto successive della Composita molto diffusa da lei nominata Erigeron bonariensis

Erigeron bonariensis piantina con pappiPianta alta con fiori, frutti e pappi. Penso che i fiori gialli non siano dati rilevanti (non appaiono mai in altre analoghe foto e neppure negli incontri (?) sul percorso).

Erigeron bonariensis cime con fiori e pappi

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COMMENTO DEL COORDINATORE Piero Pistoia (NDC)

Segue una foto di P. Pistoia di una specie dell’Erigeron (?) ripresa nel percorso: caule terminale con infiorescenza a pannocchia (?), fiore, frutto, foglia di base e foglia caulina. Altezze involucro 5 mm; max sezione involucro 3 mm; altezza fiore sopra involucro 1 mm.

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Foto di una specie dell’Erigeron (affine al genere Aster e al genere Conyza) ripresa nel nostro percorso: caule terminale con infiorescenza a pannocchia (?) di numerossimi fiori, frutti bianco-piumosi, foglia di base e foglia caulina. Altezze involucro 5 mm; max sezione involucro 3 mm; altezza fiore sopra involucro 1 mm, spessore capolino 4-5 mm.

Foglie inferiori lanceolate con qualche seghettatura verso l’alto; divengono più piccole, sottili e strette a salire.

Erigeron è composta dalle parole greche er e géron, primavera e vecchio, forse ad indicare la rapida perdita delle corolle dei fiori e delle ligule del capolino quando ci sono e il precoce apparire al loro posto delle piumosità bianche dei pappi con i quali terminano i frutti; i capolini giallini più chiari al contorno, diventano in breve ciuffi candidi. Vedere foto. Man mano che si sale lungo la pannocchia aumentano i fiori trasformati in frutti; nella parte inferiore si notano ancora i fiori giallini del piccolo capolino. Il talamo sembra convesso.

VISIONARE i disegni schematici della Composita del genere Erigeron  (da E. Thommen, (edit. Birkhauser Bale), opera citata) a partire dall’E. acer  e lo schema di E. canadensis (2653 del testo sempre di Thommen)

Dall’osservare attentamente le foto, le piantine sul campo,  partendo dall’ipotesi in prima istanza (Erigeron bonariensis), con i nostri testi di riferimento forse siamo in grado di formulare un’ipotesi di classificazione in seconda istanza, anche se abbastanza vicina alla prima.

  • Altezza fusto 1-6 dm, striato (sezione diversa dalla circolare) con peli addensati che ha radice forse a fittone e termina in una pannocchia i cui ‘rami’ a tendenza corimbosa densi di fiori sono ‘rivolti’ verso il caule accentuando la forma a pannocchia della cima.
  • Foglie inferiori lineari lanceolate, uninervie (un solo percorso centrale di alimentazione, una sola nervatura centrale) un po’ pelose; le superiori lineari strette.
  • Capolini diametro 5 mm, con involucro (altezza circa 5 mm, max larghezza 2-3 mm) formato da squame in due serie. Altezza fiori sopra l’involucro  1 mm.
  • Fiori periferici tubolari attinomorfi (alta simmetria), con 3-4 denti; assenza di ligule.

Seguono disegni schematici di riferimento per il raccontino precedente ripresi dai testi.

bonariensis0002FIORI ATTINOMORFI CIOE’ SIMMETRICI

Ipotesi in seconda istanza Conyza bonariensis (=Erigeron linifolius (foglie come quelle del lino), Erigeron crispus)

Saremmo onorati e soddisfatti comunque se un lettore interessato attivasse una propria argomentazione critica o una analisi personale dei dati forniti e di quelli da lui stesso recuperati da sue foto, da visite sul campo o dai nostri testi o da altri, o comunque dalle conoscenze a sua disposizione…., onde tentare di falsificare le ipotesi da noi proposte.  In questo consiste il processo scientifico e in particolare l’obbiettivo più importante di questo blog! ed è questo il significato di  “lavorare insieme per costruire conoscenza”

La piantina che appare nella foto dietro la bonariensis è in effetti un arbusto che Cristina ha classificato come Cornus sanguinaea, che sta per fiorire in questo autunno di nuovo (era fiorito anche a primavera) dopo svariate rasature.


FINE COMMENTO DEL COORDINATORE

Le due foto seguenti sono della composita ancora da classificare di Luglio-Agosto: Cristina Anna l’attribuisce alla specie “Asteriscus spinosus (Pallenis spinosa). Da commentare più in profondità (vedere in settembre)

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DA OSSERVARE ANCHE LE FOTO DELLA SEGUENTE COMPOSITA ANCORA DA CLASSIFICARE ASSOCIATA ALL’INULA E ALLA PULICARIA

(Presso il poggetto del Ponso)

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Piantina da classificare associata a Linula  e Pulicaria

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Piantina da classificare associata a Linula  e Pulicaria

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Piantina da classificare associata a Linula  e Pulicaria

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Piantina da classificare associata a Linula  e Pulicaria

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CIMA CORIMBOSA densa di capolini gialli

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Fusto eretto (H fino a 60-70 cm). Foglie sessili diminuiscono in dimensioni procedendo verso l’alto; la forma fogliare, che ‘pensata intera’ avrebbe forma sub-ovale, varia da pennato setta vicino al caule a pennato fisa o seghettata.

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Piantina da classificare associata a Linula  e Pulicaria

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Piantina da classificare associata a Linula  e Pulicaria

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Piantina da classificare associata a Linula  e Pulicaria

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Piantina da classificare associata a Linula  e Pulicaria

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Cima tendenzialmente corimbosa densa di capolini

Cristina Anna Moratti ha guardato le precedenti foto dell’Asteracaea da classificare; durante una sua visita al percorso in settembre, ha eseguito, sempre della stessa specie, anche  le due belle foto dal vivo relative all’infiorescenza con capolini e della foglia che seguono  e le ha classificate in prima istanza come appartenenti a Senecio jacobaea (Jacobaea vulgaris).

senecio1_fiore
senecio2

DA SINISTRA A DESTRA SEGUONO LE FOTO DI TRE CAPOLINI A CONFRONTO APPARTENENTI RISPETTIVAMENTE ALLE SPECIE CLASSIFICATE DELLA LINULA, DEL SENECIO E DELLA PULICARIA

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Da notare i capolini di Linula che ha fiori mediamente più piccoli delle altre due specie. Simile è il numero delle ‘ligule’ del capolino (poco più di 10) nelle prime due specie; molto più alto nella terza, più raggiate e stellari.

SEGUE LA FOTO DELLE FOGLIE RIFERIBILI RISPETTIVAMENTE ALLE TRE PIANTINE A CUI SI FA RIFERIMENTO NELLA FOTO CHE PRECEDE

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DA RIFARE

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Dal basso: foglie di Linula, Pulicaria, Senecio

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Durante la stessa visita Cristina Anna ha fotografato anche un’altra piantina di Asteracaea (le due foto dal vivo di un capolino e del gruppo di piantine) che ha classificato in prima istanza come appartenenti alla specie Cota tinctoria (Camomilla dei tintori). Manca il riferimento alla zona del ritrovamento, perchè non è diffusa come altre.

cota1Si vedono male le foglie

cota2

P. Pistoia ha eseguito la seguente foto delle foglie della Cota  (uno dei pochi esemplari del percorso a settembre) raccolte nel tratto di Via dei Filosofi, scendendo sulla destra, a pochi metri dal bivio con la vicinale S. Anna

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LA NUOVA COMPOSITA DI FINE SETTEMBRE

Foto di piantina osservata lungo la vicinale Sant’Anna scendendo, sotto il grosso cipresso sulla sinistra all’ingresso del podere vecchio e proseguendo a sinistra, davanti al casolare nuovo dello stesso nome. Altre piantine si rinvengono oltre Poggio Bartolino sulla sterrata per Poggio Bianco. E’ stata raccolta  e trasportata divenendo un po’ appassita.

Seguiranno foto dal vivo

Da osservare il fiore terminale sembra senza ligule o non ancora aperto.

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Caule eretto, liscio, ramoso per lo più  in alto, capolino molto piccolo apicale bianco-giallino (1-1.5 mm al di sopra della ‘copertura’ esterna (involucro) allungata, alta circa 6 mm e larga max 2 mm).

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Come sopra

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Come sopra

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Parte finale della piantina; foglie lisce, semplici, uninervie, lanceolate avvolgenti un caule liscio (decorrenti per qualche cm), più piccole e strette verso l’alto; la  radice appare  a fittone. Altezza max circa 50-60 cm. Qui si sono aperti i fiori. Fiori periferici con piccole ligule bianche che si aprono solo parzialmente all’esterno (rimangono, almeno per ora, un po’ a guisa di ‘corona’); max ampiezza fiore composto fino a circa 7-8 mm.

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Rametto fiorito con piccole ligule bianche, ora sembrano più aperte, che contornano un piccolo interno giallino (diametro capolino 8 mm circa).

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come sopra

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SEGUONO FOTO DAL VIVO

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Parte superiore pianta

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Parte inferiore pianta

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La pianticella dal vivo di fine settembre inizio ottobre

Cristina ha classificato la piantina come un’Asteracaea, appartenente al genere Symphiotrycum squamatum (=Aster squamatus), nome comune: Astro Autunnale.

Confrontando le foto e la loro descrizione e le caratteristiche dell’Aster Squamatus, si conclude che l’ipotesi è corroborata (nel senso popperiano di ‘temporaneamente verificata’).

Riassumiamo la descrizione:  fusto eretto che inizia da una radice a fittone e termina in un ramoso corimbo aperto; foglie inferiori lisce, semplici, uninervie, lanceolate avvolgenti un caule liscio, decorrenti per qualche cm (la_max per lu=1x circa 8 cm), più piccole e strette acute verso l’alto; foglie sui  rami fiorali (1×8 mm), involucro stretto conico_cilindrico allungato con squame a lesina da calzolai in varie serie, nere in punta (aggiungere foto involucro); fiori ligulati piccoli bianchicci; capolino circa 7-8 mm.

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Il Symphyotricum squamatum a confronto con Conyza (=Erigeron) bonariensis spesso associati strettamente in tratti del percorso (verso Poggio Bianco, dopo il cartello rimasto del Verbascum tapsus seccato, ultimo scorcio del percorso).

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Da notare la forma degli involucri del fiore

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CONFRONTO S. squamatum – C. bonriensis dal vivo

INSERIAMO QUI UN LINK con la crucifera Lepidium graminifolium, nuova rosetta di Cerithe,  Aster linòserys ed altro

SIAMO IN PIENO OTTOBRE……

IL PROBLEMA DELLA CRUCIFERA DI OTTOBRE

Ecco la prima nuova piantina da classificare; ad occhio sembrerebbe una Crucifera; forse un Erysimum? Vedremo. Sta diffondendosi rapidamente; l’abbiamo raccolta presso il podere Ponsino, ma l’abbiamo notata anche in altri punti del percorso. Seguono foto dal vivo.

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Crucifera da classificare

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Crucifera da classificare

Dopo una periodo di riflessione la precedente Brassicacea (=Crucifera) presso il Ponsino viene classificata da Cristina Anna come Lepidium graminifolium e si apre la discussionedi questa piantina seguono anche le tre foto di Cristina… e…:

Lepidium graminifolium

Lepidium graminifolium1

Lepidium graminifolium2

…e…  altre tre di P. Pistoia:

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Lepidium graminifolium: foglie  a diversi livelli

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Foto Lepidium pianticella intermedia

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MA ECCO UNA PIACEVOLE SORPRESA: il 9-ottobre Cristina Anna ha notato nuove e numerose rosette di base della ‘ghiandolosa’ Cerinthe proprio dove le piante di inizio estate già adulte furono distrutte dal trattore (oggi forse potranno arrivare a rilasciare i semi, col diminuire del lavoro dei campi). Seguono tre foto di Cristina:

CERINTHE_OTTOBRE

CERINTHE_OTTOBRE1

CERINTHE_OTTOBRE2

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Sempre ai primi di ottobre sempre Cristina ha fotografato la Cariofillacea Dianthus carthusianorum nei dintorni del P. Ponso (da precisare)

GAROFANO1
GAROFANO2

…e il più diffuso Cyclamen hederifolium (per vedere la scheda tecnica di quest’ultimo scritta sempre da  Cristina, cercare nel sito ‘La Carrozza del Gambini’) e …

Ciclamino napol

Ciclamino napol1

Ciclamino napol2

Ciclamino napol23

 

e…. (per risolvere l’enigma dell’Alyssum), la nuova e interessante  Composita Galatella (=Aster)  linòsyris  (Astro spillo d’oro); foto riprese sull’argine  vicino Podere S. Anna.

GALATELLA2
GALLATELLA

GALATELLA1

IL PROBLEMA DELL’ALYSSUM E DELLA GALATELLA

Osservando attentamente le foto dell’Astro spillo d’oro e visitando le piantine sul campo è probabile che nel mese di giugno fosse falso il mio ricordo dell’Alyssum; in effetti quella piantina gialla  che intravidi nel 2014 durante il footing è facile invece che fosse la linòsyris! Ecco risolto l’enigma dell’Alyssum trapiantato nel Neoautoctono!

Foto di P. Pistoia dell’Astro Spillo d’oro presa davanti al P. Sant’Anna. Oggi 19-ottobre l’Astro Spillo costeggia la strada verso il P. San Domenico dalla parte della vigna.

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VISIONARE IN E. THOMMEN (op. cit.)  SCHEMA DELLA

GALATELLA (=ASTER) lynòsiris

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Segue ancora una ‘erbaccia di odore sgradevole’ ripresa sul poggetto del Ponso, cresciuta in settembre che sta estendendosi a macchia d’olio; da classificare.

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La nostra co-autrice Cristina Anna l’ha fotografata (vedere sotto) e classificata come una Chenopodiacaea di genere Chenopodium  e specie album (Farinaccio). Alcune foto sono da cambiare.

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Fto P. Pistoia

 

FARINACCIO3

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Davanti alla stazione dell’Althea, studiata in estate, da tempo rasata,  prima del P. Ponsino, sono rifiorite alcune nuove cannabine. E’ ormai completamente diffusa la Linaria gialla, il finocchio da ‘castagne bollite’ e la Calamintha nepeta. Rimane anche qualche pianticella in fiore di Verbasco blattaria (una davanti al P. San Domenico) che forse perdurerà per tutto l’inverno e qualche nuova pianticella (rosette di base) del Verbasco sinuoso e della Malva iniziale; invece continua ad essere assente il Tasso barbasso. Rimangono alcune cime annerite ‘corimbose’ piene di semi della composita Achillea millefoglio e resti stecchiti scuri e capolini anneriti di Asteriscus spinosus verso il Ponso. Sono presenti e vistose tutte le altre Composite descritte (in particolare la Linula, il Selecio e la Pulicaria). Qua là riappare qualche fiore di Scabiosa e di Cicoria. Permane negli stessi posti la Centauraea jacea ancora in fiore e il Cirsium spinoso con rari capolini. Cristina a osservato le ultime foto della Centaurea Jacaea e pensa che si tratti di C. jacaea subsp angustifolia. Rare appaiono le piantine Labiate  di Salvia selvatica e di Ombrellifere. Permane il cespuglio di Composite di Anthemis (=Cota) tinctoria vicino all’incrocio di Via dei Filosofi con la Vicinale di Sant’Anna e in altri punti a metà di Via dei Filosofi, di controversa classificazione in particolare sulle dimensioni dei capolini. Sempre scendendo a sinistra per Via dei Filosofi è riapparsa una piccola piantina in fiore di Iperico perforato. Al P. Bartolino, sotto strada, appare una distesa di grossi capolini gialli di Tupinambur (Helianthus tuberosus).

L’ARTEMISIA

All’incrocio Mazzolari-Poderino, sotto strada,  una estesa stazione di Artemisia vulgaris (?) dopo svariate rasature sta ricrescendo; al margine (vicino al grosso ulivo) si notano alte piante fino a 2 o più metri con infiorescenze (da continuare e approfondire). Questa stazione è rimasta attiva, nonostante gli svariati tagli, per almeno 35  anni sempre diffusa fra l’attuale grosso ulivo sulla strada e le piante di sambuco ed oltre lungo un buon tratto di strada del Poderino, distesa sul versante che guarda lo stadio, al di là delle auto in sosta nello sterrato. Da una ricerca che feci a quel tempo mi ricordo che la classificai come A. vulgaris, che prenderemo come ipotesi iniziale). Ma come ebbe a scrivere il grande medico naturalista  fisico vissuto in pieno 1700 Giovanni Antonio Scòpoli (testo riportato da S. Pignatti , Vol III, pag. 101, opera citata):

<<Felix ille,                                                                                                                                                                                           qui ex auctorum Artemisiis                                                                                                                                                                 se feliciter exstricaverit>>,

che in italiano suona come:  <<deve ritenersi contento l’auctor che riuscirà a disistricarsi nel classificare le Artemisie>> e parlava uno che se ne intendeva!

Comunque noi, non così qualificati, faremo un nostro tentativo nel trovare la strada e rimandiamo come sempre ai lettori interessati di farne altri.

SEGUONO FOTO DELL’ARTEMISIA (mancano esplicitamente foto dei piccoli capolini e degli involucri e forse Cristina sarebbe in grado di farle!)

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RAMO FIORIFERO A PANNOCCHIA STRETTA DENSO DI FOGLIE 3-4 PENNATOSETTE  SEMPLICE, LINEARI NON SEGHETTATE, SEMPRE PIU’ PICCOLE SALENDO LUNGO IL FUSTO.

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FOGLIE INFERIORI DELLA STESSA FORMA E RADICE STOLONICA

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DESCRIZIONE DELLA PIANTA – Fusti eretti rigati alti fino almeno a due metri, legnosi in basso con  rami terminali fioriferi; foglie pennatosette, glabre e scure sopra e bianco-tomentose di sotto; le inferiori (circa 9 cm x 10 cm) con  tre-quattro lacinie lineari poco dentate (quasi intere) per lato; verso l’alto tendono a diminuire di area; capolini quasi sessili, forse a coppa (1-1.5 x 3 mm) in pannocchia fogliosa stretta pendula; radici stoloniche  superficiali. Odore debole e poco gradevole.

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FOTO DAL VIVO

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LO SCORCIO DI STRADA A SINISTRA INDIVIDUA L’INCROCIO FRA VIA DEL PODERINO CON VIA DON MAZZOLARI (quest’ultima indicata dalla freccia)

VISIONARE SCHEMI DELLA A. vulgaris IN S. PIGNATTI VOL III, PAG. 103,  EDAGRICOLE  E DA THOLMENN (op. cit.)

VISIONARE SCHEMI DELLA Artemisia. verlotorum (A. DEI FRATELLI VERLOT) IN S. PIGNATTI VOL III, PAG. 103,  EDAGRICOLE  E DA THOLMENN (op. cit.).

2754 A. vulgaris

2755 A. verlotorum

da E. THOMMEN “Atlas de poche de la flore suisse” Editions Birkhauser Bale

RAPPORTO PROTOCOLLO-SPERIMENTALE /IPOTESI NEL NOSTRO CASO (da chiarire)

A. vulgaris differisce da A. verlotorum solo per alcuni aspetti: quelli ‘sperimentati’ – vedere foto – sono 1) la radice di A. verlotorum è stolonica; 2) le sue foglie sono tendenzialmente intere e scarsamente seghettate; 3) il suo involucro appare forse leggermente più corto tondeggiante, ma non ovoidale; la sua pannocchia è forse più stretta. L’aspetto di confronto incerto è il profumo che nell’esperimento (pianta stropicciata ed annusata) è assente o sgradevole.

CONCLUSIONI

La mia ipotesi proposta all’inizio ‘risulterebbe’ falsificata; è preferibile l’ipotesi che la piantina sia una Composita il cui genere sia Artemisia e la cui specie sia A. verlotorum (ipotesi corroborata). L’efficacia delle nuove ipotesi non obbediscono a nessun trucco se non quello di contenere più ‘elementi di verità’ di quelli delle ipotesi precedenti rispetto a un quadro di riferimento.

Nel mondo complesso, sosteneva K. Popper, se leggiamo fra le righe, ogni ipotesi è da ritenere falsa; per procedere nella conoscenza è necessario, se corroborata, tentare di falsificarla con ogni mezzo toccando ‘il reale’, qualsiasi cosa voglia significare, cioè  ‘sbucciando la cipolla’  del territorio complesso in studio, sempre più in profondità.

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ECCO LE FOTO RIPRESE IL 18 OTTOBRE

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Linaria officinalis sempre più diffusa (foto in via dei Filosofi)

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Symphyotricum squamatum ed Erigeron bonariensis, piantine con frutti in Via dei Filosofi

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E’ rinata l’Erba Querciola (Camedrio; Teucrium camedris) sull’argine del P. Sant’Anna e presso la  deviazione per il P. S. Pietro, dove appaiono anche tracce delle estive piantine con semi anneriti.

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Erba Querciola (Camedrio); si intravedono vecchie piantine con semi sul calcare conchigliare del Pliocene medio dell’argine subito dopo il bivio per il P. San Pietro

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Rinate rosette di Spirea-Filipendula (foto sull’argine del P. Sant’Anna con etichetta)

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Rametti di Ulmus campestris sopra rosette nel fossetto di Filipendula exapetala presente in ottobre davanti all’argine del P. Santa’anna.

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Caratteristiche delle foglie dell’Ulmus campestris che partono sfasate a partire dal picciolo.

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Rosette di filipendula nel fossetto al di là della strada davanti all’argine del P. Sant’Anna, sotto gli aceri.

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Foglie di Filipendula sotto e di Millefollio sopra

Rosette basali di Achillea millefolium sono ora rinate abbondanti nel fossetto lungo strada al Podere San Vittore, salendo a sinistra, proprio sotto i corimbi delle piante precedenti già rammentati, maturati durante l’estate ormai rinsecchiti ed anneriti, ma ancora presenti a sovrastare quelle del giardino. Seguiranno foto.

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Rosette di base di A. millefolium nel fossetto sotto l’argine del P. San Vittore nate dai semi delle poche piantine estive sovrastanti descritte in luglio, che ancora esistono rinsecchite e con corimbi anneriti.

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L’argine del P. San Vittore su cui esistevano in luglio le achillee in fiore, ricresciute in rosette nel fossetto alla base, oggi in Ottobre. Ingrandendo si nota ancora qualche ‘corimbo’ rinsecchito di Achillea. La strada sale sul poggetto del Ponso.

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Si tratta di una Olivacaea: Ligustrum vulgare, classificato da Cristina, a foglie lanceolate ‘tenere e lisce ‘e semi-caduche davanti al P. San Domenico con bacche nere mature. Avevamo proposto l’ipotesi del Lillatro su  ‘l’idea’ sbagliata che avevamo di esso!

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Il Ligustro qui davanti al P. San Domenico è associato ad altre piante della macchia mediterranea (Pistacea lentiscus, Ulmus campestris, Quercus ilex, l’Alaterno, il Viburno, …). Questo fitto ‘arbusteto’ è anche intrecciato con la Lianacea spinosa Smilax aspera (Roghetta-stracciabrache) della quale Cristina a fine ottobre ha notato una seconda vistosa fioritura, invece di <<mostrare i grappoli con le sue belle bacche lucide>> come avrebbe dovuto. La S. aspera è ricordata in paleo-botanica perché, insieme ad altre piante, (per es., l’Alloro, la Palma nana…), rimasero indietro alle nostre latitudini, nella lenta migrazione in tempi geologici delle piante dal Polo verso l’equatore. Segue la foto di Cristina di Smilax in fiore:

Smilax aspera

…e le foto delle foglie della Smilax mosse dal vento, di P. Pistoia

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…. e la foto di alcune foglie dell’ “arbusteto” al P. San Domenico

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(?) Vinca major (Cristina)

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DIGRESSIONE PER CORREGGERE LE IDEE CHE CREANO DEFAILLANCE

Seguiranno foto (anche di Cristina) e disegni schematici  per il confronto con le altre due Oleacaee del genere Fillirea (F. angustifolia e latifolia) o Lillatro e con altre, con bacche e piccoli frutti, della macchia mediterranea.

Come nasce un’idea sbagliata?

Intanto la piantina della foto sotto è un Lillatro latifolia? Se sì, questa è la sola idea che avevamo del Lillatro. Non avevamo mai visto il Ligustro, nè il il Lillatro a foglia angusta, ne consegue……. una ‘ipotesi tentativa’ da falsificare. Se poi la risposta è negativa non avevamo mai visto nè un Lillatro nè un Ligustro, avevamo così ‘sparato’ una ‘ipotesi tentativa’ praticamente a caso (ipotesi debole), anche se per Popper, ipotesi scientificamente fondata.

Proponiamo due foto di un presunto Lillatro. Si tratta di un Lillatro a foglia larga? Come si presenta quello a foglia stretta?

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I rametti riportati sotto sono dell’Oleacaea Fillirea latifolia?

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Proponiamo a tempo debito agli autori del post in questa digressione una carrelata sulle piante della macchia mediterranea a piccoli frutti . Il percorso da seguire potrebbe essere quella accennato per l’Alisso; cioè scrivere un articolo con un Word Processor (da spedire per e-mail o da immettere direttamente dall’edit) con inserimento diretto al suo interno delle immagini (non verrebero inserite in .ipg, ma farebbero corpo con l’articolo, che verrebbe poi richiamato con un link da questo paragrafo. Sinceramente sono contrario a segmentare a mosaico (già la presenza del colore lo fa) le comunicazioni culturali, meglio una seriazione con indice! A mio avviso si perde in serietà, professionalità ed attenzione a favore del niente. (Vedere anche i testi scolastici attuali a mosaico pieni di macchie di colore e rimandi).

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Una specie di ‘rapa’ a foglie larghe 2-3 sette  verso il picciolo, a fiori gialli nata accanto alla Cerinthe al Ponso. A destra si intravede la grande rosetta di base riprese nella foto sotto.

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Cristina, la nostra co-autrice e ‘classificatrice’ di riferimento, invitata ad osservare questa Crucifera, dalle foto è incerta fra una Brassica nigra (Senape nera) o Brassica rapa (Colza) se avesse le foglie abbraccianti il fusto, o ancora Rapistrum rugosum, se le piccole silique fossero meno allungate delle altre rotondeggenanti; dice che si recherà sul posto poi si vedrà.

Si è recata sul posto e  racconta che:<< La fioritura della Brassicacea in questione sta diventando superba, come la rosetta di foglie che le sta vicino. Non è facile identificare questo genere di Brassicacee, tutte molto simili, soprattutto se la seconda loro fioritura non portasse ad osservare bene anche il frutto. Però vista da vicino, mi sono quasi convinta che si possa trattare  di una Senape selvatica – Sinapis arvensis . Oltre il fiore, è proprio la rosetta basale che è tipica di questa pianta>>. Seguono le tre belle foto di Cristina di questa Senape:

SENAPE

SENAPE2

SENAPE3

Seguono anche tre foto di P. Pistoia delle foglie di Sinapsis arvensis

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Silique e foglia superiore Sinapsis arvensis

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Si allega la foto di una pagina ripresa da un interessante libro, con schizzi originali affiancanti lo scritto sintetico e rilevante, a firma di due ricercatrici dell’Istituto Botanico dell’ Università di Pisa,  A.M. Pagni e G. Corsi, stampato da Arti Grafiche Pacini Mariotti, Pisa che ringraziamo.

Sinapsis arvensis

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SEGUONO FOTO DI CONFRONTO ATTUALE (metà ottobre) FRA:  Erigeron (Conyza) bonariensis e Symphyotricum (=Aster) squamatum, ‘compagne’ sul campo, frequenti scendendo via dei Filosofi e verso Poggio Bianco a sinistra della strada.

Da riorganizzare e/o sostituire; è meglio ingrandire!

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Notare frutti e involucri

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A sinistra si intravede il S. squamatum

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C. bonariensis con piantina centrale e traversa a metà verso sinistra di S. squamatum

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OK

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La pianticella del Symphyotricum  è più snella ed elegante della Conyza

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Foto dell’Astro spillo d’oro fotografato il 20 ottobre verso il P. San Domenico lungo la vigna

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Ecco la nuova piantina ‘puzzolente’ che sta crescendo; una Labiata (=Lamiacea) con foglie forse (se è affidabile il ricordo) simili in forma a quelle della Melissa profumata o delle mente selvatiche; è stata fotografata sul poggio del Ponso, vicino alle  rosette di Cerinthe (le foglie sono di fatto più scure e risultano un po’ schiarite dal flasch).

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Si notano i primi fiori di Labiata in basso a sinistra. Cristina Anna prima di pronunciarsi attende qualche fioritura più sostanziosa; oggi 31- Ottobre afferma: <<…suppongo  si tratti  di Ballotta nigra (Marrubio fetido) dato l’odore ed i fiori che stanno spuntando ora, anche se la vera fioritura  è sicuramente a primavera; ho notato che l’infiorescenza che si nota nella tua foto,  non si riferisce a questa pianta, bensì ad una Nepetella che si insinua sotto la pianta in questione>>. Si può osservare nell’ingrandimento o meglio attivandone il profumo ( nota dell’Estensore dello scritto).  Seguono due foto di Cristina della Ballotta:

Ballotta nigra1

Ballotta nigra2Sembra che il nome della sottospecie della Ballotta si possa individuare dalla forma del calice; visionare il calice da P. Zangheri (op. cit.) della piantina Ballotta nigra subsp foetida (4156) e della Ballotta rupestris subsp foetida (4158)

Forse i lettori saprebbero, dalle foto di Cristina, ricavare la possibile sottospecie della Ballotta in questione!

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Oggi alla fine di Ottobre Cristina afferma “Comunque ho notato in questi ultimi periodi, sia le piante erbacee, sia  gli arbusti e addirittura gli alberi da frutto, con le recenti situazioni meteorologiche  un po’ estremizzate, hanno avuto una seconda fioritura se non addirittura anche una fruttificazione”

Oggi 31- Ottobre ho fotografato la Composita, Asteriscus, rinata che sta rifiorendo, insieme a vecchi capolini, andando verso San Vittore a sinistra subito dopo l’ultimo edificio della Villa di Campagna Sant’Anna; un altro Asteriscus e rinato in via dei Filosofi ad una ventina di metri dopo il bivio con via del Poderino scendendo a destra. Ho fotografato anche  una nuova piantina ‘gracile’, ma invasiva in tutta la strada, da classificare:

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Anche Cristina ha fotografata piantine come la precedente. <<Dal lato del Casale Ponsino fino ad oltre Sant’anna, si notano delle piantine di una Euphorbiacea con le foglioline seghettate color verde brillante, come pure la sua infiorescenza. Si dovrebbe chiamare Mercurialis annua (Mercorella comune)>>. Seguono le sue tre chiare foto:

Mercurialis annua1i

Mercurialis annua2

Mercurialis annua3

NDC

Caratteristiche della Mercurialis annua: si notano piccoli fiori verdicci e insignificanti, unisessuali portati da piante separate (piante dioiche). I fiori maschili ridotti a un perianzio rudimentale, che  circondano una decina di stami, sono raggruppati in glomeruli e aloro volta riuniti in spighe lasse. I fiori femminili anch’essi di scarsa rilevanza sono riuniti in gruppetti all’ascella delle foglie.

Ancora tre foto della Mercurialis a confronto 1 – con la Vetriola appena nata sull’argine poco prima del Ponsino, 2 – con la Lychnis alba (?)  davanti alla strada del Ponsino  e, poco dopo il Ponsino, 3 – con un’erbetta da classificare, vicino al cartello indicativo della Borrago, di P. Pistoia

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FINE NDC

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L’erbetta da classificare a destra potrebbe essere una Euphorbiacaea?

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Sempre Cristina nella sua visita del 31 ottobre afferma:<<Ancora poche decine di metri sotto Cherinte, ho notato delle piantine di Calendula, ma le foto non sono una meraviglia…>> Seguono tre foto della Calendula con capolini in fruttificazione.CALENDULA1
CALENDULA2
CALENDULA3

Vorrei fare una riflessione. Calendula è un Genere appartenete alla famiglia delle Composite… è possibile, osservando le foto risalire alla specie? Ecco, ci si muove a costruire e comunicare l’ <idea> nella mente : “Il gatto è il gatto (Felino), perché ha i baffi a filo di ferro”. Sembra una battuta, ma è molto di più: è la risposta di un alunno (un po’ bernesco) a cui il docente ha tentato di insegnare nella classe l’idea del gatto! Se interpreto bene, mi sembra che le foto abbiano evidenziato i semi nel capolino e spesso i semi sono elementi classificatori importanti anche per la specie. Bisognerebbe sempre consapevolmente anche cercare di fotografare evidenziando quegli elementi che servono a chi osserva per costruire/comunicare l’idea della piantina in studio! Una  foto specifica chiara dei semi della Calendula fotografata sopra potrebbe essere importante.

VISIONARE IL DISEGNO SCHEMATICO SEMI DI CALENDULA  da S. Pignatti (op. cit)

C. officinalis: C, D, raramente b

C. arvensis:     A, B, D

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CRISTINA ANNA MORATTI termina la sua passeggiata sul nostro percorso floristico del mese di Ottobre, con queste osservazioni: <<Lungo tutto il percorso, è stato bello avere la compagnia della Bellis perennis. Questa piantina che fiorisce in ogni stagione, quando meno te lo aspetti, diventa anche prorompente, con i suoi capolini che decorano campi interi>>.

Bellis perennis1

Belli perennis2

Bellis perennis3

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SIAMO ARRIVATI A NOVEMBRE

Intanto non sono riuscito ad osservare  i frutti della Calendola a qualche decina di metri dopo il Ponso.  Comunque credo di non aver mai visto una Calendula!

Ho notato invece una crescita di pianticelle di Menta, anch’essa Labiata, non ancora fiorita, al bordo strada proprio davanti ai ciuffi della Ballotta nigra; qualche pianticella in fiore si trova invece a sinistra poco prima a circa un  metro  subito sotto strada. Le tre pianticelle, presenti  insieme alla Ballotta, quattro se si aggiunge la Salvia selvatica, si distinguono nell’immediato strofinandole: la Ballotta è fetida, la Calaminta ‘sa’ di Nepitella e la Menta di Menta, la Salvia (?)… nessun odore! Ho cercato di fotografare come mi riesce:

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Menta e Nepitella al Ponso

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Lycnis alba poggetto il Ponso

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Resti di Asterisco, rosette di Salvia selvatica (?), erba di campo al Ponso

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Le foto sinottiche della piantina raccolta al Ponso è una Salvia selvatica?

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Ipotesi sulla Labiata: Salvia verbenaca

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Si attendono quelle più chiare di Cristina

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Foglie della Ballotta fetida, in alto a sinistra e della Menta

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Foglie Ballotta, Menta e Calaminta

La vegetazione così florida sul poggetto del Ponso è probabilmente favorita dal grosso accumulo di concime subito sotto strada.

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Una ventina di metri dopo il Ponsino verso S. Vittore, sulla destra esiste una etichetta (ancora presente; quelle per la Cerinthe e per Achillea sono sparite!) per la Borago officinalis che era seccata; ora sono riapparse delle rosette di base; speriamo che siano di Borago ricresciuta.

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Nuove rosette di base  di Borago (?) vicino ad una Mercorella

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Lycnis a destra e Mercurialis in alto a sinistra

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Presso il cartello Borrago, Mercurella ed erba da classificare

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All’altezza del P. San Domenico, sul basso argine del podere dove da poco hanno piantato cipressetti toscani ‘affilati’,  ho fotografato, una piantina che sta rifiorendo, con alcuni frutti verdastri a grappoli, rotondi di circa mezzo cm; all’aspetto e dal fiorellino mi è sembrata un erba Morella un po’ sciupata (i frutti della Morella, se ben ricordo, sono neri). Si richiedono approfondimenti.

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Oggi purtroppo (9 ott.) hanno rincalzato i cipressetti eliminanto le piantine!

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Oggi 4 Novembre nel tratto di via del poderino, subito sotto strada, vicino alla rete del campo sportivo, ho fatto fotografato una rosetta di Borragine rinata (?) e un’altra  a foglie larghe da individuare, forse di una Lunaria annua o Medaglioni del Papa (Cristina).

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Insieme alla rosetta di base  a lamine ovate si notano: a sinistra in basso Il Chenopodium album fiorito (Farinaccio), La Mercurialis (Mercurella), tracce di erba di campo e in alto una specie di ”liana’ strisciante ….ed altro

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Insieme alla rosetta forse di Borago officinalis (?), in basso di notano foglie di malva, a destra in alto si intravede la Mercurella e più al centro un ciuffo  un po’ sbiadito di Ballota nigra (Marrubio fedido)…..ed altro

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Probabile rosetta basale con foglie a cuore tendenzialmente triangolari astate forse di Lunaria annua o rediviva insieme in alto con la Mercurella circondata da una specie di ‘liana’ strisciante…ed altro. Se sviluppa vedremo.

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Pianticelle di menta al Ponso

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Menta al bordo strada e dietro Ballotta al ponso

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Oggi 10 ott. ho posto un indicatore in lega di alluminio, a 4-5 metri dal secondo ingresso al P. Sant’Anna, sull’argine fra i cipressi, per indicare un mazzetto ancora in fiore (ancora per poco) di Galatelle (Aster linòrysis, Astro spilla d’oro). Intanto si è interrotta la discussione sulle piantine fotografate pochi giorni fa in via del Poderino,  sotto strada vicino alla rete dello stadio: è stato rasato il prato sopra il campo sportivo! AD MAIORA.

DA SISTEMARE E DA CONTINUARE…..NELLA PARTE SECONDA

USO DELLA COSTA LIVORNESE: SVILUPPO PORTUALE E CONFLITTI del dott. prof. Paolo Ghelardoni

GHELARDONI PROF PAOLO_ BREVE CURRICULUM1

USI DELLA COSTA (1) LIVORNESE in PDF

SVILUPPO PORTUALE E CONFLITTI D’USO DEL TERRITORIO COSTIERO: IL CASO LIVORNESE

Dott. Prof. Paolo Ghelardoni

Il contributo prende in esame l’evoluzione recente del porto di Livorno, con le trasformazioni strutturali del retroterra immediato e dei traffici, e le interazioni con il quadro di usi del territorio costiero per effetto del processo di trasformazione economica dell’area. Questo territorio, oggetto dell’indagine, è una parte consistente di quella che nei discorsi politici pisani e livornesi viene denominata « area vasta» per la quale si indica da tempo la necessità di un coordinamento interprovinciale per la complementarietà economica e funzionale che presenta e per la composizione professionale tipicamente « urbana»; area che è stata più volte oggetto di studio da parte di geografi pisani (Da Pozzo, p.635).

Appartenendo questo territorio all’area mediterranea, la conservazione ambientale si inserisce nel sistema come una componente essenziale per la salvaguardia del patrimonio naturale e per la utilizzazione razionale delle risorse e rappresenta il punto di incontro fra i sistemi culturali ed economico-sociali da un lato e i sistemi naturali dall’altro. Nel nostro mare, dove lo sviluppo delle attività produttive è in costante aumento, questa concezione si confronta, talvolta anche aspramente, con l’esigenza di mantenere inalterato il patrimonio naturale e di utilizzare le risorse in maniera equilibrata senza pregiudicare la loro disponibilità per le esigenze future. Essa è il fondamento di Agenda 21, il piano di azione messo a punto nell’ambito del congresso sulla situazione ambientale del pianeta organizzato nel 1992 dall’ONU a Rio de Janeiro, che evidenzia la necessità di conciliare le esigenze della conservazione degli oceani e della fascia costiera con quello dello sviluppo delle attività produttive (Cognetti, 1999).

La costa comprendente la città di Livorno e le aree adiacenti sia a nord che a sud è fortemente condizionata dalle attività portuali che, per l’espansione dei traffici, determinano conflitti per l’uso del territorio.

La zona costiera nord, dove il confine provinciale corre quasi a immediato contatto con la città, a partire dal Calambrone è interessata da spiagge di larga frequentazione balneare tuttavia interessate da fenomeni erosivi; a qualche km all’interno, l’Arnaccio, lo Scolmatore di piena dell’Arno e altri fossi connotano una piana a quote di pochi metri al di sopra del livello del mare con estesi residui di paludi, utilizzata comunque dall’insediamento di un interporto.

L’affaccio marittimo dell’area urbana di Livorno per la metà settentrionale riguarda le strutture portuali, mentre la parte sud alterna strutture cittadine di loisirs, balneari, dell’Accademia Navale, di porticcioli turistici.

Il porto di Livorno, di sviluppo plurisecolare, multifunzionale, è dotato di punti di accosto per navi mercantili, porta-containers e navi miste, che procurano un traffico merci che lo pone ai primi posti nella classifica dei porti italiani; il porto registra anche un consistente traffico passeggeri per le isole del Tirreno e un rilevante scalo di croceristi.

Negli anni recenti, nella serrata contesa tra compagnie di navigazione per acquisire crescenti volumi di traffico containerizzato e nella guerra di tariffe tra i porti e tra gli operatori del traffico feeder, il porto di Livorno si situa al 5° o al 6° posto per numero di teu movimentati.

Come è accaduto in altre città portuali (Hoyle et Al.,1988) anche a Livorno si sono verificati mutamenti nei rapporti tra la città e il porto; per lunghi periodi l’espansione dei traffici portuali ha adattato alle proprie esigenze lo sviluppo della città, giustificato dalla consistente forza lavoro impiegata, dalle varie attività complementari, dall’adeguamento delle infrastrutture e delle comunicazioni. L’aumento del traffico dei contenitori ha portato maggiore ricchezza, ma essendo sempre più «capital intensive», richiede sempre maggiori spazi, più automazione e organizzazione, ma caduta di occupazione. Alcune strutture legate al porto sono state localizzate in aree periferiche della città usufruendo della disponibilità di maggiori spazi per la movimentazione delle merci, per motivazioni ambientali, per consentire una migliore qualità della vita urbana. L’allontanamento di strutture industriali dal porto ha anche determinato l’esigenza di attivare processi di recupero delle aree dismesse dall’industria, rivitalizzandole e trasformandole in sedi di attività commerciali, ricreative, ricettive tanto da conferire una dimensione di nuovo quartiere urbano al fronte mare, che sfrutta anche la sua vicinanza al centro storico; anche Livorno sta trasformandosi da «città portuale» a « città con un porto» (Soriani, 1998). Come frequentemente si è verificato in molte città portuali, anche qui si è sviluppato il nuovo «waterfront». « La componente più impattante della struttura portuale si trasferisce in siti adiacenti che offrono più mare e più terra; soprattutto maggiori fondali da destinare alle grandi navi e più terra da utilizzare per le operazioni di stoccaggio e movimentazione delle merci… Trasferita fuori dal tessuto urbano l’attività commerciale pesante, il porto storico acquisisce la dimensione di nuovo porto cittadino….piazza centrale, luogo d’incontro e catalizzatore di eventi culturali e turistici di un’area urbana che con il mare interagisce e crea sinergie. Si realizza pertanto un sistema urbano costiero in cui città e sistema portuale ricavano un reciproco vantaggio ed una comune identità in grado di suscitare un’associazione di immagine per cui l’una evoca inevitabilmente l’altro e viceversa» (Greco,p.13).

I traffici recenti del porto di Livorno.

Se prendiamo come riferimento i dati del traffico containers nei porti italiani vediamo che Livorno nel 2005 con una movimentazione complessiva di 658.506 teus si trovava al 5° posto dei porti italiani dopo Gioia Tauro, Genova, La Spezia e Taranto e precedendo Cagliari. Nel 2007 il porto toscano, che è essenzialmente un porto di destinazione finale, essendo contenuta l’attività di trasbordo, ha compiuto un balzo notevole toccando i 745.557 teus superando Cagliari in consistente diminuzione ed avvicinandosi a Taranto in lieve flessione, contribuendo al complessivo incremento del traffico container italiano che nel 2007 ha superato i 10 milioni di teus. I trasbordi dei container costituiscono il 10% della movimentazione complessiva.(CCIA, 2008,p.159). Nel 2008 si è avuto un ulteriore incremento fino a raggiungere quota 778.864 teus (Aut.Port.Liv.,I traffici del porto di Livorno. Genn.Dic.2008.Gab.Presidenza).

Per quanto riguarda il movimento merci allo sbarco si è passati da 15.941.000 tons del 2000 ai 20.497.219 del 2008, mentre all’imbarco si è passati rispettivamente da 8.641.000 a 13.532.151 del 2008 (l’unico porto con trend positivo dell’Alto Tirreno), quindi con un aumento totale da 24.583.000 a 34.029.370 del 2008. I principali aumenti percentuali hanno riguardato le merci su rotabili e Ro-Ro, dovute allo sviluppo delle Autostrade del mare, seguite da merci in colli e numero, determinato da prodotti forestali, cellulosa e pasta per carta , poi merci in contenitore. Nel porto di Livorno si genera anche un notevole movimento di auto nuove allo sbarco (al primo posto in Italia) per lo più di marca coreana, giapponese e francese e all’imbarco di auto Fiat, anche se si è registrata una diminuzione del 28% nel 2008.

Le principali direttrici del traffico containerizzato del porto di Livorno riguardano il Nord America Atlantico per il 26,64 %, recentemente in diminuzione, l’Estremo Oriente per il 14,25% che ha raddoppiato per l’exploit della Cina (11), il Sud America Atlantico per il 14,04%, con il principale apporto del Brasile, seguite da Italia e poi Africa Occidentale con valori entrambi poco superiori all’8 %.(CCIA ,2008,p.162)

Il suo retroterra è costituito principalmente dalla Toscana, seguita dalle Marche, poi dall’Emilia Romagna e dal Veneto.

Mentre le rinfuse liquide sono merci povere che riforniscono gli impianti petroliferi vicini al porto, crescono negli ultimi anni i prodotti forestali e la cellulosa (provenienti in buona parte dal Cile) destinati soprattutto alle cartiere lucchesi; per l’export le piastrelle in contenitore arrivano in treno dall’Emilia. Da notare l’aumento degli autoveicoli arrivati che dà a Livorno il primato italiano e che, da pochi anni, vengono avviati al parco del Faldo. In pratica questo porto si qualifica come «gateway» della Toscana.

Forte sviluppo recente registra il movimento passeggeri. Per il traffico dei traghetti Livorno è collegato con Bastia, con Cagliari, con Olbia, con Golfo Aranci, nel periodo estivo con Tunisi, mentre la Toremar fornisce un servizio giornaliero con le isole dell’Arcipelago Toscano, essenzialmente con Capraia e Gorgona.

Il totale dei passeggeri annui di questo settore da 1.251.000 nel 1997 è salito ai 2.308.684 del 2006 con la consueta forte stagionalità con un periodo di affollamento tra giugno e settembre ed oltre un quarto concentrato nell’agosto; con un lieve incremento nel 2008 si sono raggiunte le 2.329.921 unità.

Il traffico delle crociere, sia come navi che come passeggeri, registra un trend in continua crescita; dal 2003 le navi crociera attraccate a Livorno sono passate da 316 a 565 nel 2008, mentre i passeggeri sono saliti nello stesso periodo da 363 mila agli 830 mila; caratteristica di questo movimento passeggeri è una tipica destagionalizzazione in quanto nei mesi da maggio a ottobre il numero dei passeggeri arrivati si differenzia di poco. (CCIA, 2008, p.168). Nel settembre 2008 è stato inaugurato il molo Italia che facilita l’attracco di navi da crociera giganti come la Indipendence of the Seas della Royal Caribbean (www.portolivorno2000.it).

Problemi e ipotesi di soluzione.

Il gigantismo navale che caratterizza il mercato dei contenitori chiede maggiori fondali, l’intermodalità chiede più spazi e più efficienti connessioni, chiede anche servizi integrati da cui l’importanza dell’informatica. Ne emerge come la pianificazione richieda un processo qualitativo importante recepito nelle valutazioni della Regione Toscana, che a più riprese ha sottolineato l’importanza di alcuni problemi che condizionano l’attività portuale, vale a dire: i (relativamente) bassi fondali, in pochi casi sui 13 metri (mentre nei principali porti concorrenti si va per i 15 m. o addirittura 16); i limitati spazi di piazzale; gli uffici e le strutture pubbliche inerenti lo scalo marittimo dispersi in varie zone del porto e della città; l’insufficienza della comunicazione informatica tra i vari soggetti; la carenza di pianificazione per il miglioramento di servizi e di procedure.(Regione Toscana,P.I.T.).

Una soluzione di razionalizzazione portuale potrebbe consistere nel trasferire alcuni servizi all’Interporto «A. Vespucci» di Guasticce, (22) già utilizzato da alcuni terminalisti. E’ in via di completamento tra gli altri il terminal per le Autostrade del Mare che si propone di realizzare un network che unisca i collegamenti marittimi tra Spagna e Livorno con quelli ferroviari e autostradali con Ancona e gli altri scali dell’Adriatico con proiezione verso l’Est Europa. Tuttavia restano da considerare i costi delle rotture di carico dal porto fino a questa nuova struttura situata a 6 km, collegata alla rete ferroviaria con la stazione di Collesalvetti, con due diversi ingressi alla superstrada Livorno-Firenze. (CCIA,2009,p.76). Struttura che si trova nel comune di Collesalvetti, posto ai margini della pianura pisana, comune cintura, sempre più coinvolto nei processi di decentramento urbano della città di Livorno, come dimostrano le molte strutture commerciali della grande distribuzione vicino al centro urbano e il forte decentramento residenziale originato da Livorno (Macchia, 2004,p.76).

E’ prevista ed auspicata dalla Regione Toscana la possibilità di rendere navigabile lo Scolmatore di Piena dell’Arno (che va da Pontedera al mare) dal porto di Livorno all’interporto Vespucci e al vicino autoparco del Faldo. La via d’acqua è prevista di una larghezza di 40 metri ed una profondità di 3,5 m con inizio dei lavori nel 2010 (Il Tirreno 3.07.09,p.III).

La navigabilità dello Scolmatore fino alla sua foce, opportunamente ampliata, faciliterebbe lo sbocco diretto in mare del Canale dei Navicelli (che attualmente si inserisce nella Darsena Toscana del porto di Livorno). Questa via d’acqua di 16 km termina nella Darsena della vicina città di Pisa alla periferia sud-ovest di questa, lungo la statale Aurelia, dove si sta realizzando un consistente polo della Nautica, già presente con una decina di cantieri in ulteriore ampliamento. Mediante la prevista apertura dell’incile (sbocco) in Arno si realizzerà un collegamento con i numerosi

cantieri nautici e rimessaggi disseminati lungo la riva sinistra del fiume e il costruendo porto di Pisa a Boccadarno, un vero e proprio circuito nautico.

In effetti gli enti pubblici pisani considerano la nautica un settore strategico importante, assieme a quelli del cuoio, della pelle e del mobilio. E la Regione Toscana ha disposto un finanziamento consistente per dragare e rendere sicura la navigabilità del canale, tanto più che a metà del suo percorso è sorto un cantiere per grandi yachts che registra un certo successo. (Il Tirreno,8.11.2009,Pisa,p.III).

Contiguo all’interporto, ad immediato contatto a sud, la Società Porto Industriale di Livorno sta promuovendo il Parco Industriale di Guasticce su un’area di 500 mila mq, comprendente anche lo stabilimento dismesso della CMF. Qui oltre 20 imprese operano nei settori della componentistica auto, meccanica di precisione, riparazione mezzi di trasporto pubblico, logistica integrata, ecc. (CCIA,2009, p.13). Ne è previsto l’ulteriore ampliamento da ambo i lati della strada statale «delle colline» di cui verrà raddoppiata la carreggiata.

A soli 9 km dai moli del porto è localizzato l’autoparco Autotrade & Logistics del Gruppo Koelliker, meglio conosciuto come «Faldo», nato con una nuova concezione della logistica «docks to door» per gestire le auto (prevalentemente giapponesi e coreane) dalle banchine portuali alla consegna. L’area di 700 mila mq è situata nel comune di Collesalvetti tra la via Emilia e la ferrovia per Cecina; dispone di una pista per collaudare le auto, di una officina di trasformazione dedicata al montaggio degli accessori e di un reparto per la diagnostica di precisione. Un complesso capace di preparare circa 1000 auto al giorno, prossimo ad un ingresso dell’autostrada Genova-Rosignano.(Gazzetta Marittima,Quaderni,aprile,2008). In previsione di gestire anche l’arrivo di auto cinesi, l’autoparco si appresta ad utilizzare anche la rimanente area a nord fino al confine col comune di Cascina ed è in trattativa con questo per ampliare ulteriormente la superficie di utilizzo.

Dati i difficili condizionamenti spaziali, per le esigenze di nuove infrastrutture e per rendere queste più efficienti e competitive e quindi integrate, è necessario strutturare risposte di sistema. Questa necessità sembra essere stata recepita dalla Regione Toscana nel suo Piano di Indirizzo Territoriale (2005).

Anche il Masterplan dei Porti Toscani, redatto nel 2007, nelle sue implicazioni economiche e nelle sue previsioni valuta positivamente i seguenti interventi: la realizzazione di un edificio (Cargo Village) Terminal merci all’aeroporto di Pisa, collegato direttamente con una bretella al Canale dei Navicelli; il potenziamento della navigabilità di questa idrovia con l’ulteriore insediamento di aree industriali presso le rive; il completamento dell’Interporto Vespucci mediante nuovi finanziamenti della Regione Toscana.

Per il porto di Livorno sono in via di reperimento i finanziamenti per la realizzazione della Piattaforma Europa, mentre si stanno realizzando da parte dell’Autorità portuale le opere connesse alla Porta a Mare; per ciò che attiene alle infrastrutture sono in fase di studio i complessi collegamenti ferroviari fra la Darsena Toscana e gli impianti dell’hinterland, i completamenti autostradali intorno a Livorno e la navigabilità dello Scolmatore d’Arno dal porto a Pontedera.

Inoltre nel novembre 2008 è stato firmato un protocollo tra l’Autorità Portuale e l’Agenzia delle Dogane per la Toscana per la sperimentazione della procedura di pre-claring nel porto di Livorno. (33)

Conflitti tra usi dello spazio costiero.

Se in passato la presenza di un porto importante esercitava una funzione economica quasi esclusiva su una data area costiera, oggi il notevole numero di attività esercitate nella città portuale e nell’hinterland genera un consistente conflitto di utilizzazioni.

L’accresciuta separazione tra l’attività portuale e la città, porta quest’ultima a rimpossessarsi del waterfront per utilizzarlo a scopi di loisirs, di socializzazione, di godimento del paesaggio costiero; con il porto che tende a separarsi, ad allontanarsi dalla città alla ricerca di nuovi e più ampi spazi. La riutilizzazione delle aree portuali dismesse diventa quindi un’opportunità strategica per la valorizzazione della città.

D’altra parte la necessità di accelerare l’inoltro e la spedizione delle merci e dei passeggeri e di trattenere il minor tempo possibile le navi nel porto ha portato alla realizzazione di moderne infrastrutture di collegamento tra questo e la regione circostante; quindi consumo di spazio retroportuale per strade ed autostrade e per infrastrutture ricettive e di servizio alle merci. Ove è stato possibile, come abbiamo visto, sono stati allontanati magazzini e depositi di materie prime, anche per diminuire l’inquinamento e la pericolosità di certe lavorazioni, con conseguente consumo di altro spazio. Si sono separati gli accosti riservati alle merci da quelli per navi da crociera e traghetti.

Nell’area urbana livornese, si sono riservati il vecchio porto Mediceo e gli accosti più vicini alla città alle linee dei traghetti per le isole e per i croceristi, ampliando progressivamente il waterfront, con poche interruzioni, verso la costa sud dove esso continua con le ampie aree dei giardini e della terrazza Mascagni, affollate di bar e ristoranti, proseguendo con le contigue strutture dei «bagni storici» fino alla terrazza dell’Ardenza e oltre con alcuni porticcioli turistici, con la sola interruzione dell’area riservata all’Accademia Navale.

In quest’ampia fascia di fronte mare si è registrato di recente sia l’ammodernamento dell’Acquario «Cestoni» (da completare nel 2010), sia il trasferimento del Centro Interuniversitario di Biologia Marina allo Scoglio della Regina, dove pure si è insediato il Centro di Ricerca sulle Tecnologie per il mare e la Robotica Marina (cui partecipano la Scuola Superiore di S.Anna di Pisa, il Comune di Livorno e la Regione Toscana), strutture ambedue affacciate sul mare, a cui si può aggiungere la ristrutturazione dello storico Hotel Palazzo (5 stelle). Il tutto ha generato una spinta all’utilizzo del waterfront in senso ludico e alla sua riappropriazione da parte della città. (44)

Il paesaggio del waterfront di Livorno risente di una risoluzione presa anni or sono fra Autorità Portuale e Comune di Livorno, quando furono cedute a quest’ultimo le competenze sul Demanio Marittimo per le attività turistiche.

In tal modo il Comune ha potuto progettare nel nuovo Piano Strutturale (1997) il complesso denominato della Porta a Terra, consentendo che le aree tra la Fortezza Vecchia e la Darsena Nuova fossero interessate da un paesaggio urbano e portuale caratteristico con la trasformazione dello storico Cantiere Orlando nel cantiere Azimut Benetti, leader mondiale nella produzione di grandi yacht, e realizzando un nuovo porto turistico con 600 posti barca corredato di residenze, strutture turistico-alberghiere, attività commerciali e terziarie, con una piazza urbana attraversata da un canale navigabile; un progetto da completarsi in una decina di anni, ma già ben avviato. (CCIA,2008,p13).

Per quanto riguarda la UTOE (Unità territoriale organica elementare) 4c19-Stazione Marittima, comprendente l’area tra il bacino Firenze e la Fortezza Vecchia, per essa è stato elaborato dall’Autorità Portuale un progetto «Waterfront» che prevede la realizzazione della Nuova Stazione Marittima, una nuova strada urbana parallela alle mura, uffici pubblici e privati, un complesso alberghiero, la trasformazione in isola della Fortezza Vecchia, ampi parcheggi e verde urbano (Porto di Livorno,Business Plan,aprile 2000).

Alcune delle strutture del territorio che stiamo esaminando hanno interessato e stanno interessando delicati equilibri geomorfologici ed ambientali. L’Interporto di Guasticce è stato realizzato in un’area paludosa (denominata Padule del Mortaiolo); questo ha richiesto massicci riempimenti di inerti prelevati nell’area di Collesalvetti e profonde palificazioni per insediarvi le costruzioni.

L’opera di grande infrastrutturazione prevista dal nuovo Piano Regolatore Portuale di Livorno, denominata «Piattaforma Europa», esterna al porto, consisterà in due grandi terminal, uno per container e l’altro per Ro-Ro e panamax con all’interno un bacino con banchine di 1100m, mentre nella parte nord, protetto da una nuova grande diga che si protenderà per oltre 2.000 m all’esterno, sarà portato a sfociare in mare il Canale dei Navicelli; in tutta l’area i bacini saranno dragati fino a -16.(La Gazzetta Marittima, Quaderni, ottobre 2009). Se questa realizzazione dovrebbe risolvere il problema dell’attuale carenza di spazio sulle banchine per poter accogliere un gran numero di container (Autorità Portuale di Livorno, POT 2007-2009), devono essere risolti problemi di inquinamento per l’utilizzo dei fanghi prelevati dal dragaggio dei fondali del Canale Industriale e della Darsena Toscana (oltre a fanghi provenienti dal porto di La Spezia); inoltre questa realizzazione sta provocando, in conseguenza del cospicuo ampliamento verso il mare, cambiamenti nelle correnti costiere con fenomeni di erosione a nord sulle spiagge di Tirrenia, e in particolare in quelle del Calambrone, dove il processo erosivo degli ultimi anni (superiore anche ai 4 metri) ha provocato il crollo delle strutture di alcuni stabilimenti balneari (PIT 2005-2010,p.8).

.Il Litorale Pisano, tra la foce dell’Arno e il Calambrone, accoglie ogni anno quasi 300 mila turisti con circa 800 mila presenze (www.comunediPisa/piano strategico/materiale/rapporto 3).

La navigabilità dello Scolmatore d’Arno con foce comune con il Canale dei Navicelli eviterà che i natanti utilizzatori di quest’ultimo creino disagi, inquinamento e interramento nelle darsene del porto di Livorno.

La già approvata costruzione del rigassificatore di gas naturale liquefatto (OLT Offshore LNG Toscana), con una capacità massima di rigassificazione di 3 miliardi di mc di gas annui, autorizzata con decreto della Regione Toscana del 23.02.2006, poco al largo delle spiagge di Tirrenia, genera un evidente conflitto tra usi turistici ed usi energetici di notevole impatto visivo e di sicurezza e suscita forti opposizioni nelle popolazioni di questi centri costieri affacciati sull’area del «Santuario per i mammiferi marini», area marina protetta, regolata da un Accordo internazionale entrato in vigore il 20.03.02.(55). Si deve tener conto inoltre che lo Scolmatore d’Arno delimita a sud il Parco Regionale Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli e che poco al largo di Livorno si trova l’Area Marina Protetta «Secche della Meloria». Inoltre in foce d’Arno, come abbiamo detto, è in costruzione il porto turistico di Marina di Pisa con la capacità di ospitare 475 imbarcazioni, oltre ad infrastrutture residenziali, ricettive e commerciali; progetto, che ha il compito di riqualificare l’area prima occupata da un’azienda metalmeccanica, oggetto di attenzione da parte di associazioni ambientalistiche.

Conclusioni

Quindi nello spazio costiero livornese e per pochi km all’interno si generano una serie di conflitti d’uso per la presenza di attività portuali, urbane, turistiche, industriali e dei trasporti, con criticità ambientali dovute a inquinamento industriale, atmosferico, acustico, da portualità, da rifiuti speciali.

I porti della Toscana (Livorno in particolare, ma in minor misura anche Piombino e Massa Carrara) trovandosi nel Mediterraneo occidentale hanno usufruito dell’aumento di traffico verificatosi in anni recenti in questo bacino per trovarsi in un’area di crocevia di direttrici commerciali in continua crescita, particolarmente favorevoli al trasporto marittimo a corto raggio. Tuttavia il traffico di ogni singolo porto dipende dalla disponibilità di collegamenti funzionali col proprio retroterra. Questi scali della Toscana servono un hinterland regionale, ma Livorno anche un traffico interregionale; e nel traffico containerizzato, che nel 2007 ha riguardato il 22,3% del suo traffico totale, ha linee di ambito mediterraneo (Short Sea Shipping), anche se non mancano collegamenti a livello intercontinentale.

Essendo uno scalo medio il principale porto toscano ha alcuni elementi di vantaggio come una maggiore flessibilità operativa e specializzazione su mercati di nicchia (carta , legnami, alimentari, auto ecc.), che danno più reddito di quelli containerizzati.

Livorno subisce le direttive (molto variabili a seconda delle mutevoli condizioni di costi, tariffe,ecc.) degli operatori logistici che promuovono le linee di navigazione, ma il recente sviluppo del trasporto marittimo a corto raggio potrebbe ridargli vigore, perchè il processo di globalizzazione tra l’altro ha portato a porre l’attenzione ai temi dello sviluppo regionale. E questo tipo di porto può esser visto come espressione di un bisogno e di una visione regionale che si fa via via più complessa e che deve definire un sistema logistico fatto di nodi, di infrastrutture, di servizi efficienti, di modi di comunicare che favoriscano competitività e cooperazione.(Soriani,2002, p.47). Ne potrebbe derivare anche una maggiore capacità di integrare pianificazione portuale e regionale.

Ricordiamo che in questo territorio il porto di Livorno, l’aeroporto internazionale di Pisa, l’interporto Vespucci (in via di completamento), l’area del Parco Industriale di Guasticce (con vari servizi alle imprese), a cui può aggiungersi l’autoparco del Faldo, sono una formidabile piattaforma logistica costiera in grado di attirare una grande quantità di merci di ogni genere.(Eurispes,2003,p.149).

E non mancano le possibilità di un futuro migliore per il porto di Livorno, che comprimendo alcuni costi, aumentando la lunghezza delle banchine, migliorando le infrastrutture (in particolare le connessioni terra-mare che sono strozzate) potrebbe arrivare, a giudizio ottimistico di alcuni operatori, quasi ai 3 milioni di teus. Dovrebbe però collegarsi direttamente per ferrovia con le linee per Firenze, Genova, Roma e Milano, portare a 16 metri i fondali e completare la Darsena Europa. (www.portodilivorno.it/16.05.07) e attivare la collaborazione con l’interporto di Bologna per «guardare all’Europa orientale», agganciandosi al Corridoio V (da Lione a Kiev); anche perché un maggior utilizzo del mezzo ferroviario ridurrebbe sia i costi che l’inquinamento ambientale.

Nelle prospettive del Piano Operativo Triennale, presentato dal presidente della Port Authority, il porto di Livorno si basa sul concetto innovativo de «i porti nel porto», cioè un insieme di realtà distinte a seconda della loro destinazione d’uso, ma unite in un disegno unico ed organico, quindi con un ampio spettro di finalità, come uno scalo multiproposta e non solo per containers, (ma anche … forestale, agroalimentare, passeggeri, per le autostrade del mare (66)…..) favorendo anche un miglior sistema di gestione ambientale, con offerte compensative quali la rinaturalizzazione di alcune aree e il restauro di alcune infrastrutture portuali obsolete.

Da questo punto di vista si segnala la buona interazione tra città e porto definita dall’Accordo di programma intervenuto tra Autorità Portuale e Comune di Livorno (già ricordato), per cui il Piano Regolatore Portuale mediante Variante ha recepito la pianificazione del Piano Strutturale comunale per l’area del waterfront denominata «Porta a Mare». Quindi si adotteranno soluzioni «adeguate per integrare funzioni cittadine, penetrate in questa area portuale, con le funzioni portuali del porto passeggeri». (77)

Nell’ottobre 2009, come abbiamo già detto, è stato presentato il Nuovo Piano Regolatore del Porto imperniato sullo sviluppo a mare, con una doppia imboccatura, consistenti dragaggi e soprattutto la Piattaforma Europa di un milione di mq e 5 km di banchine (www.portolivorno.com/3679).

Rimane qualche perplessità per l’insieme di realizzazioni che si stanno completando e progettando nel retroterra immediato di Livorno per le consistenti trasformazioni territoriali che queste comportano, che oltretutto devono far fronte alle incognite della attuale crisi globale. Vi è il rischio consistente che cospicui lavori intrapresi rimangano incompleti per difficoltà economiche generando le consuete cattedrali nel deserto. Sarebbe opportuno concentrarsi nel completamento di poche opere di sicuro finanziamento per non lasciare grosse ferite sul territorio difficilmente rimarginabili, quali, ad esempio; la realizzazione del vitale collegamento diretto per ferrovia con la Pisa-Roma; incrementare la funzionalità dell’Interporto Vespucci trasformandolo in un distripark (funzionale è il progetto di navigabilità dello Scolmatore d’Arno, in quanto, con lieve incremento del finanziamento per il necessario dragaggio, l’interporto avrà banchine che ne incrementeranno l’intermodalità; il collegamento ferroviario, attualmente solo con Livorno, sarà presto completato fino a Collesalvetti); continuare il processo di sburocratizzazione delle pratiche amministrative per accelerare la movimentazione delle merci, particolarmente necessaria per sviluppare le Autostrade del mare; migliorare ulteriormente l’accessibilità alla banchine nei riguardi del traffico passeggeri; arrestare l’eccessivo consumo di territorio nel comune di Collesalvetti.

A seguito della crisi recente si manifestano preoccupazioni per la marcata deindustrializzazione dell’area livornese (già notevolmente penalizzata per la chiusura di imprese a partecipazione statale) e per la questione logistica; per quest’ultima si fa notare che, pur realizzando la Darsena Europa e quindi potendo accogliere anche un milione o più di container, sarebbe estremamente vitale ristrutturare profondamente i collegamenti ferroviari all’alta velocità-alta capacità di Firenze, attualmente molto deficitari, dato che si riesce ad inviare nel capoluogo toscano solo poche centinaia di teu al giorno (Centro Studi, news 2009), mentre il progetto TiBre (Tirreno-Brennero attraverso la ferrovia Pontremolese) è fermo.

In conclusione quest’area presenta come punti di forza: presenza di potenzialità turistiche capaci di esercitare una notevole forza di attrazione; una indubbia identità territoriale data dal porto di Livorno e dall’aeroporto di Pisa, infrastrutture quindi di rilevante importanza; ampie risorse ambientali naturalistiche quali il Parco regionale di Migliarino- San Rossore e il Santuario dei Cetacei; risorse culturali e artistiche; una buona coesione sociale; un approccio sistemico regionale con forti interazioni tra comuni, province e regione; nuclei consistenti di imprese esportatrici; lunga tradizione di attività legate al mare, con una buona posizione del porto rispetto al retroterra economico-produttivo. Ha tuttavia anche dei punti di debolezza , quali una certa fragilità nell’assetto idrogeologico; indaguatezza delle reti infrastrutturali e delle comunicazioni, con estrema lentezza nella realizzazione dei progetti presentati e ritenuti di estrema necessità; una criticità del sistema delle imprese, spesso di provenienza extraregionale, eredità delle ex partecipazioni statali; lo scarso controllo sulle compagnie che gestiscono il traffico containers e, specificamente per il porto, fondali di media profondità e un certo ritardo nella dotazione di infrastrutture tecnologiche.

Poi insieme alle opportunità dovute ad una maggiore attenzione alla qualità della vita, sempre più richiesta ed a cui si sta rispondendo con la valorizzazione del waterfront, vi è la presenza della gestione dei servizi da parte della Regione Toscana che porta anche ad una coesione politica territoriale tra i vari attori (Regione, Province, Comuni, Autorità Portuale); miglioramento in atto delle banchine e dell’accessibilità da terra e completamento dell’Interporto; inoltre vi è un buon inserimento delle emergenze storico architettoniche locali nei circuiti internazionali del turismo. Ma sono presenti anche delle minacce, dovute alla crisi recente, che ha fatto registrare una consistente diminuzione dei traffici portuali e un forte ridimensionamento delle imprese della nautica, e non è da trascurare la protesta ambientalista su alcune decisioni importanti quali la localizzazione del rigassificatore; particolarmente minacciosa è poi la crescita degli altri porti liguri e tirrenici e soprattutto spagnoli nel Mediterraneo occidentale, più competitivi per le politiche portuali più pronte e più incisive rispetto a quelle italiane.

Dopo essere stato il porto italiano antesignano nel traffico container, Livorno ha via via ceduto il primato ad altri porti più pronti a recepire le innovazioni, più dinamici nella politica di conquistare i mercati. In passato non si è creduto a sufficienza alle opportunità insite nell’Area Vasta, a iniziative da mettere in campo superando le lotte di campanile tra Livorno e Pisa. Forse si poteva progettare l’ampliamento del porto fino alla Darsena di Pisa lungo il Canale dei Navicelli, in vicinanza dell’aeroporto; spingere di più sull’asse tirrenico (la linea ferroviaria più diretta tra Roma e Milano); far partire più velocemente l’Interporto (magari ubicarlo in un’area meno paludosa e a diretto contatto con la ferrovia tirrenica).

Quest’area costiera toscana costituisce quindi un sistema dotato di una forte complessità nel quale hanno agito in passato remore e ritardi (il «sonno» della progettualità come argomenta Da Pozzo) ed oggi interagiscono i fenomeni costituiti dalla crisi recente e la diversità di interessi dei vari attori pubblici e privati, complicati dalla concorrenza delle compagnie marittime, dalla presenza di infrastrutture non del tutto adeguate alle necessità economiche e dei traffici, da processi esogeni al territorio e da una tendenza alla stesura di progetti di grande portata dei quali ci si limita al finanziamento iniziale; tutto questo su un sistema territoriale fragile.

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PORTO DI LIVORNO: http://www.portodilivorno.it

SOC.SVILUPPO NAVICELLI: http://www.svilupponavicelli.it/iniziative.ht

NOTE

1 Nell’ottobre 2009 è stato stabilito un accordo con la cinese «Cosco» che scalerà il porto di Livorno dal novembre con navi da 5.000 teu di portata (www.portolivorno.com/21.10.2009).

2 L’Interporto Toscano « A.Vespucci» è una Società per Azioni il cui scopo è la progettazione, esecuzione,costruzione e gestione di un centro intermodale. I soci sono 32 comprendenti banche locali, province, comuni dell’Area Vasta, Camere di Commercio, enti pubblici e privati operanti con il porto, con una preminente partecipazione della Regione Toscana, dei comuni di Livorno e di Pisa e dell’Autorità Portuale. E’ previsto il completamento della realizzazione nel 2010 (www.interportotoscano.com).

3 Con tale sistema viene anticipato lo sdoganamento delle merci prima dell’attracco della nave in panchina, snellendo le procedure con tempi più brevi per l’instradamento delle merci in arrivo e un uso più razionale degli spazi portuali (www.informare.it/news del 18.11.2008).

4 A Livorno in linea generale si è ripetuto il modello di B.Hoyle sull’evoluzione delle relazioni città-portoL(LUCIA M.G., Aree portuali e trasformazioni urbane.Milano,Mursia,1994,pp.11-18).

5 L’entrata in esercizio del terminal di rigassificazione di Livorno è prevista per il 2011 da parte del gruppo IRIDE (AMGA genovese e AEM torinese) insieme ai tedeschi di E.on con Surgenia. La nave Golar Frost viene trasformata nei cantieri di Dubai per poi essere posizionata a 22 km dalla costa livornese e collegata con gasdotto sui fondali (Affari e Finanza di La Repubblica.9 febbraio 2009,p.14).

6 Nel prospetto delle Autostrade del mare Livorno presenta collegamenti con i porti di Palermo, Trapani, Catania, Valencia, Barcellona e Tarragona.

7 AUTORITA’ PORTUALE DI LIVORNO, Piano Operativo Triennale 2007-2009, pp.80-81.

TRE BREVI LEZIONI SUI VEGETALI: EVOLUZIONE, RIPRODUZIONE SESSUATA E SINTESI CLOROFILLIANA del dott. Piero Pistoia

Da continuare

CURRICULUM DI PIERO PISTOIA :

 

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PER UNA PRIMA LETTURA SUI CONCETTI DI MEIOSI E MITOSI:  leggere il post ‘Passeggiata floristica Parte Sesta’

CENNI ALLA FOTOSINTESI CLOROFILLIANA

 (Letture e pensieri così come vengono, ripresi a spirale) a cura di Piero Pistoia 

PREMESSA

La fotosintesi clorofilliana è un meccanismo che fornisce nutrimento ed energia e quindi è condizione necessaria e spesso sufficiente per mantenere in vita la pianta e la vita sulla terra. Infatti dalla sua efficienza dipendono la garanzia della riproduzione di tutti i viventi e la continuità stessa della vita.

Le piante verdi sono organismi autotrofi, cioè riescono, a partire da composti inorganici (sali minerali del terreno, acqua e anidride carbonica), a formare composti organici che servono a mantenere e costruire il loro corpo (organicazione): da H2O+CO2 si arriva ad un composto del gruppo degli zuccheri che può condensarsi in amido e insieme a sostanze nitriche e ammoniacali darà composti azotati. Gli animali in genere sono invece eterotrofi, cioè riescono solo a organizzare il materiale costruito dagli autotrofi. Il processo di organicazione del materiale inorganico è permesso da un insieme complesso di reazioni chimiche non ancora completamente capite che si chiama fotosintesi clorofilliana. La fotosintesi perciò è il processo mediante il quale la materia organica, immersa in una atmosfera di ossigeno, si oppone alla sua completa e veloce “combustione” in CO2 + H2O. La respirazione stessa è una specie di “combustione controllata” che l’organismo è riuscito a ‘progettare’ durante la sua evoluzione e utilizzare per i suoi fini.

Ma per passare da materiali semplici (inorganici) a quelli complessi, che si configurano come “mattoni” per costruire la materia vivente, c’è bisogno di un grosso quantitativo di energia, ma anche un “meccanismo strutturato”  progettato e costruito dall’evoluzione per utilizzarla in un processo mirato a tale lavoro.  La pianta cattura tale energia da una sorgente storicamente inesauribile: il sole. La cosa sembra semplice, ma in effetti, in generale, scaldare più molecole semplici (quelle inorganiche) al sole non provoca nessuna reazione utile, come nessun oggetto si muove se ci limitiamo a trasformare acqua in vapore (vedere il 2° principio della termodinamica)! Fu la perplessità espressa da Leonardo da Vinci nel film ‘Non ci resta che piangere’ alla banale spiegazione di Troisi e Benigni (un maestro ed un bidello provenienti dal futuro) su come funzionasse la macchina a vapore; si limitavano ad indicargli un caminetto acceso ed una pentola d’acqua che bolliva (sic!). Una caricatura non banale del mondo culturale di oggi.

RACCONTO A LIVELLO ZERO

E’ necessario così prima capire che cosa si intende per ossidazione e riduzione, perché la maggior parte dei passaggi nel processo fotosintetico sono reazioni di ossido-riduzione. E’ inoltre richiesta una minima conoscenza della chimica elementare. Una molecola chimica si ossida quando cede elettroni e si riduce quando ne acquista; nelle reazioni dove entrano in gioco ossigeno e idrogeno, una combinazione con ossigeno significa ossidazione e con idrogeno riduzione (infatti, per es., se l’elemento Ca (neutro,  ossidazione 0) si combina con l’elemento ossigeno (neutro) a dare CaO, cioè Ca(2+) O(2-), si vede che si è ossidato cedendo due elettroni negativi; si dice anche che è aumentato il suo numero di ossidazione da 0 a 2, mentre O si riduce. L’ossidazione è una specie di piccola combustione e libera energia nei dintorni; la riduzione invece ne assorbe. Una molecola che si riduce acquista dentro di sé  energia chimica. Così l’energia solare può essere catturata da molecole che si riducono e trasportata da una molecola all’altra in una catena di ossido-riduzioni con salti energetici in discesa (vedere schemi dei due sistemi fotosintetici). Cerchiamo di capire. la luce spacca una molecola di acqua (fase luminosa della fotosintesi) liberando ossigeno molecolare ( da H2O – i due idrogeno del composto hanno numero di ossidazione 2+ – si formano 2H+ (cioè due protoni, atomi di idrogeno senza elettroni); mentre l’ossigeno passa da -2 a zero 1/2*O2). Durante la fase al buio della fotosintesi avrò disponibili varie molecole di ATP e NADPH ad alta energia chimica costruite durante la fase luminosa (vedere schema Z) che saranno capaci di operare le reazioni chimiche di riduzione ad alto assorbimento energetico richiesto dal  passaggio dall’inorganico all’organico. Rimane comunque il problema sul modo in cui la luce  del sole riesca a spaccare la molecola d’acqua; sembra che l’energia luminosa ecciti una molecola di clorofilla, contenuta nelle parti verdi della pianta (fase luminosa), portandola ad uno stato altamente energetico (salto di elettroni su livelli elevati) così da determinare la scissione dell’acqua, bombardata da quanti di ‘luce’ opportuni, quando ritorna al suo stato iniziale, con il conseguente passaggio dell’energia  anche ai trasportatori di elettroni liberati fino alla zona dove sarà utilizzato per i processi di organicazione del carbonio (ciclo di Calvin). Così all’interno di cellule opportune delle parti verdi della pianta (cloroplasti), che contengono vari tipi di clorofille,  avvengono complicate reazioni di ossido-riduzione in due sistemi fotosintetici, vedere dopo foto (fase luminosa), che conducono alla formazione di molecole di trasporto ricche di energia nei loro legami chimici (ATP e NADPH, vedere dopo) che, nella fase oscura (ciclo di CALVIN), serviranno a costruire le molecole carboniose (organicazione della CO2) utili a produrre poi protidi, lipidi…

Nella scissione dell’acqua si libera ossigeno nell’atmosfera. Un riassunto sulle tappe principali del processo fotosintetico è dato  nel così detto “SCHEMA H” di fig. 11 della T. sinottica e ‘SCHEMA ZETA’ che cercheremo di illustrare meglio. Vedremo meglio anche introducendo la distinzione fra  la fotosintesi delle piante di tipo C3 e di tipo C4 ed accennando ai vari  passaggi ipotetici che, per ora, non sono completamente conosciuti.

Come già accennato le piante verdi sono autotrofe, cioè riescono a produrre molecole organiche complesse (con alta energia nei loro legami) a partire da semplici composti inorganici ed acqua (poveri di energia) con in  più energia luminosa che bilanci almeno la differenza.

Per far questo utilizzano un meccanismo chimico a struttura complessa ancora non completamente compreso, la fotosintesi clorofilliana, che avviene all’interno delle cellule delle foglie verdi dette cloroplasti o plastidi entro cui è contenuta la clorofilla nelle sue diverse forme. Attraverso complicate reazioni durante la fase luminosa, in particolare di ossido-riduzione nel trasferimento energetico, che avvengono in due fotosistemi collegati, vengono prodotte molecole energetiche come l’ATP e NADPH, che serviranno poi alle altre cellule del cloroplasto per sintetizzare nel Ciclo di Calvin, le molecole carboniose, zuccheri, cioè i mattoni di partenza per produrre proteine, lipidi, ….

Il processo globale sembra essere sintetizzato con la reazione:

nCO2 + nH2O + nNhn (?) → (CH2O)n + nO2

Energia per ogni mole = Nh

N=numero di Avogadro=6*10^23 molecole/mole; h=costante di Plank=6.62*10^(-34) joule*sec; ν=frequenza del fotone

IL CLOROPLATO


fotosintesi2_plastidi0001

Questo processo avviene appunto nei cloroplasti o plastidi (simili a mitocondri, gli organuli_fabbrica dell’energia cellulare). Un cloroplasto è un organello all’interno delle cellule delle foglie o delle parti verdi, circondate da una doppia membrana che racchiude un mezzo semifluido, lo stroma. Nello stroma vi è un sistema di membrane ripiegate a formare dischetti, detti tilacoidi (vedi fig. IL CLOROPLASTO ). Un gruppo di tilacoidi sovrapposti formano delle pile in cilindretti detti grana (plurale di granum). Nello spessore della membrana dei tilacoidi ci sono tutti i pigmenti: dalle clorofille nelle loro diverse forme (verdi), ai carotenoidi (gialli rossi porpora) …. Nella parte della membrana dei tilacoidi che contiene anche i trasportatori di elettroni, gruppi di pigmenti formano, insieme ad una sequenza di molecole (catena fotosintetica), i due SISTEMI FOTOSINTETICI II e I.

RACCONTO DI PRIMO LIVELLO

Il racconto è in via di costruzione e correzione.

Questo primo livello precisa brevemente i diversi stadi della fotosintesi clorofilliana. Cerca di esplicitare alcuni passaggi delle reazioni, a partire dalla foto-scissione dell’acqua, che avvengono nei due  fotosistemi durante la fase luminosa (vedere schema Z) e precisa alcuni processi  del ciclo di CALVIN. Nelle ore diurne sulla superficie dei tilacoidi (vedere schema relativo) si attivano molti pigmenti, costituiti da clorofilla-a e l’insieme dei  pigmenti-antenna  in particolare la clorofilla b.  La clorofilla-a assorbe direttamente dalla luce del sole una data lunghezza d’onda che le compete, e dai pigmenti-antenna, dopo che sono stati attivati dall’energia solare, una lunghezza d’onda analoga. Essa si ossida liberando 2 elettroni che passano ad un accettore primario di elettroni che riducendosi acquisisce un alto livello energetico di partenza per il processo. Sotto questi due impulsi energetici,  la clorofilla-a riuscirà a ‘rompere’ anche una molecola d’acqua  in 1 atomo di ossigeno, in due ioni H+(protoni) e  due elettroni che ricaricheranno di energia al momento giusto la molecola di clorofilla-a. Si formerà anche una molecola di ossigeno che andrà a contribuire al 21% di ossigeno nell’aria. I due protoni dell’acqua completeranno infine la riduzione dell’ ADP in ATP e dell’NADP in NADPH, che si troveranno carichi di energia alla fine del processo. Nel contempo dall’accettore primario ad alta energia si distacca una catena di ossido-riduzione con il passaggio in una successione dei due elettroni ricevuti ad una serie di molecole, ognuna delle quali  si ossida (una specie di ‘sbruciacchiamento’) riducendo la successiva che a sua volta si carica di energia, ma ad un livello ancora inferiore e così via, mentre la maggior parte dell’energia liberata ad ogni passaggio va a ridurre trasversalmente una mole di ATP che immagazzina energia per gli altri scopi della pianta. (da rivedere)

UNO SGUARDO FUNZIONALE  ALL’INTERNO DI UN CLOROPLASTO

I DUE SISTEMI FOTOSINTETICI: SCHEMA ZETA

cloroplasto a2

cloroplato b2

LA FOTOLISI DELL’ACQUA, LA ‘POMPA PROTONICA’ E il ‘MECCANISMO CHEMIOSMOTICO’ DEGLI IONI IDROGENO (Ipotesi chemiosmotica di Mitchell). 

Seguire lo scritto sui disegni molto approssimati, ‘INTERNO DI UN CLOROPLATO  a e b, sopra riportati

L’energia luminosa assorbita direttamente e, di riflesso indirettamente convogliata ad imbuto, dalla clorofilla-a (diventata una specie di trappola per l’energia), tramite i pigmenti antenna, provoca salti di alcuni suoi elettroni (per es. 4 se la fotolisi interessa 2 molecole di acqua ossidate a O2) a livelli energetici superiori e subito dopo si ossida trasferendo tali elettroni eccitati  ad un accettore primario che si riduce caricandosi a sua volta di energia. Definiamo risonanza induttiva un percorso per cui una molecola eccitata può trasferire la sua energia ad un’altra molecola adiacente che resta anch’essa eccitata. Così, anche se la clorofilla-a del fotosistema II non può assorbire direttamente quelle frequenze assorbite invece dai pigmenti antenna, quest’ultimi tramite fluorescenza e risonanza induttiva riemettono quanti luce con una lunghezza d’onda conforme alla clorofilla-a (680 nanometri). Il fotosistema II è siglato appunto P680. Nel contempo 4 fotoni sprigionati dal ‘cuore’, centro di reazione del P680  (?), colpiscono 2 molecole di acqua ossidandole a O2  (che si perderanno in atmosfera) con liberazione, nell’intorno, di  4 protoni (ioni H+), man mano trascinati nel lume del tilacoide,  e 4 elettroni che andranno a ricoprire i 4 vuoti interni aperti nella clorofilla-a, che aveva perso 4 elettroni.

La corrente di elettroni lungo i trasportatori sulla membrana del tilacoide ‘pompa’  gli ioni H+, liberati dai quanti di luce nell’ossidazione dell’acqua, nello spazio interno (lume) del tilacoide. Così la densità degli H+ aumenta ed il PH diminuisce nel lume del tilacoide rendendo più acido l’ambiente rispetto allo STROMA del cloroplasto. Gli H+, spinti poi dal gradiente elettrochimico, possono uscire nello stroma fino ad incontrare, uscendo attraverso un canale proteico dove è attivo un enzima per la sintesi  di ATP e NADPH, le molecole da ridurre ADP e NADP+ di ritorno dal Ciclo di Calvin, venendo a favorire questa sintesi.


DA CONTINUARE

fotosintesi_plastidi10001IL RACCONTO DI SECONDO LIVELLO: la ‘piccola’ evoluzione fotosintetica

Durante l’evoluzione delle piante, ad un certo punto del loro albero filetico, la vita che evolve riesce ad attivare un primo processo fotosintetico a clorofilla detto C3. La pianta C3 è una fotosintetica di primo ‘tentativo’, nel senso che, forse per una leggera modifica ambientale, si troverà, almeno in alcune zone, in difficoltà. L’evoluzione del processo fotosintetico può essere considerata nell’ambito delle ‘piccole’ evoluzioni o a corto raggio, rispetto alla generale evoluzione delle piante, anche se ‘sommatorie integrate’ di eventi evolutivi a corta raggio ‘indirizzeranno’ la grande evoluzione. La pianta C3 è una fotosintetica che fornisce come primo prodotto organicato un composto a tre atomi di carbonio (triosio). In effetti questa pianta, in funzione della disponibilità  di CO2, che diminuisce aumentando la temperatura ambientale, insieme al loro rapporto CO2/O2, può incepparsi in corrispondenza del funzionamento di un enzima (il rubisco, RuBP), che invece di legarsi  alla CO2 , si lega a O2 bloccando il ciclo di Calvin al buio e quindi non ‘organica’ la CO2, entra in foto-respirazione invece di foto-sintetizzare, ‘bruciando’ molecole energetiche invece di costruirle. In effetti l’enzima Rubisco (RuBP) è poco efficiente nel discriminare fra CO2 e O2 , per cui, quando la temperatura dell’aria raggiunge per es., 27-30 °C a salire,  la CO2 in atmosfera diventa sempre più rarefatta, il rapporto CO2/O2 diminuisce, il Rubisco tende sempre più a legarsi con l’O2 e sempre meno con la CO2. E’ allora che l’enzima entra in difficoltà nell’iniziare l’ “organicazione” (cioè trasformare la molecola inorganica  CO2 in una molecola organica più complessa ricca di energia) – es., emblematico: per ottenere un esoso come il glucosio alla fine del ciclo – si rafforza la fase di foto-respirazione, tendendo ad esaurire la riserva di molecole energetiche, invece di costruirle, bloccando o indebolendo, nel migliore dei casi, il ciclo di Calvin. Se la situazione non cambiasse, la pianta soffrirebbe fino a morire. L’evoluzione, a temperatura ambientale elevata (clima caldo-arido), tenderà allora ad intervenire cercando di rafforzare la concentrazione di CO2  dove sta agendo l’enzima, onde impedire il blocco del ciclo di Calvin. Appariranno così le prime ‘piante intermedie C3-C4’ e poi le C4, inventando un meccanismo che permetta durante la fase oscura, a stomi aperti, la raccolta di molecole CO2 (attraverso l’aggancio con un composto chimico) anche nelle cellule parenchimatiche del mesofillo, trasferendole alle cellule dei cloroplasti,  per poi convogliarle alle cellule fotosintetiche, per rendere la CO2  disponibile all’enzima Rubisco (dopo una una reazione di idrolisi sul composto precedentemente accennato) e continuare il percorso C3 fino alla ‘organicazione’ della CO2. Le piante C4 sono una correzione evolutiva (ancora in trasformazione?) delle piante C3. E’ nelle piante CAM (di clima caldo e secco)  che il processo si perfeziona in un meccanismo che risparmia acqua, diviso in due tempi; nel primo, al buio a stomi aperti (bassa traspirazione), si raccoglie e si accumula la CO2 nei vacuoli delle cellule dei cloroplasti; nel secondo tempo, alla luce ma a stomi chiusi (risparmio acqua), continua il vecchio processo C3, col l’enzima Rubisco che aggancia le molecole, questa volta, di CO2 dai vacuoli, ora in concentrazione giusta e procede al buio col ciclo di Calvin. Insomma, la pianta C3, perfettamente funzionante quando la composizione atmosferica era quella di una volta, ora con il mutare delle temperature medie e delle concentrazioni di CO2 e O2 nell’aria e con la diminuzione del loro rapporto dovuti all’inquinamento, si trova fortemente disadattata per cui si è riattivato il processo evolutivo.

DA INTEGRARE E CONTINUARE associando i  grafici.

CONFLITTI ANCHE NELLA DIDATTICA SCIENTIFICA del dott. prof. Antonino Drago, Università di Pisa

INSERISCO L’ART. IN PDF CON UN LINK ESTERNO:

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IN .ODT:

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ALTRIMENTI LEGGERE DIRETTAMENTE L’ART. UN PO’ MENO ORDINATO:

L’INTRODUZIONE DEL CONFLITTO ANCHE NELLA DIDATTICA SCIENTIFICA 
di Antonino Drago, Università di Pisa
  1. La nascita e lo sviluppo del conflitto intellettuale

La nostra cultura didattica è interna alla cultura occidentale, che a sua volta, è figlia della cultura greca, quella che anche nella scultura rappresentava idee fissate di cose astrattizzate. Il conflitto delle idee era estraneo ad essa, non tanto perché non l’avesse mai pensato (ricordiamo che per Eraclito tutto era conflitto), ma perché la prima esperienza di conflitto intellettuale che aveva subito (la crisi dei sofisti che dimostravano il vero e poi il falso) li ha spinti a restaurare la sicurezza nella razionalità. Ciò ha portato a costruire o un mondo di idee assicurate dalla metafisica (le idee platoniche) o un sistema sicuro perché onnicomprensivo (quello di Aristotele), tanto da includere anche la teoria delle leggi con cui la mente ragiona (logica) e la teoria della teoria, che deve avere la forma deduttiva.

Il conflitto intellettuale perciò nasce dopo il mondo intellettuale greco. In particolare nasce nella scienza quando nel sec. 17° la matematica introduce il concetto di infinito nella Fisica in una maniera molto robusta (analisi degli infinitesimi). Si crea il conflitto tra il nuovo mondo (scientifico) e il vecchio mondo della antica Grecia, che volontariamente si era chiuso all’idea dell’infinito; e si crea il conflitto tra cultura scientifica e cultura umanistica, perché questa cerca di restare nel finito tipico dell’umano soggettivo.1

Poi la rivoluzione francese ha generalizzato il conflitto dentro la cultura (oltre che nella società); e non a caso poi questo movimento fu represso per un intero periodo dalla politica della restaurazione di quella pace intellettuale che c’era prima. Infine è stato Marx che nella teoria della società ha introdotto il conflitto tra gruppi sociali. Questo processo storico dell’intellettualità occidentale poi si è ribaltato sul soggetto; Freud, (mettendo da parte l’anima umana della scolastica, divisa nei tre elementi armonici: memoria, intelligenza e volontà) ha introdotto il conflitto di tre componenti della personalità umana, irriducibili e incompatibili tra loro Es, Io e Super-io. Infine, anche nel luogo privato dei potenti industriali, la fabbrica, è entrato ufficialmente il conflitto: è dall’inizio del sec. XX che si ammettono legalmente i sindacati, preposti a interpretare e risolvere i conflitti collettivi degli operai col padronato.

Possiamo concludere che la cultura moderna, in opposizione a quella antica, è caratterizzata essenzialmente dal conflitto.

  1. L’introduzione del conflitto nella didattica in generale

Quanto di questo travaglio millenario della cultura (occidentale) è stato recepito dalla didattica scolastica?

Sembra poco o niente. Anzi si può sostenere che la scuola, in corrispondenza ad un disegno autoritario che vuole tutto “in pace”, giunge a mutilare anche la cultura scientifica quando questa include dei conflitti. Infatti, perché a scuola non si insegna logica? Forse non è una scienza? Eppure lo era già nel medio evo, quando veniva insegnata nel famoso “trivio” (grammatica, retorica e logica). Poi dal 1848 la logica è diventata addirittura una scienza matematizzata. Così pure, non è forse una scienza l’economia? Lo afferma autorevolmente l’Università, che ci ha istituito una Facoltà (Scienze economiche). Come pure ha istituito Scienze Politiche. Ma allora perché tuttora non si insegnano queste materie nei licei italiani? Può essere discutibile che si insegnino le scienze politiche, ma non che si elimini la logica.

La risposta alla domanda precedente è: perché quelle sono materie conflittuali: perciò non possono essere insegnate ex-cathedra con affermazioni tali che, se lo studente le ripete allo stesso modo, viene approvato, altrimenti viene bocciato. Infatti la scienza logica è essenzialmente conflittuale: dopo la nascita della logica matematica (1848) alla fine del secolo XIX è nata prima la logica matematica modale, poi quella intuizionista, poi quella minimale, ecc. Questo conflitto è evidente sin dalla operazione logica più importante nei ragionamenti, la implicazione. Nella logica classica la implicazione è chiamata “materiale”, perché permette che dal falso segua il vero, il che non corrisponde affatto al senso intuitivo che la nostra mente dà all’implicazione. La logica modale è nata proprio per cambiare questa formalizzazione. Se a scuola si insegnasse una sola logica, qualsiasi studente potrebbe trovare in libreria libri sulle logiche non classiche, impararle e poi in classe contestare l’insegnante sulla unicità della logica insegnatagli.

Quindi si insegna solo ciò che è sicuro e che preserva l’immagine di una scienza “in pace”, che dà solo risposte univoche e indiscutibili.

Ma ci sono stati dei fatti storici che hanno smosso dalla fissità statica secolare questa situazione della didattica scientifica, per accettare il conflitto almeno dentro la struttura didattica.

Il primo fatto è stato quello della riforma della scuola media inferiore nel 1963. Prima quella scuola era sì divisa da quella di avviamento, ma non per motivi culturali, ma di classe. Cioè nella struttura scolastica il conflitto c’era, ma come conseguenza del più ampio e forte conflitto sociale. Nella scuola di avviamento (al lavoro, il più presto possibile) non c’era cultura; l’unica cultura era quella delle persone benestanti; essa passava nella scuola media con il latino, in modo da preparare gli studenti alla cultura greco-romana insegnata al liceo classico, o al più, nel liceo scientifico (quel liceo che aveva creato una variante, ancora sub judice, includente la cultura scientifica,.

Ma quando c’è stata la riforma della scuola media unica, il conflitto è entrato nelle scuole medie, in ogni classe. Poiché il latino è diventato a scelta, il percorso precostituito della cultura greco-romana ha perso importanza e la cultura è diventava un fenomeno per la massa, nella quale si potevano incrociare tanti tipi di cultura; tanto per cominciare, quella classica e quella scientifica, che ora non poteva essere più tenuta sub judice. Di fatto, poi fu la cultura dei mass media a prendere il sopravvento su tutta la cultura della scuola media; e i mass media avevano una pluralità di culture (o subculture: quiz, sport, varietà, spettacoli, cultura tradizionale, ecc.).

(In quel tempo anche l’Università ha tolto quegli sbarramenti ai diplomati degli istituti tecnici e magistrali che prima imponevano la cultura greco-romana anche ai futuri medici e fisici. Anche i professori universitari hanno dovuto adattarsi ad una pluralità di formazioni di base).

Poi la struttura scolastica è stata sconvolta dai “decreti delegati” del 1974; essi hanno accettato il conflitto nell’organizzazione della vita scolastica: gli studenti sono stati riconosciuti come un soggetto collettivo che a pieno titolo partecipa alle decisioni scolastiche e può contestarle per legge. Uno studente che continuava a studiare leggi scientifiche, assicurate come indiscutibili, però nell’ambito scolastico poteva mettere in discussione tutta la organizzazione e tutte le dispozioni del preside. A mio giudizio, tuttora la scuola non si è ripresa da questa scossa destabilizzante i vecchi equilibri. Ma non si è ripresa anche perché non ha portato fino il fondo la accettazione del conflitto, cioè nella cultura scolastica.

  1. L’introduzione del conflitto nella didattica scientifica

La didattica scientifica è stata sconvolta proprio quando la cultura scientifica ha incominciato ad emanciparsi dalla posizione subordinata verso la cultura umanistica; allora è stato introdotto il conflitto almeno pedagogico. Questa è la storia dello Sputnik: curiosamente un oggetto missilistico è stato decisivo per la cultura scolastica.

Nel 1958 i russi, per primi, inviarono un satellite nello spazio; per di più lo Sputnik era grosso. Gli statunitensi stavano dormendo sonni tranquilli perché quando alla fine della guerra invasero la Germania sconfitta, si preoccuparono di catturare i massimi scienziati missilistici del tempo, in particolare von Braun, l’inventore delle famose V-1 e V-2 che avevano terrorizzato Londra. Grande fu quindi la loro sorpresa nel vedersi scavalcare nella gara spaziale. Dopo un anno dallo Sputnik, riuscirono ad inviare nello spazio a malapena un satellite di appena tre kg.

Il problema non era solo sportivo, ma era addirittura esistenziale. Infatti nei primi anni ’50 le due superpotenze avevano capito che, se in una guerra avessero usato le armi nucleari che esse possedevano, avrebbero creato un inferno sulla Terra, quindi anche per gli stessi vincitori. Perciò avevano concordato di sfidarsi piuttosto (o almeno, in prima battuta) su terreni meno disastrosi. La prospettiva della guerra militare fu sostituita dalla gara economica-tecnologica; i popoli si sarebbero convinti della giustezza del sistema o comunista o capitalista giudicando quale dei due sistemi avrebbe dato loro i benefici maggiori. Il comunismo era sicuro di vincere, perché la interpretazione (marxista) della storia dava il proletariato come la nuova classe destinata al potere mondiale.

Quindi la vittoria URSS dello Sputnik significava l’inizio della fine storica del capitalismo e del potere mondiale degli USA. Negli USA il momento fu drammatico; per reagire, essi cercarono di comprendere perché non aveva funzionato l’avere dalla loro von Braun. Allora notarono che sì, negli USA c’era un insuperato vertice di cervelli, ma la base di scienziati e tecnici era relativamente ristretta rispetto alla grande base di laureati nei corsi brevi dei Tecnicum russi; che quindi avevano sopperito alla qualità con la quantità.

Allora gli USA si posero il problema di aumentare il gettito del loro sistema scolastico nelle materie scientifiche. Il problema era grave, perché quello è un Paese estremamente liberista, che vede l’intervento statale come fumo negli occhi; figurarsi nel sistema educativo! Si risolse il problema convocando i migliori scienziati e facendoli applicare alla produzione di nuovi testi per le high school USA, testi da propagandare come i più avanzati possibile. Fu allora che nacquero i libri che poi sono restati classici: il PSSC (Physical Science Study Committee), il BSSC per la biologia, il MSP (Mathematics School Project)2 Dopo qualche anno anche l’Inghilterra intervenne, iniziando il progetto Nuffield. Questo progetto didattico sperimentò i nuovi testi per i vari rami scientifici in maniera collettiva, con riunioni annuali degli insegnanti che li adottavano. In Europa l’OCSE (organizzazione di cooperazione economica), in vista di una maggiore competitività economica, premette sui Ministeri dei vari Paesi affinché venisse adottata la cosiddetta “insiemistica”, cioè la ideologia matematica del Bourbaki nelle scuole.3 In Italia essa ebbe poco successo (portò a qualche modifica laterale dei testi scolastici); ma in Francia l’insegnamento della matematica fu stravolto, costringendo gli studenti delle elementari e medie a diventare incomprensibili ai loro genitori su questa materia.4

Come riassumere questa modificazione radicale della didattica scientifica? I vecchi metodi da insegnamento erano da catechismo: formule da imparare a memoria. In contrasto, la nuova didattica voleva rendere attraente la materia; non più matematica da inghiottire, non più formule dentro riquadri da saper applicare direttamente a primo colpo, non più solo figure geometriche e solo le essenziali. Invece, pistolotti motivazionali (“La fisica vale bene una vita”, “La fisica è bella”, “Se faccio, capisco”, ecc.), libri a colori, con figure in quantità e con fotografie (e magari fumetti e strisce di comics), proposta didattica la più possibile coinvolgente, insegnanti estroflessi e simpatici, svalutazione della esattezza dei risultati del lavoro dello studente per premiare invece il suo interessamento, ecc.. Tanto che il libro di testo non era più per lo studente, ma per l’insegnante; che così diventava il vero operaio della situazione, mentre lo studente viveva esperienze di gruppo (esperimenti) o intellettuali.

In sintesi, questa novità era la introduzione della pedagogia attiva nelle materie scientifiche; che finallora invece erano state funzionali ad una dura selezione per quelli che erano nati “piccoli scienziati”, o avevano il “pallino” della scienza. Di fatto, i contenuti erano rimasti quelli di prima, salvo aggiustamenti per facilitare l’apprendimento (nel PSSC fu anticipata la termodinamica-meccanica statistica perché si scoprì che così le ragazze imparavano meglio), o innovazioni per avvicinare lo studente alle notizie di giornale sulle nuove scoperte scientifiche (in Fisica si metteva qualcosa sull’atomo e magari sul nucleo; in biologia, si misero le prime novità del dopoguerra).

In breve, la nuova didattica scientifica voleva compiere una rivoluzione pedagogica nella didattica scientifica. Ci sarebbe riuscita se la riforma fosse stata obbligatoria. Ma, a cominciare dagli USA, il cui liberismo non poteva permettersi imposizioni didattiche, essa restò sempre compresente con la vecchia didattica; generando così, nell’insegnamento scientifico scolastico, un conflitto nei metodi educativi di insegnamento: il nuovo contro il vecchio (che all’Università è stato ancora più resistente).

Dopo circa cinquant’anni da questi avvenimenti, la situazione non è sostanzialmente mutata. Sempre c’è il conflitto tra pedagogie diverse; i programmi hanno sì introdotto molte innovazioni nei programmi didattici; ma sempre si sono mantenuto esclusi i conflitti esistenti all’interno dalle materie scientifiche. Per intendersi, talvolta si è anche introdotta la logica, ma solo per la parte più banale e senza far vedere quelle sue insufficienze che hanno fatto nascere le logiche matematiche alternative. In definitiva, il progetto autoritario della didattica scientifica ancora una volta non ha ammesso che lo studente, e neanche l’insegnante, discutessero sulla scienza, oltre che ripetere sempre la stessa la scienza.

In sintesi, il conflitto, che la didattica scientifica manteneva fuori dalla porta, è entrato dalla finestra della organizzazione scolastica e della pedagogia; ma è stato accuratamente lasciato all’esterno della “legge scientifica”, che è dura come prima.

  1. La matematica del conflitto

Eppure la scienza aveva già ammesso il conflitto al suo interno; lo si diceva prima riguardo la logica; nei primi anni del ‘900 c’erano stati i conflitti (almeno temporanei) durante le crisi della fisica e della matematica, crisi che avevano fatto sorgere teorie scientifiche del tutto in opposizione alle teorie scientifiche del passato glorioso e anche trionfalista.

Ma addirittura, dall’inizio del ‘900 è nata anche la matematica dei conflitti, benché a prima vista è una contraddizione in termini il mettere assieme la matematica, che è il mondo della precisione, con i conflitti, che è il regno della irrazionalità.5 Infatti così è sembrato per millenni, (benché già Pitagora avesse proclamato che “Tutto è numero”).

La contraddizione non è apparsa insuperabile ad un giovane quacchero, Lewis F. Richardson, il cui fratello era morto in guerra, e che, come obiettore di coscienza, lavorava in una infermeria della I guerra mondiale. Egli era un fisico, che si interessava professionalmente di meteorologia: un campo di fenomeni quanto mai complessi e apparentemente imprevedibili. Ma lui sapeva che anche la metereologia era soggetta ad una formalizzazione matematica. Con questa idea guida, Richardson propose per primo una formalizzazione della corsa agli armamenti e, in generale, dei fenomeni competitivi.

L’idea è semplice; invece di considerare una sola equazione differenziale alla volta, egli ha accoppiato due equazioni differenziali (o anche, due equazione a differenze finite); in modo che gli aumenti o le decrescite della variabile della prima equazione differenziale, dipendessero dagli aumenti o dalle decrescite dell’altra variabile, quella della seconda equazione differenziale.

dx/dt = ky – ax + g;……………dy/dt = lx – by + h

Che dicono queste equazioni? La prima dice che il primo Paese aumenta i suoi armamenti x a causa degli armamenti y del Paese confinante, salvo essere limitato dall’aver già raggiunto un livello molto alto e dall’avere stimoli o limiti (g) dovuti a ideali o a difficoltà (ad es. economiche).6 Analogamente per la seconda equazione.

Risolvere questo sistema è un po’ complicato; ma lo si semplifica se ci chiediamo quando avverrà che i due Paesi saranno soddisfatti della crescita già ottenuta e quindi non avranno più incrementi; cioè, se consideriamo nulle le variazioni dei primi membri. Così la matematica si riduce a quella delle equazioni di due rette; delle quali si può cercare il punto di incontro; quando esso c’è (comunque lontano), indica che la corsa agli armamenti dei due Paesi può trovare un punto d’incontro, quindi tutto il sistema è in equilibrio. Altrimenti i due Paesi sono condannati a correre all’infinito per accumulare spasmodicamente ulteriori quantità di armi distruttive.

Le pubblicazioni di Richardson (compreso un libro) ebbero un discreto successo; ma momentaneo. Lui stesso lasciò questo argomento di studio, per riprenderlo solo quando, negli ultimi anni ’30, un’altra guerra sembrò imminente.

E’ solo dopo la seconda guerra mondiale che questo settore di studi incominciò a svilupparsi, anche per la concomitante crescita della teoria dei giochi (competitivi). Questa era iniziata negli anni ’20 per opera di padri illustri: Emilio Borel e Janos Neumann. Dal 1944, data del famoso libro di Neumann e Morgenstein7, c’è stato un forte interesse degli economisti per questo nuovo argomento di studio; tanto che da un po’ di tempo è diventato materia corrente di studio universitario.

La teoria dei giochi include giochi a variabili anche continue (così è nata con Borel); ma i suoi problemi più interessanti concettualmente si hanno quando si usano variabili discrete. Nella sua forma più semplice un gioco è dato da otto numeri interi che vengono comparati tra loro per vedere qual è il più grande e il più piccolo; questa formalizzazione poteva nascere anche nella mente di Archimede. Eppure la sua capacità di sintesi è grande, perché, come ha sottolineato un altro quacchero famoso, A. Rapoport,8 la teoria dei giochi ha il concetto di strategia, il quale sintetizza un numero qualsiasi di mosse (le quali non vengono neanche prese in considerazioni dalla teoria). Quindi la teoria dei giochi è una teoria da capi o da generali, piuttosto che una teoria da subordinati o esecutori delle singole mosse (così come sono di solito le teorie matematiche).

Già la teoria dei giochi a due giocatori, ognuno dei quali ha solo due strategie possibili, può dare dei tremendi rompicapo, anche dal punto di vista filosofico, perché alcuni giochi danno luogo a veri e propri paradossi. I giochi più semplici sono i giochi a somma zero, là dove un giocatore vince tutto quello che perde l’avversario e solo quello. Per questi giochi Neumann ha dato un teorema (del minimax) che assicura sempre la strategia ottima.. Esso suggerisce ad ogni giocatore di scegliere il massimo delle sue vincite minime; quindi dà un criterio cautelativo, da mezzo bicchiere vuoto.

Ma i conflitti a somma zero sono poco interessanti, perché schiacciano la creatività di un gioco in un formalismo troppo schematico (tutto il mondo è racchiuso nel conflitto tra i due). Questa creatività riappare con i giochi a somma non zero, dove ambedue i giocatori possono anche vincere assieme o perdere assieme (ovviamente, grazie al coinvolgimento di terzi; che però nel gioco formale non fanno mosse e quindi, come giocatori, non esistono).

E’ da sottolineare che questa modifica rappresenta il cambiamento effettivo avvenuto nella storia delle guerre. Quando i Romani vincevano, le loro perdite erano trascurabili e i guadagni (il bottino) erano tutti a carico del perdente. Ora invece (seconda guerra mondiale, Jugoslavia) chi vince è costretto ad aiutare chi perde (per evitargli tracolli economici che trascinerebbero anche il vincitore); o addirittura chi vince, vince solo con il suo esercito, mentre la sua popolazione resta disastrata o distrutta (ad es. il Vietnam del Nord rispetto agli USA).

Per dare almeno un cenno di questo grande campo di ricerca, esaminiamo un suo gioco: il famosissimo dilemma del prigioniero, su cui c’è una ampia letteratura, sia matematica che filosofica.9 A causa di un delitto, la polizia arresta due delinquenti, che sa che quasi sicuramente l’hanno commesso; ma non ne ha le prove. Li pone in due celle separate, dove ognuno ha due strategie: confessare (C) o non confessare (NC). La matrice del gioco (ottenuta sovrapponendo le due matrici dei pagamenti per i due giocatori) è la seguente (i numeri contano solo come scala di preferenze).

Tab. 1: GIOCO DEL DILEMMA DEL PRIGIONIERO 

                    C                    NC

C                -5, -5              5, -10

NC            -10, 5               0, 0

Il caso (-5, -5) è il risultato della confessione di ambedue: indica la loro giusta condanna. Il caso (5, -10) significa che se il secondo non confessa e il primo sì, questi è premiato dalla polizia come “collaboratore”, mentre il tribunale raddoppia la giusta pena al secondo perché questi non ha confessato. Analogamente il caso (-10, 5). Ma se nessuno dei due confessa, la polizia, rimasta senza prove, li deve liberare: (0,0).

Ora, qualsiasi regola che scelga la strategia in modo cautelativo (e anche la regola matematica di Neumann) porta i due a scegliere C, cioè la coppia di strategie (C,C), che fa ottenere (-5, -5); quando invece è evidente che (NC,NC) è la coppia migliore, perché dà (0, 0). Ma quest’ultima strategia richiede la cooperazione tra i due, al di là di ogni dubbio o diffidenza. Da qui il conflitto di due razionalità opposte; quella cautelativa matematizzata, e quella cooperativa ma non basata su prove formali.

Questo gioco è eccezionale. Tutta la scienza tradizionale esclude i paradossi e le contraddizioni; cosicché non si ragiona mai su un conflitto di razionalità diverse. La teoria dei giochi invece lo può fare, mediante questo gioco particolare (e vari altri).10

Si noti che la stessa corsa agli armamenti, che Richardson aveva formalizzato con due equazioni differenziali, qui viene formalizzata con otto numeri; basta sostituire A (armarsi) a C, e NA (non armarsi) a NC. La struttura logica delle soluzioni di Richardson è la stessa di questo gioco: le nazioni si dissanguano per armarsi, a causa della diffidenza reciproca; benché sia evidente che, se cooperassero senza armarsi, ambedue ci guadagnerebbero molto.

Per di più, adesso il gioco rappresenta anche la strategia cooperativa ed il suo contrasto radicale con la strategia bellica. Come si vede, la semplificazione drastica del formalismo matematico non ha impoverito la rappresentazione della realtà, ma anzi l’ha arricchita. Ciò va contro l’aspettativa generale degli scienziati, e può essere elemento di riflessione per qualsiasi applicazione della matematica (ad es. la termodinamica e la chimica, la cui matematica è semplice, sono forse meno universali, nel loro campo di fenomeni, della meccanica, la cui matematica è sofisticata?).11

Ci sono poi altre formalizzazioni dei fenomeni conflittuali, ad es. la formalizzazione statistica dei conflitti mortali e guerre. Essa è molto istruttiva, perché mostra che le guerre si distribuiscono nella storia (e sotto tutti i parametri possibili) secondo una distribuzione che si chiama poissoniana, quella che è tipica dei fenomeni casuali: cioè (come sempre hanno detto i saggi) le guerre, viste sui tempi lunghi, sono fenomeni storici casuali!12 I professori di storia lo sanno?

Inoltre si può mostrare che anche la fisica ha la capacità di insegnare conflitti. Per brevità, su questo tema rimando ad altre pubblicazioni.13

  1. Il conflitto in logica: la sua didattica

Ma tutto ciò è forse difficile da insegnare? Forse richiede conoscenza tecniche superiori, o capacità intellettuali che solamente i più bravi della classe possono avere? La pubblicazione degli Insegnanti Nonviolenti dimostra che questo non è vero; tanto che riporta come E. Castelnuovo ha trovato una maniera di insegnare la poissoniana alle scuole elementari!

E se anche fosse vero che ciò che precede è difficile da insegnare, certamente non lo è il conflitto più interessante, quello che riguarda direttamente la nostra mente: il conflitto nella logica. Esso può essere insegnato appena si acquisti conoscenza della lingua che si usa; esso, anzi, favorisce quell’esercizio logico di sintassi che la scuola si sforza di insegnare attraverso una serie di regole specifiche.

Nel passato la logica classica ha dominato fino al punto da quasi escludere ogni altra logica. Ma, come si diceva dianzi, nel secolo XX la ricerca di logica matematica ha chiarito che esistono più logiche, che sono altrettanto importanti. Inoltre ha chiarito che la legge discriminante tra la logica classica e (quasi tutte) le altre logiche è quella della doppia negazione, piuttosto che quella del terzo escluso.14

Nel seguito sfrutteremo questo avanzamento. Basta notare che nei testi scientifici ci sono frasi doppiamente negate, le quali non sono equivalenti alle corrispondenti positive per mancanza di evidenza nella realtà (FDN); quindi appartengono alla logica non classica, perché per loro non vale la legge della doppia negazione. Ad esempio, la frase: “E’ impossibile il moto che non ha fine” (anche nel seguito le negazioni verranno sottolineate per facilitare il lettore nel riconoscerle nelle FDN) non è equivalente all’affermazione: “Ogni moto ha una fine”, perché questa seconda frase, essendo affermativa, è obbligata a dare a priori le prove operative del luogo e del momento finale della fine del moto; a causa dell’imprevedibile attrito ciò non è possibile.

Se un autore scientifico usa FDN, ciò significa che egli ragiona in logica non classica; la quale ovviamente introduce ad un mondo intellettuale del tutto differente da quello della logica classica.

Nei testi originali di Freud e di Marx si trovano molte FDN. In particolare si trovano in uno scritto molto breve e leggibile da chiunque, in cui Freud ha espresso il metodo della psicanalisi.15 Freud evoca la scena usuale della stanza dell’analista: il paziente, steso sul lettino, racconta i suoi sogni; egli dice ad es. che ha sognato di essere andato a trovare la madre; ma ad un certo punto dell’incontro, avvenuto in cucina, la madre l’ha fatto tanto arrabbiare che gli è venuta voglia di prendre un coltello sul tavolo e di ammazzarla; ma, aggiunge il paziente: “Però io non volevo ammazzare mia madre”. L’analista deve cogliere al volo questa negazione e, a sua volta, deve negare quella frase: “Non è vero che il paziente non voleva ammazzare la madre”. Infatti, dice Freud, la negazione linguistica è il segnale di un processo di negazione interiore (soppressione e rimozione) di un trauma, che ancora tormenta il paziente; e che, come tutte le cose inconsce, viene a galla solo quando il suo Io allenta la pressione oppressiva, in particolare nei sogni.

Quello che fa l’analista (negare la negazione del paziente) pone un inizio, un principio di quel metodo di indagine sul paziente che può risolvere il conflitto psichico; quindi un principio metodologico. (Oltre che sul lavoro del singolo analista sui sogni del singolo paziente, Freud ha teorizzato più in generale sui sogni di tutti i pazienti; allora il suo principio metodologico è espresso da un’altra FDN: Non è vero che i sogni non siano realtà).

Questa differenza tra logiche differenti è semplice, alla portata di tutti i livelli della didattica, anche della quinta elementare. Essa inoltre è utile per eliminare gli abusi di linguaggio (del tipo: “Non c’è nessuno”; che invece dovrebbe essere: “Non c’è alcuno”; oppure “Non mi hai dato niente!”; invece di “Non mi hai dato alcunché”), o a sottintendere pezzi importanti della frase. Ad es., Popper. “La scienza è fallibile [a causa di esperimenti negativi]”; Jonas: “L’etica della paura [del suicidio dell’umanità]”; in modo da avere una precisa corrispondenza tra pensiero e linguaggio, tale che la mente possa aver fiducia nelle parole che esprimono il suo pensiero.

Poi si può notare che in logica c’è un conflitto ancor più ramificato; ad esempio esaminare (nel liceo) la differenza tra implicazione materiale e implicazione intuitiva; e poi studiare i rimedi che si possono portare (secondo le diverse logiche). Allora finalmente lo studente potrebbe affrontare la logica non in quella maniera scorretta che viene suggerita dalla filosofia mediante qualche idea del sillogismo aristotelico e poi con la fumosa dialettica di Hegel (o con quella tutta da riconoscere di Marx; si ricordi che su diamat = materialismo dialettico, si è fondato un regime di potere, l’URSS, che ha dominato le menti delle persone di metà del mondo per il periodo di tre generazioni).

Ancor più in generale, è chiaro che se si ragiona con FDN, non si può ragionare deduttivamente da poche frasi prese come assiomi certi. Ogni FDN (vedasi ad esempio quella del moto perpetuo, o quelle di Freud), indicano una ricerca, non una sicurezza; una induzione, non una deduzione. Induzione a che fine? A quello di risolvere un grande problema; che nella termodinamica, dove l’impossibilità del moto perpetuo è servita a fondare quasi tutta al teoria, è “Non è vero che il calore non è lavoro”; e nella meccanica che ha usato lo stesso principio, è il problema di conoscere le caratteristiche principali del movimento; in Freud è quale sia il trauma del paziente; e in Marx il problema è come superare storicamente il capitalismo. Ecco che allora appare una novità ancor più importante: il conflitto nella logica è la espressione più precisa di un conflitto più generale, quello tra due tipi di organizzazione di una teoria: o una organizzazione deduttiva, che ricava tutte le verità dalla verità delle poche proposizioni iniziali (principi-assiomi), o una organizzazione che, in maniera induttiva, cerca e trova un nuovo metodo che risolva un dato problema.

In definitiva, la organizzazione della teoria non è più solo quella deduttiva indicata da Aristotele, ma è anche quella induttiva. Allora capiamo che è molto importante chiarire che esiste un conflitto in logica, perché altrimenti non saremo mai padroni della nostra mente, né sapremmo in quale organizzazione del pensiero ci troviamo. In particolare, stando attenti alla presenza di FDN, si ha un nuovo metodo di analisi logica, che permette di decidere sia se l’autore ragioni o no con precisione logica in logica non classica, sia che tipo di ragionamento egli segua, sia che organizzazione egli abbia dato alla sua teoria.

  1. Il conflitto nella didattica della fisica e nella didattica della chimica

Ma esistono conflitti all’interno delle scienze della natura?

Consideriamo la scienza che si insegna nelle scuole superiori. Essa cerca giustamente di qualificarsi al livello di teorie scientifiche; infatti, che di più educativo e formativo dell’insegnare a quali altezze intellettuali è giunta la mente umana, partendo dai dati di fatto sperimentali?

Queste teorie contengono in maniera essenziale la matematica. Nelle scuole giustamente si insegna almeno quel minimo livello di matematica col quale poter introdurre le teorie scientifiche più importante (anche se non le più recenti). Ad es., la didattica della fisica insegna l’ottica geometrica; questa richiede la conoscenza di quasi solamente la geometria euclidea, che si impara sin dalla scuola elementare. Si noti che questa geometria, giustappunto per lo spirito dei greci antichi, non usa l’infinito, ma solo l’illimitato; ovvero l’infinito solo potenziale (cioè l’infinito che è approssimabile ma mai è raggiungibile). E’ vero che nell’ottica la formula delle lenti sottili può portare l’immagine all’infinito; ma qui si tratta di un infinito virtuale, perché riguarda non l’oggetto materiale o la lente, ma l’immagine che è immateriale.

Invece poi la meccanica classica richiede concetti matematici più avanzati; chi fa il liceo scientifico deve imparare i concetti (approssimativi) di derivata e integrale. Essi sono nati mediante gli infinitesimi dx e dt; che sono numeri definiti come inferiori a qualsiasi altro numero superiore a 0; ovvero, come l’inverso del numero infinito. Quindi questo è l’infinito che è un numero come qualsiasi altro; o è il punto finale di una retta, anche se nessuno è mai arrivato là).16 In definitiva, nell’insegnamento della fisica si nasconde un conflitto sul tipo di matematica usata: o la matematica (solo finita o) basata sul solo infinito potenziale, o la matematica basata sull’infinito in atto.

Ovviamente, nelle varie teorie fisiche questi due tipi di infinito danno luogo a concetti molto diversi. Ad esempio, in meccanica è essenziale il tempo come variabile continua, con cui si calcolano le derivate e gli integrali dell’analisi infinitesimale; mentre invece la termodinamica, che non ha bisogno di infinitesimi e di infiniti, usa una matematica elementare: il suo tempo è solo quello dualistico del prima-dopo una trasformazione.

Così pure il concetto di spazio comporta un analogo conflitto; tra il concetto che vale nella ottica e nella meccanica, cioè quello che riguarda l’infinito universo, matematizzato con tre assi cartesiani; e il concetto di spazio della termodinamica, che è tutto diverso: è racchiuso in un volume di misura data (sempre finita).

Ma chi spiega ciò allo studente? Gli si insegnano le teorie differenti, e differentemente fondate, solo per i loro risultati e presentando i loro concetti teorici come se ogni volta fossero calati dal cielo.

Ma allora ci accorgiamo che con la precedente analisi abbiamo individuato due conflitti che sono nei fondamenti di una teoria scientifica: quello sul tipo di infinito (o potenziale o in atto) e quello sulla organizzazione della teoria; questo secondo è equivalente a quello su due tipi di logica: o classica per la deduttività, o non classica (con le FDN) per l’induzione. Questi due conflitti possono essere visti in maniera più concreta nelle due grandezze fisiche che di solito sono basilari, tempo e spazio: il tempo continuo o quello prima/dopo; o lo spazio infinito, o quello confinato.

In sintesi:

1° i fondamenti di una teoria scientifica hanno sempre due conflitti, non sovrapponibili tra loro.

2° Ogni conflitto è dovuto ad un concetto filosofico – o l’infinito, o l’organizzazione – che poi, nella storia della scienza, è stato oggettivato e formalizzato mediante una specifica teoria scientifica: rispettivamente, la matematica (dell’infinito) e la logica matematica.

3° Ogni conflitto nasce perché ognuno dei due concetti filosofici è suddiviso in due scelte possibili:

– l’infinito in atto (IA) o potenziale (IP), che sono alla base rispettivamente della matematica classica e della matematica costruttiva;

– l’organizzazione assiomatica (OA) o problematica (OP), basate rispettivamente sulla logica classica e sulla logica non classica.

4° In ogni conflitto, le due scelte sono incompatibili tra loro e le teorie con scelte differenti sono tra loro incommensurabili.

5° Complessivamente, tutte le teorie scientifiche esprimono, con le loro scelte, quattro modelli di teoria scientifica, che seguono quattro tipi di razionalità scientifiche, separati dalle loro incommensurabilità.

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Tab. 2: I FONDAMENTI DELLA SCIENZA

Infinito Infinito in Atto Matematica Classica
Infinito Potenziale Matematica Costruttiva
Organizzazione Organizzazione per Assiomi Logica Classica
Organizzazione su un Problema Logica non classica

In definitiva, questa chiarificazione comporta che l’insegnamento di una teoria scientifica chiarisca i due conflitti fondamentali che stanno alla sua base.

Da questo punto di vista, come risulta l’attuale insegnamento della Fisica nelle scuole superiori? Sorprendentemente, appare a prima vista che le teorie fisiche da insegnare sono quattro: ottica geometrica, meccanica, termodinamica, elettromagnetismo. Sono esse ordinabili secondo le quattro coppie di scelte sui due conflitti? Si!

Tab. 3: I QUATTRO MODELLI DI TEORIA SCIENTIFICA E LE QUATTRO TEORIE FISICHE

OA

OP

IA

Meccanica di Newton

Elettricità e Magnetismo

traiettoria, linea di forza

IP

Ottica geometrica

Termodi-namica

distanze, processi

spaz. assoluto, sistema di rif.

campo, sistema

(In corsivo sono indicate le grandezze fisiche che più rappresentano una particolare scelta compiuta dalle teorie fisiche di quella riga o quella colonna.

In altri termini: i didatti della fisica sono stati così sagaci che, tra le tante teorie fisiche che potevano scegliere di insegnare, hanno scelto proprio quelle che rappresentano i quattro modelli di teoria scientifica, cioè tutte le coppie di scelte possibili sui suddetti conflitti. Quindi questi didatti, attraverso le loro teorie, di fatto hanno intuito i fondamenti della loro teoria scienza.17 Ma non se ne sono accorti; perciò non dichiarano la loro scoperta agli studenti. Anzi, si sforzano di presentare la fisica come unitaria, nonostante (come indica la doppia freccia nella tabella) l’accostamento di meccanica e termodinamica strida, a causa della loro incommensurabilità.

Se si esamina la didattica della chimica, si nota che essa ha sofferto il conflitto sul tipo di organizzazione. La didattica tradizionale considerava la chimica per come essa era nata: basata sul problema di quali siano gli elementi costitutivi della materia, da trovare induttivamente, mediante l’esame della miriade di tutte le reazioni possibili tra le sostanze; cioè è nata come teoria OP. Infatti essa ha usato sistematicamente le FDN; ad es., “La materia non è divisibile al non finito”; Lavoisier e Dalton: “Chiameremo elemento quella sostanza che ancora non siamo riusciti a scomporre”.

Invece, da qualche decennio, per essere più rapidi nell’avvicinare la chimica del XX secolo (quantistica), quasi sempre si insegna chimica assiomaticamente: si illustra l’atomo come se fosse una pallina (immagine impossibile, secondo la meccanica quantistica!) e poi si dà la classificazione dei suoi livelli atomici, per così presentare deduttivamente tutti gli elementi possibili. Questo conflitto tra OP e OA nella didattica è rimasto vivo, perché c’è anche un movimento contrario, per tornare alla didattica precedente. Ma senza che il conflitto sia stato indicato agli studenti.

Diversa è la situazione dell’insegnamento universitario di chimica. Lì i chimici didatti sono stati anche loro sagaci nel saper individuare quattro teorie che, di fatto, indicano i conflitti fondamentali e le articolazioni delle possibili scelte.18 Anche qui, però, non se ne sono accorti e non lo dicono agli studenti.

Tab. 4: I QUATTRO MODELLI DI TEORIA SCIENTIFICA E LE QUATTRO TEORIE CHIMICHE

IA

IP

OA

Chimica Quantistica

Chimica Fisica

OP

Cinetica Chimica

Chimica Classica

7. La didattica della matematica solo apparentemente è senza conflitti

Purtroppo la didattica scientifica che manca all’appello è quella della matematica, la didattica scientifica che più di tutte dovrebbe dare le direzioni alla cultura scientifica; anzi, oggi essa è la didattica più oscura. Certo, questa didattica deve fare anche da supporto alle altre didattiche scientifiche; q quindi deve occuparsi di molte teorie. Ma ciò non le dovrebbe impedire di insegnare che cosa è una teoria matematica in tutta generalità, cioè secondo i quattro modelli di teoria scientifica. Invece questa didattica si è accontentata del primo modello di teoria scientifica che è nato nella storia della scienza, quello euclideo; e poi ha cercato semplicemente di attenersi sempre a quello; sia imitandone, ogni volta che è stato possibile, la sua OA, come se fosse l’unica organizzazione; sia riferendosi il più possibile al finito, così come fa la n geometria euclidea con riga e compasso.

Sappiamo bene che la prima operazione è stata possibile fino ad oggi, perché nella storia non c’è stato uno scienziato autorevole che abbia proposto, mediante una nuova teoria importante, una teoria matematica esattamente in una OP. In realtà, ci sono stati: Lobacevsky, che con questa organizzazione ha proposto proprio la prima geometria non euclidea;19 e Kolmogoroff, che così ha proposto per la prima volta la formalizzazione della logica non classica, l’intuizionista.20 Ma ambedue non erano coscienti di questa loro novità, o almeno non l’hanno dichiarata; perciò è passata inosservata agli altri scienziati (oltre al fatto che anche i loro lavori sono stati quasi ignorati dagli storici).

La seconda operazione è stata più tormentata. Perché quando i matematici moderni sono arrivati ad inventare la analisi infinitesimale, che usava l’IA, giustamente si sono entusiasmati dei risultati strabilianti che ottenevano con essa. Ma allora è nato un conflitto: questa matematica era in opposizione con la matematica di riga e compasso, essenzialmente, finita. Il conflitto si è esteso alla didattica: come insegnare la matematica, restando legati al finitismo di riga e compasso, pur sapendo che quella avanzata è l’analisi infinitesimale? D’altra parte, come insegnare solo quest’ultima, che ha avuto fondamenti equivoci per due secoli e che comunque impone di scegliere l’IA, che nelle scuole superiori è chiaramente un concetto difficile da far capire agli studenti? Anzi, esso è impresentabile come concetto basilare della scienza, che pretende di essere galileianamente sperimentale, in opposizione all’apriorismo dell’aristotelismo e all’idealismo di Platone.

Qui sta tutta la storica irresolutezza della didattica della matematica; che alla fine va a insegnare un misto di concetti, spezzoni di teorie, anche una teoria, la geometria euclidea, che però è antiquata, rispetto alle teorie della modernità.21 Questo tipo di didattica può essere rappresentato, almeno fino agli anni dello Sputnik, dalla Fig. 2. Ogni freccia di una teoria indica, col punto di partenza, le scelte effettive di quella teoria, e, con il punto di arrivo, le scelte che appaiono allo studente. Si notino le tante frecce, ognuna indicante la equivocità della didattica sui fondamenti di quella teoria, e si noti l’incrocio turbinoso delle frecce. E’ chiaro che la tentazione dell’insegnante di matematica è di fare ignorare che nella didattica della matematica c’è un grande problema di fondamenti.

Questa oscurità della didattica della matematica esiste perché i matematici, ritenendo che la loro scienza è esente (dal rapporto con la realtà concreta e quindi anche) dai conflitti, la concepiscono idealmente, come un mondo “in pace”, dove tutto ha il suo posto o lo avrà sicuramente tra breve. Questa loro opinione impedisce una chiarificazione della didattica, che è molto semplice e a basso costo didattico: insegnare l’algebra booleana, che è una struttura matematica molto attraente, perché può essere vista come teoria: dei circuiti elettrici, delle leggi della logica, degli insiemi (senza necessità di vederli infiniti), dei reticoli, dei numeri a base binaria, ormai molto usati; e al liceo un esempio molto semplice di struttura algebrica, perché è simmetria ed ha il merito di introdurre a definire i numeri razionali come campo.

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Essa darebbe una chiara teoria IP, perché ivi tutto è finito, e OP, perché nelle leggi della logica possono essere poste (come all’origine storica) come risultato della ricerca sul problema delle regole del ragionamento. Al suo confronto, sarebbe facile comprendere le scelte di ogni altra teoria insegnata. E la didattica così potrebbe svolgere un chiaro percorso didattico sui fondamenti della matematica tutta.

7. Conflitto e sua conciliazione per saper lavorare dentro il pluralismo

A mio parere, se non si affronta la problematica dei fondamenti, l’insegnamento scientifico resta subordinato alla cultura dei mass media (a incominciare dalle riviste divulgative, per finire alle trasmissioni TV); che è più attraente non solo perché è più facile, ma anche perché è conflittuale in tutto, anche nell’informazione scientifica. Alla cultura scolastica anche scientifica resta il ruolo di concedere quel pezzo di carta che poi permette di arrivare ad una professione remunerata (come il ruolo degli esami che nella Cina antica permettevano di diventare mandarino).

In particolare, si formano esecutori incoscienti del senso culturale delle operazioni mentali che essi eseguono; si inculca l’assenso all’ipse dixit. In altri termini, cioè si arriva ad una specie di tradimento della scientificità galileiana, oltre che della fiducia degli studenti; i quali si aspetterebbero di essere trattati da persone razionali e desiderose, da persone di lì a poco adulte, capaci di assumersi le loro responsabilità di saper vivere in pieno la vita culturale della società moderna.

Ma, mi sembra di sentire una obiezione: “Ma tutti questi conflitti non fanno altro che confondere le idee agli studenti.”

Certamente non si può imparare la critica dei concetti, se prima quei concetti non sono stati appresi. Quindi non si possono studiare i fondamenti di una casa se non si sa qual è la casa che si sta esaminando. Ma una volta che la costruzione didattica dei concetti scientifici è finita, è autoritario lasciare agli studenti la coscienza del semplice muratore, che ha messo assieme i pezzi di quella casa, senza fargli sapere a che progetto essa corrispondeva e perché le linee risultanti sono state concepite in quella maniera. Qui c’è tutta la differenza tra esecutori e persone coscienti. Non credo che ci sia una valida esigenza sociale che gli studenti in massa debbano avere una mentalità solo esecutrice; se non l’esigenza del “grande fratello” di Orwell.

Né vale la scusante che lo studente può ricostruirsi da solo quella che è la problematica di fondo, sia nella logica che nei fondamenti. E’ come dire che mangiando torte, alla fine si riesce ad imparare la ricetta con cui esse sono state fatte. La via diretta è piuttosto quella di una didattica che sa presentare e affrontare gli argomenti per i loro contenuti culturali principali, non per gli aspetti laterali, quelli più tecnici e ripetitivi. Certo, qui un insegnante avrebbe ragione a ricordare che l’Università non dà la preparazione a tutto questo; perciò, nella attuale latitanza dei programmi ministeriali e della preparazione universitaria, l’insegnante dovrebbe assumersi tutta la responsabilità di innovare autonomamente la didattica. Ma io credo che, se l’insegnante aspira minimamente ad essere una persona di cultura, e non un impiegato esecutivo che semplicemente si fa gradire dagli studenti, certamente si impegnerà in quell’attività che lo riabilita come educatore, ai suoi occhi e agli occhi degli studenti.

Certo, l’insegnante dovrebbe scendere dal piacevole e comodo dislivello che gli permette di parlare ex cathedra (sia pure condizionato dal libro di testo); sui fondamenti dovrebbe diventare un uomo di cultura, che sa indirizzare gli studenti dentro una realtà conflittuale. Ma che cosa dovrebbe desiderare di più un insegnante se non proprio questo? E che dovrebbero chiedere di più i giovani, se non essere aiutati nella loro formazione umana e culturale, che passa essenzialmente attraverso molti conflitti? Tanto più ciò vale per quegli studenti che poi all’Università proseguiranno nello studio di materie scientifiche, dove, a ragion veduta della formazione alla professione, il tecnicismo prevarrà.

E’ da notare che l’attuale situazione da superare è stata creata da operazioni culturali avvenute nel passato e oggi non più rimesse in discussione, nonostante non siano di onore per la attuale cultura. E’ stata la Rivoluzione francese che, sin dalla Éncyclopédie, ha sostenuto il primato della ragione, al fine positivo di aver la forza d’animo e la forza sociale di abbattere i poteri assoluti che dominavano la società europea. La lotta contro i giganti che i sans culotte (detto modernamente: “i senza potere”) dovevano fare poteva basarsi solo sulla ragione; perciò essi hanno così tanto sostenuto il primato della ragione da farne un assoluto e una Dea.

La successiva restaurazione, che non poteva tornare esattamente alla situazione precedente, prese in contropiede il movimento innovatore: ne accettò il primato della ragione e della scienza, ma lo subordinò al potere sociale esistente. L’aver fatto gli studi all’Università per entrare sia nella ricerca sia nella carriera dell’Università, le riviste che pubblicano articoli di ricerca solo se esaminati da altri colleghi autorevoli, la società degli scienziati, sono tutte caratteristiche che sono nate in quel tempo e che hanno formato quella si autodefiniva la “comunità scientifica”.22 Cosicché, mentre prima i gestori della ragione illuministica erano tutte le persone, compresi i popolani; dopo, i gestori della ragione sono state le comunità degli scienziati; cioè solo le persone autolegittimantesi in gruppo ed autorizzate dal potere sociale, il quale (anche se democratico) dava a quella ragione le direzioni, i limiti e i vincoli. Il tutto all’interno dell’idea che la ragione è unica per tutti (così come aveva creduto la rivoluzione francese, essendo all’inizio del suo uso sociale).

Né poi il sorgere del movimento operaio ha cambiato la situazione. Sia perché esso si è basato più che sulla ragione individuale, sulla ideologia collettiva perché solo essa era scientifica, non quella individuale. Sia perché, Engels, convinto che il progresso avrebbe portato necessariamente alla vittoria del proletariato, ha determinato un’alleanza del movimento operaio con l’ala radicale della borghesia, quella che anticipava quel progresso.23 Al centro di questo accordo, c’era proprio la unicità della ragione. Poi la seconda Internazionale socialdemocratica stabilì che, mentre le scienze sociali erano internamente divise, perché lì c’era l’alternativa scientifica del marxismo, invece la scienza della natura era unica, per proletari e capitalisti. Non si accorse che così la scientificità della ideologia operaia andava a confondersi con una generica scientificità, sulla quale l’accademia poteva giovare a piacimento.

Poi la negli anni ’50 USA e URSS, impegnandosi nella comune gara economica-tecnologica ribadirono la unicità della scienza. Che negli anni ’60 fu contestata dagli studenti, che gridarono “La scienza non è neutrale!”; senza però riuscire ad avere conseguenze istituzionali.

Quindi ci sono precise circostanze storiche che hanno fatto nascere il dogma della unicità della ragione; il quale è rimasto e oggi si mantiene perché non ci sono state mai grosse forze sociali che lo abbiano messo in discussione. Troppi politici oggi preferiscono l’irrazionalismo o il relativismo; e troppi filosofi preferiscono fare la filosofia dei sentimenti.

Fortunatamente da qualche decennio è sorto un movimento ecologico che ha chiesto un progresso diverso, tale che darci una migliore qualità della vita piuttosto che una maggior quantità di vita (consumistica). Nella gente si è diffusa la coscienza che si può e si deve “fermare il progresso scientifico”, come quello delle centrali nucleari (referendum negativi in molti Paesi, a incominciare da quello dell’Austria nel 1976). Si è anche capito che questa nuova politica discende da una innovazione politica radicale del secolo XX: la nascita di un metodo nonviolento nel risolvere i conflitti: prima Gandhi con la liberazione dell’India e poi le liberazioni nonviolente dei popoli dell’Est nel 1989 hanno dimostrato che esiste un’altra razionalità nel risolvere le guerre; una razionalità che è diversa da quella scientifica tecnologica che ha portato alla folle corsa alle armi (ad es. nucleari, ma anche batteriologiche e metereologiche) che minaccia cupamente il suicidio dell’umanità.

D’altronde non era difficile capire che ci sono più razionalità sulla base della esperienza generale: la ragione greca non aveva mai messo in conto la razionalità femminile, che certamente non è quella maschile. E noi l’abbiamo visto in precedenza (par. 5): non la filosofia o la ideologia politica, ma la logica matematica porta a differenti razionalità, formalizzate rigorosamente in logiche diverse e incompatibili tra loro. Le varie scienze pure: la razionalità della termodinamica non è quella della meccanica di Newton.

Ma allora come si sceglie sulla scienza? Lo abbiamo visto considerando i quattro modelli di teoria scientifica. E quale è il risultato di queste scelte? Non l’irrazionalismo, o l’indifferentismo, o la vita dei soli sensi; ma il pluralismo di un numero preciso di razionalità, in accordo con quella enorme esperienza storica che è stata la scienza occidentale; esperienza che, una volta conosciuta nei suoi fondamenti, resta come guida sapienziale per l’umanità.

Ma allora il problema vero non è se la ragione sia unica, ma il suo legame con l’etica (delle scelte). In Occidente la scienza ha sempre subordinato l’etica, invitando la gente a “saper convivere con il progresso” senza resistergli; cioè, ad adeguarsi ad esso anche se comportava profondi cambiamenti di modelli di vita (si pensi ad esempio a come l’ingresso della automobile ha cambiato la vita della gente: così tanto che il suo possesso anticipa e precostituisce il formare la propria famiglia; oppure si pensi a come ha cambiato la mente della gente lo stare quattro ore al giorno (media europea) davanti alla TV, o l’avere un cellulare per passare un gran parte della vita per comunicare con persone lontani; e per dire che cosa?). La giustificazione presentata alla gente che essa deve accettare di buon grado il “costo umano del progresso”, anche se in Italia ci sono 5.000 morti l’anno per incidenti stradali e che ci sono le morti programmate (statisticamente) a causa dell’uso della radioattività in mille applicazioni sociali (ad es. impedire che le patate diano getti). Il tutto giustificato con il fatto che la ragione è unica, quindi la scienza è unica, quindi non ci sono alternative a questo progresso tecnologico e sociale.

Allora il salto culturale che è da fare può essere rappresentato dalla seguente tabella, dove si vedono i due rapporti scienza-etica che si confrontano. Il contrasto dei due atteggiamenti sta tutto sulla collocazione dell’unità: se su una costruzione intellettuale, incomprensibile dai fruitori e incontrollabile dalla società; oppure sul genere umano, e quindi la solidarietà con le persone.

Tab. 3: DUE ATTEGGIAMENTI SU SCIENZA ED ETICA: L’OCCIDENTALE E IL NONVIOLENTO

Occidentale

Nonviolento

SCIENZA

Unità della scienza (tra teorie scientifiche non esistono conflitti irriducibili): “La” scienza Le teorie scientifiche hanno tra loro conflitti che sono irriducibili

CONFLITTO

Ci sono conflitti umani che non sono risolvibili senza distruggere una delle parti E’ impossibile che un qualsiasi conflitto non sia risolubile, data la unità del genere umano

1 Questo punto è stato messo in luce molto bene da A. Koyré: Dal mondo chiuso all’universo infinito, Feltrinelli, Milano, 1970.

2 In proposito è utile l’articolo di P. Cerreta e A. Drago: “50 anni di didattica della fisica, Il tempo nella scuola, 7 (1992) aprile, 14-17.

3 A. Drago e G. Forni: “A chi serve l’insiemistica?” Scuola Documenti, n.14 (1978), 40-48.

4 Anche negli USA l’insiemistica fu di moda. Contro di essa scrisse M. Kline: “Why John does not add”.

5 Una rassegna di questi argomenti, tale da essere presentata agli studenti delle scuole superiori, è in Insegnanti nonviolenti: Matematica della guerra, Ed. Gruppo Abele, Torino, 1987. Per gli insegnanti è utile A. Drago: “La matematica è senza conflitti? Matematica dei conflitti e conflitti in matematica”, Atti Fond. Ronchi, 55 (2000) 243-259.

6 Note bibliografiche su Richardson e alcuni articoli originali sul tema sono in J. R. Newman (ed.): The World of Mathematics, Schuster, New York, 1956, vol.II, 1238-1265. Una biografia scientifica di Richardson: O.M: Ashford: Prophet or Professor?, Hilger, Bristol, 1985.

7 J. von Neumann, O. Morgenstein: Theory of games and economic behavior, Princeton U. P. . I cinquant’anni della nascita di questa teoria sono stati celebrati con l’assegnazione del premio Nobel per l’economia.

8 Di A. Rapoport è classico: Strategia e Coscienza, Bompiani, Milano, 1963. I libro illustra la teoria dei giochi ad un livello più intelligente ed approfondito di quello dei tanti libretti in libreria con questo titolo; ed è anche una applicazione del gioco più famoso, il dilemma del prigioniero, ai rapporti USA-URSS.

9 Questo gioco ha formalizzato il contenuto di una novella (a rigore, la teoria dovrebbe introdurre il gioco giustificando la scala di preferenze rappresentata poi dalla tabella; io qui semplifico, riferendomi ai significati intuitivi che la novella fa associare ai numeri).

10 In letteratura questi paradossi vengono dati per risolti mediante la teoria degli equilibri di Nash. Ma, come lo stesso teorema di Minimax, essa è basata su operazioni non costruttive, che cioè si appellano all’infinito in atto. Vedasi il mio: “Finite game theory according to constructive, Weyl’s elementary, and set-theoretical mathematics”, Atti Fond. Ronchi, 57 (2002) 421-436.

11 A Drago, G. Toraldo: “Il dualismo discreto-continuo nella storia delle teorie matematiche della guerra”, in S. D’Agostino, S. Petruccioli (eds): Atti V Conv, Naz. Storia Fisica, Acc. dei XL, Roma, 1985, 375-382.

12 Un articolo originale è riportato in J. R. Newman: op. cit.. In A. Drago: “La matematica…,”, op. cit., c’è una breve illustrazione. In Insegnanti nonviolenti: op. cit., è riportato un altro caso interessante di statistica dei conflitti.

13 A. Drago e A. Pirolo: “Urto, teorie meccaniche e nonviolenza”, in A. Drago, M. Soccio (ed.): Per un modello di difesa nonviolento, Editoria Univ, Venezia, 1995, 192-208. A Drago e A. Sasso: “Entropia e difesa”, in G. Stefani (ed.): Una strategia di pace: La difesa popolare nonviolento, Fuorithema, Bologna, 1993, 153-162; A. Drago: “Modelli logici, matematici e fisici dei conflitti e delle loro soluzioni”, in M. Zucchetti (ed.): Contro le nuove guerre. Scienziati e scienziate contro la guerra, Odradek, Roma, 2000, 73-81.

14 D. Prawitz and P.-E. Malmnaess: “A survey of some connections between classical, intuitionistic and minimal logic”, in A. Schmidt and H. Schuette (eds.): Contributions to Mathematical Logic, North-Holland, Amsterdam, 1968, 215-229; J.B. Grize: “Logique” in J. Piaget (ed.): Logique et connaissance scientifique, Éncyclopédie de la Pléiade, Gallimard, Paris, 1970, 135-288, pp. 206-210; M. Dummett: Elements of Intuitionism, Claredon, Oxford, 1977. Una mia illustrazione è: “Il ruolo della logica non classica nei fondamenti e nella didattica della scienza”, A. Repola Boatto (ed.): Pensiero scientifico, Fondamenti ed Epistemologia, IRRSAE Marche, Ancona, 1997, 191-209 e “Traduzione, doppia negazione ed ermeneutica”, Studium, 99 (2003) 769-780.

15 S. Freud: “La negazione” (1925), in Opere, Boringhieri, 1980, vol. X; per una interpretazione di questo scritto mediante le doppie negazioni, si veda A. Drago e E. Zerbino: “Sull’interpretazione metodologica del discorso freudiano”, Riv. Psicol., Neurol. e Psichiatria, 57 (1996) 539-566.

16 Si noti che la successiva fondazione dell’analisi, data da Cauchy e Weierstrass, quella di definire il limite mediante la tecnica dell’ε-δ, non ha eliminato affatto l’infinito in atto; vedasi E.G. Kogbetlianz: Fundamentals of Mathematics from an Advanced Point of View, New York : Gordon & Breach, 1968, App. II.

17 Per maggiori particolari si veda il mio articolo: “Lo schema paradigmatico della didattica della Fisica: la ricerca di un’unità tra quattro teorie”, Giornale di Fisica, 45 n. 3 (2004) 173-191.

18 Maggiori particolari nell’articolo di C. Bauer e mio: “Didattica della chimica e fondamenti della scienza”, Atti XI Conv. Naz. Storia e Fondamenti della Chimica, Acc. Naz. Sci. XL, 123, vol. 29, 2005, Torino, 2005, 353-364.

19 Vedansi i lavori S. Cicenia e A. Drago: “Didattica delle geometrie non euclidee: quali proposte?”, Period. Matem., 63 (1987) 23-42; “La logica non classica nella geometria non euclidea di Lobacevskij”, B. Rizzi et al. (eds.): Matematica moderna e insegnamento, Ed. Luciani, Roma, 1993, 434-442; “The organizational structures of geometry in Euclid, L. Carnot and Lobachevsky. An analysis of Lobachevsky’ s works”, In Memoriam N. I. Lobachevskii, 3, pt. 2 (1995) 116-124; La Teoria delle Parallele secondo Lobacevskij (con inclusa la traduzione e cura di I. N. Lobacevskij: Untersuchungen der Theorien der Parallelellineen, Finkl, Berlino, 1840), Danilo, Napoli, 1996,

20 A. Drago: “A.N. Kolmogoroff and the Relevance of the Double Negation Law in Science”, in G. Sica (ed.): Essays on the Foundations of Mathematics and Logic, Polimetrica, Milano, 2005, 57-81.

21 Per maggiori particolari vedasi il mio articolo: “La Tradizionale didattica della Matematica tra astrattismo e strumentalismo”, in G. Ferrillo (ed.): Atti convegno sulla didattica delle scienze, Aversa, 2008 (in stampa).

22 Si veda la eccellente descrizione data da J. Ben-David: Il ruolo dello scienziato nella società, Il Mulino, Bologna, 1974.

23 Marx, che era stipendiato da Engels, non fu d’accordo ed ebbe il coraggio di scriverlo ne La critica del programma di Gotha (1875), Ed. Riuniti, 1974 (Gotha era la città dove c’era il congresso della socialdemocrazia che avrebbe deciso questa alleanza).

CONSIDERAZIONI SULLE GEOMETRIE NON EUCLIDEE del Dott. Antonino Drago, Università di Pisa

NDC

Abbiamo ricevuto dal dott. Antonino Drago  i suoi due pregevoli interventi già pubblicati sulla rivista ‘MATEMATICAMENTE‘ e riportati in due files, da inserire direttamente nel nostro Blog. Rimarranno in questo Post separato per qualche tempo per renderli più visibili, poi li inseriremo insieme agli altri in un unico Post (Geometria e Natura) dedicato alle Geometrie  non Euclidee ed altro, secondo il nostro criterio che ‘guarda’ lo stesso oggetto culturale da più punti di vista, per renderlo meglio assimilabile.

Rimaniamo disponibili a inserire nel nostro Blog anche gli altri articoli scientifici che il dott. Drago vorrà inviarci (es., articoli sulla didattica ed epistemologia della matematica e fisica, sull’insegnamento della relatività e della teoria dei quanti…; anche riproporre lavori già pubblicati, se possibile).

Anonimo

(dott. Piero Pistoia, NDC)

tonino drago 1

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UN ESEMPIO DI TRASFORMAZIONE DEL PAESAGGIO: CASCINA (PI) dell’accademico dott. prof. Paolo Ghelardoni

Questo articolo è piaciuto al blog Briciolanellatte, come comunicato  il 4-5-2015 da WordPress all’Amministratore con una e-mail 

PREMESSA

DA QUESTA RICERCA ESEMPLARE DI GEOGRAFIA ECONOMICA APPLICATA potremmo ENUCLEARE UN PACCHETTO DI PROTOCOLLI OD UNA SCALETTA DI PROCESSI ‘INSEGNATIVI’ COME GUIDA ALL’ANALISI PAESAGGISTICA DI ALTRI PAESI DELLA TOSCANA E NON SOLO.

Anonimo

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Per vedere un parziale curriculum del Prof. Ghelardoni :

GHELARDONI PROF PAOLO_ BREVE CURRICULUM1

Chi vuole vedere l’articolo in odt chiccare su:

PAOLO_GHELARDONI_CASCINA_PAESE

Chi vuole vedere l’articolo in pdf cliccare su:

PAOLO_GHELARDONI_CASCINA_PAESE

ALTRIMENTI:

ghelardoni_foto1

LE TRASFORMAZIONI RECENTI DEL PAESAGGIO A CASCINA (Pisa,Italy)

Dell’Accademico dott. Prof Paolo Ghelardoni, titolare della cattedra di Geografia Economica (Università di Pisa)

Uno dei problemi sempre più avvertiti dalla pubblica opinione è la trasformazione del paesaggio nel proprio territorio e di conseguenza i tentativi per proteggerlo. La necessità di salvaguardare il paesaggio era già stata considerata fondamentale dai nostri padri costituenti in quanto l’articolo 9 della Costituzione Italiana recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della nazione”. Ed anche il nuovo Titolo Quinto della Costituzione assegna allo stato la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali (tit..117). Anche per la Convenzione Europea del Paesaggio, questo deve essere integrato nelle politiche di pianificazione del territorio; vi deve partecipare il pubblico, tanto che vi è chi parla di paesaggio democratico, cioè di paesaggio che appartiene a tutti (costruito con l’apporto di tutta la popolazione). Per questo è necessario accrescere la sensibilità della società civile al valore del paesaggio; si devono promuovere ricerche sistematiche volte a conoscere il proprio territorio tenendo conto dei valori attribuiti dalle popolazioni interessate.

Per parlare del paesaggio è necessario fornirne una definizione, anche se non è facile darne una che sia veramente completa e accettabile da tutti. Ad esempio per i turisti innamorati della Toscana, il paesaggio toscano viene definito bello, armonioso, meraviglioso, dai bei colori mutevoli con le stagioni; questo perché è basato su un ideale di vita felice, di un idillio agreste e mitico ispirato al Rinascimento di cui la nostra regione conserva tante memorie architettoniche. Se dobbiamo darne una definizione generalmente accettata, il paesaggio toscano è quello “dove l’opera dell’uomo si è impressa in una solida architettura rurale di linee sobrie ed eleganti, in una secolare sistemazione dei campi che filari di viti e olivi dividono in una trama ordinata, opera della mezzadria alla quale sono legati gli ordinamenti colturali, le dimore ed altri aspetti paesistici; la viabilità, data da una rete di piccole strade, con filari di cipressi nei viali di accesso alle case e alle ville, completa il quadro caratteristico”. Questo è il concetto generale del paesaggio toscano che si manifesta nelle forme più tipiche nelle zone collinari della regione.

Siamo quindi in un paesaggio umanizzato, in cui l’uomo ha trasformato gli aspetti naturali in un territorio derivato con campi, strade, corsi di fiume deviati, boschi mutati nelle loro essenze. Dove si è avuto un fitto popolamento il quadro originario è quasi completamente scomparso. Il paesaggio umanizzato diventa un documento di cultura di quella popolazione che lo ha elaborato nel tempo. Occorre d’altra parte precisare che il paesaggio naturale, quello rimasto intatto e prezioso da ricercare e da conservare è oggi praticamente inesistente; si può trovare in limitate aree dell’Appennino (es. alcune zone delle Foreste Casentinesi) o in alcuni Parchi Alpini.

Nel complesso generale di quello toscano, quello del comune di Cascina rappresenta un tipo particolare di paesaggio della pianura.

Come impianto generale, almeno dal punto di vista fisico, in quest’area occorre risalire alla Centuriazione Romana. Come è noto, i Romani quando avevano conquistato un territorio, per accentuarne il possesso e l’autorità, vi insediavano i militari che lo avevano conquistato; e l’insediamento avveniva con un perfetto sistema agrimensorio basato sulla suddivisione del terreno in centurie, corrispondenti a quadrati di 710 metri di lato (mezzo miglio romano), affidate ad un singolo soldato; ai lati della centuria si aprivano le terre comuni, cioè strade, scoli, fossi; nella piana di Pisa questa suddivisione si è verificata nel I-II secolo a.C. Ed è ancor oggi ben rintracciabile nella topografia dell’area, anche se ben poche sono le “immaginette” (o marginette) le figure votive collocate nei secoli passati agli incroci tra i cardines e i decumani, quali invocazioni per la protezione dei lavori agricoli; talvolta queste testimonianze sono state tolte perché intralciavano la “libera” edificazione o si trovano ubicate nelle mura di una abitazione. La prosecuzione della centuriazione sulla riva destra dell’Arno e la sua scomparsa in alcune aree presso il fiume stesso ci testimoniano le variazioni del suo corso.

Nel corso dei secoli l’insediamento umano, il sistema della proprietà, dell’amministrazione, l’economia agricola si sono profondamente modificati per guerre, trasformazioni politiche, ordinamenti economici diversi. Tuttavia di quel periodo si sono mantenute le fondamentali strutture del territorio per quanto riguarda alcuni nuclei d’insediamento, la rete stradale minore, l’orientamento dei fossi, la regolazione dei corsi d’acqua (ne sono esempi il Fosso Ceria, il Fosso della Mariana, il Fosso del Nugolaio, il Fosso di San Lorenzo a Pagnatico, tutti orientati nel senso meridiano della centuriazione, diretti verso le aree a quote più basse della piana di Pisa).

Con il Granducato di Toscana si consolida l’asse viario Pisa-Firenze (la Tosco-Romagnola) che si discosta dalla centuriazione per un tracciato più breve tra questi due centri importanti. Lungo questa strada si collocano gli insediamenti più recenti, con gli edifici più importanti e le residenze dei proprietari terrieri.

Infatti una volta realizzatosi il Granducato di Toscana, molti ricchi commercianti e borghesi prevalentemente fiorentini investirono i loro guadagni nello sfruttamento delle terre toscane, dapprima intorno a Firenze poi gradualmente in tutta la Toscana. Nel comune di Cascina varie ville-fattoria e palazzi segnarono l’insediamento di queste famiglie gentilizie che possedevano grandi aziende agricole; ma vi era anche un gran numero di piccole e piccolissime proprietà; nelle grandi dominava il metodo della mezzadria per la valorizzazione agricola del territorio . Come è noto con questo sistema il proprietario del fondo agricolo finanziava la costruzione della casa rurale, le sementi, le attrezzature, il bestiame, mentre la famiglia del mezzadro forniva il lavoro; al raccolto si aveva la divisione a metà. Questo sistema aziendale ha improntato il paesaggio toscano tipico caratterizzato dalla casa rurale sul fondo, dalla coltivazione di vite e olivo tipica delle zone collinari, dallo sfruttamento intensivo di tutta la terra disponibile con colture alternate in grado di fornire sostentamento alla famiglia e con il lavoro esteso ai 365 giorni dell’anno ; non molto diversa è stata l’organizzazione del lavoro nella piana di Pisa e quindi nel comune di Cascina, almeno nella sua parte più fertile, quella centro-nord.

Nel Cascinese la mezzadria, insieme ad una consistente parte di piccoli proprietari terrieri, era fortemente sviluppata a partire dal Sette-Ottocento. L’insediamento era basato sulla casa rurale, un edificio generalmente in muratura a due piani collegati da una scala esterna, con a piano terra la stalla, il magazzino, la carraia, il forno, la tinaia, mentre al primo piano si trovavano la cucina e le camere (diverse per alloggiare una o più famiglie di solito numerose). Il terreno, in prevalenza suddiviso in stretti rettangoli separati da fossi, annoverava la coltivazione di cereali (con filari di viti ai margini), di ortaggi, di frutteti e di vari prodotti che fornissero alimentazione per tutto l’anno.

Nel territorio cascinese con la costruzione della ferrovia Leopolda alla metà dell’Ottocento si accentuò una sorta di separazione tra la parte meridionale, caratterizzata da estesi campi coltivati a cereali e radi insediamenti e quella a nord della ferrovia con terreni più parcellizzati ad agricoltura intensiva con elevata densità abitativa; le buone produzioni di grano venivano in parte esportate attraverso il porto di Livorno.

Progressivamente la mezzadria, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, non risultava più corrispondente allo spirito dei tempi; il lavoro stava diventando sempre più importante, per cui la suddivisione dei raccolti era pian piano passata al 60% per i mezzadri e 40% ai proprietari; il lavoro nell’industria e nel terziario, con un reddito sicuro e con ferie pagate, rispetto a quello nell’agricoltura, attirava principalmente i giovani, anche perché considerato socialmente più dignitoso di quello dei campi. Tutto questo ha prodotto una fuga dalle campagne soprattutto negli anni Sessanta e Settanta anche per la stessa abolizione del contratto di mezzadria (1964). Quindi anche nel cascinese l’abbandono delle campagne è stato molto consistente in quegli anni.

Il comune di Cascina ha visto progressivamente diminuire gli addetti all’agricoltura (fino al 1961 era un comune prevalentemente agricolo) per diventare un comune ormai centrato sui servizi, oltre ad aver attraversato un periodo caratterizzato da un fiorente sviluppo del mobilificio. In effetti prima della seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi questo comune era celebrato soprattutto per questa attività con “mobili in stile” che caratterizzavano la sua produzione di buon livello.

Tuttavia, se molti cascinesi si trasformavano in lavoratori dell’industria e dei servizi e si trasferivano nelle città sedi del lavoro (Pisa, Livorno, Pontedera), la popolazione di Cascina aumentava per effetto del bilancio naturale, cioè i nati superavano consistentemente i morti; inoltre negli anni Cinquanta e Sessanta si è verificata anche una immigrazione di sostituzione dovuta soprattutto ad agricoltori provenienti dalle colline a sud della provincia, ma anche da altre regioni, come i marchigiani in un primo tempo e successivamente siciliani e sardi, per cui i residenti aumentavano ad un ritmo sostenuto, tanto che questi dai 29 mila del 1951 superano i 38 mila già nel 2001.

Questo incremento demografico è stato quasi regolare nell’intervallo considerato; in pratica si è avuto un incremento intercensuario in media di 2000 residenti; ma negli ultimi anni l’aumento dei residenti è stato più consistente tanto che al 2011 i residenti sono 44.553 quindi oltre 6.000 in più del precedente censimento e poi 45.320 al 31 dicembre 2014. Fino al 1975 il bilancio naturale era positivo, poi da quell’anno il tasso di mortalità è stato sempre superiore al tasso di natalità. L’incremento negli ultimi anni del numero dei residenti è dato essenzialmente dal prevalere degli immigrati sugli emigrati con valori consistenti del tasso di immigrazione negli ultimi dieci anni. E’ il comune di Pisa che fornisce circa il 40% dei nuovi residenti a Cascina, seguito da quello di San Giuliano con valori vicini al 10%.

In conseguenza Cascina risulta il comune più densamente abitato della provincia di Pisa.

La piramide delle età dei residenti mostra una massima consistenza nelle classi dai 35 ai 50 anni e una forte strozzatura delle classi giovanili inferiori ai 25 anni negli anni Ottanta, con un chiaro riferimento alla diminuzione della natalità che rimane costantemente bassa con una debole ripresa negli anni recenti dovuta significativamente alle nascite dei cittadini stranieri.

Questi ultimi costituiscono oltre il 7% degli abitanti (rispecchiando la media nazionale) ed hanno fatto registrare un incremento consistente nelle residenze con una variazione significativa nelle componenti nell’ultimo decennio; se infatti nel 2002 erano i Senegalesi (380) a prevalere sugli Albanesi (238) seguiti dai Marocchini, al 31 dicembre 2014 sul totale degli stranieri (3.464) gli Albanesi sono quasi un terzo (990) seguiti dai Romeni (640), dai Senegalesi (391), dai Marocchini (382) e poi dagli Ucraini (119), con una prevalenza delle femmine tranne che per gli Albanesi.

Negli anni Sessanta e Settanta dal comune di Pisa provengono quasi un terzo dei nuovi immigrati, mentre Campania e Sicilia dominano fra le provenienze degli immigrati di altre regioni. Si stava verificando un ridimensionamento degli addetti all’agricoltura e si espandevano gli insediamenti produttivi del settore mobiliero e di altri comparti, in particolare quello della maglieria. Il comprensorio del mobile, che aveva in Cascina il suo centro principale con la produzione di mobili di tipo artistico-artigianale, riusciva a sfondare sul mercato interno e su quello internazionale per un suo “stile” ben conosciuto, ma dagli anni Ottanta la sua produzione prevalentemente artigianale basata su microaziende, priva di ricambio generazionale e di programmazione, non reggeva più alla concorrenza basata su moderne strutture di centri di vendita e di esposizione; in tal modo una fonte di lavoro su cui contava Cascina veniva a ridursi drasticamente obbligando alla ricerca di nuove forme di impiego.

Data da quegli anni la “questione mobile” a Cascina, a cui aveva cercato di favorire il rilancio l’Amministrazione Comunale con il “progetto legno” per dare continuità a questa produzione e sviluppando una commercializzazione dei prodotti attiva anche a livello internazionale; tuttavia i vari progetti sono naufragati nel generale atteggiamento individualistico degli artigiani cascinesi gelosi della propria autonomia, non comprendendo la necessità di superare le congiunture sfavorevoli mediante associazionismo e cooperativismo e facendosi sfuggire grosse opportunità di rilancio internazionale ( come avvenne con la richiesta di una grossa commessa di ambienti per le olimpiadi di Mosca del 1980 lasciata perdere per indecisione). Anche grazie a questa riduzione dell’attività tipica di Cascina si aveva quindi la trasformazione del territorio comunale in centro rivolto particolarmente alle attività terziarie con i relativi impieghi.

In sintesi sono queste le trasformazioni del sistema economico cascinese che si sono succedute nel dopoguerra: -rapido sviluppo industriale e arretramento dell’agricoltura (1950-60); -primi cenni del rallentamento delle produzioni mobiliere (1960-70); – fase di declino industriale (anni Ottanta); – rapido sviluppo del settore terziario con forte rilancio del commercio (1990-2000); mantenimento del settore commerciale con ristagno occupazionale (2000- 2014).

La forte riduzione dell’agricoltura incide sul paesaggio agricolo che si trasforma da una struttura costituita da stretti campi rettangolari ad una con larghe superfici irregolari, più adatte ad una agricoltura meccanizzata. La conduzione diretta con salariati e compartecipanti raggiunge il 95% con una forte riduzione delle aziende che nel comune dalle 1637 del 1970 si riducono a 560 nel 2000; nello stesso arco di tempo la superficie agricola scende da 5420 ha a 4250 (tesi Valbona). Negli ultimi decenni in sostanza si registra la prevalenza di microaziende, ma è in aumento la grande superficie aziendale (oltre i 50 ha), con forme colturali di tipo estensivo e prevalenza di part-time.

Anche il comune di Cascina ha quindi registrato il fenomeno dell’urbanizzazione, cioè l’aumento consistente della popolazione delle città e dei centri abitati più cospicui per l’attrazione da questi esercitata sulle aree vicine per la presenza di maggiori servizi di ogni tipo, più facilità di impiego, più attrattive per il tempo libero, più vita moderna.

L’incremento dei residenti non ha interessato solo il centro storico di Cascina e il suo intorno immediato, ma data la facilità di comunicazioni (treno, autobus, buona rete stradale) un consistente sviluppo edilizio si è registrato tra Pisa e Cascina, combinandosi l’espansione pisana con quella del nostro centro; si è quindi poco per volta occupato ogni spazio edificabile da ambedue i lati della Tosco-Romagnola, poi lungo il reticolato ancora evidente della centuriazione, colmando in gran parte lo spazio compreso tra la golena dell’Arno e la ferrovia per Firenze, in molti casi superandola verso sud, in particolare dove già si trovavano nuclei abitati storici, come Titignano, Visignano, San Prospero, San Lorenzo a Pagnatico, Marciana e Latignano. Questo continuum abitativo è stato definito da alcuni come la “conurbazione Pisa-Pontedera”, in quanto anche oltre Cascina e fino a Pontedera non c’è quasi soluzione di continuità nello sviluppo edilizio. Dal 1951 al 2011 la superficie comunale urbanizzata aumenta del 77%, particolarmente nei poli di Navacchio e di San Frediano (tesi Valbona.).

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Poco per volta le trasformazioni edilizie portano al ridimensionamento di quella che rappresentava la struttura urbanistica delle frazioni componenti il comune di Cascina, la “corte”, che ha origini assai lontane nel tempo, come dimostrano i toponimi ricorrenti in questa zona,ad es. San Lorenzo alle Corti, Case Corti, Via di Corte, ecc. Questa struttura, tipica delle zone rurali, si caratterizza per l’orientamento a sud dei vani e per la presenza di spazi interni alla corte, un tempo adibiti ad uso agricolo. Ed essa segna le caratteristiche di quasi tutti gli edifici più antichi, tanto che anche i numerosi palazzi padronali, presenti nella zona, mantengono generalmente lo schema a corte, con un ingresso principale sulla pertinenza ed uno di servizio. Tuttavia diventando esclusivo luogo di residenza, la fisionomia originaria si è perduta; spesso il frazionamento della “corte” ha trasformato il complesso in case “a schiera”, eliminando uno degli elementi caratteristici di tale struttura, lo spazio comunitario di pertinenza; quando non si sono stravolte del tutto le caratteristiche tipiche della struttura ricavando terrazzi di aspetto stridente o trasformando la carraia in salone con infissi improbabili.

Buona parte della domanda insediativa si rivolge verso nuove abitazioni, ma c’è anche una netta tendenza al riuso del patrimonio storico esistente e alla ristrutturazione di edifici del dopoguerra, anche per le restrizioni imposte all’eccessiva edificazione.

Il più recente Piano Strutturale, per salvare almeno ciò che resta del paesaggio agricolo, ha stabilito la permanenza di fasce verdi longitudinali intermedie all’insediamento definendole “invarianti”, quindi territorio non edificabile, una sorta di intervallo, varchi agricoli, nel continuum edificato.

Questa crescita demografica e conseguentemente edilizia del comune di Cascina, che si accentua negli ultimi 20 anni, è motivata da un successivo fenomeno demografico: la controurbanizzazione. Dopo la forte corsa alla città degli anni Sessanta e Settanta, a partire dagli anni Ottanta si verifica un movimento inverso; la popolazione cittadina si allontana dai grandi centri abitati perché cominciano a svilupparsi fenomeni negativi che inducono alla fuga dalla città. Il consistente sviluppo edilizio dei decenni precedenti ha provocato una eccessiva cementificazione; il forte incremento della motorizzazione ha provocato un traffico notevole portatore di inquinamento, rumore, vita convulsa, difficoltà di relazioni; anche lo sviluppo della microcriminalità ha generato insicurezza. La ricerca di una vita ambientale migliore induce a rivolgersi alla campagna per soddisfare un bisogno di verde, di vita tranquilla, di abitazioni più ampie preferibilmente con giardino, di assenza di rumori e di inquinamento; quella che viene definita “una vita a misura d’uomo” . E’ quindi per queste motivazioni che la città di Pisa inizia a perdere abitanti; dopo aver toccato il massimo nel 1981 con oltre 104 mila residenti, in trenta anni scende a poco più di 86 mila. Questa diaspora si spande sui comuni limitrofi, Vecchiano, San Giuliano, Calci in piccola parte, ma in maggior consistenza su Cascina.

Dal dopoguerra agli inizi del XXI secolo la struttura della popolazione attiva cascinese ha subito cambiamenti profondi. Se nel complesso lievissimo è stato l’aumento percentuale degli attivi, si è registrato un crollo del settore primario passati dal 34,6 % nel 1951 al 2,1 % del 2001, con il settore secondario passato dal 41,9% al 31% nello stesso intervallo di tempo, mentre gli attivi del terziario sono passati dal 18,9 % al 59,5%; confermando il rapido sviluppo del commercio tra gli anni Novanta e l’inizio del secolo successivo.

L’incremento delle abitazioni si sviluppa come un’onda che procede dal confine del comune di Pisa per portarsi progressivamente verso il centro di Cascina e oltre, scavalcando ben presto la ferrovia a sud in quello che era il dominio quasi assoluto dei campi.

Questo sviluppo tumultuoso dell’edilizia nel nostro comune ha trasformato decisamente il paesaggio. Nei primi anni della crescita demografica dei comuni della piana di Pisa si assiste ad una speculazione selvaggia; fino al 1973 si può costruire derogando dalle regole, per cui si costruisce quasi ovunque con piani regolatori sommari o inesistenti, non tenendo alcun conto del paesaggio esistente. L’aspetto edilizio tipico costituito da abitazioni con due piani fuori terra vede svilupparsi frequenti case a 3 o 4 piani, ma talvolta anche a 6 piani fino a 9 (quasi dei minigrattacieli); si sono costruite nuove strade con carreggiata più ampia di quelle precedenti; si è registrato l’insediamento di nuove industrie pur concentrate in ampie zone artigianali e industriali (tra Cascina e l’Arnaccio e nella zona del Nugolaio dalla ferrovia alla superstrada) e ampie zone commerciali; la centuriazione in molte zone è stata cancellata (rimangono solo alcune delle marginette più grandi), molti fossi sono stati colmati; gran parte delle case tipiche della mezzadria sono state trasformate in villette adattando alcuni vani alle esigenze moderne (spesso la carraia modificata in ampio salone vetrato), talvolta con alti muri di cinta, mentre nelle aree più isolate le case rurali sono state abbandonate alla rovina.

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Fortunatamente si sono salvate dal degrado molte ville storiche abbastanza frequenti nel nostro territorio, generalmente ristrutturate ma conservandone l’aspetto originario. Sono infatti molte le ville o fattorie costruite generalmente nell’Ottocento dai proprietari terrieri più benestanti che i discendenti hanno provveduto a mantenere senza eccessivi ammodernamenti.

Il paesaggio agrario risulta notevolmente trasformato e notevolmente ridotto rispetto alla situazione dell’immediato dopoguerra; la trama dei campi rettangolari stretti e allungati ,separati da piccoli fossi con filari di viti o di alberi da frutto sul confine, è ora caratterizzata , come si è detto, da ampie estensioni, prive di fossi e di piante legnose, più adatte ai mezzi meccanici con più uniformità di colture; queste talvolta hanno visto l’introduzione di nuove specie estranee alla tradizione contadina locale, promosse dalla Politica Agricola Comunitaria e facilitate da incentivi (come la coltura del girasole). La caratteristica varietà di colture tipica dei tempi della mezzadria, è ora sostituita da poche varietà più valide commercialmente, data anche la nuova struttura proprietaria dei campi.

Alcune aree del territorio cascinese, meno adatte alle coltivazioni, nei decenni passati con il boom edilizio sono state utilizzate come cave per la fornitura di argilla per alcune fornaci di laterizi o per estrarne sabbia; ridottasi la richiesta per il rallentamento delle nuove costruzioni, molte di queste cave (tranne i pochi esempi di laghetti per la pesca) sono state trasformate in discariche abusive e solo parzialmente ripristinate a norma di legge, comunque aree generalmente perdute come suolo coltivabile.

La trasformazione più consistente è quella che ha interessato il territorio compreso tra Visignano e il casello della superstrada di Navacchio, un’ampia fascia rettangolare limitata ad est dalla strada del Nugolaio mentre ad ovest tende ad allargarsi nella zona in vicinanza della superstrada. Qui si sono insediate da tempo attività artigianali nella parte settentrionale a partire dalla ferrovia, ma negli ultimi quindici anni si sono estese, con ampie superfici, le attività commerciali. Per primi si sono trasferiti in quest’area due grandi magazzini, sorti inizialmente a Titignano lungo la Tosco-Romagnola nella forma un tempo caratteristica di “stalle” (Cipolli e Desio & Robè), ampliatisi lungo la Via del Nugolaio (Mercatone Uno l’ex Cipolli e il nuovo Desio & Robè); successivamente la zona ha registrato notevoli afflussi di clientela con la costruzione dell’ipermercato Ipercoop, nel cui edificio si sono ubicati anche Obi e Unieuro; negli ultimi anni come altre strutture commerciali si sono poi avuti gli insediamenti di “Mondo Convenienza “, di “Decathlon” , di “Maisons du monde”, di “Piazza Italia”, di “Iper Moda Factory”, di “Arcaplanet”, di centri di fitness, di carrozzerie e alcuni magazzini all’ingrosso.

Questa concentrazione di attività commerciali e di servizio in quest’area trova motivazione sia nella facile raggiungibilità per strade e per superstrada con possibilità di ampi parcheggi, sia nella sua localizzazione nella zona centrale di un territorio che ha, a trenta/quaranta minuti di percorso auto, i centri di Viareggio, Lucca, Pontedera, Collesalvetti e Livorno con il loro ampio intorno; in sostanza l’area commerciale del Nugolaio può essere raggiunta da un bacino di utenza potenziale che si avvicina ai 500 mila clienti. In alcuni periodi dell’anno, particolarmente dedicati allo shopping, l’afflusso di auto congestiona tutta l’area e rende evidente la forte attrattiva commerciale di tutto il complesso.

Cascina, in effetti, è diventata insieme a Pisa (la zona commerciale del Nugolaio dista 6/7 chilometri dalla città) la zona baricentrica dei servizi dell’Area Vasta della costa toscana.

La crescita della superficie urbanizzata pur nella frammentazione degli insediamenti ha dato luogo alla formazione di una gerarchia territoriale, di cui possiamo distinguere due livelli. Un primo è dato dai centri principali lungo la Tosco romagnola già consolidati negli anni Cinquanta come Navacchio-Casciavola, San Frediano e Cascina, cresciuti e densificati anche per mezzo delle intersezioni stradali. La gamma di servizi urbani qui presenti è molto ricca e vede continuamente svilupparsi nuove forme attrattive quali servizi di ristorazione (bar, ristoranti e pizzerie), negozi di abbigliamento, agenzie immobiliari, sportelli bancari, scuole, servizi alla persona, palestre e fitness.

Un secondo livello è dato da una quindicina di centri minori sviluppatisi nelle intersezioni stradali più lontane dalla Tosco-romagnola, dotate di un minor numero di servizi, con la diffusa struttura delle villette a schiera; per molti di questi centri l’espansione è dovuta all’ampliamento di un piccolo nucleo storico originario.

Si è generata così una città reticolare articolata sul tracciato della centuriazione col massimo degli insediamenti tra l’Arno e la ferrovia per Firenze.

Potremmo considerare questo processo di espansione col termine di sprawl considerato come fenomeno di crescita urbana non pianificato (guidato dal mercato o abusivo) in cui la città, in questo caso di non grandi dimensioni, si espande fisicamente nel proprio intorno, che ha carattere agricolo, attraverso forme di insediamento a bassa densità, discontinue nello spazio, miste urbano /rurale.

Questa forte espansione edilizia ha determinato un consistente consumo di spazio agricolo con conseguenze importanti dal punto di vista ambientale. Generalmente oggi l’agricoltura viene considerata un’attività che oltre a produrre risorse alimentari ha anche la funzione di mantenere l’ambiente senza stravolgerlo; in sostanza l’agricoltore conosce le buone pratiche di conservazione dell’ambiente e quindi svolge oggi anche la funzione di “curatore dell’ambiente”.

Inoltre si diffonde sempre più il concetto di “impronta ecologica”, che viene definito come “la superficie agricola produttiva necessaria ad ogni essere umano per vivere, consumare e assorbire i rifiuti prodotti”. Ed anche se i calcoli per misurarla sono complessi e vengono spesso aggiornati con nuovi parametri, si calcolano in 4,2 ettari quelli necessari ad ogni persona per la propria impronta ecologica; ma in Italia già da tempo tale produttività è di soli 1,5 ettari pro capite, quindi il nostro paese è fortemente deficitario per questo aspetto e purtroppo il consumo di spazio agricolo per l’espansione edilizia e commerciale continua in maniera esponenziale. Alcune statistiche ci confermano che nel nostro paese si consumano in media 43 ettari di terreno al giorno con conseguente riduzione delle produzioni agricole. Stenta ancora a diffondersi il concetto che la terra è un “bene comune”, un bene primario a cui deve avere accesso chiunque.

La terra è un bene inestimabile necessario per lo sviluppo sostenibile; dobbiamo lasciare quindi ai nostri discendenti un territorio non troppo diverso da quello che ci hanno lasciato i nostri padri.

Bibliografia.

Gianni G.-Quercioli C., Il comune di Cascina. Pisa,Felici Editore,2001.

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Mazzanti Re., Lineamenti di geomorfologia della pianura di Pisa. In Pisa e la sua Piana a cura di Cecchella A. e Pinna M., vol.I.Pisa, C.S.E.F.,1997.

Granchi S. (a cura di), Cascina: la città il territorio. Pontedera, Bandecchi e Vivaldi,1993.

Dott. Prof. Paolo Ghelardoni

(docente di ruolo all’Università di Pisa)

DEL DOTT. PROF. PAOLO  GHELARDONI  POSSIAMO LEGGERE SU QUESTO BLOG ANCHE:

“GEOLOGIA DEL PAESAGGIO, INSEDIAMENTO UMANO IN VAL di CECINA”